mirkoSi parlava di ingredienti, ultimamente, del fatto che abbiamo l’occorrente per darci a grandi piatti, e tiriamo avanti a pasta scaldata.

Lasciamo sta metafora culinaria, che non so più come portarla avanti (oh, se volevate leggere il blog di Sartre, purtroppo siete arrivati tardi) e passiamo alle confessioni. Una volta che avrete “accettato il vostro destino”, formula poetica per dire che vi sarete decisi a essere voi, fino in fondo, una volta che sarà successo questo, comincerà la parte più scocciante: affrontare gli errori che avete fatto prima.

E che credete, che solo perché avete deciso spariscono i debiti? Che traslocate immediatamente dal cesso di casa che vi siete trovati? Che ve ne andate anzi in un’altra città, con un altro lavoro, con un’altra persona che vi faccia star meglio del campione di cazzimma che vi siete trovati per partner?

Seh, buonanotte.

Se ho imparato una cosa, sulla strada dei cambiamenti, è che la parte più irriducibile sono gli errori. Sono come le rate del televisore. Subisco ancora le conseguenze delle stronzate che ho fatto un anno fa, prima che mi decidessi a cambiare. E no, non vale, quando viene l’esattore di questo tipo di tasse, dirgli “Guardi, la persona che ha contratto questi debiti era molto diversa dalla me che sono ora, non mi sembra giusto pagare anche per i suoi errori”. Diciamo che datori di lavoro, amori sbagliati e malattie cardiache non hanno il nostro stesso senso filosofico: esigono attenzione e soluzioni immediate.

Adesso arriva la buona notizia.

Dopo averle provate tutte, per estinguere debiti e rimediare a errori, sono arrivata a questa conclusione: una volta fatto il nostro, gli errori si risolvono da soli.

O meglio, se lasciati a decantare, migliorano. Se li trattiamo coerentemente con la nostra nuova strada, se al lavoro smettiamo di fare i Fantozzi senza per questo chiudere le mani del capo in un cassetto, se evitiamo di mentire al nostro ragazzo senza per questo aspettarci una medaglia d’oro, se ci prendiamo le nostre responsabilità senza per forza mandare tutto a carte quarantotto, in qualche modo gli errori assumono una forma accettabile, piano piano trovano la loro strada per risolversi. Magari non come volevamo noi, e non tutti gli errori, eh, che ad alcuni non c’è rimedio. Ma perlopiù si risolvono.

Come spesso accade, l’idea mi è venuta nel modo più banale possibile: osservando le mèches di una conoscente molto bella che, posando per prodotti per i capelli, doveva farsi delle tinture “sbagliate”. O meglio, doveva tingersi i capelli in modo da incarnare lo stereotipo di bellezza che voleva vendere la sua azienda, invece di mantenere il suo fascino originale.

L’ultima volta che l’ho vista, invece, aveva trovato un lavoro più stabile e aveva dei capelli perfetti, un curioso mix di mèches biondicce e toni più scuri. Tranquilli, non vi faccio una lezione di shatush, basti dire che le feci i complimenti e mi rispose:

– Sì, sono mèches di un anno fa. Non le tocco da allora, si sono un po’ schiarite per il sole e intanto emerge il colore naturale.

E la mia mente malata già covava il metaforone: errori e mèches non si cancellano. Ma quello che ne facciamo, lasciandoli lì a curarsi da soli intanto che proseguiamo col cambiamento, diventa una cosa unica, una parte di noi inedita.

La “mesciata” a un certo punto si è fatta seria, ha guardato i miei, di capelli, ormai corti e senza più tracce del biondo dell’infanzia che inseguivo chimicamente, e mi ha detto:

– Mi piaci, così, sei più tu.

Già. Sarà che ho smesso di fare il più grande errore: cercare di essere lei, o una come lei.

Ho capito che provare a essere me, per una volta, è l’idea più azzeccata che mi sia venuta ultimamente.

spaghetti albertoneaccattone 004Lo scrivo da vegetariana, eh.

Ma se in frigo avete: pancetta, uova, pecorino q.b..

E in dispensa avete: rigatoni, aglio, olio, pepe nero.

… Cosa vi mangiate, a pranzo?

Sì, lo so, potreste farvi le uova strapazzate con pancetta, stile colazione inglese. Oppure la pasta aglio e olio.

Ma se avete tutti gli ingredienti per una carbonara, perché accontentarvi di questi surrogati?

Solo perché potete farlo? Ok, viva la libertà.

Ma se la vostra dispensa vi sta implorando in ginocchio di preparare proprio quel piatto, che vi riesce pure così bene, perché fare altro?

A me sembra che lo facciamo molto spesso, un po’ in tutto. Fare qualcosa molto al disotto delle nostre capacità. Al disotto di ciò che possiamo, in nome di ciò che crediamo di volere (che, guarda caso, coincide spesso con la decisione più pigra o meno esigente).

Io mo’ non sarò Dickens, ma volevo scrivere, e per molto tempo mi sono accontentata di descrivere appartamenti online per un’agenzia. La noia di commentare interni spesso tutti uguali veniva compensata dalla sfida di farlo in modo sempre diverso, e dalla quantità (quaranta descrizioni al giorno era la mia media).

E stavo bene. Mai stata meglio. Ma mi mancava qualcosa e non volevo vederlo, infatti, quando sono stata licenziata, la creatività che reprimevo mi ha travolta e trascinata con sé alla deriva, per un bel po’ di tempo. Finché non ne sono riemersa più consapevole della mia vocazione, e finalmente con una penna in mano.

Allora, guardandomi indietro, la sensazione è stata la stessa che avrei dopo essermi accontentata di una pasta scaldata (la specialità delle mie “amate” suore delle elementari) per la pigrizia di mettere a soffriggere roba sul fuoco: sfuggire al mio destino, in un certo senso. Prendere sottogamba le mie qualità. Una cosa è fallire come scrittrice, un’altra è non provarci proprio, accontentandomi di descrivere appartamenti.

Non è una questione di gerarchie, anzi. Una buona pasta aglio e olio vale la migliore delle carbonare, non dico di no (specie ora che non mangio carne). E c’erano persone, nell’agenzia degli appartamenti, che ci mettevano tutta la passione del mondo, perché quell’attività veniva incontro alle loro aspirazioni: non ci vedevano creatività frustrata, ma affari, la voglia di primeggiare nel loro campo, la passione per il mestiere. Per loro era questa, la storia, e questa la bellezza.

Dobbiamo cercare la nostra, di bellezza, la cosa migliore che riusciamo a fare e a essere, con gli ingredienti a disposizione.

Ne parleremo ancora, a stomaco pieno magari.

annoE no, non voglio rompervi le scatole con l’anniversario. Gli anniversari sono numeri, ti ricordano solo cosa è successo e perché.

Ma due parole vorrei scriverle, a un anno dall’inizio della crisi più lunga e triste della mia vita (la peggiore, se non mi avesse già trovata preparata). Proprio perché il brutto degli anniversari, e il bello, è che ti fanno misurare le cose. Il percorso che hai fatto, per esempio. Quanti chilometri e notti insonni hai camminato da qui a là. Quante persone hai incontrato, intanto, per strada, quante buone.

Gli anniversari brutti servono a dirti se ne è valsa la pena, di muoversi da quel momento di dolore perfetto, se a sporcarlo col brutto vizio di tirare avanti abbiamo avuto una buona idea.

E, spoiler: claro que sí. Abbiamo avuto un’ottima idea.

Per questo vi scrivo.

Per questo vi dico, con la sola forza della mia voce, con nessun’altra autorevolezza che la mia: se c’è qualcosa della vostra vita che volete cambiare, che sentite non vada, non aspettate la tranvata. Non aspettate di essere mollati per qualcuno che credano di amare di più (in realtà, che credano di amare), non aspettate che vi convochino insieme ai colleghi e vi licenzino in tronco perché “la gestione gli è sfuggita di mano”. Agite. La gente aspetta di naufragare, per agire.

Voi non fatelo. Agite e basta.

Scoprirete che, in molti casi, nella crisi vi ci siete infilati voi. Che ci sono cose che non potevate impedire in nessun modo (un amore mai nato, la morte di una persona cara), ma potevate evitarvi la deriva che le ha precedute, o seguite.

E se vi chiedete quanto tempo ci metterete, se vi conviene, in fondo, lasciare una tristezza statica per un incerto futuro di lavoro solitario (perché certe cose, nonostante l’appoggio altrui, si fanno in gran parte da soli), allora vi dico che, anche quando c’è molta strada da fare, un anno già cambia tutto.

Un anno dopo le persone, le cose, gli eventi che hanno causato tanta distruzione è come se non contassero più, di per sé, avete presente? Quando vedete un ex e vi dite “veramente mi ha fatto patire tanto?”. O la scuola delle suore e… “veramente avevo paura di quelle tappette baffute?”. No, il minimo comune denominatore siete sempre stati voi.

Un anno è abbastanza per smettere di farvi danni e cominciare a esserlo davvero. A essere voi, dico.

E a scoprire che abbiamo un bel criticare gli altri, specie quelli che ci fanno paura, ma il fatto che “piangiamo nella stessa lingua” è il più vero dei luoghi comuni, insieme al fatto che nella stessa lingua ridiamo pure.

Per me è l’empatia, il regalo più bello di quest’anno, un regalo che di anni così ne vale due (si scherza, eh, per gli dei in ascolto), che mi fa dire che non sono mai stata così bene con me stessa, e con gli altri.

Mai così sola, e mai così insieme.

finestradifronteNon ci avevo mai pensato, finché non me le sono trovate di fronte, una sera di fine estate.

Le luci del mio vecchio quartiere, viste da quello nuovo. Quelle al neon del Bagdad, mitico locale porno dove Nou de la Rambla sfocia sul Paralelo.

Avevo passato il pomeriggio a scrivere tesine per un corso sbagliato e, ora che giravo senza meta per prendere un po’ d’aria, il caro vecchio Raval mi salutava così vicino, così lontano, con la promessa di una serata movimentata, se avessi attraversato la strada.

Perché sì, ero dal lato sbagliato. O da quello giusto, mi verrebbe da dire.

Stavolta ero sull’altra sponda del marciapiede, nel mio nuovo barrio di Poble-Sec, a spiare com’era la mia vita prima che osassi attraversare.

Vi è mai capitata, una situazione del genere? Uno di quei momenti in cui contemplate la vostra vecchia vita, direttamente dalla nuova. Mi vengono paragoni cinematografici mai del tutto calzanti. La Mezzogiorno de La finestra di fronte, di Ozpetek, che per la prima volta si osserva dalla casa del vicino, su cui tanto fantasticava. O il momento in cui Arwen, ne Il signore degli anelli, vede se stessa col figlio, che osservandola sembra pregarla di non fuggire, di accettare il suo destino e accettare lui.

Io, semplicemente, vedevo la me di pochi mesi fa, che dopo aver scritto le tesine sbagliate di allora attraversava le luci fluo del Bagdad per “sconfinare” in questo strano quartiere di Poble-Sec, che non sapeva bene se le piacesse.

Quella me era magra, spesso in tuta, si riprendeva da una bella botta sempre uguale e sempre diversa. E allora, appena scoperto un parchetto alle pendici di Montjuïc, andava là con gli anfibi sotto la tuta, la tuta sotto un cappottino leggero, a sperare che non ci fossero bambini sulle altalene per andarci lei.

Viveva sola, e ne era orgogliosa. Non sentiva quanto la paura di stare in compagnia potesse essere forte quanto quella della solitudine, che prendeva in giro negli altri.

Viveva in case squallide, che prima adorava e poi detestava, aveva i capelli lunghi fatti apposta per intrappolarci i sogni, che sognava apposta per non svegliarsi.

Tutt’a un tratto, anche ora, anche da qui, ho pensato che avesse ragione lei. Che quella sbagliata fossi io, con le mie nuove pretese di andare avanti. Con l’illusione che stavolta andrà bene.

Che avrei dovuto restare con lei da quella parte della strada.

Poi mi sono ricordata dove fossi, e chi fossi ora, e sono andata avanti.

puppy-eating-shoelaceHo imparato tardissimo ad allacciarmi le scarpe.

Ed è stata tutta colpa del fiocco sul grembiule, a scuola.

Quando mi si scioglieva, me lo rifaceva qualche compagna di quelle che facevano le O e le aste con grazia infinita, disegnavano bambine coi capelli biondi perfetti e bocca a cuoricino, e quando avrebbero imparato a scrivere l’avrebbero fatto con quelle grafie rotonde e nitide, con puntini sulle I che a un certo punto, molti anni dopo, si sarebbero trasformati a loro volta in cuoricini, su qualche “Smemo”.

Ma no, ai tempi del fiocco vivevano per complessare me: prendevano i due lati del nastro che pendeva inutile, li piegavano in due graziosi circoletti con altrettante codine equidistanti, annodavano i circoletti, ed ecco il fiocco perfetto. Esattamente quello che non sapevo fare. E una cosa è non sapertelo fare al grembiule, che maestre arpie a parte non ti arreca troppi danni, e una cosa è non fartelo alle scarpe.

Quando mi si slacciavano le scarpe potevo mai chiedere a qualcuno di abbassarsi? Specie quando già ero grandicella, a 6, 7 anni (e ne dimostravo una decina, tra l’altro)… Che fare?

Finché una coppia di zii, quella figa che dici “sono i miei zii preferiti” (si erano conosciuti in una radio indipendente, negli anni ’70!), decise di aiutarmi: oltre alle varie prodezze di sposarsi in Comune al mio paese in pieni anni ’80 (le anziane della famiglia sarebbero morte credendoli sacrileghi), di viaggiare in Turchia e comprarci gioielli da vendere e svilupparsi le foto da soli (ovvio che mi regalarono la prima e unica Polaroid), mi insegnarono ad allacciarmi le scarpe.

E, sorpresa: non dovevo per forza fare la cosa del fiocco! Non dovevo raccogliere le stringhe in due cerchietti con codina equidistante ecc. Mi riusciva più facile fare un cerchietto alla volta? Perfetto, il nodo si faceva uguale. Magari non così artistico, ma chi minchia ti guarda il “fiocco” alle scarpe? Poi, la questione nodo, doppio nodo… Insomma, svoltona.

Ci ho ripensato ieri, riflettendo ancora una volta su ciò che vogliamo e ciò che ci serve davvero. E non è colpa mia, è una cosa che trovi in un sacco di canzoni in inglese! È proprio un luogo comune, “you get what you want but you don’t get what you need”, con una sfumatura che, detto tra noi, in italiano ci sfugge pure, non è così ovvia.

Ma c’è, e ora la percepisco. Ora capisco che ho fatto spesso come coi lacci delle scarpe, ho rinunciato a farmeli rischiando di cadere, perché credevo che ci fosse un solo modo, perfetto, di farlo. Quello degli altri. Mentre alla stessa cosa ci arrivi per vie diverse, col fiocchetto simmetrico e il nodino improvvisato, con un cerchietto solo, col doppio nodo o meno. Il problema è pensare che ce la fai solo nel modo che credi tu, solo per quella strada. Perdendo tempo che potrebbe servirti a correre con le scarpe belle che allacciate.

Insomma, basta pensare che ci sia un solo modo di arrivare alle cose: ci creiamo un falso problema. Come quando crediamo davvero che comprandoci quella crema idratante in mousse saremo felici, e senza il nuovo tablet nostro cognato ci sputtanerà al cenone di Natale. Come quando crediamo che avere il fisico palestrato ci porti alla stima altrui, mentre ci porta al massimo a un’ammirazione che per me non vale tempo e sudore. Come quando crediamo che solo quella persona ci possa fare felici al mondo e ora che non c’è possiamo anche morire, o solo quel lavoro può darci un senso, e ora che ci hanno licenziato non possiamo fare nient’altro.

No, ci sono molti modi per allacciarsi le scarpe. E l’obiettivo ultimo non è farsi il nodo perfetto. È correre.

Comunque io, ormai, metto solo stivali.

carlo e aliceC’è questo equivoco, spesso, tra accettare le persone così come sono e tollerare che ci trattino male.

La riflessione mi è sorta tardivamente, dopo aver letto qualche libro in cui un marito infedele dice alla moglie “accettami così come sono” (tradotto: “o tolleri le corna, o non mi ami”).

Ricordo invece un conoscente che insisteva con la ragazza perché non dormisse in camera col suo migliore amico, che era in visita da lei: avendo un migliore amico con cui nel corso del tempo ho sviluppato un rapporto fraterno, è un argomento che mi trova molto sensibile. Lui era convintissimo di aver diritto d’inficiare nell’amicizia, perché la gelosia verso questo ragazzo “era un suo limite che la fidanzata dovesse accettare e rispettare”. È un ragionamento che trovo umanamente comprensibile (specie nella cultura malata in cui siamo cresciuti) e allo stesso tempo soffocante.

C’è gente che liquida i suoi problemi e difetti con “l’accettarsi così com’è”, e pretende che gli altri facciano lo stesso erculeo sforzo nei suoi confronti.

Ma “accettare le persone così come sono” può diventare davvero un ricatto. È follia “cercare di cambiare” qualcuno che non lo voglia, ma pretendere che questa persona ci rispetti anche quando va contro i suoi interessi personali (se no, quella è la porta) mi sembra il minimo sindacale.

Io posso accettare che tu sia burbero, che sia paranoico, che tu fraintenda le mie intenzioni nei tuoi confronti. Ma se con me prendi un impegno, pretendo che lo porti avanti o te ne liberi, me ne liberi.

Se mi dici “per natura non posso trattarti bene”, sei un paraculo. Trattarmi male non rientra in nessuno dei tuoi principi, per quanto anticonformisti possano essere.

Se poi ti nascondi dietro l’indecisione cronica per tenermi sulle spine finché non decidi che posto darmi nella tua vita, sei un doppio paraculo.
Qua ricordo sempre la tizia che scaricò un mio amico con una mail ultrapoetica sulla labilità dei suoi sentimenti, sulla coppia fissa come istituzione imposta dalla società… Qualche mese dopo, viveva con un altro.

Inutile sventolare l’insostenibile leggerezza dell’essere come una scusa per fare i tuoi porci comodi.

Si è detto più volte, meno responsabilità riusciamo a prenderci, meglio crediamo di sentirci.

Allora, lasciamo perdere la responsabilità di aiutare chi non vuole essere aiutato, e pretendiamo invece che ci rispetti, così com’è, così come siamo. L’esigenza di essere rispettati è parte della nostra personalità. Non vorrà forse cambiarci, in questo?

In tal caso, così com’è, con tutto il rispetto e l’affetto che sentiamo, se ne può anche andare affanculo, alla ricerca di qualcun altro che viva le sue paure col fegato degli altri.

Allora dimenticheremo un attimo lo zen, compreremo un sacchetto di popcorn e ci siederemo a guardare.

madamebutterflyAvvertenza: lungi da me affermare che ‘e guaje gruosse, i problemi gravi, ce li procuriamo da soli. Le malattie non sempre sono dovute allo “stile di vita”, checché ne dicano i ministri che dovrebbero aiutare ad arginarle. E, come si dice in inglese, shit happens.

Quello che ho scoperto è che, tolti i guai veri, la maggior parte dei miei “grandi problemi” sono delusioni. Sono rimasta delusa da persone che non erano come mi aspettassi, da eventi che non sono andati come avrei voluto, da situazioni in cui ho agito con meno efficacia di quanto credessi.

Non notate niente di strano, in quest’ammissione? Io sì: la maggior parte dei miei problemi è legata a false aspettative.

Quindi me li sono creati da sola, aspettandomi cose che poi, per colpa mia o di qualcun altro o del destino (cioè, del corso che hanno preso gli eventi) non si sono realizzate.

E scoprire che i problemi più gravi me li sono creati io non è stata una bella cosa.

Attenzione, però, qua siamo in un terreno minato, perché scatta il “non aspettarti nulla” di guru paraculi e zie rassegnate.

Il discorso non è bersi l’ “accettami così come sono, altrimenti non mi ami” (detto da uno che magari è inaffidabile e infedele).

E abbiamo più di una buona ragione per essere incazzati, se alla fine di un dottorato brillante veniamo parcheggiati, perché non ci sono posti neanche per quelli già interni all’università.

No, ne abbiamo parlato altrove. Le false aspettative, per me, ce le creiamo quando ci facciamo un quadro della situazione e chiamiamo fallimento tutto quanto non vi entri. Senza tenere in conto quei fattori che non dipendono da noi.

È una cosa pericolosa soprattutto quando ci impedisce di capire cosa stia succedendo nella realtà, perché rientra in quello che non vogliamo vedere.

E allora, non vogliamo vedere che sto ragazzo molto bello con cui siamo andati a prenderci un caffè ha fatto una battuta poco lusinghiera su una causa politica che ci sta molto a cuore. Se continuiamo a vederci può diventare motivo di scherzi, o un forte fattore di conflitto. Intanto, che ne dite di notare il particolare? Oppure, il tecnico che ci offre il prezzo più basso per farci i lavori in casa non risponde al cellulare due volte su tre. Ok, è economico, ma meglio smettere di giustificarlo prima che si volatilizzi a soldi intascati, guardandosi bene dal rilasciarci i dovuti certificati (basato su una storia vera).

Insomma, da brava ansiosa so quanto sia importante avere un quadro più o meno fedele della situazione, di qualsiasi situazione. Ma la soluzione non è crearmi una vita a mia immagine per non dovermi mai accorgere delle cose che non vanno.

Senza che sfioriate la mia follia, può succedere lo stesso anche a voi, se come me cercate il giusto equilibrio. Se pretendete ciò che vi spetta di diritto (educazione e rispetto, specie se li date voi). Se non pretendete ciò che non date (se siete ambigui difficilmente vi si risponderà con sincerità, no?). Se non pretendete che le cose succedano solo perché volete così (non possiamo costringere nessuno ad amarci o a essere diverso da quello che è, possiamo chiedere rispetto e coerenza).

Allora, quando avremo riconosciuto tutto questo che perdevamo tempo a negare, i problemi piccoli e grandi che ci nascondevano la nostra paura del fallimento, dell’abbandono, della vita, non ci servono più.

Una volta smascherata la paura che li provoca, non ci servono più. E alla fine noi umani siamo pratici, tendiamo a conservare solo le cose che ci servono.

A quel punto, non ci resta che vivere.

CenerentolaQualche tempo fa si parlava dei piccoli e medi problemi (scadenze, bollette mai pagate, dissapori col capo) che non risolviamo mai anche per non doverci occupare di quelli grandi (amori infelici, rancori familiari, salute trascurata).

Lo facciamo, ipotizzavo, per paura del vuoto. Per paura di una vita che non cambierebbe tanto da farci ritrovare a sorseggiare mojitos alle Hawaii, ma abbastanza da toglierci tutti gli alibi per affrontare i problemi veri.

Si diceva infine che un primo passo, una cosa che aveva fatto bene almeno a me, consisteva nel “vedere una soluzione”. Immaginarsela, cominciare a pensare che esiste.

Scoprire che, anche senza finire alle Hawaii, una vita più serena non è malaccio. La cominceremmo anche oggi se non fosse che il capitolo “ora mi occupo dei problemi veri” potesse comprendere la parola fal… fallim… fallimen… No, davvero, non riesco manco a scriverla.

Ebbene, ho una notizia buona e una cattiva, che però è la stessa, quindi non vi chiedo quale volete leggere prima.

Ammesso che ciò che temiamo si chiami fallimento, potrebbe essere già in atto. Sicuramente, già sapete, non lo eviteremo ignorando il problema. Ne prolungheremo solo il decorso.

Ci cureremo l’insonnia quando già sarà diventata cronica (e mi sono mantenuta su un disturbo non letale), tenteremo di recuperare il rapporto quando saremo già troppo presi noi e ormai lontana lei, ecc. ecc.

E in più avremo ancora le incombenze, i problemini di cui sopra.

Vogliamo questo? Io no.

E allora dobbiamo educarci.

Il primo passo dopo la visualizzazione, dopo esserci immaginati questa nuova vita, è metterla in atto, magari una cosetta al giorno, per un certo tempo. Scrivere ogni sera due riflessioni sulla giornata passata, così da non perdere di vista dove siamo ora. Prendersi cinque minuti ogni giorno per una colazione in piedi, invece di mangiare schifezze al lavoro.

Ventuno giorni, ho letto da qualche parte. Fare una cosa per 21 giorni la trasforma in consuetudine.

Dubito che neutralizzi vizi accumulati per anni. Ma è vero che, inserendo pian piano un elemento nuovo nella nostra routine, lo trasformiamo in abitudine. In fondo, come abbiamo imparato a leggere?

Impariamo a leggere anche la vita in un modo diverso.

E per quello non ci sono scorciatoie. Tocca proprio fare un poco ogni giorno.

E una volta dato il primo passo, scatta la reazione a catena. Esempio scemo. Se raccolgo la cartaccia a terra in camera mia, poi mi viene voglia di buttarla, e osservando la scopa vicino alla pattumiera la prendo e la uso. Poi mi dico “che bel pavimento tirato a lucido, chissà come ci starebbe bene una passata di mocho”. E così mi ritrovo la stanza in ordine, e non ci credo nemmeno.

Restano i problemi seri.

Su quelli riflettiamo lunedì.

shadow-1Si parlava di coppie che scoppiano e dei nonostante su cui si reggevano: arrancavano, infatti, nonostante le differenze di carattere, d’intenzioni, di progetti di vita, di gusti…

In un’evidente forzatura, paragonavo questi amori “sani” (o certificati tali da esperti saputelli) a quelli spudoratamente malati a cui sono più abituata. E sapendo di generalizzare facevo una differenza tra l’amour fou e l’amore sano.

Il primo, quello da canzone, col senno di poi sembra una vocazione al martirio. Il nonostante sembra il perno di tutta la storia che non decolla. Ti butti con insistenza tra le braccia di persone che, nella mia personale declinazione di questa follia, sono evidentemente distanti, a volte anche fisicamente, che accettano la situazione più per inerzia che per altro. Ti getti a kamikaze in qualcosa in cui non credi neanche tu, quasi che tu voglia arrivare in fretta alla delusione finale e prenderti il diploma di vittima dell’ennesimo “stronzo” (o della stronza di turno). Uno stronzo che ti sei quasi costruita da sola, chiamata persa dopo chiamata persa.

Ebbene, credo che spesso le coppie presunte sane e quelle “disfunzionali” abbiano una cosa fondamentale in comune.

La famigerata ricerca dell’anima gemella? No, della propria, di anima. Della parte di sé che non (ri)conoscono.

Conosco varie ex coppie in cui lei è brillante e lui è timido, o viceversa. Ma il timido “si scioglieva” con le persone di cui si fidava e l’estroversa nascondeva spesso una gran timidezza. Ebbene, credo che nessuno dei due se ne accorgesse, di queste caratteristiche latenti che pure erano in loro. Non quadravano col loro personaggio, la famosa maschera pirandelliana che si erano costruiti.

L’unico modo per farci i conti, allora, era trovare qualcuno che incarnasse il loro “lato oscuro” (oscuro nel senso di ignoto, nascosto) e amarlo nonostante.

Tutto qui? Ovvio che no, l’amore è ben altro, sono tante cose insieme. Ma nella mia esperienza, che non fa statistica, questo fattore non è tra gli ultimi da considerare.

Pensate se ciò non fosse necessario. Se vincessimo la paura e ci guardassimo, e lo scoprissimo per cazzi nostri, il “lato oscuro”. Se l’amico intellettuale e iperrazionale ammettesse che a volte invidia l’amico appassionato di yoga, e si pone domande a cui manco Darwin risponde. Se l’amica appassionata di yoga e che riconduce tutto alla spiritualità ammettesse la sua curiosità per cose più terrene, tipo come pagarsi l’affitto. Se l’amica leader nata, l’amico aspirante manager, accettassero di voler essere ogni tanto anche indecisi, irresoluti, bisognosi di protezione, invece di mettersi accanto un’ameba con un sorriso disarmante. E se l’ameba decidesse di diventare una persona e stabilire da sola che giacca abbinare ai jeans.

Così potremmo andare al piano B, suppongo, trovarci qualcuno che ci piaccia, e non qualcuno di cui abbiamo bisogno.

C’è tutta la differenza del mondo.

cupidDa qualche tempo a questa parte, intorno a me, scoppiano coppie.

No, non sono io a portare sfiga, malpensanti. Anzi, credo si ispirassero a me per ricordarsi cosa non fare, in una storia. Scoppiando lo stesso.

Ed è facile dire era nell’aria, col famigerato senno di poi, ma non è lontanissimo dalla verità. Ora mi rendo conto che di queste coppie invidiavo la stabilità, ma non l’alchimia: almeno in una circostanza mi ero chiesta che ci facessero insieme. Persone totalmente diverse, e la storia degli opposti che si attraggono non sempre fila.

Persone che incontravo quasi sempre separatamente, nelle occasioni pubbliche, e che quando le vedevi insieme era strano: uno dei due parlava di politica e rideva di un umorismo raffinato, complesso, e l’altro se ne stava in silenzio ad ascoltare, non capendo forse neanche tutto ciò che si diceva.

In ogni modo, ciò che invidiavo e che mi segnavo in agenda come obiettivo imprescindibile era l’amore nonostante. Nonostante la diversità di carattere spacciata per complementarietà, la differenza d’interessi che volevo credere fosse sempre una cosa buona.

E invece no, scoppiano uguale, nonostante la dedizione, forse in virtù di differenze che finito lo slancio dei primi anni si rivelano per la loro reale natura: divergenze.

Vi racconto questo, perché da un po’ sono arrabbiata. Sull’amore ci sono due estremi, che vedo in giro.

Uno è la tendenza di film e canzoni a venderti la storia del nonostante, appunto, dell’amour fou come unica realtà, dell’ “insieme stiamo una monnezza, ma senza di te non posso stare”.

Ma non è detestabile ai livelli della tendenza opposta, che ho già descritto un po’: la “medicalizzazione” dell’amore. Quegli esperti che vogliono spiegare com’è un rapporto “sano”, contrapposto a una relazione “tossica”, ed elencano la serie di requisiti che una coppia deve avere per “funzionare”.

Stessero sereni, le coppie scoppiano uguale. Anche le loro. Nonostante le loro ricette pseudoscientifiche. L’estremo è stato un articolo in catalano, con tanto di intervista all’esperta di turno. Finché sosteneva che dovessimo sapere ciò che volessimo, prima di “scegliere il partner”, ok. Ma poi spiegava che dobbiamo considerarci un “marchio registrato”. Che target si propone il nostro brand, qual è la nostra mission? Qualcuno mi uccida.

Per evitare l’amore disperato si sfocia nell’iperrazionalismo, per evitare il quale si sfocia nell’amore disperato.

La quadratura del cerchio non l’abbiamo ancora trovata, le coppie scoppiano a prescindere dalle ricette, e mi sento un po’ più vicina a loro.

I miei nonostante erano più estremi dei loro (“possiamo farcela nonostante tu non mi ami, nonostante tu abbia l’idea di relazione di un adolescente al primo giorno di liceo, nonostante io sia votata al martirio per non vedere quanto sia sentimentalmente immatura a mia volta”).

Ma noto che i fallimenti di coppie mai nate e quelli di coppie ultrastabili si chiamano tra loro, tra gli abissi che li inghiottiscono.

Cos’hanno in comune?

Io un’ipotesi ce l’avrei, ma come sempre vi ho fatto già una testa tanta e ve lo spiego la prossima volta.

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