– Hai notato che il censo delle persone in strada è piuttosto basso? Ne possiamo dedurre che allo struscio partecipa soprattutto gente che non può permettersi di uscire di casa…
– Ua’, uagliu’, chillu llà è chiaramente ‘o sosia ‘e Luiggi!
Tradizione paesana che ho sempre seguito poco e niente, tant’è vero che la prima volta nella mia vita me l’ha nominato una signora di fuori.
Ma quando mio fratello mi ha proposto la passeggiata del 24 pomeriggio ho accettato entusiasta: niente di meglio che vedere un posto attraverso gli occhi di chi ci vive.
Ora, sarò l’unica ad applicare questo principio al proprio paese, ma considerando che conosco meglio le stradine del Raval (e mi ci perdo ancora) che quelle intorno la Basilica di San Sossio, mi concedo questa licenza, che da noi di licenze se ne concedono assai e a sproposito.
Prima di scendere, per documentarmi, risento una poesia di Viviani sull’argomento, e ne deduco che in passato fosse un’occasione per truva’ ‘a ciorta, trovare la fortuna sotto forma di marito: un’espressione che da sola è un trattato sulla condizione femminile a Napoli.
Me lo conferma mia nonna, 93 anni:
– Buono struscio. Trova…
Occhiolino.
– Cosa?
Altro occhiolino.
– Diventerò bisnonna…
Evito di fare scongiuri e mi avvio verso il Corso.
O quello che ne resta, invaso da una fiumana di cappotti scuri. Abituata a Barcellona e a gente di tutte le dimensioni, come i pastori nel presepe, mi riscopro di nuovo di altezza media, e penso agli amici olandesi che ne riderebbero. Solo i bellissimi ragazzi neri che vendono borse Guess contraffatte alzano un po’ la media.
Ma le nuove generazioni sono più alte, e i biondi spiccano ogni tanto tra le belle brune dai lineamenti delicati che si affollano fuori al bar per l’aperitivo. Le è sono molto aperte, quasi a, le a quasi o. Andando verso Piazza Riscatto, tra le bancarelle di dolciumi e i pescivendoli che (per fortuna) sciarmano, le taglie aumentano. E mi chiedo sempre perché i 15 anni, da noi, sono sinonimo di quelle bellezze opulente che durano una stagione. Come Hélène Lagonelle, nel libro che amavo quando a fare lo struscio ci andavo da sola, a caccia di un tizio che ora a stento ricordo di guardare, scorgendolo sotto al suo portone.
– Camminiamo al centro strada, vieni.
Una parola. La fiumana è continua e invalicabile, anche se mi chiedo chi compri ancora CD pezzotti ora che la musica si scarica. E le sciarpe a 3 euro? Prodotti italiani, non cinesi, promette una bancarella, quindi invece degli schiavi con gli occhi a mandorla li hanno fatti quelle ragazze che lavorano a 2-3 euro all’ora negli scantinati vicino casa mia, e che almeno prima della crisi lasciavano la macchina per cucire per sposarsi a 20 anni.
Ora camminano tranquille coi fidanzati, che dal canto loro sfoggiano giubbini simili e si baciano in continuazione per farsi gli auguri: una pratica che quei nordici che chiamano ricchioni l’estate a Mykonos (perché magari non si girano a ogni culo che passa) riterrebbero poco virile.
– Questo è un carissimo amico di mio cognato.
– E pecché – s’indigna il presentato – a te nun te so’ cumpagno?
– Chillo è architetto, geometra… Una cosa così.
E poi fanno il nome del concittadino del momento, nonostante la ragazza della medaglia d’oro alle paralimpiadi, come si lamentava una cugina al tradizionale pranzo del 24, a base di pizze.
– È passato Insigne cu’ ‘n esercito ‘e guagliune appriesso!
– Puveriello!
Manco Insigne ha rinunciato allo struscio, a disperdersi in quel fiume di cappotti che ora mi sembra un fiume vero, che scorre via come tutte le cose. Ma che intanto è sempre là, ogni festa comandata, anonimo e inesorabile.
E noi siamo gli schizzi di tempo che si lasciano scorrere, ma a modo loro.
Nella scatola grande, quella con le pipe stampate sopra!
Mia madre mi guarda sconsolata, sono ignara delle ultime tragedie occorse ai pastori di famiglia. Allora chiede a mio fratello.
– Stanno nella scatola con le pipe, no?
– No, ragazzi, tempo fa si allagò la mansarda e si bagnò anche la scatola. Ora non ricordo dove li ho messi.
Ecco, i miei pastori persi tra i cesti natalizi dei pazienti di di papà (e per fortuna quest’anno non mi sono toccate da leggere le commoventi lettere che li accompagnavano, di criature guarite da brutte cose). Meno male che almeno ho fatto l’albero. In tutta la mia cocciuta adolescenza, dal 23 in poi sparavo a palla nello stereo O è Natale tutti i giorni, e di roccocò e capitoni (porelli, sacrificati a migliaia e sono pure disgustosi) non ne volevo sapere.
Ora ho visto mamma particolarmente provata da un anno faticoso, e allora chi si è offerta di montare l’albero nuovo, appena comprato al supermercato? Anche perché quello di prima aveva visto i miei cicciobelli ai suoi piedi…
Ora, sorvolando sulla cazzimma cinese in quanto a istruzioni per montare gli alberi, ieri sistemavo le palline di cartone comprate per beneficienza il giorno della mia graduation a Manchester, mentre la tv trasmetteva video di cantanti che mi sembravano tutte uguali (Emma Marrone, e poi un’altra bionda col caschetto). Poi è passata a Eros Ramazzotti, e allora ho avuto la sensazione che molti italiani che conosco a Barcellona non temono tanto la disoccupazione, o il fallimento, o le delusioni amorose. Quello che temono di più è ritrovarsi a decorare un albero di Natale canticchiando Eros.
E ho pensato che il pericolo è il mio mestiere.
E poi sono spuntati pure loro, esibiti come trofeo da mamma in una scatola inedita. Erano meno di quanti ricordassi, ma le coppie c’erano tutte. Angela, quella col vestito azzurro, e il fidanzato di cui ho scordato il nome, con una pecorella sulle spalle. Poi l’acquaiola e il cacciatore, messi insieme perché bruttini entrambi. Com’ero “simmetrica”, da piccola, credevo che il mondo fosse semplice e che sarei rimasta sempre una bella bambina. Infatti mi faceva pure strano che la Madonna fosse già impegnata con quel signore barbuto. E non so a quale pastorella sfigata fosse toccato l’angelo, che per me ai tempi non aveva niente di diverso dagli altri signori lì presenti.
Il centurione ha la spada mozzata, scopro adesso. E posso ammirare dettagli che un tempo davo per scontati: il gattino che gioca col filo tesogli dalla tessitrice, e i volti ispirati a chissà chi, se devo credere, come voglio fare, a Lo scurnuso.
E ci sono pure i tre pastori enormi portati un giorno da mio nonno da San Gregorio Armeno. Ora lì espongono Balotelli e la Fico con un criaturo che è nato niro, e il governo Berlusconi al 50% di sconto. Caro nonno, che comprava i pastori enormi o minuscoli, pur sapendo che il nostro era un presepe di taglia media.
So che il Presepe napoletano è di terracotta, ma il mio era di plastica e contento di esserlo, così giocavo tranquilla. Ci ho giocato pure ora, appezzottando i fiumi con la stagnola e maltrattando le luci nonostante le proteste di papà:
– Se tratti male le cose, poi quelle trattano male te.
– Scusi, parlo col Presidente del Darwin Fan Club? Quello che il resto dell’anno m’accide ‘a salute con evoluzionismo e selezione naturale?
Ma davanti al presepe ci rincretiniamo tutti.
Certo, la Catalogna ci supera almeno per un pastore molto particolare, come ci insegna Matteo Manfredi:
Io mi limito a confermare che in questo strano dicembre 2012 pure a me me piace ‘o presepio.
Ripensai ai fogli lasciati in sala, appunti di catalano, articoli d’opinione letti a bassa voce e commentati in tre minuti d’orologio. E risposi di no, che il giorno dopo avevo l’esame.
Adesso non sarebbe crollato il mondo, come farà sicuramente oggi (e in effetti è già in ritardo, poteva almeno risparmiarmi il terzo giorno di ciclo), ma mi sarebbe piaciuto andarci anche pagando il biglietto, figuriamoci così, all’improvviso e gratis.
Poi avevo ripensato a me stessa nei corridoi del liceo, il giorno dell’esame di maturità, mentre dicevo a mio padre venuto a curiosare che non ero pronta per l’orale, mi ero organizzata male, avevo studiato troppo certi argomenti e meno certi altri. E lui mi aveva confessato che alla vigilia del suo, di esame, aveva avuto la stessa impressione.
Quindi niente, 13 anni dopo pensavo di non voler ripetere lo stesso errore.
È un grande lusso, non ripeterli.
Rendersi conto che a fare le stesse cose, ottieni sempre gli stessi risultati. E allora meglio cambiare.
C’è anche il vantaggio che ormai a quasi 32 anni mi si considera ancora giovane, ma intanto ho l’esperienza delle cantonate precedenti.
No, davvero, quello di trovarsi in una situazione già vissuta e agire diversamente è una bella cosa. Indipendentemente dal risultato.
Perché proprio l’esame del giorno dopo lo feci maluccio, o quella fu la mia impressione, mentre l’orale, di lì a una settimana, mi vide infinitamente più sciolta nonostante fossi uscita la sera prima, per parlare un po’ con un’amica madrelingua.
Ma almeno, rispetto alla 18enne stakanovista che alternava nottate sui libri a svaghi eccessivi, avevo provato a cambiare un po’ il corso della storia.
Non come il lontano venerdì sera in cui un’amica olandese, oggi scrittrice fidanzata con un italoperuviano, allora neoguiri festaiola, mi vide baciare un regazzetto di Bordeaux (città di cui ho provato tutto, tranne il vino). Io ero alticcia, lui aveva 7 anni in meno a me e svariati kg di cazzimma in più, nonostante non fosse il partenopeo dei due.
– What are you doing? – mi sussurrò l’amica, ridendo imbarazzata.
– Making mistakes. As always.
Quello no, magari, ma certi errori li benedico ancora. È un discorso un po’ scontato, dosoncricchiano, e il peggio è che ci credo. Non rifarei tutto daccapo, ma a volte gli errori cascano a fagiolo.
Andare a vivere da sola a dottorato finito e ingegnarsi per permetterselo. Partecipare a un ridicolo progetto politico e imparare a dire di no.
Prima di prendere un aereo, poi, ho fatto alcuni degli errori più belli della mia vita. La prima volta almeno ho fatto scacco matto a Charlie Chaplin, che il suo amore eterno manco l’aveva mai baciato. L’ultima, invece, ho fatto le cose per bene. Come la Locatelli. Ho detto tutto quello che andava detto, fatto tutto quello che andava fatto, sofferto quello che andava sofferto, sperato quello che andava sperato.
La voce alle mie spalle è la stessa della ragazza dei baretti di Telegaribaldi, mi aspetto da un momento all’altro che dica alla sua accompagnatrice “che intalliata!”.
E invece si lamentano dell’aereo che potrebbe non partire.
Ma come? Siamo già tutti in fila all’Aeroport del Prat, sul display è scritto sempre Nàpols 11.45, con la benedizione della Vueling… Io, poi, ho una certa esperienza in fatto di voli annullati, quindi mi preparo già a chiedere lumi, quando una delle due ragazze bisbiglia:
Cerco l’oggetto dell’avvistamento e intravedo solo un cappotto fucsia a metà fila, che riesce a essere più sgargiante del mio. Accanto, una testa leonina con varie ciocche frisé.
– Non c’è niente da fare, le vrenzole si riconoscono subito.
A questo punto mi giro. Approfitto del fatto che non abbiano capito l’annuncio, né in spagnolo né in catalano: passano prima i passeggeri delle file 16-31.
Scopro che sono grigie. E con rara inclemenza mi dico che è un autogol discriminare una perché “vrenzola”, se con gli stessi criteri spietati ti possono giudicare direttamente racchia.
Le vrenzole, invece, l’annuncio l’hanno capito eccome.
E sono tutt’altro che racchie, constato attraversando con loro il corridoio che porta all’aereo. La biondina ha raggiunto le cinquanta sfumature di fucsia, ombretti compresi, e sua sorella maggiore ha delle unghie in ceramica che io romperei appena uscita dall’estetista. Prendono bonariamente in giro la madre che soffre di claustrofobia, rispondono senza complessi in napoletano a un signore che cerca di confortarla, in una situazione simile al castellano-català locale. Poi chiedono in perfetto spagnolo alla hostess se una delle due può restare un momento fuori con la genitrice impaurita.
– Mo’ te dammo ‘n’ ata pastiglia, mammà – ridono, contagiose.
Due ore dopo, aspettando i bagagli, parlo anch’io la mia prima lingua senza complessi, chiedendo in italiano alla maggiore se la signora sta bene.
Stavolta è lei a passare all’italiano, con me, lo stesso che mi succedeva a Forcella, quando ci vivevo da fuorisede.
– Eh, abbastanza bene, solo che si è sentita un poco male nel… comme se dice?… nel tunnel.
L’idea di un tunnel nei cieli mi fa pensare mio malgrado al “poligamo industriale” di una choni spagnola. Un tempo credevo che choni traducesse genericamente tamarra, poi ho scoperto che aveva una connotazione regionale (andalusa e derivati) che sapeva molto del nostro “terrona”.
Le choni restano quelle che vanno a donare gli ovuli, a mille euro alla volta, nelle cliniche di fecondazione eterologa a Barcellona, e vengono “nascoste” nei sotterranei o in un altro padiglione. Così le raffinate quarantenni francesi e italiane che ricorrono alla provetta credono che i loro figli abbiano il DNA di una studentessa universitaria, come promesso loro dal dépliant. E perfino un’amica colta e sensibile si chiedeva quanto potesse “contaminarli” geneticamente una simile madre naturale.
Ma credo che questo classismo a Napoli sia vero e proprio razzismo, una separazione quasi etnica, come dissi a un incontro a Barcellona con Antonietta De Lillo, regista de Il resto di niente. Tra il ceto medio napoletano e la maggioranza della popolazione c’era la stessa distinzione linguistica e presa di distanza che trovavo ora nel Raval di Barcellona, tra gli immigrati e l’assente popolazione locale. La regista mi rispose che il mondo si stava napoletanizzando, purtroppo, e non solo nel bene.
Resta il fatto che, parlando con gente di tutto il mondo, ho notato fenomeni simili solo in Messico (“i poveri sono poveri perché vogliono esserlo”) e in Brasile (“bombardiamo le favelas, lì c’è solo gente criminale”). Insomma, in contesti di grande povertà e magari differenziazione linguistica (tra una lingua nazionale imposta e svariate lingue locali), in cui per emergere devi prendere le distanze da chi sia rimasto “in basso”, che, abbandonato a se stesso dalle istituzioni, continua a sprofondare.
Mi domando se il mio gusto per il trash sia altrettanto razzista. Non lo confondo mai con la spocchia di certi gruppi facebook, presto abbandonati, che con la scusa di postare errori grammaticali divertenti fanno lezioni sul “parlar bene” (leggi “parlare italiano”). E mi conforta che Nino D’Angelo, ad esempio, ci marci eccome, su questo suo revival. Comunque a me piace sfottere tutti, specie chi ne ha più bisogno. Me, per esempio.
E i chiattilli, a cui somiglio sempre più, sono così noiosi da sfottere.
Il tizio mi indica pure la foto, un primo piano particolarmente intenso appeso alla parete maculata del Sor Rita, mentre il suo ragazzo collassa bellamente dallo sgabello accanto al suo.
– Eh, magari! – scherzo. Non che mi sembri un gran complimento, ma arrivarci, così, a quell’età. Senza la fioritura tardiva di tette, però, sarebbe un cambiamento troppo grande.
E poi come fa questo qui, che con un soffio di vento se ne cade, a stare con quel bruto, mi chiedo ingenuamente mentre lui si avvicina al mio volto, rivelandomi che ha mangiato chorizo con molto aglio.
– Hai begli occhi, tesoro. Come lei. Bel taglio. Solo, non metterti più quest’orribile matita blu.
Per la cronaca, la matita è verde, bicolore, di quelle scampate alla crisi di Peggy Sage.
L’amico che è con me torna al tavolo pure con la mia bibita, di fronte al Kamasutra delle Barbie.
– Questa matita la metto quando voglio che i miei occhi sembrino azzurri…
– Oliva, cariño. I tuoi occhi sono color oliva.
Sempre per la cronaca, i miei occhi verdognoli, cangianti sull’azzurro, con macchioline castane, furono la disperazione di due impiegati comunali al momento della prima carta d’identità. Nella seconda furono definiti “grigi”, nella terza “cerulei”.
– E sono molto belli. Solo, non metterti mai più quest’orribile matita blu.
Ride, divertito e schifato dalla mia mancanza di gusto.
Gli incontri che fai al Sor Rita. Di per sé un gioco di parole tra “suor Rita” e “zorrita”, zoccoletta. Tra mutande leopardate in pizzo (in vendita) e fotografie di pornostar.
Mi è andata bene, però. L’ultima volta che scattò un totosomiglianza con gli amici, fui ribattezzata Alessandra Mussolini, e non osai chiedere se somigliassi più alla parte Benito o alla parte Sofia Loren.
Le imboscate per la serie “sai che somigli a…” hanno due possibili effetti:
1) illuminazione. I difetti che avevi deciso non si vedessero tanto, si notano eccome (che ne so, del naso ti preoccupa la gobba e ti paragonano a una che ha la tua stessa narice a pupaccella);
2) figura di merda. Ti paragonano a una bellissima, che ovviamente non c’entra una ceppa con te. E per contrasto passi assolutamente per racchia.
Il secondo tipo di paragone lo scatena in genere un solo pazzo, improvvisamente rapito da smania comparativa, mentre chi lo circonda cerca di dirgli che vaneggia senza infierire troppo sulla tua autostima.
Il peggior caso mi capitò in Piazza Fuga, al Vomero, quasi 10 anni orsono. Già mi ero fatta un percorso in macchina che non capivo come ci fossi arrivata, litigando pure con un idiota per chiedere informazioni. Entrai stremata da un fruttivendolo e un cliente saltò con tutta la busta:
– Ma la signorina non somiglia ad Anna Falchi?!
Silenzio di tomba.
– Ma sì, è uguale! – insisteva quello. – Guarda… Guarda.
Il fruttivendolo mi venne in soccorso:
– Forse, gli occhi…
Dite sempre gli occhi. Alla fine brillano, se non sono proprio strabici sono una fonte di salvezza. Ma quello continuava, deluso dallo scarso appoggio e a maggior ragione infervorato:
– No, no, somiglia proprio ad Anna Falchi!
Ora, la mia buona memoria mi condanna a ricordare ogni dettaglio del mio abbigliamento. Scaldacuore lilla di Piazza Italia su canotta bianca (temo alzata sull’ombelico), e una gonna lunga viola cangiante, che giuro che ai tempi le mendicanti rom mi sfottevano “zingara” per strada.
Presi in fretta qualsiasi cosa avessi comprato e scappai da là ripromettendomi di non tornarci più.
Voi a chi somigliate? Vi auguro di essere unici, pure nel vostro scunciglio. Altrimenti giocate al ribasso, da piccola quando dichiaravo di somigliare a Ursula della Sirenetta ho avuto belle soddisfazioni.
Poi, ahimé, si cresce e rischi di sentirti dire “Ah, ma sai che un po’, la gobba del naso…?”.
(mai nessuno che mi dica che somiglio a Sarita Montiel)
E prima ancora che il pareggio diventasse 3 a 2, contro il Bologna, in casa, il cameriere bellillo, eroe assoluto delle mie serate Napoli, già dichiarava:
– Simme state sfurtunate. Chiste hanno fatto 2 tire, 2 gol.
E uno degli spettatori fissi gli rispondeva con una domanda:
– Ma allora simme sempe sfurtunate?
Mercoledì torno per le feste al paese degli eterni sfortunati, contenta di riabbracciare i miei e meno entusiasta del tour de force che aspetta chi preparerà piatti che manco mi piacciono, e per 10 persone alla volta: Alessandro Siani in merito ha già detto tutto. Gli sono particolarmente grata, del resto, perché un anno fa tradussi il suo monologo dal napoletano al catalano per un’apprezzata presentació sul Natale a Napoli. D’altronde è tutta una società che è così: ricordo i pochi, timidi tentativi degli uomini di casa di aiutare. Banditi dalla cucina fino alla Befana!
Meglio concentrarmi sulla valigia, va’. Ancora non l’ho messa al centro del salottino pezzotto, ma so già che, come sempre, riscoprirò che il corpo può essere un problema. Che la minigonna viola e quella nera (che qui passano beatamente inosservate tranne che per pakistani e italiani) meglio che restino qua. Anche se da più di un decennio non ho l’età per le postegge in motorino (Pppella, ti posso conoscerti?), dalle macchine in corsa a Piazza Garibaldi gridano ancora, magari con una donna a bordo, Bionda, beato chi ti monta!, e vaglielo a spiegare che non è una rima ma un’assonanza.
Ma per farla bene, la valigia, mi basterà ricordare il giorno dei referendum, l’anno scorso, l’ultimo voto di mia zia (classe 1915), quando volevo presentarmi al seggio con una canotta che si annodava sotto la schiena e mia madre m’impose una giacchetta, perché “non le sembrava rispettoso per gli scrutatori”. Non capii mai se non fosse rispettoso avere caldo o avere una schiena.
Ma ho cose più importanti su cui riflettere. Anzi, no, su cui sentire. Perché un’anima saggia mi ha spiegato che pensare, penso bene, quello che non so fare è sentire. Quindi è meglio passare le feste a capire cosa sento sulla serie di progetti che si profilano all’orizzonte per l’anno che viene. Mi è venuta in mente una canzone che non ricordavo da quando uscì, strano quando succede e ti accorgi che ora la canticchi con voce da donna.
Il giardino aiuterà, anche se ormai è distrutto. Quello in cui il nonno allevava galline e suo fratello seminava, così che le galline uscivano dal pollaio e gli mangiavano tutto. Il nonno era laureato, lo zio analfabeta. Gli correggevo i nomi delle piante, per me il napoletano era un errore di grammatica: “Vasinicola”, faceva lui, e io petulante “Basilico”. “Petrosino”, “Ma no, prezzemolo”. E, ovviamente, l’accio. La prima volta che comprai sedano in Catalogna non sapevo come si dicesse in spagnolo, quindi mi avvicinai al fruttivendolo quasi emozionata, con una curiosità tutta nerd di scoprire in un istante il percorso che aveva fatto nei secoli il latino apium. Apio. Non male.
Peccato che gli alberi non ci siano quasi più. I limoni a cui tendevo la pargoletta mano, prima di decidermi a usare l’apposita retina. Resta l’albero di arance. Quello che battezzai.
Avevo appena letto dalle suore un testo su un albero che diceva a un monello (erano sempre maschi) di non spezzargli i rami perché gli offriva frutta e riparo, e decisi che aveva ragione. Quindi, per riguardo verso il mio albero di arance (che in verità mi offriva frutti abbastanza aspri di cui avrei fatto a meno), decisi di regalargli la cosa più importante che mi venisse in mente: un nome. Così presi un gesso e nella grafia incerta che non avrei mai migliorato gli scrissi sul tronco: MARIO.
L’avrei scritto anche di recente, per scherzo, su altri tipi di alberi. Però il nome originale si è stinto chissà da quanto tempo.
Meglio così. L’urgenza dei nomi è una cosa tutta nostra.
E poi sarebbe ora che si chiamasse un po’ come gli pare.
E che ne so, io mi sono decisa all’ultimo momento, pure perché degli eventi di ItaliaES m’ero già persa Travaglio e la Ferrari per dare l’esame di catalano.
Non li conoscevo nemmeno, a “sti due”.
Voltarelli l’avevo cercato su youtube a poche ore dal concerto e mi era piaciuto subito.
Quanto a Dente, però, avevo scritto a un suo compaesano esprimendomi esattamente in questi termini: “Non è che mi abbuffo la uallera?”.
Le due strofe sentite in contesti poco atti all’ascolto rivelavano un umorismo un po’ surreale, che avevo definito nordico con criteri simili alla brasiliana che guardando me, una tedesca, una svedese e una rumena aveva dichiarato: “Voi europee non sapete muovere i fianchi” (le avevo risposto credici). Poi youtube mi aveva fatto proprio sospettare qualche caso di uallerite.
E invece no. Una volta persami tra gli adorati (seh) vicoletti di Gràcia fino a trovare il CAT, ben nascosto ma bello assai, mi sono sentita trasportare fin dalle prime note. E che mi piaccia uno al primo ascolto, e uno così, ormai è difficile. E invece più scherzava sui suoi virtuosismi alla chitarra, vera forza delle sue canzoni, più mi sembrava perfetto, pochi suoni essenziali e intermezzi divertenti tra un’occhiata e l’altra alla scaletta, giacché è l’unico artista che quando si esibisce da solo ne scrive comunque una.
Ma per me è proprio una scoperta. Vieni a vivere mi consegna a quella tranquillità che vorrei per casa mia, A me piace lei mi regala un po’ d’inquietudine sulle “lei” da poste del cuore, sempre lì lontane e immobili (come i lui) mentre la vita scorre.
Fortuna che c’è Beato me a citarmi cose belle.
Dopo di lui era dura suonare, e invece bum, ciclone Voltarelli, col suo spagnolo creativo, i risvegli la domenica in paese con gli strilli del “piattaro” del mercato, e il revival di Luciano Rossi e Ignazio Buttitta . Pure l’intervento, inaspettato e gradito, di Piero Pesce (che, come ci fa notare con sorpresa Voltarelli, di faccia è tale e quale a Gianfranco Giannini).
Una sola cosa, Peppe, core d’ ‘a vita mia. Quando hai detto che “noi stiamo coi perdenti” ed è partito l’applauso non mi è piaciuta la spiegazione: se fosse perché hanno perso ingiustamente ok. Ma poi hai affermato ridendo che se vinceste sareste irriconoscibili, e hai fatto ridere pure me. Ma temo che gli italiani all’estero che hai simpaticamente sfottuto (non quelli anziani immigrati per fame, ma i miei), a volte pare che vogliano perdere. Vincere è faticoso. A perdere fai quello simpatico un po’ “boemio” che non ha avuto le occasioni giuste dalla vita. Quindi non istigare!
Invece, grazie per esserti dimenticato il testo di 4 marzo 1943, il gran finale a sorpresa Dente-Voltarelli-Pesce, regalando un’ultima risata a noi e un panteco alla buonanima di Dalla.
E chiudendo in bellezza la mia serata perfetta.
Con un solo rimpianto: la mancata standing ovation a Dente per aver spiegato che a Berlino ci è stato “senza Bonetti”.
Devo confessarvi una cosa: Barcellona è un po’ umida.
Un po’.
Ieri sera ho scoperto una lumaca al piano terra del mio palazzo.
Un amico di Madrid, che restò qua 3 mesi, gridava allo scandalo ogni volta che ritirava il bucato più bagnato di quando l’avesse appeso, lo considerava proprio un oltraggio di questa città che ora lo fa disperare per le sue velleità indipendentiste. La cosa mi ricordava la signora tedesca di Ordine e disordine, che se la prendeva col marito partenopeo perché una città costruita intorno a un vulcano attivo le sembrava indice di gran disordine, come uno straccio lasciato a terra in cucina.
Ma Barcellona è umida senza rimorsi.
E la bianca cameretta in cui vivo sola soletta, guardando sui tetti e in cielo (Puccini ignorava il concetto di antenna), è forse la parte più umida di Barcellona. Ok, il primo bacio dell’aprile sarà anche mio, ma febbraio ad esempio non dà baci, sferra cazzotti che ti fanno svegliare tra cuscini bagnati come se avessi lasciato la finestra aperta in mezzo a una tormenta.
Il riscaldamento? Nel centro storico di una città abitata da me? Spiritosi.
Fortuna che le stelle che ancora guardo dalla mia amaca, col cappuccio alzato e una coperta addosso (ma tanto fuori fa meno freddo che dentro) non sono affatto offuscate dalla foschia. Quella, mi sembra, è una caratteristica costante dell’umidità che invece soffro in paese, ad agosto, quando incontrare qualcuno per strada diventa un evento da riportare sul diario.
No, la luce, qui, perfetta.
Così puoi constatare immediatamente che la Nutella nel barattolo da 700 grammi è diventata un corpo contundente anche senza barattolo, e non si squaglia neanche a metterla 5 minuti davanti alla stufa.
E che se vuoi che la pasta avanzata di ieri si mantenga come appena fatta non ti resta che lasciarla sul fornello, che anche se ce la dimentichi due giorni due dovrai passarla al microonde per scongelarla.
Una sola cosa non cambia mai, come rain or come shine: i miei capelli. A spaghetto sono, come diceva una detrattrice alle medie, e a spaghetto resteranno. Solo la signora che mi mise il mantello di Harry Potter alla cerimonia di fine master a Manchester mi confortò in merito: l’invito a portare le forcine per fissare il tocco era riservato alle studentesse cinesi, tu ancora puoi andare. God save the Queen.
Vabbe’, la lumachina al piano terra ci sta bene. È il degno coronamento di due anni passati tra sputi sulle scale, vicini spacciatori sfrattati e famiglie marocchine che mi chiedono una prolunga per ascoltare musica dall’antenna.
Qualcuno mi suggerisce di mangiarla alla catalana, ma ormai sono quasi vegetariana (come dire “quasi incinta”), e poi sospetto che per farlo debba bollirla viva.
Quindi me la tengo come mascotte, in attesa degli scarafaggi di agosto.
(attenzione: questo articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni senza fondamento)
Siccome vivo nella caverna di Dracula, con stalattiti appese al soffitto e ragnatele secolari un po’ dappertutto, non ricevo molti ospiti. Immagino che anche il sesto piano senza ascensore non aiuti. Ma ho guardato un po’ gli ospiti altrui e credo che gli italiani in visita a Barcellona vadano suddivisi perlopiù nelle seguenti categorie:
10) l’aspirante guiri. I guiris nel gergo locale sono gli irriducibili stranieri, di solito nordici, che sembrano eterni turisti anche se vivono in loco per secoli. Quelli che comprano la t-shirt con la sagoma del toro, il sombrero messicano (chissà perché) e magari le nacchere. A noi italiani riservano il simpatico epiteto di italianini, ma con un po’ d’impegno questa categoria può far dimenticare i capelli scuri e gli occhialoni a goccia e trasformarsi nel guiri perfetto: basterà sedersi sulla Rambla appena sbarcati (meglio se dalla nave, l’aereo fa paura), e dopo essersi rifocillati con tapas e sangría andarsi a perdere nell’Apple Store a Plaça Catalunya . Mi raccomando, che il vostro spagnolo non vada mai al di là delle parole cerveza e Belén Rodríguez (non scordatevi di pronunciare la u), e credeteci, che quella pizza gorgonzola e peperoni su Passeig de Gràcia sia autentica di Benevento;
09) coppia gay che non ci può credere, che finalmente può girare mano nella mano senza che la corchino di mazzate o la sfottano stile cinepanettone (siamo un povero paese). Si è preparata tutto un itinerario artistico (in questo è simile al superorganizzato), che include anche alcuni negozietti mirati di souvenir. D’estate si mostra critica coi nudi maschili esibiti per la Barceloneta, operazione che personalente invidio perché io non vedo un difetto a cercarlo col lanternino. Pretendono che il Gaixample sia il Carnevale di Rio,rimanendo delusi quando scoprono l’amara verità. Non è infrequente che almeno un membro della coppia ritenga che tutti i bei ragazzi incontrati siano gay;
08) l’ospite del radical-chic. Per fortuna è simpatico/a, e viaggia spesso in coppia. Ma tra tutti gli amici che potevano ospitarlo s’è scelto la vecchia amica italiana che fa un master all’Autònoma di Barcellona ed è tra i 95 che hanno votato Vendola alle primarie. Morirebbe dalla voglia di fare un po’ di sano e becero turismo, invece si trova catapultato tra feste clandestine in centri sociali appena sorti, e feste italocatalane in cui si alterni il grido independència a Osteria numero 9, passando per le serate di pizzica , e l’immancabile capatina al Mariatchi , o in un vecchio bar del Raval, a collassare tra birra economica e vecchi che ci provano con ragazze insicure e ubriache. Il pub irlandese? Troppo commerciale anche se c’è musica folk;
07) il superorganizzato: ha due-tre mappe di Barcellona e una guida sconosciuta ai più (la Lonely Planet è commerciale). Specie se donna, si è trovato su Internet tutta una serie di negozi e ristoranti raccomandati da altri turisti per caso, rigorosamente vicini alla Rambla. Ha una macchina fotografica da paura che tiene sempre a tracolla. Primo giorno: Sagrada Familia, poi, come l’aspirante guiri, corsa in zona Rambla per un pranzo a base di paella e sangría (a meno che qualche conoscente in loco non gli abbia consigliato un ristorantino sul mare). Segue Museo Picasso, che a Montjuïc meglio dedicare tutta la mattina dopo. Infine, cena a base di tapas e a letto relativamente presto, che domani bisogna farsi tutti gli altri musei. Senza trascurare la nightlife barcellonese (definita proprio così, magari col trattino). Non si sa come, i suoi elaborati itinerari prevedono sempre l’attraversamento del micidiale tunnel della metro di Gràcia Al terzo giorno lo mandate da solo al Parc Güell sperando che non sappia più tornare, o se lo mangino le salamandre;
06) l’anima romantica: musei? Hai voglia. Ma quello che vuole vedere davvero è la gente per strada, e la sua macchina fotografica, se è possibile, supera quella del superorganizzato. Si fermerà ogni 2-3 minuti ad annotare impressioni sulla Moleskine, finché, esaurita la Pilot, non dovrà comprarsi una volgare Bic. Troverà qualcosa di tipico e poetico pure in Plaza Tripi alle 2 di notte del sabato, tra ubriachi che vomitano negli angoli e spacciatori (ovviamente la segnerà come Plaça George Orwell, e insisterà nel fare la ç catalana). Le tapas? Scontate. E la paella, si sa, è valenciana. D’altronde anche a tavola vuole vivere come quelli di qua, quindi finirete in un forno a Hostafrancs a fare un tipico spuntino catalano: empanadas argentine e pizza al taglio;
05) quelli che… è meglio giù da noi. Ok, in questo caso ho più esperienza coi miei compaesani, che quando si mettono a glorificare Napoli possono diventare davvero molesti. Se viaggiano in coppia, di solito lui è quello simpatico e goliardico, addetto alle public relations [sic], e lei, spesso carina e rigorosamente vestita di scuro, gli fa da spalla finché non si tratta di ballare (e se è un ballo di gruppo, si metterà al centro per non fare figuracce). Barcellona è “bella e pulita”, e “a misura d’uomo”, ma non ci vivrebbero mai. Il flamenco va bene per una sera, ma non lo ascolterebbero sempre. Perché pisciano per strada, questi, i bagni non ce li hanno? Segue critica dei vestiti colorati, scambiando il daltonismo per tossicodipendenza. Potrebbero girarsi a ogni coppia gay mano nella mano, magari commentando: “Io non ho nulla contro i gay, ma non mi piacciono quelli che ostentano“. Pretenderanno di mangiare pasta al dente nel Gotico e diranno che la paella in fondo somiglia al risotto alla pescatora. Con la giusta dose di sangria in corpo potrebbero confessare al cameriere, rigorosamente latinamericano, che il catalano è tale e quale al dialetto del paese del loro nonno;
04) quello che sa. Pericolosa variante, generalmente maschile, di quelli di cui sopra. In paese è quello un po’ “originale” e ha viaggiato più della media dei suoi compaesani, dunque conosce il mondo. Veste informale, per essere italiano, e sfoggia continuamente le due parole d’inglese che ne facevano il primo della classe allo scientifico. Segretamente gli mancherà la pasta il secondo giorno, ma ostenterà noncuranza e insisterà per andare a mangiare sushi, mettendoci ben 5 minuti a desistere con le bacchette. Poi farà il simpatico con le coinquiline di chi lo ospita: se nordiche, dichiarerà che le bionde hanno una bellezza speciale, se latine, che è meglio la bellezza mediterranea (pazienza se in Colombia c’è l’Oceano). Al pub irlandese, tra camerieri scozzesi e clienti americani, si farà un punto d’onore di ordinare la Guinness;
03) il popolo della notte. Questi per fortuna li ho incrociati raramente, perché non aspiro granché a frequentare Vila Olímpica a botta di 20 euro e oltre per entrare in un locale (con loro non si riesce mai ad arrivare all’Opium coi pass gratis prima delle 2). E se, arresisi, faranno il giro dei localini squallor intorno al porto, ancora peggio. Se uomini, viaggeranno in 2 con una collezione di camicie tinta unita per ammaliare le nordiche, salvo metterti una mano sul fianco quando vedono che le danesi non se li filano. Se donne si slogheranno sul tacco 12 nella speranza di sfogare certe loro esigenze che in paese, a parte gli incontri in chat, non tanto possono soddisfare. Di queste ultime conosco solo le terrone come me, che in mancanza dei consueti fischi e sguardi malati di fronte alla mini inguinale dichiareranno che i catalani so’ fridde ‘e chiammata. All’uscita dalla discoteca pretenderanno il cornetto, e non si rassegneranno all’idea che i pakibeer al massimo offrano le samosas, appetitose frittelle di verdure che nascondono nei tombini in strada;
02) aspirante punkabbestia: è la quarta-quinta volta che torna a Barcellona. Le altre ha dormito nei migliori centri sociali, che chiama correttamente casas de okupa, poco prima che li sgomberassero. In quelle occasioni non ha imparato granché lo spagnolo, ma non lo sa. Ha uno zaino formato paracadute e vestiti neri e “pratici” che al secondo giorno puzzano di canna. Se ha tempo si fa fare gratis da un’amica quella che chiamo la capa a mohicano, un must tra i colleghi perroflautas barcellonesi insieme alla frangetta a metà fronte. Trova sempre il modo di mangiare gratis, anche fosse rosicare radici in qualche huerta popular tenuta da amici suoi, una categoria che sembra non estinguersi mai e che vanta viaggi spettacolari tra Tibet e Indonesia (quella non turistica, però). Non necessitando di ospitalità, ti verrà a lasciare lo zaino prima di andare a un concerto punk in una casa de okupa a 20 fermate di metro, per poi bussarti alle 4 per riprenderselo, perché il concerto non era granché (leggi “non c’era proprio”);
… and the winner is…
01) l’ex Erasmus. Di solito è un uomo. Il riferimento all’Erasmus è indicativo, in ogni caso ha vissuto qualche tempo a Barcellona, in un passato più o meno remoto, frequentando peraltro gli stessi luoghi dell’aspirante guiri. Nonostante le sue domande “esperte” (Qual è la programmazione del Razzmatazz? Ah, ricordo ai miei tempi…), pretende che le cose stiano esattamente come le ha lasciate, che quel baretto arabo vicino alla Rambla serva i migliori dolci (poco importa se l’hanno chiuso) e che le ragazze che incrocia agli eventi gratis che trova nella Guía del Ocio cartacea (vagli a spiegare che ora esiste butxaca.com) abbiano con lui quella giocosa attitudine Erasmus che le rendeva disponibili a fornire il proprio numero, e rispondere pure al telefono. A fine serata si cimenterà in una strenua trattativa coi paki di Rambla Raval per avere la sexybeer a meno di un euro, perché “ai suoi tempi costava meno”.
La osservo con la coda dell’occhio dal materassino, mentre cerco di sopravvivere alla seconda serie di addominali. Al mio fianco un tizio in tutina si cimenta in una posizione yoga, la testa pelata schiacciata contro il suolo, e prima che possa librare i piedi in aria lei lancia un altro acuto, sconvolgendogli lo yinn e lo yang. Poi si dimena sul tapis roulant, con l’iPod nelle orecchie.
Se non fosse per la voce stridula non capiresti subito che è una donna.
Se invece di lei conosci solo la voce, non diresti mai che dal vivo possa sembrare un uomo.
È lei, la mia vicina bachatera.
Quella che insieme alla fidanzata, messicana come lei, ha il potere di rovinarmi le migliori serate d’agosto. Sì, perché le folli, quando non litigano, invitano amici sul loro terrazzo meraviglioso, attiguo al mio pezzente, e si sfasciano di mojito e canzoni come Obsesión degli Aventura e La soledad di Laura Pausini.
Poi si tuffano in questa piscinona gonfiabile che mettono su per l’occasione, schizzandomi tutto il terrazzo, finché qualcuno al piano di sotto non chiama la polizia. Tra i loro amici spicca tale Nestor, un simpaticone che dice tutto il tempo oye, guapa de cara , occasionalmente alternato con oye, cara de guapa.
Ora, al contrario di quanto sembri io non sono tanto mondana, qualche sabato capita che a mezzanotte stia già a letto. E devo cercare di dormire con questi nelle orecchie. A sto punto meglio i francesi di fronte: una volta ho trovato affacciato un tizio che indossava una sottana di raso nero, che si è alzato su fino all’ombelico mentre mi salutava (e io mi chiedevo se ciò che vedevo fosse umanamente possibile). Ma almeno era ubriaco, probabilmente ospite della fanciulla che al suo fianco si scusava per lui ridendo, e non s’è visto più.
Invece ste due sono trash dentro.
E poi hanno rovinato un dei momenti più belli della mia vita.
Immaginate la scena. Primavera inoltrata, domenica di sole. Arriva il mio ex con due scatole bianche bellissime, una molto grande e una piccola.
– Te le manda mia madre, dal Kashmir.
Ora, per una volta che tenessi una suocera che non mi umiliasse dal vivo con la sua cucina (meno male che aveva insegnato bene al figlio!), sta cosa dei regali mi sembrava una bella svolta. Ringrazio, sospettando che i soldini li avesse cacciati lui, e apro la scatola grande.
Rimango a bocca aperta. Uno splendido mantello verde ricamato a mano, con fiorellini delicati e minispecchietti sull’orlo. Quando si dice puro cashmere.
– Come si indossa? – lo guardo sconsolata cercando di metterlo sulla tuta antisesso, a fare da sola sembro il fratello di Wendy di Peter Pan in camicia da notte oversize.
Lui me lo sistema diligente sulle spalle, poi prende uno dei lembi e me lo mette in testa tipo chador:
– Così è perfetto.
Rispondo campa cavallo, me lo abbasso sulla nuca e apro la seconda scatola. Mi investe un luccichio di ori e riflessi trasparenti, mentre le pareti bianche si riempiono di miniarcobaleni che danzano mentre gli porgo il discretissimo collanone Bollywood, perché mi aiuti a legare il laccio simil-oro zecchino. Io intanto metto gli orecchini abbinati.
In seguito mi avrebbe rimproverato di non essermi messa la parure per andare con lui dal kebabbaro, luogo quantomai appropriato per sfoggiare tanta sbriluccicanza. Intanto, però, mi guarda soddisfatto, seduto a una sedia IKEA del balcone, mentre mi pavoneggio come il pezzotto napoletano di una principessa indiana, accennando perfino qualche passo di Kashmir Ki Kali.
E mentre lo attiro in un abbraccio di sfida a tutto quello che ci rema contro, la cultura, il permesso di soggiorno, ‘a gggente, un abbraccio nel sole che manco Aishwarya Rai e Shahrukh Khan nella canzone con cui mi martellava le gonadi ogni tanto…
– Scusate, avete visto un armiño?
Mi giro e c’è sta tipa controsole, affacciata al muro divisorio del balcone.
– E che è un armiño? – guardo un attimo lui, poi valuto in un secondo il suo livello di spagnolo e decido che è meglio rivolgermi alla diretta interessata.
Lei comincia a spiegare: animaletto piccolo da compagnia, sembra un cagnolino, cambia pelliccia in inverno…
Un ermellino!, mi dico tra me, giurandole in sanscrito (già che sto conciata così) di non averne visto manco l’ombra tra le antenne del Raval.
Ma quella non si arrende. Rispunta almeno 4 volte per ripetere la domanda. Vedo solo sto turbante rosso su una specie di tunica da casa, quindi concludo che senza sole sarebbe uno spettacolo anche lei.
Quando ormai posso sperare che per quella sera Allah chiuderà un occhio, sulla passione di certi suoi fedeli non uniti dal sacro vincolo del matrimonio, riemerge un’ultima volta:
– L’ho trovato! Si era nascosto dietro una pianta!
Intuirete che da allora ogni volta che mi spara a palla la canzone qua sotto sono fortemente tentata di accogliere la sua richiesta.