Certi pomeriggi prendo i ferri da calza, come una nonnina, e mi metto ad ascoltare canzoni malinconiche.
Dimentica delle mie attività del momento, della gioia di una relazione felice e completa, di tutto quello che ho e che m’impegno a raggiungere, l’unica cosa che voglio fare è smettere di pensare e abbandonarmi a tutta la malinconia che tengo a bada quando cerco di essere troppo (pro)positiva.
Non credo sia uno sbaglio, questi momenti ci vogliono.
Mi hanno travolta spesso, con la stessa furia dei bambini quando si scocciano di stare nell’angolino in cui li hanno relegati per una benintenzionata quanto inutile punizione.
Allora ne approfitto per ascoltarli e capire che tutti i cosiddetti fallimenti che mi vengono in mente in circostanze simili sono solo i tanti volti di una malinconia di fondo, che cammina con me anche quando faccio finta d’ignorarla.
Non importa come si sia manifestata, se in un’inspiegabile voglia di fare esattamente quello che mi facesse male, o nell’ebbrezza di farmi trascinare dai miei errori come da onde troppo alte per non tuffarcisi.
C’è questo piccolo nucleo di dolore pigro, lento, che mi chiama da qualche parte e che va ascoltato com’è giusto che sia, anche perché non se ne andrà.
Se imparo a chiamare la mia malinconia col suo nome, invece di di darle quello di un amore svanito, di un progetto sfumato, di un sogno rimasto tale, allora la saprò lenire come un neonato nella culla, di quelli vecchi quanto il mondo.
E allora, solo allora, mi lascerà libera di andare dove voglio.
Finalmente l’ho ascoltata! No, Adele non pervenuta, ancora, ma da una serie d’indizi intuivo che la canzone All about that bass, giuntami alle orecchie solo nella versione jazzata, fosse in realtà un successo pop. Che vuol essere incoraggiante verso quelle persone considerate sovrappeso, infatti la bellona di turno con taglia sotto la 40 viene ironicamente malmenata dalla protagonista.
Ok, si ride e si balla, ma già ho espresso la mia perplessità su quelle campagne che tendono a fare l’elogio di tutto quanto vada contro gli standard di bellezza correnti, finendo a mio avviso per confermarli alla grande.
Io in effetti mi riscopro un’eroina involontaria secondo i siti italiani che esercitano volenti o nolenti pressione estetica (concetto chiarissimo in spagnolo, ma se lo cerchi in italiano ti escono le le leggi della meccanica dei fluidi). Rispetto a certe amiche italiane che si sentono trasgressive per i capelli corti, io ho il caschetto da sei mesi e manco ho cambiato la foto profilo su facebook. Poi mi faccio la ceretta solo quando voglio (trovo i peli brutti sia sugli uomini che sulle donne) e vado senza reggiseno perché francamente mi soffoca senza servirmi a niente. So fare lo smokey eyes, magari un po’ sbavato, così come esco spesso struccata. A volte mi vesto troppo elegante per andare in pizzeria e troppo informale per il teatro. Non lo scrivo perché convochiate d’ufficio il Grande Capo Estiqaatsi, il punto è: ci rendiamo conto? In Italia una potrebbe passare per coraggiosa solo perché fa come le pare.
In realtà non mi piacciono, le smagliature che ho sui fianchi. Sono bella “anche” così? Spero di sì, ma da qua a cercare d’imporle come modello di bellezza, come si prova a fare con le ossa in vista sui giornali di moda, ce ne corre.
È vero, però, che queste cosiddette imperfezioni raccontano una storia. Quella di quando sono dimagrita di colpo a 30 anni passati, per la seconda volta in un anno, ma in una botta sola. Diciamo che ho reagito alla stessa cosa in maniera opposta ad Adele, e facendomi un punto d’onore di non telefonare. Mangiavo metà di quello che spazzolo ora al take-away cinese. Di tortilla, ne prendevo una fettina con un pezzo di pane e avevo finito il pranzo. Avevo un panettone al cioccolato vicino al comodino che pugnalavo con un coltello al risveglio, per estrarne solo le parti con la crema. E questo a volte era anche la cena.
Non vi dico, tornata a casa a Natale, le scene da panico. Analisi su analisi. Il problema dei medici, nella mia esperienza, è che non si rassegnano al fatto che certe cose siano solo psicologiche. Stavo una merda e non volevo mangiare. Amen.
Infatti, ho ripreso ad abbuffarmi quando sono stata meglio. Ho ricominciato prima a consumare pasti regolari. Poi ho avuto abbastanza forze da tornare in palestra. Ma intanto che ricominciassi? Bum, perdita di tono.
E io a inseguire la mia vita, più che la caduta libera dei fianchi, a trovarle un equilibrio, un senso, a correggere quello che mi aveva fatto precipitare, nell’unica maniera possibile: raccoglierlo da terra insieme al mio culetto ossuto e portarlo con me, camminarci insieme come un amuleto, come diventa un amuleto una vecchia cicatrice.
E adesso, a due anni di distanza, sono disperata: mi va tutto strettissimo! I vestiti che ho preso in quell’epoca maledetta. Va bene la genialità di comprarsi l’unico paio di jeans nel picco della magrezza, ma il resto? Io che salto per chiudermi cerniere, mi siedo e mi si arriccia tutto sulla panzella (che mi aridiventa tonica, eh, ho cambiato palestra!).
Che è successo, da allora? Che sono contenta. Serena. Felice? Uhm. Contenta. Serena.
E quando mi metto il pigiama davanti allo specchio gigante, ereditato in questa nuova casa di questa nuova vita, le mie smagliature mi ricordano di quando contenta e serena non ero affatto.
E non mi piacciono.
Diciamo che restano lì come promemoria.
La mia serenità ama andare comoda e per me va bene così.
Che vi sia comoda anche la vostra, in qualunque formato vi arrivi.
Il dottorando del mio professore ha tenuto una piccola presentazione della sua tesi, che ancora deve discutere, incentrata su Orwell e la mancanza di un senso nella vita.
Non conosco la storia personale del tesista, ma credo che sfiori o superi di poco la quarantina. Magari è di quei catalani che dopo la laurea in qualche disciplina umanistica hanno trovato subito un lavoro, in altri tempi, sposandosi e rimandando all’infinito la difficile e poco remunerativa operazione di finire il dottorato. Non si tratta, dunque, di uno studente nel fiore degli anni, che creda ancora di trovare lavoro dopo l’università, ma di un uomo navigato e ironicamente disincantato. Infatti esordisce con una critica dei libri di self-help, colpevoli “di presentare la vita come non è”.
Quindi, chiarisce, “piuttosto che farsi illusioni su come NON sia la nostra esistenza, meglio essere onesti sulla sua reale natura”.
E com’è, l’esistenza? Nera, ovviamente. Peggio, insulsa. Senza significato. “Non sono pessimista, sono realista”, dicono i pessimisti.
Fortuna, conclude il tesista dopo un’oretta di disperazione, che Orwell nelle sue opere manifesti sia questa mancanza sia l’impressione che un senso ci sia eccome, e risieda spesso nella bellezza, nella natura, in ciò che di buono fanno gli esseri umani.
Giro di domande, prendo la parola:
– Sono contenta di questa tua conclusione, perché se la vita non ha senso, non ha senso. Non vedo perché debba per forza essere negativa. Se non ha senso, sono vere entrambe le interpretazioni, il bicchiere è sia mezzo pieno che mezzo vuoto, banalmente sta a noi decidere come vederlo.
Cioè, roba che alla discussione la più distratta assistente finita in commissione per beghe accademiche potrebbe fargli notare.
Allora lui:
– Mi stai dicendo che in realtà un atteggiamento ottimista non va di moda quanto uno sguardo distaccato, e allora si scambia la mancanza di senso per negatività?
Rispondo di sì. Lui ci pensa un attimo e replica:
– Non lo so. Sarò onesto. Non so come rispondere alle tue riflessioni.
Eccallà. La retorica del non lo so. Facile scappatoia per una generazione che più che non sapere, a mio avviso, non vuole sapere.
Proprio durante questo e altri corsi che ho ripreso all’università si ricordava che i protagonisti dei romanzi moderni sono uomini senza qualità, pincopallini qualunque, perché la mancanza di valori fissi non consente loro di avere un’epica.
Ebbene, io credo che lasci il tempo che trova, questa facile scusa ormai centenaria con cui eludiamo la capacità di prendere qualsiasi decisione.
Perché (e non mi riferisco al tesista, ma alla nostra generazione) finché non sai cosa vuoi fare da grande, liberissimo. Ma il mio sospetto è che tu non voglia sapere. Che non voglia prenderti la responsabilità di sbagliare, di sacrificare il tuo sogno infantile a una scrivania che perderai comunque per la crisi o di sposarti e figliare per affrontare un divorzio. Allora, che fai? Non lo sai.
Per salvarti dal dolore del fallimento.
E intanto che ti salvi fallisci un po’ ogni giorno.
Attenti al Signor Nonlosò, non diventatelo voi, un signore o una signora Nonlosò.
L’ignoranza è un sacrosanto diritto degli esseri umani, specie quando non sanno davvero. Persistere in quella per paura di sapere è una responsabilità di cui dovremmo essere, mo’ ci vuole, più consapevoli.
Ma sono 100 anni che “i nostri eroi” falliscono senza neanche provarci, in nome di una presunta impotenza che è diventata un feticcio della nostra cultura. Mi sa che è una versione deformata della nostra impossibilità di controllare del tutto il destino, come se questo ci impedisse di scegliere anche quel poco che possiamo.
Magari quelle poche scelte che abbiamo a disposizione ci separeranno dalla presentazione di una tesi di cui non sappiamo neanche l’argomento, specie quando abbiamo chiuso il libro e dovremo tornare alla nostra vita.
Almeno da quando lavora fuori, da quando si è sposato, da quando insomma ha una vita che non sia un mero riflesso di ciò che gli è successo, della lotta che ha intrapreso perché non succeda a nessun altro.
Fatto sta che ultimamente, anche per una birra, il nostro amico beato chi lo vede.
Poi è arrivata la notizia. Quello che gli è capitato (che vi racconterà lui stesso nel link qua sotto) rischia di ripetersi anche in Italia.
E allora eccolo lì, pronto a raccontare.
Perché, suppongo, niente di niente gli toglierà quello che ha vissuto, né riuscirà a farlo sembrare meno uno schifo. Né il tempo, né i progressi della chirurgia. Niente.
Tutto dipende da come vive adesso. E adesso vive bene, la sua vita e quella degli altri, di quelli che non vuole passino per lo stesso inferno suo.
Il mio inferno, invece, è stato a buon mercato. Non mi manca nessun pezzo, semmai ho aggiunto qualche smagliatura, mi dico ridendo, per i periodi in cui ho mangiato poco.
Niente di terribile da raccontare, una storia banale come ne capitano a tanti, con l’unica differenza dell’originalità della scoperta: che lui avesse un’altra, l’ho saputo davanti a un piatto di olive.
Da un amico talmente ignaro della mia relazione segreta e scurnusa (non per me, ma vabbe’) da mettermi subito al corrente di quell’altra storia, già più convinta, già nota a tutti.
Niente spari, per fortuna, niente medici, solo una rapida e inutile risonanza magnetica, prescritta da chi crede davvero che la scienza curi tutto.
Certi organi non li cura manco il tempo, mi spiace. Ma funzionano lo stesso.
E anche io, che mica avevo perso un occhio, solo la faccia e il cuore ma quello dei poeti, anche io adesso se mi chiamano sono pronta a scattare perché non succeda più.
Né a me né agli altri, ovviamente. E non cambia lo schifo che ho passato e forse non aiuta altri a superare lo schifo loro.
Ma eccomi uscita dal mio piccolo inferno da due euro, quelli che ci vogliono a comprare un piatto di olive, a dire non lo fate più, non diventate mai l’errore di qualcuno, lo schifo che vi succede è schifo e basta, quel che conta è il presente.
E il mio per fortuna resiste bene, sedimentato su quelle macerie.
Si nutre dei resti di quella che ero e ci fa belle cose, come un cuoco con gli avanzi.
Eccomi quindi a cucinare il presente e a dirvi d’incassare, chinare il capo e correre a vivere il vostro.
Provate anche voi. Trasformate l’inferno in una vita vivibile, dolce, nelle macerie su cui costruite la vostra esistenza ora. Aiutate quelli che non hanno vissuto il vostro inferno a non entrarci mai. Questo è il mio unico consiglio, un consiglio da due euro.
Gli appelli li lascio a chi ha sofferto veramente.
Ebbene sì, non ve l’ho mai detto. Se lo ricorderà la mia compagna di banco delle medie, che è l’ex di Richard Gere.
Ai tempi la pedofilia non ci spaventava, perché ovviamente eravamo donne fatte. E prima ancora di chiamarci Mrs. Williams e Mrs. Owen, coi cognomi dei Take That (che all’epoca dovevano essere poligami), avevamo questa vita matrimoniale intensa con attori, cantanti e modelli, tra cui il principe di Fantaghirò.
Avevamo pure due figli, Kim e io: Eufrasia Fulgenzia Prassede e Taldegardo Sofronio Oroveso. Ma certo, i nomi mi erano venuti spontanei, buttati lì tipo Annuccia e Mimmo. Comunque eravamo molto felici.
Fino al giorno in cui…
Fino al giorno in cui incontrai sul serio Kim Rossi Stuart.
Mi ero intrufolata dietro le quinte del teatro, dopo uno spettacolo, al seguito di una compagnella particolarmente intraprendente. Se oggi mi ricordassero che stava vicino a Turi Ferro e non me l’ero cagato proprio, mi mangerei le mani. Ma vabbuo’, mi limito a ricordare che fui l’ultima a salutare il mio ormai ex idolo, e che nell’istante in cui mi guardò, cortese ma un po’ seccato, mi sorpresi sul serio perché non mi riconoscesse.
Cioè, razionalmente sapevo perfino io, che da adolescente ero fuori di melone, che Kim non fosse mio marito e non avessimo veramente due figli, specialmente con quei nomi. Ma che il personaggio su cui ricamavo ménage familiari fosse anche una persona che ignorasse la mia esistenza, ai tempi mi sorprese tanto, anche solo per un secondo.
Avrei dovuto tenere a mente la piccola lezione, perché ho passato un sacco di tempo a ricamare su cose mai esistite nella realtà, che alla prova dei fatti si rivelavano puri miraggi.
Fossero i famosi sogni che aiutano a vivere di Marzullo (già che stiamo in vena anni ’90, completo l’amarcord), la cosa avrebbe un senso.
Invece certi voli pindarici non fanno altro che rovinare l’esistenza reale, oppure ostacolare quello che davvero vogliamo ottenere.
La linea è sottile, lo so: avere bene in testa ciò che vorremmo non è affatto malaccio. Anzi, a volte è risolutivo quanto difficile da ottenere (vedi alla voce autoinganno). Ma agire, pensare, reagire come se fosse un prendere o lasciare, o succede quello che dico io o niente, è un bel guaio. Ci impedisce di vedere cosa abbiamo sul serio in quel momento, cosa possiamo fare per rendercelo più gradito e godercelo così com’è.
Che ne so, prendiamo a esempio uno che oggi è coetaneo del Kim di quando eravamo sposati: il mio ragazzo. Il problema è che se uno ha 25 anni adesso, e non nei primi anni ’90, ne ha quasi 10 in meno a me.
Io mi sentivo finalmente pronta per una relazione con uno che potesse anche essere più “maturo”, responsabile, diverso dai piccoli fiammiferai perlopiù coetanei che in genere mi porto a casa per offrire soccorso e sentirmi proprio figa.
Figuratevi se fossi rimasta ferma nel mio proposito: avrei detto “Su, su, piccolo, vai a giocare, ritorna quando avrai fatto lo sviluppo”. E invece ho provato ad aprirmi al dono che mi dava la vita in questo momento. A scoprirne la maturità inedita anche per certi miei coetanei non proprio entusiasti di crescere. Ad ammettere che sotto certi aspetti la bambina sono io, cioè diciamo che la mia crescita è avvenuta come la cottura delle mie tortillas, che vengono bruciate da un lato e crude dall’altro.
Allora, con buona pace di Kim, l’ho tradito con una persona reale e più giovane prima ancora di diventare ufficialmente milf.
E riconosco che le cose che attualmente mi possono affliggere hanno tutte a che vedere con aspettative che mi ero fatta in momenti in cui non ero proprio lucida: dov’è questo best-seller che deve cambiare la letteratura occidentale? Ancora non mi avete eletto Presidentessa del Mondo? E che fine ha fatto mia figlia, futuro Premio Nobel per la Fisica? A quest’ora dovrebbe avere già 10 anni!
Insomma, scherzi a parte: sapere cosa vogliamo è una fortuna. Pretenderlo, da noi stessi e dalla vita, è l’errore più grave che possiamo fare.
Così non vediamo cos’abbiamo davvero e perché dovremmo tenercelo come la cosa più cara al mondo.
Comunque a Carnevale qualcuno avrà in regalo un costume da Principe Romualdo: mi ci vedrete volar giù da una finestra, con quell’inguardabile pelliccia finta che fluttua nel vento.
La differenza tra struggersi per un problema e averlo improvvisamente risolto, magari non come ci aspettavamo, o come avremmo voluto. Ma ecco che è risolto, e noi restiamo lì, a inventarci una nuova vita senza il tarlo che ci ossessionava.
Ricordo un’amica che, parlando d’amore, si chiedeva sarcastica: “Chi stabilisce quale sia una vera relazione e quale no?”. Era intrappolata da un anno, ormai, nella storia con un uomo molto più grande, di cui era palesemente innamorata. Ma lui non voleva saperne di lasciarle nella sua vita uno spazio più grande di quello che le concedeva: qualche week-end insieme intervallato da viaggetti a due, raramente in compagnia di amici che sapessero di loro.
Questo, per gli innamorati, è un po’ poco. Si può filosofare tanto su cosa sia amore e cosa no, ma se ciò che vogliamo è diverso da ciò che stiamo ottenendo, allora non ci basta. Non ci riempie, non ci fa sentire pienamente noi.
Ma a noi va bene anche così, lo so per esperienza e, immagino, non sono la sola. Quando amiamo qualcuno che può darci solo questo, “solo questo” diventa parte integrante della nostra vita anche se ci rende infelici, anche se il “meglio che niente” è una coperta che, stranamente, ci fa sentire più freddo man mano che ce ne avvolgiamo.
Non moriremo di freddo, però. Una volta che avremo deciso che “è troppo poco” prevale sul “meglio che niente”, allora ci accorgeremo della differenza.
Allora faremo spazio perché la differenza possa entrare nella nostra vita.
E vi assicuro, non c’è paragone. Immaginate di dover lottare perché chi amate vi dica che vi apprezza, vi trova attraenti, vi trova speciali, unici. Non c’è molto da immaginare, vero? Siamo abituati a vivere l’amore come una lotta, quando non è così ci sembra addirittura che qualcosa vada storto.
Ora immaginatevi qualcuno che già pensi tutto questo, fin dall’inizio. E non ci autoinganniamo dicendo “che palle”. Immaginatevi che accettiamo tutto questo, grati per il dono che ci ha fatto la vita.
Improvvisamente la lotta passata ci sembra quasi stupida, quasi senza senso, ci chiediamo anche perché ci siamo accaniti tanto, se la persona che inseguivamo prima non ci vede, non ci dedica attenzione, e quella che abbiamo incontrato ora sì, ci rende tutto più facile, è disposta a esserci…
Vi assicuro, indietro non si torna. Possiamo tornare a soffrire, possiamo anche lasciarci col nuovo amore, che le storie finiscono senza che ci si possa fare niente, ma in quella condizione, in quello schifo di prima, difficilmente vorremo tornare a mettere piede.
Ci saremo resi conto della differenza.
E di quella, tuttavia, dobbiamo renderci conto da soli. Dobbiamo darle una possiblità, da soli, capire che vale la pena provare a uscire dal circolo vizioso in cui siamo finiti, capire che se qualcuno non ci vede non significa che abbia ragione, sulla nostra non-esistenza. Detto fra noi, non ha ragione neanche chi di noi vede solo i lati positivi.
Noi siamo sempre noi. Si tratta di scegliere come vogliamo essere guardati.
E, vi prego, non esitate neanche un attimo. Scegliete la vita. La gioia, la bellezza quotidiana.
E sì, parlo ancora col mio amico immaginario, quello onnisciente e onnipotente che non avrà il diritto di replica ma, secondo il suo ufficio stampa, avrebbe tutto il resto, visibile o invisibile. E non ci crederete, ma, anche ora che ha dimostrato ampiamente di aver ragione Lei (sì, me l’immagino femmina), continuo a dirglielo, che io mi sarei perfettamente accontentata di essere infelice a modo mio. Con le cose che volevo per me, anche se mi avrebbero fatto male.
Ma indietro non si torna. È questo, forse, che ci dà tanta paura di cambiare o ammettere, come me, che l’altra strada, quella che alla fine imboccheremo, sia meglio per noi e per chi ci circonda.
Quando ancora non abbiamo abbandonato la vecchia siamo come in bilico, ci chiediamo ancora se verrà il miracolo, l’aiutino finale che ci lasci esattamente dove avremmo voluto noi. Lo sto sperimentando con ben due amici, che si credono capaci di mantenere una relazione senza impegno con una persona di cui sono innamorati. Mentre io vado leggera per il mondo, senza credere che tutto ciò sia cambiato in così poco tempo.
Quello che ho fatto io è stato essere onesta con me stessa: ammettere che qualsiasi lavoro mi avesse impedito di scrivere mi avrebbe reso la vita peggiore, anche se fosse stato ben remunerato o prestigioso, e costruire la mia vita lavorativa intorno a questo postulato. O ammettere che, anche se avessi avuto la possibilità di seguire gli amici di cui sopra, la mia voglia di essere amata era molto più forte di quella di essere NON amata, un sabato sì e un sabato no, da chi amassi io.
Questione di onestà e, quando l’hai raggiunta, indietro non si torna.
E ci fa paura perché il dolore è un buon riempitivo di vite abituate a essere vuote, a snodarsi tutte intorno a un problema.
E quando quel problema si risolve, che c’è?, ci chiediamo senza accorgercene.
C’è tutto il resto, ragazzi, e non sapete quanto sia tutto il resto.
Quelli delle canzoni non siamo mai noi. Avete quest’impressione, qualche volta? Parlo delle oldies, le canzoni d’amore alla Elvis, smielate al punto giusto e piene di promesse un po’ campate in aria.
Oh, in quelle non ci identifichiamo mai.
I nostri amori non sono mai nati, in realtà, così non c’è neanche qualcosa da rimpiangere, quando sono finiti. Anzi, siamo proprio abituati a essere marginali, periferici, nella vita di chi ci riserva un WhatsApp quando gli ormoni chiamano e poi lunghi periodi di silenzio. Finché non veniamo mollati per qualcuno che per quei tre mesi di amore eterno gli sappia riservare lo stesso trattamento destinato a noi.
No, i nostri amori non sono mai quelli da ballo del mattone. Specie in un’epoca in cui è facile appagare il sesso e difficile mantenersi insieme a lungo. Ascoltando quelle canzoni nostalgiche e un po’ ipocrite degli anni ’60 ci chiediamo come potessero quelle ragazze con la cofana ispirare tanto struggimento e ignoriamo il fatto che potremmo fare altrettanto, con un po’ di culo, se solo smettessimo di cercarci gente che questo non ce lo possa dare.
Siamo arrivati, finalmente, a questa consapevolezza?
E allora che ci facciamo, girando per il mondo a mendicare briciole di attenzione?
Il guaio è credere che “queste cose a noi non succedono” (quelle belle, dico), e accontentarsi di una relazione clandestina che è fantastica finché stiamo bene così, ma diventa squallida, e tanto, se quello che vogliamo è tutt’altro.
Chissà, magari ci boicottiamo pensando che le mani da stringere e tutte quelle smancerie portino a mutui da pagare e bimbi da cullare, e allora diciamo alle canzoni, vabbe’, non fa niente, almeno sono libera.
Libera di fare cosa, di chiedermi come sarebbe se qualcuno finalmente mi guardasse con gli occhi giusti, e non solo quand’è arrapato?
È quello, che dobbiamo capire: noi possiamo. Il più melenso dei romanticismi è più spontaneo, forse, della manfrina artificiale di ti-chiamo-non-ti-chiamo che sempre più diventa la nostra normalità. Amare è una cosa difficile ma sorge spontanea, se ce lo siamo dimenticato è perché abbiamo troppa paura e, spesso e volentieri, non crediamo di meritarcelo.
Specialmente quando ci dobbiamo ripetere costantemente quanto siamo validi noi, e quanto vigliacchi gli altri. Specie in quei casi abbiamo il sospetto che agli altri dedichino canzoni smielate perché sono molto meglio di noi.
E, guarda un po’, ci circondiamo di gente che confermi queste nostre convinzioni. Perché preferiamo avere delle brutte certezze che delle novità incerte.
Pensiamo a tutti gli amori che abbiamo perduto a non credercene degni.
Mi ha colpito lo scherzo di un’amica che non sentivo da un po’ e che quindi si era persa qualche capitolo della mia vita. Mi ha detto, bontà sua, che le piace il blog, specie la serenità che trasmetto negli ultimi post, e poi mi ha chiesto ridendo:
– Ma di’ la verità, ti sei innamorata? Perché se è così non vale!
Nel senso che innamorarsi è un po’ la scorciatoia per cambiare la propria vita in meglio.
La domanda era in sintonia con l’idea, molto radicata, che la felicità te la dà qualcun altro, la “dolce metà”, maledetto Platone. Ho risposto:
– Veramente è stato il contrario. Prima ho cambiato la mia vita e solo allora mi sono innamorata.
Questo cercavo di dire ad altre amiche che giustamente si chiedevano: “Ho capito sta storia di bastarmi da sola, ma io voglio qualcuno a condividere la vita con me, è così sbagliato?”. Per niente, anzi! Solo che, almeno nella mia esperienza, ci puoi arrivare proprio quando avrai imparato a “bastarti da sola”.
E non capivo l’implicazione piena di quest’espressione. Bastarsi da soli è anche non aver bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo belli e speciali e unici, aspirare a sentircelo dire proprio da quella persona, affannarci perché succeda, e chiamarlo amore. Volerselo sentir dire è una cosa, averne bisogno è un’altra. So che si possa chiamare amore anche quello del primo caso, giacché ho amato gente che non voleva saperne di dirmi ste cose ed era prontissima a farlo con altre. E so anche quanto possa essere infelice, come amore.
Tempo fa ho avuto la fortuna un po’ bizzarra di confrontare i due “modelli”, diciamo, di amore. Per un po’ ho ricevuto sia i messaggi del ragazzo con cui stavo da poco, sia quelli di un “ex” particolarmente sofferto: nel secondo caso erano messaggi di servizio, legati alle attività comuni che svolgevamo o a esigenze completamente sue. Nel riceverli la mia reazione istintiva, legata all’abitudine, era sollievo, più che gioia, e la sensazione che mi sarei sentita meglio tutta la giornata, prima di ricordarmi che tutto questo casino non mi servisse più.
Il messaggio del mio ragazzo sapevo cosa mi volesse dire prima ancora di aprirlo: cose che mi avrebbero fatto sorridere. Ecco, qualcuno risponde facilmente “che palle” e argomenta che senza un po’ di pepe una relazione non si mantiene in piedi. Ma una relazione che ha bisogno di questo tipo di pepe, per mantenersi in piedi, d’incertezze, di gelosie reciproche, di punzecchiamenti mirati, quanto è solida? Quanto è divertente, anche, se ci si deve tormentare a vicenda per dimostrarsi di valere qualcosa attraverso l’importanza che ci dà l’altro?
So che per qualcuno tutto questo è un gioco, e allora buon divertimento: ma… si divertono davvero?
È vero, è difficile abituarsi a chiamare amore qualcosa che non sia un sussulto continuo, a rassegnarsi all’idea che quello che ci tocca ora sono gioie e attenzioni, prima dei problemi che qualsiasi relazione può portare con sé e si spera risolveremo insieme.
Per chi è abituato a non darsi gran valore e a inseguire persone che su questo punto siano perfettamente d’accordo, l’amore è stato sofferenza per così tanto tempo che ora ci si domanda perfino se riusciremo a cambiare idea.
Tranquilli, una parte di noi sta festeggiando. Non vedeva l’ora di avere il giusto spazio nella nostra vita, per mostrarci tutto quello che sappiamo fare quando non ci preoccupiamo di confermare a noi stessi, attraverso qualcun altro, di valere qualcosa.
Perché davvero, quando rompiamo questo circolo autoreferenziale del vederci attraverso gli altri, quando impariamo a vederci coi nostri occhi, allora sarà più facile trovare qualcuno che ci guardi con occhi giusti. Non vi dico poi quando smetteremo di passare il tempo a guardarci come due stoccafissi e scopriremo quante altre belle cose possiamo vedere insieme, per tutto il pezzo di strada che ci toccherà percorrere.
Che sia lungo o corto, con queste premesse ne varrà sempre la pena.
Lo so, come ci si sente. Abbiamo aspettato per secoli una soluzione, ed è arrivata. Pure efficace. Solo, non era quella che ci aspettavamo.
Volevamo un ritorno dell’ex che aveva sbattuto la porta, e che in quel messaggino che si degnava di mandarci ogni tanto cominciava perfino a chiederci “come stai”, invece che parlare solo dei suoi problemi… Roba che di qui a 10 anni ci offriva perfino un caffè. Quand’ecco che improvvisamente ci ritroviamo catapultati in una nuova storia, che in più alle difficoltà di tutti gli inizi deve convivere con questo macigno del ricordo, dell’averla cominciata dicendo “Non sono ancora pronto”. Anche se i fatti ci contraddicono abbondantemente su quest’ultimo punto.
Oppure stavamo lì a sperare nel trasferimento del collega odioso all’estero, così avremmo avuto i suoi incarichi, e scopriamo che ha trovato il modo di tenersi la borsa o lo stipendio qua e pure in Papuasia citeriore. Però c’è questo scambio accademico, senza borsa, con un’università che ci fa capire che un po’ di soldini, a lungo andare, potrebbero uscire. Ed eccoci a fare la valigia, decidendo di crederci.
Oppure… Fate voi. Ognuno ha i suoi esempi di soluzione che non era quella che ci aspettavamo, e che come prima reazione abbiamo respinto.
Sapete qual è il problema? Secondo me, almeno. Che non sappiamo vivere fuori dalla nostra testa. Che siamo così intrappolati nei nostri schemi, nella nostra idea di come potrebbe andare, che non sappiamo visualizzare nient’altro, pensare a nient’altro, concepire nient’altro che la soluzione che avevamo deciso per noi. Con lo stesso spaesamento che proviamo quando dobbiamo arrivare da qualche parte e, invece di ritrovare il percorso arzigogolato che era l’unico che sapessimo fare (ripetendo perfino i punti in cui ci eravamo sbagliati ed eravamo stati costretti a tornare indietro), troviamo proprio la scorciatoia, e allora ci sembra che qualcosa non vada.
Ma, mentre la nostra mente è impegnata a dirci che o si fa come dice lei o niente, il nostro corpo già sta andando.
Diamogliela, una possibilità, al corpo. A quello vero, che vive in un mondo vero, che ci ama nella vita reale. Insomma, capitemi, per “corpo” e “mente” intendo un’antinomia inesistente che si riferisce a diverse parti di noi, senza alcuna pretesa scientifica (per fortuna). Quello che voglio dire è, ebbene sì, il solito “usciamo fuori dagli schemi”, con una postilla: attenzione, perché sono gabbie che ci creiamo da soli, e proprio, va da sé, per ingabbiarci.
Se ci alleniamo a vedere la realtà fuori da quelle, scopriamo che non solo è l’unica possibile, ma che a prenderla per il verso giusto, spesso e volentieri, non è affatto male.