Archivio degli articoli con tag: ricominciare

gessopersonalizzatoLa mia prof. catalana di scrittura si presentò una volta in classe con un’enorme ingessatura al piede. Sostenendosi su stampelle malferme, ci raccontò di essere caduta in un fosso durante delle vacanze in famiglia. Trasportata al pronto soccorso, si lamentava col medico:

– Ora sto qui con un dolore atroce e questo gesso che chissà quanto dovrò tenere, mentre potrei stare ancora in escursione coi miei familiari, o a correggere i testi dei miei alunni, o…

Finché il dottore non la interruppe e le mostrò con un ampio gesto del braccio i suoi compagni di sventura, alle prese con fasciature analoghe o in stato semicomatoso per dolori di stomaco, o feriti da un incidente domestico…

– Cosa credi che sia successo, a loro? – le disse sorridendo. – Stanno facendo la stessa cosa. Perdono tempo prezioso a curarsi della loro sbadataggine.

Ecco, non so voi ma mi sono sentita spesso così. Costretta a perder tempo a curarmi per un incidente che poteva essere evitato. Mi sono ritrovata a trascinare a lungo una delusione amorosa che si vedeva profilare all’orizzonte da tre miglia di distanza, oppure a salire con un sospiro rassegnato le scale del dipartimento per vedere che sfuriata mi avrebbe fatto, quel giorno, il prof.

Tutti fossi che col senno di poi, ovviamente, sarebbero stati evitabili, ma noi no, ci siamo distratti “un attimo”. E quell’attimo è stato fatale. Fortuna che, in questioni meno spezzaossa e più esistenzialiste, l’attimo diventa piuttosto lungo, con più margini di correzione. Ma, miracolosamente, più tempo abbiamo per tornare sui nostri passi e seguire la strada giusta, meno sembriamo disposti ad avvedercene.

E quando ci ritroviamo col nostro bel gesso invisibile, che dovremmo fare? Be’, come per la mia prof., aspettare. Che la convalescenza abbia il suo corso. Intanto ce lo portiamo appresso, impariamo a stare sulle stampelle, zoppicando sempre meno, facendoci due bicipiti da paura mentre la gamba si rimette a posto da sola.

Abbiamo questo potere curativo che non dobbiamo sottovalutare, la capacità di risanare da soli se ci diamo il giusto tempo e la giusta pressione.

Io ho la sensazione sgradevolissima che le energie che ho perso a riprendermi della mia crisi mi avrebbero portato a fare tutto ciò che dovrò procurarmi quest’anno, con fatica e pazienza. Avrei potuto averle con me già da un anno, senza “perdere tempo” a soffrire, come la mia prof. se non si fosse distratta avrebbe avuto ancora la sua escursione e il tempo di correggere i nostri compiti, che nel frattempo si accumulavano.

Ma la convalescenza non si può evitare, quando siamo “rotti” dobbiamo ripararci, dentro e fuori. Diffido un po’ di certi richiami tipo “non lasciare che gli altri ti rovinino l’esistenza”, “non lasciare che il risentimento ti faccia perdere tempo”. Quando li uso, lo faccio in un altro senso: possiamo fare in modo che qualcuno smetta di insultarci, di darci fastidio quotidianamente, ma non possiamo decidere che “non ci rovini più l’esistenza”. Il dolore che si lascia dietro va affrontato tutto e curato da solo, come un’ingessatura.

Intanto che ci rimettiamo in sesto, possiamo riprendere i contatti con quella parte di noi che sa evitare i fossi, quella che ignoriamo per ascoltare le paure che ci spingono a sottovalutare i pericoli, pensando che non vederli ce ne terrà al riparo.

Durante una convalescenza non potremmo fare tutto ciò che ci eravamo prefissati, ma impariamo tante altre cose che ci saranno utili quando, recuperate le energie, potremo finalmente metterci al lavoro. Con occhi nuovi.

E, possibilmente, con piede meno distratto.

ciakVi è mai capitato, di ascoltare qualcuno cambiare totalmente idea su una cosa che gli stava a cuore? Ricordo una compagna di liceo che, a università iniziata, diceva della nostra vecchia prof. di Filosofia: “In fondo non ho mai avuto niente contro di lei”. Ma se partecipavi alacremente alle nostre macumbe pre-interrogazione!

Il senno di poi non gode di buona fama, ma ha molti seguitori. Si fa più doloroso quando si parla di rapporti di lavoro, o familiari, o di amori finiti.

Una volta perso il lavoro dei nostri sogni, in fondo non abbiamo mai voluto fare quello, davvero. Io non ho mai voluto insegnare all’università, mica è la crisi.

Con gli amori si arriva al parossismo: mai capitato di litigare con un ex che si è rifatto una vita? Spero di no. Diventiamo le “premesse” a questa fantastica nuova relazione che sta vivendo, che in retrospettiva fa della nostra una povera cosa che trascinavano controvoglia, come fosse un peso. Anzi, come dice Tucidide della Guerra del Peloponneso, ma vale per ogni guerra, anche per l’amore, cambiano le parole e il significato che si dà loro: quella che pure l’altro chiamava relazione ora è diventata una frequentazione, dategli tempo e diventerà “quando curiosamente ci svegliavamo insieme”. Teletrasporto?

A meno che la fantastica nuova relazione dell’ex non finisca e in un momento di estrema solitudine diventiamo l’unica persona che l’abbia mai capito.

Se poi la storia di per sé era ambigua, se non lo sapeva nessuno, se in fondo non era mai decollata, magari siamo stati messi da parte e soppiantati per un amore vero che durasse… Quanto, un mese? Due mesi? Ah, ma anche quando dura cinque minuti l’Amore Vero ha due piste in più, rispetto alla storiella così (e se ci fosse un’antimaiuscola, una lettera ultraminuscola appena visibile a occhio nudo, userei quella, per scriverlo).

E allora l’anno di alti e bassi passato insieme diventa solo una lunga introduzione a questa storia fulminante e un po’ incontinente che li ha scottati ma ha insegnato loro il “vero amore”. Siamo quella, quello di cui non era convinto, che non arrivava mai a essere lapersonagiusta, magari non per demeriti suoi, eh, fatto sta che chi ci ha seguito in quei cinque minuti prima di prendergli il cuore e stracciarlo in mille pezzi era tuttunaltracosa.

Ora, non possiamo impedire che l’altro abbia questa interpretazione della cosa, che ci “narri” così. Magari non ha neanche tutti i torti, quando paragona un amore mai nato a uno presente e vivo, anche se per poco. Quello che non dobbiamo accettare è l’idea per cui un altro sia più degno di noi solo perché, per circostanze difficili da verificare, si è guadagnato un amore che noi abbiamo mendicato a lungo.

Può essere stato più bello di noi, secondo gli standard (che poi de gustibus), più intelligente secondo i test (che quando mai ci hanno azzeccato), ma mai più degno, questo non sta ad altri deciderlo e non sta a noi, nell’umano consesso, stabilire chi “meriti” di più.

E il punto è questo, è questa la parte della narrazione che non ci deve quadrare: il punto in cui abbiamo mendicato qualcosa che ci spetta di diritto come esseri viventi, non perché siamo chissà chi, ma perché l’amore o te lo regalano o non ci sono soldi a comprarlo, e non c’è niente che possiamo fare per suscitarlo.

Non possiamo evitare di essere il cattivo o lo sfigato di una narrazione altrui, e di una narrazione ex-post, ma l’altro non può impedirci di non gradire quel ruolo e di fare di tutto, in futuro, per costruirci una storia come vogliamo noi, in cui non siamo quello che striscia e mendica fino alla sua uscita di scena, ma lasciamo fin dall’inizio il limbo dell’ambiguità, dell’umiliazione, dei diritti non rispettati, per crearci la vita che vogliamo noi.

Una volta rinunciato alla parte, una volta detto no a questo regista sfigato che ci portiamo dentro e che ha per noi sempre gli stessi ruoli, allora siamo pronti per il ciak.

Si ripete. E stavolta, meno dramma e più bellezza.

finestradifronteNon ci avevo mai pensato, finché non me le sono trovate di fronte, una sera di fine estate.

Le luci del mio vecchio quartiere, viste da quello nuovo. Quelle al neon del Bagdad, mitico locale porno dove Nou de la Rambla sfocia sul Paralelo.

Avevo passato il pomeriggio a scrivere tesine per un corso sbagliato e, ora che giravo senza meta per prendere un po’ d’aria, il caro vecchio Raval mi salutava così vicino, così lontano, con la promessa di una serata movimentata, se avessi attraversato la strada.

Perché sì, ero dal lato sbagliato. O da quello giusto, mi verrebbe da dire.

Stavolta ero sull’altra sponda del marciapiede, nel mio nuovo barrio di Poble-Sec, a spiare com’era la mia vita prima che osassi attraversare.

Vi è mai capitata, una situazione del genere? Uno di quei momenti in cui contemplate la vostra vecchia vita, direttamente dalla nuova. Mi vengono paragoni cinematografici mai del tutto calzanti. La Mezzogiorno de La finestra di fronte, di Ozpetek, che per la prima volta si osserva dalla casa del vicino, su cui tanto fantasticava. O il momento in cui Arwen, ne Il signore degli anelli, vede se stessa col figlio, che osservandola sembra pregarla di non fuggire, di accettare il suo destino e accettare lui.

Io, semplicemente, vedevo la me di pochi mesi fa, che dopo aver scritto le tesine sbagliate di allora attraversava le luci fluo del Bagdad per “sconfinare” in questo strano quartiere di Poble-Sec, che non sapeva bene se le piacesse.

Quella me era magra, spesso in tuta, si riprendeva da una bella botta sempre uguale e sempre diversa. E allora, appena scoperto un parchetto alle pendici di Montjuïc, andava là con gli anfibi sotto la tuta, la tuta sotto un cappottino leggero, a sperare che non ci fossero bambini sulle altalene per andarci lei.

Viveva sola, e ne era orgogliosa. Non sentiva quanto la paura di stare in compagnia potesse essere forte quanto quella della solitudine, che prendeva in giro negli altri.

Viveva in case squallide, che prima adorava e poi detestava, aveva i capelli lunghi fatti apposta per intrappolarci i sogni, che sognava apposta per non svegliarsi.

Tutt’a un tratto, anche ora, anche da qui, ho pensato che avesse ragione lei. Che quella sbagliata fossi io, con le mie nuove pretese di andare avanti. Con l’illusione che stavolta andrà bene.

Che avrei dovuto restare con lei da quella parte della strada.

Poi mi sono ricordata dove fossi, e chi fossi ora, e sono andata avanti.

Michelangelo_schienaVi racconto il presente.

Il presente è una schiena. Ampia, avvolta di bianco. T-shirt classica, a nido d’ape, credo, da lontano così sembra. Una fodera nera sulla spalla destra. Mazze da golf. Ci si potrebbe scrivere, un racconto, su una schiena ampia e bianca con una sporta piena di mazze da golf. Chissà se ci gioca lui, chissà se ci lavora, penso mentre lo seguo, attratta dal biondo perfetto, quasi abbagliante, dei capelli.

Non che lo segua, va dove vivo io. Magari siamo vicini. Ed è altissimo, quei capelli brillano quasi nel buio. Gli ho intravisto appena il volto, al semaforo all’uscita della metro, per farlo ho dovuto guardare in direzione contraria alle auto e devo essere sembrata ridicola, se ha abbassato abbastanza gli occhi da accorgersi della mia esistenza.

Due metri, decido, e poi aspetto.

Voglio proprio vedere se lo fa.

Sì, lo fa.

Il codino dorato brilla un istante sotto il neon triste del supermercato verso cui sono diretta, e poi entra.

Non è la prima volta.

C’era un’altra schiena, tempo fa, che seguivo rapita sulla Rambla del Raval. Stessa strada mia, qualche passo avanti, e io a ritrovarmi ipnotizzata come una sfigata di 16 anni in crisi ormonale. E quando l’avevo persa di vista, che gli ormoni non mi portano più a fare gli stalking che improvvisavano le amiche in paese, era successo: ne avevo ritrovato il proprietario in calle Parlament, al supermercato italiano.

E si era messo in fila alla cassa esattamente dietro di me.

Come costui.

Perché sì, succede anche ora. E la ragazza che protesta alla cassa, prima di me, fa che passi abbastanza tempo perché quei wurstel un po’ tristi, farciti al formaggio, vengano subito dopo la mia bottiglia di latte.

Ma lei, la cliente che protesta, non la guardare, mi scopro a pregare. Lei alta biondissima quasi quanto lui, col carré scalato che vorrei io, ma l’asperità di chi ha lo stomaco di contestare la “spesa minima per la carta di credito”, e il sorriso giusto per farlo.

Ricordo, difficile farne a meno. Ricordo un’altra schiena e un passato sempre meno recente, quegli accenni ad altre donne, le ipotesi indolenti su se andassi io con altri, le frasi secche, taglienti, buttate lì con folle noncuranza a ricordarmi sempre che ero solo di passaggio, che la prima bionda considerata più bella di me mi avrebbe fatta sloggiare, come è stato.

Ma quando esco col collo freddo della bottiglia tra le dita, e la schiena di nuovo davanti, non c’è quel dolore, non ci sono le notti passate a non vivere. C’è solo il presente e quella schiena bianca, che scompare dietro la banca all’angolo.

E allora, quando anche la schiena bianca è diventata passato, subito dopo, mi rendo conto.

Non è che non ci siano, il passato e le notti bianche. Ma non ci sono quanto il presente di una schiena che mi ipnotizzi nella sua andatura perfetta, che mi riporti alla vita. Ci sono, ma solo se voglio. Per un lungo periodo ci sono state anche quando non ho voluto.

Ora sì, ci sono solo se voglio.

E la differenza è che ora so cos’è presente e cosa non è, e il presente sta scritto sulle schiene che incontro per un po’, che invariabilmente ritrovo quando penso di averle perse, schiene che fantastico diventino occhi, sorrisi, mani su di me.

Finché, forse, a metà strada tra il passato e il coraggio, non diventeranno anche quello.

The_Quiet_Man_John_Wayne_Maureen-OHaraSi parlava di tutte quelle cose che ci fanno sentire al riparo dal mondo, con l’effetto collaterale di non farci vivere.

Sei al riparo, ovviamente, se costeggi la vita. Nessuno ti fa male, ma a che prezzo.

Alla fine non te ne accorgi subito, in fondo hai i polmoni per respirare e un piatto a tavola, ti dici di amare le cose semplici.

Ma c’è sempre quel prurito, l’insoddisfazione di chi sa o sente di volere qualcosa, e non prova nemmeno a ottenerlo. Per la constatazione lapalissiana che quasi tutto quello che vogliamo non dipende solo da noi, quindi c’è il rischio di sbattersi tanto e restare con un pugno di mosche.

Per evitare questo rischio, appaltiamo l’intera vita alla paura di muoverci.

Scegliendo di ripararci da noi stessi, dai nostri desideri.

Perché? Per paura di essere incapaci di realizzarli.

O almeno è quello che capita a me. Ripensando a passate relazioni, mi sono resa conto che partivo da un “problema” reale: come voi, immagino, detesto molte cose di un rapporto di coppia consolidato. Nel mio caso, però, è una cosa quasi patologica, con le sue bravie ragioni geografico-sociali che vi risparmio e che in fondo non vanno considerate se non nel modo in cui le ho vissute io. E le ho prese molto male. La comprensibile riluttanza ad avere a che fare coi suoceri, nel mio caso diventa maniacale. Vacanze insieme? Meglio la morte. Devo essere gentile con qualche cognata che odio? Eh? Non mi ci fate sedere allo stesso tavolo, neanche a Natale. E poi tutto questo dover pensare per due, i fidanzati partenopei che mi chiedevano “Ma questa gonna te la metti anche quando non ci sono?”, i pakistani “Che ci fa questa birra nel tuo frigo?”.

Allora, per mettermi “al riparo” da questo, mi inventavo storie alternative. Erano molto romantiche e molto drammatiche, a mio giudizio, e in fondo neanche me ne accorgevo. L’idea era trovarmi qualcuno che fosse distante anni luce dal modello convenzionale di virilità, meglio se avesse proprio problemi a rapportarsi con quello, e unire le nostre paure in una tipica storia da “nonostante tutto”. Nonostante tutto, saremmo restati insieme. Nonostante tutto, le coppie “convenzionali” si sarebbero sgretolate alla fine del loro amore così noioso, innamoramento – consolidamento – noia – rottura. No, noi no. Noi saremmo rimasti lì, a sopportarci per l’eternità.

Ignoravo spesso e volentieri che tanti uomini che hanno problemi coi modelli di virilità, in fondo in fondo vorrebbero imitarli, ma, come me mutatis mutandis, non credono di poterlo fare. Sotto i loro problemi esistenziali si nasconde a volte il più convenzionale degli uomini, che semplicemente è incapace di essere se stesso.

Io stessa, semplicemente, avevo paura. Paura che al momento di flirtare con qualcuno in un bar, uscirci insieme, vedere se ingranava, conoscere i suoi ecc. ecc., a prescindere da se lo volessi o meno, non fossi capace di farlo. Semplicemente, mi mancava qualcosa. Non ero abbastanza bella secondo gli standard, o abbastanza normale, o abbastanza serena.

E quindi eccomi in un angolo con le mie storie assurde, e gli amici a chiedere ma come fai a sopportarlo e io a fare l’eroina romantica, salvo stancarmi se la storia rischiava di diventare troppo convenzionale.

Sono stata quella degli amori eterni ed eternamente platonici, delle imprese disperate, degli anni persi a rincorrere la sostanziale indifferenza di chi aveva più paura di me.

Finché non ho capito il trucco: ripararsi è come la tagliola della gatta delle favole, che comincia a leccarla tutta contenta finché non si accorge che quello che stava ingurgitando con tanta soddisfazione era ormai il suo stesso sangue.

E che mi fa più paura che qualcuno che trovi interessante mi sorrida e s’interessi a me, che continuare in un’impresa disperata, alla ricerca della mano dal cielo che avveri il mio desiderio di essere infelici in due.

Quindi, quando ci sentiamo messi alle strette, chiediamoci quanto ci sia di indipendente dalla nostra volontà, e quanto dipenda invece dalla nostra ostinazione a non metterci in gioco, alla falsa percezione di minaccia che ci fa accantonare ogni speranza di ottenere ciò che vogliamo. Di essere, ciò che vogliamo.

Purtroppo, per attraversare questo genere di mare, spesso aspettiamo di fare naufragio.

Ne parleremo ancora un po’.

sempre_speranzaNella puntata precedente vaneggiavo del sollievo che ci porta a continuare a soffrire. E non mi ero nemmeno drogata per l’occasione.

Argomentavo che il sollievo dopo l’ennesima riappacificazione con un compagno che evidentemente non ci fa bene, o quello di tornare a casa dal nostro lavoro interinale senza essere stati ancora licenziati, sanno più di disperazione che di reale serenità (e qui, lo so, scatta un grande “grazie al…”).

Non sto dicendo di dover per forza estirpare il dente. Chiudere la storia prima dello scossone finale, licenziarci prima di aver trovato un altro posto o formulato un piano B.

Dico solo che a volte ci rifiutiamo di provare un dolore che, a lungo andare, potrebbe portarci a star meglio. Il dolore che si prova nello sbarazzarsi di qualcosa che non funziona (e spesso non è una persona, ma un nostro atteggiamento, una nostra convinzione), e ricominciare con più decisione.

Ma è un’operazione che fa male e porta con sé un esito incerto.

E allora lasciamo che il dolore ci consumi a poco a poco, in un circolo vizioso di illusione-delusione-illusione.

Io non ne sono ancora uscita, perché mi arrendo sempre a fatica alla grande evidenza dietro al sollievo: non posso ottenere tutto quello che voglio. Ci hanno ingannati, sia quando dicevano che eravamo gli artefici della nostra fortuna (invece di stabilizzarsi machiavellicamente su un cauto 50%), sia quando sostenevano, al contrario, che fossimo nelle mani del destino.

Ma non possiamo ottenere la resurrezione dei morti, l’amore di chi non ci ama, e ultimamente manco un lavoro a tempo indeterminato che sia davvero tale, con tutte le condizioni al posto giusto per essere sicuri che non ci licenzieranno in uno schiocco di dita.

E allora forziamo la mano, navighiamo controcorrente, che fa sempre figo (e io sono la prima), e ogni minimo segnale che le cose andranno come vorremmo noi, o che non andranno per forza in senso del tutto contrario, è benvenuto. Fino alla prossima delusione. A cui seguirà un’altra illusione, col suo bel carico di sollievo.

Imparare che possiamo aspirare a più del sollievo, che possiamo arrivare alla serenità, non si fa dalla sera alla mattina. Io ci lavoro da mesi, ormai, e ancora devo vedere la luce.

Soprattutto, dovremmo imparare a “sentirlo”, quando possiamo sperare e quando lasciar perdere, invece che ascoltare gli amici che ci dicono sempre lo stesso, come se riuscissero a convincerci.

Per ora mi tengo caro il famoso detto “la gente spera di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose”. Lo dice anche il buon Watzlawick: introducendo un piccolo cambiamento in un sistema, piccolo e costante, il sistema dovrà cambiare per forza.

La mia impressione è che tutto quanto non segua un flusso più o meno spontaneo ci stanchi enormemente: ci incaponiamo in una storia che non “fluisce”, appunto, o ci intestardiamo nel portare avanti un progetto che ormai ci costa più tempo e denaro dei guadagni che ci darebbe secondo le più rosee previsioni. Le tregue che ci concediamo quando proprio non ce la facciamo più le chiamiamo tranquillità, e spesso sono solo questo sollievo sterile che porta a un altro giro, a un’altra corsa. Come se, per provare un po’ di tranquillità, dovessimo crearci lo stress, come se non riuscissimo a vedere la bellezza che negli interstizi dell’orrore. Invece la bellezza è gratis, quella sì che potremmo esigerla da noi stessi in ogni momento.

E ribadisco, sono la prima a non arrendermi di fronte al “non è girata”, ma mi rendo conto di trovarmi sempre in un equilibrio precario tra lottare per ciò che voglio e accanirmi in qualcosa il cui esito non dipende da me.

Si tratta di non pretendere che cambi “per forza” come vogliamo noi. Di imparare a sperare che lo faccia come ci converrebbe.

La speranza, maledetta stronza.

sollievoSecondo me, proviamo sollievo per le cose sbagliate.

Ok, ancora una volta parlo per me. Ma scommetto che pure voi, qualche volta, avrete provato sollievo per qualcosa che invece avrebbe dovuto allarmarvi.

Ve lo ricordate, il povero Giacomo Leopardi martoriato da facebook, quando diceva che la gente chiama felicità la fine del dolore?

Più o meno stiamo là. Chiamiamo sollievo, a volte, la promessa di continuare a fare, per inerzia, quello che ci fa star male.

Il sollievo è apprendere che per un po’ non staremo peggio. Anche quando star peggio, magari, sarebbe solo la premessa a star bene.

Esempio. Ricordo un amico, a Napoli, che litigava costantemente con la fidanzata. Erano male assortiti, per differenza d’età, d’interessi… Ma, come accade con le grandi passioni, questo particolare era stato ignorato nei mesi dell’idillio ed era affiorato prepotente quando la vita aveva ribussato alla porta, esigendo attenzione. Allora, era diventato tutto un litigio continuo, soprattutto per telefono. L’amico gridava ogni volta che sarebbe stata l’ultima, poi cominciava a temere che lo fosse davvero. Finché una nuova telefonata della ragazza, con l’ennesima tregua, gli “salvava” la serata e lo faceva sentire risollevato.

Finisce bene: una volta si lasciarono davvero e lui ora è con una che lo fa sentire davvero amato.

Lì diventa una malattia, me ne rendo conto, uno di quei problemi che stai peggio a risolverli che a lasciarli così. E allora si vive di piccoli sollievi.

Al lavoro mi capitavano situazioni analoghe, quando improvvisamente chiamavano qualche collega “al piano di sotto”, dove c’era il manager, e lo vedevamo tornare, raccogliere le sue cose e salutarci. Ok, il sollievo del “non è toccata a me” c’era quasi sempre, collegato a spiegazioni varie tipo “non lavorava bene, veniva sempre tardi, si è preso quelle ferie inspiegabili che poi ha prolungato”. Non so se avete presente, per drammatizzare un po’, la scena di Trono di Spade in cui Gregor Clegane sceglie il condannato del giorno per il suo simpatico interrogatorio: uno dei candidati era sicuro di non essere mai scelto perché lo guardava dritto negli occhi durante la selezione. Finì per essere preso, come gli altri.
Io, più modestamente, un giorno fui convocata con l’intero dipartimento e ci fu annunciato che saremmo stati licenziati tutti, in tronco.

E senza la possibilità di salutare gli altri, che provassero il loro momentaneo sollievo prima dei licenziamenti del pomeriggio.

L’azienda in questione ora naviga in pessime acque, eh, non è che questi metodi la facciano sempre franca.

Ma il sollievo che ci accompagna in questo e altri casi dovrebbe farci quasi tenerezza, non trovate? Perché ci diciamo di stare in una situazione “senza via d’uscita”, quando una via d’uscita c’è. Solo che è molto dolorosa.

Non aspettatevi di trovarla nella prossima puntata, che ancora devo arrivarci anche io, ma continueremo a ragionarci su. Se intanto qualcuno la trova la postasse, in palio una paella e la mia eterna gratitudine.

Cersei-LannisterSe c’è un personaggio con cui m’identifico, in Trono di Spade, è Ned Stark: l’Animus ultraretto che finisce per rovinare tutti e se stesso con la sua fame e sete di giustizia. C’est moi. La mia Ombra invece (il mio lato oscuro, per chi non avesse seguito) non sa più che inventarsi per comunicarmi che sono pure Cersei Lannister: ‘na granda cessa, avida di gloria. E allora so’ pure bona?, le chiedo. Solo allora tace, Ombra dimmmerda.

Invece, per rassicurarmi dei progressi che sto facendo sulla strada della sanità mentale, ho tentato una rapida classifica degli uomini che mi piacciono in questa serie. Risultato: 1) Tyrion Lannister, 2) Jon Snow, 3) Khal Drogo. Allora ho lasciato perdere il progetto sanità mentale.

Vabbe’, a parte Khal Drogo, a cui affiderei direttamente l’impero del mondo, tanto stenderebbe i nemici con un rutto, mi sembra di capire che la tendenza sia sempre quella. Mi piacciono gli outsiders. Quelli che non sono esattamente integrati nella loro famiglia o nel contesto sociale. Ma che sono brillanti ed eccellenti in qualcosa.

Ieri, essendo rimasta al secondo volume della saga, ho letto di quando Jon riflette sul fatto di essere il fratello bastardo di un re, e si dice che il fratellino se ne starà a bere vino dolcificato mentre lui succhierà l’acqua ghiacciata di qualche fiume, oltre la Barriera.

Allora stanotte ho sognato Cersei che mi stendeva la biancheria, un curioso bucato tutto fatto di sciarpe che, sempre senza spoilerare (tanto siete tutti alla quarta serie), mi ha fatto pensare a un momento cruciale per la vita di Ned Animus Stark, una scena da perderci la testa. Come a dire che ha vinto lei, che ha usurpato il trono contro le legittime pretese della successione.

Ma allora sono Ned o Cersei? Ovviamente, la mia vita appartiene a entrambi, sono entrambi parte di me. E come il Buono e il Malo del Visconte dimezzato, di Calvino, non saprei dire chi faccia più bene. Perché i Ned Stark, con la Legge che applicano ciecamente anche quando non è giusto (pensate al poveretto decapitato all’inizio della saga) fanno ancora più male di chi almeno agisce per amore, del solito cattivo indispensabile perché la storia vada avanti.

E voi? Se la vostra vita fosse un trono, adesso chi lo occuperebbe? Qualche sovrano oltranzista che è meglio spodestarlo anche se ha tutti i blasoni al posto giusto, come Stannis Baratheon?

Pensate a Jon. È giusto che abbia meno diritti di Robb? Così va il mondo? Sì, così va finché non va più così.
Finché non vi dite che usurpare il diritto a decidere della vostra vita non è usurpare. È metterci il legittimo sovrano, quello che avrebbe dovuto essere seduto lì da sempre. Voi.

C’è una difficoltà, ovviamente. Se avete sempre vissuto da bastardi, emarginati, se vi siete identificati tanto in questo ruolo, vi sentirete sempre un po’ usurpatori a cambiarlo.

Che sia una pippa mentale vostra aiuta poco, non è una convinzione che si raggiunga con la ragione e l’ho imparato a mie spese.

Ancora una volta, l’importante è cominciare. Cominciate a buttar giù dal trono il fantoccio oltranzista che avete messo al vostro posto, e scoprire un po’ come ci si sente, a prendere decisioni.

Poi andate a braccio. A mettere Jon sul trono, se non fosse stato emarginato tutta la sua vita sarebbe stato un altro Robb, coi suoi pregi, ovviamente, ma la metà delle esperienze, delle lotte, dei ghiacci affrontati e vinti.

E allora ringraziate gli anni di emarginazione che vi siete inflitti e regalatevi un trono, da governare con saggezza e un po’ di sana bastardaggine.

Che quella, statene certi, non ve la leva nessuno.

Dalla copertina di Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Dalla copertina di Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Ecco, il fatto della sincronicità. Delle coincidenze “che non esistono”.

Come ve li spiego, pensavo, sia il fenomeno che l’opinione mia in merito? (Lo so, lo so, non aspettavate altro, oggi).

Magari la storia la sapete, i saggi che Jung scrive col fisico quantistico Pauli per provare “scientificamente” che le coincidenze possono non essere casuali, che ci sono dei meccanismi, il cui funzionamento ignoriamo, che si mettono in moto nello spazio e nel tempo, e spiegano cose come la telefonata dell’amico a cui avevamo appena pensato, o perché l’I Ching, nei primi mesi inappetenti della mia crisi, mi consigliasse costantemente di mangiare (“E ce vuleva l’I Ching!”, sentenzierebbe mio padre, armato di Dostinex). O perché, la prima volta che ho giocato coi tarocchi, ogni volta che chiedevo del mio amore perduto, su 22 Arcani Maggiori mi uscisse 3 volte di fila la Ruota della Fortuna. La fine o l’inizio di un ciclo. La fine, mi sa.

Potrei cercare di spiegarvi tutto questo.

O potrei argomentare perché non escludo affatto l’intepretazione di Watzlawick, per cui è la nostra mente a vedere delle coincidenze, e rilevanti, nell’infinità di cose che ci succedono ogni giorno. Potrei spiegare perché credo che quest’ipotesi non cambi il fatto che, se vedere coincidenze è utile, ben venga pure l’autoinganno, l’illusione di sincronicità.

Ma ho deciso che si capisce meglio con Per dieci minuti, di Chiara Gamberale.

Dieci minuti erano quelli che mi separavano effettivamente dalla chiamata per il mio volo, e avevo deciso di passarli alla Feltrinelli di Capodichino, a cercare l’ultimo romanzo di questa autrice, mia quasi-coetanea.

Mi accorgo solo in aereo che mi hanno dato il libro sbagliato. O meglio, che mi hanno dato quello che ho richiesto, “l’ultimo romanzo”, ma per le sfasature temporali tra Napoli e Barcellona il libro che cercavo io era già diventato il penultimo.

Prima di bestemmiare, comincio a leggere.

È la storia di una che alla fine di un trasloco difficile, in una zona che non le piace, viene lasciata dal compagno.

Guardo fuori dall’oblò, Napoli che si allontana.

Ok, obietterebbe chi conosce me e il libro, ma lei trasloca dalla sua casa di gioventù e viene lasciata dal marito, non da uno che, parafrasando l’autrice, è sempre rimasto sulla soglia a bloccare il traffico.

Va bene, va bene. Continuo a leggere.

La tizia entra in un buco nero e si scorda di mangiare e dormire.

Ok, succede a tutti. Proseguo.

Ogni giorno, per dieci minuti, deve fare qualcosa di nuovo, di mai fatto.

Ora, vi ho già parlato di Julia Cameron, delle pagine del mattino. Quello che non so proprio fare, delle prescrizioni dell’autrice, è l’appuntamento con l’artista. Andare a fare qualcosa di curioso, mai sperimentato prima, una volta a settimana. Non ne ho la voglia, semplicemente. Non sento curiosità, non ancora.

Come la protagonista. Che però, a differenza mia, per dieci minuti al giorno prova smalti fucsia, abbraccia vecchi amori mancati, si dà all’hip-hop e al ricamo.

E ai tarocchi. Sissignori. Ok, chiunque stia in un periodo nero cerca qualsiasi pretesto per recuperare il controllo sulle cose (vedi articolo corrispondente). E poi mica le esce la Ruota della Fortuna. Le esce il Matto. Che non vi dico chi rappresenta, per me, quando tiro le mie carte. Strano, perché per lei rappresenta tutto il contrario. Rappresenta il cambiamento.

Quello che, distogliendo un attimo gli occhi dal libro, leggo negli occhi verdi che, prima che il loro proprietario si sieda due file davanti a me, posto corridoio, insistono nell’incontrare i miei. Che allora scappano di nuovo tra le nuvole fuori all’oblò, impreparati.

Quella curiosità che ancora non mi viene, mentre invece mi arriva la primavera e lo stesso giorno di una ben triste notizia trovo curiosamente la casetta che avevo smesso di cercare, proprio per trovarla prima. Proprio perché noto, come la protagonista del libro, che “Da quando la mia vita è vuota non mi ero mai accorta che fosse così piena”. E che se invece di sbattersi, e sbattere le corna contro muri appena acquistati, dedichiamo a noi stessi almeno 10 minuti al giorno, le cose succedono da sole. Cioè, non da sole, perché le avremo preparate, e (contrariamente agli occhi verdi di cui sopra) ci siamo preparati a riceverle. Ma succedono proprio quelle cose che buttandoci il sangue non siamo riusciti a provocare.

Non tutte, eh, magari fossero tutte. O magari anche no.

E magari è un caso che mi sia imbattuta in questo libro, che trovo un po’ ingenuo in molti tratti e che ho scoperto essere una sorta di diario, tenuto dall’autrice proprio mentre scriveva il romanzo che avrei voluto leggere.

Ma nessuno venga a dirmi che in questo momento di cambiamenti, in cui ieri di corsa ho sentito gli accordi volgari di una lambada ambulante nel sottopassaggio di Gràcia e mi è venuta voglia di ballare, in cui allo specchio mi sono detta “Perché non ti dai una seconda opportunità?”, e ho giocato a tenermi i capelli su per 10 secondi (10 minuti era troppo) e mi sono scoperta a piangere, come si piange delle Cose Serie tipo nascite e morti, ed era quello che mi stava succedendo in quel momento, tutto insieme… Nessuno mi venga a dire che in questo momento, per combinazione, non fosse questo il libro utile da leggere. Non il più utile, magari, ma utile uguale. Nessuno me lo venga a dire.

Perché forse avrebbe ragione. Ma fa lo stesso.

scream4maskknifesetChe bella figura ci facciamo, a essere vittime del destino. Vero?

La dea bendata è cieca, la sfiga ci vede benissimo, e noi vediamo a intermittenza, guarda caso quando ci conviene.

Ok, parlo per me.

Che la posizione di vittima l’ho coltivata per anni.

Quant’è nobile la figura di chi si sbatte per tutti, con gli amici, al lavoro, in coppia.

Quante perfette padrone di casa conoscete che si lamentano della scarsa collaborazione dei loro mariti? La distribuzione dei ruoli nella società è una delle tematiche che mi stanno più care, però da femminista mi chiedo: quante osano chiedere, pretendere la collaborazione maschile? Ai pranzi di Natale, dalle mie parti, ho visto spesso tutte in cucina e tutti davanti alla tele, cacciati dalla cucina se (raramente) si arrischiano a offrire aiuto. Magari con la sola padrona di casa, a meno che le ospiti non siano figlie sue, a cucinare per 20.

Ci piace, secondo me, dimostrarci di essere le sante che sopportano per tutti. Vale anche per gli uomini. E mi chiedo, se lo facciamo soprattutto per sentirci approvati, quanto ci sia di altruismo, in questo.

Ma non è l’esempio più scontato.

Quant’è bello fare la figura di chi soffre per amore, no? Di chi ha iniziato una relazione ambigua, caotica, della serie massimo risultato con minimo sforzo, ma poi si è innamorato, guarda caso non corrisposto. Ci restituisce al più classico dei copioni romantici in quella che era iniziata come la più prosaica delle scopamicizie. Che sono belle e divertenti finché tutti e due (tutti e tre, tutti e quattro…) vogliono esattamente quello. Se no, inutile domandarsi perché a un certo punto, a equivoco chiarito e non-storia dissolta, l’amato bene abbia difficoltà a rapportarsi con noi anche se cerchiamo almeno di salvare l’amicizia, o le apparenze. E ti credo, in che posizione l’abbiamo messo? Il cinico impassibile che di fronte a tanto amore, ricevuto da una personcina così speciale, proprio non risponde ai palpiti? Come se dipendesse da lui, vedi articolo corrispondente, come se non fosse cominciata in condizioni simili, come se la “voglia di sbattersi zero” (cit.) non fosse stata, inizialmente, reciproca.

E quando noi siamo dall’altra parte? Ma no, noi non siamo mai i cinici che non corrispondono. Noi siamo chiari fin dall’inizio, la dichiarazione d’intenti stile “È un momento terribile della mia vita, non posso darti certezze” è il nostro scudo per declinare ogni responsabilità. Gliel’avevamo detto. E allora perché i “te l’avevo detto” altrui non ci vanno bene?

Perché è solo paura, mi permetto d’ipotizzare ora che vengo invitata a uscire da qualcuno e mi dico “No, devo prima superare la precedente delusione”, e comunque c’è questa o quella cosa che non mi convince, nonostante sia bello, intelligente e sensibile. E mi congratulo con me stessa per “fiutare” finalmente, dall’inizio, le cose che non mi convincono, ma mi chiedo anche perché le abbia accettate, e magari le accetterei ancora, in chi invece ne aveva a josa.

E allora formulo l’ipotesi: è solo paura. Sfuggiamo alle nostre responsabilità nelle cose, al rischio di non ottenere quello che vogliamo, e allora ci chiudiamo da soli in un angolo e decidiamo di accontentarci. È un patto col diavolo per non affrontarle, le nostre paure.

Ma avete notato, come me (e Giorgio Nardone, e un’infinità di altri autori), che a evitare di affrontare le paure finiamo per incappare proprio in quello che temiamo?

Penso a una polemica a me molto vicina, tra italiani all’estero e in patria, sulla partenza dall’Italia come fuga. “Bisogna restare per cambiare le cose”. A me sembra che ci sia gente che parta per paura e gente che per paura resti. Finendo scontenta in tutti i casi. Preferisco quelli che scelgono di partire o di restare per coraggio. Il coraggio di fare ciò che vogliono. Non sto dicendo neanche di perdere i pochi soldi che avete in astrusi investimenti, magari all’estero. Solo che lasciare la via vecchia per la nuova, spesso significa passare da un fallimento che non ci siamo scelti a uno che almeno proveremo a evitare. Ed è la peggiore delle ipotesi, eh. Figuriamoci le altre!

Ho più esperienza, come si sarà notato, per dire che a evitare le delusioni d’amore si incappa proprio in quelle. Perché ci ficcano in quelle proprio le misure che prendiamo per evitarle, come fughe strategiche da relazioni “troppo dense”, o relazioni “libere” quando vogliamo un altro tipo di storia (se no oh, ribadisco, dove c’è gusto non c’è perdenza).

Quindi, mi sento di argomentare, ammantarci di vittimismo è un alibi che per il dolore che comporta ci evita anche di vederlo come tale (le scorciatoie non erano tutte comode?). Ma è un “manto” che dopo un po’ fa sentire freddo e fa anche perdere tempo.

E per tempo perso intendo tempo non impiegato a fare cose ce ci piacciano o ci “riempiano”, come si dice in spagnolo.

Allora, man mano che smetto di far cose solo per sfuggire alle mie paure o per avere l’approvazione altrui, mi sto rendendo conto che: 1) le cose che voglio, nei limiti del possibile, le ottengo; 2) divento altruista per davvero, e mai come quando divento altruista per davvero penso al mio proprio bene.

Ma di questo, se vi va, ragioneremo (magari insieme) nel prossimo articolo.

 

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora