Nell’elenco dei pomeriggi strani della mia vita posso includere anche quello di ieri: nel giro di mezz’ora ho incontrato due ragazzi che si erano appena lasciati, dopo aver tentato di vivere insieme per un po’.
Con uno ho un rapporto di lavoro, quindi abbiamo parlato poco. Con l’altro abbiamo preso un caffè con sfogo annesso.
Il primo era mezzo accampato in un appartamento di quelli di transito, eleganti perché non ospitano gente per più di un mese e devono valere il loro prezzo. Era dimagrito, timido come sempre, e non mi ha detto niente, si è messo al lavoro.
L’altro pure era magro, forse per questo aveva gli occhi che sembravano più grandi, più umidi, fissi. Mi ha spiegato tante cose, che se non fossi appena tornata dall’altra tristezza avrei accettato più di buon grado.
Non occorre dire che quando ti lasci con qualcuno, e non proprio in termini amichevoli, non dai esattamente il meglio di te. O non sempre. Potresti diventare una persona ultrasensibile, consapevole delle proprie responsabilità, indulgente su quelle altrui, ma la tentazione di dire “quello stronzo” c’è sempre, com’è umano che sia.
Però è difficile credersi le teorie autoassolutorie ed eterocolpevolizzanti (antonimo appena inventato) se hai avuto modo di ascoltare le due campane, o nel mio caso di osservare quello che parla più delle parole: un volto improvvisamente invecchiato, un corpo che chiede cibo e riposo. Gli saranno accordati, e presto, ma intanto c’è un dolore simile, declinato solo in modi diversi.
Lo “sfrattato” è uno tranquillo, pratico, più dedito all’azione che al pensiero: tra noi non funziona, me ne vado io, passerà.
L’altro è intenso, riflette molto. Si lascia invadere dalle emozioni e ci si trova a suo agio: e allora scandaglia ogni momento, ogni parola. Ma comincia a capire che tanti pensieri non gli restituiranno quel tempo che già non crede di aver perso, perché ha imparato tante cose.
Mi ha colpito il fatto che scambi il diverso modo di soffrire dell’altro per mancanza di profondità. Non glielo dite, ma sospetto non sia vero.
E due persone che soffrano in forme così differenti hanno due possibilità: o si completano, in un modo che conservi la loro integrità e la trasformi in una pace condivisa, o stanno lì come distribuiti a casaccio in un posto che non è il loro. In attesa che qualsiasi cosa li abbia uniti lasci spazio alla scoperta di essere troppo diversi per volersi a lungo, troppo uguali nella sincerità per continuare a ingannarsi.
Sono esperienze che fanno tutti, sono solo le prove ed errori di cui è fatto l’apprendimento umano.
Spero che entrambi soffrano presto tutto quello che devono, non un grammo di più ma neanche un grammo di meno, che in queste cose gli sconti sono pericolosi.
Così decideranno prima di cosa vorranno gioire ancora.

La questione è che mi dovevo buttare di sotto.
Ho trovato questo metodo infallibile per mettere ordine in casa.
Io capisco loro, invece, o almeno credo. Insomma, per farci arrivare indenni a un’età di autosufficienza (ammesso che l’abbiamo raggiunta), i nostri genitori hanno dovuto spesso condurre una vita impegnativa, con un lavoro routinario e remunerato almeno il giusto per mantenerci. Hanno “fatto sacrifici”, come si suol dire, messo da parte i loro risparmi per noi.
Il mio ragazzo sta conoscendo gente del mio passato, e sta per giocarsi i numeri al lotto, alla napoletana, con tutti gli aneddoti curiosi che gli racconto su di loro.
Sì, la tentazione ce l’abbiamo tutti. O in tanti, almeno.
Oggi ci sono cascata: mi sono messa a commentare su facebook un paio di post che non mi trovavano d’accordo. Uno ridicolizzava una presunta esibizionista da spiaggia (la didascalia era “ben GLI sta”…) e un altro, a proposito di slut shaming, difendeva la lingua italiana da quelle contaminazioni terribili tipo leader oppure font, che suggeriva di sostituire con un pratico e funzionale “carattere tipografico”. Ho capito che a scuola avete imparato il francese, cari gendarmi della lingua (l’età media dei commentatori era alta), ma fatela finita, sì? Ecco, mentre facevo tutto ciò, mi è piombata addosso la punizione divina: mi è andato di traverso l’intruglione che per insondabili motivi digestivi mi faccio ogni due giorni (miscela mefitica di cannella, zenzero, miele e succo di limone) e, dopo averlo sputato in ogni dove manco stessi affogando nel Mar Morto, mi sento come al terzo giorno di mal di gola.
Dovete capire che, quando ci svegliamo, la nostra home di facebook è uguale alla vostra.
Una volta descrivevo appartamenti, per un’agenzia che voleva fare concorrenza ad Airbnb. Ne descrivevo una media di quaranta al giorno, sul web dell’azienda. Ero fiera del mio record. Ovviamente nessuno mi leggeva, ma i capoccia ci tenevano, pensavano che desse un’aria chic alla pagina.
Parlavamo