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The-Godfather-318_-_Copy  È guardando i miei vicini del Raval, che ho capito due o tre cose sull’amore.

Vengono da paesi che ancora segregano abbastanza i giovani per sesso. Qualcuno dice che facciano lo stesso che noi in Italia fino a qualche anno fa, ma non è esatto: quando la segregazione è feroce, dovreste vedere che iniziativa prendono le ragazze!

Una volta ho dovuto aggiungere a facebook una di Karachi su preghiera di un amico pakistano, che voleva per forza trovarle un lavoro a Barcellona. Con ogni probabilità non l’aveva mai vista. Infatti lei oh, si è fotografata un po’ gli occhi, ha mostrato una mano carnosa piena di tatuaggi all’hénné, molto più belli di quelli che mi aveva fatto il mio ex del Kashmir, e ha fatto innamorare mezzo facebook delle parti sue. Poi ha annunciato il suo matrimonio (magari con un altro utente conquistato col kajal 2.0).

Un’altra, invece, dovevate vedere come tampinava l’ex del Kashmir di cui sopra! Telefonicamente, ovvio. Da noi una che scrive articoli sull’ammore (che non taggo per pudore) può ancora permettersi di buttare lì frasi tipo “Perché ci devi provare tu? Perché sei maschio”, senza essere eccessivamente spernacchiata.

E noi? Diciamo che paradossalmente critichiamo queste culture e magari rimpiangiamo gli amori dei nostri nonni e bisnonni, che duravano per sempre anche perché non c’era il divorzio (e tante nonne, ad andarsene di casa, non mangiavano).

Cioè, vogliamo proprio lo chaperon, le mani strette di nascosto, Michael Corleone e la sua Apollonia che passeggiano seguiti da uno stuolo di anziane vigili.

O magari vogliamo quello e anche il weekend targato Groupon, coi genitori che a trent’anni ormai ci dicono vai, vai, nella speranza che prima o poi ci sposiamo.

Fatto sta che questi amori “vecchio stile” ci sembrano più romantici di quello che abbiamo adesso, del frequentarsi senza impegno o andare a vivere insieme e vedere che succede…

Sì, ma avete notato una cosa? Erano tutte situazioni in cui gli innamorati si vedevano poco tempo.

E più stavano lontani e più si desideravano.

La norma era incontrarsi tra mille occhi attenti, conoscersi quel giusto che servisse a idealizzare l’altra persona senza farci un’idea troppo edulcorata dei suoi difetti, e concludere in fretta sto matrimonio, in modo che con un bimbo a cui badare non si avesse più tempo per starsi sul culo (caso mai ci fosse il pericolo).

Adesso che tutto ciò è stato sconvolto, ci si separa come se non ci fosse un domani.

Si stava meglio prima? L’amore, per funzionare, dev’essere un’illusione?

No. Ma forse l’amore come lo immaginiano noi lo è.

È un po’ l’aperitivo dell’amore come lo conoscono i giorni, la quotidianità spesa insieme sul serio. Quando finisce l’idealizzazione e comincia la conoscenza vera.

Se siamo fortunati scopriamo che più conosciamo l’altro e più non lo conosceremo mai davvero. E, invece di angosciarci, questa scoperta ci piacerà.

In caso contrario, tendiamo a scappare a gambe levate quando perdiamo ogni appiglio per le nostre illusioni.

In cerca di qualcuno che ce ne dia altre, e così via.

No, io un po’ li invidio, questi amori fatti di incontri segreti sulle scale e di sogni di fiori d’arancio. Dovevano essere molto eccitanti. Ma non li rimpiango.

Guardo gli amici che s’innamorano di una voce, di un paio di occhi bistrati e ora di una chat e mi chiedo quanto di quel feticcio se lo fabbrichino loro, e quanto lo possano spedire al mittente, una volta indossati i loro fastosi abiti nuziali.

E allora mi tengo la lenta traversata dei giorni, da vivere insieme sapendo che in qualche momento potrà finire. E godendomeli ancora di più, per questo.

testament-youth  Sto riguardando Generazione perduta, cattiva traduzione di Testament of Youth, basato sul libro di memorie di Vera Brittain. La fanciulla, vent’anni quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, era stata così fortunella da innamorarsi pochi mesi prima. E di uno che, scoppiato il conflitto, non ci avrebbe visto più dalla voglia di partire, vagamente convinto peraltro di essere immortale.

Non ve lo dico neanche: alla pischella muore l’impossibile tra amici e parenti. Il fratello. I compagni di lui. E ovviamente il fidanzato, Roland, con quel nome da paladino un po’ stralunato, che finisce come un colabrodo per la seguente impresa eroica: andare a sistemare il filo spinato intorno alla trincea.

Sì, non bisogna essere esperti di guerra per intuire che se lo potesse risparmiare.

Nel film, Roland è Kit Harington, condannato ormai da tutti i copioni a fare il soldato strano (tanto ormai mi avete già spoilerato tutti Trono di Spade).

Lei è Alicia Vikander, determinata a sfuggire a ogni cliché, e infatti da svedese bruna interpreta una così inglese da chiamarsi Brittain.

Allora eccola infuriarsi, lottare per il suo sogno di andare a Oxford che nel 1914 sarebbe stato ben più irrealizzabile che fare oggi la velina. E certo, le donne nel 1914 devono solo sposarsi e avere figli. Non possono neanche andare in guerra, devono restare indietro a rammendare calzini per chi ci va.

Ok. Ma c’è una scena bellissima in cui i due ragazzi cominciano ad amoreggiare senza mai neanche baciarsi (spunta sempre all’orizzonte la matrona corpulenta che li sorveglia). Lei, allora, gli confessa un po’ timida che vuole fare la scrittrice.

Lui le risponde, sullo sfondo di un bel sentiero di campagna, che vuole fare lo stesso.

Cento anni dopo, possiamo dirlo: chi c’è riuscito?

Lei. Perché? Perché lui è morto in guerra, a vent’anni. Perché? Lui era uomo e lei no.

Gli svantaggi che ti darebbe possedere una vagina sfumano davanti ai luoghi comuni legati all’avere un pene: e allora tutti a fare a gara a chi muore prima, chi va per primo a uccidere tanti nemici cattivi, salvo finirne crivellato mentre faceva qualcosa di simile a rammendare calzini, ma col filo spinato.

E allora a chi fanno bene gli stereotipi di genere? Perché ne leggo tante, ultimamente.

È umano commuoversi davanti a delitti efferati. È facile ricorrere a luoghi comuni sugli uomini che hanno la bestia dentro, che considerano tutti le donne come oggetti, che devono frenare questa loro animalità mentre le donne vogliono la pace

Avreste dovuto sentire Vera che parlava con suo padre per mandare a morire il fratello. “Lascia che sia un uomo”. E queste qua, non ingannatevi, ci sono sempre state, spesso più numerose delle madri pietose.

E allora, prima di urlare agli uomini feroci e le donne vittime pacifiche, pensiamo a tutti i cliché che ci investono fin da piccoli e in cui ci crogioliamo.

Sono gli stessi luoghi comuni travestiti da grandi verità che hanno tenuto le donne lontane da Oxford, e mandato dei ragazzi a impigliarsi nel filo spinato di No Man’s Land.

Questo deve cambiare, è vero, ma non dobbiamo inneggiare al cambiamento ogni volta che muore una, prima di tornare a dire agli uomini di “essere maschi, perdio”, e ricordare alle donne che hanno un orologio biologico (cliché tornato in auge proprio quando le Nostre erano passate da Oxford a Wall Street).

Questo può cambiare da adesso nelle nostre pratiche quotidiane, quando rinunciamo a quelle che crediamo certezze e ci affidiamo all’unica bussola possibile: quella che ci porta a scoprire ogni giorno cosa significa essere noi.

A seguire quella, il filo spinato di No Man’s Land poteva anche rammendarsi da solo.

Come i calzini lasciati indietro senza rimpianti da quelle che a Oxford, alla fine, ci sono entrate.

super-glue Tipo l’attak, avete presente, quella volta che l’avete voluta usare al posto della coccoina, senza che mamma se ne accorgesse. Voi pensate di aver pulito il tutto prima di essere sgamati, invece resta con vostro sommo orrore una gocciolina trasparente, cristallizzata, sul dito, molto intenzionata a non togliersi mai di là.

Allora scatta il problema: la lavo via o me la tengo? Perché da bambini pure una goccia di passato cristallizzata è un’avventura. Da grandi un po’ meno.

Mi è capitata una rimpatriata involontaria con gente che non vedevo dal numero giusto di anni perché rimanessero curiosità irrisolte, sulle nostre vicende comuni. Roba da anche tu qua, fa caldo eh, oh sai chi ho visto, ah davvero io non la vedo da un secolo… E via dicendo. Allora senza volerlo (sul serio) scopriamo retroscena che ci fanno cambiare un po’ la polaroid che tenevamo in mente di un certo periodo, la foto in bianco e nero in cui avevamo assegnato a ciascuno il proprio posto, da fotografi esperti, e amen.

E qual è la nostra reazione a scoprire che qualcuno, invece, si è mosso? Che sono sfuggiti all’angolino in cui li relegavamo, intrecciando le loro vite in modi diversi?

Be’, ci arrabbiamo. Ci sentiamo oltraggiati, privati della narrazione di comodo che ci eravamo fatti di quel momento.

Perché è vischioso, appunto, il passato. Specie nei punti che ci hanno fatto male, ad andare a scoprire di nuovo piaghe e cicatrici il risultato a volte è questo. Ci sorprendiamo a contattare gente che non sentiamo da secoli, per interrogarla su cose che neanche più ricorda. E finché è una curiosità innocua, la voglia distratta di scrivere un sequel, ok. Il problema è quando ci rimuginiamo su, accorgendoci che ci portavamo ancora dietro la nostra goccina di attak, così discreta che l’avevamo scordata, ci andavamo a spasso, la nascondevamo sotto i guanti, i bracciali, i nuovi progetti.

Ecco, sono quelli a salvarci, o a risparmiarci un pomeriggio di amarcord. È una considerazione improvvisa che farebbe bene a venirci in mente: i nostri progetti di ora sono più importanti di quelli postumi.

Pare scontato, ma è la cosa più difficile da ricordare. I nostri progetti non sono ancora, la polaroid del passato era là bella che scattata, sembra sempre pesare di più.

E invece no, questo dobbiamo realizzare: perfino il viaggio per l’estate che stiamo pianificando è più importante di sapere perché quell’amica di tre anni fa ha smesso di vederci.

Siamo ancora quella tizia coi capelli più lunghi che si chiedeva cosa fosse successo, con l’ex dileguatosi nel bel mezzo di una festa, o il ragazzo improvvisamente messo da parte dai colleghi per dei giochi di potere in cui lui non c’entrava niente (e a scoprirlo prima…).

Ma siamo soprattutto i desideri che abbiamo ora, gli amici che abbiamo ora, specie se abbiamo perso il vizio di voler decidere anche della loro vita.

Insomma, il passato è vischioso, ma il presente è qualcosa di meglio: è gommapiuma, assume la forma che gli diamo. Adagiamoci fra le sue promesse ogni volta che ci sentiamo spinti all’indietro: non c’è attak che tenga davanti a una promessa di sorriso.

Ma stavolta, che sia a colori.

Flickr-potato-sprout  Sì, i sogni scadono.

E non c’è niente di male. Basta accorgersene, guardare in tempo l’etichetta prima di assaporarli come sempre e scoprire che, finalmente, sono diventati acidi.

Che il tempo, gli incontri, i giri di fortuna e quelli di sfiga cronica che ci hanno portati in un pizzo di mondo invece che in un altro, li hanno cambiati per sempre.

Ci credereste? Ci piacciono così, scaduti e buoni. Pur di non farne altri e rischiare di veder scadere anche quelli trangugiamo ancora  i sogni vecchi, fino a stare male.

Leggo a volte post di amici miei dell’Italia, dei miei 20 anni. Rimpiangono, molto. Quello che eravamo.

Io me lo ricordo, come eravamo. Pieni, freschi, un po’ per aria, tutti. Con la capa per aria, dico. Già rassegnati a non vederci avverare i sogni che adesso rimpiangiamo come passati.

C’è una differenza, tra accettare che scadano e non farlo.

A crescere e accettare di non essere più quello di prima dai per scontato che sì, non sono più tuoi, quei sogni là. Non che non vorresti scrivere più un bel romanzo sperimentale o andare a vivere in Honduras, che mo’ si porta. Ma adesso ti piacciono altre cose, di più, e perché spesso sono più concrete non vuol dire che non siano affascinanti.

A non crescere (cioè, a invecchiare soltanto), semplicemente non li realizzi uguale, quei sogni, ma non te lo dici. Cioè, te lo dici così spesso perché speri di essere smentito dalla sorte, senza fare niente né per realizzarli né per cambiarli. Quindi, diventi un mausoleo dei tuoi sogni.

Che è una condizione/scappatoia che ultimamente va di moda quanto l’Honduras: fai il portatore sano di sogni scaduti. Sarai un fallito, ma vuoi mettere l’alone romantico di eroe tradito dalla sorte? Che la sorte a volte abbia un nome e un cognome (il tuo) è solo un dettaglio.

No, i sogni scaduti evaporano da soli, se glielo lasciamo fare. Conserviamoceli pure in dispensa, a imperitura memoria, ma stiamo attenti a consumare in tempo quelli nuovi.

Sono quelli che si adattano meglio a chi saremmo ora, se non fossimo troppo occupati a rincorrere chi eravamo.

 

heygirl  Avete presente la situazione? Una tesina da consegnare proprio entro la domenica del trasloco.

Nel mio caso ci si era messo pure un evento con l’associazione, quindi l’ho spedita via mail il venerdì notte, dopo il lavoro (smontavo alle 21).

Apprendevo due settimane dopo, nel WhatsApp di noi “masterizzandi”, che il prof avesse lanciato un ultimatum per chi non avesse ancora consegnato.

DUE SETTIMANE DOPO, ragazzi. Nonostante fossimo già alla seconda proroga.

Ci credereste? Si lamentavano.

Criticavano la preparazione dell’insegnante (che è convinto d’insegnare male e non fa molto per dimostrarsi il contrario) e c’era qualche allusione scherzosa alle sue origini italiane.

Ieri sono usciti i voti. L’ho appreso che andavo al lavoro e non ho potuto controllare subito il mio. Mi sono letta però qualcosa come 50 WhatsApp di critiche al docente, “perché aveva penalizzato chi consegnasse in ritardo”. Si davano ragione tra di loro (“questo preferisce la velocità all’accuratezza?”) e tutti insieme sfottevano lui, con una gara a chi facesse la battuta più salace.

Io adoro questi momenti di sospensione del giudizio, perché sono rivelatori.

Mi ricordano la tanto vituperata Chiara Gamberale ne Le luci nelle case degli altri, quando una madre consola suo figlio, un futuro fallito, per aver preso un brutto voto a scuola (perché incompreso, ovviamente). Cioè, mi pare così evidente questa rimozione di responsabilità: la colpa è sempre del prof. O del tuo zelo che ti porta ad approfondire troppo, invece che attenerti alle aride scadenze accademiche. Non è mai colpa tua.

E preciso  che un voto basso o una mancata consegna non sono la fine del mondo. Se la prossima volta mando affanculo tesina e prof ed esco a bermi una birra in calle Blai, l’unico problema è che non bevo (ubriaca sono uno spettacolo). L’importante è che mi assuma le mie responsabilità, che sia consapevole della mia scelta.

Mi sembra grave, invece, avere sempre una storiella pronta che ci racconti quanto siamo stati impeccabili noi e quanto avversa si sia rivelata la sorte. Poveretti che siamo.

Finché è una stupida questione di voti, ok. Ma se dobbiamo mantenere un lavoro, una relazione, risolvere una disputa da cui dipenda l’equilibrio familiare? Con questo meccanismo non risolveremmo il problema: ci convinceremmo solo che noi non c’entriamo niente. E una consolazione non è una soluzione, in nessun universo parallelo.

Ma capisco che autoingannarsi serve, ci dà il vantaggio di uscircene sempre con l’autostima intatta, a costo di non risolvere mai il problema. Non rischiamo mai di metterci in gioco, e neanche di prendere il massimo dei voti.

Halle-Berry-Oscar A proposito (immaginatemi con un lungo vestito nero e una statuetta in mano con la sagoma del professore), questo risultato volevo dedicarlo a voi.

A voi che avete ancora il buonsenso di capire che la vostra vita non la scandisce la Fata Turchina, ma quello che a fine giornata siete riusciti a portare a casa.

E a voi che ci state arrivando.

Perché anche voi cominciate a intuirlo: che sia buono o cattivo, che dipenda interamente da voi o solo in parte, quello che portate a casa a fine giornata è tutto vostro.

 

 

images (9) Una volta, una ragazza che non conoscevo mi ha salvato, con la sua sola esistenza.

È riuscita a far innamorare chi proprio non s’innamorava di me.

Merito suo? Non so. Colpa sua? Macché.

Intanto mi ha salvato la vita, magari in un senso meno tragico di quello letterale. Però mi ha concentrato in qualche mese di purificazione (per non chiamarla “sfogo bestiale”) un dolore che diluivo negli anni. E scusate se è poco!

Poteva essere un trasferimento all’estero, un lavoro che mi portasse lontano. Invece è stata lei, e in qualche modo le sono grata.

Non che abbia fatto molto, eh, intendiamoci, nient’altro che essere lei e, per il solo fatto di esserlo, farlo innamorare.

Per le stesse ragioni per cui quell’altro lì non s’innamorava di me: io ero io, con me non succedeva, e così vanno le cose.

Il problema è che, prima che arrivasse lei, l’ultima parte (quella delle cose che così vanno) non l’accettavo. In realtà non me ne faccio neanche una colpa: ci rode assai, quando siamo impotenti di fronte a quello che vorremmo ma non dipende da noi. Anche perché spesso non dipende da nessuno.

Poi però succede sempre lo stesso, o quasi: tutti i nostri tentativi di quadrare il cerchio, i pomeriggi passati a “lavorare” perché le cose filino, svaniscono nel nulla.

Nel modo più umiliante, magari: noi non esistiamo, ufficialmente, poi arriva lei e lo sanno tutti.

Dicono che l’amore sia così. A me questa cosa non tanto convince: guardo con sospetto ai colpi di fulmine, che spesso svaniscono il tempo di accorgersi che anche l’altro è una persona.

Infatti, i più cazzimmosi tra noi si consolano osservando che i nostri “salvatori” non è che durino assai, al nostro posto.

Intanto, però, questa ragazza mi ha salvato la vita, insegnandomela. Mandando a carte quarantotto tutti i castelli che mi stavo costruendo su qualcosa che, semplicemente, non poteva essere.

E come lei, al mondo, ce ne sono a migliaia, di soluzioni. Tutte le possibili soluzioni impreviste, anche dolorose, di problemi che ora vorremmo risolvere fingendo che dipendano solo da noi, senza calcolare il resto: l’incalcolabile. Che spesso è un futuro imprevedibile che non possiamo considerare una risorsa (“prima o poi succede qualcosa e si risolve tutto”), ma neanche ignorare.

Le cose cambiano, costantemente. L’unica cosa che non cambia, diceva un saggio, è il cambiamento.

E finite le lacrime e le ricostruzioni lente, e rimessi pure i chili che manco Rosanna Lambertucci fa perdere più di una crisi, provo questa strana riconoscenza verso una sconosciuta che non ho mai visto. Le porto la stessa gratitudine illogica che sentiamo verso un mattino senza pioggia, o un bar che faccia il caffè buono, per il solo fatto di trovarsi proprio sul nostro percorso, meglio se in pausa pranzo.

A volte siamo capaci di aiutarci anche quando ci facciamo molto male.

Tutt’è avere la lungimiranza per riconoscerlo e, se proprio ci va bene, per non scordarlo più.

Piccolo_buddha Ok, ormai è finito il tempo in cui, se non vivo nel quartiere più vituperato della città, non sono io.

Ma qui stiamo esagerando, in effetti. Sono andata a fare una passeggiata in una bella strada pedonale del quartiere fighetto e ho chiesto al mio ragazzo: “Ti piacerebbe di più vivere qui o a Vallcarca [zona residenziale e insieme un po’ hippie vicino al Parc Güell]?”. E lui con mia grande sorpresa mi ha risposto: “Qui”.

Allora ho guardato le signore con fazzoletto a righe abbinato alla borsa, poi il bar di cupcakes di cui occupavamo un tavolino all’aperto, e ho sbarrato gli occhi per il terrore.

Vivere lì, davvero? E perché no, mi sono detta. In fondo è una bella strada, costosissima ma quanto altri quartieri che non mi spiacerebbero, e disprezzare un posto perché è troppo perfettino significa essere più snob degli snob.

Finché accanto a me, sullo sfondo di un’aiuola perfetta, non è spuntata una mendicante, la testa avvolta in un fazzoletto ben chiuso intorno al collo, come fanno tante musulmane. Il mio ragazzo le ha messo una moneta in mano, mentre io pensavo.

Ricordavo, più che altro. Cosa? L’ho visualizzato dopo, a chai latte finito, allontanandomi verso la metro.

La visita di Buddha alla sua città, quando è ancora il principe Siddharta. Sarà per Keanu Reeves, ma io la immagino esattamente come nel film di Bertolucci.

Uscendo dal palazzo in pompa magna, il giovane si vede venire incontro le persone più giovani e belle tra i suoi sudditi. Ignorando che sotto ci sia lo zampino di suo padre, pensa allora che la vita sia quella e che sia meravigliosa.

E invece, nel quadro manca qualcosa. Glielo dicono senza saperlo due poveri vecchi sdentati, sfuggiti al controllo delle guardie, che con la sola presenza gli danno un’informazione importantissima: non c’è questo senza di noi. La vita è davvero bella quando hai un quadro completo di cosa sia, anche della morte che ne permette il corso, l’esistenza.

Solo quando avrai accettato anche quella, potrai dire che conosci la vita e ti piace lo stesso.

Mo’ il principe Siddharta, il primo hipster della storia, tutto sto discorso articolato non l’ha fatto, limitandosi a mandare tutti affanculo e salvare il mondo con la meditazione.

Però è questa, la questione: il problema di un quadro troppo bello [pensate all’art pompier] è che sembra fatto apposta per esorcizzare quello che rende fantastica la bellezza. Parlo dell’imperfezione che l’alimenta e, a volte, la corregge.

E una cosa è un posto dalla bellezza struggente, che ne rifletta anche le contraddizioni, come certi angoli del centro storico di Napoli. Un’altra cosa sono quei non-luoghi, e se ne trovano dappertutto, fatti apposta per avvolgerti come bolle e proteggerti dal mondo, che così esorcizzato appare ancora più pericoloso e triste di quanto non sia.

E non abbiamo bisogno di un luogo, per fare questo. Quante volte ci chiudiamo in noi stessi, barattiamo la nostra vita con la sicurezza di non soffrire mai? Senza accorgerci che facciamo un pessimo affare.

Quindi non so se vorrò mai vivere in questa stradina assolata di passeggiate piacevoli. Con quello che costano le case, se me ne regalate una non mi metto a piangere.

Ma non per questo avrò paura del mondo, il mondo che dovrebbe chiedere scusa alla donna velata per essersi dimenticato d’includerla, invece che aspettare le scuse di lei, per esser lì a ricordare che la vita non è solo cupcake.

house-or-me Una signora piuttosto eccentrica, ma piena di energie, una volta mi disse che si era resa conto di un’incongruenza: prima puliva casa e poi si lavava lei. A suo modo di vedere, significava continuare a dare priorità ai suoi “doveri di sposa e madre”, piuttosto che alla cura di sé, quindi da quel momento in poi avrebbe fatto il contrario: prima la doccia, poi le pulizie di primavera.

Continuo a pensare che l’ordine inverso sia più efficace (a me ci vorrebbero un paio di docce, quella volta che pulisco), ma non è questo il punto.

Come già dicevamo, è vero che facciamo le cose in un ordine sbagliato. Che diventiamo i nostri problemi, invece di restare noi stessi e risolverli.

Al risveglio, quando mi assale la consapevolezza di tutto ciò che debba fare in una giornata, penso spesso che cinque minuti di mindfulness mi facciano perder tempo. Dimentico che per me un momento di raccoglimento è il modo migliore per fare le cose presto e bene.

Come chi dimentica quanto sia utile una passeggiata per perfezionare un capitolo della tesi, e predilige ancora lo studio matto e disperatissimo rispetto a una giornata ben bilanciata, in cui i momenti d’impegno si alternino a quei quarti d’ora di svago che rendano il lavoro ancora più efficace.

Insomma, l’ordine delle cose non sempre è istintivo ed è inutile arrivare agli eccessi della signora di cui sopra (che però dal suo escamotage ricava gli stessi benefici che la meditazione per me, ciascuno ha il suo metodo). Ma è veramente vitale, per me, capire che facciamo spesso le cose nell’ordine sbagliato, prima pensiamo a loro e poi a noi, perdendo così il punto fondamentale, il motivo per cui spero le facciamo: per stare meglio noi, per avere una vita serena e magari estenderla a chi amiamo.

Se ci lasciamo travolgere dalle cose le facciamo male, contravveniamo proprio al motivo per cui le abbiamo intraprese e perdiamo noi stessi nell’operazione.

In che ordine vogliamo vivere la nostra vita, cosa viene prima?

La vita stessa, o tutta la paccottiglia che ci portiamo dietro per giustificare la definizione che ci diamo di noi?

Per una volta, andiamo con ordine.

images (8) Da piccola avevo i capelli biondi, del “biondo cenere” che per qualche scrittore più a Nord del Brennero è un colore incerto che va scurendosi col tempo.

Incerta sarà la nonna dello scrittore, evidente estimatore del giallo paglierino di qualche bella nordica. Ma è vero che il biondo cenere, con gli anni, si confonde facile con il castano.

In effetti, in tempi recenti, una professoressa di francese definiva senza troppi complimenti i miei capelli come “châtain”.

Il che ammetto che faccia un po’ strano, dopo essere stata ufficialmente “biondina” per i miei primi 20 anni. Ma per dichiararmi castana ci vorrebbe, appunto, una discreta componente di marrone, che le mie chiome non hanno.

A Barcellona mi rivolsi a una parrucchiera di queste catene infami, dove cercano sempre di venderti un balsamo miracoloso mentre ti fanno lo shampoo. Chiesi se ci fosse un metodo (anche pagando il balsamo, vabbuo’?) per riavere qualcosa di simile al “rubio de la infancia”.

Forse non avrei dovuto fidarmi di una con daltoniche chiome bicolore e grossi orecchini a cerchio, ma tant’è: quando mi disse che l’unica fosse colorarli, ci credetti ed eseguii.

La prima volta ebbi fortuna, con un discreto effetto naturale, ma le sedute successive andarono degenerando, finché una tipa decisamente vrenzola, nello scartarmi le mèches dalla stagnola, non dichiarò per non farsi picchiare:

– Te le ho fatte volontariamente più chiare, eh? Stai meglio così.

Dal momento in cui uscii dal negozio, cominciarono a chiamarmi Shakira.

Quando da Shakira passai a Donna Summer, stavolta grazie a un italiano “costoso”, non mi restò che correre in un negozietto con qualche pretesa nel cuore del Raval hipster, di cui ho già parlato qua. Mi sentii dire che avevo una macedonia in testa e l’unica era, udite udite, tingermi i capelli di un colore simile a quello naturale, in un gioco di specchi senza fine.

Allora ho ripensato a uno di quei maestri del capello delle parti mie, uno che si atteggia un po’ nel suo salone di Piazza dei Martiri e che mi aveva avvertito: hai dei bei capelli, non ci fare mai niente. Consiglio ripetutomi da una ragazza nella sala d’aspetto della stazione di Napoli, che sperava che esistesse una formula chimica targata L’Oréal per riprodurre l’opera della natura.

Ma no, io inseguivo più la mia definizione di “bionda” che la reale evoluzione dei miei capelli. Non succede solo a me: pensate ai drogati di lavoro che non accettano la pensione, a chi s’identifica con la propria bellezza anche quando l’ha ormai persa, alle tettone che si rifanno il seno quando glielo svuota lo svezzamento. Siamo tutti intenti a catturare la definizione di ciò che siamo, anche quando non lo siamo più.

Se è una fissazione, è triste, perché non accettiamo che l’unica cosa stabile sia il cambiamento. Se è un gioco, in fondo non c’è niente di male a far sì che (come diceva uno in un caso più estremo) il mio corpo mi rassomigli.

Be’, io non sono una talebana della naturalità, faccio Studi di Genere!

Così è stato divertente constatare che la “soluzione” a questo problema da due soldi mi sia venuta dal mio peculiarissimo signor padre. Che si è presentato a Barcellona, l’estate scorsa, con un potpourri di ciocche (le poche che gli restano) che viravano dal biancolatte all’oro rosso.

– Ma come hai fatto? – gli ho chiesto.

Prima di ripartire, mi ha lasciato una strana boccetta sul lavandino e mi ha detto:

– Un regalo per te.

Era una composizione piuttosto semplice: un misurino di camomilla Schultz, lozione, in 200 millilitri d’acqua.

La parte più importante della ricetta era la costanza. E infatti ogni santo giorno me la sono nebulizzata due secondi sui capelli, fino ad oggi. Due secondi sono un prezzo accettabile da pagare, per un capriccio.

Il primo risultato è stato uno schiarimento che aveva dell’iridescente, o così mi giuravano da casa, via cam. Come fai a fidarti di tuo padre, rideva mamma, senza pensarlo davvero.

E invece adesso mi sento dire, quando torno in paese: “Ma sei tu? Non ti riconoscevo, bionda”. Con una differenza con le tinture: quelle il colore te l’inventano, invece le mie mèches naturali si combinano “artisticamente” con le dosi d’acqua giallina che le irrorano.

Insomma, sta storia che Impossible is nothing è un po’ sopravvalutata, diciamo, ma a volte ci arrendiamo subito. Per le cazzate. Figuriamoci per le cose importanti!

Ecco, adesso mi piacerebbe fare lo stesso con un’altra cosa che avevo nell’infanzia: le tette! Spuntatemi a 9 anni per un ciclo precoce e rimaste più o meno tali e quali ad allora. Senza arrivare a imbottirmele di silicone, che Barcellona mi ha insegnato a star comoda (letteralmente) nel mio corpicino snodabile, a prova di metro nell’ora di punta.

Su questa cosa, però, mio padre, medico ortodosso che riderebbe di massaggi cinesi e integratori, proprio non mi può aiutare.

love A volte è la signora a cui pesto i piedi in metro, e non accetta le mie scuse.

O quello in skate che mi travolge, buttandomi quasi a terra.

Altre volte è qualche fantastico problema in casa, rubinetto rotto o citofono che non va, che per chiamare un tecnico mi manda a carte quarantotto i piani per la giornata.

In un caso è stata la protesta di un cliente al lavoro, su qualcosa per cui, peraltro, aveva ragione (ma io eseguo ordini, come dicevano le SS a Norimberga).

Insomma, sapete meglio di me che gli imprevisti che intossicano la giornata (ma anche solo una passeggiata, o una pausa sigaretta per i fumatori) sono tanti. Specie per chi, come me, rimugina anche sulla pereta dei piedi pestati, che per avere una giornata storta doveva regalare rancore ingiustificato all’umanità.

Ma adesso scriverò una cosa più zen del solito: mi accorgo che, in qualche strano modo, questi piccoli incidenti la giornata me la migliorano.

E non si tratta di un’opera di persuasione da pensiero positivo, ma di bilanci che faccio la sera tardi.

Sapete perché? Perché quando succede qualcosa del genere, sono costretta a leccarmi la microferita e consolarmi, ricordandomi quello che ho di buono. E queste 24 ore che mi erano sembrate uguali alle altre, ora che le guardo dal marciapiede su cui sono caduta, tornano a essere preziose assai. Come tutte le altre.

Solo che, a vivere una giornata senza incidenti, tutta fatta di lavoro e corse in metro e ore al pc a finire la tesina del master, me ne sarei dimenticata.

È in questo senso, che lo dico. Questi piccoli incidenti sono vitali, per me: mi obbligano a fare tutta una ricapitolazione di quello che ho, e ad ammettere che non è affatto male.

Ed è vero, a renderlo così piacevole è proprio quello che faccio quando non mi succede niente: il lavoro, le corse alla metro, le ore al pc a finire la tesina del master. La routine che mi costruisce la vita che voglio, rischiando però di spersonalizzarla.

Ed è qui che entra in gioco la signora rancorosa, la cliente indignata, il rubinetto che mi fa riflettere su quello che invece funziona, o si aggiunge a tutti i buoni motivi per cambiare casa (fatto!).

Non si tratta di fare chissà che cambio di prospettiva, nel nostro modo di vedere le cose, solo di aprire bene gli occhi su quello che abbiamo.

E una vita in cui anche una caduta sul marciapiede può essere motivo di soddisfazione, schifo schifo non deve fare.

 

 

 

 

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