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Baked-potato Ok, so che mi butto la zappa sui piedi e che mi posso attirare molte battute sulla patata che attira, ma spero che si sia tutti d’accordo: come tubero, è semplice e geniale.

E sto per citare due cucine che notoriamente non entusiasmano i miei connazionali: quella inglese e quella catalana (non pervenuta ai più, ma mi baso sulle opinioni scettiche degli expat).

Baked potato, patata al caliu: due modi diversi di designare cose molto simili. Patate lasciate al loro destino. La baked potato viene dimenticata in forno tutto il tempo che serve a renderla morbida e incandescente dentro, per poi essere condita in mille modi diversi (vedi jacket potato). Quella al caliu può richiedere una preparazione un po’ più complicata, ma rimane perlopiù al naturale, con l’aggiunta di sale e dell’olio d’oliva che raramente “irrora” la collega britannica.

Perché vi parlo di patate e condimenti? Be’, ne stavo gustando giusto una razioncina con un collega di master, arrivato a Barcellona da poco, che aveva scelto come tutor per la tesina finale uno che stava ai suoi interessi di studio come una patata al forno sta alla marmellata. L’aveva scelto per paura, perché il prof. era suo connazionale e quindi non gli avrebbe richiesto uno spagnolo impeccabile. Risultato: mesi di lacrime e sangue e incomprensioni, nel corso dei quali l’indice della tesi era stato stravolto per i motivi sbagliati. Seguendo un’intuizione, gli avevo indicato un altro docente, più influente e molto più occupato, ma anche più propenso a prendere in simpatia il giovane guiri appena atterrato. Avevo ragione.

Badate bene, qua non parliamo né di raccomandazioni né di miracoli. Il giovanotto in questione è un talento naturale, tutto ciò che doveva fare era continuare a esserlo e trovare qualcuno che catalizzasse le sue potenzialità, impresa difficile se arrivi in un posto sconosciuto in cui non sai come muoverti. Tutto quello che dovevo fare io, invece, era dargli quelle due dritte consentitemi dai sette anni a contatto con la universitat catalana.

Tutto bene finché non mi trasformo in Lady Macbeth e comunico al mio protetto un piano diabolico: “Devi togliere di mezzo il primo prof.! Metaforicamente, almeno. Devi cambiare ufficialmente di tutor”. E comincio seriamente a ordire complotti e tranelli perché si compia tale destino. M’informo con docenti di altre facoltà, faccio domande in segreteria, confronto precedenti. Tutto inutile, ovviamente: provate voi a cambiare il corso della burocrazia accademica.

Avevo ormai lasciato ogni speranza, quando l’altro giorno mi ha chiamato proprio lo studente conteso. Il ribaltone è avvenuto alle sue spalle e senza colpo ferire: i suoi due prof. si sono incontrati e hanno concordato tutto da soli. La versione ufficiale: per una questione burocratica (!), il prof. scelto da me era più adatto a seguire uno studente di master. Ben mi sta. Una volta avviato il processo, inutile sbattersi, le cose avvengono da sole o non avvengono.

Per festeggiare, siamo andati a mangiarci le patate di cui sopra (lo so, abbiamo scialato). Ma per un equivoco mio i due tipi ordinati, tra cui la versione al caliu, si erano rivelati identici. Cambiavano solo le salsette d’accompagnamento. Ho risposto all’evidente delusione del mio compagno di festeggiamenti facendogli notare:

– Senti, possiamo sbatterci tanto a fare MasterChef ma, che tu ci aggiunga salsa romesco o allioli, questa patata la devi solo mettere in forno e lasciare che diventi squisita per conto suo.

– Come tante altre cose – riflette lui, guardandomi con una punta d’ironia.

Allora ho ripensato al mio sbattimento per cambiargli il tutor. O, tornando per una volta ai fatti miei, agli affanni per cercarmi una casa nuova, finché non ho deciso di aspettare che se ne liberasse una conveniente, come si fa coi parcheggi al centro commerciale.

Meno male che non gli ho scroccato la birra, allo studente felice, se no tra i fumi dell’alcool avrei potuto addirittura convenire che l’esistenza faccia un po’ patata al caliu. Devi solo metterla in forno, azzeccare temperatura e gradi di cottura. E, ok, magari dopo metterci una bella guarnizione.

Lo so, sono operazioni tutt’altro che banali, nella loro apparente semplicità.

Ma, una volta avviate quelle, la “materia prima” fa tutto da sola.

La parte che ci tocca è quella di essere capaci di abbandonare pentoloni e ricette raffinate, quando siamo troppo stanchi per fare i grandi cuochi, e sapercela gustare.

Magari con un pizzico di pepe.

dead-end.jpg  Tornare a casa per le feste significa anche questo: immergerti nel museo di ricordi che è diventato camera tua e scoprire che, come spesso accade, chi ti fa soffrire di più è anche chi ti fa più regali.

Nelle vite precedenti, almeno. O così vorrei raccontarmi, ma in questa vita che mi piace definire come nuova, in cui ho il fiuto per aggirare i guai e un nuovo radar per la gente piacevole, in effetti di regali ne ricevo pochi. Forse perché nessuno ha niente da farsi perdonare o tutti sono già un regalo di per sé, perché è bello sapere che un WhatsApp sia tutto quello che mi separi da un infuso esistenziale in qualche baretto hipster di Sant Antoni.

Ma torniamo alla mia stanza-museo e alle cose che vi ho scoperto.

Ho ricordato che i difetti erano un valore aggiunto, nella mia antica costruzione delle relazioni di amicizia, amore. Perfino dei rapporti di lavoro.

Avete presente quando dite di qualcuno: “Ha una bella faccia tosta. Mi piace”? O: “È proprio pazza, che forte che è”. Ok, fin qui sono Falsi Difetti.

Poi c’è quello che secondo le leggende metropolitane è molto popolare tra le donne: “È proprio stronzo, ergo dev’essere mio”. Che poi a me sembra unisex, ma vabbe’.

In effetti per me adesso è difficile da capire, questo, ma a persone meravigliose che ho conosciuto al momento sbagliato mancava proprio un difetto. Quello che ai tempi cercavo per sentirmi a casa.

Quello che dovevo assimilare in me, e allora lo cercavo sempre altrove.

È come perdersi per le stradine di una città familiare ma non troppo: per trovare il bar che cercassi dovevo fare esattamente lo stesso percorso che mi ci avesse portato la prima volta, vicoli ciechi compresi. Dovevo proprio arrivare fino alla strada sbagliata, dirmi: “No, qua poi mi sono resa conto che avrei dovuto svoltare prima”, e tornare indietro. Mi succede ancora, ogni tanto, specie nell’Eixample, dove le strade si somigliano tutte.

Anche i miei amici di un tempo si somigliavano, per il difetto che me li faceva amare, quello che mancava a chi mi avrebbe trattata meglio e con più responsabilità: erano tutti un po’ sperduti in una nebbia che non era ancora disoccupazione, problemi seri di credito, convivenze abortite e gravidanze portate a termine.

Erano tutti persi e quasi contenti di esserlo, ma intanto spaventati e anche cattivi per questo.

Ed è strano pensare che in certi momenti della nostra vita, a volte per sempre, abbiamo bisogno di un difetto, per andare d’accordo con qualcuno, dell’insicurezza di una donna che secondo le leggende rende gli uomini più sicuri, della strafottenza di un uomo che trasforma le finte sicure in crocerossine, del difetto che è odioso e ti rende la vita odiosa, ma senza non sai bene come relazionarti.

Come quando ringrazi un operatore telefonico prima di riattaccare. Non sa come risponderti, tanto è abituato agli insulti e al comprensibile fastidio che condivide con chi perseguita.

Io a volte ho sentito la mancanza di questo difetto proprio come dei vicoli ciechi in cui dovevo perdermi per ritrovare la strada, l’unica che conoscessi, per la meta che mi prefiggevo.

Poi mi sono accorta che le strade sono tante e quella più breve non è poi quest’opzione impossibile da considerare (in tal caso, non riuscendo a percorrerla, la consideravo noiosa o sconveniente).

Certo, è difficile vivere così, accettare la responsabilità e le conseguenze di qualcuno senza IL difetto, uno che magari ce li avrà tutti, meno quello che ti faceva funzionare, allora quando ti farà male giungerà davvero inaspettato e senza risposte immediate.

Potrebbe anche essere che non succeda mai, o che sia un male umano, noioso e complicato che in qualche modo si possa risolvere, anche lasciandoselo alle spalle.

Non bisogna mica sciropparsi qualcuno o qualcosa in vista del prevedibile finale amaro.

Questo è il momento di scoprire che anche la strada più semplice possa essere una sorpresa continua. Solo che ha un difetto: non ci dà quel senso d’insicurezza che ci fa illudere di star attraversando chissà che grande avventura urbana, mentre quelle vere, intanto che affrontiamo questa, stiamo attenti a tenerle sempre fuori portata.

No, i difetti che mancano potrebbero addirittura non essere più un motivo di rimpianto.

Superarli potrebbe portarci alle cose necessarie, quelle belle sul serio.

Glielo perdoniamo, vero?

 

 

 

geppo È che non sapete quanto ci voglia a contattarlo.

Almeno da quando lavora fuori, da quando si è sposato, da quando insomma ha una vita che non sia un mero riflesso di ciò che gli è successo, della lotta che ha intrapreso perché non succeda a nessun altro.

Fatto sta che ultimamente, anche per una birra, il nostro amico beato chi lo vede.

Poi è arrivata la notizia. Quello che gli è capitato (che vi racconterà lui stesso nel link qua sotto) rischia di ripetersi anche in Italia.

E allora eccolo lì, pronto a raccontare.

Perché, suppongo, niente di niente gli toglierà quello che ha vissuto, né riuscirà a farlo sembrare meno uno schifo. Né il tempo, né i progressi della chirurgia. Niente.

Tutto dipende da come vive adesso. E adesso vive bene, la sua vita e quella degli altri, di quelli che non vuole passino per lo stesso inferno suo.

Il mio inferno, invece, è stato a buon mercato. Non mi manca nessun pezzo, semmai ho aggiunto qualche smagliatura, mi dico ridendo, per i periodi in cui ho mangiato poco.

Niente di terribile da raccontare, una storia banale come ne capitano a tanti, con l’unica differenza dell’originalità della scoperta: che lui avesse un’altra, l’ho saputo davanti a un piatto di olive.

Da un amico talmente ignaro della mia relazione segreta e scurnusa (non per me, ma vabbe’) da mettermi subito al corrente di quell’altra storia, già più convinta, già nota a tutti.

Niente spari, per fortuna, niente medici, solo una rapida e inutile risonanza magnetica, prescritta da chi crede davvero che la scienza curi tutto.

Certi organi non li cura manco il tempo, mi spiace. Ma funzionano lo stesso.

E anche io, che mica avevo perso un occhio, solo la faccia e il cuore ma quello dei poeti, anche io adesso se mi chiamano sono pronta a scattare perché non succeda più.

Né a me né agli altri, ovviamente. E non cambia lo schifo che ho passato e forse non aiuta altri a superare lo schifo loro.

Ma eccomi uscita dal mio piccolo inferno da due euro, quelli che ci vogliono a comprare un piatto di olive, a dire non lo fate più, non diventate mai l’errore di qualcuno, lo schifo che vi succede è schifo e basta, quel che conta è il presente.

E il mio per fortuna resiste bene, sedimentato su quelle macerie.

Si nutre dei resti di quella che ero e ci fa belle cose, come un cuoco con gli avanzi.

Eccomi quindi a cucinare il presente e a dirvi d’incassare, chinare il capo e correre a vivere il vostro.

Provate anche voi. Trasformate l’inferno in una vita vivibile, dolce, nelle macerie su cui costruite la vostra esistenza ora. Aiutate quelli che non hanno vissuto il vostro inferno a non entrarci mai. Questo è il mio unico consiglio, un consiglio da due euro.

Gli appelli li lascio a chi ha sofferto veramente.

Io vi ricordo che un presente esiste.

 

 

 

 

viavecchiaPer me quello che ha inventato il detto chi lascia la via vecchia per la nuova ecc. ci ha presi per il culo tutti.

Pensavamo fosse un monito e invece era una constatazione.

Di quelle così banali che poi ci scordiamo quanto siano vere: occhio che a cambiare strada non sappiamo che troviamo, ma siamo così occupati a immaginarcelo che poi ci delude.

Forse è per questo che tante religioni e filosofie si sono premurate di non farci affezionare troppo a ciò che siamo, ciò che crediamo ci definisca in un preciso istante: la cosa più sicura è che dovremo abbandonarlo per diventare altro.

Anche io attraverso l’ennesima fase di cambiamento, e meno male, una nuova “tappa” fatta di partenze, ritorni, progetti nuovi da abbozzare, vecchi da concludere. È qualche giorno che sono nervosa e non mi dico perché. Mi limito a esserlo e, cosa che avevo imparato a non fare da un po’, “evado” da me stessa, dedicando tutto il tempo al lavoro e cimentandomi in diversioni varie quando ho finito.

Quando mi muovo tanto, gatta ci cova, c’è qualcosa che non voglio ammettere, allora se permettete (intanto prendetevi un caffè, è una questione tra me e me) lo faccio adesso: sono nervosa.

Perché, appunto, so quel che lascio ma non so quel che trovo.

So quel che voglio in questo ottobre un po’ limbo, mezzo estate mezzo nubifragio, pieno di scartoffie vecchie e nuove e di voli da tenere d’occhio. Non so cosa avrò ottenuto entro dicembre, quando farò il solito bilancio di fine anno, se sarò delusa o contenta. Per me che ho le manie di controllo, non saperlo è un bello smacco.

Ma poi penso: ho qualche modo di appurarlo, se non vivendo giorno per giorno quello che mi preoccupa e mi fa innervosire? No.

Non lo so, che succederà, ma so una cosa: è sempre successo che cambiassi e sono sempre sopravvissuta al cambiamento. Ci sono buone probabilità che continui a essere così.

Il cambiamento è inevitabile, quello che si può evitare non è l’ansia, ma l’errore di farcene travolgere.

Quello che si può fare è accettare che da quando abbiamo messo piede in questo mondo siamo sempre diventati qualcosa di diverso da quello che avevamo creduto di essere, e che non sempre è stato un male.

Io, per esempio, se avessi assecondato me a cinque anni sarei dovuta diventare una principessa che come hobby servisse ai tavoli intanto che facesse anche la maestra.

A conti fatti sono riuscita a diventare tutte e tre.

Ovviamente gratis.

https://www.youtube.com/watch?v=azxoVRTwlNg

camera con vista2  C’era questo signore cinese che occupava una stanza d’albergo attigua alla mia, a Milano, secoli fa. Passava le giornate a cantare una nenia stonata che voleva essere lirica (talmente cattiva che non si capiva se fosse opera cinese o italiana). Quando chiedemmo spiegazioni in reception, un portiere spiegò appunto che il Farinelli di Macao si preparava per uno spettacolo (il cui pubblico, ovviamente, raccomandammo a Nostra Signora di Sheshan).

Insomma, amanti non corrisposti, immaginiamoci come questo qui, chiuso in camera tutto il tempo a provare eternamente questa melodia stonata in vista di non so che rappresentazione. Solo che la nostra, la resa dei conti con l’amato bene, potrebbe non venire mai.

Il fatto è che la tristezza da rottura o da due di picche, se coltivata, diventa sul serio una stanza a parte in cui ci rifugiamo ogni giorno. Lì ci creiamo un nostro mondo di sconfitta e sollievo di cui anche la persona amata diventa un abitante, un fantasma che aleggia solo lì, ma con la sua presenza rende inquietante la casa intera.

La stanza dell’amore/dolore ci serve quasi a proteggerci dal vuoto che ci siamo creati, visitarla ogni giorno diventa un rituale come andare a parlare con una lapide al cimitero. Una piccola morte che invece di essere salutata e lasciata andare diventa una parte della vita e la manda in cancrena.

Nella stanza, l’oggetto del nostro amore non ha più niente a che vedere neanche con l’originale: se lo dovessimo incontrare (e su questo non avete mezze misure, o evitate drammaticamente i posti che frequenta o ci andate sempre a finire) magari ci sorprenderemmo di trovarlo lì e non nella nostra stanza del pianto, mentre lui si sorprenderebbe del nostro sguardo da stoccafissi.

È vero, la “fase stanza” è un’anticamera che ci serve, a volte, per passare oltre, varcare quel corridoio che sembra così grande e passare ad altro, accenderci il fornello e farci la cena, o sederci in soggiorno a guardare il tramonto tra le antenne.

Il problema è quando la nostra vita ormai si consuma solo là.

Perché quando l’amore non è corrisposto, o non sappiamo pensare ad altro o ci avvelena tutto quello che facciamo. 

Quando è corrisposto, invece, succede il contrario: non ci concentriamo più su quello e possiamo pensare a tutto il resto.

L’amore corrisposto non è una stanza, è come aria che rinfresca tutta la casa.

Ma quando riusciamo a uscire di lì, quando abbiamo il coraggio di premere la maniglia e affacciarci a vedere il casino che è diventato intanto il resto della casa, succede tutto il resto.

Allora lo sentiremo come un tradimento, quasi, verso il fantasma. Scusa perché non abito più il nostro amore che tu hai già lasciato da tempo. State certi che saremmo scusati, se gliene fregasse qualcosa. Ma deve fregare a noi l’ottimo proposito di tradirlo per smettere di tradire noi stessi.

E allora su, su, cominciate a dare un’occhiatina, a ricordarvi com’era fuori, prima che vi muraste vivi.

Se lo fate bene, verrà il momento in cui l’amore sarà solo profumo, un mazzo di fiori depositato all’ingresso, e prenderà dolcemente tutto lo spazio che vuole.

thewolfofwallstreetMeno male che la mia prozia saggia e praticona, quella che calcolava in un secondo i pro e i contro di qualsiasi situazione, ci ha lasciati senza sapere che ho detto di no a quello che lei avrebbe senz’altro definito ‘nu buono guaglione.

Uno con una posizzzione, affezzzionato, uno che per farsi tutti quei chilometri per venirmi a trovare (per la zia un paese vesuviano era ancora a mezz’ora di viaggio da casa mia) doveva per forza essere interessato. E siccome pure io ero ‘na bona uagliona, affezzzionata e devota ai genitori e brava studentessa (pure se ‘nu poco scema, potevo fare il mestiere di papà), non ci sarebbe stato nessun ostacolo a una felice unione, per la quale lei mi aveva già provvisto di un po’ di corredo.

Nessun ostacolo, tranne la mia volontà.

E la decisione di lasciar perdere il bravo guaglione dopo un paio di uscite insieme, per riprendere la storia sgangherata col povero diavolo senza nient’altro da offrirmi che la sua distratta attenzione.

No, la prozia non è morta di crepacuore, ma io ho vissuto male un bel po’.

Tuttavia, non riesco ancora a decidere dove stia la verità, ammesso che ce ne sia una, in questioni del genere: da una parte rinunciavo a un amore sereno e dolce per le solite montagne russe; dall’altra, a prescindere da ogni considerazione, per il “buon partito” non provavo lo stesso che per lo spiantato confuso che frequentavo da un bel po’.

Ci ripenso quando conto le volte in cui la bona guagliona sono stata io (il che confermerebbe che c’è un karma e ha tanta, tanta kazzimma). A quando qualche spiantato confuso mi ha messa da parte per continuare a coltivare un ideale femminile irraggiungibile, o semplicemente per inseguire qualcuna che gli piacesse di più.

Anche a loro è finita male come nel mio caso, come quando ho ripudiato la serenità per il disagio.

Ma avrei potuto evitarlo? Riguardo ai miei spiantati, sospetto che qualsiasi sentimento potessero cominciare a nutrire per me fosse soppiantato dalla terribile sensazione di non meritare la serenità. Quindi sono rientrati nei ranghi di una vita infelice per vocazione e hanno preferito andare ad aggiungere un altro amore impossibile alla collezione di cose di cui lamentarsi.

Forse quello che non riesco a decidere è: se in questo momento della nostra vita ci serve soffrire, va bene lo stesso? Se per innamorarci necessitiamo di una persona pericolosamente uguale ad altre che ci hanno ridotto in cenere, che non si lascerà amare con costanza ma d’altronde non ci amerà mai con continuità, possiamo limitarci a dire “per me l’amore è questo” e continuare?

Per qualcuno sì. “Per trarre una buona volta la lezione che ci serve e non farlo più”. Io continuo a pensare che in casi simili sia venuto il momento di chiudermi in me stessa e di cercare in me quello che mi manca. Le donne che cercano i balordi mi sembrano, ogni giorno di più, incapaci di convivere col loro lato ribelle, e costrette a trovarlo in qualcun altro, per riconoscerlo.

Forse, gli uomini che cercano le bellezze eteree che li piantano giusto prima del fastidio di accorgersi che sono donne in carne e ossa non sono pronti alla realtà. E l’illusione è così bella e rassicurante anche nel dolore, perché non devi fare nient’altro che quello che hai sempre fatto e che ti riesce così bene.

Sederti in un angolo e guardare la tua vita passare.

Senza mai correre il rischio di scottarti per qualcosa che faccia male e ne valga anche la pena.

mirrorVeramente avrei dovuto intitolarlo “Come ci vediamo”, questo pippone mentale che inizia con una domanda: cosa vediamo, davanti allo specchio, in una giornata proprio no?

A parte le considerazioni sul nuovo brufolo vicino alla bocca.

Come ci vediamo, sul serio?

Se la giornata è proprio nera, ci ricorderemo di essere “quello che non è riuscito a vincere il concorso”. Se è nerissima, ci sentiremo “quella che non riesce a farsi aumentare lo stipendio da due anni”. Se proprio è il caso di chiudere bottega e tornare a letto, saremo “quelli che hanno fallito in tutto”.

Be’, a prescindere da se lo siamo o no, pensiamo un momento a come ci vedono gli altri, invece, una volta usciti di casa.

Ci vedono assonnati, datemi retta. O malvestiti se sono snob, o un po’ sfigati se stiamo palesemente rimuginando sui rimpianti di cui sopra. Qualcuno che ha qualche problema con se stesso ci odierà senza motivo apparente. Qualcuno che ci guarda con insistenza sarà per noi un potenziale provolone o un critico efferato, e magari ci ha scambiato solo per l’insegnante di suo figlio.

Ma ok, qualsiasi cosa pensino di noi, che poi saranno fatti loro che a noi importano poco, qualsiasi cosa pensino difficilmente coinciderà con la definizione che ci siamo appena regalati allo specchio, in un momento di scoraggiamento.

Quello che voglio dire è: i nostri fallimenti ci definiscono perché lo decidiamo noi. Non sta a noi decidere quanto soffrirne e fino a quando. Ma pensare che la nostra vita sia determinata da quelli e noi siamo “quelli che non ce l’hanno fatta”, è un problema nostro.

Funziona così: ci incorniamo di riuscire a fare una cosa, senza contare i fattori che non dipendono da noi (i soliti: il caso e le decisioni altrui). Decidiamo inopinatamente che di tutto quello che siamo ci definisca proprio questo, il nostro progetto. Che succede, se non funziona? Che questa definizione arbitraria e riduttiva che ci siamo applicati diventa la nostra pietra tombale, la lapide che ci sentiamo quasi in dovere di portarci sempre dietro.

Eccoci quindi ad attraversare la strada pensandoci come “quelli eternamente innamorati” di qualcuno che, vi giuro, in quel momento starà pensando alle blatte di Lucrezia Borgia piuttosto che a noi (un saluto a Lucrezia, era per fare un esempio scemo). Ma no, noi ci dobbiamo definire a partire da quello. Qualche perversa legge interna creata da noi stessi lo sancisce.

Magari, girato l’angolo, arriviamo a un caffè in cui un tipo seduto a un tavolino non riesce a leggere l’inchiostro simpatico di “cuore infranto” e vede solo una persona che potrebbe interessargli. Oppure arriviamo al lavoro e la nuova responsabile venuta da fuori, senza i pregiudizi positivi o negativi di chi l’ha preceduta, vede in noi solo una tabula rasa da valutare.

A questo punto, entriamo in gioco noi. Che dobbiamo capire quando smettere di rifugiarci nella comoda etichetta di falliti e correre il rischio di essere qualcun altro.

Qualcuno che potrebbe non “fallire” (se di fallimento si tratta) la prossima volta. O fallire di nuovo, chi lo sa, ma imbarcarsi in qualcosa di più stimolante del dolore lento di chi non riesce a essere nient’altro che quello che non è stato.

Proviamo a toglierci sto tag da sfiga nera, allora, che se qualcosa dei nostri fallimenti trapela a prima vista è perché ci stanno affliggendo anche all’esterno. Ma il nostro corpo, vedi le persone in riabilitazione, è più svelto di noi a ricominciare, appena lo mettiamo nelle condizioni giuste.

Prendiamo esempio.

https://www.youtube.com/watch?v=233gIsIUYN0

correttoreSarà capitato anche a voi, vero? Di essere l’errore di qualcuno.

Di ascoltare la versione dei fatti del vostro ex (o leggerla, giacché anche le rotture sono social) e scoprire che il suo pensiero è: con te ho fatto un errore.

Quindi, tutto il tempo in cui non ci prendeva né ci lasciava, ci voleva bene ma non in quel senso, gli piacevamo ma non troppo, e sicuramente non in pubblico, tutto quel tempo, col senno di poi, è diventato il suo sbaglio. Per “senno di poi” intendiamo gli eventi successivi a qualsiasi schifo di rottura-non-rottura ci sia stata riservata (leggi “persona che lo ha ripagato con la stessa moneta”). Dunque, la storia era uno sbaglio. E a conti fatti lo siamo diventate anche noi. O diventati.

Non so voi, ma lo trovo davvero frustrante. Le letture ex-post sono quasi sempre banalizzanti e autoconsolatorie, ma vi dà proprio quest’idea, scoprire che il periodo in cui siete annegati nello schifo per cercare di tenere in piedi una storia mai iniziata venga riassunto come “un errore”. Sì, ci viene spontaneo replicare, è stato un errore, ma mio: ho buttato via un pezzo della mia vita per sbaglio.

La cosa peggiore da fare, però, è sentirci anche noi un errore. Pensarci come il fallito che voleva trasformare la relazione da provvisoria a stabile. O come l’illusa che non è riuscita a farlo innamorare, al contrario della tizia che è venuta dopo, l’ha rivoltato come un calzino e se n’è andata con la stessa leggerezza con cui spariva lui per giorni senza darsene troppa pena. Poco importa se abbiamo scoperto che è un mistero indipendente da noi, questo dell’amore e dell’attrazione, che per uno che in noi non ci trova niente di speciale ce n’è un altro che ci adora.

Resta l’idea, l’ingiustizia che non digeriamo. Come quelle cicatrici di 20 anni prima che si fanno sentire in una notte di freddo improvviso, riportate da una folata di vento.

Da ragazzina mi imbattei in un trattato di Freud che argomentava che l’uomo crea Dio a sua immagine e somiglianza, perché non riesce ad accettare l’ingiustizia. Perché proprio non concepiamo che chi ci abbia fatto un torto non sia chiamato a renderne conto, fosse anche nell’aldilà. Io su quest’argomento concordo spesso con una frase letta per caso: “Non preoccupatevi per le persone che vi fanno del male: si distruggono da sole”. Almeno nella mia esperienza è vero, e credetemi, non lo dico con gioia.

Ma tant’è, l’ingiustizia ci attanaglia. Poco importa che quell’esperienza ci abbia fatto ritrovare noi stessi, nel lungo decorso del “dopo”. Ci è indifferente che ci abbia fatto lavorare sul serio sulla nostra vita, chiedere cosa volessimo davvero e finalmente creare le basi per ottenerlo.

Resta la sensazione che qualcosa debba succedere, qualsiasi cosa, perché quell’orrido capitolo della nostra storia personale abbia una parvenza postuma di lieto fine, perché non sia stato tutto invano.

Probabilmente non succederà mai. O sì.

E come tante cose non dipenderà da noi.

A noi tocca accettare che quel capitolo schifoso sia finito in modo schifoso.

E che tutta la bellezza che abbiamo prodotto durante la convalescenza non cancelli la ferita.

A questo punto non resta che godersi questa bellezza, adesso che sappiamo che non è una consolazione, che neanche quella basta a farci sentire meno stupide per esserci ridotte a essere lo sbaglio di qualcuno.

A fronte dell’orgoglio ferito e del tempo buttato, sentirci pienamente noi, adesso che l’incubo è finito, non sarà mai una consolazione, ma è tutto il resto.

E tutto il resto è tutto ciò che conta.

ciaomagreDa adolescente mi ritrovai di fronte a un cartellone pubblicitario, raffigurava delle donne molto belle e decisamente più grandi di me che mi facevano una boccaccia.

Lo slogan recitava: “Ciao, magre!”.

Ero magretta e risposi: “Cia’!”.

Poi mi chiesi un attimo cosa volesse dirmi quell’immagine. Ok, casa di moda per taglie sopra la 46. Io ero pure un po’ ossessionata con la linea, la questione del fisico mi veniva da mio padre, che ancora oggi fa certe abbuffate a pranzo e poi salta la cena. Con buona pace dell’idea per cui siano sempre le donne a subire modelli di bellezza.

Insomma, mi chiesi che avessi fatto a queste distinte signore per meritarmi una linguaccia e soprattutto come mai mi fossi accorta che misurassero qualche taglia in più rispetto ad altre modelle (ripeto, erano donne molto belle) solo dopo che avessero chiamato ME magra, definendosi dunque implicitamente non-magre. Quindi, volendo, anche grasse.

Insomma, accettavano lo standard di magrezza per contrapporgli una linguaccia e il messaggio “Guarda che bei vestiti possiamo metterci anche noi culone”.

Che poi per me “culona” è stato un grande complimento per molto tempo, visto che un tizio che non era riuscito a “quagliare” con me sentenziava del mio corpo: ” ‘E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso”.

Non coglievo la cosa più importante: il messaggio dell’annuncio non era rivolto a me, non ero il “target”. La linguaccia che facevano a me andava alle altre “diversamente magre”, secondo la definizione del cartello, perché si sentissero meglio e corressero a comprare i vestiti di quella casa di moda.

È anche per questo che non credo che le campagne Real Beauty servano a molto. Sia per come sono organizzate che per la loro impostazione. Alcune contrappongono direttamente una bellezza diversa da quella di oggi cercando di imporla come nuovo modello, come questa foto qui:

rita

Ecco quindi la ragazza caruccia in bikini taglia 46 che sorride nella stessa posa, con lo stesso trucco, con la stessa luce delle modelle scheletriche che di solito ammiriamo.

Sorride e sembra chiedere: “Dimmi che sono normale”. E vicino ci vedo un … ANCHE IO, grande come una casa.

Insomma, a me queste campagne, che siano prezzolate o spontanee, non convincono perché fanno esattamente il gioco degli standard che combattono e delle multinazionali che ci guadagnano: riconoscono questi standard come norma e cercano di opporre loro una “norma” più umana. Che a mio parere diventa eccezione nel momento stesso in cui prova a imporsi come norma.

Non prendo sottogamba il problema degli standard “irraggiungibili”, l’ho sentito addosso per molto tempo. E sono contenta di vedere che tra queste “donne reali” che si fotografano le smagliature, la cellulite, qualcuna si senta contenta di esibire il suo corpo vittima di anni di bulimia, di battaglie tristissime condotte a scapito della salute e dell’allegria. Se anche una di loro si sente meglio, la campagna è stata un successo.

Ma, se una ha bisogno di sentirsi dire “vai bene anche tu”, non sarà che non ne è convinta nel profondo?

E poi basta. Basta dettare modelli, che siano taglie minime o cosiddette forti.

“Imponiamo” il nostro nel migliore dei modi: vivendolo.

Ridendoci su, sorridendo col diritto che hanno tutti di farlo, ma solo chi si accorge che è la cosa più naturale del mondo riesce a conquistarsi.

E, credetemi, non uso mai la parola “naturale” a cuor leggero.

https://www.youtube.com/watch?v=9rUP_ozBJao

romualdoEbbene sì, non ve l’ho mai detto. Se lo ricorderà la mia compagna di banco delle medie, che è l’ex di Richard Gere.

Ai tempi la pedofilia non ci spaventava, perché ovviamente eravamo donne fatte. E prima ancora di chiamarci Mrs. Williams e Mrs. Owen, coi cognomi dei Take That (che all’epoca dovevano essere poligami), avevamo questa vita matrimoniale intensa con attori, cantanti e modelli, tra cui il principe di Fantaghirò.

Avevamo pure due figli, Kim e io: Eufrasia Fulgenzia Prassede e Taldegardo Sofronio Oroveso. Ma certo, i nomi mi erano venuti spontanei, buttati lì tipo Annuccia e Mimmo. Comunque eravamo molto felici.

Fino al giorno in cui…

Fino al giorno in cui incontrai sul serio Kim Rossi Stuart.

Mi ero intrufolata dietro le quinte del teatro, dopo uno spettacolo, al seguito di una compagnella particolarmente intraprendente. Se oggi mi ricordassero che stava vicino a Turi Ferro e non me l’ero cagato proprio, mi mangerei le mani. Ma vabbuo’, mi limito a ricordare che fui l’ultima a salutare il mio ormai ex idolo, e che nell’istante in cui mi guardò, cortese ma un po’ seccato, mi sorpresi sul serio perché non mi riconoscesse.

Cioè, razionalmente sapevo perfino io, che da adolescente ero fuori di melone, che Kim non fosse mio marito e non avessimo veramente due figli, specialmente con quei nomi. Ma che il personaggio su cui ricamavo ménage familiari fosse anche una persona che ignorasse la mia esistenza, ai tempi mi sorprese tanto, anche solo per un secondo.

Avrei dovuto tenere a mente la piccola lezione, perché ho passato un sacco di tempo a ricamare su cose mai esistite nella realtà, che alla prova dei fatti si rivelavano puri miraggi.

Fossero i famosi sogni che aiutano a vivere di Marzullo (già che stiamo in vena anni ’90, completo l’amarcord), la cosa avrebbe un senso.

Invece certi voli pindarici non fanno altro che rovinare l’esistenza reale, oppure ostacolare quello che davvero vogliamo ottenere.

La linea è sottile, lo so: avere bene in testa ciò che vorremmo non è affatto malaccio. Anzi, a volte è risolutivo quanto difficile da ottenere (vedi alla voce autoinganno). Ma agire, pensare, reagire come se fosse un prendere o lasciare, o succede quello che dico io o niente, è un bel guaio. Ci impedisce di vedere cosa abbiamo sul serio in quel momento, cosa possiamo fare per rendercelo più gradito e godercelo così com’è.

Che ne so, prendiamo a esempio uno che oggi è coetaneo del Kim di quando eravamo sposati: il mio ragazzo. Il problema è che se uno ha 25 anni adesso, e non nei primi anni ’90, ne ha quasi 10 in meno a me.

Io mi sentivo finalmente pronta per una relazione con uno che potesse anche essere più “maturo”, responsabile, diverso dai piccoli fiammiferai perlopiù coetanei che in genere mi porto a casa per offrire soccorso e sentirmi proprio figa.

Figuratevi se fossi rimasta ferma nel mio proposito: avrei detto “Su, su, piccolo, vai a giocare, ritorna quando avrai fatto lo sviluppo”. E invece ho provato ad aprirmi al dono che mi dava la vita in questo momento. A scoprirne la maturità inedita anche per certi miei coetanei non proprio entusiasti di crescere. Ad ammettere che sotto certi aspetti la bambina sono io, cioè diciamo che la mia crescita è avvenuta come la cottura delle mie tortillas, che vengono bruciate da un lato e crude dall’altro.

Allora, con buona pace di Kim, l’ho tradito con una persona reale e più giovane prima ancora di diventare ufficialmente milf.

E riconosco che le cose che attualmente mi possono affliggere hanno tutte a che vedere con aspettative che mi ero fatta in momenti in cui non ero proprio lucida: dov’è questo best-seller che deve cambiare la letteratura occidentale? Ancora non mi avete eletto Presidentessa del Mondo? E che fine ha fatto mia figlia, futuro Premio Nobel per la Fisica? A quest’ora dovrebbe avere già 10 anni!

Insomma, scherzi a parte: sapere cosa vogliamo è una fortuna. Pretenderlo, da noi stessi e dalla vita, è l’errore più grave che possiamo fare.

Così non vediamo cos’abbiamo davvero e perché dovremmo tenercelo come la cosa più cara al mondo.

Comunque a Carnevale qualcuno avrà in regalo un costume da Principe Romualdo: mi ci vedrete volar giù da una finestra, con quell’inguardabile pelliccia finta che fluttua nel vento.

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