E che ne so, io mi sono decisa all’ultimo momento, pure perché degli eventi di ItaliaES m’ero già persa Travaglio e la Ferrari per dare l’esame di catalano.
Non li conoscevo nemmeno, a “sti due”.
Voltarelli l’avevo cercato su youtube a poche ore dal concerto e mi era piaciuto subito.
Quanto a Dente, però, avevo scritto a un suo compaesano esprimendomi esattamente in questi termini: “Non è che mi abbuffo la uallera?”.
Le due strofe sentite in contesti poco atti all’ascolto rivelavano un umorismo un po’ surreale, che avevo definito nordico con criteri simili alla brasiliana che guardando me, una tedesca, una svedese e una rumena aveva dichiarato: “Voi europee non sapete muovere i fianchi” (le avevo risposto credici). Poi youtube mi aveva fatto proprio sospettare qualche caso di uallerite.
E invece no. Una volta persami tra gli adorati (seh) vicoletti di Gràcia fino a trovare il CAT, ben nascosto ma bello assai, mi sono sentita trasportare fin dalle prime note. E che mi piaccia uno al primo ascolto, e uno così, ormai è difficile. E invece più scherzava sui suoi virtuosismi alla chitarra, vera forza delle sue canzoni, più mi sembrava perfetto, pochi suoni essenziali e intermezzi divertenti tra un’occhiata e l’altra alla scaletta, giacché è l’unico artista che quando si esibisce da solo ne scrive comunque una.
Ma per me è proprio una scoperta. Vieni a vivere mi consegna a quella tranquillità che vorrei per casa mia, A me piace lei mi regala un po’ d’inquietudine sulle “lei” da poste del cuore, sempre lì lontane e immobili (come i lui) mentre la vita scorre.
Fortuna che c’è Beato me a citarmi cose belle.
Dopo di lui era dura suonare, e invece bum, ciclone Voltarelli, col suo spagnolo creativo, i risvegli la domenica in paese con gli strilli del “piattaro” del mercato, e il revival di Luciano Rossi e Ignazio Buttitta . Pure l’intervento, inaspettato e gradito, di Piero Pesce (che, come ci fa notare con sorpresa Voltarelli, di faccia è tale e quale a Gianfranco Giannini).
Una sola cosa, Peppe, core d’ ‘a vita mia. Quando hai detto che “noi stiamo coi perdenti” ed è partito l’applauso non mi è piaciuta la spiegazione: se fosse perché hanno perso ingiustamente ok. Ma poi hai affermato ridendo che se vinceste sareste irriconoscibili, e hai fatto ridere pure me. Ma temo che gli italiani all’estero che hai simpaticamente sfottuto (non quelli anziani immigrati per fame, ma i miei), a volte pare che vogliano perdere. Vincere è faticoso. A perdere fai quello simpatico un po’ “boemio” che non ha avuto le occasioni giuste dalla vita. Quindi non istigare!
Invece, grazie per esserti dimenticato il testo di 4 marzo 1943, il gran finale a sorpresa Dente-Voltarelli-Pesce, regalando un’ultima risata a noi e un panteco alla buonanima di Dalla.
E chiudendo in bellezza la mia serata perfetta.
Con un solo rimpianto: la mancata standing ovation a Dente per aver spiegato che a Berlino ci è stato “senza Bonetti”.
Devo confessarvi una cosa: Barcellona è un po’ umida.
Un po’.
Ieri sera ho scoperto una lumaca al piano terra del mio palazzo.
Un amico di Madrid, che restò qua 3 mesi, gridava allo scandalo ogni volta che ritirava il bucato più bagnato di quando l’avesse appeso, lo considerava proprio un oltraggio di questa città che ora lo fa disperare per le sue velleità indipendentiste. La cosa mi ricordava la signora tedesca di Ordine e disordine, che se la prendeva col marito partenopeo perché una città costruita intorno a un vulcano attivo le sembrava indice di gran disordine, come uno straccio lasciato a terra in cucina.
Ma Barcellona è umida senza rimorsi.
E la bianca cameretta in cui vivo sola soletta, guardando sui tetti e in cielo (Puccini ignorava il concetto di antenna), è forse la parte più umida di Barcellona. Ok, il primo bacio dell’aprile sarà anche mio, ma febbraio ad esempio non dà baci, sferra cazzotti che ti fanno svegliare tra cuscini bagnati come se avessi lasciato la finestra aperta in mezzo a una tormenta.
Il riscaldamento? Nel centro storico di una città abitata da me? Spiritosi.
Fortuna che le stelle che ancora guardo dalla mia amaca, col cappuccio alzato e una coperta addosso (ma tanto fuori fa meno freddo che dentro) non sono affatto offuscate dalla foschia. Quella, mi sembra, è una caratteristica costante dell’umidità che invece soffro in paese, ad agosto, quando incontrare qualcuno per strada diventa un evento da riportare sul diario.
No, la luce, qui, perfetta.
Così puoi constatare immediatamente che la Nutella nel barattolo da 700 grammi è diventata un corpo contundente anche senza barattolo, e non si squaglia neanche a metterla 5 minuti davanti alla stufa.
E che se vuoi che la pasta avanzata di ieri si mantenga come appena fatta non ti resta che lasciarla sul fornello, che anche se ce la dimentichi due giorni due dovrai passarla al microonde per scongelarla.
Una sola cosa non cambia mai, come rain or come shine: i miei capelli. A spaghetto sono, come diceva una detrattrice alle medie, e a spaghetto resteranno. Solo la signora che mi mise il mantello di Harry Potter alla cerimonia di fine master a Manchester mi confortò in merito: l’invito a portare le forcine per fissare il tocco era riservato alle studentesse cinesi, tu ancora puoi andare. God save the Queen.
Vabbe’, la lumachina al piano terra ci sta bene. È il degno coronamento di due anni passati tra sputi sulle scale, vicini spacciatori sfrattati e famiglie marocchine che mi chiedono una prolunga per ascoltare musica dall’antenna.
Qualcuno mi suggerisce di mangiarla alla catalana, ma ormai sono quasi vegetariana (come dire “quasi incinta”), e poi sospetto che per farlo debba bollirla viva.
Quindi me la tengo come mascotte, in attesa degli scarafaggi di agosto.
Vabbe’, almeno è stato sportivo, ha ringraziato. Anche se su Twitter sono giorni che mi sganascio dalle risate appresso a #faiunadomandaalpapa. Ho anche esposto i miei dubbi personali sullo sfratto del bue e l’asinello dal presepe (e che avevano, un mutuo a tasso variabile?), e caldeggiato per un Angelus “reppato”. Ma non è stato niente in confronto a perle come:
almeno una volta, affacciandoti, puoi gridare PUT YOUR HANDS IN THE AIR?
perché l’agnello di Dio va bene e qualsiasi altro animale no?
ma dopo tutte quelle lettere, i corinzi hanno risposto?
Sì, anime prave. Ridete, ridete.
Intanto l’altro giorno in paese mia nonna ha fatto benedire la macchina a mio fratello.
Lui studiava, quando si è sentito chiamare giù e si è trovato il prete in alta uniforme con tanto di aspersorio, e l’invito a spostare l’auto proprio sotto il balcone di nonna, per darle modo di assistere alla cerimonia.
Sì, perché esiste un vero e proprio rito di battesimo della macchina, che in genere assume un nome femminile. In questo caso, quello di mia madre, ben contenta di vedersi ridotta a un oggetto meccanico.
C’è pure la predica abbinata, che verte sulle tecnologie che il Signore ci ha donato. Il problema è che al rito bisogna rispondere, come in chiesa. Ma vedendo mio fratello impappinarsi tra “amen”, “e col tuo spirito” ecc., il prete stesso gli suggeriva la risposta.
Credo che il momento clou sia stato quando uno dei gatti, ormai abituato alle umane stravaganze, sia saltato sulla macchina e vi si sia tranquillamente appollaiato, incurante dei tentativi di mia nonna di cacciarlo sbattendo una molletta contro la ringhiera. È rimasto lì serafico a prendersi benedizioni e acqua santa, mentre la badante ucraina riprendeva il tutto col telefonino.
Cui prodest?, mi chiederete nella lingua cara a Benny XVI.
Be’, prima di tutto, a fine cerimonia nonna ha detto a mio fratello “che ci avrebbe pensato lei”. E, confermandomi quasi pronta a tornare in paese, ho indovinato anche l’importo. Mi manca solo di azzeccare quello del regalo del compare d’anello a un matrimonio sul Vesuvio e posso preparare gli stivali bianchi da mettere sopra i jeans.
Intanto, però, vi rendete conto che la Chiesa è lì anche quando compri la macchina? Che giù da me è l’unico punto fermo incrollabile dall’Impero romano in poi? Non sto scherzando. Anche nelle tragedie, fiaccolate e collette le organizzano i preti. Forse non tanto la Chiesa dei soldi offerti alle Madonne senza che nessuno li tocchi, e nessuno tocca neanche il tesoro di San Gennaro.
No. Per fortuna c’è anche la Chiesa del prete di periferia che lotta accanto ai suoi, che si fa pure uccidere dalla camorra, e magari aveva un amore, di solito maggiorenne e consenziente. E almeno in pubblico diceva quello che dicono i preti (non fare le “teste calde”, la sessualità come dono reciproco tra gli sposi) che tradotti nella vulgata populare possono essere quell’istigazione alla rassegnazione e alla sessuofobia (e omofobia) che conosciamo.
Il paragone coi paesi asiatici dei miei vicini del Raval mi viene facile. Paesi con una cultura straordinaria, un gran senso della famiglia, una cucina e una tradizione musicale incredibili. Come noi. E come noi afflitti da mali come povertà, disoccupazione, mancanza di strutture che garantiscano un’istruzione adeguata ai suoi cittadini. Con una fede profonda i cui messaggi spesso nobili si traducono, nella quotidianità, in ipocrisia, maschilismo e omofobia. La scala è diversa, ma qualitativamente, mi sembra, cambia molto poco.
Qui a Barcellona quando succede qualcosa vedo attivarsi molto le organizzazioni di vicini, i centri civici, prefino le radio, e un volontariato capillare.
Giù da me non siamo altrettanto ben organizzati, da questo punto di vista, nonostante il lodevole sforzo di chi ci prova.
E la religione ha il pregio di unire quando non c’è nient’altro. Con tutto quello che comporta l’obbedienza a una serie di regole affermatesi in altri luoghi e in altri tempi.
Auspico che chi la segue e chi no si rispettino sempre di più, senza cercare d’imporre le proprie regole con la forza.
E spero che si creino presto altre strutture con lo stesso potere aggregante, che uniscano davvero tutti.
Un altro dei burloni di #faiunadomandaalpapa diceva che tutti gli oppressi da 2000 anni si stessero vendicando allegramente, ora, via 2.0.
Spero che prima o poi non ci sia più bisogno di “vendicarsi”.
(sostituite “on the bus” con “on the cumana” e risulterà credibile)
(attenzione: questo articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni senza fondamento)
Siccome vivo nella caverna di Dracula, con stalattiti appese al soffitto e ragnatele secolari un po’ dappertutto, non ricevo molti ospiti. Immagino che anche il sesto piano senza ascensore non aiuti. Ma ho guardato un po’ gli ospiti altrui e credo che gli italiani in visita a Barcellona vadano suddivisi perlopiù nelle seguenti categorie:
10) l’aspirante guiri. I guiris nel gergo locale sono gli irriducibili stranieri, di solito nordici, che sembrano eterni turisti anche se vivono in loco per secoli. Quelli che comprano la t-shirt con la sagoma del toro, il sombrero messicano (chissà perché) e magari le nacchere. A noi italiani riservano il simpatico epiteto di italianini, ma con un po’ d’impegno questa categoria può far dimenticare i capelli scuri e gli occhialoni a goccia e trasformarsi nel guiri perfetto: basterà sedersi sulla Rambla appena sbarcati (meglio se dalla nave, l’aereo fa paura), e dopo essersi rifocillati con tapas e sangría andarsi a perdere nell’Apple Store a Plaça Catalunya . Mi raccomando, che il vostro spagnolo non vada mai al di là delle parole cerveza e Belén Rodríguez (non scordatevi di pronunciare la u), e credeteci, che quella pizza gorgonzola e peperoni su Passeig de Gràcia sia autentica di Benevento;
09) coppia gay che non ci può credere, che finalmente può girare mano nella mano senza che la corchino di mazzate o la sfottano stile cinepanettone (siamo un povero paese). Si è preparata tutto un itinerario artistico (in questo è simile al superorganizzato), che include anche alcuni negozietti mirati di souvenir. D’estate si mostra critica coi nudi maschili esibiti per la Barceloneta, operazione che personalente invidio perché io non vedo un difetto a cercarlo col lanternino. Pretendono che il Gaixample sia il Carnevale di Rio,rimanendo delusi quando scoprono l’amara verità. Non è infrequente che almeno un membro della coppia ritenga che tutti i bei ragazzi incontrati siano gay;
08) l’ospite del radical-chic. Per fortuna è simpatico/a, e viaggia spesso in coppia. Ma tra tutti gli amici che potevano ospitarlo s’è scelto la vecchia amica italiana che fa un master all’Autònoma di Barcellona ed è tra i 95 che hanno votato Vendola alle primarie. Morirebbe dalla voglia di fare un po’ di sano e becero turismo, invece si trova catapultato tra feste clandestine in centri sociali appena sorti, e feste italocatalane in cui si alterni il grido independència a Osteria numero 9, passando per le serate di pizzica , e l’immancabile capatina al Mariatchi , o in un vecchio bar del Raval, a collassare tra birra economica e vecchi che ci provano con ragazze insicure e ubriache. Il pub irlandese? Troppo commerciale anche se c’è musica folk;
07) il superorganizzato: ha due-tre mappe di Barcellona e una guida sconosciuta ai più (la Lonely Planet è commerciale). Specie se donna, si è trovato su Internet tutta una serie di negozi e ristoranti raccomandati da altri turisti per caso, rigorosamente vicini alla Rambla. Ha una macchina fotografica da paura che tiene sempre a tracolla. Primo giorno: Sagrada Familia, poi, come l’aspirante guiri, corsa in zona Rambla per un pranzo a base di paella e sangría (a meno che qualche conoscente in loco non gli abbia consigliato un ristorantino sul mare). Segue Museo Picasso, che a Montjuïc meglio dedicare tutta la mattina dopo. Infine, cena a base di tapas e a letto relativamente presto, che domani bisogna farsi tutti gli altri musei. Senza trascurare la nightlife barcellonese (definita proprio così, magari col trattino). Non si sa come, i suoi elaborati itinerari prevedono sempre l’attraversamento del micidiale tunnel della metro di Gràcia Al terzo giorno lo mandate da solo al Parc Güell sperando che non sappia più tornare, o se lo mangino le salamandre;
06) l’anima romantica: musei? Hai voglia. Ma quello che vuole vedere davvero è la gente per strada, e la sua macchina fotografica, se è possibile, supera quella del superorganizzato. Si fermerà ogni 2-3 minuti ad annotare impressioni sulla Moleskine, finché, esaurita la Pilot, non dovrà comprarsi una volgare Bic. Troverà qualcosa di tipico e poetico pure in Plaza Tripi alle 2 di notte del sabato, tra ubriachi che vomitano negli angoli e spacciatori (ovviamente la segnerà come Plaça George Orwell, e insisterà nel fare la ç catalana). Le tapas? Scontate. E la paella, si sa, è valenciana. D’altronde anche a tavola vuole vivere come quelli di qua, quindi finirete in un forno a Hostafrancs a fare un tipico spuntino catalano: empanadas argentine e pizza al taglio;
05) quelli che… è meglio giù da noi. Ok, in questo caso ho più esperienza coi miei compaesani, che quando si mettono a glorificare Napoli possono diventare davvero molesti. Se viaggiano in coppia, di solito lui è quello simpatico e goliardico, addetto alle public relations [sic], e lei, spesso carina e rigorosamente vestita di scuro, gli fa da spalla finché non si tratta di ballare (e se è un ballo di gruppo, si metterà al centro per non fare figuracce). Barcellona è “bella e pulita”, e “a misura d’uomo”, ma non ci vivrebbero mai. Il flamenco va bene per una sera, ma non lo ascolterebbero sempre. Perché pisciano per strada, questi, i bagni non ce li hanno? Segue critica dei vestiti colorati, scambiando il daltonismo per tossicodipendenza. Potrebbero girarsi a ogni coppia gay mano nella mano, magari commentando: “Io non ho nulla contro i gay, ma non mi piacciono quelli che ostentano“. Pretenderanno di mangiare pasta al dente nel Gotico e diranno che la paella in fondo somiglia al risotto alla pescatora. Con la giusta dose di sangria in corpo potrebbero confessare al cameriere, rigorosamente latinamericano, che il catalano è tale e quale al dialetto del paese del loro nonno;
04) quello che sa. Pericolosa variante, generalmente maschile, di quelli di cui sopra. In paese è quello un po’ “originale” e ha viaggiato più della media dei suoi compaesani, dunque conosce il mondo. Veste informale, per essere italiano, e sfoggia continuamente le due parole d’inglese che ne facevano il primo della classe allo scientifico. Segretamente gli mancherà la pasta il secondo giorno, ma ostenterà noncuranza e insisterà per andare a mangiare sushi, mettendoci ben 5 minuti a desistere con le bacchette. Poi farà il simpatico con le coinquiline di chi lo ospita: se nordiche, dichiarerà che le bionde hanno una bellezza speciale, se latine, che è meglio la bellezza mediterranea (pazienza se in Colombia c’è l’Oceano). Al pub irlandese, tra camerieri scozzesi e clienti americani, si farà un punto d’onore di ordinare la Guinness;
03) il popolo della notte. Questi per fortuna li ho incrociati raramente, perché non aspiro granché a frequentare Vila Olímpica a botta di 20 euro e oltre per entrare in un locale (con loro non si riesce mai ad arrivare all’Opium coi pass gratis prima delle 2). E se, arresisi, faranno il giro dei localini squallor intorno al porto, ancora peggio. Se uomini, viaggeranno in 2 con una collezione di camicie tinta unita per ammaliare le nordiche, salvo metterti una mano sul fianco quando vedono che le danesi non se li filano. Se donne si slogheranno sul tacco 12 nella speranza di sfogare certe loro esigenze che in paese, a parte gli incontri in chat, non tanto possono soddisfare. Di queste ultime conosco solo le terrone come me, che in mancanza dei consueti fischi e sguardi malati di fronte alla mini inguinale dichiareranno che i catalani so’ fridde ‘e chiammata. All’uscita dalla discoteca pretenderanno il cornetto, e non si rassegneranno all’idea che i pakibeer al massimo offrano le samosas, appetitose frittelle di verdure che nascondono nei tombini in strada;
02) aspirante punkabbestia: è la quarta-quinta volta che torna a Barcellona. Le altre ha dormito nei migliori centri sociali, che chiama correttamente casas de okupa, poco prima che li sgomberassero. In quelle occasioni non ha imparato granché lo spagnolo, ma non lo sa. Ha uno zaino formato paracadute e vestiti neri e “pratici” che al secondo giorno puzzano di canna. Se ha tempo si fa fare gratis da un’amica quella che chiamo la capa a mohicano, un must tra i colleghi perroflautas barcellonesi insieme alla frangetta a metà fronte. Trova sempre il modo di mangiare gratis, anche fosse rosicare radici in qualche huerta popular tenuta da amici suoi, una categoria che sembra non estinguersi mai e che vanta viaggi spettacolari tra Tibet e Indonesia (quella non turistica, però). Non necessitando di ospitalità, ti verrà a lasciare lo zaino prima di andare a un concerto punk in una casa de okupa a 20 fermate di metro, per poi bussarti alle 4 per riprenderselo, perché il concerto non era granché (leggi “non c’era proprio”);
… and the winner is…
01) l’ex Erasmus. Di solito è un uomo. Il riferimento all’Erasmus è indicativo, in ogni caso ha vissuto qualche tempo a Barcellona, in un passato più o meno remoto, frequentando peraltro gli stessi luoghi dell’aspirante guiri. Nonostante le sue domande “esperte” (Qual è la programmazione del Razzmatazz? Ah, ricordo ai miei tempi…), pretende che le cose stiano esattamente come le ha lasciate, che quel baretto arabo vicino alla Rambla serva i migliori dolci (poco importa se l’hanno chiuso) e che le ragazze che incrocia agli eventi gratis che trova nella Guía del Ocio cartacea (vagli a spiegare che ora esiste butxaca.com) abbiano con lui quella giocosa attitudine Erasmus che le rendeva disponibili a fornire il proprio numero, e rispondere pure al telefono. A fine serata si cimenterà in una strenua trattativa coi paki di Rambla Raval per avere la sexybeer a meno di un euro, perché “ai suoi tempi costava meno”.
La osservo con la coda dell’occhio dal materassino, mentre cerco di sopravvivere alla seconda serie di addominali. Al mio fianco un tizio in tutina si cimenta in una posizione yoga, la testa pelata schiacciata contro il suolo, e prima che possa librare i piedi in aria lei lancia un altro acuto, sconvolgendogli lo yinn e lo yang. Poi si dimena sul tapis roulant, con l’iPod nelle orecchie.
Se non fosse per la voce stridula non capiresti subito che è una donna.
Se invece di lei conosci solo la voce, non diresti mai che dal vivo possa sembrare un uomo.
È lei, la mia vicina bachatera.
Quella che insieme alla fidanzata, messicana come lei, ha il potere di rovinarmi le migliori serate d’agosto. Sì, perché le folli, quando non litigano, invitano amici sul loro terrazzo meraviglioso, attiguo al mio pezzente, e si sfasciano di mojito e canzoni come Obsesión degli Aventura e La soledad di Laura Pausini.
Poi si tuffano in questa piscinona gonfiabile che mettono su per l’occasione, schizzandomi tutto il terrazzo, finché qualcuno al piano di sotto non chiama la polizia. Tra i loro amici spicca tale Nestor, un simpaticone che dice tutto il tempo oye, guapa de cara , occasionalmente alternato con oye, cara de guapa.
Ora, al contrario di quanto sembri io non sono tanto mondana, qualche sabato capita che a mezzanotte stia già a letto. E devo cercare di dormire con questi nelle orecchie. A sto punto meglio i francesi di fronte: una volta ho trovato affacciato un tizio che indossava una sottana di raso nero, che si è alzato su fino all’ombelico mentre mi salutava (e io mi chiedevo se ciò che vedevo fosse umanamente possibile). Ma almeno era ubriaco, probabilmente ospite della fanciulla che al suo fianco si scusava per lui ridendo, e non s’è visto più.
Invece ste due sono trash dentro.
E poi hanno rovinato un dei momenti più belli della mia vita.
Immaginate la scena. Primavera inoltrata, domenica di sole. Arriva il mio ex con due scatole bianche bellissime, una molto grande e una piccola.
– Te le manda mia madre, dal Kashmir.
Ora, per una volta che tenessi una suocera che non mi umiliasse dal vivo con la sua cucina (meno male che aveva insegnato bene al figlio!), sta cosa dei regali mi sembrava una bella svolta. Ringrazio, sospettando che i soldini li avesse cacciati lui, e apro la scatola grande.
Rimango a bocca aperta. Uno splendido mantello verde ricamato a mano, con fiorellini delicati e minispecchietti sull’orlo. Quando si dice puro cashmere.
– Come si indossa? – lo guardo sconsolata cercando di metterlo sulla tuta antisesso, a fare da sola sembro il fratello di Wendy di Peter Pan in camicia da notte oversize.
Lui me lo sistema diligente sulle spalle, poi prende uno dei lembi e me lo mette in testa tipo chador:
– Così è perfetto.
Rispondo campa cavallo, me lo abbasso sulla nuca e apro la seconda scatola. Mi investe un luccichio di ori e riflessi trasparenti, mentre le pareti bianche si riempiono di miniarcobaleni che danzano mentre gli porgo il discretissimo collanone Bollywood, perché mi aiuti a legare il laccio simil-oro zecchino. Io intanto metto gli orecchini abbinati.
In seguito mi avrebbe rimproverato di non essermi messa la parure per andare con lui dal kebabbaro, luogo quantomai appropriato per sfoggiare tanta sbriluccicanza. Intanto, però, mi guarda soddisfatto, seduto a una sedia IKEA del balcone, mentre mi pavoneggio come il pezzotto napoletano di una principessa indiana, accennando perfino qualche passo di Kashmir Ki Kali.
E mentre lo attiro in un abbraccio di sfida a tutto quello che ci rema contro, la cultura, il permesso di soggiorno, ‘a gggente, un abbraccio nel sole che manco Aishwarya Rai e Shahrukh Khan nella canzone con cui mi martellava le gonadi ogni tanto…
– Scusate, avete visto un armiño?
Mi giro e c’è sta tipa controsole, affacciata al muro divisorio del balcone.
– E che è un armiño? – guardo un attimo lui, poi valuto in un secondo il suo livello di spagnolo e decido che è meglio rivolgermi alla diretta interessata.
Lei comincia a spiegare: animaletto piccolo da compagnia, sembra un cagnolino, cambia pelliccia in inverno…
Un ermellino!, mi dico tra me, giurandole in sanscrito (già che sto conciata così) di non averne visto manco l’ombra tra le antenne del Raval.
Ma quella non si arrende. Rispunta almeno 4 volte per ripetere la domanda. Vedo solo sto turbante rosso su una specie di tunica da casa, quindi concludo che senza sole sarebbe uno spettacolo anche lei.
Quando ormai posso sperare che per quella sera Allah chiuderà un occhio, sulla passione di certi suoi fedeli non uniti dal sacro vincolo del matrimonio, riemerge un’ultima volta:
– L’ho trovato! Si era nascosto dietro una pianta!
Intuirete che da allora ogni volta che mi spara a palla la canzone qua sotto sono fortemente tentata di accogliere la sua richiesta.
– Con la provola? – chiedo diffidente, pagando la mia coca.
– E certo.
Stiamo nell’intervallo di Napoli-Pescara, vinciamo 2 a 1 e il tavolo del Bar Blau su cui appoggio il bicchiere è disseminato di copie autoprodotte di Mondo Azzurro, il documentario di Marco Rossano che a partita ripresa torna a sedere allo sgabello vicino al bancone, per osservare Cavani su rigore infilare la terza rete al 58′, e bissare al 63′, diversi minuti prima che Inler tolga ogni dubbio sull’esito della partita. Esultiamo eccome, ma moderati, rispetto ai filmati del documentario.
Perché ce l’abbiamo presente, Marco, noi tifosi di Barcellona, così come i colleghi napulegni del Paris San Gennar. In tutti gli appuntamenti con la squadra del quoro (pure in trasferta) ce lo siamo ritrovato lì, pronto a puntarci addosso la telecamera e riprenderci in pose scomposte.
Ma il documentario, scopriamo gustandoci la pasta e patate della vittoria, non è solo urla sfegatate e petardi scoppiati in pieno bar (lassammo sta’, va’…). È anche una raccolta di storie, un’intrusione allegra e ben accetta (per noi l’ospite è sacro anche fuori Napoli) nella vita di ragazzi che avranno pure lasciato mammà a casa con la scafarea di pasta al forno, ma il ciucciariello di peluche se lo sono portato appresso come Chiara Vanacore, che alla vigilia di Barça-Napoli, quel trofeo Gamper perso 5 a 0, spiega che il Napoli Fans Club dimostra “che c’è un pezzo piccolo, ma così enorme, di Napoli” a cui aggrapparsi anche qui in terra “blaugrana”.
E giù le scene della marcia sulla Rambla, nella vigilia, con la testa fasciata d’azzurro di Peppe che mi fa da punto di riferimento per riconoscermi dietro lo striscione ni merengue ni culé: come dire né Real né Barça, noi tifamo Napoli, tie’.
Che poi nel mio caso non è esatto, e infatti sono l’unica al mio tavolo a cantare l’inno del Barça, mentre i miei compagni di pasta e patane dicono “quanto ‘e schifo”. Pure la partita in Champions col Manchester City è un colpo basso, per l’amore incostante che porto a questi azzurri d’Inghilterra, buttato in valigia assieme ai migliori ricordi di questa vecchia sporca città (ok, quella è Salford, ma per me sarà sempre e per sempre Manchester). C’è anche la trasferta col Villareal, sulle note degli Squallor e della My Way napoletana, come la chiama spiritosamente qualcuno sul pullman. Chi diceva che sarebbe stata una grande canzone d’amore, se il testo fosse un pelino diverso?
E a proposito di amori contrastati, a questo punto mi chiedo se Marco farà vedere anche la partita col Chelsea, quando nel marasma esultante del Blau si trovarono pure due scozzesi, e uno aveva gli occhi belli. L’altro (i cui occhi, per carità, manco erano da disprezzare), mi disse: “Questo è il gol più bello che abbia visto, non per l’esecuzione, ma per il tifo. Incredibile”.
Il neotifoso non fu intervistato, troppa folla. Compare spesso il sublime autore della pasta e patane popular offerta a porte chiuse per l’occasione.
Che dopo aver concesso pure il bis scioglie la messa. Non prima che io prenda la mia copia del documentario, da mettere sotto l’albero perché i miei si ricordino di avere una figlia pazza.
E magari di fare l’abbonamento a Sky per l’anno che viene.
Se no, vabbe’, a farmi un riassunto della stagione ci pensa di nuovo Marco.
Niente, non la trovo. Ok, pure io sono un genio, a cercare le scene tagliate di C’era una volta in America su Internet senza smanettare almeno mezz’ora. Ma volevo esordire con una scena che ho visto in televisione: un Noodles ormai invecchiato che sta a letto con una bionda e le dice cose dolcissime, finché non la chiama Deborah, come il suo grande amore.
Lì ho fatto un salto sulla sedia che ha fatto girare mia madre con la zuppiera in mano. Un po’ per la figura di merda, un po’ perché non si fa così. Della scena ignoravo sia l’atroce antefatto che la natura mercenaria del rapporto. Sapevo solo due cose: che il letto è il secondo posto più assurdo in cui fare un errore del genere, dopo l’altare (vedi Ross di Friends); che, appunto, non si fa così.
Che capita a volte, nei momenti più impensati, di dover fare i conti con dei fantasmi, tuoi e di chi ti è vicino, molto vicino, in quel momento. Già che siamo in vena di citazioni pop ricordo Claudio Bisio che leggeva Pennac, credo fosse la prima volta tra Malaussène e Julie, ma non me ne intendo. Insomma, questo si ritrova a letto con una tizia che è andata con molti uomini di tutti i tipi, pure un maori, e allora se li immagina tutti lì, a sindacare sulla sua prestazione. Spettacolo. Alzi la mano chi non se n’è mai ritrovato qualcuno (un fantasma, non un maori) ai piedi del talamo, fosse anche uno di quei talami improvvisati che ci dobbiamo inventare nel cattolico Sud.
Il bello è che questi ectoplasmi hanno pure il vantaggio di essere là col loro sorriso migliore, i capelli perfettamente in ordine e magari pure il beneficio del dubbio, giacché spesso con loro non ci siamo manco sfiorati per sbaglio le labbra. Tutto il contrario del comune mortale che ci accompagna, sudato e sbuffante e anche un po’ sotto tono, “scusa ma oggi ho mangiato pesante”.
Diciamolo, il primo che capita dopo un fantasma è pure un fortunello. Meglio non saperlo, magari, o saperlo solo dopo che ogni centimetro di pelle e ogni gesto sia stato paragonato, seppure involontariamente, a chi ti ha preceduto. Insomma, ti devi immolare per la causa, magari a beneficio di chi ci sarà dopo di te.
Ma no, non è giusto infliggerli a nessuno, i fantasmi, tanto meno a te stesso. I fantasmi si tengono a bada, con un costante e inflessibile allenamento, dicendo grazie per la compagnia, ma andate pure ad arricchire qualcun altro, riprendetevi la vostra unicità, il vantaggio di esser diventati la versione edulcorata e ripulita di ciò che non posso avere più (o che non ho mai avuto), e tornate da dove siete venuti.
Il modo più semplice per cacciarli resta chiedersi: ma se sei la fonte di ogni gioia, perché non sei qua a sudare con me, invece che fissarmi con la faccia da pesce lesso da qualche angolo della mia mente?
– Allora la protagonista del libro, la zia Tula, fa sposare il tizio che le va appresso con sua sorella. Perché a lei fanno schifo gli uomini, ma i figli li vuole. In una lettera Unamuno raccontava la storia a un amico e gli diceva in pratica che le donne cercano il sesso solo per fare figli. Se una in qualche modo già li tiene, chi glielo fa fare?
– E Unamuno credeva sta cosa?!
– A quanto pare sì.
– Veramente?
L’amica ascolta senza mangiare. Come sempre ha lasciato metà piatto, e come sempre io ho spazzolato tutto. Siamo andate da Bismillah, sotto casa mia, perché questo curry a 4,50 è più buono che in un “vero” ristorante, e perché lei vuole parlare un po’. Non le hanno rinnovato il contratto e, nonostante la gioventù e la famiglia in loco, ha provato anche lei il brivido dell’abisso. Cosa faccio dopo? E allora ci siamo prese questo pomeriggio per noi, senza PC, dizionario e curriculum da inviare.
– Io conosco un ebreo ortodosso – m’informa ora – che sostiene che dai 30 in poi le donne perdono interesse nel sesso perché le loro capacità di procreazione diminuiscono.
– Dovresti leggerti la discussione in un forum di cristiani americani – le dico. – Direttamente dalla Bible Belt. In una discussione sono quasi tutti uomini e sostengono che l’orgasmo femminile non esiste.
– No, vabbe’.
– Ti giuro. E a una tizia che provava a riportarli sulla Terra uno spiegava “senti, zoccola, mia moglie non ha mai sperimentato niente del genere, nonostante una volta abbia dovuto penetrarla per ben 3 minuti, prima di riuscire a inseminarla”.
– Porelli. Loro e Unamuno. Passeggiata? C’è un tempo bellissimo, oggi.
Infatti. Che giornata incredibile. Ero stanca di stare in casa tutto il tempo, ora che ho finito la prima infornata di traduzioni e mi dedico soprattutto al libro.
A Bismillah ci sono affezionata, spiego all’amica uscendo, perché il mio ex smise proprio qui fuori il patetico tentativo di vedermi di nascosto, per evitare chiacchiere tra i suoi connazionali. Attraversava con un cartoccio di samosas calde, da dividere col suo padrone di casa, quando mi vide chiacchierare con un suo amico. Allora davanti a tutti, pure al padrone di casa che non voleva mi parlasse, tornò indietro e me ne offrì una.
– Abbiamo fatto bene a venire qua – conviene l’amica.
Anche se parlare di tía Tula, ovviamente, non aiuta la mia autostima di aspirante scrittrice. Il climax del romanzo è lei che muore lasciando i nipoti liberi di chiamarla di nuovo zia. Quello del mio è un’escalation di sfiga autobiografica che a inventarla non ci sarei riuscita.
Mi ci vuole qualcosa di bello.
– Senti, c’è un pakistano che è diventato il mito della comunità italiana, perché ha prodotti italiani a prezzi buoni. Andiamo a cercarlo? Dice che è al c. del Parlament.
Trovarlo è una mezza Odissea. Lato mare, mi aveva spiegato l’ultimo a parlarmene, che ha una compagna di Barcellona e ormai divide tutta la città tra “lato mare” e “lato montagna”.
– Perché, tu non ci riesci? – mi chiede l’amica, curiosa.
Ebbene… no. Non ci riesco. Toponomastica e indicazioni mi sono ostili in italiano, figurarsi in catalano: qui non dicono è una traversa, ma fa angolo con. Ma, lasciando perdere il concetto creativo che questi hanno di angolo, metti che ti perdi nei meandri di questi labirintici barrios (pardon, barris) del centro… Che ne sai più di dove sia il mare e dove la montagna?
Ok, sono impedita.
Ma per fortuna, quando finalmente ingarriamo la traversa, azzecco pure il negozio.
Sembra il solito minimarket pakistano con le cassette di frutta fuori, poi…
Visione mistica.
Di quelle che devono divertire gli autoctoni quando escono con un italiano.
– Respira, che ti viene un infarto! – scherza l’amica.
– Non puoi capire. Pure la Faella!
È come l’angolo di un supermercato italiano. Solo che c’è perfino la pasta artigianale. E vedere questo a Barcellona, tutto insieme e su un’intera parete, è come James Senese la prima volta che lo vedi sul palco e poi lo senti parlare . Come il tuo ex che si mette con la tua amica che schifava. È impossibile, eppure succede.
– Ok, Maria, ora sei tu a dover tornare sulla Terra. Allora è questo, il formaggio ricotta?
– Sì. E questa è la mozzarella non disidratata, come si vende da noi. Non è artigianale ma già è qualcosa.
– E questo cos’è? “Kinder… Brioss”?
– È la mia infanzia. E tu è la prima volta che lo vedi. Il mondo è strano.
Chiedo al ragazzo alto, con la faccia da bambino, come abbia tutto questo.
– Mi piaceva cercare le cose che mi dicevano. Ho cominciato con la De Cecco. Poi mi hanno detto prendi la Voiello, e ho preso la Voiello. Poi Faella, Mulino Bianco…
– Te ne dico una anch’io. I paccheri, di Gragnano.
– Eh, mi devi dire la marca.
– Una qualsiasi. Ma che siano paccheri.
Intanto compro un pacco di Pan di Stelle, che offrirò alle altre due che ci aspettano per la prima cioccolata di stagione, da Mistral. Anche loro baciate dalla crisi: una ha appena finito il sussidio di disoccupazione, un’altra ha studiato comunicazioni audiovisive e vende macchine fotografiche al Corte Inglés. Per la serie, restiamo nel settore.
Prima però passiamo per il cortile del CCCB. È l’ultimo omaggio a questo sole di novembre che mi permette ancora le parigine. Anche se la catalana mi guarda perplessa, non ci crede che dopo Manchester non senta più freddo alle gambe.
E passando vediamo l’albero. Piccolo, rami corti, tanti messaggi di carta che pendono tipo l’albero di Natale alla stazione e al corso Umberto a Napoli. C’è scritto Albero dei desideri.
Allora stacco un pezzettino di carta da un foglietto appena preso al cinema, di quelli con la sinossi dei film. L’amica mi cede il souvenir dell’ultimo giorno di lavoro. Una penna di quelle con l’acqua in superficie. Ci galleggiano 3-4 sagome di ovuli pronti per l’impianto.
Mentre scrivo il mio desiderio, appoggiata alla panchina, si ferma una macchina della guardia urbana. Ne scendono due poliziotti, si avvicinano a un ragazzo seduto a terra. Ci guardano ripetutamente, ricambiati, gli dicono due parole, poi se ne vanno.
Appendo il desiderio improvvisato a uno dei fili di lana che avvolgono l’albero. È una parola sola. Per fare proprio l’idiota ho disegnato una faccina sorridente nella O finale.
– Perché hai scritto questo nome? – chiede l’amica. Non le dice quasi niente, segno che sto migliorando. È uno dei pochi nomi che si pronunciano uguale in spagnolo e in italiano. E a pronunciarli ormai con accento spagnolo t’illudi che siano lontani, lontani nel tempo.
– Non so. Forse perché finalmente sto scrivendo, sono sana ed è una bella giornata. Magari l’unica cosa che mi è mancata, nella vita, è scritta qui sopra.
O’ Barquiño non si può spiegare, bisogna viverlo!: con questa descrizione su uno dei tanti siti che segnalano O’ Barquiño, Nuria G, di Madrid, riassume tutte le mie perplessità. Come ve lo spiego, io, questo bar galiziano nel cuore del Raval, che tra i manifesti d’epoca dell’affollato piano di sopra ha reclutato le stelle più trash della Spagna che fu, servendole ogni sabato sera con un sorso di Estrella Galicia e un piattone spropositato di pa amb tomàquet?
Io ci provo. Prendete la buonanima di Mario Merola, nella sua scena più esagerata (meglio una cosa allegra, tipo questa), mettetegli addosso una parrucca rosso fuoco e, già che ci siete, fategli raccontare un paio di barzellette sconce. Ebbene, sarà ancora Stefano Bollani, rispetto ai personaggi che ogni sabato alle 21.30, in ritardo sulla tabella di marcia, vi snoccioleranno il meglio del loro repertorio: la copla spagnola, genere esagerato e un po’ fascio associato al peggio (per qualcuno al meglio) di Spagna.
E ad ascoltare il meglio e il peggio di Spagna dovevo andare giusto alla vigilia delle elezioni catalane, in corso mentre scrivo, che a lungo termine potrebbero portare i catalani a prendere per sempre le distanze da questo mondo.
Il mondo variopinto de El Colorines, annunciato dal presentatore Carrión come la niña de la casa ed entrato in scena vestito da donna. Niente al confronto con Antonita la Cachonda, per gli amici Tonio, che nel secondo tempo entra in traje rosso fuoco, cantando canzoni del tipo “Grattami… Che muoio di prurito…” e raccontando barzellette orribili (Bimbo: “Mamma, chi mi ha portato?”, “La cicogna”, “Papà, chi mi ha portato?”, “La cicogna”, “Nonna?”, “La cicogna”, “Cazzo ma in questa casa nessuno chiava?”). Si lamenta poi perché oggi non ci sono più le mariquitas, checche come lui: sono tutti gay! D’altronde che ci può fare, se suo padre era chaffeur ed è venuto fuori con la retromarcia?
La mia anima trash è rapita in diverse visioni mistiche, rimpiangendo i compagni napoletani che avrebbero gradito almeno quanto me, certo più delle mie amiche che non riescono proprio a dissimulare un moto di disgusto.
Ma per me è commozione, con le ballate di Luís del Bosque e del Romántico e la voce incredibile di Paco Carmona, riprodotto anche in sala, in un manifestino in bianco e nero vecchio di almeno 30 anni. La Mercedes accenna pure qualche passo di danza, spiega che la spagnola, quando bacia, bacia davvero (“Come potevo mai sperare di far concorrenza”, sussurro alla catalana che conosce le mie pene d’ammmore), mentre una collega di cui ho scordato colpevolmente il nome canta di una sivigliana che aveva avuto la fortuna d’innamorarsi di un napoletano, guarda caso infedele e traditore.
Mi muoverei di più se una vecchietta con cofana e pettinessa spagnola, che mi ricorda la bambola portatami dalla Spagna a 10 anni, non si fosse seduta al mio fianco in tutta la sua imponenza, cacciando un paio di nacchere e fermando ogni artista che tornasse al vicino camerino per segnalare la sua presenza. Una stella d’altri tempi? A un certo punto m’impone di chiedere al cameriere dei tovagliolini di carta, fingendo che siano per me. Le mie vicine, provviste di pinza a fiori “flamenca”, sono in visibilio e non smettono di gridare olé. Io a volte urlo direttamente stabbene!. Mi viene spontaneo, certe mosse e lacrime finte sono proprio da sceneggiata.
Ma le mie amiche sono sull’orlo di una crisi di nervi, come le connazionali almodovariane. Gettiamo la spugna all’inizio della seconda parte, allontandandoci con un’illuminazione improvvisa della catalana:
– Cacchio, perché disperarmi per aver perso il lavoro? Finalmente ho scoperto la mia vera vocazione!
Già la immagino a cantare canzoni sconce con una rosa tra i capelli, o sul petto come la vecchietta in prima fila con due fili di perle. Cercando di non ridere le dico:
– Perfetto, va da sé però che tradurrai tutto questo in catalano…
Ma conveniamo entrambe che in tal caso non funzionerebbe.
(ne hanno fatto un documentario)
(la sua foto troneggiava benedicente su tutti noi)
La mia benda sull’occhio è un successone, ben 75 euro (ok, centesimi) dal cinese del Carme contro il cartone appezzottato delle altre. Mi sfottono, l’amico siciliano e i suoi colleghi assistenti sociali, conosciuti in Plaça Sant Jaume quando avevano smesso di pagarli e ora tutti lì, fuori al Departament d’Interior di Barcellona alle 18 di mercoledì 21 novembre. Quasi tutti con un occhio coperto per solidarietà con Ester Quintana, la donna che ci ha rimesso il suo lo scorso sciopero generale. Per un proiettile ad aria compressa, dicono lei e i suoi compagni. Impossibile, dice Felip Puig, Conseller d’Interior: nella zona del Passeig de Gràcia, dove si trovava lei quando ancora vedeva bene, non ne sarebbero stati sparati.
Ma i reduci dallo sciopero del 29 marzo, me compresa, hanno avuto esperienza sufficiente di questo tipo di armi per ricordare, insieme agli 8 che invece ne hanno avuto esperienza diretta, che Barcellona può costarti un occhio della testa. E allora #ojocontuojo, il comitato che si è costituito per solidarietà con la donna ferita, ha organizzato questa manifestazione silenziosa a cui partecipavano anche i miei amici di Stop bales de goma .
In realtà a vedere la scena da lontano, risalendo il Passeig de Sant Joan dalla metro Tetuan, quelle quattro sirene che lampeggiavano su altrettante camionette disposte intorno all’edificio non erano proprio rassicuranti, specie se parli a telefono con tuo fratello e sarebbe d’uopo dissimulare. Ma non ci provo nemmeno.
– Ecco, brava, mi raccomando, tu resta là invece di tornare subito a casa! – mi viene detto col sarcasmo rassegnato di chi sa che invece resto eccome.
E faccio benissimo: la manifestazione, per fortuna, è pacifica e si apre con un messaggio di ringraziamento di Ester (dimessa dall’ospedale con sorprendente fretta), trasmesso dai potenti mezzi degli organizzatori (un altoparlante che ha visto tempi migliori) insieme alle seguenti istruzioni: stiamoci più o meno zitti tutto il tempo, e ogni 10 minuti sfoghiamo.
E lo sfogo, in effetti, è potente. Puig dimissió lo slogan più gettonato. Certi altri non li ho ripetuti, preferisco quelli che chiedono cose concrete invece di lanciare accuse generiche. Efficacissimo invece il buon Enrico (leggete il suo blog) che si fa fotografare in tutta la sua imponenza con la benda sull’occhio e regge, aiutato a stento dalla Vostra Affezionata, lo striscione di Stop bales de goma. Finché un gruppetto di volenterosi, al ventesimo tentativo, non riesce a legarlo a un albero (lo striscione, non Enrico), col fucile che sembra magari un po’ più ammaccato che al naturale.
Quanti siamo? Non sono brava a contare la gente, è un lavoro che alle manifestazioni italiane lasciavo volentieri a Emilio Fede. Qualcuno dice 400, e c’è chi si lamenta che non va bene. Troppi appelli, troppe manifestazioni. Meglio una buona, tutti insieme.
La mia amica veronese chiede che pretendono, questi, se uno stato ci schiaccia noi reagiamo. I morti non possono andare alle manifestazioni, e allora ci andiamo noi per loro. Morti di debiti, suicidatisi per aver perso la casa… Se questi ci fanno la guerra, conclude, noi rispondiamo con la guerra.
Non sono d’accordo, le dico. Oggi manifestiamo per un occhio perso, non vorrei che la prossima volta fosse per un morto. E quella ancora per due.
Ma le rivoluzioni, ribatte lei, come si sono fatte? Coi morti, per la libertà.
Restiamo ognuna della sua idea mentre una raffica finale di fischietti (che in un mondo ideale si dovevano suonare tutti insieme alle 20 in punto) segnala che la protesta è finita, andiamo in pace.
In metro mi accoglie ancora un manifesto di Artur Mas, il leader di Convergència i Unió che ha promesso il referendum per l’indipendenza se, come tutti si aspettano (o temono), stravincerà le elezioni catalane questa domenica 25. Con le braccia alzate e circondato da bandiere. La voluntat d’un poble.
Ma qualche impertinente gli ha messo una benda nera sull’occhio.