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fumataneraIl mondo aspetta il papa, io aspetto il ciclo.

E no, nonostante l’omonimia, certi divini pennuti non c’entrano niente.

In realtà è puntuale, solo che quando cominci ad andare in coma sette giorni prima, l’aggiungi alle cose da aspettare. Insieme al governo, al presidente e al papa.

Oddio, quest’ultimo lo aspetto solo per vedere se parlerà davvero come Stanlio e Ollio: sperow key mi corrigiretey, stupídi!

La scorsa fumata nera, otto anni fa, mi vedeva a un passo dalla laurea e a molti di distanza da Manchester, dove un 25nne (di un anno più grande di me, ma lì sono uomini presto), mi aspettava per convivere nella casa che si era appena comprato. Io non avevo quella testa, volevo la libertà rob’ cos’. Come il mio amico di Madrid, che aveva lasciato Manchester un anno prima dopo aver infranto vari cuori.

Oggi mi ha chiamato, l’amico di Madrid, e abbiamo parlato a lungo, senza più dover passare all’inglese. Anche se ogni tanto ci mettevo qualche parola in catalano. In questi otto anni io ho finito un dottorato e lui ancora no. Ci hanno licenziati entrambi. E sentimentalmente ci hanno somministrato la stessa medicina che otto anni prima elargivamo noi. Concordiamo sul fatto che sia amara.

Ora siamo entrambi in attesa, perché quando hai fatto tutto quello che devi fare, puoi solo aspettare.

E nell’attesa, ho scritto un racconto sulle attese.

sangueamaroSangue amaro

E poi Xavi le dà un anello.

Glielo dà sul lungomare di Napoli, per festeggiare la sua promozione. Quale? Non lo sa, ma sa che è un bel lavoro, quello che cercava.

Il tramonto è di quelli di cielo e mare uniti in un unico schizzo di spuma, che in un’impennata d’orgoglio ti plana sugli stivali di mezzi tempi, sugli scogli davanti a Castel dell’Ovo.

Ma stasera ‘a cartulina ha deciso di dare proprio il meglio di sé, e Xavi, che per l’occasione si è messo il profumo regalato al loro terzo non-meseversario, la porterà a mangiare da Zi’ Teresa. Offre lui. E s’impegna a non mettere il parmigiano sulle cozze.

Ora, che tutto questo sia un sogno, Rosa lo sa.

Sa pure che la sveglia del cellulare è suonata dieci minuti fa, e con la cazzimma delle sveglie moderne si appresta a ripetersi. Ma vuole stare ancora un po’ sotto il piumone a credere che sia tutto vero, ancora un po’, per favore…

Ecco. Tu-tu-tu-tuuu. Sembra un elettroencefalogramma. Il braccio lotta col buio, svogliato, sapendo di perdere, allora afferra il lume come un tentacolo e cerca l’interruttore.

Tuuu.

Niente, tanto ormai il telefonino è illuminato a festa. Ci mette qualche istante ad affrontare la logica delle sveglie da cellulare spagnole. Quando suona questa, sull’enorme schermo rettangolare compaiono due scritte equidistanti:

Aceptar
Repetir

Se non accetti la cruda realtà (che ti devi alzare), ripeterai all’infinito il tuo errore (fingere che non sia tardi).

Le sveglie spagnole sono un po’ filosofe.

Si alza e corre verso il bagno. Ma lei non sta in Spagna, sta a Barcellona. E nel suo mozzico di quartino, 30 metri quadrati per tre coinquilini, l’unico bagno, quando ti serve, è occupato da un Erasmus.

– Vanessa, por favor, ci ho il ginecologo!
– Un momento!

Sì, un momento. Si mette una mano sulla pancia, per ascoltarsi. Vanessa a lezione non ci va mai, può svegliarsi all’ora che le pare, e non le lascia libero il bagno una volta che si sveglia alle 7.30 del mattino.
La pancia tace. Eppure. Guarda il mare, dalla finestrella delle dimensioni di un oblò. Che differenza, col sogno. È grigio, carico di pioggia. Come il cielo che incombe sulla giornata gonfia che le si apre davanti, dopo un altro quarto d’ora, come la porta del bagno, prima che la sfondi.

Quando doveva arrivare? Fa il calcolo. Stavolta è una settimana. Non si è mai preoccupata, tanto incinta non è, Xavi è in tournée da un mese e doveva chiamare tre giorni fa.

Il reggiseno l’ha lasciato già in bagno, quello una misura più grande, della fase premestruale. È l’unica cosa buona, se non le facessero così male. La panza, come un otre che cerca di comprimere nei jeans, non la guarda nemmeno. Maledetto progesterone. Il bottone con su scritto Levi’s si chiude a stento.

Correndo verso l’ambulatorio incrocia tutte e due le dita, spera che ci sia la vecchia.
Quella la fa visitare da tutti e due gli assistenti, maschio e femmina, e le fa domande tipo quanti uomini ha avuto e a che età il primo rapporto sessuale, ma almeno è seria.

– La dottoressa Grau ti aspetta – fa alla reception il tizio simpatico, che improvvisamente le diventa antipatico.

No. Crudelia. Solo che rispetto a Crudelia De Mon, si accorge precipitandosi nella sala di ostetricia, stavolta si è fatta i capelli rosso paprika, che con la montatura degli occhiali a chiazze dalmata fanno una combinazione deliziosa.

– Che succede, stavolta?

La sedia gestatoria si staglia alla sua destra contro la parete color Brooklin – freschezza da baciare. Minacciosa.

– Non mi viene il ciclo.

Crudelia fa un sorriso ironico.

– No, non sono incinta – spiega subito lei. – Mi succede sempre. Ma da tre mesi a questa parte è fisso.

– Tre mesi – scrive l’altra pensierosa, su un taccuino. – E che è successo, tre mesi fa?

Ecco, ora la rende nervosa. Si morde un labbro, incrocia le scarpe sotto i jeans che da seduta sembrano sul punto di scoppiarle addosso.

– Non so – dichiara infine.

Crudelia si toglie gli occhiali dalmata.

– Te lo dico perché sarò franca, con te. È inutile che guardi la sedia gestatoria, lì. Non ti visito. Posso pure infilarti un dito lì dentro e controllare, ma già so cos’è. Te lo leggo in faccia.

Rosa sospira. Pure la ginecologa veggente, ti legge le ovaie attraverso gli occhi.

– C’è qualcosa della tua vita che devi cambiare. Una cosa che non ti serve a niente, che ristagna. Ma tu non la lasci andare. Cambia quella e starai bene. Intanto…

Per essere esattamente l’antimedico, ha una grafia nitidissima.

Ibuprofeno? E che è? – Luigi legge la ricetta, appoggiato alla macchinetta del caffè. Si sono presi la pausa insieme per commentare il crollo del palazzo a Riviera di Chiaia, quella mattina, e lei ne ha approfittato per fargli vedere il foglio di Crudelia.

– Acqua calda, questo è. Sti stronzi non hanno l’Aulin. Hai detto a Carlo di metterlo in valigia, mo’ che viene questo fine settimana?

Pensano tutti e due a Carlo e alla sua valigia. Col contratto di affitto dello stabile, già visionato dal suo notaio. Carlo è sicuro che farà un buon affare, lui è figlio e nipote di ristoratori. Rosa non vede l’ora di aiutarlo nella gestione del ristorante che metteranno su tutti e tre, e mandare affanculo i telefoni del call center.

Luigi schiaccia pensieroso il pulsante della cioccolata.

– Quello non sa ancora se viene venerdì o sabato. Ma prenotasse, coi prezzacci che ha messo la Vueling…

Rosa gli scompiglia i capelli tenuti su dal gel buono, brizzolati e affascinanti da quando stavano all’università. Facoltà di Economia della Federico II. Lui, tesi in Economia Aziendale, lei Economie dei paesi in via di sviluppo.
Nessuno dei due, arrivando a Barcellona sei anni prima, aveva mai studiato Servizio di Attenzione al Cliente.

– Quale ibuprofeno. Quello che devi fare tu è liberarti di Xavi. Si ricorda di te tra un concerto e l’altro, quando gli mancano le groupie.
– Te l’ho detto, ancora non ho deciso. Non è detta l’ultima parola. E anche se fosse… Potrebbe andarmi bene così.
– A te? Ma nun me fa’ ridere. E allora cos’è, che staresti trattenendo, signorina Freud?
– E io che ne so. Tutto questo, forse.
– Azz, le nostre giornate al telefono? Pronto si’ tu, nun attacca’? Bell’affare, che fai.

E hanno pure fortuna, che l’azienda è piccola e l’hanno trovata al terzo tentativo. 1.200 al mese con la crisi non sono male, specie se netti.

– Te l’ho detto, Lui’, non lo so. Ho la sensazione che potrei rimpiangere tutto questo, precario e buono.
– Rimpiangere cosa?

Sorride.

– I Pavesini che mi porti la mattina, per prendere il caffè.

E pure Xavi che va e viene, ma quando viene è una festa, camera chiusa a chiave per un giorno indero, direbbe “Cicci” D’Alessio.

– Il punto non è la paura di non trovare mai pace, Lui’. Le nottate, prima o poi, passano. I nostri nonni che hanno mangiato polvere di piselli sotto le bombe ci sputerebbero in faccia. Il punto è che, guarda un po’, io tutto questo potrei anche rimpiangerlo, precario e buono. Pure le cose così così, a volte, si rimpiangono. Ti ci affezioni…

Lo stomaco le brontola in maniera inverosimile, mentre conclude:

– Non vorresti mai lasciarle andare.
– Aspetta di stare uccisa di lavoro alla cassa del Restaurante Bella ‘Mbriana – Cocina típica napolitana, e vedrai come le lasci andare.

Sì, decide lei. Stavolta, stavolta fanno il botto, col ristorante.

– La pizza con la scarola, Rose’, la pizza con la scarola, facciamo.

Luigi si emoziona sempre su questo punto. La pizza fritta con la scarola a Barcellona proprio non si trova, e non ci stanno santi, può pure affacciarsi il peruviano, come adesso, a fargli capire che devono tornare al lavoro.

– Chitebbivo – bisbiglia sorridendogli, e facendo un cenno che può voler dire qualsiasi cosa. – Il coordinatore del servizio clienti italiani sono io? E comando io. Hai visto, Rose’, tu sei mille volte più buona di me, e sempre al masculo hanno dato l’incarico, ricchione e buono.

Rosa sta pensando ancora alle scarole.

– Povia dice che puoi guarire – sorride sarcastica, mentre si scosta dal distributore per far posto alla russa appena assunta, di IT.

Allora Luigi si avvicina alla nuova venuta, le fa il baciamano e dichiara nel suo inglese:

– Ciao, il mio ragazzo stasera non c’è. Che dici, vieni a casa mia?

La ragazza balbetta qualcosa, afferra un cucchiaino di plastica da sopra alla macchinetta, e si allontana con quello, senza un caffè in cui girarlo.

– E che sarà mai – borbotta Luigi. – Ma come fanno, con voi, gli altri uomini? Che poi mio padre all’Arenella questa terapia d’urto voleva propinarmi: ce ne andiamo insieme giù Napoli, in un posto che so io, le mie amiche ti daranno una mano…

Occhiolino. Rosa si risiede schifata, s’immerge nel lavoro per non pensare al bottone che le preme contro la pancia impazzita, ai capezzoli sensibilissimi contro il reggiseno che solo per questa settimana li conterrà a stento. Ma quando arriva, sto ciclo? E quando chiama, Xavi? Ma già, sa che adesso lei è al lavoro, non la disturberebbe mai.

Due coreani si sono spersi per Firenze, il proprietario dell’albergo la chiama più volte, aspirando tutte le t: il thour operathor sei thu, devi fa’ qualcosa. E che parla coreano, lei?

È proprio perché s’impone di non guardare il telefono ogni cinque minuti, e dimenticare un po’ Xavi, che se ne accorge solo dopo. Molto dopo.

Quando la segretaria ha già strillato il suo nome non sa quante volte, e quelli di IT hanno fatto spazio alla valigia all’ingresso, e verificato che delle uniche lingue che sa parlare il nuovo venuto, napoletano e un po’ d’italiano, loro sanno solo ue’ uaglio’ e spaghetti.

– Rosa, Luigi, c’è un amico che chiede di voi.

Stavolta il peruviano si alza.

– Siete appena tornati al lavoro dopo una pausa di mezz’ora. Volete guadagnarveli, questi soldi, o gli italiani li manteniamo per beneficienza?

Luigi fa il sorriso scemo di quando non vuole discutere. Non si accorge, quindi, che Rosa scatta dalla sedia e si precipita verso il peruviano, che rimane immobile con la barbetta curata e la prosopopea che gli dà la condizione di veterano in quel servizio clienti. Pure ‘e pulece teneno ‘a tosse, pensa all’improvviso, ma non sa come tradurlo.

E allora gli grida:

– Senti, noi qua di te non ce ne freghiamo proprio, capito? Noi ci mettiamo a fare la pizza con la scarola, e se vieni nel nostro ristorante prova a chiedermi una di quelle tortillas di merda che ci hai portato per il tuo onomastico, vedrai che buona. Pure nell’acqua, ti sputo, strunz’.

Luigi le è addosso in tempo per soffocarle l’improperio finale. Tutti (o meglio, tutte) guardano.

– E lasciami!
– Rose’, niente sceneggiata… Perdona, sabes, le deve venire il ciclo.

Sgrana gli occhi, incredula.

Il peruviano già stava per scivolare silenzioso nell’ufficio del manager, col suo nome in punta di labbra. Ma ora la squadra, da capo a piedi, e lei si sente nuda sotto il maglione più grande, più gonfio.

Finché non gli vede le labbra storcersi in una smorfia ironica, che vuol essere un sorriso.

– Quand’è così. Va bene, Rosa, per oggi passi, che sono un caballero. Ricorda che quando stai così male puoi sempre chiedere un giorno di malattia. E la prossima volta vai in farmacia. Per queste cose di donne, ormai, ci sono diversi rimedi.

Le colleghe hanno gli occhi bassi. Qualcuna la guarda con un sorriso solidale, da dietro lo schermo del computer.

Rosa attraversa il corridoio tirando Luigi per il bavero della giacca.

– Che cazzo ti è venuto?
– A me? Ma se ti ho salvato il posto di lavoro! E poi scusa, non è vero? Se non stavi male la facevi, questa sparata? Si sa che quando state così siete tutte uterine, specie tu.

Scuote la testa. No, si dice tra sé. Nel suo caso è dismenorrea, ciclo doloroso. L’ha sempre avuto. È come stare col mal di denti per tre giorni di seguito senza potersi togliere la carie. Vorrebbe vederlo, Luigi, in quelle condizioni.

Speriamo che Carlo porti l’Au…

– Carlo!

La valigia. Parcheggiata vicino alla scrivania della segretaria, che li guarda con aria di rimprovero.

– Per ricevere gente dovete avvertirmi prima, o non li faccio passare.

– Sì, sì, scusa – interviene Luigi, prevenendo nuovi scatti di Rosa. – Andiamo in cucina.

– No, me ne torno a Napoli – Carlo si lascia cadere sul divanetto accanto alla scrivania, incurante del giaccone che ci sta sopra. Si prende la testa tra le mani e capiscono che non possono fare altro che aspettare. Infatti, dopo un po’, butta via il giaccone e dice:

– Ragazzi, il ristorante non si apre più.

E Rosa sa che è vero prima ancora di chiedere spiegazioni. Che nell’acqua del peruviano non ci sputerà mai, e deve vedere se il giorno dopo lo guarderà ancora in faccia dalla sua scrivania, o alla fine lui andrà dal manager. Si lascia cadere sul divano anche lei, davanti alla segretaria che la fulmina con gli occhi perché non torna al lavoro, e ascolta la storia.

– Mi ha chiamato ieri notte l’avvocato… Il tuo amico, Luigi, come si chiama? Carlèsss, come me. Dice ci sono problemi. Chiamami domani e ti spiego meglio, fa. Ma quale chiamare, ho preso l’aereo. Tenevo tutto già firmato, mio padre mi aveva dato i soldi, dicendomi che se fallivo stavolta arrivederci e grazie. Arrivo da quello, col primo taxi, in culo alla Diagonal dove sta, e mi dice che c’è la normativa.
– Ma quale normativa? – Luigi scatta, facendo girare la segretaria. – Le abbiamo verificate tutte, tutte le cazzo di normative che vanno trovando questi per mettere su un fetente di ristorante. Le uscite di sicurezza erano a posto. I metri quadrati, adeguati. Non c’erano altri ristoranti nel raggio di…
– E qui casca l’asino. Sai quel parcheggio all’angolo, là vicino? Avevano chiesto l’autorizzazione prima di noi. Ci metteranno su un… nun m’arrecordo manco comme se chiamma… Un Sabors del Món, una cosa così.

Rosa e Luigi si guardano. Conoscono la catena, arrampicatasi da poco per l’Eixample e pronta a invadere, piano piano, pure il centro. Nel Raval non potrebbe mai, inutile pagare 10 euro per un riso indiano che al kebabbaro ti danno per 2 euro. Ma dove volevano farlo loro, il ristorante, sfidando la roccaforte catalana con l’offerta dell’amico di Luigi che chiudeva, hai voglia.

– E come sappiamo – conclude Luigi, la fronte precocemente stempiata resa lucida dal sudore – due ristoranti a così poca distanza non si possono mettere.

Rosa si mette le mani sulla pancia, come se fosse incinta. Le contrazioni sono quelle, decide, ma niente. Non si muove niente. Neanche lei, quando il peruviano le manda la collega francese, per non andare lui a ricevere un’altra sfuriata.

Ma lavora come una zombie, sa che Luigi ha convinto Carlo a restare, che la valigia sta nello sgabuzzino e lui al bar di fronte, ad aspettare paziente che finiscano di lavorare per prendersi una birra in riva al mare.

– Non è il mare di Napoli – commenta che è buio pesto, osservando una ragazza che corre in pantaloncini verso la skyline di Vila Olímpica.

Sono gli unici nella terraza, i tavolini all’aperto riscaldati dalla stufa. Le nuvole sono lì ad aspettare solo di scaricare il loro peso. Rosa si è sganciata il bottone fin dalla seconda clara, non ne può più.

– E come va, con quello, là… Xavi? – chiede Carlo, con un sorriso che dice fammi distrarre pensando ai guai degli altri.
– Come vuoi che vada? – interrompe Luigi. – Pare Ragione e sentimento di Maria Nazionale: scema, che aspiette p’ ‘o lassa’…
Carlo coglie la palla al balzo per rispondere in falsetto ma io lo amo

Rosa si getta su Luigi, lottando coi bottoni della sua giacca, finiscila, finiscila. Ma quello continua, ridendo:

Chillo, è tutto ‘nfamità…
So’ ‘nnammurata…, ribatte Carlo, senza smettere di fissare il mare.

Va bene, pensa Rosa guardandolo. Sfotti me, tu sei quello che ci ha perso di più. Ostenta noncuranza e commenta:

– Questa canzone l’abbiamo cantata tutti insieme proprio qua, no? Per far disperare la prof d’Italiano. Era la colonna sonora trash della nostra gita a Barcellona.

1999. Il millennio era alle porte e Barcellona era Gaudí di giorno, e discoteca di notte.

– Voi stavate nell’altra sezione – ride Carlo. – Quante fughe notturne, sotto gli occhi di Donzelli di Chimica. Facevano pure la ronda notturna col prof. di Latino, e noi mettevamo gli zaini nei letti per fingere di star dormendo, tipo telefilm americano.
– A me Barcellona non piacque manco, allora – ride Luigi. – Che ne sapevo, che ci trovavo l’uomo della mia vita.
– Seh, e quel ricciolone l’ultima sera, quando ci perdemmo per il Gotico… Ancora facevi quello misterioso, dicesti che ci andavi a cercare non so che bar, e invece… Sparito dalla circolazione per tutta la sera.

Luigi sorride, trasportato dai ricordi. Ricordi di 20 anni ancora da compiere. Di una città buona per bersela tutta con menta e vodka, non per lavorarci e mettere su famiglia. Anche se una famiglia Luigi non la può avere, a Napoli.

– Ma la gita più bella fu alla Città della Scienza, con Cardinale di Fisica. Vi ricordate?
– Ua’, sì – risponde pronto Carlo, alzando il bicchiere vuoto per chiedere altra birra, come si fa là.
– Io non ci venni, avevo la febbre – ricorda Rosa, prima che comincino a rivangare cose che lei non sa.
– Facesti male, scema. Dovevi venire con tutta la febbre. Non ci sei mai stata, là?
– No – ammette, a malincuore.
– E vacci. Fu una grande gita. A un certo punto seminammo Cardinale. E io m’infrattai con Enzo Avossa nel Planetario.
Carlo quasi cade dalla sedia.
– L’amico mio? Quello mo’ ha due figli.
– Nessuno è perfetto – ride Luigi, fino a rovesciarsi la birra. – Ma ce l’hai su facebook? Fammi vedere come si è fatto.

Carlo caccia l’iPhone 4.

– No, io non ce l’ho, ma Pasqualino Grimaldi sicuro lo tiene.

Rosa non ascolta nessuno, solo la sua pancia. Niente. Non parla. È arrabbiata con lei. Vuole che la liberi. Ma io come ti libero, figlia mia? Come? Ci pensa un attimo, poggia la clara sul tavolo e dice:

– Facciamolo, ragazzi.

Carlo alza gli occhi dall’iPhone.

– Il bagno di notte? Ma veramente facevi, in metro?
– No. Prendiamo l’altro magazzino. L’altro che offriva il tuo amico, non scontato. Un po’ più grande, a due strade dal nostro. Stringiamo la cinghia e pigliamo quello. Ormai lo sfizio della pizza con la scarola lo tengo.
– Ma ti ricordi quanto sta? – Carlo smanetta nervoso, il blu facebook le balena un momento negli occhi e scopre che ricorda il blu Barilla. No, nel ristorante al massimo pasta De Cecco. Se non la fanno loro a mano.
– Lo so – guarda Luigi in cerca di complici, capisce che stavolta non sarà facile. – Ma pensateci, ormai è fatta. Se torni a casa tuo padre ti dice che sei un fallito e aveva ragione lui. E tu, Lui’, quanto ancora vuoi restare in un call center, invece di fare quello che volevi?
– Ma Joan e io cerchiamo casa, e il mutuo…
– E ja’! – ecco, si arrabbia di nuovo. Il mare frusta furioso la battigia troppo alta, specchio inquieto del temporale che lo minaccia.

Rosa si alza, gli occhi lucidi, il bottone evidentemente sganciato sotto la maglia.

– Almeno pensateci.
– Ragazzi, la Città della Scienza sta bruciando!
– Cosa? – fa Luigi.

Carlo gli passa il cellulare. Rosa si affaccia a guardare.

– È una foto fatta mo’, sta sulla pagina facebook di Lino Grimaldi.

Rosa guarda e non capisce niente. Vede un fiume rosso sul mare di Napoli. Fumo.

Capisce solo che alla Città della Scienza non ci andrà più, come aveva capito quella mattina che il ristorante non si faceva e amen.

E che Napoli è una città che normalmente ti ammazza piano piano, in un giorno non era mai stata così infame. Una città in cui il malessere ristagna sotterraneo, come le catacombe che visitano i turisti, di solito è più discreta, non ti getta la disperazione in faccia in un giorno solo.

Sulla home di facebook si accavallano messaggi di rabbia.

È arrivato il momento di andarsene, fa un amico di Carlo che lei non conosce.

Pure quelli in comune, è tutto un “lasciamo Napoli, adesso”.

– Come se arrivando qua trovassero il Paradiso – sorride Luigi, amaro.
– L’incendio è doloso?

Pare di sì. Stanno bruciando 4 capannoni. Il sindaco…

Rosa afferra la borsa, come un riflesso condizionato che ha dai tempi di casa, e si avvia verso il mare.

– Dove vai? – le grida Luigi. – Hanno già iniziato una petizione…

Da lontano non li sente.

Accende il suo, di smartphone, e sì, nel cordoglio generale qualcuno già si muove. Si parla di conti corrente, flashmob.

Sta talmente ubriaca e dolorante che manco si accorge del messaggio di Xavi, e quando lo fa si sorprende a dirsi che lo leggerà dopo. Ora pensa a come può essere una pizza Planetarium, nel ristorante.

Perché a quei due li convince, il ristorante lo aprono.

E il primo incasso sarà per la Città della Scienza, che non ha mai visto ed è troppo tardi.

Non sa più che pensa. Cerca un pezzetto di luna tra i nuvoloni grigi.

Niente. Ma sa che sta là, nascosta, a spadroneggiare sulle maree.

E allora si lascia cadere e guarda le onde che frustano la sabbia, senza capire se quello che le arriva addosso sia una goccia di pioggia, finalmente, o le maree che le dicono… Cosa?

Qualsiasi cosa le dicano, però, lei risponde.

Da qualche parte, dentro di sé. Nel ventre che ora accarezza con la mano mentre affonda pure i capelli nella sabbia, vinta, contenta.

Qualsiasi cosa sia, la lascia scorrere via come la manciata di pietruzze che ora le cadono dalle mani, spargendosi sulla maglia che l’avvolge paziente, un attimo prima che cominci a piovere.

(finale figo)

(ok, ok, ci do un taglio)

Questioni Meridionali

No, ma veramente non ci ho ancora scritto niente?

Sarà demenza senile. Un articolo sulle Questioni meridionali l’avrò pur fatto, un giorno o l’altro.

Se mi sfottono pure, che non mi perdo un concerto al Quiet Man, in genere di venerdì.

E no, non storcete il naso: un concerto di musica folk del Sud Italia ci sta benissimo, in un pub irlandese.

Prima di tutto, perché a me piace il barista. Solo che è il tipo che ha il profilo nascosto su facebook, e quando sono riuscita a sbirciarlo, grazie a un amico ignaro che pure suona nel pub, non lo trovo in foto con una donna? Un appello: tell me it’s your sister! (No, perché quando gli dicono di alzare il volume della cassa non capisce né in italiano né in spagnolo)

E poi perché è divertentissimo vedere i turisti biondi che si fanno strada a stento in cerca del bagno, tra le matasse di riccioli neri che ondeggiano non proprio a due metri dal suolo, giusto per non smentire certi luoghi comuni sulle fisionomie del Sud.

I riccioli di Piero Pesce, il Giannini de nosaltres, sfidano ogni legge di gravità, e quando, accompagnato in genere da Stefano Pompilio, Jimmy Sciortino e Flaviano Jeronimo (Marta dell’Anno devo averla ascoltata con loro solo una volta su Rambla Raval, alla festa del barrio), ci fa accovacciare per Santu Paulu de le tarante, gli si fermano ritti sulla testa mentre sorride della nostra scomodità e del terrore dei soliti turisti, che non sanno cosa sarà quando ci alzeremo tutti di colpo e balleremo come posseduti.

Io a volte ci provo, a dirglielo, “Kneel down, it’s fun!“, ma non sempre mi credono.

Peccato. Noi veramente ce la mettiamo tutta, a improvvisare balli che magari in Italia non ci capita mai di sentire dal vivo. Io a Napoli non avevo mai osato danzare, davvero. Tranne una volta alla Notte della Tammorra in Piazza Mercato. A un certo punto, in un cambio di musica, mi ero girata e avevo avuto l’impressione che tutti avessero qualcuno con cui ballare, tranne me. E quando a fine concerto m’invitò un tizio, i suoi amici gli lanciarono una scarpa che indovinate un po’ chi colse. Fu emozionante, però, perché al momento di Kali Nifta , una coppia che in Italia non si potrebbe sposare si era messa a ballare un lento in pubblico attraverso di me, stretta in un doppio abbraccio contento.

Qui a Barcellona si possono sposare tutti e io ballo da sola: il corteggiamento dei balli popolari mi annoia, se mi giro è per vedere se sto pestando i piedi a qualcuno. Però, oltre alle varie tarantelle, qualche tammurriata e pizzica, e canzoni carine e ritmate come Hagg vist’ (testo calabrese, giuro che al secondo verso capisco chchchchchmoooraaa, con la finale neutra catalana), mi piacciono pure quelle lente. C’è Melanconica che, cantata a tradimento da Piero al Pastis Poetry Slam, mi stava intossicando il premio guadagnato per eliminazione concorrenti (tutti scappati a prendere la metro tranne me e il secondo classificato): forse chistu core chino ‘e pena/ aggia rompere ‘e catene/ l’aggia libbera’.

E poi fanno Nun te scurda’. Per vendicarsi del mio chchchchmoooraaa Piero dice sempre chisto invece di chesto, ma la parte parlata chapeau, avevo difficoltà io, da adolescente…

E poi, come bis, se allucchi abbastanza, c’è lei. Brigante se more. Cantata a squarciagola con tanto di risata diabolica eh oh ah ah ah ah.

E, in mezzo agli amici spagnoli più gasati di loro (“Però això és català!”, “Si chiama napoletano”), questi gggiovani del Sud, partiti senza bastimente con un biglietto Ryanair (che se non lo stampi so’ 40 euro), ridono in faccia non so a cosa: al piemontese che avimma caccia’, ma ormai solo se canta lavali col fuoco; a quei catalani che pensano che siamo solo italianini che vomitano per strada, e ci parlano spagnolo pure se teniamo il C; a questa crisi dentro e fuori che ci porta a gridare che brigante se more in un pub irlandese, a cento passi dalla Rambla.

Eppure qua stiamo.

da abc.es

da abc.es

Gli chiedo di scrivermi due cose su Chávez.

Dice più tardi, ora è troppo scosso.

Gli spiego che i miei amici sono a lutto.

– Venezuelani? – chiede.
-Italiani.
No tienen ni puta idea.

Lui è un venezuelano di Sala Consilina, come ce ne sono tanti. Nipote di emigranti. Poco prima delle elezioni mi ha chiesto pure un consiglio per sua madre, su chi votare al Senato italiano. Anche se vince Berlusconi, aveva aggiunto addolorato. No, stavolta no, avevo risposto convinta.

Lo ricordo alle elezioni venezuelane, invece. Mesi fa. L’entusiasmo con cui invitava a votare per mandare via Chávez, e le sue belle foto nella sede elettorale improvvisata, con una fila fuori che arrivava a circondare l’edificio. Ci aveva creduto tanto, e alla riconferma del mandato aveva scritto un lungo messaggio rassegnato.

Ora ha paura per la sua famiglia, dice, quello che rischia di salire al potere è “ancora peggio”. Teme una specie di transizione dolorosa, violenta.

Io ripenso a quella manifestazione in Plaça Urquinaona, di cui ho già parlato.

Mi ci ritrovai nel bel mezzo, senza sapere che succedesse. I poliziotti m’impedivano di attraversare dal centro della piazza al marciapiede laterale, dovetti fare il giro lungo.

Al centro della piazza, gente dei centri sociali, all’apparenza autoctona. Con striscioni pro-Chavez.

Sul marciapiede, venezuelani. Con striscioni anti-Chávez.

– Sono i pijos – avrebbe sentenziato anni dopo Gabriel, un compagno del corso di catalano, finendo la sua “sigaretta aromatica”. I venezuelani anti-Chávez che vivono a Barcellona sono i figli di papà, con abbastanza soldi per fare il viaggio. Chávez ha alfabetizzato il paese, ha dato case, ha fatto molto per chi non aveva niente. Se i pijos hanno dovuto chiudere qualche radio per quello, problemi loro, la loro democrazia filo-yanqui è un bluff in tutti i casi.

Ripenso all’amica incontrata alla manifestazione, tra gli anti-Chávez. Mezza colombiana, figlia di un tassista, e il fidanzato scozzese della working-class di Edinburgo.

Strano sentire tanti pregiudizi da uno che smentisce i miei sui perroflautas: non è il pijo mancato di una famiglia bene, i suoi sì che sono emigrati dall’Andalusia. Ora, nessuno paragona l’emigrazione andalusa anni ’60 con quella latina più recente, ma insomma, le sue analisi mi sembrano esulare un po’ da quella politica.

Un amico autoctono mi dice, più pacatamente, che Fidel e Chávez si devono contestualizzare: rispetto alla schifezza di governi che trovi in America Latina, meglio loro. Non dobbiamo guardare alla cosa con occhi occidentali (ma scusate, l’America Latina sta a Oriente?).

Ma così siamo esattamente occidentali, dicono da uno degli accesi dibattiti su Internet che stanno spuntando in queste ore: paternalisti che dicono “vabbe’, dobbiamo fare due pesi e due misure, in Venezuela è un’altra cosa, poverini.

In attesa delle parole del mio amico pijo venezuelano, decido che il mio pregiudizio è sempre quello, e no, non faccio di tutta l’erba un fascio, ma è simile a quello verso i dittatori di destra, bonificatori di paludi, e gli imperialisti che però costruiscono “strade e ospedali” in colonia.

Rileggo il comunicato del Partito Comunista – sinistra popolare:

Chavez, presidente della “Repubblica bolivariana del Venezuela” per altri 6 anni, continuando il suo programma esplicitamente e coerentemente socialista: spesa pubblica decisa con partecipazione sociale, lotta all’analfabetismo e alla fame, lotta contro le disuguaglianze sociali, programmi pubblici per la salute e le abitazioni (3 milioni costruite), sviluppo dell’occupazione pubblica, riappropriazione statale delle risorse naturali (petrolio), finora rapinate dall’imperialismo e dalle sue multinazionali. Il numero dei docenti della scuola pubblica è stato moltiplicato per 5, il tasso di mortalità infantile si è ridotto alla metà. La tassazione è rigorosamente progressiva (come prescrive la nostra Costituzione violata).

Chavez punta a contrastare e sconfiggere due nemici potenti ed alleati: la borghesia oligarchica interna e l’imperialismo USA, in cerca di rivincita. Una politica simile a quella del socialista Allende in Cile, che provocò il golpe USA di Pinochet con la tortura e la mattanza di molte migliaia di comunisti e cittadini.

Quindi un trend antitetico rispetto a quello che viviamo in Europa e in Italia, con il rilancio dello Stato sociale e del potere d’acquisto dei cittadini. Invece che ripudio della politica e assenteismo elettorale, nel Venezuela di Chavez avviene, non a caso, l’opposto. Dunque un esempio vincente ed attualissimo del socialismo bolivariano, nemico del capitalismo. Chavez ha sempre dichiarato con fierezza che la sua politica è ispirata ai valori e alle proposte del socialismo di ieri e di oggi, sia latino-americano (Bolivar, Castro, Guevara ) che di altri Paesi del mondo.

E la domanda ingenua è: possibile che per fare tutte queste belle cose ci volesse un regime che in tanti, venezuelani o meno, non esitano a definire autoritario?

Anche qui va risposto ni puta idea?

da affaritaliani.it

da affaritaliani.it

Improvviso queste righe dopo aver letto la rabbia degli amici rimasti a Napoli, dopo il crollo a Riviera di Chiaia e la Città della Scienza in fiamme.

Due sciagure in un giorno sono troppe, per una città che in genere uccide col contagocce. Infatti leggo tanta disperazione e, soprattutto, rinnovati propositi di seguire il famoso consiglio di Don Eduardo: fuitevenne ‘a Napule.

Ma non così.

Lo so, sono cose che si dicono nella rabbia del momento. Ma se ci pensavate da tempo, non sia la rabbia a muovervi.

Rischiereste di ricominciare non una volta, ma tante. Tante quante ne servano a sbollirla, la rabbia, e magari di più.

È quello che è successo a me, partita a 22 anni. 10 anni fa. Rispetto a tanti di voi è stato pure facile, il dolore di lasciarmi le cose dietro non l’ho mai sentito. La paura sì, quella c’è sempre. Ma intuivo che le cose davvero importanti me le sarei portate appresso senza passare per il check-in.

Ognuno si crea il suo mito di fondazione. Sento chi resta dire spesso che lo fa per non arrendersi, che bisogna lottare per cambiare le cose. Lo capisco. Un motivo edificante aiuta a prendere decisioni amare, specie se è autentico. Ma mi chiedo spesso in quanti ci provino davvero, a “cambiare le cose” prima di trovare lavoro grazie agli amici di papà. E se qualcuno, tra quelli che lo dicono, non lo faccia in realtà per paura di annullarsi, di passare da un paesino soffocante a un vasto mondo indifferente, in cui devi pure imparare ad azionare una lavatrice.

Pure chi parte, ovviamente, si sente coraggioso. Ricominciare daccapo non è cosa da niente. D’altronde tra gli esuli volontari trovo spesso un misto d’insoddisfazione che credevano di compensare cambiando indirizzo. Magari hanno pure fatto il classico, e non ricordano che, come diceva il poeta, te stesso lo porti ovunque.

E il rischio è scoprire che vivere altrove non è l’Eldorado, e ritrovarti 10 anni dopo a chiederti se ne sia valsa davvero la pena, per un lavoro che spesso non era quello che cercavi, e una serie di errori che potevi fare anche in Italia.

Per me il problema non si pone. Ripeto spesso che ormai l’Italia mi sembra una forma mentis dai confini liquidi, che ne trovo più qui a Barcellona che quando torno in paese. E poi le do il mio voto, senza chiederle lavoro.

Ma capisco che non è così per tutti, e la geografia non è un’opinione.

Qualsiasi decisione prendiate, però, che sia per convinzione e non per rabbia.

Vi lascio con un bel brano che ho appena letto:

Stare sul mare tra Olbia e Genova, aggrappata alla ringhiera appiccicosa di salsedine del ponte della Tirrenia, la fece sentire forte, adulta, quasi libera, senza quell’ombra negli occhi che spesso conservava per tutta la vita chi emigrava forzatamente per mangiare, gente per nulla ansiosa di battesimi in cui fosse possibile scegliersi il nome da soli.
Michela Murgia, Accabadora

indignados2Beppe Grillo è stato gentile, con me.

Due anni fa, primavera 2011. Martellavo da qualche giorno quel sant’uomo di Augusto di italiaes.org, perché aveva organizzato lo spettacolo che Grillo avrebbe dato quel 19 maggio al Casino l’Aliança di Poblenou. Fammelo conoscere, gli chiedevo, magari ci fa pubblicità all’iniziativa che stiamo promuovendo per i referendum del 12 e 13 giugno.

E Augusto fu di parola, con qualche giorno d’anticipo. Passeggiavo per il Born con degli amici, di sera, quando lo incontrai fuori a una gelateria, con un gruppetto di gente:

– Volevi conoscere Beppe Grillo, no? Be’… Maria, Beppe Grillo.

Il diretto interessato mi diede la mano libera dal gelato. Mentre i miei amici si organizzavano convulsamente per scattare una foto, gli parlai del progetto, organizzare uno sbarco di italiani all’estero a Civitavecchia come gesto simbolico per invitare al voto. Lui mi disse che stava pensando a qualcosa del genere per il suo movimento, preferendo però l’aereo come mezzo di trasporto (allora pensai all’organizzatrice ecologista che si era tolta di mezzo perché la nave inquinava troppo). Gli chiesi di farci un po’ di pubblicità, e lui acconsentì. Poi si avvicinò ai miei amici:

– Ragazzi, posso chiedervi un favore? Vorrei farmi una foto con voi. È da oggi che vi seguo…

Risata, foto.

Il giorno dello spettacolo, dopo un po’ di volantinaggio, mi misi in prima fila perché si ricordasse dell’impegno preso. Se ne ricordò, ma aveva scordato me: a un certo punto, raccontando non so che magagna del Parlamento italiano, fece la gag di guardarmi un secondo e parlarmi in spagnolo, qualcosa tipo “Entiendes? Madonna, la gente di qua non deve capire niente di quello che dico, sono cose dell’altro mondo!”. La gente di qua. Sorrisi. Missione compiuta comunque, per quello che servì, e bello spettacolo.

Subito dopo andai dagli Indignados. Ebbene sì, il 15-M, la manifestazione del 15 maggio 2010 che aveva dato inizio a tutto, era passata da qualche giorno, e c’erano le tende in Plaça Catalunya.

È un luogo comune diffuso, quello di dire “mi mancano le parole”. Ma dovrò usarlo, mi mancano le parole per descrivere l’atmosfera che c’era in quella piazza. Conservo foto di distese di mani alzate, nelle assemblee, di pentole battute a tappeto ogni sera alle 21, anche nei quartieri, nel mio Raval. E poi le manifestazioni oceaniche in cui le nonne spingevano il carrozzino dei nipotini, con tutta la famiglia, e le mani si alzavano tutte insieme a salutare l’elicottero della polizia.

Qualcuno dice che è successo in Spagna, e non in Italia, perché noi non eravamo ancora disperati come loro. La burbuja inmobiliaria, la crisi immobiliare spagnola, ce l’avevano loro e non noi. Io non sono sicura che sia solo questo. Credo che per motivi eterogenei qui ci sia una maggiore capacità d’indignarsi, davvero. Di protestare senza per forza essere o troppo deboli, o troppo violenti.

Ma non è di questo che volevo parlare.

Mi premeva sottolineare che venissi dallo spettacolo di Grillo. E uno degli amici italiani in piazza, tra le tende e le assemblee che si organizzavano, non mi lasciò neanche dire quanto mi fosse piaciuto come comico: lo attaccò immediatamente come un caudillo qualunquista che distruggeva senza costruire, frammentando ulteriormente la sinistra italiana. Allora i paragoni con Berlusconi e Mussolini, se c’erano, erano sul nascere.

E invece Grillo era stato in piazza proprio in quei giorni, a dire che il Movimento 5 stelle aveva fatto le stesse cose degli Indignados, anni prima. Guardate un po’ il video alla fine dell’articolo.

È questa la cosa che mi è rimasta più impressa, del soggiorno di Beppe Grillo a Barcellona.

Il suo paragonarsi agli indignados. Specie ora che so cosa ne sia stato, del movimento.

Intendiamoci, ci ha fatto bene. Come diceva già lo scrittore Eduardo Galeano nella stessa piazza, non importa come sia andata a finire, l’importante è aver ripreso a parlare di politica, aver ricordato che è meglio scendere in piazza e parlarne tutti insieme, che lamentarsi a casa e cercare soluzioni personalistiche.

E poi gli indignados non si sono candidati. Ricordo che per un po’ anche gli spagnoli e catalani di destra cercavano di dialogare col movimento, e l’assenza di bandiere e simboli politici favoriva il dialogo. E poi, si cominciava ad avanzare l’ipotesi che le ideologie classiche siano inadeguate ai tempi moderni, senza dover per forza essere tacciati di qualunquismo (termine, peraltro, difficile da tradurre in spagnolo).

Gli amici che dai bar di paese scuotevano la testa, sottolineando l’importanza dei partiti come strumento di coesione e organizzazione, mi sembrarono antiquati come dovranno sembrare ora a certi grillini: non che avessero torto a priori, ma erano troppo attaccati a quella parte fondamentale della loro identità per essere davvero in grado di metterla in discussione.

Ebbi la fortuna di vedere pure gli indignados francesi, e proprio il 4 luglio: vederli, ahimé, più che capirli, mentre la polizia li autorizzava ad accamparsi solo senza duvet, e discutevano su cosa intendesse la polizia per duvet.

Ma a Barcellona il movimento si screpolò, si frammentò nelle assemblee di quartiere, che dopo l’entusiasmo inziale si frantumarono a loro volta: i più assidui, almeno nel Raval, cominciarono a essere quelli più radicali, le signore franchiste smisero presto di portarsi la sedia sulla Rambla del Raval, per non sedersi a terra con noi.

Cosa rimane? Tanto. Tante iniziative politiche e sociali promosse da allora hanno la stessa impronta libertaria, lo stesso spirito democratico che porta a discutere e decidere tutti insieme. E ripeto, la gente ha più chiaro che indignarsi sia un diritto, a volte un dovere.

Il Movimento 5 stelle, che Grillo faceva così vicino agli Indignados, si è candidato, è diventato il primo partito italiano. Avete seguito più e meglio di me i primi passi in Parlamento, le chiusure e gli insulti. E la discussione interna sulla possibilità di slegarsi dalle direttive dall’alto.

Anche degli indignados si vociferò che fossero manovrados, e anche in questo caso mi sembrò una prova della piccola mente degli italiani che non capivano un movimento del genere.

Ora, francamente, non so che pensare. Alle elezioni ho votato Sel. E quelli che hanno fatto una scelta simile ora vogliono aggrapparsi al filo di speranza offerto dalla sorpresa 5 stelle, dalle coscienze dei singoli che compongono il movimento.

Davvero, non so.

So solo che la gente che aderisce a movimenti del genere, viene da storie diverse, e le ha portate direttamente in piazza, per confrontarle con quelle altrui. E non per distruggerle a priori, davvero. Per costruire, o almeno provarci. A prescindere da cosa pensi chi abbia cominciato tutto.

A conservare questo spirito, magari, qualcosa di buono prima o poi ne esce.

insigneMa cos’è sta vineria, io sapevo il Pavean.

Infatti arrivo fino alle “pompe gemelle”, una perla della toponomastica locale, che Udinese-Napoli è già iniziata e devo ammettere che ho perso la bussola.

Come la settimana scorsa, che cercavo Siddharta (unico negozio fricchettone ad aver tentato l’avventura paesana) e ho scoperto che era chiuso. Come la cartoleria che, storpiando il nome, chiamavamo Culo così, carestosa e non ti faceva neanche lo scontrino.

Ma la vineria, scopro quando la trovo, ci ha guadagnato, nella trasformazione. Piccola e accogliente. Solo che sono l’unica donna. Anzi, no, ce n’è un’altra, e la cameriera slava. Quelle della seconda sala le scoprirò poi, qualcuna addirittura struccata. Io per una volta che ho ‘nu jeans e ‘na maglietta li trovo quasi tutti in camicia e maglioncino, quelli seduti intorno alle panche a guardare il Napoli. Sgranocchiano cestini di spassatiempo (nocelle, mandorle ecc.)… Ok, gli ex compagni di scuola li riconosco facile, e pure quelli dell’altra sezione. Ma questo ragazzo che mi ritrovo davanti, sedendomi storta di fronte a Insigne che non va mai a segno, questo andava forte nella comitiva chiattilla, vero? Quella delle ragazze che si spalmavano languide la crema Dune di Dior, prima di scendere e baciare lentamente tutti i motorizzati, una guancia per volta, e allontanarsi da me se dovevano dirsi segreti importanti.

Ora la cosa importante che abbiamo da dirci è che l’Italia non ha il governo.

E il Napoli sta facendo ‘na chiavica di partita.

Pure Diego avrà spento la TV. Che figura ci facciamo, Maradona a Napoli a cancellarsi i debiti in un colpo di spugna, appellandosi al sentido común (e stavolta so cos’è) e questi giocano così, con questi passaggi che non portano a niente. La Juve si allontana e il primo marzo saranno croci a smerza.

Io il primo marzo sarò già a Barcellona a ripetermi che ho fatto bene, ad andare a votare. A convincermene.

– A quanto stammo? – ci chiediamo nell’intervallo. Non la partita, quella è sempre 0-0. Le cicche cadono sul marciapiede, gli iPhone si accendono su Repubblica, Corriere e quant’altro.

-Eh, sta in vantaggio lui.

Non si nomina, come quando vivevo qua. Porta seccia.

– Pecché tene ‘a Lombardia, chillu mErda.

Parliamo dell’Italia che va a rotoli e non posso fare a meno di notare l’accento di paese. Le e aperte, quasi a, le a quasi o, qualche doppia di troppo rispetto al napoletano standard.

Tu l’ ‘e ‘a fUrni’. Bersani mo’ tiene 167 seggi.
S’ ‘e chiOva ‘n faccia.

Votano anche Sel, scopro. Più di quanto credessi. Qualcuno ha votato PD al senato, turandosi il naso, per impedire lo scenario che ora si prospetta. Ce n’è uno che ha votato i marxisti. Non quelli per Tabacci, quelli veri.

maradonaIl secondo tempo non offre chissà che brividi, a parte qualche tiro in porta e un rigore mancato (Ma qua’ simulazione?). Speriamo fino all’ultimo, fino all’ultimo, che il compaesano Lorenzo ci faccia almeno un gol. Ma niente, Diego starà sbadigliando quanto noi.

Solo che lui poi torna in Argentina, il dio della mia infanzia, quello che veneravano pure quegli zii che non credevano in Dio.

Io, invece, torno a Barcellona. Da quelli che hanno votato per posta o sono venuti apposta, come me. Che si sono candidati, pure. Che a ogni manifestazione stanno lì a sostenere, a solidarizarse, e poi gli dicono che sono scappati.

Da quelli che, guardandoci in faccia a un tavolino di c. Robadors, la strada delle puttane, dicevano che sarebbe strano, proprio strano, incontrarsi in Italia.

E che invece ora, per me, sono più Italia di questo bar di bestemmie trattenute e spassatempo. Più dell’Italia stessa.

Peccato che, a parte gli arachidi, lo spassatempo non so dove trovarlo.

metrovanvitelli È ufficiale: non so più venire a casa tua.

Vabbe’ che ora stai lontano e non ti ci troverei nemmeno, ma cavolo, il Vomero non lo conosco più.

Pensa che in metro ho dovuto chiedere a una se per arrivare a via Kerbaker dovessi scendere a Vanvitelli o a Medaglie d’Oro. Quella credeva che a Vanvitelli ci fosse proprio l’uscita Kerbaker. E attraversando quella stazione labirintica, più vecchia di 10 anni, ho ricordato te che mi chiedevi “Fammi capire, non hai mai ammesso che fossi il tuo ragazzo, e ora sono diventato il tuo ex?”.

Chissà se a dirti che sei stato ampiamente vendicato saresti venuto con me da Loffredo, per la presentazione di Mondo Azzurro.

Sì, magari tu a Granada non hai mai visto neanche una partita del Napoli. Ma qui si parlava del Napoli di chi se n’è andato, dei napoletani all’estero come me e, prima, te.

E per Marco Rossano, l’autore, Napoli e la napoletanità sono un marchio da esportare alla faccia dei pregiudizi, del “terrone” detto per scherzo da un catalano che, se tu e io fossimo di Quito, non ci chiamerebbe mai sudaca.

Anche attraverso il calcio. Nel dibattito che è seguito (sì, il dibattito sì), tra discussioni su cultura, lingua, e sport come forma di politica, una delle domande è stata “come si fa a essere napoletani e tifare altre squadre?”.

E Pino Imperatore, che moderava fresco di secondo libro, ha rivendicato questa possibilità nonostante la passione viola.

Ma io e te lo sappiamo, che la passione ha mille strade, non tutte lineari. T’innamori da piccolo di una divisa, o della squadra che ama tuo padre, o di quella della città in cui vai in vacanza.

La mia passione si è riaccesa al Camp Nou il 22 agosto 2011, ci sono rimasta secca come a 9 anni, quando festeggiavo in una Piazzetta di Capri per una volta scostumata e felice. Nel ’90 vincevamo, nel 2011 ci distruggevano. Ma che importa.

E poi gli essenzialismi in cui sfociano questi discorsi sono figli di ferite vive e aperte, e lunghe da rimarginare, che noi ci siamo leccati da lontano fin quasi a scordarcene. E forse guadagnando, suggeriva Marco, una nuova obiettività nel vedere le cose belle che i napoletani scordano perché vi sono immersi. Come la Sanità e i suoi tesori, rivendicava Pino, che ridendo e pensando la fa percorrere tutta d’un fiato.

Come la tua San Martino, pensavo io.

Ti rivedevo di notte, seduto a gambe incrociate sul parapetto, che davi le spalle a Sant’Elmo per goderti quella vista mozzafiato. Mi confessavi che ogni tanto ci venivi da solo e ti dicevi:

– Un milione di anime.

Allora le vedevo anch’io. E per una volta, con tuo grande sollievo, restavo senza parole.

Ora sappiamo che quel milione di anime campa benissimo anche senza di noi seduti lì a guardarle.

Ma come le guardavamo noi, Sebastia’.

Come le guardavamo noi.

starrynightLo incontro per caso, in mezzo alla strada.

Mi aveva mandato un invito per una rimpatriata al Manchester Bar del Gotico, ma no, dovevo ritrovarmelo davanti proprio mentre andavo a correre in pantaloni neri, scarpe blu e felpona grigia del 1998.

Lo invito al compleanno e ricambia con una paella, salvo scoprire che da Romesco non accettano carte di credito e chiedermi 20 euro (che mi restituisce al primo Bancomat).

In questo non cambia mai, è quello del culo olandés. A chi gli chiedeva, 3 anni fa, perché non ballasse nei vari locali che frequentava quasi ogni notte, tanto al lavoro aveva il turno pomeridiano, rispondeva serio: “Mi spiace, soffro di una malattia congenita che si chiama sindrome del culo olandese, non posso muovere i fianchi”.

Da allora sono passati un trasferimento in un altro paese e un figlio di due anni, fatto con la “ragazza interessante” che aveva incontrato una sera allo Sugar Bar. Conosco almeno 3 coppie sposate e/o con figli che si siano conosciute tra lo Sugar e il locale accanto. A lui, però, è andata male, “la puttana” si è trasferita fuori città e il bambino lo può vedere due giorni a settimana. Se non fosse per lui, mi sa, tornerebbe a Barcellona.

Perché quello che più mi colpisce, del mio amico, è che lui la vita che facevamo la rimpiange.

Quella che fanno tanti stranieri nei loro primi mesi a Barcellona. Di bar in bar, a ubriacarsi con gente interessante che dura lo spazio di una notte, di una crociera, a sentirsi giovani e belli e senza pensieri. Qualcuno dice “questo non sono io”, lo considera una parentesi prima di tornare a una vita noiosa e reale. Qualcun altro non smetterebbe mai di farlo.

Poi c’è il post-sbronza, che in spagnolo e in inglese un nome ce l’ha, hangover, resaca. Più hangover, mi sa, perché questa Barcellona parla soprattutto inglese. La puoi vivere e bere tutta per anni, lo spagnolo lo impari poco e male. Il catalano? A che serve.

E lui era il più accanito, quello che non si stancava mai, additato come caso curioso dai pochi amici autoctoni che avevo.

Io, invece, un giorno mi ero svegliata con la testa che mi scoppiava, i capelli che puzzavano di sigaretta (ancora si fumava nei locali) e mi ero resa conto di vivere il vuoto. Uno sfavillante nulla innaffiato di birra e cicchetti di tequila e cervezabeer 1 euro, amigo, in cui gli “amici” si ricordano di te solo il fine settimana, e il francesino giovanissimo che ti tieni si tiene un’altra in un locale a pochi metri.

E me n’ero chiamata fuori.

Ora scopro che anche il nulla evolve, si sviluppa, invecchia. Che delle altre coppie etiliche una si è trasferita a Edinburgo, la città di lui, e lei che è colombiana si sta deprimendo, e un’altra si è sposata da poco e pensa alla patria di lei, il Messico.

– Quello che mi colpisce – spiego all’amico sulla Rambla del Mar, dopo la sua pisciatina di rito sotto al ponte – è che nessuno di voi ha pensato nemmeno un momento che Barcellona fosse un buon posto per crescere un figlio.

E non per la crisi, ‘sta gente lavora e non sempre torna in paesi che se la passino meglio. No. Semplicemente conoscono solo la Barcellona che ho descritto, l’altra non la sospettano nemmeno o la credono una noiosa chimera per catalani.

Io stessa stento a conoscerla, anche se ci provo. So per certo che la Barcellona che mi ha vista crescere con quest’amico balzano e dolcissimo, nel caos interno che si porta sempre dietro, quella Barcellona che lui rimpiange io non la rivorrei mai e poi mai.

Gliel’ho lasciata sulla Rambla, coi due baci di rito, e sono tornata a casa.

007 Innanzitutto uscire.

Quando stai così, mettiti i jeans, che li odi ma li hai comprati apposta per queste improvvisate, e fanculo alla palestra, vai dritta alla Rambla del Mar.

L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta, come diceva quel capellone, ma non subito. Intanto siediti e guarda il mare. Ti ha sempre rilassato, il mare visto dal ponte di legno. Non quello principale, ma il pontile a destra, con le panchine.

Ti è piaciuto fin dalla prima volta, al buio, coi fari del Port Vell in lontananza e i tacchetti fini che s’impigliavano ogni due assi: che ne sapevi che era di legno, sta rambla, e poi avevi un braccio a sostenerti. L’hai pure ritrovato, quel braccio, anche se lontano e virtuale.

Però la Rambla del Mar ha due inconvenienti.

Uno è che si apre. Per la gioia dei turisti, che prima si chiedono il perché dello strepito della sirena, e poi vedono il ponte dividersi in due parti, che scivolano lentamente sui lati per far passare una barca.

L’altro è che c’è sempre gente, pure a quest’ora di domenica. E allora non ti sorprende che accanto a te si sieda un signore con un enorme blocco di fogli (un pittore?) e cominci a canticchiare canzoni che sembrano antiche.

Ma è abbastanza lontano perché il tuo cappuccio, alzato per evitare il sole, t’impedisca d’interagire.

Finché il nuovo venuto non ti chiede in catalano:

– Posso farti il ritratto?

Non capisci e te lo ripete in spagnolo. Dici no, e non fa in tempo a precisare che è gratis, è per lui, che già ti stai irritando perché sia passato allo spagnolo. Con tutto il tempo e il denaro che hai dedicato al catalano!

Dice che le italiane di solito parlano spagnolo, lì (ma a quel punto vi siete già scambiati i posti, che la luce è migliore dal lato suo), e capisci quanto sei fortunata a conoscere italiani sensibili, colti o semplicemente abbastanza paraculi da capire che il catalano serve eccome.

E niente, inizia questa conversazione. La sua vita a Parigi, la tua a Barcellona, il tuo libro e il suo studio di pittore, e poi il porto e le sue storie, quelle che tu hai studiato sui libri e che lui s’è bevuto insieme al latte.

Quando dice che le donne sono considerate artiste pacate, prudenti, pensi a Lluïsa Vidal, ai suoi bambini e alle signore vestite di tutto punto, e a Donya Carme che la difendeva dicendo che nudi non ne poteva dipingere, perché non poteva guardarne, e se fosse stata un uomo l’avrebbero portata in palmo di mano.

Ah, conosce pure Donya Carme! Temevi che perché non girasse con la A di Anarchia sul corsetto la considerassero ancora una Dama de Estropajosa, come le scrissero una volta (e lei sul giornale definì gli insulti alguna fibladeta. Che classe. Tu avresti detto chitemmuort’).

Intanto il ritratto procede. Tre tratti rapidi, e ti sembra troppo generoso. Specie il naso.

Te lo vuole pure offrire, ma dici di no. In italiano spieghi che non è il giorno più bello della tua vita e lui ti ha regalato un sorriso, ed è molto. È incredibile quanti luoghi comuni ci escano di bocca, quando parliamo tra stranieri. Ed è strano notare che a volte non servono altre parole.

Chi ha visto il ritratto dice che sarà anche bello, ma non ti ci riconoscerebbe, non potrebbe mai dire che sei tu.

Tu sì. Ha preso una parte di te che hai sempre sospettato. Che era lì, persa da qualche parte, e che nessuno specchio o foto ti aveva mai restituito.

Si vede che c’era.

breast-feeding-statueÈ quando alzo gli occhi dal piatto, distrutta dall’immensità della razione di riso, che lo vedo.

Scende incerto le scale tra il bancone e i tavoli, le scarpe minuscole come gli occhietti che sembrano graffi, ma allegri, sul nasino che è quanto un pollice.

Lo riconosco subito, ed è strano.

La prima volta che l’ho visto non era ancora nato.

E io andavo di fretta. Nell’appartamento che avevo lasciato di corsa, precipitandomi nel ristorante cinese di sua mamma, si stava consumando una piccola tragedia gastronomica. Di quelle che succedono quando dei sardi di buona volontà hanno il gentile pensiero di invitare ANCHE il tuo ragazzo.

– Ma lui è musulmano, ragazzi. Sicuri che…?
– Ma certo, figurati!

Appena arrivati ci era venuta addosso la padrona di casa, il cappotto infilato a metà:

– Scendo un attimo, ci siamo scordati di comprare l’acqua!

In tavola solo vino e birra. Al ritorno della gentile donzella, un altro dubbio per il cuoco:

– Ma il ragù con che carne l’hai fatto?
– Di maiale.

Panico.

– Tranqulli – avevo fatto io, sbirciando l’amato bene seduto sul divano – il secondo piatto basterà. Vedo una pentola di zucchine e gamberetti, no?

– Ah, meno male – aveva risposto il cuoco, versando mezza bottiglia di vino nella wok indicata.

Ed eccomi qui, al ristorante cinese, a ordinare riso alle verdure SENZA carne. Stupita perché la graziosa cameriera che mi serviva, che sembrava poco più di una bambina, aveva un pancione più grande di lei. Quanti anni poteva avere? E il pancione la rendeva più bella, o era sempre così?

Avevo ignorato i commenti del signore ubriaco, che in seguito avrei sempre trovato lì, a guardare la televisione e spiare le clienti, ed ero corsa via col prezioso fardello, da unire ai tortelli improvvisati sul momento.

Anche adesso pago direttamente alla cassa.

– Quanto tempo ha, il piccolo? – chiedo alla mamma che gli sistema le maniche.

Ormai mi conosce così bene che quando mi vede dice subito pasta de aLLoz sin caLne. Ma il fagotto intravisto una volta sola in una culla, in cima a delle scale, era sparito insieme al pancione.

– Un anno e mezzo – risponde contenta, come se le avessi fatto un complimento.

Già.

E in quest’anno e mezzo abbiamo imparato tutti e due a camminare.

Lui piano, cadendo in continuazione, piangendo o magari osservandosi stupito avere fame e sete e sonno, senza sapere che i suoi occhi a virgola sono diversi dai miei che ora lo ammirano più grandi del solito.

Io… Pure. Incespicando tra certezze instabili e solide precarietà, sbagliando le scorciatoie e infilando tutte le strade che allungano il percorso.

Chissà se per lui sarà così. Se dovrà imparare anche lui a camminare più e più volte.

Quante volte…?, mi chiedo ogni tanto, esasperata.

Finché qualcuno non mi ha risposto:

– Tutte quelle necessarie.

Amen.

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