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un-uccellino-che-viene-dal-fiume-azzurro-L-njG9GUQuesto è un messaggio di solidarietà per tutti coloro che a un certo punto della loro vita si sono trovati nella sgradevole situazione di essere reali. Specie quelli che lo sono stati per me, senza che riuscissi a perdonarli per questo.

Non sono impazzita, voglio solo dire che essere reale, in una relazione, che sia padre-figlio o di coppia, a volte è una colpa terribile. Non ci possono proiettare addosso tutto quello che vorrebbero fossimo.

Lasciamo perdere l’elaborazione del lutto che devono fare quei genitori frustrati che ancora vorrebbero un figlio, una figlia che li riscattasse dalle loro delusioni. Allora i figli sentono di non essere mai abbastanza, perché non c’è Nobel vinto per interposta persona che faccia sentire meglio con le proprie sconfitte.

Nel rapporto di coppia, invece, sono stata spesso carnefice e a volte vittima di realtà. Cioè, ero vera, ero lì, ero pronta a dare amore e a riceverne. Non ero un contatto facebook, un numero di telefono da esitare a chiamare, non ero una specie di mistero da risolvere manco fossi un cruciverba o un rebus, frase (3, 1, 4, 2, 4, chiave: vai a fare in c…). No, ero una persona vera, passibile di svegliarsi la mattina con due occhiaie così, di essere un po’ gonfia durante i giorni del ciclo, di non andarmene alla prima occasione per il primo stronzo che fosse già nell’aria fin dall’inizio.

Perché si chiama pensiero magico, l’idea per cui quando otterremo l’amore di una persona, di solito irraggiungibile, la nostra vita sarà semplicemente perfetta. E questo pensiero magico rende tutto più sopportabile: pensateci, è una lotteria. Chi lo abbraccia vive male, ma se solo lei/lui lo amasse le cose andrebbero molto meglio. Con quest’idea la vita quotidiana diventa molto più sopportabile senza alzare un dito, o affaticandosi molto poco. A sperare ci vuole un bello sforzo di fantasia e a volte coraggio; ciò che non è necessario, anzi, in qualche caso è superfluo, è quell’olio di gomito che manco in grandi quantità risolve tutto con certezza.

E allora, perché “abitare” la realtà quando si può vivere in una bolla di sapone? In cui non ci siano mai discussioni, perché un rapporto vero non c’è, anzi a ben vedere non c’è nessuno con cui discutere. In cui la persona irraggiungibile di turno resta il numero di mesi giusto (in genere il conto non occupa le dita di una mano) perché la sua pelle perfetta non venga a noia e i pomeriggi passati solo a fare l’amore non diventino un po’ ripetitivi, se non integrati col tentativo di conoscerla così com’è, e non come la stiano immaginando.

Ma no, che palle, tutta questa vita reale. Che difficoltà assoluta. Meglio vivere nel mondo della fantasia, vero? È così bello e rassicurante, l’unica certezza è che la felicità, quella vera e tangibile, è domiciliata altrove. Ma meglio che niente.

A quelli veri, invece, specie quelli che ho danneggiato io, e a me quando mi sono sforzata di essere vera finendo sottosopra come una tartaruga scema, vanno tutta la mia solidarietà e questa canzone.

cat-stringPerché facciamo le cose che facciamo? Perché crediamo che quell’operazione vada compiuta quotidianamente, che quell’idea vada condannata a priori, che il progetto che avevamo pianificato debba compiersi così e solo così?

Ho letto due storielle, in proposito.

La prima è di un’autrice americana il cui libro si è perso nei meandri di un trasloco. Seguendo una ricetta di sua nonna, tramandatale da sua madre, toglieva sempre le due estremità a una fetta di carne, prima di cuocerla. Un giorno, incuriosita, chiese a sua madre la ragione di quell’operazione, e scoprì che erano in due a ignorarla. L’autrice allora chiamò la nonna, le pose la fatidica domanda e dall’altro lato del ricevitore, dopo un momento di silenzio, ascoltò: “Tolgo le punte alle costolette perché la mia padella è troppo piccola per contenerle!”.

La seconda storia, che non ricordo perfettamente, credo di averla presa da Jorge Bucay, autore argentino da prendere col contagocce, ma in certi momenti interessante: in un monastero non so dove in Asia, c’era un gatto che infastidiva i monaci durante la meditazione. Allora il maestro decise che, ogni volta che ci si accingesse a meditare, il felino venisse legato. Per la gioia del WWF, la pratica diventò un’abitudine, tanto che la proseguì il successore di quel primo maestro e il gatto venne legato anche quando, ormai vecchio e stanco, non avrebbe mai potuto importunare nessuno. Quando l’animale, infine, morì, il nuovo maestro mandò subito a comprare un altro gatto da legare.

Ok, Mille e una favola è finito. Quello che volevo dire è che spesso le nostre abitudini e convinzioni, i nostri piccoli riti, sono nati in una fase della nostra vita in cui, in effetti, avessero una propria utilità: nessuno vuole della carne cruda sulle punte (specie io che non ne mangio) o un gatto che gli venga a graffiare il posteriore in un momento di relax e abbandono totale (però mandarlo a fare un giretto, invece di legarlo, no?).

In qualche caso, poi, l’abitudine che abbiamo acquisito era anche una falsa risposta al problema: a 12 anni mi votai al pessimismo più assoluto perché, come molti adolescenti, percepivo il contesto in cui vivevo come ostile. Figuratevi quanto fosse dannoso un atteggiamento del genere in momenti che, a non avercelo, avrebbero potuto essere decisamente più felici! Pensiamo anche a tutte quelle persone che rinunciano all’amore perché la loro prima volta è stata deludente, applicando così una giusta precauzione (evitiamo gli stronzi) a un contesto inadeguato (evitiamo tutti).

Se non “aggiorniamo” i nostri rituali, dunque, quei gesti che abbiamo compiuto in momenti in cui ci fossero utili ora oscillano tra il superfluo e il dannoso, con variazioni sul tema.

Non ho problemi a mettere lo stesso vestito a un esame, se mi dà sicurezza o mi ricorda di quando ho superato Diritto Privato a pieni voti. Il problema è scoprirlo sporco in lavatrice e andare all’esame nervosissima, prendendo un brutto voto che mi pare confermare la valenza apotropaica del vestito (vedi sempre profezia che si autoavvera).

Forse è meglio toglierci il prosciutto (meglio la bietola, va’) dagli occhi e renderci conto che non ci sono scappatoie, la vita va affrontata di volta in volta anche quando ci spiazza e siamo soli con le risorse che abbiamo in quel momento.

Dobbiamo solo scegliere quella più adeguata al problema.

Senza barare.

aspettando godotL’altro giorno ero vicino alle due torri, a Vila Olímpica, quelle sul mare che si vedono dalla Barceloneta. Ero andata apposta all’università nei dintorni a informarmi su un master. Prima ancora avevo mezzo discusso col mio ragazzo per l’ennesimo programma saltato per un imprevisto (abbiamo vite complicate). La segreteria del master era chiusa, una soluzione col tipo non l’avevo trovata, e piovigginava. Se fosse venuto un cagnolino a pisciarmi sulle scarpe, avrei vinto il Premio Sfiga.

Prendendo la metro ho rivolto un’ultima occhiata alle due torri. La loro pacchiana imponenza era quasi poetica, nella nebbiolina da giorno nuvoloso.

Mi sono resa conto che in altri tempi le avrei raggiunte sotto la pioggia, la gonna troppo leggera svolazzante nel vento (stavolta avevo i jeans), i lunghi capelli a occultarmi la vista (ora li tengo a carré) e avrei sfidato le intemperie per sedermi sulla riva del mare e… e sognare, immagino.

Pensare al tipo di turno che non mi filasse proprio, e chiedere alle onde se non potesse considerarmi, prima o poi (ricevendone in risposta il solito sciabordio pigro tra i pochi ciottoli importati). Oppure chiedermi drammaticamente dove mi avrebbe portato ancora la vita, mentre apolide senza un piano e senza prospettive [scatta la colonna sonora di Via col Vento] decidevo di non scendere mai a compromessi con la vita.

Insomma, mi sarei seduta in riva al mare ad aspettare Godot. Ho ripensato alla prima volta che ho letto un brano della commedia di Beckett, dall’antologia delle medie, con una compagna di banco annoiata da una supplenza. Recitando una battuta ciascuna, non capivamo dove iniziasse la storia, ma ci divertiva quel dialogo che non portava da nessuna parte. Soprattutto cominciavano a chiederci seriamente quando arrivasse sto Godot. Aveva avuto un incidente? Aveva trovato traffico sull’Asse Mediano, come la prof. che aspettavamo? Il titolo era riportato solo alla fine. Scoprendolo, ci eravamo messe a ridere come pazze.

Insomma, sto Godot non arrivava mai e intanto succedeva tutto il resto.

Mai a pensare che, una ventina d’anni dopo, aspettare Godot sarebbe diventata la scusa numero 1. Non più un’affascinante riflessione sul (mancato) senso della vita, ma la vita stessa.

Finché si aspetta Godot, non si corre il rischio che la storia inizi.

E allora non c’è pericolo di trovare chiuso l’ufficio del master, che già presagisci che non ti aiuterà granché a inserirti nell’ennesima università esclusiva ed escludente. E non ti affanni nemmeno a cercare di portare avanti una storia con una persona in carne e ossa, che è lì con le sue differenze e i suoi cambi di programma che cerca di conciliare coi tuoi.

Ma cosa succederebbe, mi sono chiesta allora, se Godot arrivasse?

Ho ripensato agli amici in paese che dopo aver predicato “Me ne voglio andare da qua!” sono rimasti qualche mese in terra straniera, senza trovare lavoro né cercarlo con alacrità, per poi tornare a casa con una scusa qualunque.

Oppure a me stessa, quando alla vigilia della mia partenza per Barcellona ho intravisto la possibilità di finire col mio amore impossibile, al ritorno da questo stupido Erasmus di dottorato… E che ho fatto? Be’, dico solo che sto a Barcellona da sette anni.

Perché Godot si aspetta a una sola condizione: che non arrivi mai.

Se arriva, finisce tutta l’opera, perché a quel punto deve iniziare. Dobbiamo, iniziare. A recarci in segreteria un giorno che sia aperta, a litigare con un essere umano in carne e ossa, non uno che non ci lascerà mai perché, non importa quante volte ci finiamo a letto, di sicuro non ci finiremo mai insieme.

Insomma, se c’è davvero un Godot da aspettare, ben vengano la pioggia e le onde del mare e le speranze affidate al vento e tutte le altre corbellerie da film romantico.

Ma se l’attesa è diventata una scusa per non cominciare mai a fare le cose, per paura di fallire, allora rassegnamoci al fatto che Godot potrebbe arrivare e non avremmo più scuse per restarcene a riva a fantasticare.

A questo punto, mandiamogli un WhatsApp e avviamoci da soli.

magnaniRitorniamo un attimo al post “da salotto” sulla bellezza, perché volevo fare un esempio su ciò che intendessi, per amarsi per quello che si è ecc.

Come frase fatta lo so che è efficacissima, la questione è associarle gesti quotidiani.

Per me questo compito ingrato ce l’hanno avuto facebook e un ex, che ieri ho visto commentare il solito articolo dal risultato incerto sulle critiche agli standard di bellezza.

Ebbene, lui si dichiarava “colpevole” di apprezzare questo modello di donna tanto vituperato, bionda grissino faccia depressa. E a distanza d’anni e con la pace fatta, mi ritrovavo a contemplare la foto a cui si riferiva.

Irresistibile per il giovanotto che, invece, era riuscito senza troppi sforzi a resistere a me.

Ebbene, mi sono resa conto che, quando cercavo di farmi notare dall’uomo che si crucciava di apprezzare la foto, forse provavo pure a scimmiottare un po’ quel tipo. Quanto alle misure, l’inappetenza me la offriva gentilmente l’ex stesso, e anzi, chi avesse bisogno di vestiti taglia M si facesse un giro a Barcellona, che so’ anni che non so a chi rifilarli.

La questione altezza, già sapete, non ci si può fare molto, per i capelli vabbe’, si faceva quello che si poteva con le peggio mèches. E la tristezza veniva con la perdita di peso.

Riuscivo a essere questa della foto? No, al massimo ne ero diventata una specie di parodia invecchiata, ingrigita, un po’ bonsai quanto a stacco di coscia.

Mentre riconfermo l’epic fail e mi prendo a schiaffi da sola anche solo per averci provato, un amico mi allega in chat le foto di una serata insieme.

In una sto un po’ corrucciata, il trucco non perfetto ma espressivo, una mano messa naturalmente a reggere una testa in quel momento troppo occupata in pensieri vacui.

L’effetto? Grazioso, mi sembra. Decido di adottarla, quest’immagine, di adottarmi, in quel momento pensoso e un po’ sbavato, ma in fondo sereno.

Insomma, la imposto come foto profilo e piovono complimenti. Tanti. Commenti entusiasti, qualche paragone con bellone storiche di quelli che dici “magara!”.

Torno a guardarmi, ripensando alla modella della mattina. Non alla ventenne che spero sorrida da qualche parte coi soldi della foto, ma all’Eterno Femminino che volevano farle incarnare.

Non sono lei, né lo sarò mai. Né avrei voluto esserlo, a dirla tutta, se non fosse stato per piacere a colui che invece ne era rapito.

Nella foto, invece, sono proprio io.

E nella mia foto il bello è che non sarò mai nessun’altra, e nessun’altra sarà mai me.

Che tanto vale essere me stessa in quel modo, non incarnare mai nient’altro che me nella mia essenza, invece di prendere in prestito le essenze altrui.

I risultati possono essere sorprendenti. Perché di modelli di bellezza ce ne sono tanti, e cambiano con la storia, e tanti ne sono i portatori sani che si avvicendano sulle copertine, dandosi il cambio.

Invece quello che siamo succede una volta sola.

di Sarah Gignac

Brain in a cage, di Sarah Gignac

Lo so, come ci si sente. Abbiamo aspettato per secoli una soluzione, ed è arrivata. Pure efficace. Solo, non era quella che ci aspettavamo.

Volevamo un ritorno dell’ex che aveva sbattuto la porta, e che in quel messaggino che si degnava di mandarci ogni tanto cominciava perfino a chiederci “come stai”, invece che parlare solo dei suoi problemi… Roba che di qui a 10 anni ci offriva perfino un caffè. Quand’ecco che improvvisamente ci ritroviamo catapultati in una nuova storia, che in più alle difficoltà di tutti gli inizi deve convivere con questo macigno del ricordo, dell’averla cominciata dicendo “Non sono ancora pronto”. Anche se i fatti ci contraddicono abbondantemente su quest’ultimo punto.

Oppure stavamo lì a sperare nel trasferimento del collega odioso all’estero, così avremmo avuto i suoi incarichi, e scopriamo che ha trovato il modo di tenersi la borsa o lo stipendio qua e pure in Papuasia citeriore. Però c’è questo scambio accademico, senza borsa, con un’università che ci fa capire che un po’ di soldini, a lungo andare, potrebbero uscire. Ed eccoci a fare la valigia, decidendo di crederci.

Oppure… Fate voi. Ognuno ha i suoi esempi di soluzione che non era quella che ci aspettavamo, e che come prima reazione abbiamo respinto.

Sapete qual è il problema? Secondo me, almeno. Che non sappiamo vivere fuori dalla nostra testa. Che siamo così intrappolati nei nostri schemi, nella nostra idea di come potrebbe andare, che non sappiamo visualizzare nient’altro, pensare a nient’altro, concepire nient’altro che la soluzione che avevamo deciso per noi. Con lo stesso spaesamento che proviamo quando dobbiamo arrivare da qualche parte e, invece di ritrovare il percorso arzigogolato che era l’unico che sapessimo fare (ripetendo perfino i punti in cui ci eravamo sbagliati ed eravamo stati costretti a tornare indietro), troviamo proprio la scorciatoia, e allora ci sembra che qualcosa non vada.

Ma, mentre la nostra mente è impegnata a dirci che o si fa come dice lei o niente, il nostro corpo già sta andando.

Diamogliela, una possibilità, al corpo. A quello vero, che vive in un mondo vero, che ci ama nella vita reale. Insomma, capitemi, per “corpo” e “mente” intendo un’antinomia inesistente che si riferisce a diverse parti di noi, senza alcuna pretesa scientifica (per fortuna). Quello che voglio dire è, ebbene sì, il solito “usciamo fuori dagli schemi”, con una postilla: attenzione, perché sono gabbie che ci creiamo da soli, e proprio, va da sé, per ingabbiarci.

Se ci alleniamo a vedere la realtà fuori da quelle, scopriamo che non solo è l’unica possibile, ma che a prenderla per il verso giusto, spesso e volentieri, non è affatto male.

animal-lipstick-art-fox“Sai, secondo me non ti valorizzi abbastanza”.

È la fine.

Almeno se consideriamo che questa frase me l’ha detta una di qua, di quelle che quando si sono abbinate la gonna col foulard pensano che Desigual sia per daltoniche (e hanno ragione), che d’estate mettono certi vestitini-tappezzeria della nonna e sfoggiano simpatiche frangettine alla Velázquez… Ecco, quando una delle mie “seconde connazionali” mi dice che potrei “valorizzarmi” di più, mi metto a riflettere.

Ripenso al discorso su insoddisfazione e cambiamento, quell’idea da darwinisti della domenica per cui è l’insoddisfazione, la voglia costante di migliorare la propria condizione, a muovere il “progresso” della civiltà umana (con risultati, come potete notare, brillanti). Magari a scapito della felicità.

Vediamo un po’. Se prima ero ossessionata quasi dall’esigenza di apparire in tiro, fino a mettermi un rossetto che richiamasse un dettaglio minimo della maglia, era perché mi ritenevo inadeguata, in generale, e stavo attentissima ad accompagnarmi a gente che la pensasse uguale. Gente a cui dovessi dimostrare che in fondo non fossi così male, per arrivare a crederci io. Soprattutto uomini che, a fronte di loro coetanei più o meno entusiasti della mia persona, mi trovassero esteticamente banalotta, artisticamente banalotta, politicamente qualunquista. A prescindere da quanto cambiassi e facessi in realtà, a volte proprio per partito preso.

Ora non è più così, perché non ho più bisogno di questi uomini. Perché non la penso più così io. Perché sento che è a prescindere da quello che ho, che mi voglio guardare, non a prescindere da quello che non avrei. E capisco che, a valutarci in base a ciò che NON abbiamo, stiamo adottando un criterio fantasma, un qualcosa che non esiste per valutare quello che esiste. Qualcosa non fila.

Ma allora il dubbio viene: finché mi sentivo inadeguata “mi curavo” e ora che mi vado bene esco più o meno in pantofole?

Allora è vero che, a non farci punzecchiare dall’insoddisfazione, ce ne restavamo nelle caverne? (E bene facevamo!)

Be’, innanzitutto specifico: anche se fosse, non sarebbe un problema. Potrei andare in giro per sempre in pantofole con buona pace di tutti.

È che “farmi bella” è passato dall’essere necessità a diventare gioco. Come necessità, era inadeguato a colmare l’insoddisfazione, che parte da dentro, e finché non la colmi hai voglia a scalare montagne, farti barili di soldi o sfornare 25 figli rimanendo col vitino di vespa. Quando capisci questo, almeno nel mio caso, la “necessità” di colmare il vuoto con mezzucci vari perde attrattiva.

Però, resta il gioco. Adesso, se tornassi a “curarmi” esteticamente, non lo farei per bisogno, ma per divertimento. E sì, non c’è la stessa urgenza né lo stesso perfezionismo. Ma c’è tanta, tanta più gioia, allegria, serenità.

Quindi, estendendo il ragionamento, non occorre che i nostri grattacieli siano tanto alti per una specie di gara a chi ce l’ha più lungo (il grattacielo) e i nostri figli sono stupendi che pesino o meno quei due chili in più rispetto a quello che un medico che non li ha mai visti definisce il loro peso forma.

Quello che non ci serve sono grattacieli vuoti a ricordarci della nostra implacabile soddisfazione, sorrisi perfetti e accuratamente lucidati, ma falsi.

Che l’ansia di prestazione, come propellente, fa fare grandi cose, che però restano fini a se stesse, come totem vuoti alla nostra incapacità di amare e prenderci così come siamo, e da lì creare, inventare.

Metterci IN gioco. Letteralmente, stavolta.

https://www.youtube.com/watch?v=WPAOI39G1Ws

Wile-e-coyote-blown-up-1In una spedizione natalizia al paesello ho visto su Sky nientemeno che La verità è che non gli piaci abbastanza. Roba che La corazzata Potemkin è la ripresa di una partita a Risiko. Mi colpiva, tra le varie perle, il discorso del protagonista saputello all’amica che finisce per intortarsi (ops, ho spoilerato? Mi perdonate?). Le dice, in soldoni, che ci piace la tensione, nella nostra vita, perché un po’ di pepe al culo (sì, dice più o meno così) ci aiuta a fare le cose. Come pagare le bollette all’ultimo momento, giusto per avere il brivido.

Pare che sta storia della tensione sia applicabile un po’ a tutto, pure all’amore. Che sia una parte così “naturalizzata” della nostra quotidianità che senza non riusciamo a riconoscerci.

Infatti sento spesso persone dire “Che noia, se andasse tutto bene”, oppure “Che schifo, se vincessi alla lotteria non saprei che farmene di tutti quei soldi, meglio campare bene con poco”, o l’intramontabile “Che palle, in una relazione ci vuole un po’ di pepe, bisogna farsi desiderare, inseguire…”.

Sì, bravi, avviatevi voi. Ma qui arrivano anche gli esperti scienziati della domenica, quelli che sanno tutto di evoluzione e hanno studiato Scienze delle comunicazioni (ma leggono Focus), che spiegano che il genere umano è arrivato dove è arrivato (cioè, lontano assai…) per la sua insoddisfazione intrinseca e aspirazione a stare sempre meglio.

È solo attraverso l’insoddisfazione che grandi scrittori si sarebbero superati, che grandi esploratori avrebbero esplorato, che grandi cuochi avrebbero inventato gli spaghetti da condire col pomodorino fresco (mai col sugo, sacrileghi!).

Gli esseri umani s’inventeranno pure un Dio a loro immagine e somiglianza, ma poi fanno da sé, con lo stesso fastidio con cui un’ostrica crea una perla per liberarsi del granello di sabbia che l’opprime.

Oook, mi state dicendo che gli esseri umani avanzano nella vita a scapito della loro felicità? Che riescono nella carriera a scapito della famiglia? Che vivono grandi amori passionali a scapito del loro quieto vivere?

Sono contenta che questa sia un’idea molto semplificata e 2.0 di evoluzionismo, perché francamente preferivo rimanere sugli alberi.

Sono mediocre? Può essere. Ma penso ai tanti mediocri che non riescono né a scrivere versi decenti, né a essere felici, e mi chiedo a che pro si debba usare l’insoddisfazione come motore per la vita.

Perché non so fare altrimenti, mi verrà risposto. Sì, è stato anche il mio alibi per un sacco di tempo. Ma a me ha un po’ scocciato, non so voi.

È stato il mio alibi finché non mi sono decisa a guardarmi allo specchio e dirmi Ok, non sarai mai Proust, vuoi essere te, almeno?

E devo dire che preferisco i muffin al cioccolato alle madeleines.

Ne riparleremo.

wrongwayRiassumendo: abbiamo davanti la possibilità d’iniziare una nuova vita. Un nuovo lavoro, una nuova relazione, una nuova terra in cui mettere radici.

Non lo facciamo perché siamo ancorati alla vita di prima (di prima di separarci, prima di essere licenziati, ecc.).

Io la butto lì: e se questa vita di prima non fosse la migliore, per noi? Pensiamoci: non ha retto, non ha funzionato. Se è così, nel nostro ancorarci a un passato ormai scomparso, ci stiamo facendo condizionare da un’imposizione sbagliata, che ci siamo creati noi stessi, in un altro momento della nostra vita, e che ora ci impedisce di attraversare il presente.

Lo sto sperimentando con diversi amici catalani che dubitano di riuscire a finire la tesi di dottorato (che specialmente qua è un’impresa babelica e astrusamente alienante). Ce ne sono di vari tipi:

– quelli che intanto che si addottorano hanno un altro lavoro e non sanno come conciliare le due attività;

– quelli che hanno iniziato in un momento in cui la tesi ti garantiva almeno un posticino precario di ricercatore, e ora si chiedono se valga la pena finire;

– quelli che hanno deciso che a non finire la tesi sarebbero dei falliti, dei poveracci, dei perdenti, ma intanto sono diventati una persona molto diversa dal ventenne che l’aveva iniziata.

Come vedete, gli appartenenti alle ultime due categorie, specie l’ultimissima, partono da una norma che si sono costruiti da soli: io sono la mia tesi, se non la finisco non sono più io. Quindi, se la vita li porta a fare tutt’altro, visto che il posto all’università è praticamente sfumato, non si sentono in grado di accettarlo.

Con le relazioni viene ancora più facile, capire quando stiamo corteggiando un vecchio sogno: l’idea era stare insieme per sempre, vero? Specie con quei fidanzamenti “dal basso” dalle mie parti, che mi si dice stiano scomparendo. Abbiamo costruito un progetto intorno alle persone che eravamo in un momento diverso della nostra vita e questo sogno non ha retto al tempo, a tutte le sorprese imprevedibili che riserva: partenze, lavori improvvisi, momenti di dura prova, nuovi incontri…

Ma questa telenovela di tira e molla non vogliamo lasciarla andare, neanche quando incontriamo qualcuno che ci dà la serenità e la devozione che era in fondo il vero obiettivo, il vero punto di tutta la storia, il motivo per cui avevamo cominciato a conoscere quella persona prima ancora d’innamorarcene.

Allora, pensate a quanto sia ingiusto che qualcosa che abbiamo deciso per noi in un altro momento condizioni ciò che stiamo facendo qui e ora.

E quando, oltre a pensarlo, lo sentirete bello forte nelle viscere (e da qualche parte, credetemi, non aspettate altro), allora verrà da sé. Ci sarà del lavoro da fare, l’accettazione, la separazione graduale da quello che eravamo, e volevamo essere. Ma è tutta in discesa, se lasciamo spazio a quella parte di noi che sa che l’unica cosa che conta è la nostra vita in questo benedetto momento.

Il problema è quando esigiamo da noi stessi una vita che non esiste più, perdendoci quella che potremmo avere adesso, e che un giorno non lontano potrebbe stancarsi di aspettare.

https://www.youtube.com/watch?v=9Q7Vr3yQYWQ

SkinLo so che ne abbiamo già parlato, ma è meglio ritornarci, perché questa battaglia, come suggerisce il titolo, si combatte sulla nostra pelle, e noi non ne siamo i protagonisti. Noi siamo solo il campo di battaglia.

Lo siamo ogni volta che qualcuno che amiamo molto, amico amante o genitore, pensa a noi e si chiede “È giusto che io l’opprima coi miei problemi?”, e si risponde da solo di sì, perché tanto soffre. Come se la loro sofferenza giustificasse qualsiasi cosa, anche invadere le nostre vite con le loro richieste di attenzione, intrufolate dappertutto come prezzemolo nella minestra.

Ma il caso peggiore è la persona incapace di dire sì che crede di risolvere il problema passando dall’altruismo forzato all’egoismo a oltranza: comincia a dire di no a qualsiasi cosa. Così si trasforma anche in una sorta di parassita, ci sfrutta, in nome di tutto quello che ha fatto per noi senza che glielo chiedessimo e senza neanche che ci servisse.

Sono persone che senza volerlo o senza neanche farsi ‘na domanda ci sottraggono tanto di quel tempo, ci succhiano tante di quelle energie, senza restituircele o senza trarne alcun beneficio, che non ci fanno capire subito una cosa fondamentale: in questi casi, per noi, l’egoismo è d’obbligo. Prima di tutto, perché egoismo non è. Sì, perché se non possiamo aiutarle (in fondo vogliono l’impossibile, vogliono che qualcun altro risolva i loro problemi), immunizzarci è l’unica chiave.

Dobbiamo dirglielo, lucidamente: guarda che sei così presa/o dai tuoi problemi che vedi solo quelli, li proietti anche su di me, ma che ti piaccia o no io sono altro da te, ho la mia vita, e non hai il diritto d’invaderla, specie se consideriamo che non ne trai alcun giovamento.

E allora, solo allora, potremo salvare l’amicizia, se ci teniamo, o il rapporto di qualsiasi genere che abbiamo intavolato con questa persona, e andare avanti per la nostra strada sapendo che i problemi degli altri non li risolviamo che facendoglieli notare, ammesso che vogliano vederli, e dando loro l’unica cosa che possiamo: la nostra compassione, la consapevolezza che da esseri umani siamo anche fragili e imperfetti, e va bene così.

Basta che questa fragilità e imperfezione non diventino la scusa per star male a vita, a spese altrui.

onderosse Dopo mesi e mesi di regolarità svizzera, ho avuto un ritardo di ben 10 giorni. Si spiegherebbe con la legge di Murphy, tipo che dovevano venirmi proprio il giorno della partenza. In modo da far dire a mia madre che mi trovasse pallida e sciupata (dunque bisognosa di CIBO).

Ma la cosa mi ha fatto riflettere, perché l’ultima volta che avevo avuto un ritardo simile (due settimane, ed era finita perché mi ero presa una medicina speciale) era andata proprio male male.

Ero completamente disconnessa da me stessa, dai miei reali desideri, e il corpo cercava disperatamente di dirmelo. Facevo un investimento conveniente sulla carta, ma che in qualche modo “strideva” con le mie sensazioni in merito. E portavo avanti tra mille strategie una storia che non era quella che volevo. Allora venne questo ritardo a dirmi che le cose non potevano più andare, non stavo fluendo.

Infatti un giorno uscii a prendermi il caffè con un amico e seppi da lui, ridendo e scherzando, che il mio “amato” era innamorato di una. Ed era talmente di dominio pubblico, quanto era sconosciuta la nostra storia, che mi veniva detto così, davanti a un piatto di olive.

Ora sto leggendo un libro di uno junghiano di grido che dice che, quando ci succedono queste cose, è perché le vogliamo noi. Balle. Io non sapevo cosa volessi, perché non mi prendevo il fastidio di ascoltare quel mio corpo gonfio, affaticato dal ciclo che non veniva.

Forse in questi giorni del nuovo ritardo (che anche i medici più “scientifici” riconducono spesso a stress) mi stava succedendo lo stesso: non stavo fluendo. Disperdevo l’energia in mille cose di cui non m’importava niente, magari solo per non fare ciò che m’interessasse davvero. Sempre per la paura di farlo male, di scoprire che avrei dovuto mettermi a fare un’altra cosa.

La differenza con allora? Be’, ora capisco quando succede. Più che altro lo sento.

Per questo vi dico, non vi punite con una vita che non è la vostra, per la paura di scoprire quale volete davvero.

Per questo tengo questo blog, l’ho cambiato tanto, tra questi due cicli saltati: non vorrei che nessuno andasse a prendersi un caffè e sapesse da altri che la sua vita non va.

Dovete accorgervene da soli, prima che sia troppo tardi. E recuperare la vostra vita, nell’unico modo possibile: non lasciare che un’idea di come dovrebbe essere uccida quello che già c’è, che c’è sempre stato, che aspetta solo noi.

Fluite anche per me.

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