Archivi per la categoria: Cosa fare a Barcellona

Risultati immagini per barcelona es bona si la bossa sona Ok, ste dritte che vi scrivo qua sotto sono andate bene a me e/o a chi mi ha circondato in un momento o nell’altro della mia vita barcellonese. Come scoprirete leggendo, alcune mi sono simpatiche e altre no, alcune sono rischiosette su vari livelli e altre meno. Scegliete voi quali seguire!

  1. Scartoffie in vista? Provate la PEC! Mi sono iscritta all’AIRE con la Posta Elettronica Certificata. Quella di Aruba, le Poste Italiane non mi lasciavano accedere. Circa 5 euro all’anno, non capisco chi voglia comunque sottoporsi alla sfibrante prova di nervi che sa essere il Consolato. Basta inviare i documenti richiesti scannerizzati, e amen. (Attenzione, per l’AIRE: i requisiti nel modulo non sono aggiornati, l’empadronamiento non è facoltativo).
  2. Andare in aeroporto col biglietto della metro? Si può! La L9 non sempre è conveniente, se date un’occhiata alla mappa. Per chi vive vicino al centro, spendere i 6 euro di aerobus risulterebbe poco più caro rispetto ai 4,50 della metro per l’aeroporto, magari senza lo sbattimento del cambio di terminale. Ma se il vostro aereo parte a un orario comodo, avete poco bagaglio e non vi dispiace anticiparvi, potete prendere il treno o l’autobus. Al costo di una corsa normale.
  3. Vi servono mobili? C’è il dia dels trastos! Un giorno alla settimana, in ogni quartiere si raccolgono i mobili da buttare. Un’idea comune anche agli autoctoni è munirsi di auto e andare a caccia nei “pijibarrios” (i quartieri ricchi: Sarrià, Sant Gervasi…). A volte, invece, non c’è bisogno di uscire dal vostro quartiere, per trovare. Attenzione a disinfettare bene, sul serio: le invasioni di cimici negli appartamenti sono pane quotidiano! È per questo che io preferisco evitare e rivolgermi ai negozi dell’usato che disinfettano e riparano trastos e scarti di trasloco. Ce n’è uno di un vecchio vicino in c. Riera Alta, ma mezzo Raval ha negozi così. E ne trovate un bel po’ anche altrove.
  4. Parles català? Qua imparare il catalano è gratis, o quasi. Con poco più di 10 euro (per il libro) fate il corso base (B1) al Consorzio. Potete anche studiare online nell’ottimo parla.cat. C’è inoltre il servizio di Volontariato linguistico, organizzato anche a livello universitario. Ma come italiani potremmo sfruttare l’affinità linguistica per studiare seriamente per conto nostro (e parlare molto!): io a due anni dal B1, superando un test del Consorci, sono finita direttamente in un intensivo del C (il livello richiesto negli impieghi pubblici), senza fare altri passaggi.
  5. Hablas castellano? Di corsi di spagnolo gratis o giù di lì si favoleggia a proposito del centro Pere Calders: mai capito come funzioni e immagino file apocalittiche. Prezzi ultramodici anche a CatNova e in altri centri. Io mi sono rivolta direttamente all’intercambio de idiomas, concordato con gente trovata tramite annunci privati. Attenzione a chi vuole solo rimorchiare: incontri in zone affollate a orari pomeridiani, e poi decidiamo se proseguire! Per gli italiani ci sono pure un paio di corsi fatti su misura: è bella, l’atmosfera di una classe multiculturale, ma per me è meglio imparare lo spagnolo con gente che sappia cosa sia un articolo. Fate vobis.
  6. Do you speak English? (E Français, Deutsch ecc.) Oltre alle ottime scuole e agli scambi linguistici gratuiti (pure l’urdu e l’hindi!), tra i mille modi di migliorare l’inglese c’è quello di fare volontariato per i senzatetto con quest’associazione, e andare agli incontri di lettura/conversazione di qualche bar tenuto da madrelingua. Ultima dritta sulle lingue: tenete sempre d’occhio la programmazione dei centri civici!
  7. Ricicliamo alimenti. Ok, io sta cosa l’ho fatta una sola volta, costretta da una decisione collettiva in un Comitato, e non la ripeterò mai più. Ma dietro la Boqueria aspettano in tanti quelle cassette di frutta in stato ancora decente, destinate ai bidoni solo perché l’aspetto non è più invitante. Qualcuno invece scopre gli orari in cui al supermercato sotto casa buttano certe derrate unicamente perché si avvicina la data di scadenza, e devono fare spazio a prodotti più freschi e appetibili. Se invece avanza cibo a voi o volete fare una buona azione, portatelo all’associazione Amásdes o chiamateli: vengono a domicilio!
  8. Mangiare bo i barat? Attenzione alle trappole turistiche. Quanto alla cucina locale, nel quartiere è facile individuare la trattoria che ancora cucina alla buona, persino in centro centro. Quanto alla cucina internazionale, mai capito perché si debba andare a un indiano pretenzioso in zona chic se nel Raval ci sono i migliori ristoranti pakistani che abbia provato (e ho vissuto in Inghilterra). Stesso discorso per i maghrebini di c. Hospital all’angolo con Riera Baixa, e il venerdì il couscous è fresco: con 7 euro circa mangiate in due! Infine, dimenticatevi degli involtini primavera, in zona Arc de Triomf ci sono ristoranti cinesi per cinesi. Il mio preferito, in c. Nàpols 97, è così “casereccio” da essere la casa della famiglia che ci lavora. Se infatti al cuoco non gira di lavorare quel giorno, più che a quello famoso di c. Ali Bei  riparerei in c. Roger de Flor. Occhio poi alle tante iniziative con “degustació gastronòmica” che organizzano i centri culturali. E ovviamente alle fiere e ai mercati! Mi sorpende sempre l’idea italiana che vegano significhi hipster. Alla popolarissima Feria vegana c’è la bancarella di un italiano che per pochi euro (3,50 la lasagna) vi farà leccare i baffi qualsiasi dieta seguiate!

Sono ben accetti altri consigli di veterani e neoarrivati, uniti sopravviveremo!

Risultati immagini per matcha latte … E che vi strapperete i capelli per non averci pensato prima! Sempre che ce li abbiate, i capelli. Altrimenti potete fare come Rockerduck, e mangiarvi il cappello! Magari ve lo procuro io, perché, tanto per cominciare…

1. Mi faccio i cappelli guardando Netflix! E li battezzo a seconda di ciò che vedo mentre lavoro a uncinetto. Sono orgogliosa del cappello Orange is the New Black, anche se in tutta sta macedonia di colori è venuto fuori blu! No, gente, non ci vuole davvero niente. Non dovete neanche staccare gli occhi dal video. Amazing Grace mi dà splendidi gomitoli infiniti a 2 euro, e invece di cucirci toppe e gingilli per abbellire faccio di meglio: ci attacco spillette! Al mio ragazzo ho comprato due “A” diverse alla libreria della CNT.  Così se la vede lui: con o senza risvolto, con o senza spilletta… Mi chiedo perché non abbia ancora sfoggiato la mia impareggiabile creazione: il cappello Norman Bates!

E a proposito di fare due cose insieme…

2. Preparo il pranzo sulla cyclette! Sì, lo so che è poco zen, e che Elsa Pataky, nel suo libro di esercizi, si arrabbia con le ragazze che leggono mentre fanno cardio. Ma siccome non aspiro a diventare né maestra zen né figa come Elsa (altrimenti ci riuscirei se-du-ta-stan-te), ho investito in una cyclette e uno step domestici (vedi qui), e li uso sistematicamente mentre faccio altro. Sullo step lavoro al pc e parlo su Skype; sulla cyclette accostata a un piano d’appoggio sgrano fagioli, pelo ortaggi, sguscio nocciole… Quando sto scrivendo scene particolarmente divertenti del mio fantastico nuovo romanzo (lo trovate nei migliori angoli di casa mia, scritto a penna), ho scoperto che una situazione del genere ben si presta a renderle ancora più ridicole. Insomma, come assicurarsi il Nobel e il Premio Fitness in una volta sola! Quando si dice ottimizzare.

E a proposito di ottimizzare…

3. Faccio un’OTTIMA maionese con l’avena! No, al contrario di quanto suggeriscano i miei denti non ho origini equine. Trovo solo che una maionese tutta vegetale sia particolarmente delicata, così l’ho scoperta alla mela (basta usare 5 cucchiaini di purè di frutta al posto dell’uovo nella ricetta) e soprattutto al latte d’avena (che faccio in casa con l’estrattore). Attenzione, perché non venga una brodaglia informe bisogna scaldare un po’ del liquido in un pentolino con la lecitina di soia. Comincio a sospettare che con questo principio si possa trasformare quasi tutto in maionese.

E a proposito di usi insoliti degli ingredienti da cucina…

4. Mi metto la farina sui capelli! O meglio, ogni tanto faccio uno shampoo di farina di ceci. Niente male! È poco pratico perché va fatto ex novo ogni volta, ma se consideriamo che si tratta davvero di mescolare farina, acqua e magari aceto o limone (o un olio essenziale)… La vera svolta c’è stata quando sui capelli mi sono schiaffata l’olio di cocco, in preparazione allo shampoo vero e proprio: mai venuti così morbidi! L’unica è sciogliere davvero un cucchiaino d’olio in una tazzina d’acqua, o vi tenete l’effetto ‘nzevato (unto) a vita.

E già che ci siamo…

5. Non bevo più acqua! No, scherzo, ma per problemi di ritenzione idrica, a cui attribuisco disonestamente anche la trippazza da “me piace ‘o magna’ “, ho preso una sorta di sciroppo alle erbe nella mia erboristeria preferita, che sciolgo in una bottiglia d’acqua liscia da un litro e mezzo. Così quando sono in casa bevo solo quello, e fuori tendo a ordinare l’acqua gassata come se fosse chissà che lusso. Il pancino ringrazia.

E per chiudere con le bevande…

6. Distruggo cerimonie millenarie! È che mia zia mi ha rovinata portando dal Giappone del tè fantastico, che ho scoperto essere matcha. Sì, quello della cerimonia del tè. So che in Italia sia arrivato in una versione cafona che piace anche a me: il matcha latte. D’altronde, a ordinarlo nelle catene hipster, lo mescoleranno pure col pennello d’ordinanza (che a Las Arenas vendono per 15 euro…), ma sono 4 euro a tazzina. Sapete che c’è di nuovo? Investite 13 euro per 100 grammi da una signora a Sant Antoni: ne basta una punta di cucchiaino in 200 ml d’acqua. Vi fate 100 tè in santa pace ed è fantastico. E qui arriva il sacrilegio! In barba alle ricette online rispettose del cerimoniale nipponico, la mia versione è: scaldo un po’ la tazza (vuota) nel microonde, ci verso la punta di cucchiaino di matcha, aggiungo l’acqua quasi bollente, giro e via. Mazinga nun te temo! Consideralo una vendetta per la pizza delle parti tue. Anzi, vuoi una tazza?

 

 

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Da nonsoloshoppingsesto.blogspot.com.es

Quando scesi dall’aereo Napoli-Manchester avevo 22 anni, e non sapevo come arrivare allo studentato in cui avrei trascorso l’Erasmus.

Agli Arrivi trovai un piccolo comitato di benvenuto per studenti: mi scambiarono per una della loro università. Così rimediai un passaggio senza capire cosa stesse succedendo.

Quando uscii dall’Aeroport del Prat di Barcellona, di anni ne avevo 27 e avevo fatto credere ai miei di avere già l’ostello prenotato. Invece presi un taxi (ignoravo l’esistenza dell’Aerobus) e mi feci portare alla stazione di Sants, da cui mi dedicai alla ricerca di ostelli.

Scrivo questo per dire che si parte sempre un po’ alla ventura, ma prima di farlo, secondo me, è meglio disporre di almeno uno dei seguenti requisiti:

  • un gruzzoletto per permettersi di non dormire sotto i ponti intanto che si cerca casa e lavoro (e non scattate col “grazie ar c…”, che non sapete in quanti si vantino di essere partiti con 150 euro);
  • la consapevolezza che, a partire senza progetti precisi, si potrebbe tornare a casa dopo pochi mesi (e la capacità di sopportarlo);
  • facoltativo ma importante: non essere troppo arrabbiati con l’Italia. L’incazzatura ci sta, l’odio profondo porta con sé un problema: scoprire che la rabbia è costante, sono i suoi bersagli a cambiare. Per chi ne è affetto, passare dal detestare gli italiani a fare lo stesso coi catalani è un attimo.

La questione è che, nel confronto Italia-estero, la prima gioca in svantaggio per un unico, fondamentale dettaglio: è una sola, o così crede qualcuno. Mentre l’estero, come idea astratta, ha l’unico grande vantaggio di non essere Italia.

È quindi quel luogo paradisiaco, vagamente mitologico, in cui finalmente potremo realizzarci, dire addio a raccomandazioni e familismo amorale e trovare la felicità. Lo dicono i giornali, parlandoci delle “nostre eccellenze” e sorvolando spesso su chi a 10 anni dalla partenza fa ancora lavori poco specializzati, e vive in stanze in affitto (che ci sta, se i suoi obiettivi erano quelli, ma erano quelli?).

Il problema principale di questa non-Italia? Quando finalmente diventa un posto, un indirizzo a cui bussare per una stanza, una fila in un Commissariato sempre difficile da contattare, si scopre che, contrariamente ai pronostici, viverci non è facile.

Specie se il posto che abbiamo scelto ha più del 30% di disoccupazione giovanile, e magari è una città dove l’affitto medio costa ormai intorno agli 800 euro mensili.

Io non so se chiamarlo selezione naturale, espressione positivista che non amo, il fenomeno per cui gente arrivata a settembre a Barcellona approfitta delle vacanze natalizie per tornarsene in Italia senza far troppo rumore. Credo sia una triste realtà che possa toccare a tutti. Ma soprattutto alle seguenti categorie:

  • ventenne indeciso se partire per Londra, Berlino o Barcellona, che scrive su pagine d’italiani all’estero per chiedere “se c’è lavoro anche per lui, che non parla la lingua locale”;
  • trentenne deluso da Londra e a caccia di sole, ma non di stipendi bassi a fronte di affitti sempre più alti. Si meraviglierà di tre fenomeni per lui inspiegabili: l’inglese qui non compensa l’assoluta ignoranza dello spagnolo; lo spagnolo non è l’italiano con le “s” alla fine; il catalano non è un dialetto;
  • coppia giovane che s’informa sulla vita all’estero solo dopo la partenza. Fuitina 2.0? No, “voglia di mettersi in gioco”. In un posto in cui solo per prendere il NIE ci metti due settimane quando ti va bene. Per fortuna quelli con figli al seguito tendono a informarsi prima un po’;
  • coppia matura che pensa di cambiar vita, ma invece d’investire il gruzzoletto accumulato in anni di lavoro malpagato viene con gli stessi piani del ventenne di cui sopra, e trent’anni di differenza: lavoretto malpagato per “imparare la lingua”. Tra i due profili, indovinate quale assumano;
  • professionista della gastronomia: quando gli spieghi che il prodotto ultralocale che vorrebbe esportare viene già servito almeno in due forni e tre pasticcerie, spiega che però il suo è “artigianale”. Sicuramente gli italiani in loco aspetteranno di assaggiarlo, per cambiare negozio, e gli autoctoni noteranno la differenza;
  • arrabbiato col mondo (vedi sopra): ci sarà sempre un paese migliore di quello in cui si trova ora. Se è in Italia anela alla Spagna, se è in Spagna alla Germania. Però, quando si rivolge a un avvocato per farsi dare una buonuscita più congrua (chissà perché lo licenziano così frequentemente) scopre che, guarda un po’, gli avvocati si pagano. Anche alla prima consulenza. Paese di parassiti, dirà sperperando il sussidio di disoccupazione, quella volta che sia riuscito a resistere abbastanza nello stesso posto per ottenerlo.

Menzione a parte per chi risponde a distanza a un annuncio per cameriere o lavapiatti, senza ancora aver fatto neanche il biglietto aereo. E spiega pure che “Se gli fanno una buona offerta lascia l’Italia e parte”. Non si capisce se quest’offerta gli debba venire prima o dopo che si faccia la fila davanti all’annuncio “cercasi”, esposto cinque minuti fa fuori al locale.

Quindi il mio non è, come può sembrare, un invito a non partire. È un invito ad accompagnare lo “Stay hungry, stay foolish” a frasi un po’ più utili per evitare pure lo “Stay sotto un ponte”.

Partite pure, se volete “mettervi in gioco”, sapendo da prima quali difficoltà troverete e giungendo alla conclusione che non vi fermeranno.

Altrimenti succede sempre la stessa storia:

Così ognuno fugge se stesso, ma a questi di certo, come accade,

non riesce a sfuggire e, suo malgrado, vi resta attaccato e lo odia,

poiché malato non afferra la causa del male.

E se proprio dovete fuggire da voi stessi, almeno fatelo in un posto in cui una stanza stia sotto i 400 euro!

Risultati immagini per il quarto stato funny Bella gente, oggi è Primo Maggio e dovrei lasciare la parola alla festa, ammesso che la si possa chiamare così.

All’impegno, allora. Al confronto, alla voglia di venire fuori da questa crisi economica senza sempre scendere a compromessi, e senza cedere al ricatto morale dell’ “O questo o niente”.

Prima di lasciarvi a manifestazione e concertone, volevo però raccontarvi un aneddoto un po’ triste sul documento che ci sta facendo impazzire un po’ tutti, a Barcellona: il NIE, requisito indispensabile per non lavorare a nero.

Non siete tutti abituati, vero, a mettervi nei panni degli stranieri che cercano lavoro?

Ebbene, premesso che una carta d’identità europea ci risparmia le umiliazioni di altri lavoratori, ultimamente a Barcellona è diventato quasi impossibile prendere appuntamento nel Commissariato preposto per ottenere questo documento. Chi ci riesce accende un cero alla Madonna di Montserrat*.

Intanto, qualcuno dei neoarrivati scopre che fuori città è più facile ottenerlo, nonostante più di un dubbio sulla legittimità dell’operazione, per una persona che risieda a Barcellona.

Allora scattano nelle pagine italiane i seguenti consigli, che riporto pedissequamente (nb: “cita” o “cita previa” in questo caso vogliono dire “appuntamento”):

1) “Ho trovato cita fuori barcelona ma.quando mi sono presentato mi hanno respinto non.essendo il mio comune di residenza… risiedi a.Barcelona??? li lo devi fare. E tutto bloccato? nin è un loro problema e intanto tanti soldi buttati non trovo lavoro con.un cavolo di Nie provisional [Nie provvisorio, ndR. Questo utente sostiene di essersi rivolto a un avvocato]”
2) “Io ho sentito di un pakistano he ti prende la cita previa, ovviamente a pagamento, chiedi qua sul grupoo che lo aveva scrito qualcuno qua, secondo me è una buona opzione”
3) “Si dai pakistani ti prendono circa 15 euro ma la.procedura che fanno e la misma che faccio io e dunque nada cita disponibile solo per extracomunitari”
4) “Sant adrià de besos!
Indirizzo: Avinguda de Joan XXIII,2, Sant adriá de Besos, Barcelona.
Trovati lì alle 5 di mattina, i poliziotti ti daranno un numero con cui ritornare alle 9 in poi. Se fai tardi non riceverai il bigliettino (tipo quello quando vai dal salumiere) in quanto danno solo 15 bigliettini al giorno!
Buona fortuna”
5) “Rubi…stesso treno che va a Terrasa ma qualche fermata prima vai alle 7 del mattino e aspetti che l ufficio apra…ore 8…tanto troverai già altre persone a farti compagnia”
6) “se non riesci a trovare l’appuntamento dovresti fare come ti dicevo.. 5.15 max a sant’adrià per fare le fila per la cita del giorno stesso. Un mio collega è andato alle 7 a badalona per fare la fila per la cita, che gliel’hanno invece data per due settimane dopo.. io sono stata miracolata a trovare la cita previa per bcn alle 14 di un giovedì”

 

Ah, già, dimenticavo. Per prendersi il NIE, indispensabile per lavorare, c’è bisogno di un requisito fondamentale: il lavoro o i soldi. Già vi vedo chiedermi: “Mi serve un lavoro per poter lavorare?!”. Ebbene, sì.

Ufficialmente, bisogna dimostrare di avere “i mezzi per mantenersi in Spagna“. Dunque, o è necessario avere un lavoro, o bisogna disporre di una cifra pari a circa 5.160 euro in banca.

A questo si riferisce il titolo del post, ispirato a una chat privata con un ragazzo appena arrivato che mi chiedeva: “Non ho capito perché devo avere i soldi per poter lavorare!”.

Il fatto è che un’azienda, ormai, senza NIE non ti assume. E, a meno di disporre dei 5.160, senza contratto di lavoro il NIE non lo rilasciano. Da qui il serpente che si morde la coda: per avere il NIE devi lavorare, per lavorare devi avere il NIE.

Soluzione: il precontratto di lavoro. Documento non vincolante in cui l’azienda manifesta l’intenzione di assumere il lavoratore previo ottenimento del NIE.

A questo punto scatta… Sì, avete indovinato: il racket dei precontratti!

Ok, in realtà non ho prove sufficienti ad affermare che sia un fenomeno diffuso. Però, sulla pagina che modero, ogni tanto si vedono messaggi tipo: “Ragazzi, qualcuno mi fa un precontratto falso? Vi prego!”.  Lo so, manovra scaltra in una pagina pubblica.

Un tipo ci provò, invece, a mettere l’annuncio: “Ti serve il NIE? Contattami in privato!”. Venne fuori che questo aveva la partita IVA e chiedeva 300 euro per simulare un’assunzione. Eliminato e bloccato dalla pagina.

La mia testimonianza preferita sul precontratto finto è questa:

“Esperienza odierna a Terrassa, in fila dalle 4.30. Becco il numero 5. Mi siedo e l’impiegata odiosa subito mi dice che ci vuole un precontratto. Torno a Barcellona in treno, ne ottengo uno di gran fortuna e torno in tempo per pagare la tassa e prendere il NIE. In poche parole, pare che stiano stringendo la cinghia anche a Terrassa, dove sono stati rimbalzati tutti quelli senza contratto oggi. Quindi consiglio di avere già un precontratto a tutti quelli che vogliono andare a Terrassa”.

Mi dicono che ‘ntender no la può chi no la prova, ed è vero: ho fatto il NIE quando era ancora facile.

Mi dicono che lo stato spagnolo sia solo arrivato tardi a queste manfrine, già diffuse nell’Unione Europea.

Mi dicono che la gente che viene qui ogni anno, dall’Italia, sembra più una massa di ingenui che venga a “tentare la fortuna” che una congerie di “eccellenze” e “cervelli in fuga”, come ama definirci certa stampa italiana.

Sarà. Ma aggiungete anche questo tassello alle difficoltà assurde che comporti oggi trovare un lavoro, attività sempre più difficile, che ormai non richiede più solo le antiche bustarelle, le “segnalazioni”, i compromessi politici.

No. Adesso, per lavorare, bisogna avere i soldi.

Buon Primo Maggio! Ce lo siamo meritato.

 

*Devo confessare che, vista la scarsa congestione che ho constatato personalmente nel Commissariato, quando ci sono andata l’altro giorno, ignoro il perché di tante difficoltà. Ma forse i 20 minuti di fila toccati a me (niente, praticamente) non erano sufficienti a comprendere.

Da trerighe.it

Capita che a volte io sia bella che spaparanzata proprio di fronte alla finestra, e mi dica che vorrei entrare in quel pezzo di cielo.

Perché succeda, dalla mia angolatura la finestra non mi deve contenere nient’altro che cielo, in barba ai palazzi. Gradito un gabbiano di passaggio che mi faccia accertare che no, non sto osservando quel lilla fosforescente che avevo sul Paint dell’Amiga 500: quello è cielo vero, e vorrei essere proprio lì.

Mai fare un pensiero del genere, però, dopo che ho preso un aereo.

Perché in quel cielo ci sarò entrata davvero, ricordandomi che non è proprio così poetico.

A parte la fila al check-in, certe istruzioni di sicurezza a bordo suggeriscono un freddo all’esterno che anche la mia vestagliona domestica si trasformerebbe in ghiacciolo.

Poi non so, di quanto cielo stiamo parlando? Magari all’altezza del gabbiano vagante la respirazione sarebbe ancora ok, ma provassi ad andare un po’ più su, e vediamo.

In effetti se per magia riuscissi ad andare su su su, quel blu dipinto di blu diventerebbe nero come il tizzone, a meno di fare quella che Groupon oggi chiamerebbe “The Icarus Experience“.

Meglio tornare al PC, allora. Al gruppo che modero, d’italiani a Barcellona. Per leggerci gli interventi di quelli che, vedendo le foto del Primavera e del Sonar (maro’), e passando una settimanella sulla Rambla (solo a me ha fatto schifo, la prima volta?), hanno pensato “come mi piacerebbe entrare lì”. Essere parte del firmamento di espatriati che tirano a campare a “Barca” (brivido).

Tanto lo so, che sulla pagina trovo tre tipi di post:

  1. Ciao, come si vive a Barcellona? Se mi arriva una buona offerta di lavoro parto subito!”. Da quando ho letto Vivo altrove, immagino cominci così chi emigrando afferma: “Voglio proprio vedere come mi tratta la mia nuova città”. Spero di non suonare troppo kennedyana se suggerisco che la questione andrebbe posta al contrario: come la tratti, tu, la tua nuova città? Infatti questo genere di post porta al secondo tipo, il mio preferito.
  2. Le risposte alle (rare) offerte di lavoro. Sotto l’annuncio commenta qualcuno che chiede “più info”. Al che arriva la proposta: “Passa di persona oggi pomeriggio”. E la replica è: “Sto ancora in Italia. Ma parto subito, eh!”. Il problema è che: a) per lavorare in Spagna ci vuole il NIE; b) il NIE in questo momento è più irraggiungibile del Santo Graal; c) oggi pomeriggio passerà “di persona” un migliaio di gente già munita di documenti e di alloggio. Il che mi porta al terzo genere di post.
  3. “Possibile che non si trovi una stanza, in questa città?!”. E io già a far sì con la testa, che gli affitti sono diventati impossibili. E poi è vero, alle e-mail degli annunci non rispondono nemmeno, tanta è la domanda. Uh, delle truffe online non ne parliamo! Poi però, alla soluzione più avanguardistica che io possa suggerire (“Scegliti un quartiere e chiedi in giro a chiunque”) viene risposto con sufficienza: “Ovvio che sono ancora in Italia! Non sono mica così sprovveduto da partire senza prima aver trovato stanza”. Dolce figlio dell’estate! A parte che conosco una che nove anni fa è atterrata senza neanche un posto in ostello (e magari i suoi lo stanno apprendendo in questo momento), io ti auguro in bocca al lupo con le seguenti, interessantissime proposte che riceverai, magari le uniche finché non entri nel tunnel delle agenzie e dei “provini” inflitti da potenziali coinquilini:                               a) Pastore protestante africano che affitta una riproduzione della Reggia di Caserta in pieno centro, a un prezzo inferiore ai 500 euro (quanto vale ultimamente una “doppia uso singola” a Sagrada Familia). Ti manda un questionario per capire se vuole lasciare la stanza a te e, bontà sua, decide di sì. Sfortunatamente è già in Africa, ma se gli mandi l’acconto ti spedisce le chiavi per posta. Se non rispondi subito ti fa chiamare da un suo emissario che, di fronte alla tua insistenza per visitare l’appartamento, ti proporrà di vederlo “solo da fuori”. b) Signore olandese la cui figlia è appena tornata da Barcellona, abbandonando l’appartamento dignitoso e insolitamente economico che paparino le aveva comprato intanto che studiasse là. Adesso il povero vorrebbe affittarlo, magari a te (e spedisce il questionario). Ebbene sì, sei il prescelto! Se porti caparra e prima mesata in contanti, ti consegnerà le chiavi un’incaricata di AirBnb, piattaforma che in quest’occasione, guarda i casi della vita, si occupa pure di affitti a lungo termine. Sì, verrà una donna, l’oculato padre sa anche questo. Ti prego, vacci, dolce figlio dell’estate, ho sempre avuto la curiosità di scoprire che succede al momento dell’incontro. Pure AirBnb è curioso, insieme alla Polizia postale. c) Giovanotto italiano che per una caparra piuttosto modica, magari sotto i 100 euro, dopo molti scambi WhatsApp di cui faresti bene a conservare gli screenshot, ti riserva una stanza. Per farsi versare la cifra ti manda la sua tessera sanitaria europea (la carta d’identità era banale), con una foto riuscita pure maluccio, se vuoi il mio parere. Lasciami dire da moderatrice che questo terzo benefattore è il mio preferito. Quando l’avrai accusato di truffa sulla mia pagina, cancellerà il suo profilo. Intanto un utente misterioso, con tre amici e una sola foto, comincerà ad accusare TE della stessa cosa, per poi annunciarti che sei stato denunciato per diffamazione. Intanto, il post con la tua accusa verrà segnalato ripetutamente alla moderazione, a cui arriveranno anche minacce di denuncia da gente non iscritta alla pagina. Magari la richiesta d’iscrizione arriverà subito dopo, e un’ora esatta dopo quella a Facebook. Io il numero di un buon avvocato te lo do, dolce figlio dell’estate, ma magari il suo onorario supera la caparra che hai perso.

Torniamo alla finestra, va’.

Un pezzo di cielo non è meno bello, se scopriamo quanto costi raggiungerlo.

Tutt’è capire anche questo.

Lo so che è da tempo che non scrivo resoconti cazzari dei miei pomeriggi più surreali, ma facciamo una cosa: io vi racconto quello di lunedì scorso e ci pensate voi a trovargli una profonda morale nascosta. Affare fatto? Cominciamo.

Allora, sono le cinque passate, sono in casa reduce da un’ora di step, in attesa delle uova fresche del Montseny promessemi da un amico brasiliano, che ha lasciato tutto per vivere in montagna. All’improvviso il mio pusher ecobio mi annuncia via WhatsApp di non poter più effettuare la consegna a domicilio. Al massimo posso incontrare la sua compagna, ma solo a Plaça Universitat, e solo tra mezz’ora: è incinta e partorisce a maggio.

Senza neanche docciarmi mi precipito fuori nella seguente tenuta: felpa rossa cinese di pile infiammabile, due taglie più grande; pantajazz di Decathlon (come i pantacollant, ma a zampa); scarpe dello stesso magazzino, col risvoltino fucsia fosforescente.

Ovviamente alla fanciulla avevo dato appuntamento fuori al Buenas Migas e lei si schiaffa giusto all’altro lato della piazza, proprio l’ultima panchina. E le dodici uova che compro sono racchiuse in due cartoni precari, tenuti fermi a stento da uno spago e rigorosamente non imbustati. Così imparo a vivere in città.

Mi vendico a mia insaputa rivelando alla venditrice che secondo il suo compagno partorirà a maggio. Metà giugno, corregge sorpresa e irritata. Magari è una premonizione, butto lì. Ma dalla sua faccia mi rendo conto che non capisco un cazzo di gravidanze e me la batto.

Dopo uno scone di consolazione al Buenas Migas (se dobbiamo gentrificare, che sia per una giusta causa), sempre con le uova in bella mostra accanto al matcha, mi dico che sono quasi le sette ed è inutile tornare a casa, se alle otto e mezzo comincia il film che vorrei vedere. M’incammino dunque verso il Renoir Floridablanca (tra i pochi cinema in lingua originale della zona) a comprarmi il biglietto in netto anticipo: Jackie è appena uscito, più tardi ci sarà la fila. Siccome perfino un’anziana signora comincia a sfottermi per il carico di uova, decido di farmi una spesona al supermercato accanto alla biglietteria (un euro e 50 in totale) per procurarmi una busta.

Eccomi qui di fronte al cinema con la mia tenuta “sportiva” e una busta della spesa, che qualche italiano over 30 amante del Pippo Chennedy Show avrebbe potuto aspettarsi da me un: “Tenissene ciento lire? Aggia vede’ ‘o film d’ ‘a Portmànnn“.

Mentre racconto l’avventura delle uova in un messaggio vocale ai miei, ridendo da sola per il mio abbigliamento, arriva Viggo Mortensen.

No, non me lo sto inventando. Il mio sogno erotico numero due (il primo è Paul Bettany e il terzo Juan Diego Botto) si ferma alla cassa del cinema con una signora alta e magra che compra due biglietti, mentre lui si guarda intorno circospetto.

Via libera, nessuno lo ha riconosciuto. Tranne forse una tipa losca in tuta cinese, con una busta della spesa che sembra contenere uova, ferma nella stessa postazione della mendicante che di solito si mette lì a vendere accendini.

Ma la presunta fan, chissà chi sarà, fa la vaga con lo sguardo fisso sull’orizzonte, o meglio sul tabellone dei film, dicendosi che no, quel piacente signore sulla sessantina sarà solo uno mooolto somigliante ad Aragorn.

E poi va bene la sfiga, ma possibile che l’unico incrocio di sguardi che mi sia dato su questa terra con Viggo mi debba vedere conciata così, con delle uova in mano? No, non può essere, non può…

– Ha’ vitto Moonlight?

Ok, la domanda non era per me (“Hai visto Moonlight?”), però quella che mi giunge è la voce del Capitan Alatriste, con l’accento argentino di chi in Argentina ci ha vissuto. Viggo Mortensen, appunto. Sì, sono una di quelle fan che sanno tutte ste cose.

Scappo a casa, un po’ per nascondermi e un po’ perché l’ora abbondante che ho d’attesa la potrei pur spendere posando le cazzo di uova e regalandomi una bella doccia.

No, non è nella speranza di rivedere Viggo, figurarsi.

Quante probabilità ci sono di ritrovarmelo a guardare Jackie in sala con me?

E infatti al ritorno al cinema finisco seduta dietro alla sua accompagnatrice.

Ma siccome il posto accanto al mio è libero, con abile mossa mi piazzo proprio alle spalle di lui.

Non l’avessi mai fatto!

Non è uno spilungone, ma in questa nuova versione capello bianco corto ha una vertigine proprio sulla sommità del capo, che negli occasionali sussulti di lui per baciare la compagna (maledeeetta!), si pianta direttamente nel naso di Natalie Portman. Che magari lui chiamerà Naty.

Credetemi, il miglior modo di togliervi dalla testa il vostro sogno erotico è vederlo trasformato in un ciuffetto di capelli bianchi davanti al cervello schizzato di Kennedy (non Pippo, proprio JFK).

Specie se smette di coprire lo schermo solo durante i titoli di coda, dileguandosi poco prima che si riaccendano le luci.

Al ritorno a casa riconosco definitivamente su Google gli zigomi della sua fidanzata barcellonese, attrice famosa pure lei. Ma avrei dovuto abbandonare ogni dubbio già durante la proiezione, quando la vertigine bianca si era impennata in un guizzo di riconoscimento alle prime note di…

No, siamo seri, quanti argentini potevano riconoscere la voce di Richard Burton in Camelot, Anno Domini 1960?

E soprattutto, avete trovato una morale a questa storia, a parte “Vai ad allevare galline nel Montseny”?

Io mi assesto su “La sfiga è cieca, ma la fortuna ci vede benissimo”. Scritto proprio così.

Volevo incontrare Viggo Mortensen, una volta nella vita, e sono stata esaudita. Magari non proprio come credevo, e lui non era più né single né Aragorn, ma d’altronde io non ero presentabile. Insomma, viva la vita che ci dà sempre quello che vogliamo, mai al momento giusto, mai come ci immaginavamo. Ma quello si chiama “avere aspettative” ed è un problema.

Per festeggiare v’invito a pranzo. Frittata. Di dodici uova. Fresche di pollaio, eh.

 

Risultati immagini per gael garcia bernal Nei miei primi tempi a Barcellona, quando ancora reggevo la movida locale, mi toccò una coinquilina memorabile. Era una tipa simpaticissima e intelligente, amica di amici, ma svitata totale, eternamente imbronciata perché era finita in una casa di guiris (termine locale e vagamente razzista per indicare turisti e/o forestieri “occidentali”). La domenica noi stranieri ci aggiravamo per casa come zombie, reduci da nottate all’ultimo chupito, e lei era lì, con tutto il suo entusiasmo, a cercare di resuscitarci con mille dépliant di sconti per i musei e link assortiti su jam session di flamenco non turistiche nel centro storico.

Finì che me la portai a ballare un paio di volte, ritrovandomi sistematicamente a reggerle la candela con qualche sconosciuto incontrato al bancone di un bar. Siccome capitò lo stesso ad altri amici guiris, diventò una fonte inesauribile di battute tra noi.

Però mi rimase impressa la prima uscita insieme: la mia amica aveva adocchiato un ragazzo dal faccino regolare, occhi bassi, avvolto in un giubbottone col bavero alzato fino al naso. Il tempo di spostarci dallo Sugar Bar al Magic e il timidino si era pressocché denudato, rivelandosi la copia palestrata di Gael García Bernal. Non feci in tempo a congratularmi con la fanciulla per la vista lunga, che me la ritrovai premuta contro il mio orecchio a farmi la seguente dichiarazione: “Maria, è troppo bello! Mi fa paura!”. Già cominciavo ad assicurarle di essere più che lieta di salvarla da un simile fastidio, accollandomi io il peso di ballarci, quando lei si spiegò meglio:

– Mi piacciono sempre i falsi timidi che si rivelano personaggi istrionici e assurdi. È proprio la loro ambivalenza a renderli pericolosi, finiscono per spezzarmi il cuore e sparire dalla circolazione.

Ok, confesso che nella musica rimbombante del Magic, e al terzo mojito, la mia amica non si espresse proprio così. Ma la sostanza era quella.

A tanti anni di distanza le rendo un omaggio tardivo, perché senza essere esperta di psicologia suppongo che si trovasse in un loop che conosciamo in tanti:

  • quello che identifichiamo come amore ci sorge “spontaneo” solo per persone che ci fanno male;
  • “rieducarsi” a un amore che ci fa bene significa perdere, appunto, questa spontaneità.

In un certo senso ci sono passata anch’io e riconosco l’aspetto più brutto di una questione del genere: non esiste una soluzione ideale. Se siamo così, è quasi impossibile innamorarsi di una persona che ci prenda molto E ci faccia anche bene.

Si finisce o in situazioni orribili (come sanno anche i miei amici maschi attirati da psicopatiche) o in rapporti un po’ più complicati, magari senza il trasporto adolescenziale dei primi casi, in cui la prospettiva di essere felici diventa un lavoro quotidiano. Perché, parliamoci chiaro, un finto agnellino che ci diventa il re della pista è facile, da amare. Il giorno dopo sparirà, poi ci cercherà di nuovo, poi tornerà a sparire, e ci lascerà con l’idea di quanto sarebbe bello insieme “se solo” ci considerasse di più. E la certezza di non scoprirlo mai.

Figurarsi com’è difficile con qualcuno che già di per sé non ci offre la droga a cui siamo abituati, che si mostra noiosamente interessato e disposto a restare, costruire qualcosa ogni giorno, col rischio di rivelarsi non “troppo” bello ma fin troppo umano, con tanto di piccole e grandi manie che solo una lunga frequentazione può rivelare.

Quindi uff, detesto le situazioni come quelle della mia amica, stile “o bevo il veleno che mi piace o mi sorbisco una sbobba che non voglio”. Però quelli con la mia serenità, ormai si sarà capito, sono gli unici compromessi a cui scendo volentieri. Innanzitutto perché non nascono dal nulla, per amare qualcuno dev’esserci qualcosa di fondo che non si acquisisce in nessun modo, c’è o non c’è. La base su cui costruire il resto ci vuole. E poi non si tratta di un vero compromesso: anche il masochismo sentimentale è un comportamento acquisito, che abbiamo ripetuto tanto spesso da avercelo in automatico. Infine entra in gioco una sfida che può generare dipendenza quanto le relazioni tossiche: fare quello che possiamo, con gli strumenti che abbiamo.

Si tratta di “esercitarci” in un ruolo per noi insolito: diventare la parte di noi determinata a essere felice. Un lavoraccio di quelli che, però, sono ben retribuiti.

Per la cronaca, la mia amica quella notte finì a casa di “Gael”, che prima di un amplesso piuttosto deludente le spiegò per un paio d’ore la sua recente svolta spirituale, con tanto di lettura di brani da non so che testo sacro. Ovviamente il giorno dopo era bello che sparito.

Cosa vuoi di più dalla vita?

Scusandomi per l’uso privato del mezzo pubblico, dico solo due parole: buon anniversario.

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Spero che mi riveliate che in Italia ormai si trova tutto questo, e con la stessa facilità che a Barcellona. Se no, al lavoro!

Di queste proposte mi piace soprattutto la possibilità, che esistano. Non si tratta di abbracciarle o approvarle tutte, ma solo di concepire stili di vita diversi dai propri, senza demonizzarli.

Ce la possiamo fare. La Catalogna non è l’Olanda, siamo molto più simili.

E Italians don’t do it better, ma a volte they do it.

Cominciamo!

  1. La scritta Refugees Welcome campeggiava sul Comune qualche mese fa e c’era già un’iniziativa concreta per ospitarli in casa nostra. Alle manifestazioni centinaia di persone chiedono di accogliere i rifugiati.
  2. Barcellona è la prima città vegan friendly d’Europa. Ogni mese c’è una Fiera vegana che propone ottimi piatti a prezzi modici, insieme a conferenze, concerti, dibattiti, proiezioni. Il Tatami Room, tra i sushi più fighetti, partecipa ai Lunedì senza carne con un menù tutto vegano almeno un lunedì al mese. E la gente ogni tanto sfotte, ma non ai livelli parossistici italiani.
  3. Barcellona è una città molto aperta dal punto di vista sentimentale. So che il poliamore si va diffondendo anche in Italia, ma ci sono eventi con conferenze, concertini e musica, e centinaia di partecipanti?
  4. A Barcellona i diritti civili non sono scalfiti dal benaltrismo. I gay possono sposarsi e avere figli. C’è un’area chiamata Gaixample, piena di locali gay molto gettonati anche tra gli etero. Ci sono diversi festival. Al gay pride, ahimè, le manifestazioni si dividono: da un lato quella enorme, sponsorizzata da discoteche, club di ogni tipo. Dall’altro quella canyera, combattiva, che parla di diritti e riconoscimento. Sì, vado alla seconda.
  5. Femminismo non è una parolaccia. Al Comune bandiscono concorsi per questioni come la violenza di genere (a proposito, ni una menos) o gli stereotipi femminili nei media. Insomma, liquidare tutto come politically correct qui non attacca. Anzi, gli uomini dei numerosi collettivi di quartiere sono coinvolti attivamente e partecipano all’8 marzo. (Niente spogliarelli). Ci sono iniziative che avvertono dei pericoli del cosiddetto amore romantico cantato dalla Cinquetti. I “complimenti” per strada, che titillano l’insicurezza di alcune nostre connazionali, sono stigmatizzati.
  6. A proposito, i movimenti dal basso qui sono molto più sviluppati. Ci sono consigli di quartiere, di distretto, collettivi di ogni tipo, dalle corali ai gruppi che promuovono la cultura locale. Nei centri culturali finanziati dal Comune offrono corsi di ogni genere a prezzi modici. Quando sgomberano un centro sociale importante per il quartiere, si mobilitano pure i vecchietti, numerosissimi anche ai tempi degli indignados.
  7. Incrocio di culture. Purtroppo, un paese impegnato a difendere la propria cultura potrebbe sottovalutare questa risorsa, e tanti stranieri fanno i turisti a vita (con conseguenze disastrose). Ma il fatto che quasi il 10% della popolazione barcellonese sia costituito da stranieri non mi dispiace per niente, né dal punto di vista politico, né da quello… gastronomico. A parte le mangiate che mi faccio di cucina araba, cinese, pakistana, questo si ripercuote su una scena artistica fantastica, dal concerto di musica classica indiana a Casa Àsia alla banda più fracassona di Gipsy Klezmer. Ovviamente, la comunità anglosassone è tra le più gregarie, con propri cabaret, spettacoli teatrali e quiz al pub. Ma, per esempio, stasera vado alla Festa del Marocco.
  8. Attenzione ai bambini. Non c’è festival, festa di quartiere, iniziativa di qualsiasi tipo che non ci faccia almeno un pensierino, a creare un’area bambini. E la letteratura infantile è una delle poche che tengono botta. Alla Fiera vegana di cui sopra c’era una bancarella vicino alla mia che vendeva un sacco di libri illustrati sul rispetto per gli animali, anche a genitori non vegani.
  9.  Memoria lunga. Forse troppo, ma per una che viene da un paese con la memoria del pesce Dory non è affatto male. Barcellona ricorda. I bombardamenti (italiani) che l’hanno devastata. I desaparecidos argentini, i cui figli portano avanti una causa importante. La sofferenza dei popoli latini chiamati a celebrare il Columbus Day. Qua la storia è fin troppo importante: avete mai sentito parlare di uno “storico di quartiere”?
  10. Reinventarsi. Casa Surace e The Jackal mi informano che anche in Italia, complici disoccupazione e cambiamenti generazionali, si modifica un po’ l’idea di gioventù e di cosa significhi avere 20, 30, 40 anni. Ma Barcellona mi dà davvero l’impressione che possiamo costruirci noi la nostra personalità. Decidere chi vogliamo essere e a che età. Ovviamente, spesso è un’illusione, minata da lavoro precario, caro affitti, mobilità della popolazione. Ma tra le reti che si formano per aiutarsi con lavoro, alloggio, cura dei bimbi (i nonni sono lontani), diciamo che forse è un po’ più facile decidere cosa vogliamo essere.

So che è finita la top 10, ma aggiungo un’altra cosa che adoro: la possibilità di essere ignorati. A me in una grande città non fa paura, anzi. Bello essere liberi di metterci il cavolo che ci pare senza che nessuno ci dica niente, di andare in giro mano nella mano con chiunque ci siamo scelti per condividere la vita. O sentirci apostrofare col “tu” (che shock, all’inizio!) anche se siamo professori universitari, sempre che non diventi una scusa per fare i baroni peggio di quelli italiani in giacca e cravatta.

Insomma, è qui che ho scoperto che vivi e lascia vivere non era solo un proverbio da scrivere nel quaderno a righe, e dimenticare appena uscita in strada.

 

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Lo confesso: nonostante i buoni propositi, il telo da spiaggia per il dopo-lezione me lo sono portato una volta sola. A metà settembre. Con un cielo non proprio terso e una brezzolina che mi faceva accapponare la pelle. Così ho desistito e sono entrata, udite udite, da Starbucks, la cui soglia a Barcellona avevo varcato una volta sola, almeno per restarci.

Ma m’incuriosiva una serie di bibite reclamizzate come Pumpkin Spicequalcosa (ho sempre creduto nell’uso della zucca nei dolci). Anche se ora non ricordavo, delle bevande raffigurate all’entrata, quale volessi provare. Pumpkin Spice Cappuccino? Boh, affare fatto. Che poi affare per modo di dire, quattro euro e qualcosa un cappuccino?! Mi sono seduta a uno di quei banconi per avventori non accompagnati, con sei sedie disposte una accanto all’altra. Al di là del vetro che mi separava dalla strada, il retro dell’insegna che avevo letto all’ingresso pubblicizzava un Pumpkin Spice Latte. Ecco cosa volevo. Ecco.

Ed eccomi seduta davanti a una Barcellona quasi autunnale, con in borsa un telo da mare stropicciato solo dalla ricerca di un libro che, al contrario del cappuccino, trangugiavo avidamente. Il tempo che mancava alla partita del Napoli mi suggeriva che fosse già troppo buio, per le due ore legali spagnole. Insomma, sembrava un pomeriggio vero. Di quelli in cui la spiaggia non è un’opzione, la gente torna dal lavoro, i bambini dal doposcuola, e tutti pensano all’estate, invece di starci ancora immersi.

Allora ho formulato due riflessioni, una su settembre e un’altra sul Pumpkin Spice Cappuccino.

Quest’ultimo, è doloroso ammetterlo, pareggia quasi quelli del mio bar hipster preferito, con le stesse polverine magiche che si trasformano in tè spumoso. Devo rassegnarmi al fatto che se non vado dallo spartano Sirvent (“gelatai dal 300 a.C.”) non saprò mai “cos’ho nel bicchiere”. Comunque il bancone a cui ero appoggiata era appiccicaticcio.

Con settembre, invece, ci ho fatto pace. Ho ammesso che le nostre incomprensioni fossero dettate dalle mie aspettative su di lui, dalla mia ostinazione a vederci quello che non era più (agosto), invece di quello che potesse diventare (primi buoni propositi e ultimi gelati).

È come confrontare la vostra nuova fiamma col vostro ex. O, peggio, paragonare la vostra relazione reale con una immaginaria, che coltivate da secoli con qualcuno che non vi si fili proprio.

Mentre ad agosto perdoniamo tutto, dal caldo affollato ai fruttivendoli chiusi, di settembre ignoriamo il piacevole fresco, le gite meno sudate, le “pizzate” del post-vacanze, e guardiamo solo all’anticamera del freddo e del lavoro (anche se spesso, di questi tempi, o non l’abbiamo mai interrotto, o non l’abbiamo neanche iniziato).

Ci sono relazioni che si sono rotte per molto meno, progetti mandati alle ortiche da un cocktail similare di false aspettative e scarso senso della realtà.

Allora mi sono ripromessa di guardare anche settembre, e perfino Starbucks, con gli occhi giusti. E, dopo aver cercato invano di buttare il mio bicchiere monouso (ma almeno riciclano?), ho raggiunto un Bar Blau reso ancora abbordabile dagli ultimi assenti, e dalla nutrita concorrenza che trasmette la Champions. Ho riconosciuto i lunghi capelli delle napoletane, ancora raccolti in una cipolla anticaldo. Ho ammirato le abbronzature ramate a me interdette da una bisavola altoatesina, e lo sguardo color caffè di chi alle mie cortesie di sconosciuta risponde “gracias”, con l’espressione di mia madre che i miei occhi chiari non sanno imitare.

E niente, abbiamo pure vinto.

vignettaspinoza Siccome il primo settembre pare che dobbiamo infilarci un cappello di lana, iscriverci in palestra e postare i Green Day, ieri ho deciso che la mia passeggiata serale sarebbe stata dedicata a un barrio più autunnale: Sants.

È un quartiere bello intenso, non del tutto ucciso dall’affluenza di turisti intorno alla sua stazione. Mi sa di progetti che durano, anche all’imbrunire dell’ultim’ora legale. Roba che i tavolini in piazza, in certi mesi, li ritirano anche prima delle 10, ma poi intorno alla ferrovia ci sono sempre ristorantini aperti (raccomandiamo il palestinese), per chi cerca a tutti i costi la Barcellona da bere.

Questo è stato il mio saluto all’estate, sudato e luminoso come ci si potrebbe aspettare dal primo settembre se non fossero tutti intenti a farne l’anticamera dell’inverno.

È che io sono di nuovo in una di quelle fasi in cui non si capisce quale sarà il mio destino, da qui a un mese. E non per colpa mia, ammesso sia una colpa. Alunni che cambiano città, scuole che aprono, scuole che chiudono, università non pervenute, centri di formazione che si rivelano case carute. E l’incognita di dove abitare, quella sempre (mentre scrivo, due muratori cercano di arginarmi la pioggia in ripostiglio). Barcellona, cercai di spiegare a suo tempo in un romanzo che nessuno mi pubblica, fa questo: dà e toglie, tutto in una volta. E lo fa veloce, prima che una se ne accorga.

Allora, mentre tutti formulano i loro buoni propositi, il mio sarà quello di saper scivolare.

Verbo che può evocare il classico triplo salto carpiato in pubblico da buccia di banana o, nel mio caso, il turno per usare lo scivolo, ai giardinetti di fronte scuola. Una volta che il nonno difendeva pacatamente il mio diritto di precedenza con concorrenti di 5 anni, una bambina spiegò all’amica:

– Aspetta, deve andare prima Maria.

– E chi è? – s’informò l’altra.

– Questa stronza – precisò la prima, indicandomi.

Adesso, nessuno mi aveva comunicato che la vita fosse piena di episodi come questo, con diritti concessi a denti stretti e insulti un po’ a caso. Quindi, ci rimasi malissimo. Ma l’idea di lasciarsi cadere con fiducia, tanto prima o poi i miei piedi toccheranno terra, mi è rimasta.

Mi chiedo dove siano, ora, queste concittadine ormai donne, e se sullo scivolo, come nelle migliori commedie romantiche e canzoni di Doris Day, ci vadano i loro figli.

La mia, di figlia, non c’è ancora, non so se ci sarà, mi piacerebbe. Mi rendo conto che non sento l’esigenza di averla, solo il desiderio. Parte del mio scivolare comprende questo: dove approdo approdo, va bene. Ne ho già parlato. Quando cominciamo a star bene con noi stessi, le scelte di vita vanno bene tutte. Non dico che si equivalgano, che non ce ne siano di migliori di altre. Solo che vanno bene. Non esiste un solo lavoro ideale o il posto perfetto in cui vivere o un solo “principe azzurro”, ma più si è in contatto coi propri desideri e meglio si sceglie.

Per questo, riguardo alla polemica sul Fertility Day, senza parlare come in questo articolo di “una retorica di auto-vittimizzazione economica che non aiuta l’economia del desiderio”, credo sia un peccato fermarci a un pur comprensibile e legittimo “Non posso”.

Perché se fosse proprio impossibile lo sarebbe anche per Abdul, che scarica sacchi di basmati e aveva preso in affitto un mio appartamento di transito, nello stabile in cui l’avevo conosciuto. Cinquanta mq, due stanze, cucina di Barbie e bagno a L.

– E in quanti ci vivete? – gli avevo chiesto. Io lo dividevo con un coinquilino emiliano, quando venivano ospiti era un casino e dormivo nel divano letto all’ingresso.

– A casa siamo in 8 – aveva risposto Abdul.

Ah, ma lui e la moglie e i due figlioletti occupavano la stessa stanza. Quella piccola senza balcone. No, vabbe’.

A Fahim, dell’ultimo piano, era andata meglio: era riuscito a vivere negli stessi metri quadri, ma “solo in 5”, tanto il figliastro non sempre rimaneva con loro. Quando gli è nata una bambina ormai non vendeva più mobili raccolti dalla spazzatura ed è riuscito a traslocare.

Anche queste sono scelte, “libere” quanto quelle di chi crede che per figliare ci sia bisogno di poter togliere ai figli ogni sfizio, quanto quelle di chi proibisce il velo in nome della democrazia (!) e si crede libero o libera di depilarsi o truccarsi o portare un reggiseno. Quanto gli usi e costumi che cambiano a seconda della data e del luogo di nascita.

Infatti non bisogna essere pakistani o nordici dal welfare di ferro per potere anche non potendo: la strada da fare è lunga, ma perfino da queste parti, o entro questi confini, le famiglie si organizzano, istituiscono asili solidali (anche nei centri sociali), scoprono il coworking.

Io sono una fanatica delle scelte, proprio perché so che sono più limitate di quanto crediamo. Quello che non vorrei succedesse, e non solo coi figli, è che “Non posso” diventasse un modo di non chiedersi cosa vogliamo.

Se non vogliamo figli non dev’esserci pressione sociale che tenga. Non abbiamo bisogno di ricordare quanto sia precario il nostro lavoro. Se ne vogliamo, nessuno nega che in certe situazioni può essere proprio proibitivo, che i contratti di lavoro durino meno di una gravidanza o che non tutti i nonni vogliano/possano fare i baby-sitter. Solo che a volte confondiamo il benessere dei figli con la capacità di dar loro “tutto quello che vogliono”. Quello di cui hanno bisogno, per quanto impegnativo, costa molto meno.

Ed è interessante per me questa polemica venuta fuori proprio alla fine di un’estate che è iniziata piuttosto chiara, in quanto a progetti e appuntamenti autunnali, e che adesso se li sta portando tutti via, come i mulinelli di sabbia attraversati anche quest’anno una volta sola, nell’unica giornata di mare.

Ma non ne disdegno altre. Uno dei pochi vantaggi di restare senza lavoro (per il momento) è che un’ora per la spiaggia si trova sempre. Perfino le mie compagne con orari di ufficio e contratti più o meno solidi si fanno un punto d’onore di approfittare degli ultimi tramonti in spiaggia, quando smontano.

Chissà se vogliono avere figli, loro.

Creare delle necessità è uno dei trucchi che ci inchiodano a vite non scelte.

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