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Fora piloteres (Sense data) (35x59,50cm)Le nuvole restano il mio posto preferito per pensare. Segno che penso molto poco, giusto quell’ora e mezza di cielo che attraverso ogni morte di papa (anche se il proverbio andrebbe aggiornato) per passare Pasqua con chi voglio. Cioè, con i miei.

Oggi, guardando il soffice letto di nuvole ai miei piedi (ne ignoravo volutamente le temperature ultraglaciali) mi sono detta che è passato un anno.

Un anno fa ero a Plaça Universitat, di ritorno dallo sciopero generale del 29 marzo, e mi veniva sparato un proiettile ad aria compressa senza motivo apparente. Si schiantava a un metro d’altezza da me, rimbalzando contro il portone laterale all’incrocio tra la piazza e il c. Balmes e finendo per strada.

Io, è il caso di dirlo, ero caduta dalle nuvole e avevo pensato a un petardo. Chi era con me dice di aver visto il cecchino sparare nella nostra direzione.

Due mesi dopo fu chiesto a Nicola Tanno, alla presentazione del suo libro: perché colpiscono sempre gli italiani?
Su 8 vittime in 3 anni in Catalogna, la percentuale d’italiani è alta. C’è chi ci ha ricamato sopra complotti anarcoitaliani.

Io ormai sapevo. Non c’entra niente, la nazionalità. E nemmeno cosa stessi facendo in quel momento. Probabilmente aspettavi, come me, che finisse il casino per tornartene a casa.

La sera del 29 marzo i social network erano un rincorrersi di richiami: a te che è successo? Ti hanno caricato? Qualcuno se l’era portato a casa, il proiettile che non avevo avuto il coraggio di raccogliere. E nella foto ravvicinata mi sembrava grande come un uovo. Brividi.

Da allora ne è passata, di acqua sotto i ponti. C’è stato un altro sciopero generale, costato un altro occhio. Non a un’anarcoitaliana, a una catalana attiva nel sociale. E le cose, per fortuna, hanno cominciato a muoversi. A Stop bales de goma si è affiancato Ojo con tu ojo. Hanno imputato due poliziotti per Esther, e due pure per Nicola, tre anni dopo. Finalmente.

È rimasta la paura, che mi ha fatto messaggiare dal paese all’ultima grande manifestazione. Ero tornata per le elezioni ed ero paradossalmente bloccata in casa al paese da un temporale, mentre i miei amici sfilavano per le strade di Barcellona con lo striscione di Stop bales, e cominciavano i disturbi a Madrid…

Sulle nuvole pensavo a tutto questo. Senza sapere che, una volta atterrata, RaiNews mi avrebbe restituito la faccia martoriata di Federico Aldrovandi al sit-in dei poliziotti fuori al comune in cui lavora sua madre. E quella della sorella di Giuseppe Uva, indagata per diffamazione. E allora avrei ricordato pure la paura che mi presi ad Aversa, anni fa, per quel tipo morto di overdose proprio mentre la guardia penitenziaria gli metteva un piede sulla gola. Attento, dicevamo all’amico che voleva seguire il caso. Il ragazzo era uno sbandato, figlio di un mezzo camorrista, licenza di uccidere, insomma. Non lo trovo manco su google. Ne uscì un articolo sull’Unità, credo, l’amico fu contattato solo dopo Aldrovandi.

Sì, le nuvole tra Barcellona e Napoli non sanno di portare ben altro che mozzarelle e vacanze omaggio con Groupon.

Quello che sanno è che in quest’anno è cambiato tanto anche per me. Che in certe cose, ok, sto uguale o quasi, e devo ricordare con Scrubs che crescere è una scelta, non viene spontaneo. Puoi solo decidere di crescere tu, quando sei pronta.

E a un anno di distanza devo dire che il proiettile ha aiutato. Come il mattone che distrugge il claustrofobico vetro di The Dreamers, portando le strade del ’68 nei drammi personali dei sognatori. Perché ha centrato, solo metaforicamente per fortuna, quella parte del mio mondo che se ne stava rintanata ad aspettare che qualcuno si muovesse anche per lei. Prima di scoprire che se non ti muovi tu, fija mia, non lo fa nessuno per te.

Questo le nuvole lo sanno eccome.

da barnasants.com

da barnasants.com

Per chi c’era: avete presente quella che moriva (dalle risate) in prima fila? Ebbene sì, ora sapete chi picchiare.

Per chi non c’era: visitate subito davidriondino.it.

E dire che mi sono decisa all’ultimo momento, a prenotare il biglietto per la tappa unica (per il momento) di David Riondino a Barcellona: sulle gesta dell’artista, complice anche la permanenza all’estero, ero rimasta ad antichi momenti di gloria a Quelli che il calcio, quando presentava Fazio.

Sono arrivata pure un’ora prima, reduce da un mezzo ‘nciucio ‘e vrachetta (espressione composita che capiranno i napoletani), sul cui esito posso solo far notare che ero lì, appunto, un’ora prima.

Con degli stivali che peraltro promettevano grandi emozioni per il ritorno, verso mezzanotte, a un passo dalla chiusura della metro.

Fortuna che la Luz de Gas, in teoria, chiude le luci del palcoscenico alle 23, e gli spettatori di Cose di Amilcare si anticipano ogni tanto per una cervecilla con tapa.

Mettici pure Matteo, a fare le foto, e siamo al completo. Anzi, già che ci sono gli chiedo come va l’organizzazione dell’evento per sostenere la Città della Scienza, promettendo di aiutare. Per onestà specifico che il sarcasmo delle nostre parti non sempre si apprezza in altre regioni terremotate. Risponde che sfondo una porta culturale aperta, anzi spalancata.

E il concerto che segue al suo auspicio è dei più adatti a suggellarlo.

Comincia con una carrellata di poesie dell’immeritatamente sconosciuto Ernesto Ragazzoni, che ha dedicato la sua vita alla solitudine degli esseri viventi, senza scordare il più solo: il verme solitario. Ed è vero che è il mestiere di Riondino, recitare lunghe poesie simili a filastrocche senza un attimo di esitazione, ma mio padre commenterebbe un po’ invidioso: e nun sputa!

Oddio, un po’ sì, ma è la giusta tensione con cui accompagna il suo omaggio a De Gregori, a cui rivolgiamo un appello: Francesco, amore della mia vita, autore di Sempre e per sempre (‘nnaggia a te), come puoi negare che Giuseppina che cammina sul filo sia farina del tuo sacco? Prima di tutto, fa notare l’interprete, c’è il calcio. Poi c’è il circo. Infine, e soprattutto, la protagonista muore.

Ma tra la trafila di paguri squatters, albatros bastardi e romantiche sule (senza dimenticare l’impegno civile degli appelli ad aggiornare lo stato di famiglia), ce n’è pure per il cinico Pino Paoli, cantautore che non le manda a dire, salvo scapparsene in Africa se la sua amata, medaglia di bronzo in performance erotiche, ha una pagnotta in forno.

Sembra giusto anche, tra le odi al vino e altre godibili canzoni cantautorali, dare spazio a un altro classico della nostra bella can-zone di una volta: i cori alpini. Ed è lì, signori della corte, che muoio in diretta. Piangendo (sempre dalle risate) questi soldati finiti per sbaglio a Copacabana, in uniforme, per resistere serafici ai richiami delle sirene in bikini “amaranto e vermiglio” (poi in trasferta a Pietralata) e morire di fronte al mar. Oppure intenti a offrire mazzi di stelle alpine come panacee per tutti i mali a pastorelle nervose.

E lì già spero che i polifonici montanari ritornino alla fine. Per favore.

Anita Garibaldi in chiusura di concerto fa molto Italia, tanto più che per l’occasione ci diventa partigiana, ma aridatece gli Alpini!

E infatti l’autore ha ormai imparato che chiudere con le canzoni tristi è un po’ cinico, da parte dei nostri cantautori. Il bis, acclamato come otra in un momento di schizofrenia itañola, ce li riporta con una nuova avventura: un marziano nello zaino del capitano, che si porta via l’innocente Manfredi Rolando insieme al mulo tuto barda’.

Sono veramente in apnea. Saluto quasi con gioia il chiudersi delle luci, che preannunciano la mia staffetta Diagonal – Joaquim Costa in 30 minuti. Con tutti gli stivali.

Ma, e non è una cosa che dico spesso, ne sarebbe valsa la pena pure se fossero stati tacco 12.

Altarino_maradona_modifiedLa notizia della serata è che allo Sports Bar si respira. Anzi, ho anche un minimo di spazio vitale, spalmata contro la vetrinetta delle provole e mozzarelle.

Al di là del bancone, però, la solita fila di clienti, davanti a uno dei tre schermi all’ingresso accesi su Napoli-Juve. Infatti il cameriere bellillo a un certo punto piglia quello davanti al frigo delle birre e gli dice:

Si ‘e ‘a sta ccà, ‘e ‘a fatica’! Damme doje Peroni.

Non per me, però, io prendo solo una Moritz e un saltimbocca a caso (non ricoro manco gli ingredienti) per dimenticare: ahò, tutti i tifosi juventini ce li ho attorno io! Al gol di Chiellini il sacrosanto vafammocca incontra il boato di gioia dei siciliani dietro di me e dei due argentini alla mia sinistra. O meglio, di quello col nome italiano e la cravatta rossa, ribattezzato immediatamente bellicapelli dal cameriere. Di quegli argentini con storie di bastimente che partono, altro che Ryanair. E nonni che fino alla morte hanno parlato solo il loro dialetto.

– Io sono ciociaro, ma tifo Juve. Eh, l’amore è così [ci pensa su un attimo, sforzandosi di ricordare il detto]. Ah, al cuore non si comanda.

Has dado en el blanco – mugugno nel saltimbocca.

L’amico, siciliano-modenese per parte dei nonni (pronunciato in italiano) m’informa che è del Boca e mi offre una birra mentre Cavani uccide Chiellini in diretta. Assiste con notevole aplomb al terremoto al gol di Inler (che, ovviamente, sgarrupa il bar) e nell’intervallo mi chiede di Maradona a Napoli, e gli spiego che già se n’è andato.

– Ma a Napoli vi sta simpatico?

Gli mostro l’icona con sacra effigie, capello e lacrime.

Cacchio, è agente immobiliare. Gli chiedo un favore piccolo piccolo: trovarmi una casa nel Raval a 30.000 euro. Meglio se 20.000. Lui lo pago con una birra.

Non è la cosa più assurda che succeda in quel marasma generale, eh. I vari attentati a Chiellini vengono salutati con salti di gioia. C’è pure S., spesso abbracciata al bellillo. Temevo avrebbe dato nelle solite escandescenze e invece è insolitamente tranquilla, per una partita di rivalsa “nei confronti di questo Nord che ci ha spogliato di tutto”(cito a memoria dall’altra volta, evitandovi il gesto dell’ombrello).
A un certo punto attraversa il locale una signora biondissima con bimbi altrettanto ariani, tutti muniti di frondosi rami di una pianta non meglio identificata.

– Maria per tutti, offre la casa! – grida il ragazzino alla cassa, che stasera non vuole proprio faticare.

Sarà costretto ad arrampicarsi sul generatore dal corto circuito che per cinque lunghissimi minuti, all’inizio del secondo tempo, blocca gli schermi su uno sfuocatissimo fermo immagine di un’azione del Napoli, al grido di:

Nun ve preoccupate, è gol!

Intanto bellicapelli protesta per la scarsità di cori napoletani, facendo girare un tipo in coppola che parla uno strano francese e dichiara:

No, dico io, tu cu’ sta cravatta parle pure?! Damme ‘a cravatta [gliela sfila] e me mecco a canta’.

Quindi, insoddisfatto del nodo, glielo scioglie e lo rifà a modo suo, prima di riconsegnargliela e concludere che nun tene genio ‘e canta’.

– El folklore – commenta bellicapelli, per poi incitare l’amico nel suo migliore italiano: – Mangia!

– Mangia vos!

Tanto il gol non arriva, gli argentini sono sempre più ‘mbriachi e sfottono me tra l’offerta di una birra e quella di una pizza.

La ragazza di Portici alla mia destra mi scambia per l’ennesima sosia in giro per il mondo, che sarà senz’altro contentissima del suo naso. Mentre Britos rovina in campo, l’ennesimo boccale di birra di bellicapelli mi va a finire, nell’ordine, su cappotto, giacca e borsa, per poi schiantarsi a terra senza frantumarsi.

Quando il fischio finale frantuma le fioche speranze causateci dall’ingresso di “Lorenzo”, io mi metto in fila alla cassa e lui scompare. Pensavo addirittura di offrirla io, la birra al mio futuro agente immobiliare, ma il cameriere bellillo è talmente preso dai turchi che mi dico vabbuo’, paga la birra e il saltimbocca iniziali e non finire d’imbriacare la cosa.

Ma i due si sono proprio volatilizzati, sospetto che abbiano fatto un simpa: sono usciti sin pagar.

Pareggio. La rivalsa non c’è stata, e proprio quella non la rimpiango. Mi chiedo a che serva fare il grande Sud ferito che si giochi in campo le frustrazioni che in Parlamento non riesce a far entrare, specie ora che un Parlamento non c’è.

Ma lo so, non è solo questo ad accendere letteralmente il San Paolo, creando nebbia in campo e selve di fischi. È l’energia di resistere due ore in un locale stipati come sardine nella speranza di pestarsi i piedi a vicenda saltando al primo gol.

Pure a 1600 km di distanza, perché mai come in quel bar ti rendi conto di quanto sia l’ultimo dei problemi.

Certo che un argentino che tifa Juve solo io potevo beccarlo.

(promemoria per gli argentini bianconeri)

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

È un soffio, nell’aria.

Me ne accorgo per caso, avviandomi sotto un cielo plumbeo che di sole e natura in fiore non ne vuole sapere.

Eppure.

Seguo questa traccia che un fiuto ancestrale, a me che non credo nei fiuti ancestrali, mi fa chiamare col suo nome, ma che è più antica dei nomi nudi delle cose.

Primavera.

La natura che si rinnova, la vita che continua il suo corso dopo il riposo dell’inverno, e le altre banalità che facevano scrivere a noi bambini quando un inverno c’era davvero, e lo faranno anche ora, con questi catalani in miniatura che mi scorazzano accanto in skate o monopattino, vicino alla Rambla del Raval, alternando l’urdu allo spagnolo.

Anche il signore che va in giro vestito da donna, se n’è reso conto. Oggi, sotto la gonna di stoffa pesante dal taglio impeccabile, non ha le calze.

Devo proprio rassegnarmi alla vita che continua. Anche dopo un inverno che è stato una bugia, come quelle che mi ha sussurrato tra qualche pioggerella di rappresentanza e il sole che ora si fa pregare. Le stesse bugie che ho sentito in altre lingue, in altri posti, ma con le stesse e identiche parole, forse perché la paura che le muove è la stessa dappertutto.

Resta da capire perché ascolto quest’annuncio di primavera come se fosse una nota musicale, un accordo che ti evoca chissà cosa e che ti ostini a seguire nel frastuono generale.

Me ne accorgo qualche giorno dopo. Vado alle Cucine mandarosso, che non mi daranno un centesimo per dire che mi ci trovo bene e c’è una bella atmosfera. Quindi potete credermi, o credere alla folla, perché all’anniversario dell’inaugurazione erano piene zeppe come sempre.

E come l’ultima volta, due settimane fa, per sfuggire un po’ alla calca ho seguito le note del locale accanto.

Al piano di sopra fanno una jam, ogni domenica, poco pubblicizzata ed è un peccato, perché ti siedi lì davanti al piano, e puoi restare ore a sentire.

Ma la nota che seguivo non viene dal piano.

Quello mi ricorda solo quest’inverno che invece di esplodere mi è imploso dentro. A esplodermi dentro invece è il sax.

Non so manco che canzone sia. Ma questo sax che attacca all’improvviso mi investe con la garbata violenza che mi piace, arrampicandosi su note che a volte mi sembravano bizzarre, per poi tacere discreto e sorridere a me.

Nàpols! – mi grida chi lo regge.

Poi dice il mio nome.

Anch’io pronuncio il suo, fingendo di esitare. Appreso in fretta due settimane fa, fuori al bar a concerto finito, prima che i vicini stizziti dal rumore cominciassero a lanciare secchi d’acqua. Ma ricordiamo entrambi.

Poi il sax riprende il suo duetto con la primavera vicina, e le braccia che lo reggono tornano a disegnarsi sotto la maglia di cotone, fino alle spalle abbastanza ampie da reggere tutta la neve che mi è caduta dentro.

Tanto la scioglie il primo sole.

ramboImmaginate la scena.

Siete a Barcellona a una bella festa, soddisfatti ma stanchissimi. Le canzoni demenziali hanno appena ceduto il posto a Marisol, c’è così tanta gente che non si respira e la vostra amica continua a non credere che il cugino bello di Rambo, davanti a lei, sia gay.

A quel punto, tutto ciò che vorreste fare è tornare a casa, al massimo fare una capatina al baretto all’angolo per commentare il Barça coi vicini…

Quando chiama lei.

L’amica straniera della tua amica. Quella che non sa un cazzo delle strade del Raval, perché ad andarci sola Dio scampi, ma vuole proprio raggiungervi.

Solo che ha degli amici al seguito. Connazionali in visita, carichi di gingilli del Barça e foto della Sagrada Família.

E, udite udite, vogliono mangiare paella. Alle 20 di domenica sera.

Il vostro istinto di conservazione vi dice solo fuje sempe tu. Gli occhioni da cerbiatta della vostra amica dicono “Mica mi lasci sola, vero?”.

Così proponete:

– Vabbe’, ti accompagno dai tuoi amici e poi vado a casa. Dove stanno?

– In questo momento, in Plaça Catalunya con Raval.

Perfetto. Sorvoliamo sulle indicazioni spagnole senza traverse, senza preposizioni (epic win: “ci vediamo nell’Arc de Triomf”, e stavano a 10 metri di distanza dall’arco). Ma Plaça Catalunya, facendo mente locale, è circondata sempre e solo da Gotico ed Eixample. Staranno nel Pelayo?

– Non so – rettifica l’amica – dice che ora stanno nella prima strada del Raval a destra.

La prima… No, questo concetto ve lo dovete segnare. Anche l’amica che propone “Boh, andiamogli incontro, prima o poi li troviamo”. E ripensate a Peppino che in Piazza Duomo a Milano propone: “È la piazza principale? Sediamoci qui, quella qua passa“.

Ma quando già state su Joaquim Costa arriva un altro Whatsapp: “siamo in c. Hospital“.

Ora, a meno che non volino su scope di saggina o abbiano inventato il teletrasporto, all’hospital ce li mandereste voi.

Ma volete aver fiducia nel prossimo, quindi riuscite a portare l’amica nel punto indicato, ancor prima del messaggio “Ora siamo fuori al Macba“. Ok. Sono i Cullen di Twilight.

– Senti, si fermassero lì e non si muovessero, se no succede.

Peccato che in spagnolo “succede”, senza soggetto, non rende l’idea. Ma eccoli lì, i nostri eroi, in attesa tra gli skater di Plaça dels Àngels, che purtroppo continuano a scansarli.

Ora fate un respiro profondo, dite om shanti e spiegate che la paella di domenica sera, a Barcellona, solo surgelata può essere.

A meno che…

– Scusi – chiedono 10 minuti dopo al cameriere della Xaica – El Bastió Blaugrana – la vostra paella è surgelata?

– No. Infatti per mangiarla dovrete aspettare 30 minuti.

Che diventano 40 perché la turista si deve far tradurre tutto il menù, due volte. In inglese e in turco. Il compagno fa lo stesso, ma lo fa dietro la vostra schiena perché vi siede accanto per guardarsi il Barça, lasciandovi lontani dall’amica e letteralmente presi dai turchi.

Che bello, almeno si guarda la partita!

No, si deve anche parlare. Sempre in turco. E la turista vuole la password di Internet per l’iPad, ma la cameriera non collabora perché troppo presa a dimenticarsi dei vostri piatti, che arrivano freddi.

La turca “stanziale” si fa scaldare il suo, e l’amico le diagnostica un ricovero per quello che ci finirà dentro nel processo. La turista richiama la cameriera: password a parte, la coca cola è scaduta.

Adesso. Tutti hanno diritto a bere coca cola non scaduta, ovviamente. Ma, benedetta figliola, come ti è venuto di alzare la lattina di Diet Coke e leggervi la data di scadenza? Sei il mio mito di tutti i tempi.

Intanto l’amica andalusa vi informa che tiferà Sevilla perché Messi ha la cara de mongolo . Cent’anni di diritti dei disabili buttati nella spazzatura insieme alla paella.

Perché ovviamente, quando arriva, la turca ‘nzista ne assaggia giusto due cucchiai.

– Non la voglio. C’è il coniglio.
– Embe’?
– Io non mangio coniglio. Io adoro i conigli.

Già, perché invece mucche e gallinelle le hanno fatto qualcosa.

Fortuna che il Barça vince abbondantemente e siete troppo impegnati a chiedervi per quale arcano motivo il centrocampista del Sevilla faccia di cognome Buonanotte, per accorgervi che, dopo la crema catalana di rito, la cameriera pensa bene di mettervi davanti del liquore alla mela, omaggio della casa. Scordandosi i bicchierini.

Buonanotte è già diventato Va’ te cocca, prima che si rimedi alla svista e la vostra amica spagnola scopra risollevata che non è ancora ora di andare al lavoro.

Voi invece scoprite, prima del canto del gallo, che Buonanotte è argentino. E di nome fa Diego.

Forse, se invece di cedere agli occhioni della vostra amica imparate voi a dire “buonanotte” e filare a casa, la prossima volta andrà meglio.

Io l’imparo pure in turco, non si sa mai.

eduardopresepeMa come, “dove stanno i pastori?”.

Nella scatola grande, quella con le pipe stampate sopra!

Mia madre mi guarda sconsolata, sono ignara delle ultime tragedie occorse ai pastori di famiglia. Allora chiede a mio fratello.

– Stanno nella scatola con le pipe, no?

– No, ragazzi, tempo fa si allagò la mansarda e si bagnò anche la scatola. Ora non ricordo dove li ho messi.

Ecco, i miei pastori persi tra i cesti natalizi dei pazienti di di papà (e per fortuna quest’anno non mi sono toccate da leggere le commoventi lettere che li accompagnavano, di criature guarite da brutte cose). Meno male che almeno ho fatto l’albero. In tutta la mia cocciuta adolescenza, dal 23 in poi sparavo a palla nello stereo O è Natale tutti i giorni, e di roccocò e capitoni (porelli, sacrificati a migliaia e sono pure disgustosi) non ne volevo sapere.

Ora ho visto mamma particolarmente provata da un anno faticoso, e allora chi si è offerta di montare l’albero nuovo, appena comprato al supermercato? Anche perché quello di prima aveva visto i miei cicciobelli ai suoi piedi…

Ora, sorvolando sulla cazzimma cinese in quanto a istruzioni per montare gli alberi, ieri sistemavo le palline di cartone comprate per beneficienza il giorno della mia graduation a Manchester, mentre la tv trasmetteva video di cantanti che mi sembravano tutte uguali (Emma Marrone, e poi un’altra bionda col caschetto). Poi è passata a Eros Ramazzotti, e allora ho avuto la sensazione che molti italiani che conosco a Barcellona non temono tanto la disoccupazione, o il fallimento, o le delusioni amorose. Quello che temono di più è ritrovarsi a decorare un albero di Natale canticchiando Eros.

E ho pensato che il pericolo è il mio mestiere.

E poi sono spuntati pure loro, esibiti come trofeo da mamma in una scatola inedita. Erano meno di quanti ricordassi, ma le coppie c’erano tutte. Angela, quella col vestito azzurro, e il fidanzato di cui ho scordato il nome, con una pecorella sulle spalle. Poi l’acquaiola e il cacciatore, messi insieme perché bruttini entrambi. Com’ero “simmetrica”, da piccola, credevo che il mondo fosse semplice e che sarei rimasta sempre una bella bambina. Infatti mi faceva pure strano che la Madonna fosse già impegnata con quel signore barbuto. E non so a quale pastorella sfigata fosse toccato l’angelo, che per me ai tempi non aveva niente di diverso dagli altri signori lì presenti.

Il centurione ha la spada mozzata, scopro adesso. E posso ammirare dettagli che un tempo davo per scontati: il gattino che gioca col filo tesogli dalla tessitrice, e i volti ispirati a chissà chi, se devo credere, come voglio fare, a Lo scurnuso.
E ci sono pure i tre pastori enormi portati un giorno da mio nonno da San Gregorio Armeno. Ora lì espongono Balotelli e la Fico con un criaturo che è nato niro, e il governo Berlusconi al 50% di sconto. Caro nonno, che comprava i pastori enormi o minuscoli, pur sapendo che il nostro era un presepe di taglia media.

So che il Presepe napoletano è di terracotta, ma il mio era di plastica e contento di esserlo, così giocavo tranquilla. Ci ho giocato pure ora, appezzottando i fiumi con la stagnola e maltrattando le luci nonostante le proteste di papà:

– Se tratti male le cose, poi quelle trattano male te.

– Scusi, parlo col Presidente del Darwin Fan Club? Quello che il resto dell’anno m’accide ‘a salute con evoluzionismo e selezione naturale?

Ma davanti al presepe ci rincretiniamo tutti.

Certo, la Catalogna ci supera almeno per un pastore molto particolare, come ci insegna Matteo Manfredi:

Io mi limito a confermare che in questo strano dicembre 2012 pure a me me piace ‘o presepio.

– Allora la protagonista del libro, la zia Tula, fa sposare il tizio che le va appresso con sua sorella. Perché a lei fanno schifo gli uomini, ma i figli li vuole. In una lettera Unamuno raccontava la storia a un amico e gli diceva in pratica che le donne cercano il sesso solo per fare figli. Se una in qualche modo già li tiene, chi glielo fa fare?
– E Unamuno credeva sta cosa?!
– A quanto pare sì.
– Veramente?

L’amica ascolta senza mangiare. Come sempre ha lasciato metà piatto, e come sempre io ho spazzolato tutto. Siamo andate da Bismillah, sotto casa mia, perché questo curry a 4,50 è più buono che in un “vero” ristorante, e perché lei vuole parlare un po’. Non le hanno rinnovato il contratto e, nonostante la gioventù e la famiglia in loco, ha provato anche lei il brivido dell’abisso. Cosa faccio dopo? E allora ci siamo prese questo pomeriggio per noi, senza PC, dizionario e curriculum da inviare.

– Io conosco un ebreo ortodosso – m’informa ora – che sostiene che dai 30 in poi le donne perdono interesse nel sesso perché le loro capacità di procreazione diminuiscono.
– Dovresti leggerti la discussione in un forum di cristiani americani – le dico. – Direttamente dalla Bible Belt. In una discussione sono quasi tutti uomini e sostengono che l’orgasmo femminile non esiste.
– No, vabbe’.
– Ti giuro. E a una tizia che provava a riportarli sulla Terra uno spiegava “senti, zoccola, mia moglie non ha mai sperimentato niente del genere, nonostante una volta abbia dovuto penetrarla per ben 3 minuti, prima di riuscire a inseminarla”.
– Porelli. Loro e Unamuno. Passeggiata? C’è un tempo bellissimo, oggi.

Infatti. Che giornata incredibile. Ero stanca di stare in casa tutto il tempo, ora che ho finito la prima infornata di traduzioni e mi dedico soprattutto al libro.

A Bismillah ci sono affezionata, spiego all’amica uscendo, perché il mio ex smise proprio qui fuori il patetico tentativo di vedermi di nascosto, per evitare chiacchiere tra i suoi connazionali. Attraversava con un cartoccio di samosas calde, da dividere col suo padrone di casa, quando mi vide chiacchierare con un suo amico. Allora davanti a tutti, pure al padrone di casa che non voleva mi parlasse, tornò indietro e me ne offrì una.

– Abbiamo fatto bene a venire qua – conviene l’amica.

Anche se parlare di tía Tula, ovviamente, non aiuta la mia autostima di aspirante scrittrice. Il climax del romanzo è lei che muore lasciando i nipoti liberi di chiamarla di nuovo zia. Quello del mio è un’escalation di sfiga autobiografica che a inventarla non ci sarei riuscita.
Mi ci vuole qualcosa di bello.

– Senti, c’è un pakistano che è diventato il mito della comunità italiana, perché ha prodotti italiani a prezzi buoni. Andiamo a cercarlo? Dice che è al c. del Parlament.

Trovarlo è una mezza Odissea. Lato mare, mi aveva spiegato l’ultimo a parlarmene, che ha una compagna di Barcellona e ormai divide tutta la città tra “lato mare” e “lato montagna”.

– Perché, tu non ci riesci? – mi chiede l’amica, curiosa.

Ebbene… no. Non ci riesco. Toponomastica e indicazioni mi sono ostili in italiano, figurarsi in catalano: qui non dicono è una traversa, ma fa angolo con. Ma, lasciando perdere il concetto creativo che questi hanno di angolo, metti che ti perdi nei meandri di questi labirintici barrios (pardon, barris) del centro… Che ne sai più di dove sia il mare e dove la montagna?
Ok, sono impedita.
Ma per fortuna, quando finalmente ingarriamo la traversa, azzecco pure il negozio.

Sembra il solito minimarket pakistano con le cassette di frutta fuori, poi…

Visione mistica.

Di quelle che devono divertire gli autoctoni quando escono con un italiano.

– Respira, che ti viene un infarto! – scherza l’amica.
– Non puoi capire. Pure la Faella!
È come l’angolo di un supermercato italiano. Solo che c’è perfino la pasta artigianale. E vedere questo a Barcellona, tutto insieme e su un’intera parete, è come James Senese la prima volta che lo vedi sul palco e poi lo senti parlare . Come il tuo ex che si mette con la tua amica che schifava. È impossibile, eppure succede.

– Ok, Maria, ora sei tu a dover tornare sulla Terra. Allora è questo, il formaggio ricotta?
– Sì. E questa è la mozzarella non disidratata, come si vende da noi. Non è artigianale ma già è qualcosa.
– E questo cos’è? “Kinder… Brioss”?
– È la mia infanzia. E tu è la prima volta che lo vedi. Il mondo è strano.

Chiedo al ragazzo alto, con la faccia da bambino, come abbia tutto questo.
– Mi piaceva cercare le cose che mi dicevano. Ho cominciato con la De Cecco. Poi mi hanno detto prendi la Voiello, e ho preso la Voiello. Poi Faella, Mulino Bianco…
– Te ne dico una anch’io. I paccheri, di Gragnano.
– Eh, mi devi dire la marca.
– Una qualsiasi. Ma che siano paccheri.

Intanto compro un pacco di Pan di Stelle, che offrirò alle altre due che ci aspettano per la prima cioccolata di stagione, da Mistral. Anche loro baciate dalla crisi: una ha appena finito il sussidio di disoccupazione, un’altra ha studiato comunicazioni audiovisive e vende macchine fotografiche al Corte Inglés. Per la serie, restiamo nel settore.

Prima però passiamo per il cortile del CCCB. È l’ultimo omaggio a questo sole di novembre che mi permette ancora le parigine. Anche se la catalana mi guarda perplessa, non ci crede che dopo Manchester non senta più freddo alle gambe.

E passando vediamo l’albero. Piccolo, rami corti, tanti messaggi di carta che pendono tipo l’albero di Natale alla stazione e al corso Umberto a Napoli. C’è scritto Albero dei desideri.

Allora stacco un pezzettino di carta da un foglietto appena preso al cinema, di quelli con la sinossi dei film. L’amica mi cede il souvenir dell’ultimo giorno di lavoro. Una penna di quelle con l’acqua in superficie. Ci galleggiano 3-4 sagome di ovuli pronti per l’impianto.

Mentre scrivo il mio desiderio, appoggiata alla panchina, si ferma una macchina della guardia urbana. Ne scendono due poliziotti, si avvicinano a un ragazzo seduto a terra. Ci guardano ripetutamente, ricambiati, gli dicono due parole, poi se ne vanno.

Appendo il desiderio improvvisato a uno dei fili di lana che avvolgono l’albero. È una parola sola. Per fare proprio l’idiota ho disegnato una faccina sorridente nella O finale.

– Perché hai scritto questo nome? – chiede l’amica. Non le dice quasi niente, segno che sto migliorando. È uno dei pochi nomi che si pronunciano uguale in spagnolo e in italiano. E a pronunciarli ormai con accento spagnolo t’illudi che siano lontani, lontani nel tempo.
– Non so. Forse perché finalmente sto scrivendo, sono sana ed è una bella giornata. Magari l’unica cosa che mi è mancata, nella vita, è scritta qui sopra.

Mi allontano ripensando alla frase attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo.

Il pericolo è il mio mestiere.

La tessera sanitaria catalana. Mi bastava quella, per votare.

Non alle elezioni catalane, eh, che si sono tenute lo stesso giorno delle primarie del PD. Per partecipare a quelle mi sa che devo vantare almeno uno antenato almogavero o, provenendo dalle colonie, un bisavolo nato sulla Rua Catalana di Napoli.

No, scherzi idioti a parte, non sono riuscita neanche a votare alle “nostre” primarie. Per farlo online ti chiedevano un certificato che attestasse che studiassi o lavorassi a Barcellona, e io ormai non faccio nessuna delle due cose, almeno per le istituzioni. Ho inviato l’ultima lettera della mia tutor, per una borsa che non ho vinto a Napoli…

Ma mi sa che era pochetto.

Finché uno degli scrutatori del seggio di Barcellona, la Libreria italiana Le Nuvole, commentando oggi i risultati, mi ha rivelato che bastava quella fetente di tessera, che ho chiesto al centro sanitario locale senza presentare la documentazione italiana. La dottoressa alla reception me l’aveva ceduta pure a malincuore, sostenendo che la Catalogna 1) non era tenuta a pagarmi un’assistenza sanitaria che nel mio caso doveva accollarsi l’Italia; 2) non era tenuta neanche a darmi tutte quelle spiegazioni. Ok, al mio fianco c’era una francese con problemi di contributi al lavoro, che le stava spiegando dove potesse mettersi la Catalogna e tutti gli almogaveri. E poi con la burocrazia, come sempre, sono un disastro.

Mi consolo pensando che il seggio, mi dicono le spie, era ben organizzato, ci volevano ben 4 firme per votare e gli elettori si portavano appresso i loro bimbi cataliani.

E che, per la gioia della sinistra indipendentista, il diabbbolico piano di Artur Mas, Presidente catalano, di cavalcare l’onda indipendentista dell’11 settembre non ha dato i risultati sperati.

Le primarie a Barcellona, invece sì. Almeno per me. Sarà che qui SEL ha un comitato bello forte, e che Vendola stesso, d’altronde, ha partecipato a una tavola rotonda coi Verdi catalani un anno fa. Ma, almeno per una fetta d’italiani a Barcellona, parlano più questi risultati che svariati trattati di sociologia.

Peccato che non facciano testo a livello nazionale, si lamenta un amico. Qualche italiano tornato in patria, tra i miei contatti, è più impegnato a sputtanare Mas: voleva fare il furbo, eh? Tagli alla sanità e all’istruzione, e poi “era colpa di Madrid”. E così altri italiani a Barcellona, che si sono trovati un po’ tra due fuochi.

Il fatto è che ieri è stata una giornata un po’ strana, per me. Durante lo scrutinio ero con un’amica catalana e una andalusa. Eravamo ignare dei risultati, e temevo che Mas avesse stravinto. La catalana mi assicurava di no, che perdere non avrebbe perso, ma quanto al trionfo che si aspettavano pure lui e i suoi potevo star tranquilla, ne aveva guadagnato soprattutto la satira catalana, con cartelli come quello che potete ammirare qui sotto. Lei aveva votato proprio Esquerra republicana, il partito che ha guadagnato più seggi rispetto alle precedenti elezioni, mentre i pringaos, “gli sfigati del Cup-Alternativa d’esquerres”, come li chiamava, sono entrati in parlamento

Una volta a casa ho messo su Rai 3, con la Berlinguer che faceva chiedere a Bersani che avrebbe detto per accattivarsi gli elettori di Vendola, e ho capito l’andazzo, si andava al ballottaggio.

E mentre sentivo il discorso di Renzi di fronte a una folla mai così calorosa, ho pensato che la cosa più clamorosa, per me in quel momento,era che non riuscivo a ricordarmi se stessi a Napoli o a Barcellona.

Saranno contenti i miei, a vedersi paragonata la mia stamberga con la casa in paese.

Ma non ci posso fare niente se, dopo tanto tempo qua, il concetto di stato e di appartenenza diventano una convenzione.

Forse l’ho già detto, ma mi piace il giorno dopo l’arrivo, quando mi sveglio e mi chiedo dove sono.

Quando succede so già che i mondi fantastici nascosti un tempo tra le venature del piano, a casa dei nonni, in realtà sono fatti delle nuvole che ammiri dall’oblò dell’aereo augurandoti che un Dio esista, per godersi lo spettacolo.

Le stesse nuvole che mi sono cadute addosso in goccioline educate su plaça Universitat, senza disturbare il nostro incontro.

Poi ricordo quanto sia vero, quello che scrive anche la catalana Marta Rojals: che solo vivendo fuori casa, e prima che “fuori” diventi casa, scopri che la fatina che ti nutriva e puliva non esiste, e il detersivo dei piatti non fa miracoli. Mastro Lindo, per l’occasione Don Limpio, almeno ci prova.

E 20 giorni hanno il potere di cancellare il presente, di trasformare una scrivania disordinata in un mistero. Che ci fa qua sopra questa moneta di 2 euro, salvata all’irresistibile caos che mi creo intorno? Ah, già, qualcuno l’ha lasciata sull’amaca in terrazzo, molte sere fa. E i libri di catalano sono inutili, ormai, il diploma è preso, addio lezioni, addio pronoms febles, spero diventiate presto chiacchiere e passeggiate all’aperto, in qualche posto, che esisteranno, in cui catalani e stranieri si sentano ben accetti.

La cosa più carina è stata quell’indirizzo scarabocchiato da una grafia sconosciuta e persa nella memoria, métro quai de la Gare. Così in questo risveglio apolide si annullano le distanze e Barcellona può diventare Parigi, come quando manco da tempo a Napoli e da qui vi vedo tutti insieme, i vivi e i morti, a riunirvi a tavola la domenica e ogni tanto a chiedere di me.

È un momento che dura poco, di spazio e tempo sovrapposti e precari anche loro, ed è l’unico momento in cui mi sento a casa.

Casa non è un posto, è un istante.

Giugno 1987: esame di prima elementare dalle suore. Il pulmino non passa, la signora delle pulizie mi accompagna alla scuola sbagliata (ma glielo dico quando hanno già chiamato il direttore). All’orale contando sulle dita dichiaro che, se io ho 6 anni e mio fratello 2, abbiamo 3 anni di differenza.

Giugno 1994: esame di terza media. Scelgo la traccia sui Promessi Sposi, ma poi passo al tema di fantasia. La prof. deve trattenersi apposta. All’orale la prof. di Musica mi chiede la trama della Butterfly, mai spiegata. Per fortuna mio nonno durante l’harakiri si commuoveva.

Giugno 1999: esame di maturità. La prof. di Scienze non mi chiede l’argomento concordato ma lo espongo lo stesso. Dopo l’esame litigo col mio ragazzo, segretario di Rifondazione, per aver detto che con Lenin pure ne erano morti un bel po’, in Russia.

Ottobre 2007 (o era novembre?): esame di dottorato. Arrivo senza la carta d’identità e non so che documento della segreteria. Mi presento all’orale con una sciarpa verde transgenico di cui mi pento ancora oggi.

29 settembre 2012…

L’hanno detto, l’hanno fatto: all’esame con la barretina.
Ma il tipico copricapo catalano, di lana rossa, tolto un attimo prima di entrare in aula, me l’hanno mostrato in foto quando ormai tutto era finito, il dado era tratto e la pasta (quasi) buttata.

Perché mentre i miei compagni si ritrovavano fuori la Facoltà di Economia della UB, mezz’ora prima dell’esame di Nivell Superior di catalano, io stavo a 10 fermate di metro.
E vabbe’, mi so’ sbagliata con gli orari. Pensavo che andando direttamente a Gràcia accorciassi il tragitto, e invece l’ho allungato.
Infatti l’anziana signora che spiega la procedura all’aula gigante (ah, non eravamo solo noi?) scuote la testa ma mi fa sedere.
E al momento di controllare le carte d’identità s’inclina mezz’ora sul mio banco: sono l’unica col NIE, il documento degli stranieri. Almeno nelle prime file.

Ma non me ne frega, sto lottando con le parole. E complici la corsa e il sonno sprofondo tra accenti aperti e chiusi, e le piane in “en” si accentano, o erano le tronche?
Le basi, Maria, le basi. Che all’esame si perdono ignobilmente tra i mille dubbi della presentazione scritta (Buon pomeriggio, benvenuti alla mostra sui mestieri di un tempo…), dell’articolo di opinione (L’educazione emozionale a scuola sarebbe un buon rimedio all’assunzione di droghe… Ma assumpció va bene? Meglio consum, va’, come il supermercato!) e del riassunto del brano letto due volte ad alta voce (si dice la marxa degli immigrati? Uff, disminució già l’ho usato!).

Meno male che gli esercizi sono facili… Sì, facili un corno. Le regole le so, metto i que e gli a al posto giusto, ma le espressioni tipiche no. Per quelle avrei dovuto leggere in catalano, pensare in catalano e, suggerisce qualcuno, cardar in catalano (non andate su translator, significa quello).
Ma guiri (straniera) so’ arrivata e guiri so’ rimasta, sono l’unica che sa tutti i concerti, tutte le mostre e, soprattutto, tutti gli eventi in cui si mangia gratis. E l’unica che non parla catalano più di un’ora a settimana.

E vabbe’, però… Formare una parola con “fer-se entrar peresa”? Allora, pigrizia si dice pereza in spagnolo e mandra in catalano, che è sta novità?

Infatti appena consegno, a 20 minuti dalla fine, chiedo fuori:
– Ahò, ma peresa?
– Boh! Tu hai scritto baixar o abaixar?.
– Che cosa?
– Il prezzo della benzina!
– Che benzina?
– Il penultimo esercizio, quello dell’ultimo foglio, non l’hai fatto?
– Merda!
Si dice uguale, italiano e catalano.

Rientro timidamente e spero che la scrutatrice abbia una nipote della mia età.
Lo scrutatore no.
– Sì, non hai fatto quest’esercizio. Ma potrebbero averti dato i risultati fuori, non so se posso…
Ja’, che il cognome l’ho pronunciato pure Marcese per fartelo trovare subito, somma umiliazione.
– Se si può fare qualcosa…
Ci mettono più a sganciarmi il foglio che io a sedermi, fare due scippi e riconsegnarlo. Le due cose che sapevo le ho individuate, per il resto improvviso.
Tanto sono stanca.

Li trovo fuori a fumare e chiedersi “Ma peresa?”. Pure la prof, beccata in extremis sulla soglia, dice “Sarebbe mandra”. E poi propone: emperesir, impigrirsi.
Ma nessuno ci fa più caso, cominciano a riconoscere la gente delle altre classi, sono quasi tutti infermieri, fanno il corso per aumentare il punteggio.
Mi mancheranno le loro storie splatter di pazienti che iniziano a correre, vecchiette ‘nzallanute e litigi coi poliziotti, che sfottevano una paziente sotto custodia perché non era depilata.
Non mi mancherà il racconto di María Josefa, la famiglia arrivata all’ospedale con non so quanti colpi in corpo, padre italiano, agguato in auto, e mi sono scordata di guardare le notizie per scoprire se era quello che temevo.

Adesso invece guardo María Josefa e dichiaro:
– È colpa tua! Verniciare l’ho sempre scritto envernissar, ma tu mi correggevi sempre e mi hai fatto sbagliare!”.
– Sì, adesso è colpa mia, italiana!

Mi mancherà pure María Josefa.
E gli occhi di Gabriel. E il suo passaggio sistematico dal catalano all’andaluso, quando lo chiama la nonna. Come l’imitatrice di Monica Bellucci.
Una volta siamo finiti sotto lo stesso ombrello e gli ho poggiato la mano sul bicipite teso, ma leggera, come se ce l’avessi dimenticata.

Stavolta, invece, sotto l’ombrello finisco con Genís. E stringo eccome, che piove a dirotto. Ultimo caffè del gruppo, Elisenda dice basta correzioni!, ma non parliamo d’indipendenza. Quella la lasciamo alle elezioni anticipate del 25 novembre, al referendum che forse ci sarà tra qualche anno, ad altri giorni meno piovosi e malinconici.

Perché adesso è proprio l’adéu, Eli e Genis hanno l’orale lunedì, li bacio e finisco in macchina con Gabriel, diretto al pranzo familiare di sabato, “da buoni andalusi”. Siamo due terroni, col catalano abbiamo fatto gli stessi errori.
Lasciandomi fuori alla metro chiede un petó.
Significa bacio, non mi è mai piaciuto per ovvie assonanze.
Ma stavolta sì.

Comunque era emperesir.


(e paraules si scrive con una “l”!)

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