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DisneyVillains_20120926Dopo la discussione della tesi di dottorato, si profilò tra i parenti l’ipotesi che il giorno successivo tornassi a Napoli, dal paese, apposta per accompagnare la mia tutor straniera alla navetta per l’aeroporto: più di un’ora tra andata e ritorno per neanche mezz’ora di tragitto insieme.

Quando dissi che in queste cose “stavo diventando catalana”, e quindi come la tutor stessa non vedevo l’urgenza di andarci, mi si rispose con ironia, “Macché catalana, stai diventando stronza!”.

Per la cronaca, la tutor si fece un tragitto simpaticissimo col professore di Siviglia, e dopo mi descrisse pure, tutta orgogliosa, i presunti reati tutti partenopei a cui aveva assistito strada facendo.

Quanto a me, ebbene sì, sto diventando stronza. E me ne vanto.

Perché pian piano m’immunizzo alla logica del “devi schiattare in cuorpo, ma devi essere gentile”.

E mando a quel paese (il mio) la filosofia del dover sacrificare la mia giornata e i progetti che le avevo dedicato a un inutile gesto di gentilezza, guarda caso verso qualcuno che sia più potente di me, o che possa avere una certa influenza sulla mia carriera.

Questa piaggeria spacciata per cortesia la lascio volentieri alla madrepatria, onestamente. Sono ancora fiera di litigare alla cassa per chi debba offrire, dopo un caffè tra amici, mentre l’occasionale cassiere italiano spiega ridendo che si sente un po’ a casa. Quello che non voglio fare è cacciare io la differenza, che spicciolino per spicciolino ammonta a 3 euro, per l’amico troppo stordito svampito svanito per capire che se non hai nemmeno i 5 euro per un kebab, la capatina al bancomat la devi fare PRIMA di ordinare, invece di aspettare 10 minuti al bancone e proporla solo a scontrino fatto. E che, ti mando a prelevare per 3 euro? Questa parte ipocrita mi è rimasta.

Ma è il gesto, che dà fastidio, come si dice da me. L’abuso della gentilezza altrui, sistematico, parassitario, da parte di quelli che sembra sempre gli sia tutto dovuto, perché la vita è stata così ingiusta con loro, e allora tu paghi i tre euro di differenza, o sacrifichi il tuo pomeriggio di scrittura a dargli pacche sulle spalle, e pensi poverino, con quello che gli è successo, se lo merita.

Ma si meritasse quello che vuole, fuori dal mio pomeriggio. Perché a fare le buone samaritane dei martiri professionali, non facciamo del bene a loro, e ci roviniamo la vita noi. Li confermiamo solo nel ruolo di crocifissi dell’esistenza, facendo il gioco della parte di loro che è troppo spaventata o troppo pigra per cambiare, e allora succhia le energie di chi invece nel suo piccolo ci prova.

Quando capiamo che, tradotta nella nostra lingua, la parola “stronza” può indicare “presente a se stessa”, una che ha capito che non farsi sfruttare significa anche aiutare davvero, quando serve, e farlo al meglio, quando l’abbiamo capito siamo pronte ad affrontare l’ultimo scoglio.

Quelle che stronze non ci saranno mai, lungi da loro, che anche in trasferta non hanno perso la corsa folle al compiacimento degli altri, altrimenti non si sentono abbastanza donne, abbastanza folli e martiri come le loro madri e le madri delle loro madri.

La declinazione al maschile del fenomeno merita un post a parte, perché in più ci mettono la prosopopea di credersi gli unici al mondo a fare tanto.

Le antistronze, intanto, conciliano famiglia lavoro tempo libero e pranzi luculliani per trenta, con tutte le cose buone che sanno cucinare e invidio loro genuinamente. Quello che non invidio è la pretesa per cui, se hanno imboccato una vita da schiave, debba averla abbracciata anche il resto del mondo.

E insomma, come ho potuto io, dopo un’intera giornata ad andare avanti e indietro per Barcellona a fare cose moleste, non dedicare la mezzanotte al bigliettino in dieci lingue da scrivere al compagno che parte, bigliettino che peraltro avrei dovuto comprare in fretta e furia in pausa pranzo?

Lei, l’antistronza, nello stesso giorno avrà portato a scuola i suoi tredici figli, lavorato 20 ore, pulito casa, prenotato i voli per Natale e scalato l’Everest.

La prossima volta le chiedo se mi ha mandato una cartolina, dalla cima.

No, mi risponderà.

Cosa? Mi scala l’Everest in pausa pranzo e non mi manda neanche una cartolina?

Che stronza.

11-Spirale-di-ExnerIl problema di quando ci intestardiamo con le cose è che perdiamo di vista il punto principale.

Quando facciamo yoga (e io in genere desisto alla seconda lezione) l’istruttrice ci avverte: “Non devi per forza soffiarti il naso con l’alluce sinistro, o ballare su un dito come i compagni esperti. Il punto è concentrarti sulla respirazione, le posizioni sono finalizzate a quella”.

Così come in teoria facciamo l’università per trovare un impiego nel campo che ci piace, anche se noi umanisti più che altro la facciamo per amore (perché per soldi…), e ultimamente il nesso non è affatto chiaro (ricordo il mio sbalordimento, quando la tizia inglese che mi fissò il tocco alla cerimonia di master mi chiese se avessi un lavoro).

Decidiamo all’ultimo momento di prenderci una birra con degli amici per rallegrarci la serata, e goderci la compagnia. Se il bar designato è chiuso o troppo pieno, non stiamo lì a fustigarci, andiamo altrove.

Magari potessimo fare questo per tutto il resto. Perché a volte perdiamo di vista il vero obiettivo, che in genere va su un doppio binario: egocentricamente, si tratterebbe di star bene con noi stessi, di essere contenti; posto in maniera più globale, si tratterebbe di fare ciò a cui siamo destinati, ciò che ci viene meglio. E no, non è egocentrismo, a ben vedere, perché solo in queste condizioni sappiamo davvero interagire con gli altri senza chieder loro niente in cambio e senza usarli per sentirci appagati. Quando ci sappiamo “riempire” la vita da noi, non c’è mezzo che tenga.

Allora, quando ci ossessioniamo in una sola storia, che non funziona, perdiamo di vista il punto principale, condividere il miracolo dell’amore che ci era capitato. Se quella storia diventa fine a se stessa anche ad amore esaurito, si tratta di un ricatto del nostro ego: se non la porti avanti non sei nessuno, hai sprecato tempo, hai perso altre occasioni. E lui, l’ego, ha perso un’altra occasione per stare zitto. E ricordarsi delle priorità della vita.

Forse l’unica cosa che non dobbiamo davvero perdere di vista è quella che ci riempie sul serio, quella che ci piace fare più di ogni altra e che è onestamente un fine in sé: coltivarci. Una volta fatto questo, possiamo declinarlo in mille modi. Prenderci cura di un bambino, di un lavoro appagante, di un’associazione di volontariato… Ok, perfino del fantacalcio.

Insomma, non perdiamo il bandolo della matassa, il punto centrale della questione: ciò che facciamo, lo facciamo per noi, e per star bene con gli altri. Se non assolve più a questa funzione, e non è facile ammettere che succeda, non ci serve più. È meglio cambiare che trascinarcelo dietro perché troppo orgogliosi per ammettere che non funziona.

Lo so che non è così meccanico, che ci sono degli strascichi, e poi le persone non smetti di amarle perché non ti “servono”. Ma se non perdiamo di vista il punto principale, allora sapremo amarle meglio, senza usarle: perché, paradossalmente, è più facile servirci degli altri quando perdiamo di vista ciò che serve a noi.

In quel caso giriamo in tondo come quando cerchiamo parcheggio e finiamo per sconfinare nel quartiere vicino, o quello dopo ancora. Intanto, magari, si è liberato un posto proprio sotto casa.

econarcisoC’è questo film, La verità è che non gli piaci abbastanza.

Io dico che non ti caga proprio.

E prima lo accetti, meglio è.

Forse ti piace proprio per quello, ma ne riparleremo.

Intanto non fraintendermi, non significa che la persona in questione non sappia che tu esista, o che pensi che tu possa anche morire. Magari ti vuole pure bene, a modo suo.

Ma non ti caga proprio, non come tu vorresti, e quando si è innamorati c’è un solo modo di cagarci come vorremmo. E non te lo riserva.

Non per colpa sua, peraltro, che ste cose succedono o non succedono. Semmai te lo riservasse un giorno, difficilmente dipenderà da te.

Se avrete una discussione, anche accesa, tu ci rimuginerai su tutta la serata, se sei come me arriverai anche a cacciare due lacrime. Pensi che dall’altra parte ci sia altrettanto interesse? Avrà scordato la cosa in poco tempo, o al massimo ti avrà registrato come grande rompiscatole.

Tanto vale non fare niente, accettare sta cosa e andare avanti. Se proprio te la vuoi raccontare, andare avanti aspettando tempi migliori.

Se vuoi riservarti il dono della sincerità, tanto vale andare avanti per fare spazio a te. A tutte le cose che stai ignorando per concentrarti solo su questa ossessione. A un presente che non lasci scorrere perché sei ancora proiettat@ o nel passato o, a ben vedere, nel condizionale delle cose mai avverate e che forse non si avvereranno mai.

Perché? Perché fai resistenza a questo semplice postulato: “Non ti caga proprio”.

Dici ma no, l’altro giorno mi ha scritto. E magari, se la invito a cena un altro po’, magari se gli salto addosso, col tempo…

Ecco che fai resistenza. Ecco che passi i giorni o parte di essi a tormentarti su un possibile cambiamento, o, peggio, su cosa possa fare tu per provocarlo, mentre nella maggior parte dei casi non puoi farci niente. Ecco, ho scritto “nella maggior parte dei casi” e già pensi, “magari nel mio sì”. No, che ti piaccia o no, non c’è nessun motivo per cui il tuo caso faccia eccezione.

Io ti capisco, figurati. Tu speri ancora. È il lavoro degli innamorati. Sperare. È una delle cose più spontanee della storia umana.

E non sarò certo io a toglierti la speranza. Non ho il cuore di toglierla a me, figurati come pretendo di strappartela.

Dico solo che magari, perché qualsiasi cosa accada (e va bene, anche perché accada eventualmente quello che vorresti tu), devi accettare le cose così come sono, in questo momento.

Che non ti caga proprio. Che mentre fai resistenza a questa semplice verità, ti passano davanti tutte le occasioni e le opportunità (di qualsiasi genere, eh, non parlo solo d’ammore) che potrebbero farti cambiare la situazione, se non nel senso voluto, in uno che ti vada bene.

Allora, smetti di perdere tempo a resistere, dai per scontato quello che è indubitabile, e una volta afferrato questo puoi fare tutto il resto.

Che so, conquistare il mondo.

In quel caso, nun te scorda’ l’amici.

atlanteOggi mi sono svegliata scocciata, per tutte le cose che dovevo fare.

Ma non me lo dicevo. Continuavo a rompere uova, scordarmi cose nel carrello della spesa, cadere, abbinare il blu col marrone.

Finché non mi sono detta che stavo scocciata, e mi sono rivelata anche perché.

Anche i perché più ovvi sono delle rivelazioni, quando non vogliamo vederli. Specie se, come nel mio caso, hanno a che vedere con mancanze nostre.

Ma piuttosto che vedere i perché, con errori nostri annessi, preferiamo intossicarci un’intera giornata.

Invece no, a fermarci un attimo e chiederci che succede, e rispondere onestamente, ci pigliamo un dispiacere non indifferente (ammettere di essere stati incauti o precipitosi o superficiali non è una cosa da poco), ma almeno sistemiamo la questione, come un lenzuolo enorme ripiegato nell’armadio, e possiamo fare altro.

Cosa? Ah, già. Ne abbiamo parlato altrove.

Spesso viviamo solo di questo, dei perché non detti. Ci piace. Fare un po’ le vittime di “una giornata storta”, come se il sole fosse sorto a rovescio quel giorno e noi freschi come una rosa fin dal mattino, e non vedere cos’è che renda difficile ammazzare il tempo e quanta responsabilità ci sia da parte nostra.

Ma no, lo spazio per le cose è un bel sollievo. Una volta ammesse paure, ansie, mancanze, e anche l’impotenza quando la questione non ha niente a che vedere con noi (penso al vicino che mi chiama quando gli si allaga casa) ci sentiamo più piccoli, più indifesi, ma anche più sollevati.

Il mondo non si regge sulle nostre spalle, che ci piaccia o no. Possiamo anche dargli un calcione, spedirlo in qualche galassia parallela e occuparci di tutto il resto.

Di noi, per esempio.

trottolaEbbene sì, faccio ancora il gioco della Coca Cola. Quello che stacchi la linguetta e intanto fai A, B, C… La lettera che ti esce è quella del lui che ti pensa (mado’).

Ormai lo faccio in automatica, senza pensarci, semplicemente non ho l’abitudine di staccare la linguetta in uno strappo solo.

Ma questi giochini scemi da salatini e Smemoranda nel doposcuola mi accompagnano spesso.

Per esempio, per l’esasperazione del mio migliore amico, quando mi cade un peletto dalle sopracciglia faccio ancora il gioco di stringerlo tra due dita, il mio e quello di chi mi subisce, ed esprimere un desiderio: se, staccandoci, me lo ritrovo sulla mia mano, si avvera il mio. Se no…

Ultimamente ho toccato il punto di non ritorno: quest’ultimo gioco lo faccio da sola.

Coi bivi che si presentano nella mia vita da adulta.

Mi lascio indietro questo lavoro / faccio un ultimo tentativo. Giro pagina / do un’ultima chance al passato.

Cose così, insomma, da chiamare la neuro.

Il gioco del sopracciglio non ingarra quasi mai, ovviamente, ma il punto è che, messe sul piatto della bilancia del caso, queste scelte un po’ si equivalgono.

Cioè, sembra sempre che dobbiamo prendere chissà che decisioni irreversibili, ma nella maggior parte dei casi si può tornare indietro. A pensarci bene, poi, se ci dobbiamo stare tanto a pensare i casi sono due: o una scelta è molto migliore dell’altra, ma abbiamo troppa paura (ragione in più per prendere quella), o le due possibilità, più o meno, si equivalgono.

Quindi, è il caso di tormentarsi tanto? Specie se consideriamo che quasi nulla di quello che scegliamo è irreversibile. Il problema è fare tante di quelle scelte sbagliate che ci mettiamo in un labirinto da cui è difficile uscire.

Ma per evitare quelle c’è il gioco dei giochi, l’unico che possiamo ancora fare a 30 passati senza passare proprio per idioti.

Quello delle onde, al mare. Quando arriva il cavallone formato tsunami e nel fuggi fuggi generale restiamo là impavidi, senza macchia e senza paura, ad affrontarlo. Ovviamente, ne finiamo travolti.

Ma la nostra tattica, qual è? Opporci alla corrente? Molto coraggioso, ma, ve ne sarete accorti, poco divertente. Alla fine siamo così piccoli di fronte alle ondate del caso, che ci travolgono uguale, l’eroismo diventa nella migliore delle ipotesi un tuffo a cufaniello (a sacco di patate) e finiamo per bere più acqua salata di quanta ne abbiamo mai usato per lessarci la pasta.

Allora, che si fa? L’onda, si cerca di cavalcarla. O meglio, seguirla. Seguire la corrente. Quando ti capita una simile meraviglia non ci vuole una tavola da surf, per provarci. Basta il coraggio di non mettersi al riparo e di imparare a essere docili, quando si lavora per noi.

E le correnti, ogni tanto, lavorano per noi.

mirkoSi parlava di ingredienti, ultimamente, del fatto che abbiamo l’occorrente per darci a grandi piatti, e tiriamo avanti a pasta scaldata.

Lasciamo sta metafora culinaria, che non so più come portarla avanti (oh, se volevate leggere il blog di Sartre, purtroppo siete arrivati tardi) e passiamo alle confessioni. Una volta che avrete “accettato il vostro destino”, formula poetica per dire che vi sarete decisi a essere voi, fino in fondo, una volta che sarà successo questo, comincerà la parte più scocciante: affrontare gli errori che avete fatto prima.

E che credete, che solo perché avete deciso spariscono i debiti? Che traslocate immediatamente dal cesso di casa che vi siete trovati? Che ve ne andate anzi in un’altra città, con un altro lavoro, con un’altra persona che vi faccia star meglio del campione di cazzimma che vi siete trovati per partner?

Seh, buonanotte.

Se ho imparato una cosa, sulla strada dei cambiamenti, è che la parte più irriducibile sono gli errori. Sono come le rate del televisore. Subisco ancora le conseguenze delle stronzate che ho fatto un anno fa, prima che mi decidessi a cambiare. E no, non vale, quando viene l’esattore di questo tipo di tasse, dirgli “Guardi, la persona che ha contratto questi debiti era molto diversa dalla me che sono ora, non mi sembra giusto pagare anche per i suoi errori”. Diciamo che datori di lavoro, amori sbagliati e malattie cardiache non hanno il nostro stesso senso filosofico: esigono attenzione e soluzioni immediate.

Adesso arriva la buona notizia.

Dopo averle provate tutte, per estinguere debiti e rimediare a errori, sono arrivata a questa conclusione: una volta fatto il nostro, gli errori si risolvono da soli.

O meglio, se lasciati a decantare, migliorano. Se li trattiamo coerentemente con la nostra nuova strada, se al lavoro smettiamo di fare i Fantozzi senza per questo chiudere le mani del capo in un cassetto, se evitiamo di mentire al nostro ragazzo senza per questo aspettarci una medaglia d’oro, se ci prendiamo le nostre responsabilità senza per forza mandare tutto a carte quarantotto, in qualche modo gli errori assumono una forma accettabile, piano piano trovano la loro strada per risolversi. Magari non come volevamo noi, e non tutti gli errori, eh, che ad alcuni non c’è rimedio. Ma perlopiù si risolvono.

Come spesso accade, l’idea mi è venuta nel modo più banale possibile: osservando le mèches di una conoscente molto bella che, posando per prodotti per i capelli, doveva farsi delle tinture “sbagliate”. O meglio, doveva tingersi i capelli in modo da incarnare lo stereotipo di bellezza che voleva vendere la sua azienda, invece di mantenere il suo fascino originale.

L’ultima volta che l’ho vista, invece, aveva trovato un lavoro più stabile e aveva dei capelli perfetti, un curioso mix di mèches biondicce e toni più scuri. Tranquilli, non vi faccio una lezione di shatush, basti dire che le feci i complimenti e mi rispose:

– Sì, sono mèches di un anno fa. Non le tocco da allora, si sono un po’ schiarite per il sole e intanto emerge il colore naturale.

E la mia mente malata già covava il metaforone: errori e mèches non si cancellano. Ma quello che ne facciamo, lasciandoli lì a curarsi da soli intanto che proseguiamo col cambiamento, diventa una cosa unica, una parte di noi inedita.

La “mesciata” a un certo punto si è fatta seria, ha guardato i miei, di capelli, ormai corti e senza più tracce del biondo dell’infanzia che inseguivo chimicamente, e mi ha detto:

– Mi piaci, così, sei più tu.

Già. Sarà che ho smesso di fare il più grande errore: cercare di essere lei, o una come lei.

Ho capito che provare a essere me, per una volta, è l’idea più azzeccata che mi sia venuta ultimamente.

spaghetti albertoneaccattone 004Lo scrivo da vegetariana, eh.

Ma se in frigo avete: pancetta, uova, pecorino q.b..

E in dispensa avete: rigatoni, aglio, olio, pepe nero.

… Cosa vi mangiate, a pranzo?

Sì, lo so, potreste farvi le uova strapazzate con pancetta, stile colazione inglese. Oppure la pasta aglio e olio.

Ma se avete tutti gli ingredienti per una carbonara, perché accontentarvi di questi surrogati?

Solo perché potete farlo? Ok, viva la libertà.

Ma se la vostra dispensa vi sta implorando in ginocchio di preparare proprio quel piatto, che vi riesce pure così bene, perché fare altro?

A me sembra che lo facciamo molto spesso, un po’ in tutto. Fare qualcosa molto al disotto delle nostre capacità. Al disotto di ciò che possiamo, in nome di ciò che crediamo di volere (che, guarda caso, coincide spesso con la decisione più pigra o meno esigente).

Io mo’ non sarò Dickens, ma volevo scrivere, e per molto tempo mi sono accontentata di descrivere appartamenti online per un’agenzia. La noia di commentare interni spesso tutti uguali veniva compensata dalla sfida di farlo in modo sempre diverso, e dalla quantità (quaranta descrizioni al giorno era la mia media).

E stavo bene. Mai stata meglio. Ma mi mancava qualcosa e non volevo vederlo, infatti, quando sono stata licenziata, la creatività che reprimevo mi ha travolta e trascinata con sé alla deriva, per un bel po’ di tempo. Finché non ne sono riemersa più consapevole della mia vocazione, e finalmente con una penna in mano.

Allora, guardandomi indietro, la sensazione è stata la stessa che avrei dopo essermi accontentata di una pasta scaldata (la specialità delle mie “amate” suore delle elementari) per la pigrizia di mettere a soffriggere roba sul fuoco: sfuggire al mio destino, in un certo senso. Prendere sottogamba le mie qualità. Una cosa è fallire come scrittrice, un’altra è non provarci proprio, accontentandomi di descrivere appartamenti.

Non è una questione di gerarchie, anzi. Una buona pasta aglio e olio vale la migliore delle carbonare, non dico di no (specie ora che non mangio carne). E c’erano persone, nell’agenzia degli appartamenti, che ci mettevano tutta la passione del mondo, perché quell’attività veniva incontro alle loro aspirazioni: non ci vedevano creatività frustrata, ma affari, la voglia di primeggiare nel loro campo, la passione per il mestiere. Per loro era questa, la storia, e questa la bellezza.

Dobbiamo cercare la nostra, di bellezza, la cosa migliore che riusciamo a fare e a essere, con gli ingredienti a disposizione.

Ne parleremo ancora, a stomaco pieno magari.

annoE no, non voglio rompervi le scatole con l’anniversario. Gli anniversari sono numeri, ti ricordano solo cosa è successo e perché.

Ma due parole vorrei scriverle, a un anno dall’inizio della crisi più lunga e triste della mia vita (la peggiore, se non mi avesse già trovata preparata). Proprio perché il brutto degli anniversari, e il bello, è che ti fanno misurare le cose. Il percorso che hai fatto, per esempio. Quanti chilometri e notti insonni hai camminato da qui a là. Quante persone hai incontrato, intanto, per strada, quante buone.

Gli anniversari brutti servono a dirti se ne è valsa la pena, di muoversi da quel momento di dolore perfetto, se a sporcarlo col brutto vizio di tirare avanti abbiamo avuto una buona idea.

E, spoiler: claro que sí. Abbiamo avuto un’ottima idea.

Per questo vi scrivo.

Per questo vi dico, con la sola forza della mia voce, con nessun’altra autorevolezza che la mia: se c’è qualcosa della vostra vita che volete cambiare, che sentite non vada, non aspettate la tranvata. Non aspettate di essere mollati per qualcuno che credano di amare di più (in realtà, che credano di amare), non aspettate che vi convochino insieme ai colleghi e vi licenzino in tronco perché “la gestione gli è sfuggita di mano”. Agite. La gente aspetta di naufragare, per agire.

Voi non fatelo. Agite e basta.

Scoprirete che, in molti casi, nella crisi vi ci siete infilati voi. Che ci sono cose che non potevate impedire in nessun modo (un amore mai nato, la morte di una persona cara), ma potevate evitarvi la deriva che le ha precedute, o seguite.

E se vi chiedete quanto tempo ci metterete, se vi conviene, in fondo, lasciare una tristezza statica per un incerto futuro di lavoro solitario (perché certe cose, nonostante l’appoggio altrui, si fanno in gran parte da soli), allora vi dico che, anche quando c’è molta strada da fare, un anno già cambia tutto.

Un anno dopo le persone, le cose, gli eventi che hanno causato tanta distruzione è come se non contassero più, di per sé, avete presente? Quando vedete un ex e vi dite “veramente mi ha fatto patire tanto?”. O la scuola delle suore e… “veramente avevo paura di quelle tappette baffute?”. No, il minimo comune denominatore siete sempre stati voi.

Un anno è abbastanza per smettere di farvi danni e cominciare a esserlo davvero. A essere voi, dico.

E a scoprire che abbiamo un bel criticare gli altri, specie quelli che ci fanno paura, ma il fatto che “piangiamo nella stessa lingua” è il più vero dei luoghi comuni, insieme al fatto che nella stessa lingua ridiamo pure.

Per me è l’empatia, il regalo più bello di quest’anno, un regalo che di anni così ne vale due (si scherza, eh, per gli dei in ascolto), che mi fa dire che non sono mai stata così bene con me stessa, e con gli altri.

Mai così sola, e mai così insieme.

finestradifronteNon ci avevo mai pensato, finché non me le sono trovate di fronte, una sera di fine estate.

Le luci del mio vecchio quartiere, viste da quello nuovo. Quelle al neon del Bagdad, mitico locale porno dove Nou de la Rambla sfocia sul Paralelo.

Avevo passato il pomeriggio a scrivere tesine per un corso sbagliato e, ora che giravo senza meta per prendere un po’ d’aria, il caro vecchio Raval mi salutava così vicino, così lontano, con la promessa di una serata movimentata, se avessi attraversato la strada.

Perché sì, ero dal lato sbagliato. O da quello giusto, mi verrebbe da dire.

Stavolta ero sull’altra sponda del marciapiede, nel mio nuovo barrio di Poble-Sec, a spiare com’era la mia vita prima che osassi attraversare.

Vi è mai capitata, una situazione del genere? Uno di quei momenti in cui contemplate la vostra vecchia vita, direttamente dalla nuova. Mi vengono paragoni cinematografici mai del tutto calzanti. La Mezzogiorno de La finestra di fronte, di Ozpetek, che per la prima volta si osserva dalla casa del vicino, su cui tanto fantasticava. O il momento in cui Arwen, ne Il signore degli anelli, vede se stessa col figlio, che osservandola sembra pregarla di non fuggire, di accettare il suo destino e accettare lui.

Io, semplicemente, vedevo la me di pochi mesi fa, che dopo aver scritto le tesine sbagliate di allora attraversava le luci fluo del Bagdad per “sconfinare” in questo strano quartiere di Poble-Sec, che non sapeva bene se le piacesse.

Quella me era magra, spesso in tuta, si riprendeva da una bella botta sempre uguale e sempre diversa. E allora, appena scoperto un parchetto alle pendici di Montjuïc, andava là con gli anfibi sotto la tuta, la tuta sotto un cappottino leggero, a sperare che non ci fossero bambini sulle altalene per andarci lei.

Viveva sola, e ne era orgogliosa. Non sentiva quanto la paura di stare in compagnia potesse essere forte quanto quella della solitudine, che prendeva in giro negli altri.

Viveva in case squallide, che prima adorava e poi detestava, aveva i capelli lunghi fatti apposta per intrappolarci i sogni, che sognava apposta per non svegliarsi.

Tutt’a un tratto, anche ora, anche da qui, ho pensato che avesse ragione lei. Che quella sbagliata fossi io, con le mie nuove pretese di andare avanti. Con l’illusione che stavolta andrà bene.

Che avrei dovuto restare con lei da quella parte della strada.

Poi mi sono ricordata dove fossi, e chi fossi ora, e sono andata avanti.

puppy-eating-shoelaceHo imparato tardissimo ad allacciarmi le scarpe.

Ed è stata tutta colpa del fiocco sul grembiule, a scuola.

Quando mi si scioglieva, me lo rifaceva qualche compagna di quelle che facevano le O e le aste con grazia infinita, disegnavano bambine coi capelli biondi perfetti e bocca a cuoricino, e quando avrebbero imparato a scrivere l’avrebbero fatto con quelle grafie rotonde e nitide, con puntini sulle I che a un certo punto, molti anni dopo, si sarebbero trasformati a loro volta in cuoricini, su qualche “Smemo”.

Ma no, ai tempi del fiocco vivevano per complessare me: prendevano i due lati del nastro che pendeva inutile, li piegavano in due graziosi circoletti con altrettante codine equidistanti, annodavano i circoletti, ed ecco il fiocco perfetto. Esattamente quello che non sapevo fare. E una cosa è non sapertelo fare al grembiule, che maestre arpie a parte non ti arreca troppi danni, e una cosa è non fartelo alle scarpe.

Quando mi si slacciavano le scarpe potevo mai chiedere a qualcuno di abbassarsi? Specie quando già ero grandicella, a 6, 7 anni (e ne dimostravo una decina, tra l’altro)… Che fare?

Finché una coppia di zii, quella figa che dici “sono i miei zii preferiti” (si erano conosciuti in una radio indipendente, negli anni ’70!), decise di aiutarmi: oltre alle varie prodezze di sposarsi in Comune al mio paese in pieni anni ’80 (le anziane della famiglia sarebbero morte credendoli sacrileghi), di viaggiare in Turchia e comprarci gioielli da vendere e svilupparsi le foto da soli (ovvio che mi regalarono la prima e unica Polaroid), mi insegnarono ad allacciarmi le scarpe.

E, sorpresa: non dovevo per forza fare la cosa del fiocco! Non dovevo raccogliere le stringhe in due cerchietti con codina equidistante ecc. Mi riusciva più facile fare un cerchietto alla volta? Perfetto, il nodo si faceva uguale. Magari non così artistico, ma chi minchia ti guarda il “fiocco” alle scarpe? Poi, la questione nodo, doppio nodo… Insomma, svoltona.

Ci ho ripensato ieri, riflettendo ancora una volta su ciò che vogliamo e ciò che ci serve davvero. E non è colpa mia, è una cosa che trovi in un sacco di canzoni in inglese! È proprio un luogo comune, “you get what you want but you don’t get what you need”, con una sfumatura che, detto tra noi, in italiano ci sfugge pure, non è così ovvia.

Ma c’è, e ora la percepisco. Ora capisco che ho fatto spesso come coi lacci delle scarpe, ho rinunciato a farmeli rischiando di cadere, perché credevo che ci fosse un solo modo, perfetto, di farlo. Quello degli altri. Mentre alla stessa cosa ci arrivi per vie diverse, col fiocchetto simmetrico e il nodino improvvisato, con un cerchietto solo, col doppio nodo o meno. Il problema è pensare che ce la fai solo nel modo che credi tu, solo per quella strada. Perdendo tempo che potrebbe servirti a correre con le scarpe belle che allacciate.

Insomma, basta pensare che ci sia un solo modo di arrivare alle cose: ci creiamo un falso problema. Come quando crediamo davvero che comprandoci quella crema idratante in mousse saremo felici, e senza il nuovo tablet nostro cognato ci sputtanerà al cenone di Natale. Come quando crediamo che avere il fisico palestrato ci porti alla stima altrui, mentre ci porta al massimo a un’ammirazione che per me non vale tempo e sudore. Come quando crediamo che solo quella persona ci possa fare felici al mondo e ora che non c’è possiamo anche morire, o solo quel lavoro può darci un senso, e ora che ci hanno licenziato non possiamo fare nient’altro.

No, ci sono molti modi per allacciarsi le scarpe. E l’obiettivo ultimo non è farsi il nodo perfetto. È correre.

Comunque io, ormai, metto solo stivali.

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