Archivio degli articoli con tag: amore

Risultati immagini per odi et amo Odi et amo non se l’è inventato Catullo per farci disperare alle interrogazioni: è una grande verità!

Mi viene da chiedermi, come questo delizioso vedovo di New York, se ciò che chiamiamo amore nella cultura popolare, nei romanzi e negli immaginari che accompagnano soprattutto la giovinezza, non sia soprattutto attrazione fisica: Romeo e Giulietta si sono amati da impazzire, come dice anche il signore del link (apritelo!), però non conoscevano i rispettivi gusti musicali e le letture preferite. Forse arrivare a questo stadio d’intimità è rilassante e distensivo come avere uno scheletro in casa.

E allora, meglio amarsi per tre giorni che ritrovarsi per anni a contendersi il bagno?

Per me no. La sfida è proprio arrivarci, al tubetto di dentifricio su cui litigare. Capire cosa perdiamo se alla fine ascoltiamo la parte di noi che vuole scappare il più lontano possibile dall’altro. Fosse anche per salutarlo con più consapevolezza.

Quest’idea di sapere quello che abbiamo, di non darlo per scontato, mi rimanda alla mia scassatissima macchina fotografica, in un cellulare che era già vecchio quando l’hanno fabbricato. Oltre a bruciarmi mezza batteria ogni volta che l’aziono, il congegnino ci mette trent’anni a mettere a fuoco. Ma quando il quadratino intermittente diventa verdognolo, come a dirmi “Scatta, scema!”, la foto viene perfetta. Magari esce bene solo la parte compresa nel quadratino, ma vuoi mettere.

Ecco, comincio a pensare sempre di più che l’amore sia soprattutto questo: la capacità di mettere a fuoco, di ricordare perché ciò che stiamo guardando è prezioso, in ogni momento. Specie in quelli che ci ricordano che non necessariamente è eterno.

E per questo ci vogliono tempo e pazienza: forse il momento più difficile da “inquadrare” è proprio quello iniziale, in cui il cocktail di adrenalina e aspettative ci fa vedere tutto sfuocato, offrendoci immagini spesso diverse da quelle che vedremo dopo.

Perciò è bello, e miracoloso, quasi, dotarsi della capacità di mettere a fuoco ciò che abbiamo davanti.

Ecco, dopo che ho scritto tutto questo, il mio cellulare scassato non lo cambio più.

https://www.youtube.com/watch?v=cn8CI8X7PH8

Risultati immagini per gael garcia bernal Nei miei primi tempi a Barcellona, quando ancora reggevo la movida locale, mi toccò una coinquilina memorabile. Era una tipa simpaticissima e intelligente, amica di amici, ma svitata totale, eternamente imbronciata perché era finita in una casa di guiris (termine locale e vagamente razzista per indicare turisti e/o forestieri “occidentali”). La domenica noi stranieri ci aggiravamo per casa come zombie, reduci da nottate all’ultimo chupito, e lei era lì, con tutto il suo entusiasmo, a cercare di resuscitarci con mille dépliant di sconti per i musei e link assortiti su jam session di flamenco non turistiche nel centro storico.

Finì che me la portai a ballare un paio di volte, ritrovandomi sistematicamente a reggerle la candela con qualche sconosciuto incontrato al bancone di un bar. Siccome capitò lo stesso ad altri amici guiris, diventò una fonte inesauribile di battute tra noi.

Però mi rimase impressa la prima uscita insieme: la mia amica aveva adocchiato un ragazzo dal faccino regolare, occhi bassi, avvolto in un giubbottone col bavero alzato fino al naso. Il tempo di spostarci dallo Sugar Bar al Magic e il timidino si era pressocché denudato, rivelandosi la copia palestrata di Gael García Bernal. Non feci in tempo a congratularmi con la fanciulla per la vista lunga, che me la ritrovai premuta contro il mio orecchio a farmi la seguente dichiarazione: “Maria, è troppo bello! Mi fa paura!”. Già cominciavo ad assicurarle di essere più che lieta di salvarla da un simile fastidio, accollandomi io il peso di ballarci, quando lei si spiegò meglio:

– Mi piacciono sempre i falsi timidi che si rivelano personaggi istrionici e assurdi. È proprio la loro ambivalenza a renderli pericolosi, finiscono per spezzarmi il cuore e sparire dalla circolazione.

Ok, confesso che nella musica rimbombante del Magic, e al terzo mojito, la mia amica non si espresse proprio così. Ma la sostanza era quella.

A tanti anni di distanza le rendo un omaggio tardivo, perché senza essere esperta di psicologia suppongo che si trovasse in un loop che conosciamo in tanti:

  • quello che identifichiamo come amore ci sorge “spontaneo” solo per persone che ci fanno male;
  • “rieducarsi” a un amore che ci fa bene significa perdere, appunto, questa spontaneità.

In un certo senso ci sono passata anch’io e riconosco l’aspetto più brutto di una questione del genere: non esiste una soluzione ideale. Se siamo così, è quasi impossibile innamorarsi di una persona che ci prenda molto E ci faccia anche bene.

Si finisce o in situazioni orribili (come sanno anche i miei amici maschi attirati da psicopatiche) o in rapporti un po’ più complicati, magari senza il trasporto adolescenziale dei primi casi, in cui la prospettiva di essere felici diventa un lavoro quotidiano. Perché, parliamoci chiaro, un finto agnellino che ci diventa il re della pista è facile, da amare. Il giorno dopo sparirà, poi ci cercherà di nuovo, poi tornerà a sparire, e ci lascerà con l’idea di quanto sarebbe bello insieme “se solo” ci considerasse di più. E la certezza di non scoprirlo mai.

Figurarsi com’è difficile con qualcuno che già di per sé non ci offre la droga a cui siamo abituati, che si mostra noiosamente interessato e disposto a restare, costruire qualcosa ogni giorno, col rischio di rivelarsi non “troppo” bello ma fin troppo umano, con tanto di piccole e grandi manie che solo una lunga frequentazione può rivelare.

Quindi uff, detesto le situazioni come quelle della mia amica, stile “o bevo il veleno che mi piace o mi sorbisco una sbobba che non voglio”. Però quelli con la mia serenità, ormai si sarà capito, sono gli unici compromessi a cui scendo volentieri. Innanzitutto perché non nascono dal nulla, per amare qualcuno dev’esserci qualcosa di fondo che non si acquisisce in nessun modo, c’è o non c’è. La base su cui costruire il resto ci vuole. E poi non si tratta di un vero compromesso: anche il masochismo sentimentale è un comportamento acquisito, che abbiamo ripetuto tanto spesso da avercelo in automatico. Infine entra in gioco una sfida che può generare dipendenza quanto le relazioni tossiche: fare quello che possiamo, con gli strumenti che abbiamo.

Si tratta di “esercitarci” in un ruolo per noi insolito: diventare la parte di noi determinata a essere felice. Un lavoraccio di quelli che, però, sono ben retribuiti.

Per la cronaca, la mia amica quella notte finì a casa di “Gael”, che prima di un amplesso piuttosto deludente le spiegò per un paio d’ore la sua recente svolta spirituale, con tanto di lettura di brani da non so che testo sacro. Ovviamente il giorno dopo era bello che sparito.

Cosa vuoi di più dalla vita?

Scusandomi per l’uso privato del mezzo pubblico, dico solo due parole: buon anniversario.

Risultati immagini per ciliegie  Avete presente quei libri (ma anche le serie TV) di cui diciamo “è una droga“? Mi sembra che quest’espressione venga fraintesa, scambiata troppo presto per una dichiarazione d’amore. A me, invece, rievoca più spesso un tradimento, benché delizioso, consumato in fretta come tutti i tradimenti. Riflettevo su tutto ciò a proposito di una tetralogia di cui, tra libri prestati e regalati, ho finito per comprare solo il secondo volume.

E avevo una grande urgenza di acquistarlo, specialmente perché il primo mi era piaciuto senza entusiasmarmi. Ma capivo che il ritmo avvincente e la vivacità dei personaggi mi stessero generando quello che chiamo una dipendenza a orologeria.

Già a metà di questo secondo volume mi sentivo infatti un po’ imbrogliata, tradita appunto, come se l’arte di tenermi avvinta alla trama prevalesse sulla consistenza del racconto. Tuttavia ho abbracciato con gratitudine quel prolungamento della parte di diletto, contenta di restare ancora a lungo con protagonisti così vividi.

Forse è la più tipica delle dipendenze, no? Quando qualcosa ci interessa molto, ma, come si suol dire, bisogna battere il ferro finché è caldo, o sappiamo che tra breve non saremo più così presi.

Abbiamo imparato questa lezione dopo le vacanze adolescenti al mare, con le amicizie e i nuovi amori spazzati via da zaini e compiti per casa. Ne abbiamo avuto ulteriore conferma con quei colpi di testa che chiamiamo hobby, che senza costanza si lasciano dietro solo costosi kit per principianti.

A parte le grandi passioni che possono modificarsi, ma persistono nella nostra vita (che so, scrivere per me e i motori per il mio migliore amico, tanto per chiarire cosa ci unisca da 16 anni), ci sono sensazioni più intense, improvvise, che o le coltiviamo o svaniscono.

Non so voi, ma quando una relazione di quelle da ricovero mi è andata male mi è dispiaciuto soprattutto questo: sapere che tutti quei sentimenti, quell’intensità, sarebbero svaniti, come una buona idea che non ci siamo segnati subito su un pezzo di carta.

Forse ci ribelliamo proprio a questo, a costo di essere infelici: non vogliamo rinunciare a quell’energia che ci prende quando viviamo una passione che ci droga, e che perfino in tempi come i nostri non riusciamo a riprodurre, inscatolare, fotocopiare, copincollare, salvare in una memoria abbastanza ampia da comprenderla e conservarla intatta.

Spesso il tira e molla delle passioni viene smascherato per quello che è: pericoloso. Come se bastasse questo a renderlo superfluo.

E invece mi hanno insegnato molto di più le passioni frustrate che i periodi di bonaccia. Se riusciamo nella complicata selezione di trattenere la loro parte più creativa, di blandire la minaccia distruttiva che portano con sé, sono il miglior materiale per costruire, dalle loro ceneri, ciò che chiamo serenità.

Quella sì che genera dipendenza.

Risultati immagini per suocera nuora I primi auguri di compleanno al mio ragazzo gli sono stati fatti su facebook. Da sua madre. Che aveva aspettato la mezzanotte per scrivergli un lungo messaggio. Leggendolo ho pensato due cose:

  • non c’è storia: per quanto bene gli possa volere io, quello che leggo in queste righe è irraggiungibile;
  • per quanto mi piaccia fare la mamma (e con tutti), sarei sempre una pallida imitazione, tanto vale essere una compagna, vedi etimologia della parola.

C’è chi pensa che l’amore materno nasca così, portato nei geni, e chi come me sospetta che s’impari. Anzi, spesso viene insegnato nella sua forma più malata, quella del possesso. Spesso oscura ingiustamente l’amore paterno.

Ma è bello che esista, mistificazioni a parte.

Ed è curioso vedere come la stessa persona sia vista diversamente “dai suoi cari”. A giudicare dal messaggio di auguri, se interrogassero me e sua madre sul festeggiato penserebbero che parliamo di due persone diverse.

Una cosa va detta, però.

Sua madre aveva aspettato la mezzanotte apposta per quel lungo messaggio.

Io che avevo la possibilità di festeggiare dal vivo, ero sola in casa davanti a Netflix, mentre lui si divertiva a un concerto a cui non stavo partecipando.

Ma nel nostro corridoio erano misteriosamente apparse due buste: una con un torrone di Xixona, un classico natalizio che lui adora, e un’altra con tre cappelli, quelli orribili del cinese che gli piace.

In frigo aspettava, con una candelina sopra, la mia atroce cheesecake, con la gelatina vegetale che non voleva saperne di comportarsi come quelle da supermercato.

E aspettavo anch’io.

Aspettavo che rientrasse per portargli la cheesecake mentre scartava i regali.

Visto? L’amore ha tante facce.

Nessuna sminuisce le altre.

Mai come in questo caso, è bene che convivano.

The-Godfather-318_-_Copy  È guardando i miei vicini del Raval, che ho capito due o tre cose sull’amore.

Vengono da paesi che ancora segregano abbastanza i giovani per sesso. Qualcuno dice che facciano lo stesso che noi in Italia fino a qualche anno fa, ma non è esatto: quando la segregazione è feroce, dovreste vedere che iniziativa prendono le ragazze!

Una volta ho dovuto aggiungere a facebook una di Karachi su preghiera di un amico pakistano, che voleva per forza trovarle un lavoro a Barcellona. Con ogni probabilità non l’aveva mai vista. Infatti lei oh, si è fotografata un po’ gli occhi, ha mostrato una mano carnosa piena di tatuaggi all’hénné, molto più belli di quelli che mi aveva fatto il mio ex del Kashmir, e ha fatto innamorare mezzo facebook delle parti sue. Poi ha annunciato il suo matrimonio (magari con un altro utente conquistato col kajal 2.0).

Un’altra, invece, dovevate vedere come tampinava l’ex del Kashmir di cui sopra! Telefonicamente, ovvio. Da noi una che scrive articoli sull’ammore (che non taggo per pudore) può ancora permettersi di buttare lì frasi tipo “Perché ci devi provare tu? Perché sei maschio”, senza essere eccessivamente spernacchiata.

E noi? Diciamo che paradossalmente critichiamo queste culture e magari rimpiangiamo gli amori dei nostri nonni e bisnonni, che duravano per sempre anche perché non c’era il divorzio (e tante nonne, ad andarsene di casa, non mangiavano).

Cioè, vogliamo proprio lo chaperon, le mani strette di nascosto, Michael Corleone e la sua Apollonia che passeggiano seguiti da uno stuolo di anziane vigili.

O magari vogliamo quello e anche il weekend targato Groupon, coi genitori che a trent’anni ormai ci dicono vai, vai, nella speranza che prima o poi ci sposiamo.

Fatto sta che questi amori “vecchio stile” ci sembrano più romantici di quello che abbiamo adesso, del frequentarsi senza impegno o andare a vivere insieme e vedere che succede…

Sì, ma avete notato una cosa? Erano tutte situazioni in cui gli innamorati si vedevano poco tempo.

E più stavano lontani e più si desideravano.

La norma era incontrarsi tra mille occhi attenti, conoscersi quel giusto che servisse a idealizzare l’altra persona senza farci un’idea troppo edulcorata dei suoi difetti, e concludere in fretta sto matrimonio, in modo che con un bimbo a cui badare non si avesse più tempo per starsi sul culo (caso mai ci fosse il pericolo).

Adesso che tutto ciò è stato sconvolto, ci si separa come se non ci fosse un domani.

Si stava meglio prima? L’amore, per funzionare, dev’essere un’illusione?

No. Ma forse l’amore come lo immaginiano noi lo è.

È un po’ l’aperitivo dell’amore come lo conoscono i giorni, la quotidianità spesa insieme sul serio. Quando finisce l’idealizzazione e comincia la conoscenza vera.

Se siamo fortunati scopriamo che più conosciamo l’altro e più non lo conosceremo mai davvero. E, invece di angosciarci, questa scoperta ci piacerà.

In caso contrario, tendiamo a scappare a gambe levate quando perdiamo ogni appiglio per le nostre illusioni.

In cerca di qualcuno che ce ne dia altre, e così via.

No, io un po’ li invidio, questi amori fatti di incontri segreti sulle scale e di sogni di fiori d’arancio. Dovevano essere molto eccitanti. Ma non li rimpiango.

Guardo gli amici che s’innamorano di una voce, di un paio di occhi bistrati e ora di una chat e mi chiedo quanto di quel feticcio se lo fabbrichino loro, e quanto lo possano spedire al mittente, una volta indossati i loro fastosi abiti nuziali.

E allora mi tengo la lenta traversata dei giorni, da vivere insieme sapendo che in qualche momento potrà finire. E godendomeli ancora di più, per questo.

https://www.youtube.com/watch?v=MpqnFfEpaBk

bimboA 15 anni, in uno di quegli atroci villaggi vacanze con chitarrata pomeridiana e spettacolino dello junior club, mi accingevo appunto a partecipare a un balletto, con due povere animatrici-coreografe che per quattro soldi dovevano insegnarci ad andare a tempo.

A un certo punto, il tono della lezione passa da monotono a animato, una delle due annuncia: “Ragazzi, col prossimo passo che v’insegno, veramente ci divertiamo!”. La collega conferma con tanto di  pollici alzati. Noi ci prepariamo ad assistere a tanto divertimento e… le due si cimentano in una complicata capriola di coppia che promette svariati colpi della strega.

Il nostro “Nooo” si eleva fino al cielo. Le due, sconfitte, non insistono e ripiegano su un passo alternativo che dovevano aver già concordato.

Ho ripensato stamattina a queste due eroine del gioco-aperitivo perché riflettevo sulle cose poco appetibili che cercano di farci passare per fantastiche (anche perché spesso è l’unico modo di farcele accettare). Le ragazze dovevano aver sperimentato con altri adolescenti svogliati l’ostilità verso quella capriola e avevano intuito che a presentarcela come bellissima ci avrebbero ammansiti un po’.

Nel loro caso, magari, non funzionava perché avevano poco tempo per addomesticarci. Ma, passando a questioni molto meno giocose, provate a leggere la descrizione di un’infibulazione da parte di chi l’ha vissuta: spesso scoprirete che la vittima attendeva con ansia questo grande momento di consacrazione della propria femminilità, questo rito di passaggio che l’avrebbe resa donna e, qui viene il bello, ufficialmente accettata nella comunità. Lo so, lo so, anche io ho reagito così. Chiunque si permetta di sottolineare questa parte di attesa della bambina viene sommerso da critiche benintenzionate ma fuori luogo.

Perché se un qualsiasi individuo viene chiamato a dare un passo importante, ma gravoso e irreversibile, la cosa più semplice è che gli dicano che è bellissimo.

Figuratevi che succede quando questo passo lo è davvero, bellissimo: mi riferisco all’atto di mettere al mondo un figlio.

Leggo vari articoli di donne che giustamente denunciano la pressione sociale che le invita a sentirsi orologi ambulanti che stanno perdendo l’occasione della loro vita. Le loro proteste sono spesso accompagnate dalla magnificazione di una vita senza pargoli, dedicata gioiosamente a realizzarsi come persone. Capisco che sia una reazione comprensibile alla pressione sociale, ma non tanto mi convince la loro assertività, tipica di chi cerca di persuadere prima se stesso che stia facendo la cosa giusta, poi d’imporla agli altri. Se fossero davvero convinte, a mio parere, starebbero serene con la loro decisione e non la sdoganerebbero come la migliore possibile, come d’altronde fanno con loro le supermamme.

Dall’altro lato, invece, ci sono articoli simpatici e graziosi come questo, un dialogo tra Dio e una mamma assonnata, spompata, esasperata da una neonata troppo esigente per la quale non ha il libretto d’istruzioni (“Le hai, si chiamano istinti”, risponde`più o meno Dio in uno dei passaggi più significativi). La bimba non la fa dormire né occuparsi di nient’altro. “Ma sei MADRE!”, le ricorda Dio, “Cosa può esserci di più importante?”.

Tralasciando la tentazione di rispondere alla domanda retorica, è curioso che Dio venga invocato in questioni di maternità e presentato goliardicamente come il responsabile di un’azienda che fabbrichi bambini: a fare la profexxorona ci vedrei un brillante nesso tra divinità, concepimento e capitalismo, ma vi risparmio la pippa mentale. Quello che m’interessa è la maniera sottile e simpatica, come per le mie due animatrici, in cui venga fatta passare una cosa che, ahimè, anche le tipe “antimaternità” danno per scontata: un bambino lo cresce solo la madre e richiede il sacrificio della sua vita.

È l’ineluttabilità di questo presunto assioma a spingere tante persone a schierarsi manicheamente rispetto al tema, quasi a dirsi di aver fatto la scelta giusta, qualunque essa sia.

Ed è questo che mi spiace tanto: mi sembra che una donna sia liberissima di dedicarsi completamente alla maternità, ma voglio che sia, appunto, una scelta. Che non le facciano credere che sia l’unica opzione, che tra lavoro e famiglia deve per forza scegliere e che deve fare tutto lei perché ha “l’istinto materno”: curioso che questa caratteristica così presuntamente innata cambi tanto nella storia, o non si spiegherebbero né le madri settecentesche che senza necessità mandavano il figlio a balia, con ottime probabilità di ritirarlo cadavere, né quelle madri “spartane” (e saranno in minoranza ma non sono poche, ve lo assicuro) che in ogni guerra invitano i figli a morire per la patria.

Comunque ad assecondare il ricatto morale anch’io sceglierei la famiglia, mica m’identifico col lavoro o i lavori che faccio. E mi premuro di accompagnarmi a uomini che su questo la pensino come me. Purtroppo i padri, sempre in nome degli istinti, vanno tenuti ai margini anche quando vogliono fare i genitori sul serio, non le figure di contorno. “Tanto che ne capiscono, loro”. Quanto è bello sentirsi indispensabili, specie quando, nel proprio contesto sociale, si hanno poche altre soddisfazioni.

Volete questo modello? Fantastico. Ma che non sia un’imposizione né l’unico modo di vivere la maternità. Qualcuna può affermare che sia una necessità, perché guarda caso suo marito guadagna più di lei e chi dei due ha dovuto rinunciare al lavoro? Sono sicura che in tanti casi sia ancora così (senza che giustifichi lo schiavismo materno, eh!). Ma per favore, siamo una generazione di padri ingegneri e mamme maestre? La crisi dà un contributo molto triste alle pari opportunità: non dà lavori sicuri alle mamme, li toglie ai papà. Così stiamo tutti con le pezze al culo. Io a Barcellona, che non è l’Eldorado, i genitori li vedo lavorare in call center di merda a pari salario, o insegnare entrambi, o fare lavori d’ufficio retribuiti uguale. A Barcellona vedo un sacco di papà con tracolla e passeggino che si accollano la metà dell’allevamento del figlio, non tengono la bambina un pomeriggio mentre vai ad aiutare una zia malata e per questo diventano il papà dell’anno.

Insomma, mettere al mondo dei figli mi sembra meraviglioso, è una cosa che mi piacerebbe tanto fare. Ma proprio tanto.

Viverlo come un lavoro a tempo pieno che mi accolli tutto io perché “ho l’istinto” e che non mi lasci il tempo per respirare, e per giunta mi piaccia pure, è un’idea che lascio a chi non sappia uscire dal dilemma di quella corrispondente indiana dell’Huffington Post che, con ingenuità illuminante, smascherava l’idea corrente di emancipazione chiamandola “essere allevate come uomini”. Perché se cresci “come un uomo” pensi al lavoro, se cresci “come una donna” diventi il piedistallo su cui metti i tuoi figli.

Scelgo la busta 3, per favore. Sono una donna che vuole che i suoi figli, se avrà la possibilità di averne, abbiano una madre forte e contenta, con tante di quelle energie che le avanzano per tutto il mondo, specie per loro.

E non ditemi “quando sarai madre capirai”, che vi faccio fare la capriola spezzaschiena di cui sopra. Senza colpo della strega, mica lo potete capire, che è pericolosa.

(PS: Subito dopo aver scritto il post, sono andata a vedere gli ultimi commenti al mio intervento sul dialogo “divino”. Mi veniva detto: “Ne riparliamo quando sarai madre”. Ho smesso di leggere.)

camera con vista2  C’era questo signore cinese che occupava una stanza d’albergo attigua alla mia, a Milano, secoli fa. Passava le giornate a cantare una nenia stonata che voleva essere lirica (talmente cattiva che non si capiva se fosse opera cinese o italiana). Quando chiedemmo spiegazioni in reception, un portiere spiegò appunto che il Farinelli di Macao si preparava per uno spettacolo (il cui pubblico, ovviamente, raccomandammo a Nostra Signora di Sheshan).

Insomma, amanti non corrisposti, immaginiamoci come questo qui, chiuso in camera tutto il tempo a provare eternamente questa melodia stonata in vista di non so che rappresentazione. Solo che la nostra, la resa dei conti con l’amato bene, potrebbe non venire mai.

Il fatto è che la tristezza da rottura o da due di picche, se coltivata, diventa sul serio una stanza a parte in cui ci rifugiamo ogni giorno. Lì ci creiamo un nostro mondo di sconfitta e sollievo di cui anche la persona amata diventa un abitante, un fantasma che aleggia solo lì, ma con la sua presenza rende inquietante la casa intera.

La stanza dell’amore/dolore ci serve quasi a proteggerci dal vuoto che ci siamo creati, visitarla ogni giorno diventa un rituale come andare a parlare con una lapide al cimitero. Una piccola morte che invece di essere salutata e lasciata andare diventa una parte della vita e la manda in cancrena.

Nella stanza, l’oggetto del nostro amore non ha più niente a che vedere neanche con l’originale: se lo dovessimo incontrare (e su questo non avete mezze misure, o evitate drammaticamente i posti che frequenta o ci andate sempre a finire) magari ci sorprenderemmo di trovarlo lì e non nella nostra stanza del pianto, mentre lui si sorprenderebbe del nostro sguardo da stoccafissi.

È vero, la “fase stanza” è un’anticamera che ci serve, a volte, per passare oltre, varcare quel corridoio che sembra così grande e passare ad altro, accenderci il fornello e farci la cena, o sederci in soggiorno a guardare il tramonto tra le antenne.

Il problema è quando la nostra vita ormai si consuma solo là.

Perché quando l’amore non è corrisposto, o non sappiamo pensare ad altro o ci avvelena tutto quello che facciamo. 

Quando è corrisposto, invece, succede il contrario: non ci concentriamo più su quello e possiamo pensare a tutto il resto.

L’amore corrisposto non è una stanza, è come aria che rinfresca tutta la casa.

Ma quando riusciamo a uscire di lì, quando abbiamo il coraggio di premere la maniglia e affacciarci a vedere il casino che è diventato intanto il resto della casa, succede tutto il resto.

Allora lo sentiremo come un tradimento, quasi, verso il fantasma. Scusa perché non abito più il nostro amore che tu hai già lasciato da tempo. State certi che saremmo scusati, se gliene fregasse qualcosa. Ma deve fregare a noi l’ottimo proposito di tradirlo per smettere di tradire noi stessi.

E allora su, su, cominciate a dare un’occhiatina, a ricordarvi com’era fuori, prima che vi muraste vivi.

Se lo fate bene, verrà il momento in cui l’amore sarà solo profumo, un mazzo di fiori depositato all’ingresso, e prenderà dolcemente tutto lo spazio che vuole.

san-valentino-mete-viaggiVeniamo alle dolenti note, che sono dolenti soprattutto per un’italiana all’estero alle prese con le connazionali inviperite perché gli uomini del loro nuovo paese “non se le filano”.

E che magari ha adorato il nuovo paese anche per questo.

Perché, vediamo un po’, cosa significa che non se le filino? Qua scoppiano proprio guerre particolarmente combattute da quelle che vogliono essere corteggiate e scambiano sta cosa per il pssst in mezzo alla strada, o giù di lì.

Allora, chiamata in causa in discussioni a cui non vorrei neanche partecipare, dal vivo o sui social, spiego che per me il pssst sulla strada non è affatto corteggiare. E personalmente, passando a metodi meno cafoni, non amo manco chi si senta obbligato a dirmi tutto il tempo che begli occhi che ho, che bella che sono, come se fosse un copione che dovesse recitare, anche perché, come dice un comico, il sottotesto quando si va a copione e non a soggetto è spesso dammeladammeladammeladammela.

Prova ne sia che quando degli amici timidi o con poco successo con le ragazze (ma è una gara?) mi hanno parlato di questa o di quella che apprezzassero, aggiungevano subito “Ma non so corteggiare”.

Allora corteggiare mi sembra sempre più sinonimo di impastoiare con una serie di complimenti che farebbero uguali a quella che dovesse venire dopo di te o mostrarsi più disposta a passare al sottotesto (che poi sta cosa di darla, mai capita, dal mio punto di vista ne prendo).

Ma la cosa che mi piace di meno dell’idea di corteggiare è questa creazione di ruoli che tiene come implicita. È un gioco, diceva un amico particolarmente affezionato a questo tipo di sceneggiata, salvo dichiarare che “Quelle che te la danno al primo appuntamento so come usarle, per quelle che m’interessano aspetto”. Sottolineo queste frasi perché me le hanno sempre sciorinate grandi corteggiatori, a confermarmi che questo gioco di ruoli non è esattamente una cosa che vorrei vivere.

Un gioco, dunque. Fantastico. Buon divertimento. Ma, appunto, bisogna divertirsi. Per divertirsi in un gioco bisogna non averne bisogno, scusate il bisticcio, se no diventa una necessità e non uno svago.

Una tizia che viveva in Germania, in una lettera a un giornale del 2007, diceva che gli uomini tedeschi erano deludenti, meno male che c’erano i turchi che ogni tanto la trattassero come un oggetto sessuale. Ripensai alla prima, meravigliosa sensazione di camminare in minigonna in mezzo a una comitiva di inglesi a Manchester che non si sentissero tenuti a fare commenti per dimostrare la propria eterosessualità. Come mi vengono in mente certe cose? Be’, compagno d’università, a Napoli, che ammette: “A volte quando sei circondato da altri ragazzi, specie tamarri, ti senti quasi in dovere di guardare una che passa facendo lo sguardo malato, ma io cerco di trattenermi”.

In dovere! Ma non era un gioco? E un gioco che si confonde pericolosamente con l’insulto per strada?

In effetti, diceva la sua anche una bella quasi-cinquantenne conosciuta qua a Barcellona: “Che simpatici, gli italiani! Erano incredibili, Ciao bella, detto a me, poi passava un’altra dietro di me e lo dicevano anche a lei”.

A proposito, battuta spagnola sugli italiani: “È così brutta che neanche un italiano se la scoperebbe”.

Battuta americana: “Qual è l’unica donna che un italiano non si scoperebbe? Una bruttiiissima bambina di 5 anni”.

Ok, questo non è un gioco, è una presa per il culo, al paese mio (e a quanto pare in quelli altrui). È un non fregarsene niente di come tu sia fatta o chi tu sia, è un vedere se ci stai, se no avanti la prossima, “bellissima” proprio come lo eri tu un secondo fa.

La questione è: perché abbiamo bisogno di questa cosa?

Perché lo so, che quelle che vogliono essere corteggiate e si difendono per questo come se fosse un tribunale, la vedono in modo diverso. Vogliono un uomo con tutti i crismi (?) che le faccia sentire desiderate, belle, capaci di sedurre col solo essere.

Fantastico. Liberissime. La questione è: lo vogliono o ne hanno bisogno?

Perché credo che ci sia un equivoco di fondo, ed è la stessa linea sottile che passa tra guardare con discrezione una donna o un uomo che passa (a me sgamano in trenta secondi nonostante faccia la vaga), e ritenersi autorizzati a fissare con insistenza e un sorriso volgare o a rivolgere la parola con eccessiva familiarità, quando ad esempio non si permetterebbero di dare del tu a una donna più grande o sfiorare volutamente un pendolare che aspetta la metro.

Quando succede questo, per me è molestia, è prendersi libertà che con persone che non ci interessano non ci prenderemmo mai e poi mai.

Le sfumature che avvengono tra questo e il non “filartisi proprio” sono infinite e di diverso gradimento, a seconda della persona.

Io ho la fortuna di avere un ragazzo che mi dice ogni giorno quanto mi trovi bella. L’ho avvertito, che dovrebbe cambiare la gradazione degli occhiali, ma non vuole saperne. Anzi, le sue appassionate dichiarazioni: “Sei bella anche in pigiama, con le pantofole pelusciose e i capelli sconvolti” mi sanno effettivamente di presa per il culo.

Ma non c’è mai stato, nel nostro rapporto, un corteggiamento.

“Come hai potuto fraintendere le mie intenzioni” mi disse un ex di quando ero appena tornata dall’Inghilterra “non c’è stato corteggiamento!”.

Allora, se vuoi starci insieme la veneri, per il resto c’è Durex.

Con quest’ex vidi la differenza tra la situazione corteggiamento e quella “irregolare”. Quando passammo da scopamici a coppia a tutti gli effetti (sì, a volte succede). Prima potevo pure morire, andare in vacanza da sola, uscire con altri uomini. Dopo, auguri di Natale non richiesti ai miei, presentazione alla famiglia, e davvero uscivo con la minigonna anche senza di lui?

No, col mio ragazzo di adesso il gioco di ruoli non l’abbiamo fatto. Non mi chiama bella perché mi stia corteggiando, non assume la funzione di quello che sa proteggere e riparare elettrodomestici mentre io perdo mezz’ora a prepararmi (“ma ne vale la pena”) e mi aspetto un regalo favoloso all’anniversario.

No, il mio ragazzo non mi ha mai corteggiata, spontaneamente mi dice quanto mi trovi bella e lo pensa. E non mi sono mai sentita così amata.

Allora, se volete l’uomo all’antica che porta rose e fa complimenti, fantastico. Quello che m’interessa è che non ne abbiate bisogno.

Che sia piacevole, ma non una necessità. Se la tipa della lettera al giornale voleva qualcuno che le facesse i complimenti la capisco, i complimenti sono carini, energia pura, un cioccolatino inaspettato a metà mattina. Se in Italia è arrivata a pensare di aver bisogno, di uno che glieli facesse, ci vedo un problema.

Perché il messaggio che passa, da quando tua madre ti spiega che riceverai attenzioni per strada, è ambiguo: non rispondere mai, ma è una cosa buona, significa che sei bella.

Allora, viene fatto di pensare, se non mi tampinano per strada non sono bella. E siccome essere bella è ancora sinonimo di esistere, in certi contesti, l’idea è “se non mi corteggiano non esisto”.

No, no. Grazie, ma passo.

L’ultima che mi ha fatto una filippica sul corteggiamento, vantandosi di aver trovato uno (italiano) che glielo offrisse, mi ha fatto un po’ pena. Ci sono uscita, col suo portentoso cavaliere, perché avevamo un’amica in comune ed entrambi eravamo appena arrivati a Barcellona. Lui aveva liquidato immediatamente la mia delusione con un coinquilino sentenziando “il problema è che ti sei concessa” (che non si sentiva dal delirio di Ophelia in Shakespeare). Poi mi aveva improvvisamente afferrato le braccia in un bar dicendomi che gli serviva calore umano (un gesto interpretabile in vari modi, ma comunque spiazzante per uno che conosci da mezz’ora). Qualche giorno dopo, suggeriva su facebook che stesse azzuppando il biscotto con una nuova (non ero io, per fortuna di entrambi).

Eliminato dai contatti, vai con Dio.

Dunque, se il corteggiamento lo vivete come un gioco, non vi partecipo ma lo rispetto. Se diventa un bisogno, specie per chi riceve le attenzioni, per me di base c’è un problema di autostima. E non sempre vengo rispettata io, quando lo dico.

Mi consolo tenendomi i miei complimenti quotidiani, sinceri.

Liberi.

E li ricambio di tutto cuore.

chipsIl pako del Parlament, oltre a essere il mio idolo assoluto di italiana a Barcellona, mi ha regalato un pacchetto di patatine.

Innanzitutto, lode a lui e a quei compaesani suoi che mi fanno sentire come a Napoli, perennemente convinti che sia troppo magra e dunque debba mangiare.

Poi, questa confezione ridotta fatta apposta per ingraziarsi clienti sparite da un po’, mi ha insegnato un… pacco di cose (no, continuate a leggere, non faccio più battutacce!).

Per esempio, mi ha insegnato che il mio altruismo segue strane simmetrie: uh, un pacchetto monodose omaggio. So già a chi darlo. Se mi avessero elargito, che so, un pacco di pasta, avrei saputo chi invitare a pranzo (non necessariamente la stessa persona del mese prossimo, dipende dallo stato d’animo dell’amico prescelto).

In secondo luogo, mi ha fatto realizzare che in quest’operazione tanto caruccia mi sfugge sempre un particolare: cosa voglia fare io. Il giorno dopo, fresca di scazzo col destinatario delle patatine rimaste intatte, mi sono infatti scoperta ad avere fame dopo una cena eccessivamente parca.

Che fai, mi chiede il buco nel pancino, ti pappi due patatine?

Macché, mi rispondo, quelle sono destinate a qualcun altro.

Ok, insiste il mio stomaco, ma chi l’ha deciso?

Io, devo ammettere.

Potrai ben cambiare una regola che hai stabilito tu, vero?, conclude il buco nero, speranzoso.

Sgranocchiando metà confezione, mi sono resa conto infine che sono di quelle che, quando subiscono un torto, si ritrovano a consolare la persona che gliel’ha fatto. Sono di quegli individui che hanno abituato gli altri a trovarli sempre disponibili e ragionevoli, pronti ad aprire il pacchetto di patatine a chi ha appena regalato loro una bella delusione.

E non lo dico per incensarmi, anzi, è questo il punto. Il punto è ammettere una volta per tutte che l’altruismo a oltranza NON è una cosa bella, una cosa che ci faccia onore. Che, se ci annulliamo sistematicamente o recitiamo il copione di quelli che non hanno bisogno di regali, attenzioni, sostegno, allora non c’è nessuno a condividerci, a dividere la gioia con noi. Perché sarà contento il destinatario delle nostre attenzioni, ma manchiamo noi, che ci trattiamo come se non fossimo nessuno.

Ok, adesso vi presentate sotto casa mia con una confezione famiglia di San Carlo.

Sarà contento il pako del Parlament, specie se l’avete comprata da lui.

https://www.youtube.com/watch?v=PRLTwB51ggo

(FILES) Rock'n roll legend Elvis Presley

Quelli delle canzoni non siamo mai noi. Avete quest’impressione, qualche volta? Parlo delle oldies, le canzoni d’amore alla Elvis, smielate al punto giusto e piene di promesse un po’ campate in aria.

Oh, in quelle non ci identifichiamo mai.

I nostri amori non sono mai nati, in realtà, così non c’è neanche qualcosa da rimpiangere, quando sono finiti. Anzi, siamo proprio abituati a essere marginali, periferici, nella vita di chi ci riserva un WhatsApp quando gli ormoni chiamano e poi lunghi periodi di silenzio. Finché non veniamo mollati per qualcuno che per quei tre mesi di amore eterno gli sappia riservare lo stesso trattamento destinato a noi.

No, i nostri amori non sono mai quelli da ballo del mattone. Specie in un’epoca in cui è facile appagare il sesso e difficile mantenersi insieme a lungo. Ascoltando quelle canzoni nostalgiche e un po’ ipocrite degli anni ’60 ci chiediamo come potessero quelle ragazze con la cofana ispirare tanto struggimento e ignoriamo il fatto che potremmo fare altrettanto, con un po’ di culo, se solo smettessimo di cercarci gente che questo non ce lo possa dare.

Siamo arrivati, finalmente, a questa consapevolezza?

E allora che ci facciamo, girando per il mondo a mendicare briciole di attenzione?

Il guaio è credere che “queste cose a noi non succedono” (quelle belle, dico), e accontentarsi di una relazione clandestina che è fantastica finché stiamo bene così, ma diventa squallida, e tanto, se quello che vogliamo è tutt’altro.

Chissà, magari ci boicottiamo pensando che le mani da stringere e tutte quelle smancerie portino a mutui da pagare e bimbi da cullare, e allora diciamo alle canzoni, vabbe’, non fa niente, almeno sono libera.

Libera di fare cosa, di chiedermi come sarebbe se qualcuno finalmente mi guardasse con gli occhi giusti, e non solo quand’è arrapato?

È quello, che dobbiamo capire: noi possiamo. Il più melenso dei romanticismi è più spontaneo, forse, della manfrina artificiale di ti-chiamo-non-ti-chiamo che sempre più diventa la nostra normalità. Amare è una cosa difficile ma sorge spontanea, se ce lo siamo dimenticato è perché abbiamo troppa paura e, spesso e volentieri, non crediamo di meritarcelo.

Specialmente quando ci dobbiamo ripetere costantemente quanto siamo validi noi, e quanto vigliacchi gli altri. Specie in quei casi abbiamo il sospetto che agli altri dedichino canzoni smielate perché sono molto meglio di noi.

E, guarda un po’, ci circondiamo di gente che confermi queste nostre convinzioni. Perché preferiamo avere delle brutte certezze che delle novità incerte.

Pensiamo a tutti gli amori che abbiamo perduto a non credercene degni.

E ora passiamo a quelli che non ci perderemo.

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