C’è questo esagramma dell’I Ching, la Ritirata, che mi piace molto. Banalizzando un po’, dice che bisogna ritirarsi dalla battaglia, quando vedi che è persa, per poter vincere la guerra.
E questa è un’idea uguale e contraria al concetto di vittoria di Pirro.
A volte ci incorniamo con la battaglia, e perdiamo di vista la guerra. Le metafore belliche non le amo, ma assecondare questa è particolarmente efficace.
Infatti mettiamo tutti noi stessi in un obiettivo solo: ottenere quella promozione (che tradotto ai nostri giorni è diventare supervisori del dipartimento al call center), nella speranza di durare un po’ di più col contratto di servizio; conquistare proprio quella persona o mandare avanti proprio quella storia che, quando tutto va bene, è una vittoria di Pirro.
Mettiamo tutti noi stessi nell’impresa, perché a un certo punto facciamo l’errore d’identificarci con quella: insomma, ci sminuiamo, è come se ci improvvisassimo contorsionisti e ci rattrappissimo per finire in uno scatolone da trasloco… No, in quello ci entro, mi sa, facciamo lo scatolo di un televisore. Finché non ci viene la tentazione, una volta incaponiti, di tagliarci braccia e gambe per entrarci meglio. Ma è davvero questo, che vogliamo, entrare in uno scatolone?
E qualsiasi cosa che non ci comprenda in tutto il nostro essere è troppo stretta. Se l’obiettivo è lo scatolone, la prossima volta sarà una scatola di scarpe.
No, a lasciar andare una relazione tossica non siamo stati sconfitti, abbiamo vinto. Abbiamo perso una falsa battaglia iniziata da noi, portata avanti da noi, con noi stessi, e come dico sempre, a lottare con noi stessi perdiamo in ogni caso. È il momento di ritornare all’obiettivo principale, quello di attraversare quel pezzo di vita che ci tocca e vedere dove ci porta di bello, prima del capolinea. E sottolineo “di bello”.
Quindi, non bisogna essere grandi strateghi o cinesi o ex razionaliste pentite per apprezzare l’arte della ritirata.
Significa ricordare chi siamo, accettarlo in pieno, e raccogliere le forze per tornare all’attacco.
Forse ti piace proprio per quello, ma ne riparleremo.
Intanto non fraintendermi, non significa che la persona in questione non sappia che tu esista, o che pensi che tu possa anche morire. Magari ti vuole pure bene, a modo suo.
Ma non ti caga proprio, non come tu vorresti, e quando si è innamorati c’è un solo modo di cagarci come vorremmo. E non te lo riserva.
Non per colpa sua, peraltro, che ste cose succedono o non succedono. Semmai te lo riservasse un giorno, difficilmente dipenderà da te.
Se avrete una discussione, anche accesa, tu ci rimuginerai su tutta la serata, se sei come me arriverai anche a cacciare due lacrime. Pensi che dall’altra parte ci sia altrettanto interesse? Avrà scordato la cosa in poco tempo, o al massimo ti avrà registrato come grande rompiscatole.
Tanto vale non fare niente, accettare sta cosa e andare avanti. Se proprio te la vuoi raccontare, andare avanti aspettando tempi migliori.
Se vuoi riservarti il dono della sincerità, tanto vale andare avanti per fare spazio a te. A tutte le cose che stai ignorando per concentrarti solo su questa ossessione. A un presente che non lasci scorrere perché sei ancora proiettat@ o nel passato o, a ben vedere, nel condizionale delle cose mai avverate e che forse non si avvereranno mai.
Perché? Perché fai resistenza a questo semplice postulato: “Non ti caga proprio”.
Dici ma no, l’altro giorno mi ha scritto. E magari, se la invito a cena un altro po’, magari se gli salto addosso, col tempo…
Ecco che fai resistenza. Ecco che passi i giorni o parte di essi a tormentarti su un possibile cambiamento, o, peggio, su cosa possa fare tu per provocarlo, mentre nella maggior parte dei casi non puoi farci niente. Ecco, ho scritto “nella maggior parte dei casi” e già pensi, “magari nel mio sì”. No, che ti piaccia o no, non c’è nessun motivo per cui il tuo caso faccia eccezione.
Io ti capisco, figurati. Tu speri ancora. È il lavoro degli innamorati. Sperare. È una delle cose più spontanee della storia umana.
E non sarò certo io a toglierti la speranza. Non ho il cuore di toglierla a me, figurati come pretendo di strappartela.
Dico solo che magari, perché qualsiasi cosa accada (e va bene, anche perché accada eventualmente quello che vorresti tu), devi accettare le cose così come sono, in questo momento.
Che non ti caga proprio. Che mentre fai resistenza a questa semplice verità, ti passano davanti tutte le occasioni e le opportunità (di qualsiasi genere, eh, non parlo solo d’ammore) che potrebbero farti cambiare la situazione, se non nel senso voluto, in uno che ti vada bene.
Allora, smetti di perdere tempo a resistere, dai per scontato quello che è indubitabile, e una volta afferrato questo puoi fare tutto il resto.
Da qualche tempo a questa parte, intorno a me, scoppiano coppie.
No, non sono io a portare sfiga, malpensanti. Anzi, credo si ispirassero a me per ricordarsi cosa non fare, in una storia. Scoppiando lo stesso.
Ed è facile dire era nell’aria, col famigerato senno di poi, ma non è lontanissimo dalla verità. Ora mi rendo conto che di queste coppie invidiavo la stabilità, ma non l’alchimia: almeno in una circostanza mi ero chiesta che ci facessero insieme. Persone totalmente diverse, e la storia degli opposti che si attraggono non sempre fila.
Persone che incontravo quasi sempre separatamente, nelle occasioni pubbliche, e che quando le vedevi insieme era strano: uno dei due parlava di politica e rideva di un umorismo raffinato, complesso, e l’altro se ne stava in silenzio ad ascoltare, non capendo forse neanche tutto ciò che si diceva.
In ogni modo, ciò che invidiavo e che mi segnavo in agenda come obiettivo imprescindibile era l’amore nonostante. Nonostante la diversità di carattere spacciata per complementarietà, la differenza d’interessi che volevo credere fosse sempre una cosa buona.
E invece no, scoppiano uguale, nonostante la dedizione, forse in virtù di differenze che finito lo slancio dei primi anni si rivelano per la loro reale natura: divergenze.
Vi racconto questo, perché da un po’ sono arrabbiata. Sull’amore ci sono due estremi, che vedo in giro.
Uno è la tendenza di film e canzoni a venderti la storia del nonostante, appunto, dell’amour fou come unica realtà, dell’ “insieme stiamo una monnezza, ma senza di te non posso stare”.
Ma non è detestabile ai livelli della tendenza opposta, che ho già descritto un po’: la “medicalizzazione” dell’amore. Quegli esperti che vogliono spiegare com’è un rapporto “sano”, contrapposto a una relazione “tossica”, ed elencano la serie di requisiti che una coppia deve avere per “funzionare”.
Stessero sereni, le coppie scoppiano uguale. Anche le loro. Nonostante le loro ricette pseudoscientifiche. L’estremo è stato un articolo in catalano, con tanto di intervista all’esperta di turno. Finché sosteneva che dovessimo sapere ciò che volessimo, prima di “scegliere il partner”, ok. Ma poi spiegava che dobbiamo considerarci un “marchio registrato”. Che target si propone il nostro brand, qual è la nostra mission? Qualcuno mi uccida.
Per evitare l’amore disperato si sfocia nell’iperrazionalismo, per evitare il quale si sfocia nell’amore disperato.
La quadratura del cerchio non l’abbiamo ancora trovata, le coppie scoppiano a prescindere dalle ricette, e mi sento un po’ più vicina a loro.
I miei nonostante erano più estremi dei loro (“possiamo farcela nonostante tu non mi ami, nonostante tu abbia l’idea di relazione di un adolescente al primo giorno di liceo, nonostante io sia votata al martirio per non vedere quanto sia sentimentalmente immatura a mia volta”).
Ma noto che i fallimenti di coppie mai nate e quelli di coppie ultrastabili si chiamano tra loro, tra gli abissi che li inghiottiscono.
Cos’hanno in comune?
Io un’ipotesi ce l’avrei, ma come sempre vi ho fatto già una testa tanta e ve lo spiego la prossima volta.
Non dico i primi tempi, eh. Quando pensiamo al suicidio un’ora sì e un’ora no e la compagnia della prozia bizoca che ci usi per reggerle il gomitolo di lana è più appassionante delle nostre notti bianche.
Ma dopo un po’ che soffriamo per ammore il punto non è più lasciar andare il fedifrago, o la grande cessa.
Il punto è lasciarci andare noi. Liberarci, noi.
Perché inglesi e spagnoli hanno la vita più facile? Ve l’avrò già spiegato, in un paio di parole se la cavano egregiamente, addirittura in spagnolo ne basta una: soltar. L’inglese non è da meno: due parole, una lettera in meno. Let go.
In italiano boh, lasciar andare, lasciar correre già no… Vediamo. Liberarsi.
L’idea di togliersi una zavorra di dosso, e allo stesso tempo lasciar andar via un aquilone, una barca legata a un molo, fate vobis.
In ogni caso, girare pagina, liberare il passato, liberarsi del passato.
E niente, ieri in palestra, che è un po’ il mio pensatoio (il che spiega molte cose) mi sono resa conto di questo. Non si tratta di lasciar andare uno, ammettere che dopo mesi e mesi di pianti sempre più radi e inviti a uscire rifiutati con sempre più esitazione è come se si venerasse il ricordo di una cosa che non esiste più, se mai è esistita. Non si tratta di lasciare andare una persona che nemmeno esiste più, che mesi e mesi di corna e macumbe nostre gli avranno pur cambiato i connotati, no?
No, la questione non è lasciar andare lui/lei, è lasciarci andare noi. Permetterci di essere quello che siamo diventati. Le cose che avremo pur imparato tra una considerazione sulle varie forme di suicidio e l’eterno dilemma lo chiamo o no.
Fa quasi paura, liberarsi di un dolore che ci ha accompagnati per mesi. Per quanto faccia male, è rassicurante, è tutto ciò che siamo stati per un bel po’ di tempo. E anche dopo, quando la vita ha ripreso il suo corso, è stato un compagno fedele, una delle poche certezze della vita insieme al fatto che i parrucchieri armati di forbici non sappiano quantificare “due dita”.
Allora, viene il momento atteso e temuto (almeno inconsciamente) di rendersi conto che stiamo sopravvivendo a noi stessi. Che il nostro dolore è ormai un simulacro, avete presente Baudrillard che cita l’Ecclesiaste? Lo so, nota lettura da palestra:
Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.
Un’apparenza che non rinvia a nessuna realtà sottogiacente (questa è Wikipedia, vabbuo’?).
Ecco, il nostro amore è così, ormai, un sogno che si appoggia su qualcosa che non esiste più, che non si può riproporre negli stessi termini e no, no, no, non sto dicendo che non ci possiate tornare insieme, in caso siate ancora nell’odiosa fase in cui tutti vi dicono di lasciar andare come se dipendesse da voi. Dico solo che, grazie al cazzo, non sarà più come allora, perché è cambiato l’altro e siamo cambiati noi.
Già, ma come siamo cambiati? Perché l’abbiamo fatto, o almeno l’ha fatto la parte che ci metteva a letto mentre ci chiedevamo se in quel momento stesse con lei, ci buttava sotto la doccia quando ormai i pantaloni del pigiama potevano lanciarsi da soli in lavatrice, che ci armava di spugna e detergente piatti quando la pasta avanzata di tre giorni prima cominciava a chiamarci mamma e chiederci la paghetta.
Insomma, sì, siamo altre persone. Ed è più rassicurante restare con l’ulcera che accettare di vederci alle otto, con quello che ci chiama spesso in chat, alle otto di sera (ci avete provato…) e non alle tre del pomeriggio nel bar più affollato in città.
Ne avremo il coraggio?
Avremo il coraggio di scoprirci?
Di scoprire chi possiamo diventare, se non fossimo troppo impegnati a chiederci chi dobbiamo essere?
Ci credereste, che L’amore non va in vacanza ha fatto parte di un cineforum, durante il mio dottorato?
E siccome ero una studentessa zelante e desiderosa di imparare tutto quanto i dottorandi hanno a disposizione in Italia (soprattutto attacchinaggio e presenzialismo ai cineforum dei prof) non me ne persi una virgola.
Mi rimase impressa la battuta del trailer che spammavano l’inverno precedente a Manchester (dove me l’ero scansata per El laberinto del fauno, il mio destino spagnolo era segnato). Con lessico cinematografico, il compianto Eli Wallach dava a Kate Winslet una lezione di vita: nei film ci sono le protagoniste e le migliori amiche. Tu sei una protagonista, ma per qualche motivo fai la parte della migliore amica.
Immagino che la frase fosse stata scelta nel trailer perché molte (e molti) di noi si riconoscono nella definizione.
Ci ripenso ora, a più di 6 anni di distanza, perché finalmente l’ho capito: io nella sceneggiatura non sono manco la migliore amica. Vivo direttamente negli spazi tra le battute. Io vivo tra parentesi. O vivevo, spero.
Ero l’amica che ti consigliava quando avevi problemi d’ogni genere, ma quasi mai condivideva i suoi con te. L’alunna che stava zitta per non far vedere che sapeva più degli altri, ma che non si esimeva dal dichiarare l’ignoranza nelle materie che non le riuscivano.
Poi, l’impiegata veloce che, temendo ripercussioni sui compagni di reparto, suggeriva loro al PC le risposte da dare.
In amore, sono stata soprattutto due cose: l’eterna amica che sapeva quando sparire, quando la “titolare” rivendicava l’attenzione del suo amore platonico; quella che “se smettessi di usarmi come passatempo staremmo così bene, insieme”.
Perché lo facevo? Ora mi dico, per due motivi principali.
Il più ovvio è che le cose non possono andare male se non ci provi nemmeno. Se sei il puparo invece che la marionetta è come se i fischi non li prendessi mai tu. O meglio, parafrasando il quinto libro di Trono di Spade: meglio ridere del gioco che giocare e perdere.
E poi perché [attenzione, argomento contorto], a sminuire la mia importanza confermavo a me stessa di essere speciale.
È che ero troppo brava per uscire allo scoperto a scuola o al lavoro. Aiutavo perfino gli altri. Così non dovevo notare le cose ridicole che facevo in campi che non padroneggiavo.
Ero troppo buona rispetto alla Corte dei Miracoli costituita dal mio gruppo di amici: occupandomi dei loro problemi potevo chiudere tutti e due gli occhi sui mille modi che trovassi io per rovinarmi la vita.
L’amore, per esempio. Avere un amore platonico è comodo, così come mettersi in situazioni ultrapoetiche e drammatiche in cui non c’è mai il rischio di ritrovarsi davanti a un divano in pantofole a guardare la Tv insieme. Solo baci furtivi e spazzolini da denti messi di nascosto in borsa, che manco quelli era dato lasciare nell’altra casa. Ovviamente era l’altro che non si accorgeva di che splendida compagna sarei stata, invece che amica o amante. Colpa sua, comunque, io ero quella dell’amore puro che non poteva fare sul serio per reticenza altrui.
Insomma, niente fa sentire così speciali come non fare da protagonista, nella propria vita. Così bravi e condannati dal destino.
L’antidoto, ora ve lo posso dire, siete stati voi. Non l’unico, eh, che pare che vi sto adulando.
Ma insomma, tutto questo mio sentirmi speciale dove andava a parare? Nell’essere unica e irripetibile.
Ed è difficile continuare a crederlo quando qualcuno altrettanto unico e irripetibile si prende il disturbo di scriverti due righe: “Ciao, sai che in questo post mi sono riconosciuta molto?”. “Quello che scrivi qua è esattamente quello che mi sta succedendo”.
Mi sa che non potremmo andare così sincronizzati (smussando le mie follie) se non fosse che siamo fatti della stessa sostanza. Non solo dei sogni, ma degli esseri umani.
E che una delle maledizioni più belle che ci toccano è avere simili bisogni e desideri, anche se declinati in modi diversi. Ve lo dice una che si vantava di volere cose diverse da tutti.
Ma è proprio dura trovare qualcuno che non voglia essere amato, qualunque sia il tipo di amore che cerca, a meno che non creda di non meritarselo, che quella è un’altra storia. Come è difficile trovare qualcuno che voglia essere non dico felice, ma sereno, una volta che capisca come me che tutta l’ansia autoprodotta per evitare le sue paure gliele serve su un piatto d’argento, pronte ad avverarsi.
Insomma, mi state guarendo dall’assurda e arrogante malattia di credere che l’unicità abbia un prezzo.
Si distribuisce gratis, dalla nascita, ma se ne accorgono in pochi.
Per gli altri, mi sa, ci sono i blog autoreferenziali. Ehm.
Sì, come le orribili giacche a vento che ci regalavano da piccoli.
Sono quelli che sentiamo quando siamo bloccati, quando, come ci muoviamo ci muoviamo, facciamo danni.
E allora, se ci telefona, male, perché alimenta le nostre speranze, quando si vede lontano un miglio che non gli piaciamo abbastanza. Se non ci telefona, invece, stiamo malissimo.
Se telefoniamo noi a nostro padre per riconciliarci, a Natale, finiremo per litigare. Se non lo facciamo, la cosa non si risolverà mai.
Se restiamo a fare questo benedetto praticantato a costo zero, ci sentiremo umiliati, non avremo tempo libero né una remunerazione decente, e non sappiamo neanche se “farà curriculum”, come ci hanno detto (non) assumendoci. Se l’abbandoniamo, “non avremo in mano neanche quello”.
Double-face, come Giano bifronte, quello della pace e della guerra. Solo che nel nostro caso le facce significano entrambe guerra, e sono comunque facce ‘e corna.
E no, non ho né l’antidoto né l’anestesia.
Ho una considerazione personale, però.
Gli amici miei che finiscono in queste storie double-face sono gli stessi che dichiarano di non volersi impegnare in una relazione, o di non volere figli che sono un peso, o di aver diritto a divertirsi, “finché la cosa non si fa seria”.”Frequentano” qualcuno che palesemente non è interessato che la metà, rispetto a loro, ma che neanche se ne va, per la sua propria ambiguità o per tornaconto personale. Ma, come me nella stessa situazione, i miei amici si dicono che la cosa è sotto controllo, che in fondo non sanno neanche loro cosa vogliono, che alla fine non sono innamorati, che vogliono un distacco lento, meglio che tutto insieme… Balle. Almeno per me, almeno nel mio caso. E a naso, che finalmente imparo ad avere naso ANCHE metaforicamente (che fisicamente sicuro non mi manca), sono in buona compagnia.
Quando litighiamo coi nostri genitori, chi è stato il primo? Il primo a “tirare la pietra e nascondere la mano” (e ve l’ho tradotta dal napoletano). A dire “vediamo se facendo io la vittima l’altro mi viene incontro”. Ci sono giochi di ruolo, nelle famiglie, che si trascinano da decenni e farebbero invidia a Dungeons & Dragons. Ricatti morali, vittimismi, perfino malattie psicosomatiche strategiche. A rigor di logica avrebbero cominciato i genitori, c’erano prima loro. Ma insomma, siamo buoni alunni.
Il lavoro è il paragone più difficile. So che tocco un tasto dolente e le nostre responsabilità in una crisi economica saranno pure notevoli, ma il raggio d’azione è limitato. Però voglio dire una cosa, a rischio di essere lapidata. A Barcellona vedo tante persone cercare lavoro, metterci anche un anno a trovarlo. La cosa está muy mal, siamo tutti d’accordo, e l’ottimismo da solo non la cambia, né è questione unicamente di volontà. Ma perché ho amiche che, anche se per motivi vari devono cambiare spesso lavoro, trovano sempre qualcosa? Qualcosa di malpagato, triste, impossibile, ma qualcosa. E amici (che il senso del proprio valore si declina più facile al maschile) che è come se stessero sotto un albero di fichi con la bocca aperta, senza pretendere neanche di allungare la mano e prendere i frutti quando cadono. Rispondono a quelle due offerte di lavoro, vanno a fare i colloqui mezzi scocciati. E qui fanno bene, quando si tratta di rifiutare i lavori sfiancanti che le amiche invece accettano. Non si piegano al ricatto delle 8 ore quotidiane a fare dei lavoretti. Ma insomma, è come se non ci provassero mai davvero, né abbandonassero le speranze. A Barcellona, poi, la panacea di tutti i mali è partire. Per nuove mete che, finché non cambi la testa, miglioreranno notevolmente le tue condizioni di vita, senza mai cambiarle davvero.
Ho letto questo bel concetto ne La via dell’artista, di Julia Cameron: se vi guardate indietro, vi accorgerete che la vita è stata ambigua con voi quando eravate voi a essere ambigui con la vita.
E con voi stessi, aggiungo, parlando anche a me.
Perché non sapere cosa si vuole è frequente e comprensibilissimo. Fingere di non saperlo per il rischio di non ottenerlo (o di ottenerlo?), per me è imperdonabile.
E allora, chiudiamo le porte del tempio e, fuori da ogni ambiguità, desideriamo almeno la pace.
Per la guerra, quando avremo finalmente deciso per cosa combattere, abbiamo tutto il tempo.
La testa tanta che vi ho fatto all’articolo precedente è funzionale a quanto volessi ipotizzare adesso.
Il passato, si diceva, è di per sé narrazione. Possiamo decidere di manipolarlo e interpretare gli eventi come più ci fa comodo, per illuderci di star bene. Finendo magari per ripetere gli stessi errori.
Oppure possiamo usarlo come trampolino di lancio per reinventarsi, o, secondo una metafora che mi piaceva di più, come un parto di cui svanisca il ricordo del dolore ma resti il frutto, una nuova vita.
Non so, il pensiero mi ha consolato molto, nella fase più dura della mia crisi. Mi sono detta che non avevo le forze di “scegliere come reagire”, al contrario di un caro amico che ha passato molto di peggio.
Ma che, se intanto avessi imparato a seguire quella parte di me che “mi aveva avvertito” e che avrebbe saputo evitarlo, non sarebbe stato invano.
Vari mesi dopo, posso dire che non è stato invano. Il dolore non è un ricordo vago, magari, ma quello che ne ho fatto è qualcosa di vivo. È una me in costruzione. Spero di riuscire sempre a farlo, sempre che ce ne sia la possibilità (che non tutti i dolori la concedono).
Però attenzione. Cambiamo il passato ascoltandolo, non rivivendolo. Ripenso al Grande Gatsby e alla vita sacrificata a realizzare un sogno ormai sfumato, infranto da tutte cose che non potesse controllare: le circostanze (la guerra) e il libero arbitrio altrui (Daisy che alla fine si lascia convincere a sposare un altro).
La sua ossessiva ricerca del passato si sarebbe anche tradotta nella felicità, se si fosse “accontentato” della vita reale, di una Daisy tornata a lui, ma dopo aver amato un altro, una donna diversa dal ricordo e dalla fantasia che avesse avuto di lei.
E ricordate Goethe, ne Le affinità elettive, che biasima le coppie che realizzano un amore di gioventù, illudendosi di far rivivere i vecchi ardori?
Ecco, quello è il modo più sicuro di non cambiare il passato. Di riaffermarlo nella sua irreversibilità, proprio mentre cerchiamo di ripeterlo.
Se la vita ci dà una seconda opportunità, e per fortuna non è raro, non buttiamola cercandovi una compensazione al dolore sofferto. Va bene che io decida di dare un senso al passato condividendo con voi, su questo blog, le cose che mi sta insegnando. Ma se sperassi di tornare alla vecchia relazione per cancellarne la rottura, farei un danno a me, all’altra persona, e manderei tutto a monte.
L’unico modo per riuscire, in questa fantascientifica ipotesi, sarebbe tornare alla relazione nonosante la rottura, e non a causa di quella.
Meglio accettare di esserci messi in una situazione assurda, ridicola, di aver lasciato che ci chiudessero in un angolo o di essercisi messi da soli (ne parleremo in seguito), che rimetterci nelle stesse condizioni per il desiderio egocentrico e impossibile di cancellare l’accaduto.
Se la vita vi dà un’altra opportunità, vi invidio come una bestia (sorrido).
Ma rispondete al pratico questionario con cui vi viene consegnato questo regalo.
Perché lo vuoi rifare?
Per cancellare il passato e ricominciare daccapo.
Non puoi, è già successo. Sei una persona diversa, l’altro pure. Perché lo vuoi fare?
Perché ho sofferto molto, e che si ripari al torto che ho subito mi sembra il minimo.
Davvero? E chi si è infilato in questa situazione? Perché non ti sei fermata prima? Credi davvero che riprendendo qualcosa con livore la faccia meglio? Ripeto: perché lo fai?
Perché mi manca.
Ti manca questa persona o quello che cercavi di realizzare attraverso di lui? Lo sguardo di ammirazione che tu non riesci a darti allo specchio? Un’ultima volta: perché lo fai?
Perché sento che va bene così.
Anche se il passato non si cancella, se sarà difficile, se non riuscirai mai a trovare in qualcun altro l’approvazione che non ti dai tu?
Sì.
Se è così, in bocca al lupo. Riusciteci anche per me.
Non è neanche colpa nostra, questo è vero. Ma di sicuro non è colpa sua.
Del vostro ex, per il fatto di non amarvi più.
Di vostro padre, che preferisce vostro fratello a voi.
Del vostro capo, se nonostante tutti gli sforzi che facciate gli sta più simpatica la collega inetta.
Prima di tutto è importante arrivare a capire che non è colpa nostra. È un gran passo avanti, credo. Ci liberiamo del peso di dover essere perfetti, obiettivo impossibile che ci impedisce di essere noi, al meglio delle nostre capacità. Di dover piacere a tutti, o di credere che, se gli altri non ci amano come vorremmo, è perché noi siamo sbagliati.
Il passo successivo è capire che non è colpa loro.
Non sto giustificando le loro “malefatte”, sia chiaro. Hanno degli obblighi, verso di noi, quelli di tutti: il rispetto, la coerenza.
Il nostro compagno è tenuto a non prenderci per i fondelli. Nostro padre, a essere equo nella distribuzione di attenzioni e beni materiali. Il nostro capo, a riconoscere i meriti di chi lavora e le responsabilità di chi non lo fa.
Se vengono meno a questi obblighi, la nostra rabbia è sacrosanta. È rispetto per noi stessi.
Però i loro obblighi si fermano qui. Fortunatamente, perché più di questo non possono fare.
Non possono amarci o stimarci per pura forza di volontà.
E noi dobbiamo rendercene conto e anche ammettere che è la cosa che ci ferisce di più. Per superarla e andare avanti con la nostra vita.
Se siamo onesti, cos’è che ci rode di più, dei favoritismi dei nostri genitori? Vedere che abbiano portato nostra sorella al ristorante, per il suo compleanno, mentre quando è toccata a noi non hanno rimandato la visita all’avvocato? O ammettere che, per qualche inspiegabile gioco di alchimie, nonostante il bene che ci vogliano, se l’intendano di più coi nostri fratelli? Che con loro abbiano una complicità che non ci spieghiamo, che neanche loro, spesso, riescono ad ammettere a se stessi? E possiamo rimproverarli per cosa abbiano fatto, ma non per cosa provino.
E quando una relazione finisce o non decolla, cos’è che ci fa più male? Il suo essere sparito, fare il doppio gioco, tenerci nell’ombra mentre la nuova tempo una settimana è sulla bocca di tutti?
O il fatto che non ci ami? Che non sia scattata quella molla che lo rendesse partecipe della nostra vita, interessato alla nostra giornata, ammirato da qualcosa di diverso dalla sicurezza che gli davamo o da ciò che avessimo tra le gambe? Che dopo di noi verrà qualcuno a cui sì che risponderà al telefono, con cui troverà il tempo di andare a passeggio, per cui rimanderà l’impegno di lavoro per una serata tra termometri e borse dell’acqua calda?
Possiamo rimproverare loro ambiguità, impegni presi e non mantenuti, le scorrettezze assortite che tutti sappiamo. Ma non quello che sentono o non sentono.
Se noi non ci possiamo fare niente, non possono neanche loro. La trovo ancora una legge ingiusta e ancora non so come uscirne, a parte usare il famoso verbo che schifo, acc… accett… Quello.
D’altronde, non so se vi capita, siamo bravissimi, ad accettare la mancanza di attenzioni di cui sopra. Lì siamo i campioni dell’accettazione. Siamo i migliori nell’accontentarci, in certe relazioni ambigue, delle briciole di tempo dell’amato bene, dei due baci in pubblico dopo aver appena passato la notte insieme. Perché lo facciamo? “Perché lo amo”, ci rispondiamo, come se questa giustificazione facesse da tana libera tutti.
Se per noi è così, però, tolte come si diceva le scorrettezze deliberate, anche l’altro, a domanda “Perché lo fai?”, dev’essere libero di rispondere: “Perché non ti amo”. Altrimenti dovremmo riconsiderare la nostra risposta.
Considerando che i genitori non si scelgono (ma sì che, nel corso della vita, ce ne siamo scelti di adottivi, vero?), che i datori di lavoro vanno tenuti buoni se il lavoro ci piace, quello che possiamo fare è imparare a vivere nonostante tutto questo. Con l’ex, aiuta capire come ci siamo messi in questa situazione, come è deteriorata se siamo mai stati insieme, come non ci siamo sottratti in tempo se non è mai decollata. Aiuta renderci conto, si diceva, se l’apprezzassimo per quello che era, o se nei suoi occhi cercassimo noi stessi (vedi Ombra).
Soprattutto per me aiuta, ormai si è capito, non sottrarsi al dolore, per non portarcelo dietro. Distrarci quando vogliamo distrarci, ma fare gli emo quando così ci gira.
Prima o poi, di questo passo, su tutto questo riusciremo anche a farci una bella risata, come questo signore qua sotto.
L’idea è: non sono psicologa, non sono ancora analista junghiana (anche se mi piacerebbe), non sono neanche Maga Rowena… Cacchio scrivo a fare di queste cose?
Be’, sono un’apprendista stregona, che non ha niente da insegnare a nessuno e tutto da imparare per sé, e procede a tentoni, per prove ed errori, in quello che spera sia un cambiamento proficuo e duraturo della sua vita. Come alcuni di voi. Siamo compagni di viaggio. Diciamo allora che faccio una specie di tutorial (a farne sugli smokey eyes vi lascerei con l’effetto panda) in cui sperimento i prodotti su me stessa e voi vedete se usarli o no. E accetto volentieri suggerimenti.
Di esperimenti su me stessa, con buona pace della LAV che farebbe meglio a farmi estinguere, ne ho fatti assai.
Qualche articolo fa parlavamo di Ombra, o meglio ne affidavo la descrizione a chi ne sapesse più di me. L’idea è che l’Ombra sarebbe una parte di noi che ci teniamo nascosta, per vari motivi. Non è sempre la parte negativa, anzi.
Prima di tutto, quello che consideriamo negativo potrebbe rivelarsi molto utile: la nostra ombra è ambiziosa? Sapete quanta energia potrebbe prestarci, per raggiungere obiettivi in cui ci identifichiamo di più?
E poi ci sono molti aspetti positivi, che di solito ammiriamo in altre persone. Il mio idolo di tutti i tempi sarebbe Gandhi (Johnny Depp non conta, vero?), ma non mi sono accorta di avere almeno un centesimo della sua capacità di negoziazione e di comandare senza viuuulenza finché non ho ricoperto io qualche posto di responsabilità, nelle attività a cui mi dedicavo. Magari non sarete mai grandiosi come la vostra icona, ma, se vi piace, forse avete delle caratteristiche in comune con lei che ignorate, o non avete il coraggio di sviluppare.
Faremmo meglio ad ascoltarle, invece: l’Ombra ci condiziona anche in amore.
Vi hanno mai idealizzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. In me cercava una donna che non ero, che ha poi ritrovato in coloro che mi hanno seguita e che ha idealizzato esattamente come me, almeno quelle che come me non lo amavano altrettanto. Non cercava noi, ma una visione tutta sua, che probabilmente si portava dentro ma che non aveva il coraggio di riconoscere. Se l’avesse fatto, avrebbe corso il rischio di vederci per quello che eravamo. E amarci per quello che eravamo.
Vi hanno mai disprezzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. Ammirava le cose di me che trovava più lontane da lui, e invece le aveva tutte dentro, ma non voleva vederle. E allora le disprezzava, anche. Per il vaso di Pandora che gli aprivo nelle ore di gioco che mi concedeva. Per l’amore che non mi poteva dare. Perché in me vedeva solo quello che credeva il peggio di sé. Così, direbbe uno bello che è morto, il giorno si pentiva di avermi incontrato e la notte mi veniva a cercare. Mi avrebbe messa da parte, per inseguire una da mettere su un piedistallo.
Così il cerchio si è chiuso, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e il karma è una zoccola che prima o poi riscuote la sua tariffa.
Perché, siatene certi, questi due uomini saranno perseguitati dalla donna del piedistallo e da quella che cercano la notte, che si muoveranno nelle loro viscere finché non saranno ascoltate, accettate e, solo allora, messe da parte.
E io, non ho mai giocato questo gioco di ombre? Certo. Non ho fatto altro. Ho cercato gli Altri. Come me. Gli outsiders, quelli che come me si erano emarginati dalla loro stessa vita, e che ora emarginavano me. Il gioco al massacro è stato quasi sempre convincerli a farmi entrare, anche se non erano sicuri, anche se non gli piacevo abbastanza. Cercare nel loro sguardo quello che possiamo darci solo noi: la conferma di valere qualcosa. E quando mi aprivano la porta, mi rendevo conto che non mi bastava la loro parola a non credermi più un’estranea. E allora li vedevo per quelli che erano, e non mi servivano più, e m’inventavo una serie di nobili scuse per andarmene.
A voi, invece, com’è andata? Avete amato persone reali, o la vostra immagine riflessa nei loro occhi?
Credo di essere stata molto crudele, senza neanche saperlo, e molto ferita da gente che neanche sapeva quanto fosse crudele.
Credo anche che, semmai aveste fatto la stessa cosa e continuaste a farla, non ci resti che un’opzione: ascoltarle, queste voci di dentro. Riconoscere le parti che temiamo, quelle che idealizziamo, caricarcele addosso, indossarle tipo zaino (vedi articolo precedente).
E allora, solo allora, possiamo vedere gli altri per quello che sono. E decidere se quello che vediamo ci piace o no.