E poi non ci arrendiamo. Non ci consegniamo in pace e senza condizioni a questa nuova vita, o a questo nuovo aspetto che ci cambia tutto il quadro.
Perché? Perché al dolore un po’ ci si affeziona. O a ciò che lo provocava, nonostante tutto. E poi, ormai avevamo imparato a percorrere quella strada, al mattino, tra casa nostra e il vecchio lavoro, tra i nostri pensieri e le cose che non potevamo desiderare.
E allora facciamo resistenza. La nuova storia fa fatica a decollare, la persona che è entrata nella nostra vita aspetta benevola che le lasciamo più spazio. Un nuovo datore di lavoro può non avere la stessa pazienza, e infatti vedo più gente perdere un posto nuovo, dopo averlo finalmente trovato, che uccelli in cielo.
Ma qui viene il paradosso, qui ci sono le sabbie mobili: prima ci arrendiamo alla nostra nuova vita, prima questa comincia e acquista significato.
Prima lasciamo andare il passato che volevamo risolvere in un altro modo e in altri tempi, prima ci arrendiamo all’evidenza che il nostro presente ha un altro nome, e altri colori, diversi da quelli che avevamo immaginato, infinitamente più funzionali. E anche dolci, se gliene diamo l’occasione.
“Ma allora devo rinunciare a quello che volevo!”. No, il segreto non è quello. Non è decidere che l’azienda che ormai era come una piccola famiglia non ci chiamerà più, che quella borsa all’università è andata via per sempre e non ci saranno altri modi per reinserirci, anche con stipendio ridotto. Non è concludere che quella persona che abbiamo inseguito per un anno non ci guarderà mai, e ci “tocca” la bella storia nuova che sta iniziando ora.
È una questione di attenzione: cosa mi sta succedendo, ora? Ora ho trovato lavoro alla cassa sotto casa, proposta buttata lì mentre facevo la spesa, così posso permettermi di mandare avanti quel progetto all’università; ora ho conosciuto questa ragazza a questa festa e ci stiamo scambiando dei messaggi.
Domani chissà.
Il nostro problema è che ci anticipiamo agli eventi, o ripercorriamo quelli passati sperando che questa volta il finale sia diverso, come se non avessimo visto quel film mille volte.
Non ci rendiamo conto che solo una parte della trama, circa un terzo, dipende da noi, Il resto è vedere cosa ne pensano gli altri e come si mette la situazione.
E allora, spostiamo la nostra attenzione su ciò che ci sta succedendo ora, invece che su quello che dovrebbe succedere, o quello che non è successo.
Forse, facendolo, potremmo perfino aprire la strada a un finale diverso, un finale che paradossalmente si avvicini a quello che volevamo noi.
Il segreto, come in tante cose, è rinunciare a pretenderlo.
Come si ama, senza cadere nel solito loop? Quello dell’illusione, del piacersi all’inizio, di aspettarsi chissà che cosa dall’altro, di scoprire che la vita non è come ce la immaginiamo solo perché così vogliamo, di non avere il coraggio di lavorarci su, e di lasciarsi odiandosi.
Se poi siete come me, come si ama senza abituarsi all’orrore come pane quotidiano? Senza vivere aspettando un messaggio che non viene mai, oppure arriva con tre giorni di ritardo, prima che si presenti qualcuno a cui scriverà ogni giorno e che aspetterà con la stessa angoscia con cui noi lo aspettiamo ora?
Come si arriva a capire che l’amore è qualcosa di diverso da questo gioco, da questa caccia autoreferenziale che serve solo a farci capire che siamo degni di essere amati, quindi ci dà una certezza che avremmo dovuto procurarci noi, e che come i compiti copiati è una lezione che non facciamo mai nostra?
Perché l’amore condiviso sul serio non si nutre di insicurezze altrui, non ha bisogno di sentirsi potente misurando quanto sappiamo attrarre l’altro nel nostro mondo. Parte da un’idea di completezza in noi, che magari non sarà perfetta, ma fa capolino.
E meno male, perché ci spiazza, qualcuno che non ci faccia la manfrina dell’apparire e sparire solo quando gli fa comodo, qualcuno che ci sia davvero e abbia l’inquietante proposito di restare.
Semplicemente, è questione di abitudine.
Ci siamo abituati all’orrore, possiamo abituarci anche a questo.
Anche a star bene, a essere noi, a scoprire quanto possiamo diventare se c’è qualcuno a fare il tifo per noi, un tifo sincero e genuino, non un preoccupato osservare quanto potremmo arrivare a svincolarci dalle voglie altrui.
Cerchiamo di abituarci a questo, devo ripetermi ma è una figata.
Il guaio è che, se abbiamo passato tutta la vita a sentire che l’amore sia lotta, conquista dell’attenzione, ci è difficile identificare questo come amore, adesso.
L’indizio è renderci conto per una volta che quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo in due, sul serio, non sono monologhi incrociati tra due esseri troppo soli per stare davvero bene insieme all’altro.
Ora abbiamo imparato che l’unica solitudine è non avere nulla da condividere, e per fortuna di quello, di vita da insegnare e imparare insieme, ne abbiamo a pacchi.
Mi ritorna in mente una frase di Calvino, in Marcovaldo: “Quel mattino lo svegliò il silenzio”.
È quello che ci succede quando abbiamo risolto un problema, o lo stiamo risolvendo. Un problema annoso, dico, di quelli che ci tormentavano da un bel po’. Ci eravamo quasi assuefatti a questi risvegli pieni di vuoto, angoscia. Risvegli in cui ciò che ci mancava ci attraversava la mente prima di ciò che avessimo.
Ci eravamo così abituati che ora che ci sta succedendo, finalmente, di risolvere, di tornare un po’ all’anelata pace, ci scopriamo più spiazzati di prima. In spagnolo c’è questa espressione, no me ubico, che mi sembra perfetta. Sarebbe “non mi riesco a orientare”, ma ubicarse è proprio capire dove sei, nello spazio, quale sarebbe il “voi siete qui” in una mappa che ci immortalasse proprio in questo momento.
E in effetti è più rassicurante, paradossalmente, svegliarsi con lo stesso vuoto del giorno prima, e di quello prima ancora, che ritrovarsi con una spiazzante sensazione di tranquillità, o di cambiamento.
Mi piace avere l’opportunità di condividere con voi questa nuova svolta, nella mia vita. Mi sembra un completamento dei post di quando ero irrimediabilmente persa e depressa, e forse a qualcuno sembrerà che l’abbia tradito, un po’, ora che io sto bene o sempre meglio. Ma magari può tornare utile a qualcuno, che ancora non sa in che direzione lo potrebbe portare tutto questo lavoro per star meglio.
Vorrei mettervi a parte dei cambiamenti di quando da una crisi ci si esce, e non solo perché si è imparato ad andare sulle proprie gambe, ma anche perché abbiamo scoperto la chiave di tutto: applicare questo nuovo apprendimento alla vita, invece di cercare di metterle una museruola e fingere di poterla portare sempre nella direzione che vogliamo noi.
Ma chi ci ha seguito docilmente, nella vita, l’ha fatto per violenza o per la nostra forza di persuasione?
Ecco, per quella ci vuole pazienza. E tanti risvegli in questa calma ovattata che è il cambiamento.
Allora, vi dico come ho fatto io. Non so se vale per tutti, quindi cercate di adattarlo alla vostra situazione.
Ma se mi guardo indietro, se osservo questi giorni in cui, comunque vada a finire, ho messo le basi per uscire dalla mia crisi, mi rendo conto di aver fatto una sola cosa, fondamentale.
Di essermi aperta al mondo, alla vita. Quello che mi arrivava prima, lo respingevo. Prima è quando mi ostinavo a far rivivere un passato che non esisteva più, che forse non era mai esistito.
Ma io ero li a custodirlo perché si possono amare anche le cose che non esistono, lo sappiamo bene, forse sono quelle che si amano di più, perché non bisogna prendersi il fastidio di accettarle così come sono.
E allora eccomi qui, improvvisamente, ad aprirmi alle cose come sono davvero. No, improvvisamente no, non posso ingannarvi. C’è voluto lavoro, tanto.
Amore, tanto, per me, finalmente. Per chi non mi ha mai abbandonata e ha continuato a crederci, in me, anche quando io avevo smesso da tempo.
E poi, quel pizzico d’imprevedibilità, quella legge della vita per cui a lasciar fare agli eventi, invece di forzarli sempre come ci fa più comodo (a costo di forzarli in modo che ci faccia male sul serio), le cose succedono.
Non tutte quelle che vogliamo noi, né esattamente come le vogliamo, non importa cosa facciamo al riguardo. Ma, una volta accettato questo per i miracoli che avremmo voluto, possiamo aprirci a miracoli che neanche sapevamo di volere.
Bisogna trovare il coraggio di fare tutto questo, e un po’ è preparazione e un po’ è lasciare che sia.
Cominciate con la prima parte. La seconda, ora ve lo posso quasi promettere, verrà da sé.
Sì, ogni tanto faccio ancora i dialoghi con quello che un ateo convinto chiama “Il mio amico immaginario” e io da agnostica strana chiamo in mille modi diversi, quasi sempre in napoletano. E quasi sempre urlando:
– Senti, si dice in giro che hai un piano per me, ma il mio ti faceva proprio schifo? [Già sentita in Dogma]
Oppure:
– Lo so, lo so che muori dalla voglia di presentarmi qualcuno che mi faccia felice (sei solo timido), ma che ne dici di lasciarmi essere infelice a vita con chi dico io?
Alla prima domanda forse ho trovato risposta, ammesso che ci sia. Al mio piano mancava una cosa fondamentale: informazioni. Preziose. Tipo, come si vive bene se ci si rassegna alla possibilità di essere felici.
Ricordate quando vi raccomando di provare a fare una piccola cosa al giorno per trattarvi bene, e cose così?
Non sto a dirvi che basta solo quello, perché ci vuole un po’ di culo, anche, sfruttare venti favorevoli e incontri giusti, ma vi giuro che è una figata. Come si può evincere dal gergo particolarmente bimbominkia, sono un’altra. Sono tornata al tirocinio dopo un mese d’inattività e temevo un’ecatombe… Invece eccomi lì a scherzare con gli alunni, perfino davanti a questioni emozionanti come la concordanza del possessivo col sostantivo nei nomi di parentela.
Insomma, non ho fatto niente di troppo diverso rispetto al mese scorso, a parte darmi un po’ di permessi: di lasciar andare cose che non funzionano, di consentirmi un po’ di divertimento ogni tanto. Di uscire con amici intelligenti, di proporre io incontri, progetti nuovi. Perfino di farmi corteggiare. Nel senso che quando mi fanno un complimento non rispondo subito schermendomi in sanscrito e accusando l’interlocutore di scarso discernimento.
A volte basta questo. Non a risolvere tutto, che ogni tanto il piano B ancora provo a propinarglielo, all’ “amico immaginario” di cui sopra, che fa sempre orecchi da mercante. Ma mi sto aprendo ad alternative, magari alle uniche possibili, e devo dire che tutto cambia da così a così. E cambiamo anche noi.
Insomma, vi sto trasmettendo la mia allegria? Se a questo punto della lettura volete già abbattermi, ce l’ho fatta.
La vostra missione, per una volta, sarà fare lo stesso. Fare come me.
Per una volta, permettetevi di essere tutto quello che siete quando non siete ossessionati da ciò che vorreste essere. Per una volta sola.
So che la paura di finire delusi è forte, che temete di perdere sia il futuro che non osate sognare che il passato a cui vi aggrappavate.
Ma statemi a sentire, fate questo salto, o che sia almeno un passettino, uno alla volta.
Datevi una possibilità. Potreste scoprire che non siete così indegni di fiducia come pensavate. Che magari un poco per volta, e a piccole dosi, potete fidarvi di voi.
Il momento dopo aver fatto una cazzata è in fondo simile a quello dopo una bella notizia, o dopo che il cameriere ha portato il tuo piatto dopo mezz’ora d’attesa.
In effetti è un momento di vuoto perfetto, il vuoto prima di realizzare che ti aspetta un pranzo luculliano, o una notte insonne, per un buon motivo o per uno molto cattivo.
Attenzione, perché è anche un momento rivelatore. Quando ho avuto la certezza di aver perso l’amore, un amore che forse non avevo mai avuto, la prima cosa che ho avvertito nelle viscere man mano che perdevo il respiro è stata sollievo. Ok, allora era questo. Ok, adesso si risolve, in un modo o nell’altro si risolve. Poi ci sarebbe stato il dolore, la discesa agli inferi da cui sei torni hai quasi il dovere di salvare chi parte. Ma meglio quello, mi dissi in quel primo, lungo istante di rivelazione, che un lungo limbo senza neanche incamminarsi per vedere la luce.
Ci sono momenti più sfumati: quello dopo un bacio non dato, che ti resta in punta di labbra a dirti che volevi scoccarlo, lanciarlo come una sfida nel tuo nuovo mondo, ma non ne volevi le conseguenze, non ora, non subito. E allora resta lì, acquattato, sicuro che prima o poi verrà il suo momento.
Che porterà con sé il suo momento dopo.
Se ci riuscite, ascoltateli, sul serio, questi istanti.
Non c’è nulla di più sincero, in quel vuoto perfetto tra pensiero e azione, tra quello che avremmo voluto, e quello che d’ora in poi, chissà per quanto tempo, avremo.
Faccio sempre sti grandi acquisti, all’aeroporto di Capodichino.
Stavolta ho comprato sto libro divulgativo sul Tantra. No, facite poco ‘e spiritosi, magari mi servisse per quello. Lo sto leggendo come filosofia, modo di essere, e tutte quelle niueggiate che piacciono a me.
Ho trovato per esempio sta cosa bellissima: il comportamento dell’agent. Gli autori chiamano così quelli che praticamente danno tutto per il partner, pensano solo al suo piacere in tutti gli aspetti della vita, non solo quello sessuale. Tutto fantastico, se non fosse che, spesso, ciò che spinge l’agent è un’idea barbina d’amore che si è fatto fin da piccolo: pensa che non può essere amato se non dà prima qualcosa in cambio.
Quello che chiama gentilezza, sacrificio, amore, è soprattutto bisogno: “il bisogno di essere amato, accompagnato dalla convinzione che per essere amato occorra prima fare qualcosa per l’altra persona”.
Cosa fa, l’agent? Si trova spesso qualcuno che vada in qualche modo guidato, qualcuno da aiutare, ma con un fine ben preciso, anche se inconscio:
La strategia dell’agent – di occuparsi del partner per ottenere il suo amore – ha anche un lato oscuro che nessuno guarda volentieri: per assicurarsi l’amore del partner, l’agent l’aiuta sempre dove può, ma al contempo non gli permette di crescere più di tanto, perché altrimenti il partner potrebbe diventare autosufficiente e “liberarsi”.
In teoria, quando il partner sta veramente bene, l’agent genera un conflitto e cerca di destabilizzarlo per poterlo tornare a controllare.
Ricordo altri libri in cui si parlava di un atteggiamento simile: Giorgio Nardone parla di baciatrice di rospi (presente), sottolineando che quando i rospi baciati diventano principi si trovano un’altra (ma va’!), e Robin Norwood, in Donne che amano troppo, poneva quest’esempio di un alcolizzato che, anche con l’aiuto della compagna – crocerossina, era uscito completamente dal tunnel dell’alcool, ma a quel punto lei lo aveva lasciato. C’è anche la sindrome di Wendy, cui abbiamo già accennato: la tendenza a “guadagnarsi” l’amore altrui sacrificandosi per tutti e in tutti gli ambiti.
È che alcuni di noi proprio non sanno ricevere e basta, pensano che a non dare sempre e comunque tutto non verranno mai amati.
In ogni caso, come si esce dal tunnel dell’agency?
Be’, essendo sinceri con se stessi, ammettendo di avere questa tendenza. È il primo passo per trovare l’equilibrio che ce ne porterà fuori, quello tra dire sempre di sì e la tendenza opposta che per un po’ prende chi s’inizia a curare, quella di dire no a ogni costo. La fortuna è che questo problema ha sintomi tangibili e si cura con passi altrettanto tangibili: il link sulla sindrome di Wendy, che avrete sicuramente letto, propone un “Vorrei, ma non posso”, a tutte le richieste che ci fa male esaudire.
Aspettatevi rivolte di amici e parenti e partner che vi trovino improvvisamente degli egoisti matricolati. Il fatto è che, per salvare capra e cavoli, dobbiamo essere onesti anche con loro e ammettere espressamente che abbiamo questo problema.
Sul serio, la sincerità mi sta portando a risolvere in qualche secondo conflitti che credevo non si sarebbero mai appianati.
Quando mi sono svegliata stamattina ho pensato “ah, finalmente”. Mi ero messa un terzo piumone (sì, casa mia è un po’ fredda…) e per la prima volta, al risveglio, mi ha accolto il calore. Ebbene, sapete qual è stato il mio secondo pensiero, dopo la gioia e il benessere? “Adesso scendo dal letto e mi assale tutto il freddo insieme, forse ho fatto male a coprirmi tanto”.
Non è incredibile? E non succede forse anche a voi? Appena abbiamo un po’ di benessere, pensiamo a quando finirà. Appena otteniamo qualcosa che volevamo tanto, pensiamo subito a quello che ci manca ancora.
Me ne sto accorgendo anche con gli amici. Ne sto conoscendo di meravigliosi, attenti, premurosi, e invece di godermeli a cosa penso? A chi ho conosciuto in tempi in cui scambiavo le attenzioni altrui per invadenza, l’interessamento per interesse, e allora mi cercavo la compagnia di chi non avesse proprio nessunissima intenzione di riservarmi né l’uno né l’altro.
Così che, quando si prendono cura di me, semplicemente non sono abituata.
Mi viene più facile accontentarmi, di chi pensa che avermi sia accontentarsi a sua volta, di chi non mi riserva attenzioni, così non devo rimanerci male quando smetteranno. Ho quest’idea dell’umanità che sembra presa da un film horror.
Se vi succede lo stesso, facciamo attenzione, perché ci basiamo su un’osservazione in parte corretta, “la gente è incostante e cambia spesso opinione”, per saltare a una conclusione improbabile: “Siccome la gente è incostante e cambia spesso opinione, prima o poi mi abbandonerà. Tanto vale che mi cerchi chi so fin dal principio essere incostante, così quando sparirà non sarà nessuna sorpresa“.
Non bisogna essere psicologi, qui, per pensare a espressioni come paura dell’abbandono e profezia che si autoavvera: ho così paura di essere abbandonata che lo faccio succedere.
Ah, sì? Quando stamane sono scesa dal letto mi ha accolto il freddo, ma meno di quanto avessi immaginato. Ho acceso immediatamente la stufa e infilato qualcosa di più caldo. Mi sono preparata la colazione a tempo di record e al ritorno la stanza era abbastanza riscaldata da permettermi di cominciare la giornata.
Dovevo rinunciare a una notte di sonno beato per evitare questa piccola manfrina?
E voi a cosa rinunciate, per il fastidio di sentirvi bene?
Il grande Parsifal era grande solo nei suoi sogni. Ma nei sogni dovevate vederlo, come torreggiava con la lancia in resta, una spada in pugno e un coltello tra i denti, hai visto mai dovesse affrontare un dragone a tre teste. Quando si svegliava, però, era ancora un ragazzetto con due peli di barba e la stessa camiciola di contadino con cui l’aveva salutato la madre (che ai tempi, già sapete, pulizia insomma…).
Nelle sue prime peregrinazioni, con annessi donne, cavalier, arme e amori, il Nostro Eroe si era pure ritrovato davanti a uno strano castello, indicatogli da un misterioso pescatore che, dall’aria con cui aveva risposto alle sue indicazioni, pareva alquanto malaticcio, e che alla fine si era rivelato un Re.
Nel castello aveva assistito a una curiosa processione di nobili dame che portavano una coppa magnificamente istoriata, con gemme e pietre preziose e tutto quello che deve avere una coppa prima che inventino Indiana Jones per darti il vago sospetto che si tratti proprio del Sacro Graal.
Ma figuriamoci se al nostro impavido, tozzo Parsifal veniva in mente una cosa del genere. Passò tutta la notte nel castello senza chiedere a nessuno cosa stesse vedendo e (soprattutto) a che servisse tutto quello, e al mattino si svegliò in una sala vuota.
Perplesso anzichenò, riuscì a uscire dal castello poco prima che si abbassasse il ponte levatoio (si girò pure, indignato e dignitoso, a chiedere ragione del gesto al fellone che lo manovrava, ma la sua sfida a duello si perse nell’eco delle alte mura e morì nel fossato).
Non gli restava che riprendere la marcia e l’infinita sequela di duelli, draghi, principesse da salvare e streghe da uccidere che faceva a quei tempi il curriculum di un cavaliere (purtroppo per le streghe, che mi stanno assai simpatiche).
Cavalca che ti cavalca, il Nostro Eroe si ritrovò in una radura che ancora rimuginava sul ponte levatoio, come se vedere il Graal e risvegliarsi unico abitante di un enorme castello fossero cose di ogni giorno, quando scorse un fuoco dietro degli alberi.
Poteva essere un cacciatore affamato che cominciava ad assaggiare parte della sua selvaggina; un bivacco di musici girovaghi alla prima sosta; un contadinello fuggito dai campi che, vinto dalla fame e dalla stanchezza, si fermasse a rifocillarsi prima di sparire nelle foreste coi banditi.
Ma no, il nostro cavaliere pensò a quella che per lui era l’unica spiegazione possibile:
– Vieni fuori, chiunque tu sia! Volevi cogliermi di sorpresa, vero? Ma Parsifal non si lascia sopraffare da siffatti vili tranelli. Orsù, cavaliere, sguaina la spada e affrontami in singolar tenzone!
– Ma che vvuo’?
La domanda non era ostile: la fanciulla che, scostando i cespugli che coprivano il fuoco, si palesò davanti a Parsifal, non aveva davvero capito una mazza di ciò che lui stesse dicendo.
– Chi sei, donzella? T’ha rapita il fellone che ancora s’asconde tra la verzura? Non temano questi occhi belli, con me sei al sicuro.
La “donzella” gli lanciò un’occhiata che stava a significare, più o meno, sì, allora sto fresca.
Parsifal la guardò meglio. In effetti, tanto donzella non era. Arruffata, una vestina impudica a coprirle a stento interessanti rotondità, sparse le trecce morbide sull’affannoso petto, la sconosciuta si presentava assai poco propensa a fare da dama, di quelle che danno nomi alle spade e lanciano il fazzoletto all’eroe durante i tornei.
Questa qui, al massimo, avrebbe gettato un fiotto di muco tappandosi una sola narice, e vincendo un apposito torneo di quella specialità, se mai qualcuno si fosse preso la briga di organizzarlo.
Ma il Nostro non aveva tempo e pazienza per fare il tournament planner, quindi si limitò a chiedere alla gentil verginella in cosa potesse aiutarla.
– Verginella sarà tua nonna – rispose quella, ignara del paradosso appena formulato.
Poi gli spiegò che si era fermata a bivaccare ai margini della radura perché c’era qualcuno nella sua capanna, in riva al fiume. Un intruso, un ladro, forse.
A quella notizia, il nostro trattenne a stento la gioia. Un duello!
Allora abbassò la visiera al fiero elmo, sguainò la dolce spada e con uno slancio improvviso, e ammirevole per come andava bardato, si tuffò stile quarterback sulla malcapitata che rientrava nella capanna, facendole pure battere la testa contro un vaso poggiato lì a terra, che aveva tutta l’aria di essere un pitale.
Comunque sia, l’effetto ci fu: dai sacchi di farina bucati che emergevano da un angolino in penombra si udì un rapido raspare, poi un lungo gnaulio e finalmente dalla tenebra che l’aveva inghiottito uscì fuori il malvivente intruso: un enorme gatto rosso.
Che, saltando sdegnoso dal suo nascondiglio, soffiò come un drago incazzato in direzione dei nostri eroi, si chiese in quale casa fosse capitato, che pure i topi erano rachitici e un po’ scemi, e si dileguò in cerca di migliori mete.
– La casa è salva, madonna – s’inchinò Parsifal – adesso potete governare in pace su di essa.
– Bella fatica, hai fatto! – valutò lei sarcastica. Poi lo guardò meglio, anzi, si guardarono a vicenda, soppesarono le carni giovani benché non proprio pulite e profumate, i denti quasi a posto, molare più molare meno, gli occhi cisposi quanto basta, e decisero che era troppo tardi per dedicarsi a lavorare e troppo presto per sedersi a tavola.
Indi per cui, con unità d’intenti, si dedicarono all’unica attività che i loro bollenti spiriti trovassero degna di considerazione.
Vi si dedicarono con tanta alacrità che quando il nostro alzò dal giaciglio di paglia la testa ancora impennacchiata (un vezzo della donzella, e non vi dico che uso improprio era stato fatto dell’elsa della spada) il gallo aveva appena elevato il suo canto di buongiorno al mattino. Il Nostro ebbe allora la cortesia di chiedere:
– Come avete detto che vi chiamate, madonna?
– Biancofiore.
Allora l’eroe si alzò dall’alcova, mano sul cuore, giurò che mai nella sua vita avrebbe dimenticato il soave nome della compagna di quelle inebrianti ore d’oblio, e che l’avrebbe raccomandata alle preghiere della sua regina, la pia e casta Ginevra.
– Insomma, mi molli così? – fece Biancofiore.
– Ma, mia signora, dovrò pur andare a lavorare! Mi aspettano draghi, duelli, donzelle…
– Che?!
– … donzelle da salvare, come già feci con voi.
– Allora sono stata una delle tante?
Qui perfino un babbeo come Parsifal capì di stare su un terreno minato, se mi permettete l’anacronismo.
– Giammai, madonna, vi confonderò con le altre. Non siete voi, sono io. Sarete sempre nel mio cuore, accanto a mia madre e alla mia regina.
– Ecco, vattenne addu chella zoccola d’ ‘a riggina!
Parsifal capì che forse aveva fatto una cazzata.
Allora, senza proferire verbo, che era meglio, si rimise in fretta i gambali dell’armatura e si allontanò, lasciando la donzella in preda a irrefrenabili singhiozzi.
Eh, ma la vita di un cavaliere era così. Salva una regina, accetta la sua ospitalità nelle stanze degli ospiti, misteriosamente comunicanti con le sue, poi ammazza un drago e porta a riparare la spada flambé, che nonostante le principesse e le operazioni di soccorso continua a non avere un nome…
Passarono gli anni e il Nostro aveva un curriculum da paura, ma era sempre un tontolone. Il re Artù e i suoi nobili cavalieri lo mandavano a fare i lavori pesanti: dragare fiumi, salvare le fate, andare a ordinare le pizze per tutto il castello… Quando il nostro eroe si annoiava, doveva solo prendere lancia e scudo e fare un fischio al cavallo: i due si lanciavano all’avventura tra le lussureggianti lande di Cornovaglia (chissà perché, in queste storie di cavalieri il clima di merda non viene mai riportato, come se l’Inghilterra fosse Montecatini. Potenza dell’immaginazione).
Fu così che, cavalcando cavalcando, Parsifal giunse allo stesso castello di 10 anni prima. Il fiero giovane, ormai più esperto, questa volta assisté con molto interesse a tutta la processione, che si ripeteva ogni notte, e cominciò a fare qualche domanda.
– Cos’è quella coppa?
– È il Graal, il ricettacolo del sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.
– Ah, sì?
– Boh, una volta era un simbolo della Dea.
– Secolo che vai, usanza che trovi.
– Ben detto, Parsifal. Hai qualche altra domanda da fare?
Questa volta gli avevano dato l’aiutino, perché spezzasse l’incantesimo. Lui guardava i cavalieri e le dame che si riunivano intorno a lui, speranzosi, ansiosi di ascoltare le parole che avrebbe proferito, e particolarmente interessati alla reazione del Re Pescatore. Alla fine il Nostro si schiarì la voce e disse:
– Che c’è per cena? Branzino come al solito?
Tutti crollarono il capo e si disposero a mangiare. Il Re Pescatore andò a dormire, che era meglio.
Il Nostro eroe stavolta si svegliò, sempre solo come un cane nel castello enorme, con la sensazione che qualcosa non funzionasse. Perché erano tutti così attenti alle sue parole? E cos’era che dovesse chiedere, di così urgente?
Ok, c’era una coppa. Tempestata di gemme. Che aveva raccolto il sangue di questa o quella divinità lontana.
Uhm… Stava ancora pensando, quando si accorse di esser giunto di nuovo alla radura della donzella della sua prima gioventù.
Ottimo, pensò. Magari Biancofiore mi dà un sorso d’acqua e, se sono fortunato, mi offre ancora un giaciglio.
Ma la capanna era sparita. Al suo posto c’era uno splendido palazzo a tre piani, con scudieri e fantesche carichi di brocche, striglie per i cavalli, e ogni genere di ben di dio destinato alle grandi cucine.
Accanto al palazzo scorreva un ruscello, piccolo ma potente, e accanto al ruscello girava in un moto perpetuo la ruota di un mulino. Accanto al mulino, tutti i contadini del circondario, disposti in una fila disordinata, attendevano il loro turno per macinare. La fiumana di gente non finiva mai, e sì che si erano svegliati prima del sorgere del sole, per presentarsi in tempo sul posto.
Parsifal si fece largo nella ressa di contadini e piatti di grano e tra stracci e berretti usurati da pioggia e sole, intravide due lunghe corna di seta, di quelle che all’epoca, con nostro sommo stupore, erano l’ultimo grido per le acconciature femminili.
Sotto le corna, poste su un’ordinata pioggia di lunghi capelli biondi (che una volta erano neri solo per scarsissima igiene) c’era una giovane sconosciuta e sorridente, che aiutava un anziano contadino a porre il grano nella macina.
Quando vide il cavaliere, i suoi grandi occhi smeraldo si sgranarono per la meraviglia.
– Ecco l’artefice della mia fortuna! – gridò ai presenti.
Dopodiché Biancofiore, che la dama non era altri che lei, prese il cavaliere per mano e lo condusse nel suo palazzo.
– Non capisco nulla di ciò che sia successo – commentava il cavaliere, togliendosi di dosso una ghirlanda di fiori appioppatagli da una fattoressa.
– Come sempre – osservò lei, con una smorfia sarcastica che ricordava un po’ la villanella conosciuta tempo avanti. – Sei l’artefice della mia fortuna. Quando sei andato via ho pianto a lungo, giorni, mesi, anni. Ho pianto tanto che le mie lacrime hanno formato questo ruscelletto che ora costeggia il mio palazzo. È piccolo, ma ha una forza incredibile, come una cascata, come l’oceano se cerchi di domarlo. Allora, piano piano, facendo dei debiti, vi ho costruito la ruota di un mulino. I villani arrivano ogni giorno a macinare il loro grano.
Parsifal se la strinse al cuore, e lei, dopo un po’ di affettata resistenza, lo lasciò fare.
Il cavaliere si rammaricò molto che lei avesse pianto tanto da generare un fiume, d’altronde la vita del combattente era quella e lui non poteva trattenersi tanto temp…
– Zitto, lo so. Ora so che il mio errore è stato cercare di trattenerti, mio cavaliere. Stavolta resterai perché vorrai tu.
Detto ciò, si liberò d’un gesto della tunica bianca che le copriva le carni sode e profumate, e i due si rotolarono in quella farina misteriosa che il mulino macinava, e che sembrava talco, ma non era.
Parsifal restò a lungo presso il palazzo.
La mattina andava ad ammazzare draghi, e qualche notte dimenticava di tornare. Ma alla fine un piccione annunciava sempre il suo arrivo, e Biancofiore, sospirando, gli faceva trovare le lenzuola ricamate e la coppa di vino sempre pronta.
Fu vedendo la coppa, un giorno che era stato lontano a lungo, che Parsifal si ricordò. Gli restava la missione del Graal.
Com’era possibile che si fosse dimenticato così?
Si affacciò al balcone e osservò un prodigio. Una giovinetta biondissima, il corpo alto e snello avvolto in una lunga tunica bianca, gli faceva cenno di avvicinarsi. Ma ogni volta che accennava a scendere, lei si faceva sempre più diafana, fin quasi a scomparire. Era una visione.
A un certo punto, quella splendida apparizione indicò la foresta, in direzione del castello del Graal. Poi sparì.
Parsifal non poté più né mangiare né bere. La notte prendeva Biancofiore in fretta, distratto, come se stesse liberando le viscere dopo un’abbuffata da fagiano.
Biancofiore mordeva il cuscino. Finché un giorno, mentre presiedeva alle operazioni del mulino, vide uno scudiero avvicinarsi, un sorriso mesto sul volto.
– Lo so, disse. So tutto.
Parsifal aveva raggiunto la fanciulla, che l’aveva condotto per tutta la strada riapparendo a ogni crocicchio, e sparendo ogni volta che il cammino si faceva dritto e piano.
Arrivato al castello del Graal, non la vide più.
Il castello non era mai stato così affollato. Sembrava che tutte le dame e i cavalieri dei dintorni si fossero dati appuntamento per un maestoso banchetto.
Il Re Pescatore era più mesto che mai.
Al momento della processione del Graal, la folla sembrava aprirsi attorno a Parsifal.
Assistendo alla sfilata di dame e cavalieri che portavano oggetti a lui incomprensibili, Parsifal si scoprì a chiedere:
– Cos’è il Graal?
– È la coppa della vita – rispose una voce soave.
Si girò sorpreso. Era la dama bianca.
Avrebbe voluto abbracciarla, ma lei fece no con la testa. Non rovinare tutto, chiedimi quello che devi, dicevano i suoi occhi.
Parsifal capì, la ebbe e la perse in un istante solo, quello in cui chiedeva:
– E a chi serve il Graal?
Le iridi azzurre della fanciulla si fecero acquamarina sotto una nebbiolina di lacrime. Sorrise felice e infelice insieme e rispose:
– Il Graal serve al Re del Graal.
E sparì. Finalmente il cavaliere aveva trovato la domanda giusta per rompere un incantesimo.
Il dolore di Parsifaal per la perdita fu coperto da un urlo, proveniente dal fondo della sala.
– Sono guarito!
Il Re Pescatore si alzò gagliardo dal suo trono e fece una specie di piroetta, che fu accolta da grandi applausi.
Poi abbracciò Parsifal.
– Grazie per essere tornato. Se fallisci una volta, bisogna sempre riprovare. Il Graal è fatto per questo, per svuotarsi e riempirsi di sangue per chi ne ha bisogno. Il sangue della vita che è vita e morte insieme, e amore, Parsifal. Amore.
Già. Amore.
Quando, di lì a poco, il Re Pescatore morì, Parsifal venne incoronato al suo posto. Governò giustamente e cercò di non smettere più di farsi domande. Anche quando le prime strie grigie cominciarono a solcargli i capelli sempre arruffati.
Un giorno, però, decise di uscire dal castello. Il suo cavallo era ormai vecchio e a riposo, ma volle proprio quello.
Ripensava alla gioventù che aveva barattato con la saggezza, come temeva sarebbe successo. E così non si accorse di esser passato fuori a un enorme castello, bellissimo, pieno di torri merlate e ponti levatoi. Come aveva fatto a non vederlo prima?
E quale re poteva essere più potente di lui, nel circondario?
Si fermò a chiedere. Una ragazzetta che passava saltellando tra i ciottoli di un ruscello familiare gli diede il benvenuto e lo chiamò “mio re”.
Com’era possibile?
– Di chi è quel castello, bambina?
La ragazzina sorrise un sorriso che conosceva, quello della dama bianca che un tempo l’aveva innamorato, portandolo via alla sua antica amante… Già, come si chiamava, quella là? Accarezzò la sua vecchia spada, che una notte di luna e vino rosso aveva appellato improvvisamente “Biancofiore”, e ricordò.
La ragazzina prese a correre veloce tra l’erba, e il vecchio cavaliere e il decrepito cavallo si lanciarono all’inseguimento.
Costeggiarono il castello saltando sassi e fossi, al di qua e al di là del ruscello che a un certo punto diventava un rapido fiume, solcato da ponti levatoi. Proprio vicino alla sorgente, la piccola guida si fermò di scatto, di fronte a una bellissima dama bionda.
La giovane si girò, e Parsifal trattenne a stento un grido. Aveva i suoi occhi.
– Chi siete? – gli chiese la fanciulla, turbata, raccogliendosi le vesti sontuose per avvicinarsi.
Sentì la bambina ridere alle sue spalle.
– Non vedi che è tuo padre, mia signora?
E la bambina diventò la dama bianca, si alzò in piedi, lanciò un ultimo bacio a Parsifal che la contemplava sbigottito e svanì nell’aria.
L’uomo e la fanciulla si contemplarono a lungo.
– Padre – riconobbe lei alla fine. – Ti facevo più alto.
Parsifal scese da cavallo, indispettito dal commento, e capì pure di chi era figlia quell’impudente.
– Adesso mi spieghi cosa sia successo, figlia mia. E dov’è tua madre. Devo chiederle perdono.
La ragazza represse un risolino.
– Non è necessario. Prima di tutto, perché mia madre ora è in un posto migliore. E poi, perché ti ha già perdonato da tempo.
E lo prese per mano e gli spiegò.
Dopo la sua nuova partenza, Biancofiore aveva pianto ancora. Il ruscello era diventato un fiume lungo e solido e lei era diventata quel fiume, dissolvendosi nella spuma delle sue correnti, spogliandosi delle sue vesti e vagando sulle rive solo di notte, per cibarsi di erbe.
Fino alla notte di plenilunio in cui si era accorta di essere rimasta incinta.
Allora era tornata al palazzo, si era seduta alla tavola ormai spoglia e disadorna e aveva ordinato da mangiare.
Il giorno dopo si era recata al mulino e aveva preso a macinare con le sue mani. Osservando la prima farina non aveva creduto ai suoi occhi. Il grano era diventato oro puro.
Biancofiore era divenuta ricchissima. I contadini prosperavano e nella regione era sparita la povertà. La saggezza si era unita alla prosperità e nel regno, giacché la Nostra Eroina era stata proclamata regina, c’era l’abbondanza.
Biancofiore aveva dato alla luce una bella bambina con gli occhi del padre e i suoi capelli biondi, e mai più nella sua vita aveva nominato l’uomo che l’aveva abbandonata per seguire una chimera.
Solo la notte di luna piena in cui era sparita, per fondersi per sempre all’acqua del fiume (“È tempo, figlia mia, ti lascio in buone mani”), aveva detto alla ragazza che Parsifal, un giorno, sarebbe tornato.
Ascoltando quelle parole, Parsifal s’inginocchiò e pianse. Aveva passato una vita a lottare senza mai farsi le giuste domande, inseguito chimere e perso di vista l’amore, che l’aveva sempre aspettato lì accanto, senza mai reclamarlo né pregarlo, come solo l’amore sa fare.
– Non piangere, padre. È stato tutto necessario perché tu e io fossimo qui insieme, ora. Nessuno potrà più separarci.
E infatti nessuno, né Graal né dame bianche, poterono separare il re e sua figlia in quel prospero regno che non esiste più.
Il ruscello, poi diventato fiume, sembrò sparire quando secoli più sfarzosi seppellirono sotto la falsa luce della ragione quelle gentili tenebre baciate dalla luna. Ma non era mai scomparso davvero, si era solo inabissato nella terra, inghiottito dalle sue viscere profonde e forti come quelle della donna che l’aveva partorito.
Avevo questo professore, più che altro un maestro di vita, che era completamente devoto al suo lavoro, tanto da non andare in pensione quando ormai gli toccava e quando le condizioni di salute gli suggerivano un’uscita di scena rapida e dignitosa.
Ma no, più forte dell’istinto di sopravvivenza era la paura di non riconoscersi più, una volta che non fosse entrato in classe e non avesse formato futuri professori da Attimo fuggente, come lui. Non perché si sentisse indispensabile per i suoi alunni, sapeva bene che nessuno lo è, ma perché loro erano indispensabili per lui, per la persona che credeva di essere e in cui s’identificava totalmente.
Quando eccelliamo in qualcosa, ci risulta difficile abituarci all’idea di essere molto più di quello. A volte dobbiamo perdere la nostra “eccellenza”, per accorgercene.Se abbiamo dedicato tutte le nostre energie a un rapporto ormai finito, sentiamo che la vita non abbia più senso. Una donna che si sia identificata tutto il tempo con la sua bellezza va in crisi pesante quando questa cambia con l’età. Un grande atleta soffre tantissimo quando deve ritirarsi dalle gare agonistiche. E poi c’è l’incubo della pensione, specie per gli uomini, abituati fin da piccoli a identificarsi nel loro ruolo di breadwinner.
Il mio prof., nonostante fosse buono come il pane, sapete a chi mi ha fatto pensare? A Jaime Lannister, quello di Trono di Spade. A una frase che dice dopo che gli uomini di Roose Bolton l’hanno catturato insieme a Brienne e gli hanno tagliato la mano. In quello che in TV è il quarto episodio della terza serie, dichiara: “I was that hand!”.
E, come spesso accade, la fiction è più reale della realtà, perché a partire da allora (a parte un rapporto forzoso con Cersei che è proprio gratuito, e nel libro non c’è manco) comincia per lui una nuova vita, migliore. Quando perde la mano che lo definiva come un gran cavaliere, ma lo “limitava” al ruolo di Sterminatore di Re, allora ha la possibilità di sviluppare completamente una personalità rimasta allo stato infantile, al tutto muscoli e incesto.
So che il mio professore non è un appassionato di best-seller, ma sarebbe bello che potesse arrivarci per conto suo. Al fatto che ciò che lui è va molto al di là di ciò che fa, che è molto più delle nobili lezioni che imparte ogni giorno, che esistono tante lezioni che la vita gli deve ancora insegnare e che evita perché gli scalfiscono questa bella maschera che lo limita nei movimenti da troppi anni.
Anche noi crediamo di “essere quella mano”, ogni volta che ci identifichiamo con una cosa sola: col nostro lavoro, col tentativo disperato di far funzionare una relazione, con la necessità in generale di soddisfare la nostra idea di ciò che siamo, trascurando tutte le altre cose che possiamo essere.
Jaime aveva ragione, lui era quella mano. Il suo personaggio, il fantoccio odioso che era diventato, lo era. Ha avuto bisogno di perderla per scoprire tutto il resto.
Che ne dite di arrivarci senza dover passare per esperienze così drastiche?