I fuochi da Montjuïc mi ricordano che sono qui da 4 anni.
Dalla festa della Mercè di 4 anni fa, quando presi un taxi dall’aeroport del Prat (non sapevo dove si prendesse la navetta) e usai tutto lo spagnolo che conoscevo, “Para Sants, por favor”. Non avevo manco prenotato l’albergo.
Dovevano essere 5 mesi, e poi quasi giorno quasi casa quasi amore.
Oggi ho festeggiato senza accorgemene, ballando pizzica su Rambla Raval, tra catalani un po’ hippie e riluttanti ad alzare il culo da terra, per poi scatenarsi sulle ultime canzoni.
Quindi, michelada con una messicana e un siciliano, che per una volta che ci sia qualcuno che l’apprezzi come me quasi ne prendo due.
E una birra sul mio terrazzo. Perché ora ho un terrazzo tutto mio, e del caciocavallo da offrire.
Cosa ho perso, in 4 anni? Tutto.
Cosa ho guadagnato? Tutto.
Was blind but now I see.
Se non vado a Napoli per qualche tempo mi iscrivo di nuovo a gospel.
Anche se probabilmente non c’è nessun Dio, ho molte cose per cui dire grazie.
La patrona di Barcellona, col suo manto di stelle che non le ho mai visto addosso, ma che le spetterà di diritto, come a tutte le Madonne.
Specie quest’anno, che è tutto un firmamento di estels indipendentiste, dipinte in bianco o in rosso su una bandiera indossata modello Superman. Te le ritrovi in metro e per strada, ma non nel mio Raval. Che continua imperterrito a lavorare fino a tardi nonostante il film anti-Maometto, nonostante le vignette, nonostante quelli che pensano che Islam significhi quattro fanatici pronti a scattare su a ogni provocazione (e allora non avrebbero un minuto di tempo).
Comunque.
Il 29 ho l’esame. Lo so, napoletani in ascolto, un giorno a caso.
Lo scritto. L’orale tra l’1 e il 4.
In classe sono scene da film horror.
La prof. che fa l’elenco di cosa NON spiegherà, e si cimenta in paragoni con lo spagnolo che ne fanno l’unica catalana che proprio non lo conosce.
La classe che guarda sbalordita la lavagna, cercando trattini dove non sono mai esistiti, o le elisioni che popolano il linguaggio parlato, e allora qualcuno, durante gli esercizi, viene a chiedere consiglio a ME.
Mo’, che l’unica straniera debba insegnare il catalano si spiega in due modi: sono anche l’unica che si è dovuta fare un culo così per il diploma, gli altri se lo sono aggiudicato di default per nascita e studi; il catalano non lo parlo che con qualche amica, non l’ho potuto contaminare con “r” mangiate e le “e” aggiunte a ca… volo.
Tanto nel mio girarrosto di fiducia parlano in urdu. “Ehi, mi hai appena chiamato ‘ragazza’, vero? Troppo buono!”, e loro divertiti dalle due parole che capisco, “ragazza/o”, e la roba da mangiare. Le basi, insomma. E poi vabbe’, “ti amo” e “meri jan”, che praticamente significa “core mio”, come ne Gli esami non finiscono mai.
Solo che stavolta, per me, gli esami finiranno, che li superi o li ripeta a febbraio. Questo è il diploma di catalano più avanzato, dopo c’è solo il napoletano.
E ora, Mercè. Ho già visto lo spettacolo di luci dell’anno, sulla Sagrada Familia, e ieri nel Parc de la Ciutadella un tango infuocato (letteralmente) che non mi ha ammaliato quanto il Tetris gigante e il nostro tifo per i giocatori, specie per i bambini che, se non fosse stato per la Mercè, il Tetris non sapevano manco che era.
Lunedì mi tolgo una soddisfazione: ballare la pizzica su Rambla Raval. Ho già avvisato tutti.
Anche perché sono quasi tutti stranieri, non si renderanno conto che sto alla pizzica come Romina Power sta al Belcanto.
E poi aspetto. Notizie da Napoli, se ci vado per 5 mesi, miracolata tra le decine di richieste per una borsa di studio, o dopo l’esame devo proprio mettermi a cercare un lavoro, che il sussidio è finito e tutti i colleghi licenziati hanno trovato qualcosa, meno noi del dipartimento di Content.
Io speriamo che me la cavo.
E intanto festa. Barcellona è così. Crisi e feste.
E le stelle stanno a guardare.
Come sapete, questo è essenzialmente un blog di minchiate.
Così, a poche ore dalla fine della festa nazionale catalana, con la processione di estelades, le bandiere con la stella indipendentista, non vi parlerò delle rivendicazioni di una nutrita percentuale della popolazione catalana (c’è chi dice il 30% , 400 famiglie), che addossa sul governo centrale di Madrid le responsabilità della pessima gestione della crisi; non vi parlerò degli ingenti aiuti che hanno chiesto allo stesso governo centrale; non mi dilungherò manco sul fatto che i catalani siano tra i pochi a festeggiare le sconfitte (in questo caso, la fine dell’assedio di Barcellona dell’11 settembre 1714, col passaggio della città nelle mani del re Burbone), e che a domanda “sei nazionalista?” una catalana che conosco rispose “no, non sono così di sinistra”.
Vi dirò che oggi, seguendo il percorso della memoria catalana, ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.
Ho visto un sacco di gente di tutte le età in versione Superman, bandiera indipendentista annodata sul collo (finché un’amica non l’ha usata come pareo).
Ho visto processioni di torri umane consegnare una bandiera ai piedi della torcia al Fossar de les Moreres, dove sono seppelliti i martiri dell’assedio. E la bambina in cima a una torre aveva gli occhi a mandorla.
Ho sentito un’amica affermare che la vera catalana fosse lei, che non portava la bandiera perché costavano troppo.
Ho visto una mostra sull’11 settembre 1714, con due pannelli dedicati a due catalani illustri: Hernán Cortés e Cristoforo Colombo.
Ho visto sfilare, davanti al monumento di Rafael de Casanova (tra i leader antiassedio) l’insegna dei “poliziotti favorevoli all’indipendenza catalana”. Come leggere un cartello di cattolici pro-aborto.
Ho visto un’enorme bandiera svettare sotto l’Arc de Triomf, sopra un chiosco che vendeva della misteriosa birra nazionalista, capace di ubriacarti solo guardandola.
Ho visto mio padre con la mano sul petto mentre cantavamo (io male) l’inno catalano, accompagnati dalle classiche trummettelle. L’ho visto in ansia per le bambine in cima alle torri umane (dotate di casco dopo la morte di una piccola collega di Mataró) ed emozionato di fronte a “tanta gente che almeno ci crede, nella sua terra, noi la nostra la disprezziamo”. L’ho visto altresì seduto su una panca col manifestino “proclamiamo l’indipendenza ORA!”, mentre un turista lo fotografava rivelandogli che stava giusto vicino a un bagno ecologico. Infine, l’ho sentito salutare i compagni d’avventura con un sorprendente “Visca Catalunya lliure”.
E ho visto i miei in visibilio davanti ai tallarines del mio cinese preferito, clientela cinese, tagliolini artigianali. A due passi dalle trummettelle, le sfilate con la bandiera e le sporadiche sirene.
Perché la Catalogna ci piace così, internazionale.
Non a chi parte, che già ha troppe cose da spedire o mettere in valigia. A chi resta.
Funziona così: una settimana prima di andartene annunci urbi et orbi che hai roba in casa da smistare, chi vuole venisse a prendersela. Anche se a Barcellona capita spesso che due terzi dei tuoi “amici” non ti spiacerebbe buttarli a mare nel Port Vell (tanto da sobri non ti riconoscono), e allora inviti il restante terzo.
Ok, non è un’esclusiva di chi parte. Chiunque faccia un trasloco ha interesse a liberarsi di qualcosa, e se può cederla ad altri tanto meglio. Un prof. dell’università dava via centinaia di libri e facemmo la processione per giorni, portandoci via monografie su imprescindibili autori catalanisti noti solo alle loro zie paterne.
Però diciamocelo, i regali di chi se ne va sono più fighi.
E più… urgenti: se lasci qualcosa in casa non ti restituiscono la cauzione. Colgono la palla al balzo. Magari, se lasci la pastina bianchiccia che vendono qua, non fa niente. Col comodino trovato in strada, e portato su al volo, la musica cambia.
Insomma, tu li aiuti a sgomberare casa, e rifornisci la tua. Tipico delle reti di solidarietà che si formano all’estero, in case che i nostri genitori in visita chiedono “Come fai a vivere qui dentro?”.
Il fatto è che ci scocciamo pure, di renderle troppo vivibili. Mica ci resteremo a lungo. Tra lavori part-time e licenziamenti in massa (una tizia mi ha battuto, 35 in un giorno contro i miei 19), prima o poi tocca anche a noi smistare cose.
Ma quando ti tocca incassare vai armata di zaino o valigia, a seconda della mole, e magari ti aiutano a portare la roba fino a casa. Ringrazi con un caffè o una birretta fuori.
Considerando che il mio caffè è leggermente forte (i non napoletani non dormirebbero per giorni) propendo per la birra.
Cosa danno via, quelli che partono? Dipende. Se tornano da mammà, anche lenzuola e coperte. Se cambiano città/paese perfino i mobili.
E la roba da mangiare, naturalmente.
Magari i nordeuropei ti lasciano i cereali biologici, o l’olio d’oliva del cesto di Natale, che giace ancora quasi inutilizzato (e tu che l’avevi finito in un mese eri pure stata sfottuta, “te lo sei bevuto?”).
Ma se sono italiani hai fatto tombola. A parte i pacchi di Garofalo, a ricordarti che la pasta buona esiste, a parte il Lavazza ancora da aprire o qualche raro residuo della valigia di Pasqua, c’è lui.
Passato gelosamente da migrante a migrante come la spada laser di Yoda, i gioielli della Corona, le figurine Panini dei calciatori o della Sirenetta.
Il parmigiano.
Venduto in loco a 1000 euro la briciola, e magari è solo grana, è il sacro Graal degli italiani all’estero, dispensato con generosità solo quando vuoi fare lo sborone a un pranzo collettivo (e ti accorgi con angoscia che, per fare gli esperti, gli autoctoni ne grattugiano mezzo chilo, coprendo interamente il sapore del piatto).
In queste occasioni, ecco che ti viene improvvisamente ceduto a mezzo chilo alla volta, ancora nel pacco giallo dei salumieri italiani.
È un dettaglio che non riuscirai mai a finirlo, che seccherà prima del terzo ragù.
Ma datemi un pezzo di Reggiano e vi solleverò il mondo.
Colpa del vicino del terzo piano, che lo spara a tutto volume per rappresaglia verso i discotecari del piano di sopra.
Saltello ancora per strada quando scanso per un pelo la pazza con le stampelle.
– Puta! – mi saluta.
– Gracias! – rispondo.
Buon pomeriggio, Raval.
Stavolta la prof. c’è, all’università. È il terzo tentativo di farmi scrivere la lettera di raccomandazione per una borsa a Napoli.
Lunedì se n’è andata prima per non so che problemi, ho letto la mail solo dopo aver percorso il dipartimento deserto. Magari la polvere c’era solo per l’estate non ancora finita, ma mi piace pensare che la crisi sia anche questo, le orme sul pavimento di un dipartimento deserto.
Martedì, almeno, mi ha risparmiato le orme. Se è urgente vieni a casa mia, mi ha invitato per telefono, altrimenti domani stessa ora.
Come dice un’amica siciliana: a la tercera va la vencida.
La prof va di fretta perché vuole comprare non so cosa, prima che aumenti l’IVA. È una frenesia che prende tutti. Mi chiede l’indirizzo preciso dell’ente e non lo so. Sono sempre la solita. All’esame di dottorato andai senxa carta d’identità.
Passiamo dallo spagnolo al catalano all’inglese, e per fortuna la lettera me la scrive in quest’ultima lingua.
– Grazie, per qualsiasi cosa già sai.
– A novembre c’è il convegno del mio istituto, serve aiuto a livello logistico. Certo, avresti potuto fare da relatrice…
– Ehm, non so nemmeno se ci sono, a novembre, è capace perfino che mi diano sta borsa!
In realtà non sapevo del convegno, non sapevo di nessun convegno. Mi ero scordata di aver studiato da ricercatrice, di aver fatto un dottorato. A che pro, con meno di 1000 euro al mese, quando te li danno, se nemmeno è la mia vocazione?
Tanti colleghi con cui parlo sono innamorati della ricerca. Io voglio scrivere, sto scrivendo. Il problema è guadagnarsi il pane scrivendo, e la ricerca mi sembrava una buona soluzione, premesso che non mangio più come un tempo.
Ma ho trovato un compromesso. Voglio occuparmi di lettere. Sì, quelle dei soldati. Quelli con cui ammorbo i miei due lettori e mezzo tra un articolo e l’altro.
Se devo riprovare con la ricerca, voglio che sia con qualcosa che mi piace. I miei soldati catalani nelle trincee francesi, quelli scordati dalla storia dopo che erano stati moltiplicati, fraintesi, strumentalizzati per propositi nazionalisti.
Se mi fanno tornare in un archivio, voglio che sia per loro.
Che bello, per una volta m’impunto e dico, o questo o niente.
Forse è la cosa più importante che ho imparato in questi anni barcellonesi, penso entrando nella Biblioteca de Catalunya.
D’estate mettono fuori due scacchiere giganti, da usare per la dama o per gli scacchi. Ci vanno a giocare gli stessi, quasi sempre, due ragazzi che mi sembrano cingalesi e una signora anziana, col codino e una sporta verde.
Io percorro tutta la biblioteca e faccio un’altra cosa che non osavo più fare: tornare alla letteratura. La mia laurea in Lettere è del 2005, quando i libri erano ancora una via di fuga.
Ora li guardo con gli occhi che mi ha regalato la Storia. E voglio che invece di portarmi via mi aiutino a stare qui, presente. Pronta.
Ma prima scrivo il mio, di libro, un’ora o due. Il titolo me l’ha suggerito un sogno. Il manoscritto me lo consegnava un amico che non vedo da un po’. Uno che mi faceva un sacco di regali.
Forse questo è il regalo più bello che mi ha fatto.
Lo so, non siamo sul blog di Hello Kitty, ma all’università ho scoperto l’angolo del cortile in cui vanno le ragazze a parlare d’amore.
Vicino al campetto chiuso, dove stanno le panchine in ferro battuto, che ti ci puoi stendere. Dove ho fatto la seconda intervista da napoletana a Barcellona per un giovane meridionalista.
Miii, ogni volta che mi siedo a leggere ci stanno due lì vicino, sempre diverse, che fanno discorsi da romanzo di Lyala.
Solo un po’ più moderni.
Il “lui” di turno, ad esempio, è sempre ambiguo, sentimentalmente incerto. Ma anche loro non scherzano.
Di solito ce n’è una esasperata e l’amica che le dà saggi consigli.
Tipo: parlagli chiaro, non fare lo zerbino ecc.
Il tutto in catalano, ovviamente, o in una buffa combinazione catalano/spagnolo che manda a farsi benedire la mia concentrazione. Specie se è un libro di storia da recensire.
L’ultima volta le ho lasciate al(le) loro pene e me ne sono andata un po’ in giro.
Sono approdata nel Born, al Carders Public House. E l’urlo belluino che proveniva da lì mi ha ricordato che il mio Manchester City si misurava col Liverpool, la squadra della città più schifata dai mancuniani (io me ne frego, ma mi piace sfotterli).
Ho acchiappato gli ultimi 10 minuti, mentre Andy Carroll entrava in campo per gli Scousers e il suo orribile codino mi rendeva più facile il compito di gufare. Ero pure in minoranza, i fan del Liverpool erano numerosi.
Si è affacciato un signore catalano e ha chiesto a quanto stessero. Gli ho risposto 2 a 2 e mi ha chiesto se avesse segnato il Barça. Ah, già, giocava pure quello. E dulcis in fundo, il Napoli. Se è così ogni domenica mi sparo. Chi non ha il cuore sparso in giro non può capire.
Per fortuna lì per lì i patemi sono durati il tempo di una clara, 2-2 e contenti tutti.
Il proprietario mi ha quasi riconosciuta.
L’ultima volta mi ha vista proprio lì all’uscita, alle 4 del mattino, con la custodia di un microfono e due tizi, uno che reggeva una cornamusa e un altro che teneva fermo il leggio.
Ero pure stata invitata a casa loro, da quello sbagliato.
Wrong bedroom, avevo sorriso in silenzio.
E sulla strada di casa, a un semaforo della Rambla, il passante accanto a me era stato agganciato da una prostituta.
– Stammi vicino – aveva implorato, scostandosi dall’orecchio una bocca bianco metallizzato (alle nigeriane sta da dio).
Non era la prima volta che salvavo qualcuno dalle prostitute sulla Rambla. Ma questo era siciliano.
– Sto qui da 4 anni. No, il catalano non lo parlo perché non mi piace e non mi serve, al lavoro. Ah, tu sei stata licenziata? Vabbe’, la situazione è tremenda, ma sempre meglio dell’Italia, no?
La mattina in facoltà potrei dirne anch’io, di cose, alle amiche innamorate della panchina accanto.
Ma la prossima volta mi porto un libro comico, magari mi concentro di più.
(omaggio all’amore, ma soprattutto a Manchester. E che San Morrissey ci perdoni!)
Un tizio occhialuto e magro mi copre le onde della Barceloneta.
– No, è che eri così immersa nella lettura che dovevo disturbarti!
Un’esperienza quasi ventennale in posteggia (da me gli idioti so’ precoci) e so solo sorridere a denti stretti:
– Ah, be’, grazie del pensiero!
Non se ne va.
– Sembra che ti piaccia il viola…
Mi passo una mano tra il vestito viola e la borsa in tinta, sbattendo gli occhi bistrati di viola.
– Pare di sì.
Allora la butta sul sociale:
– Passeggiavo e mi chiedevo cosa fosse successo, alla spiaggia. Sembra il festival dell’immondizia!
L’argomento giusto con una di Napoli. Alla fine riesco a dire:
– Buona passeggiata, allora!
Perfino il mio alunno di posteggia è meglio. Quando sono entrata nel panificio dopo 12 giorni di assenza ha detto:
– Italiana bellisima, come stai?
– Male, fa caldo!
– Se lo dici tu…
– E tu come stai?
– Fa caldo!
– Ah, adesso lo senti?
– Sì, perché sei entrata tu!
Si vede che non si allena da un po’. È pure smunto, sarà stato il Ramadan. Meno male che adesso è finito e il venerdì si mangia di nuovo cous cous. Giovedì, invece, paella.
Insomma, rieccomi a Barcellona.
L’amaca era ancora lì, sembrava rinchiusa su se stessa per sfidare il vento.
Ho guardato il clásico (Barça-Real) a la Xaica, adesso Bastió Blaugrana, e vi sconsiglio il nuovo piano per le partite: razioni piccole, poca scelta (fatevi portare il menù del piano di sopra) e uno schermo per tavolo è un po’ alienante. Meno male che abbiamo “portato a casa il risultato” , coi giocatori che si sono risvegliati come marionette al primo goal di Ronaldo.
Poi la coppia napolucana mi ha aggiornato sulle novità.
Una collega francese di lei è stata sospesa al lavoro insieme a un tecnico della manutenzione. Sesso orale in bagno a porta aperta.
Un’altra che vive nel Raval, come me, si è ritrovata un incendio al piano di sotto, dove vivevano 18 pakistani. Intossicati ma salvi.
18. E noi ci lamentiamo…
No, scusate, discussioni oziose da Barcellona senza.
L’amica comune parla spesso di lui, ma soprattutto della ragazza. Quando sentiamo una canzone unz tunz dice “oh, questa a lei piacerebbe tantissimo!”. Pure ieri, alla festa di Sants, tra le decorazioni ispirate a Hello Kitty: “Oh, vorrei che fosse qui con noi, lei adora Hello Kitty!”.
Sono cose che fanno bene al cuore.
Ma la festa di Sants è carina. Stanotte torniamo per i correfocs, che l’amica catalana, come tutte qua, li adora. Le ricordano l’infanzia. Noi che abbiamo avuto un’infanzia altrove non siamo altrettanto entusiasti, ma mi piacerà giocare tra le scintille.
Un’ultima considerazione oziosa: qui, l’ho già detto, si va per feste. C’è la disoccupazione, l’alienazione, l’amicizia usa e getta che dura un’estate. Ma poi ci sono le feste di quartiere, i concerti gratis, i cinema all’aperto.
Le feste mettono gioia e tristezza insieme.
Per adesso ci prendiamo la gioia.
(il momento più alto della festa di Sants. Passata subito dopo l’originale)
Ho capito perché sono passati 4 anni e sembra ieri.
Tornare è come recitare in un vecchio spettacolo. Lo scenario ti riporta a come stavi un attimo prima di partire.
Ma le differenze ci sono eccome.
Prima avevo un’abitudine. Dormire sul fianco destro, occhi verso la porta. Ci ho perso 3 mesi di sonno, a Manchester, finché non ho spostato i mobili.
Adesso dormo sul sinistro, faccia in giù.
A parte queste piccole manie personali ho notato diverse cose che mi piacciono.
Un ragazzo bassino e riccio che baciava una ragazza con la pelle scurissima e le treccine, fuori la stazione.
E altre coppie miste.
Mi dicono anche di coppie gay tranquille, mano nella mano.
Sempre alla stazione, un testimone di Geova cercava di convertire un senegalese, mentre una sua connazionale lasciava un momento la carrozzina, faceva ondeggiare lo splendido vestito turchese con fantasie arancioni e sputava sul binario.
Come i vecchietti di qua e le loro t-shirt a righe, sulle strade deserte della domenica pomeriggio, quando mettono le sedie sul marciapiede per prendere il fresco. Ho visto 6 donne, e solo 2 non erano né in coppia, né straniere. E una aveva appena dichiarato di tornare dalla chiesa.
Tutte aperte, le chiese. Dio non va in vacanza.
Il resto sì, nonostante la crisi.
Resta qualche amico, e mi fa piacere. Nessuno è rimasto bloccato allo scenario di cui sopra. Certo, c’è chi avanza veloce e chi no. Ma camminano tutti.
E io guardo la mia stanza, il parato a fiorellini per bimbe leziose e penso sempre di modificarla, ma non riesco mai. Come mia madre non dà via i miei abiti smessi, un curioso miscuglio di cappotti infantili e sciatte gonne ventenni, nel ripostiglio di nonna.
“Maria, ma chill’amico tuojo che era ‘e chillu paese… Afragola? No… Chillo ca nun me piaceva… ‘nu poco cafunciello… Brava, chillu llà. Ma chillo te piace, a te? Brava, a nonna, meglio accussì”.
Tra i libri che mi ripromettevo di portare in soffitta c’è “Mi chiedo quanto ti mancherò”.
Non ci date manco i soldi per un panini, e sbagliate pure a scrivere il ristorante! Il catalano sventola il buono pasto da 4 euro e 70, che per la Vueling compenserebbe 4 ore di ritardo e l’arrivo a Barcellona dopo la mezzanotte.
La hostess di Capodichino sorride alla profusione di coño ( = figa) che le piove addosso, corregge il nome e mormora:
– Sì, però ti devi togliere dal cazzo.
Il catalano ringrazia e se ne va.
Finalmente è il mio turno.
– Senta, potrei riavere indietro la mia valigia e spostare il volo?
– Certo.
– Gratis?
– Gratis.
Eccomi ancora qui. Dopo una settimana che si preannunciava strana ed è rimasta sospesa a mezz’aria, come la bolla di calore che ha contribuito alla mia indolenza.
Volevo annichilirmi davanti a Sky, e l’avevo guardato pochissimo. Temevo di non trovare nessuno, e avevo rivisto gente che manco a immaginarlo. Volevo una pizza come si deve, e avevo girato invano per il centro storico con un malcapitato più affamato di me.
Almeno lo scialatiello ai frutti di mare, l’ultima sera.
Che adesso diventa la quintultima per la gioia di mio padre, ripiombato all’aeroporto coi tappetini dell’auto bagnati. Ho lo zaino ancora ad asciugare.
Perché non sono partita?
Mio fratello è a Parigi e i miei vengono da me a settembre.
Potrei dire per i soldi. Per il rimborso difficile da ottenere (impossibile per il taxi), mentre il volo me lo spostavano gratis.
Oppure per il tempo. 4 ore d’attesa, più 2 di volo, e almeno un’ora tra bagagli, reclamo e taxi.
Ma ero armata di libri e quaderni, e mouilletes, le striscioline di carta per provare i profumi dell’outlet (Escada Sexy Graffiti, annusato a distanza, è il Didò. E costa 62.50. Quanto costava il Didò?). E poi nel mal comune avevo già conosciuto delle argentine, una rumena diretta al matrimonio del fratello, e un napoletano simpatico.
Insomma, non sono rimasta manco per il tempo.
E allora perché?
Perché mi era indifferente.
Perché stasera tra la mia terra d’origine e quella che mi ero scelta non avevo preferenze.
Ed è un male. Ma questi 5 giorni mi diranno quanto m’importa ancora del mio fazzoletto di cielo tra le antenne del Raval.
E poi sono anni che non resto più di una settimana. Mi spaventa l’idea di scoprirmi a contare “quanto manca”, come in un quiz della domenica.
Soprattutto, è la prima volta che non ho più alibi, per le cose lasciate in sospeso.
Adoro le seconde opportunità. Sono il mio nuovo Didò.
I 4 ragazzi intorno all’auto mi hanno guardata curiosi, le valigie già scaricate.
– E perché?
– Boh.
Sono scesa ad abbracciare mio fratello, di ritorno dalla prima tranche di vacanze, e a salutare la sua ragazza e i loro amici.
Fino alla sconfitta del Napoli (in 9 contro 15, ironizzano su fb) il ritorno stava andando piuttosto bene.
Vari momenti di tensione, ma una tensione allegra.
Come in fila per i bagagli, quando è squillato il telefono e non credevo ai miei occhi, ma me l’aspettavo, anche.
Come mi aspettavo la strana conversazione che sarebbe seguita. Troppo normale per non essere strana. E in spagnolo, che per noi è sempre stato la lingua della distanza, del “come va, tutto pronto per la partenza, trovato casa (mi dice il prezzo intero, come se vivesse solo), sei contento di andartene, scrivi”. E la lingua del non detto, o così mi sembrava mentre il tizio davanti mi credeva spagnola e mi sfotteva coi compagni.
Ho risposto con una smorfia napoletana e mi hanno pure salutato, mentre già poggiavo la valigia sul rullo trasportatore.
I souvenir di sempre, sempre più scemi, la confusione a Capodichino, mamma sto alle partenze, ma io ti aspettavo agli arrivi, e via fino a casa, senza passare dalla zia che mi fa strano non esista più.
Come il giardino del nonno, che fa male a guardarlo, senza più alberi e pieno di erbacce. Almeno adesso si vede il rubinetto vecchio, che messo lì tra le rose aveva un’aria di mistero, e la porticella chiusa in cui avevo deciso vivessero le fate.
Stavo per toglierci il fil di ferro per scoprire se nascondeva cavi elettrici o tubature. Poi ho deciso di no.
Le fate vanno bene.
Fate vrenzole come le trummettelle che hanno festeggiato i due goal oggi pomeriggio, prima del tossico.
L’unico momento brutto è stato mentre cercavo invano di allattare il gattino, scovato minuscolo in cortile e adottato all’istante, mentre la nonna cadeva l’ennesima volta e mamma per accudirla non rispondeva al telefono. Era la mia amica, in ritardo.