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Risultati immagini per broken vase funny  Insomma, avrete capito che ultimamente mi succedono disavventure la cui soluzione rientrerebbe facilmente nella categoria prevete ricchione, un rimedio tutto partenopeo che si utilizza come extrema ratio.

Ma ecco insorgere in me quel tentativo, a volte un po’ insano, di “ricavare qualcosa di buono in tutto il brutto che mi succede”. Stavolta ho ascoltato volentieri la petulante vocina costruttiva, perché in quest’occasione mi è sembrata una buona consigliera.

L’idea è: compenserò ogni colpo della sfiga con qualcosa di buono.

Che so, pensavo di cambiare casa definitivamente ed è in atto una seconda bolla immobiliare? Conferenzina! Con esperti nel settore che aiutino a capire, e la speranza di reclutare tra il pubblico chi abbia i miei stessi problemi.

Mi hanno negato l’accesso a un secondo dottorato, per meno di un punto di media? Oh, io un dottorato già ce l’ho, vediamo se mi accettano così a collaborare col dipartimento. Magari faccio le stesse esperienze senza dover scrivere un’altra tesi.

La lezione privata mi slitta di un’ora perché l’alunna ha scordato le chiavi al lavoro? Fantastico! Anticipo il mio dopolavoro al Buenas Migas, con scone ripieno e bibita intrugliosa. Così dopo la lezione filo subito a casa, che piove pure.

Insomma, compensare i dispiaceri piccoli e grandi, vedere se dalle loro ceneri ricaviamo almeno lisciva, per lavare via la sfiga.

È una bella operazione da fare, sempre che si verifichi una condizione: accettare il dispiacere per il calcio in culo che è. Non cercare di sotterrarlo nella “compensazione” che ci siamo inventati. Altrimenti, invece di essere costruttivo, diventerà un’ossessione. Come la vendetta che possiamo covare contro un collega che è stato ingiusto con noi, una fidanzata che ci ha lasciati all’improvviso, un parente serpente che si sia “messo di traverso” in questioni ereditarie.

Perderemo anni a roderci per la giustizia che pretendiamo di ottenere (che è diverso dal riconoscerci vittime d’ingiustizia). Finiremo per procurarci vendette effimere che non compensano la perdita d’autostima, perché quella possiamo sanarla solo noi. Capendo che un colloquio andato male non ci rende degli incapaci, al massimo può spronarci a formarci di più. Che una rottura sentimentale ha più a che vedere con fattori esterni, che con quei quattro errori che in ogni caso, a partire da questo momento, tenteremo di non ripetere.

Quando cercheremo una compensazione, invece che una vendetta, potremo davvero ottenerla.

È quello che ho scoperto con la crisi che ha provocato la “svolta” un po’ niuegge a questo blog: il desiderio che lo schifo che stessi vivendo mi procurasse qualcosa in più dei due pantaloni di taglia “skinny” che adesso giacciono inutilizzati nell’armadio.

È un po’ come le maledizioni degli antichi dei greci: non possono essere cancellate, ma si possono controbilanciare con un dono.

Tiresia maledetto da Era non potrà mai recuperare la vista, ma grazie ad Apollo avrà il dono del vaticinio.

Ecco, io non ci ho mai visto meglio di quando ho smesso di esigere vendetta, e ho cominciato a  concedermi il perdono.

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Motivi che mi sono stati addotti negli ultimi tre mesi per escludermi da progetti, formazioni, cazzi e mazzi:

  • mancanza di metodo;
  • mancanza di preparazione;
  • scarsità di requisiti;
  • troppo entusiasmo.

Trovate l’intruso.

Ok, confesso: ho semplificato. Nell’ultima categoria ho riassunto una serie di considerazioni che in un caso sono state bonariamente liquidate come “eccessi emotivi”, e in un altro caso traducono una diffidenza dei miei esaminatori per il mio proposito di “aiutare gli altri”.

Mi chiedo se a rispondere “voglio fare la formazione per i soldi”, che sarebbe stata una bugia, non mi sarei attirata maggiori simpatie.

Perché le prime obiezioni sono serie. Posso essere d’accordo o meno sulla definizione di metodo, ma se un professionista sostiene che mi sia mancato nel redigere una tesi, una domanda me la devo fare. Stessa cosa dicasi per la mancanza di preparazione e di requisiti: è a discrezione dei formatori di una qualsiasi “impresa”, far entrare o meno una persona che finora abbia lavorato in altri ambiti.

Ma che le emozioni, l’entusiasmo, possano essere visti come qualcosa di negativo, di cui aver paura, mi sembra un problema grave.

Entusiasmo senza metodo è un disastro. Entusiasmo come attitudine di cui diffidare di per sé, rivela la prevalenza di un’idea di Ragione (ancora la Dea illuminista, ah, l’Illuminismo!) che niente riesce a scalfire, mentre credo non sia una bestemmia parlare d’irrazionalità come di un aspetto della vita umana, piuttosto che un peso da buttare fuori alla porta, perché rientri dalla finestra.

E allora, siccome le emozioni possono essere più complesse da gestire che una fredda dedizione metodica al lavoro, mettiamole da parte.

Parliamoci chiaro: io ho molto chiaro cosa voglia essere, e vado avanti così.

So che l’esclusione delle emozioni è un patto col diavolo che non porta neanche ai vantaggi sperati.

Allora mi chiedo: è questo che vogliamo? Un mondo lavorativo in cui anche l’entusiasmo soccomba alle logiche di profitto ed efficienza?

Io sono fuori dai giochi.

Voi, magari, potete ancora scegliere.

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La discussione finale del mio master mi ha dato l’onore di riguardare in faccia il mio tutor, eclissatosi durante l’intera stesura della tesi, introduzione a parte.

Vederlo lì in commissione a prendere bonariamente le distanze dai miei “eccessi emotivi” mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Sia per le critiche che posso muovere a me stessa (sapevo di non star dando il meglio e avrei potuto rimandare la consegna, in fondo lavoravo pure), sia perché un mondo umanistico che censuri le emozioni mi sembra una complessata parodia testosteronica di quello scientifico. So che pensarlo non aiuta a fare strada, d’altronde mi aveva avvertito anche il collega che avevo corrotto con una pizza perché “mi smussasse i toni”: a me piace molto il tuo stile, aveva detto, ma alle commissioni no, e lo sai. Ho corso il rischio e anche per questo ho preso 8. Per passare al dottorato ci voleva minimo 9. Pure sul sito del master invitano calorosamente a caricare le tesi “dal 9 in su”.

Ero tentata quindi di dare ragione a quei colleghi che avevano trovato il corso inutile e farraginoso, ma per fortuna mi sono accorta in tempo che rischiavo di commettere il loro stesso errore: dimenticare le lezioni che veramente mi hanno aiutata.

A conclusione di alcune riunioni tipo Alcolisti Anonimi (ma le dipendenze sono tante), ricorre una frase che mi è sempre piaciuta:

Trattenete quello che vi è stato utile dell’esperienza e lasciate andare ciò che non lo è stato.

Meicojoni, direte voi. Che però non lo fate mai. Siamo onesti, onestissimi, parola di scout: se un’esperienza si conclude male, quanto siamo propensi a buttar via anche i bei ricordi, in una scala da 1 a Clementine Kruczynski?

Eppure, “conservare il buono” potrebbe essere la chiave per ribaltare il risultato, e ricavare una svolta positiva proprio da “quella merda”.

Che spesso diventa merda solo col senno di poi, condizionata dal finale non proprio soddisfacente.

Un licenziamento in tronco, peraltro previsto dai contratti schifosi di oggi, ci fa buttare nella spazzatura anche la festa a sorpresa in ufficio, o il progetto affidatoci da un supervisore che certo non ci voleva fuori dai giochi.

Il fatto che una relazione evidentemente sbagliata si concluda con un terzo incomodo, invece che con una separazione pacifica, non dovrebbe cancellare anche quei due-tre momenti da salvare.

E ribadisco che non sono dettagli, che forse gli aspetti positivi che siamo così pronti a dimenticare sono le chiavi per ricavarci qualcosa di buono. Sono il mezzo per chiudere questo capitolo della nostra storia senza farci mangiare dal rancore (che a sua volta è il condimento preferito del tempo sprecato). Proprio in senso pratico.

Tra i prof. del master c’era un allievo di Claudio Guillén (mostro sacro della Letteratura comparata) che mi ha ricordato che la letteratura è soprattutto discorso, e che arricciare il naso per il Nobel a Bob Dylan dovrebbe avere più a che vedere con le stravaganze dell’Accademia (che da qualche anno sembra averci preso gusto a stupire) che con la pretesa di definire cosa sia letteratura.

Il suo insegnamento è stato davvero utile e, siccome consulterò il professore su come continuare il lavoro per conto mio, sarà anche il mio trampolino di lancio per ricavare qualcosa di buono da questo curioso master.

E non c’è niente di più facile che ricavare qualcosa di buono da ciò che già ci ha fatto bene una volta.

Perché, a parte i casi da invocazione alla Madonna di Pompei, c’è quasi sempre qualcosa che ci possa far bene nonostante la delusione, il dolore, lo smarrimento.

Basta permetterglielo.

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Omaggio ai ’90 di skuola.net

In spagnolo i bagagli emotivi indesiderati si chiamano anche “mochilas”, zaini. Non bisogna, dicono, “portare il peso degli zaini altrui”. O caricare troppo i propri.

L’altro giorno mi è piombato addosso un Invicta da versione di greco in prima liceo, vocabolario Rocci incluso. Ero a una specie di colloquio di formazione, in una società in cui bazzicavo da tempo. La mia prima esaminatrice, oltre alle ragionevoli considerazioni su mie reali mancanze, mi ha sciorinato con veemenza sospetta una serie di remore che sembravano avere molto più a che fare con la sua vita e i suoi dubbi, che con la mia reale situazione.

Fatto sta che il suo giudizio è stato determinante nella mia esclusione dal progetto. Ho scoperto dopo che pagavo la sua diffidenza verso la mia prima formatrice. Troppo tardi.

Nello stesso giorno, su una pagina che amministro, sono stata bersagliata dal sarcasmo gratuito di un misterioso filantropo che dà sempre consigli su come trovare alloggio a Barcellona (tramite lui, ovviamente), e insulta chi gli faccia concorrenza in generosità, magari davvero gratis. Bannato al primo accenno di minaccia (tipo un meme che verteva sul darmi fuoco, “e non è una battuta”). Il mondo è troppo piccolo per i traffichini.

Per me l’esaminatrice e questo poveretto sono due facce della stessa medaglia. Succede in famiglia, nelle relazioni e, manco a dirlo, sul lavoro: l’altra persona vede in noi chissà quale aspetto di sé, o appioppa a noi i suoi problemi. Oppure, più semplicemente, ci troviamo nel posto sbagliato mentre un iracondo sta scaricando sull’intero universo le sue frustrazioni.

In queste occasioni ci sentiamo delusi e un po’ traditi, anche quando abbiamo fatto i conti coi nostri reali demeriti personali.

Però mi sono salvata la giornata, in un modo che vi consiglio: ho ammesso da subito il mio dispiacere, con me stessa. Fateci caso: quando ci capita qualcosa di spiacevole il primo impulso è spesso di distrarci, non pensarci, magari sperando davvero di smussare un po’ il ricordo della brutta esperienza, se non di cancellarlo.

Mi succedeva da piccola quando sfogliavo un libro di medicina di mio padre e, tra le foto colorate di cellule tumorali (che per me erano solo cerchietti), appariva l’occasionale primo piano anatomico. Per fortuna non lo riuscivo a decifrare, ma lo correvo a “cancellare” immergendo la testa in un fumetto.

Adesso so che non è il metodo più efficace, anzi. Quello che ti spaventa, ti domina.

E allora ho passeggiato con questa sensazione d’ingiustizia e impotenza insieme, che pian piano andava prendendo corpo. Ho lasciato che la lenisse una sincera analisi delle mie personali mancanze, senza per questo negarmi la rabbia per aver pagato le conseguenze dei problemi altrui.

Man mano che ho fatto questo, ho sentito il peso alleggerirsi, a tratti svanire.

Pensate a quanto tempo mi abbia risparmiato l’operazione! La tristezza è lì comunque, che fingiamo di vederla o no, tanto vale non sprecare ore a nasconderla, affrontarla subito.

E saremo liberi di goderci tutto il resto.

Risultati immagini per felafel  C’era una napoletana, un pugliese e un marchigiano al ristorante.

No, niente barzellette, ma ero stata invitata coi due di cui sopra da una coppia di amici settentrionali (entrambi coi genitori di giù) che avevano aperto un locale e ci avevano lanciato il fatidico: “Veniteci a trovare, questo sabato!”.

Senza scomodare i divertenti cliché del Terrone fuori sede, il pugliese e io ci saremmo aspettati almeno uno sconto sulla cuenta, o qualche degustazione omaggio.

Invece avevamo dovuto sborsare l’esatto importo delle ordinazioni, a parte un chupito di quelli che a volte offrono perfino gli autoctoni.

Il “centroitalico” non capiva di che ci lamentassimo: pretendevamo che la gente lavorasse gratis per noi? Noi ammettevamo che la logica “io ti regalo la cena, così torni e mi fai pubblicità” nasconda uno scambio d’interessi reso più accettabile dall’assenza di denaro.

Nel dubbio, ripetevo che nessuno fosse mai morto di gentilezza.

Se al nostro dibattito antropologico si fosse aggiunto qualche spagnolo, sapete che avrebbe fatto? Con ogni probabilità, avrebbe sfottuto gli italianini e ricondotto il tutto al luogo comune più gettonato tra gli iberici: “State sempre a parlare di cibo”.

Non lo smentirò, perché ora cambio scenario ma non argomento. L’altra sera, infatti, spinta da una pioggia impossibile sulla Ronda di Sant Pau, mi ero finalmente addentrata in una tavola calda araba che mi aveva sempre incuriosito.

La vetrinetta che mi aveva accolto all’interno sembrava piuttosto incongruente con le foto dell’insegna, comunque ci avevo provato.

– Avete felafel?

– No – mi aveva spiegato un signore gentile. – Qui facciamo cucina algerina.

Ok. Felafel: non algerini.

– Allora vorrei del mutabbal [crema di melanzane simile alla melitzanosalata greca].

– No, no – aveva insistito il signore sorridente. – Qui facciamo cucina algerina.

– Scusi, ma il mutabbal lo sponsorizzate nell’insegna.

– Ah, no, quella era l’altra gestione.

A parte il fatto che non ci vuole niente a rimuovere un’insegna messa giusto sullo stipite, e ad altezza mia, ho dovuto riconsiderare le mie nozioni sulla cucina araba. E adesso vi coinvolgerò nella mia figura di merda.

Perché, come uno spagnolo ci chiamerebbe tutti italianini, e liquiderebbe le nostre differenze culturali con il comune parlare di cibo, spesso noialtri non abbiamo problemi a credere che gli algerini siano uguali ai libanesi, uguali a loro volta ai siriani e, già che ci siamo, ai turchi. Tutti costoro sono identici, che ve lo dico a fare, a pakistani e bengalesi, che possono essere musulmani tutta la vita senza mai aver visto un arabo o provato un felafel (infatti i più scadenti, per me, li offrono loro, assaggiate invece il naan). E liquideremmo le loro enormi differenze culturali con un “Sempre a parlare di religione, voi!”.

Allora perché siamo così pronti a sproloquiare sulle nostre differenze, su quelli del sud e del nord, e poi non capiamo che sono molto diversi anche gli altri? Lo sono anche gli “occidentali”, che andiamo mischiando tutti nello stesso calderone.

Vorrei presentarvi quella brasiliana che a una festa dichiarò: “Voi europee non sapete muovere i fianchi”. Parlava a me, a un’olandese, una svedese e una rumena. Europee a chi? (Comunque preferisco l’ondeggiare leggero della tammurriata allo scuotimento ossessivo di chiappe, ma so’ gusti).

Ma no, noi vediamo un solo Oriente, che a stento distinguiamo da un unico mondo arabo. Vediamo un solo velo, parola unica che descrive una ventina di modi di chiamarlo, con altrettante fogge e un diverso modo di usarlo (a proposito di “imposizioni”, lo sugaring che ci fanno pagare oro altro non è che una ceretta araba millenaria).

La varietà esiste solo tra Milano, Roma e Napoli, non tra Beirut, Tunisi e Karachi.

“Tutti uguali, voi italianini, sempre a parlare di cibo!”.

Ma come generalizzano, gli altri, quando gli stranieri siamo noi.

 

 

 

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Immaginate di giurarvi: da oggi in poi faccio solo quello che dico io.

Non ci sarà tentazione che tenga, attività ben remunerata che rischi di darmi anche prestigio (come se le due cose insieme non fossero conciliabili), non ci sarà senso del dovere o senso di colpa che mi allontani da quello che davvero mi rende felice, che “mi fa brillare gli occhi”, come recitano i meme più melensi.

E poi arriva il messaggio.

Ex collega di 5 anni fa.

Ciao, quanto tempo!

Sì. Non ci vediamo da quando provasti a insegnarmi come si fa il caffè.

Senti, nella mia azienda cercano personale di madrelingua italiana, come te.

Ok.

Che sappia scrivere bene in inglese almeno quanto te.

Ok.

La paga iniziale è 2300 al mese.

Adesso, so che per voi “l’estero” è l’Eldorado, ma a Barcellona se ti offrono più di 1200 netti stai già ballando la macarena sulla Rambla.

È molto flessibile. Dopo tre mesi puoi lavorare soprattutto da casa.

Vabbe’, allora portami direttamente sul Getsemani e mostrami lo zoccolo caprino.

Mezz’ora dopo torno dai miei, che riposano nel mio soggiorno barcellonese esausti per la passeggiata.

– Ragazzi, ho tante novità!

Primo problema: loro non concepiscono che una che sia scesa da sola a prendersi un caffè (o qualche intruglio hipster spumoso), possa tornare con delle novità. Potenza di facebook.

Racconto la proposta, aspetto che facciano gli occhi a cuoricino e dichiaro:

– Ho chiesto se hanno il part-time, se no la rigiro ai miei amici.

Non si arrabbiano manco più. Sono abituati. Adesso la buona notizia:

– Invece, mi sta andando in porto il corso di dolci senza ingredienti animali! Avrei una clientela più specifica rispetto alle lezioni d’italiano che offrono i miei colleghi. E mi resterebbe tempo per scrivere. Adesso scusate, ma avviso dell’offerta i miei amici con le pezze a culo.

– Ma aspetta che ti dica se c’è il part-time! – prova mamma.

Considero la sua obiezione, poi spiego:

– Sì, ma tra me che già ho un po’ d’entrate e degli amici che cercano disperatamente, forse questi ultimi avrebbero diritto a una chance.

– Scusa – sempre mamma. – Ma come fai ad avvisarne più di uno? Poi il lavoro chi se lo piglia?

Butto gli occhi al cielo.

– Ragazzi, qui funziona così. Facciamo rete, ci aiutiamo tra noi. Esce un lavoro che non ci interessa? Avvertiamo tutti gli amici che potrebbero apprezzare e chi se lo aggiudica, auguri.

Non dovrebbero neanche stupirsi, penso. In paese non è insolito che una “sensale” porti contemporaneamente due aspiranti badanti, per non farle litigare. L’imbarazzata famiglia italiana le valuta in mezz’ora e quella scartata è pure triste di non lavorare sottopagata 24 ore su 24, con pausa domenicale a farsi fischiare dietro dai vecchietti nel parco.

Nella civile Barcellona, allontanandomi, sento mio padre dire:

– Ti rendi conto che tra mia madre e mia figlia è cambiato il mondo? E senza che la nostra generazione l’abbia vissuto.

Già. Dalla maestra che era la nonna mia omonima, di ruolo dopo il diploma, sposata a 20 anni, tre figli e una morte precoce oggi almeno posticipabile, si passa alla nipote che vive a due ore d’aereo e già sa che nessuno le pagherà la pensione, ma non si preoccupa troppo perché tanto stiamo tutti nella merda.

E nella merda ci aiutiamo. Forse proprio questa nonna che non ho mai conosciuto sarebbe insorta a ricordare che, se ci si è aiutati tra bombardati e sfollati, se ci si è rifatti una vita dalle macerie, con tutte le contraddizioni e le italiche passioni per ambiguità e ipocrisie, a maggior ragione si può mostrare solidarietà nella generazione dell’iPhone 7.

E rinunciare perfino all’ambita sicurezza, per la gioia di non aver sprecato la giornata.

Comunque non avevano il part-time.

Risultati immagini per lancillotto preraffaelliti Coppia di amici, in paese. Stanno insieme da sempre, da quando li ricordo. Lui istrionico, chiacchierone, trasuda calore umano. Lei più riservata, elegante. Il giudizio su di loro è sempre stato questo: “Lui è fantastico, che personaggio! E intelligente, poi. Lei, invece… Be’, dai, lei è… gentile”. Finché un giorno non vengono a trovarmi a Barcellona e, tra i soliti giudizi, un amico di qui mi confida: “Lui fa troppo il protagonista. Lei invece è simpatica e piena di senso pratico. Il fatto che resti all’ombra di quel chiacchierone non la rende meno interessante”. Non sono sicura che la diretta interessata si sia mai “pensata” in quel modo.

Ragazzo olandese, conosciuto in Sicilia. Al suo paese è un biondino come tanti, con un eczema dovuto al clima freddo che lo rende timido e insicuro. Appena lo bacia il sole siculo addio eczema e scopre che due occhioni azzurri su un metro e 85 non sono “cose da niente” dappertutto. Le ragazze gli lanciano complimenti per strada, pensando che io che gli passeggio accanto non li capisca. Lui fiorisce, letteralmente, si sente più sicuro e può mostrare il suo lato riflessivo accumulato in 20 anni di timidezza. L’introverso con l’eczema, decontestualizzato, diventa una specie di Apollo nordico, talento artistico incluso.

La sottoscritta. Ai tempi del dottorato la stessa relazione accademica, bocciata a Napoli come superficiale e poco rilevante, è diventata un articolo pubblicato dall’università di Barcellona. Il mio nome, che in Italia era semplicemente associato a “studentessa”, è stato affiancato nel testo da un pomposo “historiadora”. Forse non meritavo né gli allori né le pernacchie, ma osservate come la stessa cosa possa suscitare reazioni opposte. Intanto, in una nazione più indulgente di quella delle veline, sono diventata perfino “guapa”, a giudizio d’insospettabili non ipovedenti. Se me l’aveste raccontato 10 anni fa, vi avrei riso in faccia.

Insomma, tutti abbiamo la nostra storia, raccontata per filo e per segno allo stesso modo, da tanto tempo. Ci siamo costruiti una narrativa personale e ci abbiamo accomodato il nostro ego, le nostre sconfitte, e le poche vittorie che abbiamo la bontà di riconoscerci. Nel nostro piccolo mondo antico è quello che ci aiuta a interpretare il mondo, la mappa del tesoro, la bussola per orientarci e decidere dove vogliamo andare.

Poi entra l’Altro. La novità, l’ignoto. Sotto forma di un viaggio, di un nuovo incontro, o di un evento improvviso, anche triste.

E ci dà la possibilità di raccontarci di nuovo. Di reinventarci. Di scoprire cose di noi che fino a poco prima tenevamo nell’ombra. Perché non ci servivano nel piccolo mondo a cui ci eravamo abituati, adattati, col ruolo che nei limiti del possibile ci eravamo ritagliati su misura.

Eccoci qui, allora, costretti a fare i conti con tutto quello che siamo in più, rispetto a ciò che crediamo di essere. Con qualcosa saremo d’accordo, con qualcos’altro no. Non dobbiamo per forza accogliere solo i lati positivi che vedono gli altri, o che escono fuori in circostanze insolite.

Anzi, a volte è bene analizzare anche i difetti che non amiamo ammettere. Riconoscere che l’istrionismo può diventare egocentrismo molesto. Che la bellezza è un miracolo così relativo che dovremmo godercela finché dura, e lasciarla andare con gratitudine quando ci abbandonerà per diventare altro. Fascino, magari. O un’allegra indifferenza allo specchio, compensata da un enorme interesse per tutto il resto.

L’importante è mettersi in gioco, sfidare le nostre narrazioni con nuove voci ed esperienze, senza aver paura che la nostra propria versione possa esserci tolta. Semplicemente cambierà, si arricchirà di altre sfumature, di molteplici storie.

E forse scopriremo anche l’eroe, o l’eroina, che finora custodivamo da qualche parte del fegato, dove credevamo non facesse danni. Liberiamoli prima che si facciano strada a colpi di machete.

(Lo so che è atroce, ma non riesco a pensare a una colonna sonora migliore :p ).

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Vi ho visti, vi ho letti, vi ho ascoltati.

Siete arrabbiati. Lo capisco. Ci sono molte ragioni per esserlo. E non sto a dirvi che “l’importante è come reagiamo a quello che ci succede”, che è sempre valido ma è difficile da applicare.

Però c’è qualcosa che non mi quadra della frustrazione che accompagna, in rete e nel mondo in 3D, i commenti razzisti, gli scambi di foto porno non autorizzate come se fossero figurine dei calciatori alle medie, le berline mediatiche di questo o quel capro espiatorio incaricato di renderci più divertente la pausa caffè.

Tutto questo lo facciamo come se non avessimo altra scelta.

Mi spiego: quando sono così frustrata da prendermela con qualcun altro, ma proprio affidargli la causa di tutte le mie disgrazie presenti e future, è quando proprio ho perso le speranze.

Che ne so, c’è lo sciopero del personale metro a Barcellona e sto bloccata ad Arc de Triomf, con la prospettiva di farmi sotto la pioggia quei 2 km che mi separano da casa.

Allora sì che comincio a prendermela con l’universo mondo.

Ok, lo so, ci sono paragoni più drammatici. Però la questione è la stessa.

In tanti, invece, pensiamo che nutrire qualsiasi speranza di migliorare le cose, senza un miracolo esterno, sia stupido o, nella migliore delle ipotesi, ingenuo. Vero? Tutti i nostri problemi derivano unicamente da altri fattori, questioni davvero complicate come disoccupazione, parenti serpenti, relazioni precarie. Siccome nessuno può negare la difficoltà di questi ostacoli, passa più facile l’idea che la nostra serenità dipenda esclusivamente da quelli.

Così sottovalutiamo il fatto che in pochissimi casi, e molto gravi, la nostra infelicità deriva unicamente dall’esterno. Ma continuiamo a pensare che l’unica è rassegnarci e sperperare in sarcasmo e tristezza delle energie utili per cercare una soluzione. È anche il modo più economico di affrontarli, i problemi. Ci costa solo il fegato.

Così ce la prendiamo con le “cagne” mediatiche, per sfogare la frustrazione di una separazione. O ci mettiamo del rancore genuino nelle risate sui meme di Jennifer Aniston e #Brangelina, perché lei si sarà rifatta una vita, ma noi pensiamo ancora a quello stronzo.

Vuoi mettere tutto questo con l’ebbrezza di avere sempre ragione?

Perché, fateci caso, noi ci convinciamo che tutto andrà sempre una merda poiché siamo troppo buoni per questo mondo, e troppo onesti e intelligenti per non saperlo. E 9 su 10 ci azzecchiamo. Perché nella nostra vita non succederà un cazzo di niente che possa smentire il nostro assioma: staremo proprio lì di guardia per non farlo succedere.

E se c’è una possibilità di star bene, ci assicuriamo che non dipenda mai da noi, da sforzi nostri. È sempre la raccomandazione che non arriva, quella bastarda che non ci chiama, la sfiga che non ci fa mai prendere al superenalotto.

Stiamo male per cause esterne? È dall’esterno, sembriamo pensare, che deve venire la nostra salvezza.

Dalla nuova relazione che ci sottrarrà per qualche tempo al pessimismo cosmico, per poi lasciarci a pezzi quando finirà (ma l’amore è così).

Da quei due soldi che finalmente guadagneremo e che non spenderemo mai in maniera soddisfacente (ma la vita è così).

Quindi manteniamolo, sto ghigno furbetto, scoraggiamo chiunque cerchi sul serio di migliorarsi un po’ l’esistenza. Deridiamo chi si ostini a cucinare con gli ingredienti che ha, o addirittura a procurarsene di migliori.

Continuiamo a farci del male.

Che l’unica soddisfazione possibile sia poter dire agli amici di facebook che, quando sostenevamo che la vita fosse una merda, avevamo pienamente ragione.

Prenderemo un sacco di like.

 

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L’altro giorno ho assolto al compito non facile di consolare un amico per una rottura sentimentale.

Sono andata a prenderlo al lavoro e ci siamo goduti un Raval che cambia a vista d’occhio, magari per i motivi sbagliati, che però gli regalano anche angolini come quello che ci ha accolti.

Il mio amico non è uscito bene dalla relazione, ma si riprenderà presto, anche perché si è rallegrato di quanto le persone lo stessero coccolando, ascoltando, sopportando.

A un certo punto mi ha proposto:

– Dai, quando puoi andiamo a farci una pizza. Però più in là, magari, so che in questo momento non sono di grande compagnia.

Questa osservazione mi ha divertito molto: non sapevo se ricordarglielo o no ma, se ero lì con lui in quel momento, era stato anche per una pizza “sospesa”.

– Ricordi quanto ero “pesante” io, tre anni fa? – gli ho risposto infine. – Ti chiamai una sera che ero proprio disperata e tu mi dicesti: “Forza, andiamo a farci una pizza!”.

Ovviamente lui non ricordava niente di una serata che, nel suo caso, era stata uguale a tante altre, a parte la chiamata di questa ex cliente che invece di godersi il suo nuovo acquisto stava digiunando per uno che l’aveva lasciata senza accorgersene (finora la definizione migliore).

Io invece ricordavo tutto. Specie la risata che in altre circostanze mi sarei fatta davanti a quell’invito spensierato in pizzeria, anche perché ai tempi a stento mettevo in bocca un po’ di pane e tortilla precotta, e un panettone spagnolo che pugnalavo al “risveglio” per colazione.

La pizza l’avevamo mangiata qualche settimana dopo, ed ero stata comunque una commensale leggera quanto l’accoppiata peperonata + cheesecake.

Ma ieri pomeriggio, tre anni e sette vite dopo, ero lì ad ascoltare lui anche per quella proposta telefonica deliziosamente fuori luogo.

– Insomma – ho concluso, rammentandogli l’aneddoto – quest’amore che stai ricevendo, l’hai coltivato. Hai seminato una risata muta tre anni fa e adesso hai raccolto un caffè, in attesa della pizza sospesa.

– Mica l’ho fatto per quello – ha sorriso lui.

– Lo so. O non avrebbe funzionato.

 

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Qual è la legge del contrappasso per una femminista? Avere un compagno che rivendichi il diritto di capovolgere anche lui gli stereotipi di genere, magari cacciando urletti quando vede video di gattini che si buttano vicendevolmente giù da un davanzale, o accogliendoli su facebook, quando glieli mando, con un cuoricino di apprezzamento.

Lo so, è dura anche per me. Niente della nostra educazione, neanche quella dei più aperti al cambiamento, ci ha preparati per uno scenario simile senza pensare “è gay”, oppure “è scemo” (e per qualcuno, ancora nel 2016, non c’è differenza). A me è successo di avere un ragazzo, quando vivevo ancora in Italia, che mi regalasse solo trousse e astucci a fiori, quando chiunque mi conoscesse appena sapeva che anelassi libri. Ne abbiamo riso col senno di poi, con lui, considerando quanto volesse ridurmi alla sua rassicurante idea di femminilità.

Ma l’operazione inversa, accettare che un uomo possa essere gattaro e felice, non ha l’allure di secoli di battaglie per il diritto al voto, o di pantaloni indossati come un guanto di sfida in una società di gonne sotto al ginocchio.

Mi piace pensare che le mie personali remore siano dovute a un ribrezzo spontaneo per tutto quanto trovi lezioso (tante cose), che ho cominciato a coltivare addirittura da quando ero leziosa io, con tanto di maniche a sbuffo, vestitini a fiori e calzini bianchi ricamati (ho le foto). Sì, ma io bacetti e micetti mai.

Però non la do a bere a nessuno: ricordo un ex bassetto quanto me che si applicava ogni mattina una crema antirughe sul viso, con piccoli movimenti esperti delle manine abituate a suonare. Quello che vedevo era lontano anni luce da qualsiasi idea di mascolinità avessi assimilato, a partire dai principi della Disney che, col senno di poi, mi sembrano usciti dall’annuncio di una chat per soli uomini.

Ma siccome sono una rivoluzionaria rispetto a commenti che leggo in Internet di donne che vogliono “l’uomo vero”, a me pare che i ruoli di genere siano ancora più blindati per gli uomini che per le donne.

E i motivi per cui ignoriamo questo dato sono gli stessi che dovrebbero spingerci a dedicargli la massima attenzione:

  • il fatto che gli uomini, nella nostra società, godano ancora di vantaggi socioeconomici, per cui facciamo fatica a vederli come “vittime” (e in effetti non è questo il punto);
  • l’idea che esista una parte geneticamente determinata che ci faccia uomini o donne, e se deviamo da quella “qualcosa è andato storto”;
  •  l‘equivoco opposto: nella lotta agli stereotipi di genere tutta l’appropriazione di cliché altrui sarebbe una conquista, e non semplicemente una possibilità.

Per cui gente che condannava Sex & the City per la scia di consumismo che spandeva insieme ai suoi profumi cari difende il diritto degli uomini a diventare schiavi della moda.

Che mi ricorda il curioso fenomeno per cui, ultimamente, l’infedeltà femminile sia indice di coraggio e quella maschile, rovesciando i cliché, sia indice di quanto siano porci gli uomini.

Sì, porci quanto vuoi, ma ci piacciono così, vero? Che ci conquistino. Siate uomini, perdio, scrive la Lucarelli, e tutte a metterle mi piace. La classica pagina per nostalgici fa una retrospettiva di Terence di Candy Candy, e tutte a vantarsi di aver sempre preferito il bad boy al mieloso Anthony.

Io che preferivo Anthony ne ho avuti un po’, di Terence, nella mia vita, e in genere una volta eliminato il fattore irraggiungibilità era finita là: erano uomini come tanti, meno interessanti di altri che non ricorressero a una cappa di mistero per coprire la loro inesorabile normalità.

E sapete perché è un peccato, sta storia dei generi blindati?

Perché forse farebbe bene alla causa dell’emancipazione femminile guardare al grande insieme. A tutte le fonti di discriminazione cui siamo soggetti come esseri umani sessuati, appartenenti a una certa etnia e a un determinato ceto sociale.

Personalmente non vedo degli uomini in giro con la frusta a sottomettere donne incapaci di difendersi, non ce n’è bisogno. Vedo donne e uomini educati secondo determinati cliché che ne condizionano gusti e scelte, e vengono chiamati naturali. Quanto c’è di naturale in questi? Non lo so, non lo sa nessuno nonostante le garanzie di Focus. Possiamo solo sospettare col sociologo australiano Bob Connell che nella migliore delle ipotesi il bilancio tra natura e cultura sia mutevole e soggettivo.

E allora, per un uomo che provi sgomento per la mia depilazione approssimativa (non amo i peli per tutti i generi, ma spesso mi scoccio di togliermeli), c’è chi comincia a difendere la scelta delle donne di non depilarsi. Invece, in tante rabbrividiscono davanti a un uomo depilato, o che semplicemente non sia il machoman che hanno insegnato loro a sognare da piccole.

Non fraintendetemi, non c’è niente di male a volere donne froufrou e uomini che non debbano chiedere mai. È solo una delle opzioni possibili.

E negare che possiamo scegliere di essere quello che vogliamo, indipendentemente da chi ci abbiano insegnato a essere, non ci porterà tanto lontano.

 

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