La prima notizia che so di me risale al 23 novembre dell’80. Per la serie, il buongiorno si vede dal mattino.
Ed è un silenzio.
Mia madre era accorsa nella campagna di fronte casa con tutta la famiglia, alle prime avvisaglie di terremoto, e mettendosi la mano sulla pancia, che mi avrebbe contenuta per altri 3 mesi, non mi sentiva più. Secondo me mi stavo incazzando tipo il sabato sera quando vivevo a Joaquim Costa, una delle vie più affollate del Raval, e quasi quasi lanciavo anch’io il secchio d’acqua sporca ai turisti ubriachi.
Vatti a fidare, dovevo pensare. Fino a cinque minuti fa il patto era che questa qui fuori che beve tutta sta camomilla si muoveva, e la terra restava ferma. Mo’ la terra trema e questa corre.
Dovevo essere molto indignata. O un po’ spaventata, più probabile.
Sarà per questo che una parte di me lì è rimasta, accucciata da qualche parte della mia, di pancia, e si esprime solo se ti ci metti d’impegno (con terribili borborigmi, se è il caso). Quando non so bene che fare… no, non vado dove mi porta il cuore, banalotti, ma mi siedo da una parte e cerco di sentire la ciaccara spaventata che non si muove da allora. Le dico oh, manifestati, esprimiti. Che vogliamo fare?
Oggi, per esempio, non la sentivo. Sarà che avevo la nausea e un appuntamento importante con l’editore del libro, e il quadretto più allettante che mi si prospettava ero io che gli vomitavo addosso sporcando anche le lettere dei soldati, che le stampe costano pure care e non mi anticipano una ceppa.
Allora, sulla porta del bagno, ho capito che sarebbe stato il momento decisivo. Piede a destra, faccio la doccia e banzai. Piede a sinistra, mi schiaffo sull’amaca e mi piango addosso, cercando eventualmente di centrare la gatta bastarda in caso di conati.
Un momento, davvero.
Per fortuna, quello giusto (la ciaccara è cresciuta negli anni ’80, che vi aspettavate, pubblicità intelligenti?).
Asciugandomi col telo gigante, ancor prima di presentarmi all’appuntamento con mezz’ora d’anticipo (scusi ma non mi sento bene, possiamo parlare adesso?) mi sono detta che con un po’ di pazienza mia madre mi avrebbe sentita, anche dopo il peggio terremoto.
Spaventata, incapace di capire cosa stesse succedendo, e perché proprio a lei.
Poi mi è venuto in mente chi mi ricordasse, a bussare dall’interno di un palazzo.
Il signore educato di Rodari che chiedeva “Permesso, si può uscire?”. Era tanto ben educato / che bussava con i guanti. / Morì dentro il portone / perché nessuno gli disse: avanti!
Invece lei non chiedeva permesso, voleva uscire e basta, e la gente non si fermava.
Si è fermata una a caso (sì, avete indovinato, io), senza leggere l’insegna sul portone.
– Voglio uscire, sono rimasta chiusa dentro, non sono neanche di questo quartiere!
Ho provato a bussare. Un solo citofono. Niente.
– Chiama la polizia! Mi ha portato qui una signora, credevo fosse per restare un paio di giorni, non credevo fosse tanto cattiva.
Finalmente ho letto l’insegna.
Casa di riposo per anziani.
È scesa un’altra anziana in camicia da notte.
– È pazza, non ci faccia caso.
– Lei torni in camera sua. E tu, chiama la polizia.
Quasi si picchiavano.
Sono arrivati due infermieri.
– È pazza, non ci faccia caso.
– Non è vero!
– Non mi sembra il caso di dirlo così – io all’infermiere. Sempre dall’altra parte del portone.
Le ho promesso che sarei andata a farle visita. Un’altra promessa che non so se potrò mantenere.
Lunedì
Mi becca davanti al portone di casa mia. Mi sbarra la strada, ma non mi fa paura.
Anche perché sorride e le si fanno gli occhi piccoli, come quelli della mamma. Ci manca solo il bindi al centro della fronte, che a volte si fa anche lei per imitarla, e sembrano due gocce d’acqua nello stagno del tempo.
– Dov’è casa tua? – mi chiede.
E sale sulla moto.
– Qui. È la tua moto, questa?
– No. Tu hai due case?
– Be’, sì. Una al mio paese, che è dei miei genitori, e questa qui.
– E qual è il tuo paese?
– Si chiama Italia.
Ripete il nome, incerta.
– Mio padre al suo paese ha [mi descrive una serie di cose che avrebbe suo padre nella casa in India]. E poi una moto come questa, ma verde, blu e rossa.
Dice verde e roja in spagnolo, poi blau in catalano.
Metto in zaino i 4 kg di chorizo criollo, scostando gli 8 litri di vino. Sollevando il malloppo sospiro:
– Verrà la morte…
Passa un bel macellaio.
– … e avrà i tuoi occhi.
Ora, non so se Cesare Pavese si sia rivoltato nella tomba, a essere citato nel bel mezzo della Boqueria per una cosa così volgare, ma gli dei mi hanno punito: la damigiana di vino ha schiantato lo zaino proprio al centro della Plaça de la Catedral, tra turisti che si crogiolavano al primo sole della settimana.
E il Rai era ancora lontano. D’altronde martedì restava aperto almeno fino alle 15.30, per posare la spesa che facevo, aspettavo i co-organizzatori del pranzo sociale Altraitalia del primo maggio? Quelli disponibilissimi, sempre al telefono, pronti a dirmi quanta roba comprare e dove prendere la cansalada (che finalmente ho scoperto cos’è, bleah) ma quasi tutti con figli e lavoro d’ufficio, e a fare la spesa indovinate chi ci è andato? Gli zitelli che lavorano strano.
Ma ne è valsa la pena. Ne ho organizzate, eh, di iniziative così. A volte c’è qualcuno che si atteggia a lider máximo, e poi non sa neanche concordare le riunioni organizzative con le partite del Barça. Altre volte ti ritrovi con 20 kg di riso e due pelati per condirlo. Anni fa il mio ex si offrì di farci il riso palau per l’occasione, lo vidi versare un’intera bustina di spezie e non feci in tempo a fermarlo.
– Nooo, guarda che lo dobbiamo vendere a europei delicati di stomaco!
– Ah, allora ne metto una busta sola.
Non so se gli invitati a quella serata si stiano ancora ricostruendo l’apparato laringo-faringeo.
Ma dopo mercoledì so che il concetto veneto di amatriciana riesce a essere più viuuulento di quello romano: nella pignata accanto alla mia (che conteneva modeste zucchine per vegetariani) ho visto sparire salsicce, carote, parmigiano e pecorino insieme…
So anche che l’ingrediente segreto, in un’associazione, è l’affetto, per quanto la scoperta faccia un po’ Shirley Temple. Che sia il solo vero collante che porti la gente a organizzare catene di montaggio per portare i piatti, mentre quella quarantina d’invitati (tutti prenotati all’ultimo momento) affollano le panche di uno stanzone senz’aria (ma perché chiudono sempre il balcone?). Che porti tutti a sopportare i masticielli che vengono a sentenziare in cucina solo nella pausa sigaretta, ad accogliere con simpatica rassegnazione il ritardatario che doveva presentarsi un’ora prima con la sua parte di pappa, mentre tu ti stai già trasformando in Super Saiyan.
E nei fumi della stanchezza e di quella mezza birra bevuta tra due chiacchiere in napoletano (la Babele italica in cucina era totale, io chiedevo un cuppino, Paolo dei ciap… nonsocosa, che poi erano presine, e Max parlava friulano col tipo che cucinava prima di noi), tra sorrisi e schitarrate catalane e fisarmoniche calabresi e pentoloni di bis ti vengono ancora più pensieri cursi, cheesy e una parola in italiano non c’è, lezioso, forse, sdolcinato, non so.
Insomma, pensi che divertirti non ti stai divertendo tanto, organizzare è una responsabilità e sul cumannare è meglio ca fottere hai i tuoi dubbi, ma stai cucinando la pasta di cui hai chiesto due anni fa la ricetta. Nella tenuta che ti aveva messo in imbarazzo proprio lì, un anno fa, alla proiezione del documentario No-Tav e che adesso è una seconda pelle, l’unica battuta, quando ti offrono la presidenza, è “la prossima volta in tailleur”.
E adesso, bambini di ogni età, comincia la storia della pioggia.
Ieri la vostra narratrice è stata in un bel posto che si chiama La Nave Espacial a vedere Alice nel Paese delle Meraviglie, storia di una regina cattiva che voleva sgomberare il Paese delle Meraviglie perché era autogestito (parola poco fiabesca, ma a volte magica). Per fortuna vinceva la regina bianca, una sovrana buona molto speciale, infatti è repubblicana.
Non come certe repubbliche in cui la gente fa una cosa che si chiama elezioni che poi non serve a niente, perché poi quelli che comandano fanno quello che gli pare e poi un signore molto molto arrabbiato e triste un brutto giorno se la prende con chi non c’entra proprio niente.
Questa regina è repubblicana davvero.
E sapete perché vinceva lei?
Perché c’era la pioggia.
Dovete sapere, cari bambini, che quando c’è la pioggia a Barcellona, tutto è possibile. A Napoli è ancora più magico, infatti tutta la città si trasforma in un fiume: chiedete a papà che significa testacoda su asfalto bagnato. Ma questa è un’altra storia.
La magia della pioggia a Barcellona è che, solo quando piove, si avverano tutti i vostri sogni. Però, quando torna il sole, tutto diventa come prima, e nessuno si ricorda niente. E a Barcellona, in realtà, piove poco.
Dev’essere stato un incantesimo difettoso, che le fatine cercano ancora di risolvere. Per sapere a che punto stanno potete rivolgervi a dei maghetti che girano per il centro con parole magiche come cervezabeer, hashish, coca. Ma io, personalmente, non indagherei.
Mi godrei il buio di una giornata di pioggia.
Sì, perché le tenebre sono importanti, bambini. A parte che senza di loro non ci sarebbe la luce, le tenebre insegnano tante cose. Alice sprofonda nelle tenebre per capire chi è veramente. E tanta gente, tanta, nei racconti, scende giù giù nel buio più profondo, chiedete alla maestra cos’è la catabasi.
E allora, solo con la pioggia, quel posto un po’ magico che è la Nave Espacial, non si preoccupa più della regina cattiva che viene a cacciare via tutti, e continua a offrire cabaret e circo gratis a grandi e piccini.
E mentre i rivoli d’acqua puliscono un po’ il balcone della narratrice, che era ora, ma distruggono pure la lettiera della gatta, lo gnomo cattivo del terzo piano diventa buono buono, chiede scusa a tutti per aver tagliato i fili delle antenne e cambiato la serratura del terrazzo, e nessuno pensa più a cacciare lui, anzi, lo nominano vicino dell’anno.
Se piove proprio forte forte, le signore della porta accanto la smettono perfino di sentire la bachata, una musica inventata direttamente dalla strega cattiva del Mago di Oz, e cominciano a metter su delle canzoni che pure se piove ti viene voglia di far festa sul loro balcone, e prima che esca il sole scoprono che nel loro paese possono sposarsi pure se sono due signorine, e partono per la gioia dei timpani di tutti.
Invece il ragazzo del palazzo accanto, che ha la pelle e il passaporto di un colore diverso dalla narratrice (e col sole questo è un problema), trova un lavoro vero, non uno che paghi tanti soldi per fingere che stai lavorando, e intanto ti danno un pezzo di carta che dice che puoi restare. E la sua casa per magia diventa così grande, ma così grande, che i suoi dieci coinquilini non devono più dormire 3 o 4 per stanza, bambini compresi, ma vanno qua e là felici e fanno una bella cena a base di curry e invitano pure la narratrice. Va bene, pure voi, ma a voi poco piccante che se no fate come Biancaneve e la mela, senza il principe che viene a baciarvi.
E a proposito di principi, quando piove la narratrice dell’ultimo piano non deve più chiedersi, guardando i viandanti che bussano alla sua porta, quali siano i principi e quali i draghi, e se i primi siano più buoni dei secondi o siano i draghi, in realtà, quelli più buoni e utili in cucina. Quando uno dei viandanti che numerosi, ultimamente, bussano alla sua porta (si fa quel che si può) chiede se può restare, lei con la sua supervista capisce subito se è principe o drago, pellegrino o cataplasemo ‘e semmente ‘e lino (è una parola magica di una terra lontana). E lo lascia entrare contenta e si addormentano sorridendo.
Prima che il sole riporti tutti i pasticci.
Ma finché c’è la pioggia, cari bambini, che l’aria cambi.
25 aprile piovoso, buona scusa per restare in casa.
Ho un riflesso condizionato, con la pioggia: una parte di me dice ancora meno male, una ragione valida per non uscire. Anche se uscendo farei cose interessanti. Anche se uscire sarebbe molto meglio che restarsene a rimuginare in 35 metri quadri, tra lavoro al PC e letture sul letto.
Possibile che non si faccia niente, a Barcellona, per il 25 aprile italiano?, sospirano virtualmente dalla mailing list di Altraitalia. Quello portoghese sì, qualcosa c’è. Quello italiano lo festeggiamo sfottendo su Drammi facebookiani quelli che “i partigiani erano tutti santi, eh? bravi, continuate a negare la storia” ecc. ecc. Lo so, è un po’ sparare sulla Croce Rossa, ma si sa, chi va con lo zoppo… Io sono la prima a dire che i miti di fondazione vanno decodificati, approfonditi nel bene e nel male, ma certo che quando questi teppistelli salirono sulle montagne, mentre Gandhi e Bob Marley governavano così pacificamente (l’asse Bombay-Kingston, mai sentito?), lo fecero per puro spirito sportivo. Viva il fasssio.
E viva i messaggi che alle 20 di sera ti salvano dal programma pizzacinema, che a casa diventa youtube-mortadella vegana: vieni allo Shanghai? C’è un compleanno e ho voglia di spritz.
Pronti.
Anche se non ho idea di dove sia questo Shanghai e lo spritz mi ubriaca al terzo sorso. Ma il bar è italiano e la compagnia piacevole, e soprattutto, scusate il clichè bestiale, ma a un certo punto mettono Bella ciao dei Modena City Ramblers.
E finalmente. L’ho quasi odiata quando la intoniamo agli scioperi generali, bella bellissima ma parliamo di banche e speculazione come gli altri, per favore. Ma il 25 aprile, circondata da italiani, in una città che ha ripreso a commiserarci per quello che accade in Italia (e se date un’occhiata alla politica spagnola capite che il fatto è grave), riscalda più dello spritz.
Più del momento, meraviglioso, in cui tutti cominciano a sognare a occhi aperti che manco a scuola: e adesso compriamo casa, e ci mettiamo due bagni, vieni a vivere con noi? La cerchiamo a Sants, no anzi a Poblesec, e apriamo pure quella casa editrice che ce vonno ‘e sorde, ma li troveremo. Ma non sono solo sogni, anzi, scatta il solito aiuto concreto tra gente che sta sulla stessa barca, e non hai lavoro e allora mandami il curriculum, e guardati quest’annuncio per case in vendita e che begli occhi che hai… No, scusate, era off topic.
Il classico napoletano ubriaco mi viene a insultare con un sorriso, per poi rendersi conto che lo capisco e toccarmi affabilmente il culo prima di allontanarsi.
Mi allontano anch’io, tra gli spacciatori del Gotico, giocando a tirare i fili delle opportunità che mi ha offerto la serata. A seguirle tutte la mia vita cambierebbe radicalmente, e a volte sarebbe bello e indolore, a volte meno, perché ci sono inquietudini a cui ti affezioni come a certi graffi sulla schiena, che non sempre fanno male. Sembro la bimba di Banksy coi suoi palloni. Non c’è solo quella che perde il cuore, ce n’è anche una che vola, trasportata da una serie di palloncini. Sta a me decidere quale voglio essere. Sta a me.
E mentre lo penso mi viene in mente, non so perché, il mio libro preferito di quinta, di un’archeologa sarda. Quando la protagonista, che invece sta in quarta, scopre che il suo primo amore (lo zio di un’amichetta) sposerà la sua insegnante preferita. L’amichetta che glielo dice ha paura che si metta a piangere. Invece lei ci pensa un attimo e sorride. “Ascolta il mio cuore”, dice. Batte tranquillo, perché le sembra perfetto.
Lo sapevo solo io. Non avevo capito che Massimo Carlotto proprio non ci veniva più, alla Libreria Le Nuvole. Avevo pure letto il messaggio della disdetta per motivi familiari, ma per un diabolico intreccio d’informazioni avevo capito che magari non oggi che è Sant Jordi (e non era proprio previsto), ma almeno ieri sera avrebbe presentato il nuovo libro.
Ovviamente, che mi sbagliassi l’ho scoperto in metro, a biglietto già vidimato. La T10. La prima volta che la comprai credo non arrivasse a 7 euro. L’ho ripresa l’autunno scorso, dopo una lunga pausa, e poco ci mancava che la macchina m’ingoiasse la 10 euro intera, senza ruttarmi manco un nichelino di resto.
Che fare? Ormai mi ero truccata e imparruccata, un’altra linea del romanzo da recensire (una storia di lupi mannari) mi avrebbe fatta ululare che manco in Frankenstein Junior… Sono scesa a Gràcia, almeno 10 minuti a piedi risparmiati. Ho pensato di allungarmi verso Plaça Catalunya e cercare di capire come vorrei vestire la nuova me.
Infatti, come da tre anni a questa parte, cambio di nuovo. Dentro e fuori. Mi attivo tanto, ho deciso di provarci davvero, a fare solo quello che mi piace. In politica, nel lavoro. La carne mi fa quasi schifo, ormai, anche se ancora non sputo la fetta di prosciutto se me la trovo per sbaglio nel tramezzino. E mentre la nuova parrucchiera mi toglieva per sempre la tintura platino che mi faceva chiamare Shakira dagli ubriachi, la radio dava Common People, e a me veniva da ridere.
E poi ho scoperto che rispondo. A cosa? Ieri, alla visione dell’anziano vicino che mi ha adottata e mi ha fatto perfino il letto in cui dormo, e in quel momento camminava bassino e magro, col barbone, circondato da due ragazzoni della Guardia urbana. Ma a passi lenti, come se stesse passeggiando con loro tra i turisti di Portal de l’Àngel, in direzione opposta al negozio di scarpe che puntavo io. Nella busta a tracolla, di quelle di stoffa per la spesa ecosostenibile, le lattine di coca trasformate in ceneriera che vende seduto a terra, su Portaferrissa.
E allora mi sono girata. Non era scontato che lo facessi. Da tempo mi ero un po’ stancata, di queste adozioni tra vicini, del paternalismo che accompagna l’affetto per una straniera biondiccia che vive sola nel Raval. E qualche volta mi sono data per occupata quando non lo ero poi così tanto.
Ma sono tornata indietro. Il ragazzo è stato gentile, è un affare del signore, non posso dirglielo per la sua privacy. Me l’ha detto il diretto interessato, nel suo inglese, e non ci ho capito molto, sorrideva il suo sorriso amaro e sdentato. Ha parlato di affitto, di soldi che non aveva per pagarlo, non ho capito se si riferisse a casa sua o all’autorizzazione per la bancarella. Possiamo proseguire tutti insieme, ha chiesto il ragazzo in spagnolo. Il collega dava informazioni a una turista. Posso aiutarti, ho ripetuto in inglese. No, grazie, Mariya, come mi chiama. Era una multa, l’avrebbe pagata.
Ah, già, i documenti sono a posto. Ha trovato una bella ragazza che se lo sposava gratis perché tra i loro passaporti non ci fosse più differenza.
È allontanandomi che ho capito che la matita per gli occhi non sarebbe arrivata intera, a casa. Non so manco perché. Forse per la visione del vecchietto circondato da ragazzi alti che non parlavano la sua lingua, ma era lui a stare nel loro paese. Che per vendere le sue lattine non ha l’autorizzazione, e la legge è quella. Ma… Ma.
Vediamo ste scarpe.
Niente, le più belle erano fatte di finto sughero. Rovistando tra sciarpe e borse ho ripensato a Piero che al Parc de la Ciutadella, domenica, alla Fiera della Terra, mi ha messo in mano la prima tammorra in 32 anni.
– Non la so suonare – ho confessato.
– Impugnala così, e non pensare alla tecnica, comincia a prenderci confidenza.
Così ho fatto, e così facevo, ieri, con me. Prendevo confidenza, cercandomi tra gonne di finto chiffon e maglie al 30% al Corte Inglès. Non mi sono trovata, perché ovviamente non ero lì.
E neanche sull’altalena della foto che ho messo su facebook, un’altalena di 30 anni fa che sarà finita arrugginita in soffitta. La stessa faccia e lo stesso sorriso, ha detto uno. Cos’è che ho in comune con quella, cos’è che non cambia mai. Cosa…
Cosa ci trovate, in lei?, chiese una volta una tizia a un ragazzino che mi veniva a prendere. E lui disse qualcosa che ora ricordo come “Energia”,o giù di lì, e che visualizzo come un fuoco. O meglio, come una luce di quelle scoccianti d’estate, non so se di un lampione o un falò, che se ti ci avvicini troppo ti scotti, ma alla giusta distanza non sono male.
Questo è il classico articolo post-evento in cui sfotto a tutti quanti. E dopo aver faticato tanto alla serata Ricomincio da te – Da Barcellona per Città della Scienza, un cordiale pernacchio non ce lo meritiamo forse pure noi?
E allora sfotto Marco R., che tra un’emergenza e l’altra pareva la tarantola evocata ben due volte in corso di concerto, Matteo ‘o fotografo che, checché ne dica, pare sempre ‘o frate ‘e Saviano (“‘o frate intelligente”, specifica), e pure la sua promessa sposa, maestra di tarantella calabrese per una sera, che sta per passare stu guajo. E poi Ada, che stava lì a correre avanti e indietro appresso alle chiavi del Pou de la Figuera (“L’armadietto… L’armadietto interno!”), mentre Stefania, da brava attrice, proprio s’immedesimava nel suo ruolo di perseguitartisti, mettendoli in riga. A proposito di mettere in riga, Diego poco ci mancava che trasformasse il fulvo barbone in un minibaffetto e ci dicesse alla Acuto “Ki nun akkattare bigliettinen, è propeto ‘nu Kainen”. Il bello è che aveva ragione, fosse stato per me e le mie collaboratrici-attrici alla porta (onore al merito, soprattutto per avermi sopportato), una decina di biglietti dell’estrazione nun se vendevano.
Gli artisti, purtroppo, non posso sfotterli a dovere, perché tra cassa e spedizioni per comprare i piatti e la guardia allo sgabuzzino (la cosa che mi riusciva meglio) ho visto poco e niente. Ho adorato l’ultima canzone di Alessio Arena, che se ne stava soletto con la sua chitarra ad aspettare cu’ ‘na pacienza ‘e Giobbe che, negli orari slittati, venisse il suo turno. E mi ha sorpreso il Buonanotte Fiorellino, dell’allegrerrimo Ciccio De Gregori, cantato dai Ual·la música. Non mi posso manco più godere la Tammurriata nera dei Salentu Taranya, perché per colpa di John Turturro ormai canto Lay that pistol down. E parlando di pizziche e tarante, che dire dell’eroico Marco B, che cercava impavido di far ballare la pizzica a una banda di sfrantummate che, per qualche arcano motivo, proprio non riuscivano.
Sergio si sfotte da solo, immedesimato com’era nel ruolo di plurivaiassa della Gatta Cenerentola, tanto che tra una risata e l’altra mi aspettavo, come insulto fuori programma, un funiculare senza currente! E del bravo presentatore Banzo-Super Almuerzo ricorderò soprattutto gli improperi assortiti nei confronti del Casal, reo di essersi spostato apposta perché non lo trovasse più. Fortuna che poi ce l’ha fatta, e ha resistito 6 ore in piedi con tanto di sfiancante sorteggio finale (ahò, ‘na ventina di biglietti estratti per 5 premi!).
E soprattutto sfotto me, che a un certo punto avrò ‘mbriacato gli eroi del bar mandandogli clienti con 10 bigliettini cocozza (quelli da due euro, ricordo ancora) per consumazioni da 1,50. Che alla terza canzone delle Questioni Meridionali (e ricordiamo sempre che Piero è in realtà Giancarlo Giannini), quando siamo riusciti a far ballare anche l’assessore, mi sono levata gli stivali da trans e mi sono messa a ballare (male) coi soli calzerotti multicolor stile Pippi Calzelunghe (abbinati a una tenuta azzurro transgenico che faceva più Puffetta che curva B del Napoli. A proposito, Fozza Napoli!).
E perché ho fatto quest’articolo a schiovere? Perché sfottere fa bene. Perché sfottendo sfottendo, faticando e senza mai prenderci sul serio, abbiamo fatto un evento di cui siamo orgogliosi. Perché una vrancata di sfrantummati si è messa lì e per una sera si è ricordata che si può essere napoletani, italiani, esseri umani nel mondo senza smettere di pigliare tarantelle.
E scusate se è poco.
(Messaggio per il tipo bellissimo con cui, dopo mesi di pizziche solitarie, stavo per ballare un secondo prima che finisse il tunnel umano: di solito le porto, le scarpe, eh).
È tutto pronto. Abbiamo fatto l’ultimo sopralluogo, ci siamo confrontati, bombardati di messaggi facebook e continui aggiornamenti, qualche volta abbiamo pensato di mollare tutto, ma poi ci siamo detti nooo, quest’evento s’ha da fare.
Ingresso libero, però uagliu’, è una gara di solidarietà per contribuire nel nostro piccolo alla ricostruzione di Città della Scienza, almeno un biglietto della lotteria ce lo prendete, no? Certo che sì, specie dopo aver letto i premi. E poi se magna buono e italiano (scusate la ridondanza) a prezzi anticrisi.
Su TeleQuirinale spiegano la strategia di schede bianche che eventualmente voteranno i sostenitori di Marini per arrivare alla quarta votazione, e io ci capisco meno che i commenti di Vasari sulle pitture senza rilievo della maniera moderna. Capisco solo che il tafazzismo a oltranza che caratterizza la sinistra italiana è lungo a guarirsi, e non so che farci, a parte tornare sempre in Italia per votare.
Nel Palazzo scelgono il Presidente, nel mio palazzo cacciamo il vicino che ha tagliato i cavi alle antenne. All’agenzia immobiliare hanno accolto con una ola la mia protesta, l’ennesima del vicinato, e non mi decido a scrivere la lettera di protesta formale che potrebbe eventualmente costargli lo sfratto. Dove va a finire, quel povero cialtrone? D’altronde siamo stufi di angherie e ha le chiavi del terrazzo accanto al mio, e sa scavalcare, l’ha fatto quando era gentile e mi aiutava in casa.
Però la visione di Marco Mengoni dalla TV recentemente restaurata mi fa associare questo momento incerto a una canzone sua che non conoscevo, immune come sono al bombardamento radio che affliggerà chi è rimasto in Italia: la trovo sempliciotta, linea melodica un po’ scontata, fatta apposta per piacere a tutti e farsi dimenticare in poco tempo. Eppure fa tenerezza nella sua indolenza, come la bella faccia un po’ malinconica di chi la canta.
Anch’io, che la stonerei tutta, ho cominciato il corso di canto e ho scoperto che la prof. fa molto crecimiento personal, che qui va di moda: la voce per scoprire come sei fatto dentro, e chiudi gli occhi e immagina una corda che passi per la tua spina dorsale e colleghi il cielo al centro della terra ecc. ecc. Meno male che faccio mindfulness, mi sto riavvicinando a certe pratiche del mio periodo zen, alla luce dell’esperienza accumulata nei tre anni successivi.
Allora apprezzo di nuovo la vulgata junghiana delle donne che corrono coi lupi, l’esigenza di ritrovare il tuo istinto depredato da quello che i racconti popolari chiamano il diavolo, e che possiamo definire paura, insicurezza. Ho trovato un mio appunto in spagnolo maccheronico, al margine del racconto della fanciulla monca, proprio dove l’autrice dice che il diavolo ti offre un patto scellerato che accetti perché non ne conosci bene i termini. Io ho scritto “a me ha offerto di non sentire dolore, in cambio di non sentire”.
Altri tempi.
La primavera bussa incerta al mio balcone che ora puzza un po’ di gatto, anche se pure la gatta è scomparsa da un po’, incostante senza saperlo, come me. Il cielo non sa se venire giù in una pioggerella di stagione o fare spazio al sole.
Io faccio grandi cose, tutte insieme, e mi stanco, e i risultati non sempre si vedono. Il miglior risultato è, appunto, che le faccia in modo incessante.
Quindi, immagino sia solo la stanchezza, e il pizzico di malinconia che rimane dopo l’inverno, a farmi indugiare in questa giornata serena o poco nuvolosa come nel plaid che stanotte ha sostituito definitivamente il piumone, che ho buttato incazzata in ripostiglio dopo un’ora a rigirarmi nel sonno.
Mentre il mondo cade a pezzi, dicono. Io non spero che me la cavo.
Modestamente, il primo chitemmuorto è partito dai miei amici.
Che sono arrivati così presto da aggiudicarsi un tavolino al Bar Blau con Milan-Napoli.
Io no, ho passato una di quelle domeniche c’ ‘a pazzaria, come direbbe mia nonna, che vanno bene sole e palestra e donne che corrono coi lupi e tutto quello che vuoi tu, ma Vasari scrive più strano del solito e non tanto si traduce, la gatta non si rassegna al fatto che il divano sia off limits e insomma, adda passa’ ‘a nuttata.
Che non ce la facesse passare, e brutta, il Milan, ho pregato entrando nel locale, laddove entrare è un parolone: una distesa di sgabelli mi separava dall’invidiato tavolino amico, e modestamente il primo alla mia destra llevaba mi nombre, era l’unico libero. Parallelo a quello dell’altra femmena del gruppone, e che cavolo. Poco importava che lo schermo lo vedessi spaccato in due dallo stipite dell’ingresso, e la finestra che mi hanno pregato (in spagnolo) di aprire non aiutasse la visuale.
L’importante è che non si siano accorti che a cinque minuti dal mio arrivo abbia segnato Flamini. Se no non starei qui a raccontarlo.
Il mio occhio è stato attirato come una calamita dalle macchie azzurre che si muovevano frenetiche dietro al bancone: le cameriere, con le scritte allisciatece stu bebè e figl’ ‘e bucchino senza core. La citazione commuove quasi quanto il gol di Pandev, che ha mandato all’aria qualche sgabello, e pure il tavolino di cui sopra, che quello del chitemmuorto avrebbe voluto schiattare nei reni del solito criticone stile “Lo sapeva fare pure lei!” (alla sua promessa sposa, peraltro).
Poi, nell’intervallo, l’hooligan mi ha proposta come primo premio per la lotteria dell’evento di sabato, Ricomincio da te, il 20 aprile dalle 16 alle 22 al Casal Pou de la Figuera, venite numerosi. Niente paura, alla fine ci siamo accordati perché non esca dalla pastiera gigante vestita solo di una foglia di fico e due mele (anche se due cerase sarebbero bastate), ma faccia da deterrente per chi resta a casa. Se non venite e non diffondete il messaggio, mi ritrovate sul vostro divano a raccontarvi la storia della mia vita. Sì, un’altra volta. Io vi ho avvisati.
E il secondo tempo ha fornito più di qualche capitolo alla narrazione. Canterò, ad esempio, del vecchietto ‘mbriaco che mi ha poggiato una mano sulla spalla per alitarmi in faccia vari bicchieri di birra e la dolce confessione: “Devo andare al bagno, ma non so come passare”. Sono drammi.
O della farfallina che proprio non voleva saperne di uscire dalla finestra, che le avevo lasciato socchiusa apposta. Il cane di Pavlov le fa un baffo, la sindrome di Norimberga per lei è un raffreddore. Ma semblable, ma soeur.
Continuava a girare impazzita tra tifosi che urlavano qualsiasi sconcezza a Flamini, giustamente espulso, mentre io stessa, all’ennesima sputazzata di un giocatore del Milan (stasera le facevano artistiche quanto i loro capelli), gridavo Chi schifo!, facendo voltare divertito chi stava seduto davanti a me.
A metterla su youtube si sarebbe aggiudicata per compassione il titolo di Presidente della Repubblica italiana alle Quirinarie, a pari merito col Pulcino Pio.
Ma starà ancora danzando nell’aria sulle note di Curnutone, sparato a palla, finalmente, alla fine di un pareggio che avrà deluso tanti, ma inso’, io ormai ho imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno.
Specie se accompagnato, come stasera, da una grande parigina*.
* Curiosità: nel paese mio e d’Insigne (quando è entrato ho pensato Santu Sossio sia con te) la parigina si chiama tramezzino. Le più buone della mia vita le divoravano le mie compagne di classe al bar di fronte alla succursale del liceo, prima di sedersi a tavola e mangiare pure primo, secondo e contorno. Da noi negli anni ’90 gli uomini nun ‘eveno tucca’ l’ossa. Io ovviamente ero un’alice salata. Andando all’università abbiamo scoperto che a Napoli si chiamava parigina. L’abbiamo intuito perlopiù al terzo club sandwich servitoci al posto del delizioso ripieno, dopo averlo regolarmente pagato. Piano piano ci arriviamo anche noi.