Archivio degli articoli con tag: resilienza

gessopersonalizzatoLa mia prof. catalana di scrittura si presentò una volta in classe con un’enorme ingessatura al piede. Sostenendosi su stampelle malferme, ci raccontò di essere caduta in un fosso durante delle vacanze in famiglia. Trasportata al pronto soccorso, si lamentava col medico:

– Ora sto qui con un dolore atroce e questo gesso che chissà quanto dovrò tenere, mentre potrei stare ancora in escursione coi miei familiari, o a correggere i testi dei miei alunni, o…

Finché il dottore non la interruppe e le mostrò con un ampio gesto del braccio i suoi compagni di sventura, alle prese con fasciature analoghe o in stato semicomatoso per dolori di stomaco, o feriti da un incidente domestico…

– Cosa credi che sia successo, a loro? – le disse sorridendo. – Stanno facendo la stessa cosa. Perdono tempo prezioso a curarsi della loro sbadataggine.

Ecco, non so voi ma mi sono sentita spesso così. Costretta a perder tempo a curarmi per un incidente che poteva essere evitato. Mi sono ritrovata a trascinare a lungo una delusione amorosa che si vedeva profilare all’orizzonte da tre miglia di distanza, oppure a salire con un sospiro rassegnato le scale del dipartimento per vedere che sfuriata mi avrebbe fatto, quel giorno, il prof.

Tutti fossi che col senno di poi, ovviamente, sarebbero stati evitabili, ma noi no, ci siamo distratti “un attimo”. E quell’attimo è stato fatale. Fortuna che, in questioni meno spezzaossa e più esistenzialiste, l’attimo diventa piuttosto lungo, con più margini di correzione. Ma, miracolosamente, più tempo abbiamo per tornare sui nostri passi e seguire la strada giusta, meno sembriamo disposti ad avvedercene.

E quando ci ritroviamo col nostro bel gesso invisibile, che dovremmo fare? Be’, come per la mia prof., aspettare. Che la convalescenza abbia il suo corso. Intanto ce lo portiamo appresso, impariamo a stare sulle stampelle, zoppicando sempre meno, facendoci due bicipiti da paura mentre la gamba si rimette a posto da sola.

Abbiamo questo potere curativo che non dobbiamo sottovalutare, la capacità di risanare da soli se ci diamo il giusto tempo e la giusta pressione.

Io ho la sensazione sgradevolissima che le energie che ho perso a riprendermi della mia crisi mi avrebbero portato a fare tutto ciò che dovrò procurarmi quest’anno, con fatica e pazienza. Avrei potuto averle con me già da un anno, senza “perdere tempo” a soffrire, come la mia prof. se non si fosse distratta avrebbe avuto ancora la sua escursione e il tempo di correggere i nostri compiti, che nel frattempo si accumulavano.

Ma la convalescenza non si può evitare, quando siamo “rotti” dobbiamo ripararci, dentro e fuori. Diffido un po’ di certi richiami tipo “non lasciare che gli altri ti rovinino l’esistenza”, “non lasciare che il risentimento ti faccia perdere tempo”. Quando li uso, lo faccio in un altro senso: possiamo fare in modo che qualcuno smetta di insultarci, di darci fastidio quotidianamente, ma non possiamo decidere che “non ci rovini più l’esistenza”. Il dolore che si lascia dietro va affrontato tutto e curato da solo, come un’ingessatura.

Intanto che ci rimettiamo in sesto, possiamo riprendere i contatti con quella parte di noi che sa evitare i fossi, quella che ignoriamo per ascoltare le paure che ci spingono a sottovalutare i pericoli, pensando che non vederli ce ne terrà al riparo.

Durante una convalescenza non potremmo fare tutto ciò che ci eravamo prefissati, ma impariamo tante altre cose che ci saranno utili quando, recuperate le energie, potremo finalmente metterci al lavoro. Con occhi nuovi.

E, possibilmente, con piede meno distratto.

welcomebackOra ci tocca un lungo gennaio. Pronti? Si parlava degli occhi infantili con cui ci siamo guardati durante le feste. La domanda è: riusciremo a conservarli, senza che il ritorno alla routine li offuschi?

Due estati fa andai a una specie di seminario a Parigi, attirandomi le ire della mia prof. catalana, per cui stavo facendo delle ricerche in archivio. Non fu un’esperienza folgorante, ma tornai rinnovata. Trascinando la mia valigia sul marciapiede di fronte all’Estació del Nord, ebbi la sensazione che la parte più importante di quel viaggio fosse il ritorno, perché avrei messo in pratica le cose importanti che pur avevo imparato interagendo coi compagni di corso.

Quante volte abbiamo avuto una sensazione del genere, al ritorno? Quella di essere diversi da come eravamo partiti e voler applicare questa diversità alla routine a cui torniamo. Eppure, a un certo punto, questa routine ci assorbe e non conserviamo che due o tre cose, quando va bene, del cambiamento che volevamo procurare. Succedeva fin da quando, tornati dal mare con tutti gli indirizzi dei nostri nuovi amici, ci scordavamo di scrivere oppure mandavamo, dopo tanto tempo, una lettera che non riceveva risposta. Al primo mese di scuola potevamo ancora scrivere “fuori uno” sulla Smemo, ma al secondo ci eravamo già fidanzate con quello dell’ultimo anno, con buona pace del milanese dell’ombrellone affianco.

Ebbene, vi dico che il cambiamento di quel seminario, in un certo senso, me lo porto dietro ancora adesso. Perché? Perché allora ho intuito come conservarlo: il cambiamento dev’essere miele, nella nostra vita, e non olio.

Dal mare tornavamo compatti e densi, come olio, e la marea della nostra vita quotidana ci travolgeva a poco a poco finché del cambiamento non rimaneva una lunga macchia sozza, sempre più piccola man mano che ci immergevamo nella normalità. Fino a perdersi nella pallida scia del ricordo.

Le lezioni di quel seminario, invece, furono per me come miele. Le mescolai pian piano nella vita di tutti i giorni, goccia a goccia, dosando bene: crediamo di non poter fare qualcosa da soli finché non lo facciamo (riferito al trasporto in aula di certi banchi a due posti); le persone sono arroganti con noi solo finché glielo permettiamo (litigai con un galletto italiano in classe che voleva sempre meic a provochescion); se non ci piace una cosa meglio smettere di farla, che perdere tempo per non scontentare nessuno (abbandonai una sessione particolarmente ridicola di Teatro dell’oppresso e me ne andai in giro per Parigi).

Certo, i primi momenti del ritorno sono i più ricchi di energia, e questo va usato a nostro vantaggio: io affrontai definitivamente un ex il pomeriggio stesso, nonostante i suoi ricatti morali. Poi, pian piano, lasciai che le mie nuove convinzioni si fondessero dolcemente con le ore di lavoro che mi aspettavano in archivio, per la gioia della prof. incazzata.

Facciamolo sempre, coi ritorni. Non pretendiamo di trapiantare la vita altrove in quella di sempre, senza anestesia. Lasciamo che si fondano pian piano.

A saperlo, quando tornavo dalle vacanze sporca di sabbia, che a portare il mare dolcemente tra i marciapiedi del paese l’avrei tenuto più a lungo con me…

Ora che so, invece, nessuno me lo può levare.

massimo troisiVabbuo’, io volevo farvi tutto un discorso sul passato che va lasciato alle spalle e muore Pino Daniele. Ecchecca’.

Ci provo lo stesso. Mi chiedevo come aveste passato queste feste. Mangiando panettone e giocando a carte? (Così accontento Nord e Sud). Qualcuno ha lavorato tutto il tempo e massimo rispetto, altri si sono presi una lunga vacanza.

Quelli come me, gli espatriati, avranno questa sensazione familiare di aver vissuto in una sorta di buco spazio-temporale, dormendo nella stanza in cui giocavano alle costruzioni e sentendosi interdetti alla cassa del supermercato, al momento di decidere in che lingua chiedere lo scontrino. Ma anche chi continua a vivere nel posto in cui è nato, nel rito delle feste di Natale vive giocoforza in una dimensione senza tempo, piena di ricordi e di attività sospese.

Per me è tutta salute, questo piccolo viaggio nel tempo che non ci assorbe, perché salvo qualche ovvia nostalgia sappiamo che qui non è più casa nostra, o meglio che lo sarà sempre ma il nostro presente e altrove. E allontanarci un po’ da quel presente, dalla casa in affitto che abbiamo in un altro paese, ci aiuta a vederlo meglio, a immaginarcelo, a programmarlo un po’, se vogliamo.

Le feste sono un’occasione d’oro, col cambiamento temporale che si portano in coda, per immaginare con calma e al riparo come vogliamo vivere questa nuova vita che tanto millantiamo su facebook e nella lista dei buoni propositi.

Sì, perché negli ambienti sicuri e conosciuti della nostra infanzia (un viaggio non sarebbe la stessa cosa) possiamo permetterci di cambiare occhiali, di vederci in un modo diverso, di dirci che quando torneremo alla nostra nuova casa vorremmo fare cose diverse. Di ogni tipo. Dal cambiare panettiere, che quello sotto casa è comodo ma fa pagnotte precotte, al non farci mettere più i piedi in testa da chi sappiamo noi, e smettere di dare a quella persona in particolare tutto questo potere sulla nostra vita. Tra un piatto di struffoli e una rimpatriata con gli amici abbiamo recuperato un senso di ciò che siamo, di ciò che vogliamo essere, e abbiamo scoperto che funziona anche lontano da quel contesto.

Anzi, le cose che ci preoccupano e ci angosciano nella vita di ogni giorno, viste da fuori sono quasi sempre sminuite, riprendersi i nostri occhi di bambini aiuta a vedere meglio lo scenario che ci siamo preparati da adulti. Anche le incongruenze.

E allora che facciamo, la deludiamo, la bambina che ancora si aggira tra le bambole impolverate che meditiamo seriamente di lavare?

Ok, quella voleva un castello e un principe azzurro e tutte quelle cose leziose che venivano comprese nel prezzo della casa di Barbie.

Ma su una cosa, scopriremo, siamo ancora d’accordo con lei: che dobbiamo vivere più meglio che possiamo.

E per una volta la maestra si sbagliava, a correggerla. Per una volta l’errore l’abbiamo fatto noi da adulti, a non accontentarla.

The-Hunger-Games-Mockingjay-–-Part-1-Jennifer-Lawrence-9Un anno fa, di questi tempi, mi svegliavo verso le 5 del mattino e avevo due possibilità:

a) piangere fino a cadere addormentata per sfinimento;

b) alzarmi, farmi una tisana e leggere The Hunger Games finché non mi si chiudessero gli occhi.

Riuscivo solo con The Hunger Games, quasi a rifarmi un’adolescenza che mi aveva insegnato poco.

Capirete ora che non ho bisogno di essere reduce da un tremendo naufragio, di quelli che osserviamo impotenti alla TV, per dire che quest’anno per me è una rinascita, una seconda opportunità. E voi non avete bisogno di conoscere The Hunger Games a memoria, per pensare altrettanto.

In un altro post dicevamo che il più grande grattacapo, quando decidiamo di cambiare pagina, sono gli errori del passato.

Le nostre scelte infatti ci vincolano, ci costruiscono, il fatto che improvvisamente le troviamo sbagliate non significa che le possiamo cancellare.

Ma se quest’ anno lo passassimo bene fin dall’inizio?

Per me possiamo farlo, se…

Se ammettiamo che spesso recitiamo una parte, da cui non sappiamo più sganciarci.

Se ce ne sganciamo.

Se abbiamo il coraggio di dirci cosa vogliamo davvero.

Se abbiamo il coraggio di ammettere che potremmo non ottenerlo.

Se abbiamo il coraggio di provarci lo stesso.

Insomma, immaginatevi l’anno perfetto che perfetto non sarà,  perché, come sempre, ci si metteranno tre fattori: noi, gli altri e il caso.

Ma immaginate che almeno uno dei tre fattori, il “noi”, funzioni bene. Che abbia imparato la cosa fondamentale: seguire la corrente.

Attraversare la vita più che cercare di forzarla, finendone attraversati. Sfidare i venti contrari senza pretendere di cambiare la corrente.

Non so, secondo me una cosa così potrebbe fare meraviglie.

Quindi, pazienza e olio di gomito e che sia un anno “perfetto” nel senso umano di perfezione.

Un anno passato a essere interamente noi stessi, esattamente come sappiamo fare.

Vedrete che basta questo.

miseria_nobilta5C’è un modo di fare la fame che è tutto originale, tutto nostro: non dircelo. Stare sempre lì con la sensazione di essere più o meno sazi, ma nella pancia, a tutti i livelli, c’è sempre un bel po’ di spazio che non riempiamo, né ci mettiamo in condizione di riempire.

Così, sul lavoro accettiamo mille umiliazioni, ce ne lamentiamo coi colleghi ma poi continuiamo a sorridere al capo e accettare le sue angherie. Oppure ci accolliamo tutto il peso di quell’associazione di volontariato, o semplicemente dell’addio al celibato dell’amica pretenziosa che vuole dromedari spogliarellisti e concerto live dei Take That, in ricordo dei vecchi tempi. La responsabilità dell’organizzazione, ovviamente, tutta su di noi. Che non amiamo deludere la gente, e allora diciamo sì a ripetizione.

Oppure in amore ci mettiamo sempre in situazioni in cui lottiamo disperatamente per ricevere un po’ di attenzione, ci impegoliamo fin dall’inizio in una storia che si preannuncia impossibile per il solo gusto di dimostrarci che non è vero. Nella migliore delle ipotesi diventa possibile dopo mesi e mesi di tossico, e dopo l’ebbrezza iniziale scopriamo che “non ci riempie”.

Ma è questo che cercavamo: non riempirci. Non essere mai sazi. Un po’ per dimostrare a noi stessi che possiamo vivere anche così, che possiamo mettere a curriculum una resistenza sovrumana (visto che crediamo di non poterci mettere molto altro), un po’ perché temiamo che, se poi ci saziamo, “quando inevitabilmente avremo di nuovo fame ci farà molto più male”.

Be’, se questa è vita, siamo proprio a posto. A proposito, come abbiamo fatto a decidere che la vita sia questo e la condizione di sazietà, di appagamento, di soddisfazione, sia l’eccezione?

Ancora una volta, con l’abitudine. Raccontandocelo ogni giorno, ogni ora, arrivando davvero a crederci perché volevamo.

C’è gente che si è fatta eleggere, in questo modo. C’è gente che non si è presa neanche questo disturbo.

E allora, dico io, se l’abitudine ci ha messo in questo guaio, quella ci tirerà fuori: alleniamoci alla sazietà. Ogni giorno. Come ho scritto altrove, si inizia da una sciocchezza, un regalo inaspettato che facciamo a noi stessi, poi diventa quasi automatico, ci abituiamo così tanto a star bene che sviluppiamo come un radar. Quando conosciamo qualcuno o ci propongono una situazione in cui rischiamo di star male, ci viene spontaneo dire no grazie, come ci veniva spontaneo accettare col brivido di adrenalina da mission impossible che scambiavamo per entusiasmo.

Io mi sto trovando bene a fare questo piccolo esercizio: che so, per i prossimi 21 giorni faccio una piccola cosa quotidiana per risolvere un determinato problema (per esempio, le manie di controllo). Non vedo l’ora che finiscano questi 21 per imparare qualcosa di ancora più eccitante: perché, man mano che si fa il gioco, non si tratta nemmeno più di risolvere problemi, ma di imparare cose nuove, che non si è mai avuto il coraggio d’imparare e che ora si assimilano con entusiasmo, un pezzettino al giorno. Come una cheesecake (tranquilli, c’è anche l’opzione vegana) che troviamo ogni giorno sempre fresca per noi sul tavolo della cucina.

E la gioia, come la cheesecake, è la più bella delle abitudini.

opendoorÈ il primo Natale senza la nonna, che viveva al piano di sotto della nostra villetta. Così un sacco di visitatori, abituati ad andarla a salutare prima di salire da noi, si mettono ad aspettare fuori la sua porta che qualcuno apra. Poi, improvvisamente, si ricordano e tornano indietro, verso casa nostra.

La più commovente è stata una zia, che ha fatto il percorso giusto ma ancora non riesce a ignorare la porta sprangata. Infatti ha dichiarato:

– Io sono tentata di entrare là, poi ricordo che in casa non c’è nessuno e ancora non ci credo. La vorrei sfondare, quella porta.

E io, ascoltandola, ho ripensato improvvisamente alla mia cocciutaggine nel cercare di chiuderla bene, la stessa porta che ora vorrebbero sfondare.

Sì, perché il primo nonno che se ne andò mi colse alla sprovvista, nell’onnipotenza dei 12 anni. Mi arrabbiai con Dio, che mi ero presa la briga di pregare di nuovo per l’occasione, e che mi aveva illusa col classico miglioramento prima della fine.

E decisi che avrei fatto da me, che la casa dei miei nonni ancora vivi (quella della porta da sfondare, per capirci, allora c’era anche il nonno materno) era solo molto fredda, molto fredda, e se avessi chiuso bene la porta avrei regalato loro chissà quanti altri anni di vita.

Quindi mi cimentai con zelo nel mio compito, arrivando a un passo dallo scardinare la maniglia.
Chiudevo così bene che aspettavo che scattassero ingranaggi che non avrebbero dovuto neanche esistere. Tie’, Padrete’, basta poco, che ce vo’.

Il nonno resistette altri 7 anni, con questo metodo portentoso, e la nonna se n’è andata all’improvviso un pomeriggio di maggio, dopo pranzo.

Da qualche parte, dentro di me, una piccola sentinella cocciuta sente come di aver fallito nella sua missione.

Fortuna che ormai la contiene una donna ancora giovane, o così si spera, un po’ provata da tutte le porte che ha cercato di chiudere sulla sua impotenza, finendone sempre travolta.

Quella donna là sa che le porte non vanno né sprangate né sfondate.

Solo aperte, finché ci è dato farlo.

apollo13earth

Houston, abbiamo un problema, e purtroppo è a monte. Purtroppo è una situazione in cui non dovremmo neanche trovarci, perché avremmo dovuto abortire la missione fin dall’inizio. Altro che guasto tecnico, certe volte decolliamo proprio portandoci a bordo l’Alien.

Ma ormai siamo lì, a passeggiare per il sistema solare, e allora che si fa?

Prendiamo il lavoro: anche a Barcellona succede di cominciare una collaborazione gratis. L’idea è come in Italia, ora mi prendono gratis e, se vedono che faccio le cose per bene, poi mi pagano. E il finale è come in Italia: pensano “se possiamo averti gratis, perché mai ti dovremmo pagare?”. Al massimo, ci scuciono quattro soldi. Come si fa a rimediare a un’ingiustizia a cui abbiamo collaborato anche noi?

Anche le relazioni, ahimé, si sono mercantilizzate. Ogni tanto trovi il paraculo che pensa: ok, è cominciata come un’avventura e tu ora vuoi di più, ma se mi dai già quello che mi serve senza il minimo impegno da parte mia, perché improvvisamente dovrei stare con te? Tanto vale continuare a fingere di conoscerti a stento appena esci dal mio letto. Perché siamo finiti con gente del genere, diventando anche complici della situazione?

E quegli amici martiri professionali che si sfogano con noi per due ore per sentirsi meglio cinque minuti, spompandoci? Ma l’amicizia è nata così, loro che si lamentano e noi che li assecondiamo, rendendoci in qualche modo complici dello scempio.

E la parente anziana che ha fatto “tanti sacrifici” per noi (peraltro, chi glieli ha chiesti), e ce lo rinfaccia ogni volta che si sente trascurata, cioè sempre? È una persona con problemi che non ha avuto né la possibilità né la capacità di risolvere, e senza volerlo li scarica su di noi.

Insomma, quante relazioni di ogni tipo sono partite storte fin dall’inizio, ma abbiamo fatto finta di niente? Tanto a noi piacciono le sfide. E adesso che siamo nello spazio, neanche Mazinga Zeta può venire a salvarci.

Per fortuna, non trovandoci davvero in orbita con la batteria della navicella scarica, possiamo permetterci di fare una cosa: non cercare a tutti i costi una soluzione. Da quando mi limito a fare il mio e vedere dove mi porta la rotta, vedo che le cose vanno meglio. Per “fare il mio” intendo smettere di dar corda alla zia impossibile o all’amico esasperante, dicendogli chiaro e tondo che altrimenti non l’aiuto, e per una volta esprimere esattamente quello che voglio all’amore-non-amore, senza paura di non ottenerlo, che a non fare così non l’ottengo sicuro.

Una cosa intanto la si può imparare. Riconoscere i problemi in partenza, anzi, prima della partenza. Con la stessa onestà intellettuale che dedichiamo al senno di poi. E prima di dover ricorrere a quello ancora una volta.

Intanto, già che siamo quassù nello spazio, ci godiamo il panorama, con tutto il problema a bordo. La soluzione arriva se ci calmiamo abbastanza da toccare giusto quei due tasti, quelli giusti, e lasciarci trasportare.

Finché lo shuttle va.

bueasinoJulia Cameron li chiama gli artistofagi, persone incapaci di sviluppare il proprio talento, che sminuiscono quello altrui. Ma oggi non mi riferisco solo a quelli.

Vorrei parlarvi di chi si prende la briga di giudicare ogni cosa che siamo o facciamo, dal nostro aspetto fisico al nostro stile, al modo in cui lavoriamo. Credono che il perfezionismo che esigono da se stessi li autorizzi a pretenderne altrettanto dal resto del mondo.

Le scuse con cui lo fanno sono di due generi: lo faccio per il tuo bene; io dico le cose in faccia, se non ti piace è un problema tuo.

La prima argomentazione la rispediamo al mittente: con le loro critiche ci fanno tutt’altro che bene. Alcune sono molto utili, perché da bravi perfezionisti scovano elementi da migliorare laddove noi non ci accorgiamo neanche che ci sia un problema. Ma per ognuna di queste osservazioni utili dobbiamo sorbirci un sacco di insulti gratuiti, spesso indiretti, il più odioso dei quali è il paragone con qualcun altro i cui patenti difetti, per qualche ragione, neanche vedono. Così ci vediamo confrontati a qualcuno considerato intellettuale perché si è scaricato un disco dei Baustelle, bravo scrittore perché è il cugino scemo di Bukowski, bello perché ha l’aria abbastanza tormentata e infelice da far sentire gli ipercritici a loro agio.

Quanto alla seconda scusa, se fossimo sinceri noi dovremmo dirglielo, che 9 su 10 i nostri difetti fisici loro ce li hanno centuplicati: ho visto uomini decisamente bruttini “scherzare” costantemente sui presunti problemi di linea delle loro compagne, quasi a cercare di ribaltare la frittata. Quando si tratta di superiorità intellettuale, il loro stile, per quanto apprezzabile, rispecchia tutta la loro autoreferenzialità. In effetti è quello, il loro problema.

Il conflitto che scaricano su di noi lo vivono al loro interno, continuano a paragonarsi a un’immagine idealizzata (o da incubo) di se stessi che non raggiungono mai, e allora non fanno altro che vederla dappertutto, in tutto ciò che li circonda, e in tutte le persone.

Qualcuno lo idealizzeranno, a simboleggiare quest’ideale irraggiungibile e un po’ cannibale che succhia loro le energie. Qualcun altro lo degraderanno, ci vedranno tutti i loro difetti o, peggio, tutto ciò che loro vorrebbero essere e non riescono. Indovinate in che categoria siamo capitati.

Il bello è che le nostre qualità, quelle che si ostinano a ignorare, spesso le portano dentro. Ma hanno così tanta paura di svilupparle, fedeli come sono all’immagine di genio incompreso, che le condannano in noi.

Una cosa è certa: questa loro arroganza (che maschera insicurezza) tocca tasti profondi dentro di noi, nel nostro senso di inadeguatezza che ci porta a pensare che, se ci criticano, un motivo ci sarà. Magari ce lo meritiamo, magari ha ragione, non siamo niente di che.

Forse ci siamo scelti per quello, per scaricarci problemi a vicenda: gli ipercritici ci usano per confermare la loro immagine di genio incompreso, noi li usiamo per confermare la nostra di perdenti. Perché è più comodo rassicurarci nel fatto di non valere niente che vivere all’altezza di ciò che valiamo. Nel primo caso non sbagliamo mai perché desistiamo in partenza e, per una volta in sintonia con l’ipercritico, ci possiamo ammantare dell’aura del poeta maledetto, che la nostra società consente come scappatoia per chi non riesce a trasformare in automa.

Allora, come si risolve? Per una volta torno a zio Watzlawick: uscendo dal sistema.

Recuperando la nostra dignità, imparando a distinguere tra le giuste critiche a una personalità che si può sempre migliorare, se ci va, al fango gratuito che spala su di noi chi non ha il coraggio di guardarsi la propria spazzatura.

E quando smetteremo di paragonarci agli altri senza riuscire a essere loro né a esprimere noi stessi al meglio, solo allora potremo toglierci la soddisfazione di rappresentare tutto, ma proprio tutto quello che l’ipercritico non riesce a essere.

Senza rancore, però. Non possiamo fare niente, per lui, finché non gli viene la voglia di guardarsi dentro e smettere di vedersi riflesso nelle sconfitte altrui.

Solo allora, forse, potremo venirci incontro a metà strada.

sferadicristallo_01Pensavo sarebbe stata la batteria. Che il mio caro, vecchio, diciamo pure obsoleto PC si sarebbe spento un giorno per non riaccendersi più. Infatti, quando avevo risolto artigianalmente il problema del caricatore ero rimasta contenta, pensavo di avergli regalato chissà quanti anni di sopravvivenza.

È stato lo schermo, all’improvviso. Sono tornata dal tirocinio, ho litigato con un amico, ho acceso scocciata il PC ed ecco che tremavano tutte le immagini, e non perché stessi piangendo. R.I.P.

Allora ho ricordato la mia azienda, che cacciava la gente a ripetizione, e i nostri tentativi di capire il criterio dei licenziamenti. Ancora fedele a una logica che col mercato c’entra poco, sentenziai: “Se fai bene il tuo lavoro, ti tengono”. “Sicura?”, sorrise un collega più esperto, che tenevano in sospeso da due settimane. No. Infatti un giorno convocarono tutto il dipartimento con la scusa di una riunione e ci licenziarono in blocco.

Non è quasi mai come abbiamo previsto, nel bene e nel male. Decisamente, non abbiamo la sfera magica.

Come nelle relazioni sgangherate, di quelle “né con te né senza di te”, quando pensiamo che la cosa finirà da sé, con una partenza dell’altro o con un nostro nuovo innamoramento. Finisce che s’innamora l’altro e, come da copione, decidiamo improvvisamente che è la nostra anima gemella, e tentiamo invano di recuperarlo.

No, non va come prevediamo noi, per quanto fantasiosi, ottimisti o catastrofici possiamo essere. Quando si tratta di predire il futuro la logica ci può aiutare, ma non siamo in grado di conoscere tutte le variabili in ballo. E il fattore sorpresa lo può costituire qualsiasi cosa, davvero.

Nonostante questo, continuiamo a organizzare la nostra vita su previsioni errate. Continuiamo a farci prendere dall’ansia, a fare mille calcoli come se potessimo prevedere il futuro.

Provate a fare una lista delle cose che vi hanno fortemente preoccupato e ricordate come si sono concluse. In quanti casi sono finite esattamente come avevate previsto?

Traete le vostre conclusioni.

Non sto dicendo di fare come la cicala e la formica, per la serie del doman non v’è certezza e allora chissenefrega, ma di renderci conto ancora una volta che, una volta fatto il nostro, quelle due-tre cose che è in nostro potere fare, ci conviene metterci comodi e goderci il viaggio: così, se ci sono scossoni, siamo riposati per affrontarli, e se tutto fila liscio guardiamo il panorama. Tanto, le infinite variabili del caso e del comportamento altrui ci sfuggono e non dovremmo neanche, a mio avviso, rammaricarcene.

Solo allacciare le cinture e vedere stavolta dove andremo a finire. Magari ci piace.

enchantedNo, io vi capisco.

Da una parte avete il boschetto della vostra fantasia, o meglio delle fantasie passate. Tutto accessoriato. C’è il solito fottio di animaletti (cit.) che vi fanno ridere quando siete tristi: i ricordi. Che vi consolano o vi perseguitano. Ci sono i fallimenti in persona, tutti impettiti e un po’ arcigni. Ci sono gli alibi, ospiti d’onore. I fili di speranza, così sottili che le liane di Tarzan al confronto sono baobab.

Dall’altra parte, avete il presente. Quello che trascurate per indugiare là, nel boschetto che non vi appartiene più. E il presente finché indugiate è uno stanzone vuoto, polveroso, col pavimento ancora da sistemare e una sola piantina che a occhio e croce va pure travasata. Ovviamente, il tempo che perdete dall’altra parte può solo peggiorare le cose, invece di armarvi di spazzolone e secchio, e poi trapano e chiodi, e decorare un po’, rendere il presente abitabile.

Ma insomma, capisco la differenza, avete un mondo da costruire interamente a fronte di uno completo, fatto a vostra immagine e somiglianza, in cui tutto funziona in modo da farvi sentire a vostro agio: per le cose che non sono girate avete gli alibi, per quelle riuscite avete costruito proprio dei monumenti, e tutto ruota intorno a voi.

C’è un solo particolare. In quel bosco ormai siete morosi. Non vi appartiene più, siete stati sfrattati nel presente, la vostra casa è altrove. Infatti, a ben vedere, va svanendo un po’ tutto ogni giorno, costa fatica mettersi lì a rinverdire, rivangare tutto, innaffiare le vecchie speranze, spargere il sale sulle ferite.

Ma tant’è, meglio morosi in un posto irreale che armati di trapano e secchio in un posto nuovo, senza poesia, che ci chiede una cosa difficile.

Ci chiede fiducia. Investire in quello che è ora, per raccogliere poi, magari, e intanto godersi il lavoro.

Scomodo. Ma si tratta solo di avere la chiave. E la chiave, appunto, è la speranza. Come un genitore spera in suo figlio prima ancora che nasca, solo perché è suo figlio. Speriamo nel nostro presente, solo perché è nostro.

Allora facciamo questo balzo. Passato e presente sono a distanza di un salto. Nel primo non possiamo fare più niente, non abbiamo più niente da fare. Nell’altro abbiamo da fare tutto, senza essere sicuri che andrà bene.

Ma sbrighiamoci, che le piastrelle vanno sistemate prima che faccia notte.

I chiodi li porto io.

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