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partoUsare bene il passato lo modifica.

Ne sono sempre più convinta.

Innanzitutto perché il passato è una storia che ci raccontiamo, e che cambia nel tempo a seconda dell’età e della prospettiva che adottiamo: al master avevo questo corso fighissimo, Gender, Time & Change, in cui facevano notare che le interviste ai veterani di guerra raccoglievano le impressioni di anziani ormai completamente cambiati, rispetto ai ragazzi che avevano combattuto.

E provate a chiedere a una coppia “come si siano conosciuti”. Vedrete quanto si siano costruiti una specie di favola romantica di qualcosa che potrebbe raccontarsi in mille modi diversi.

Oppure, avete mai discusso con un ex su come vi siate lasciati? Il “sono confuso” dell’epoca diventerà facilmente “già sapevo di voler chiudere la storia”, a seconda di come gli sia andata con quell’antra zzzoccola (cit.). O pensate al parente che ricorda lo zio anziano e coriaceo appena defunto: “Era un bravo vecchio, in fondo mi è sempre stato simpatico”. Davvero? Anche quando gli hai lanciato quel fermacarte?

Visto? Il passato è narrazione. Non possiamo cambiare gli eventi, e se ci sforziamo di essere responsabili e onesti con noi stessi ne faremo una narrazione diacronica, ricordandoci come l’abbiamo presa all’inizio, e come la nostra visione dei fatti si sia trasformata e perché.

Ma niente ci vieta di dare un senso al passato facendone buon uso. Esempio forte? I superstiti della Shoah, i vecchietti che distribuiscono fotocopie coi numeri tatuati su braccia secche, mentre parlano a studenti dell’orrore. Io non so quanto ci sia, in quell’impegno “perché non succeda mai più”, del disperato tentativo di dargli un senso. Poi Viktor Frankl m’insegnò che perfino in lager gli esseri umani hanno la famosa libertà di scegliere “come reagire”. Figurarsi fuori.

Tra le tante cose che ho pensato quando ho avuto la mia crisi, c’è stata quella che niente e nessuno mi avrebbe tolto quella sofferenza, ma a non ricavarci nulla di buono sarebbe stata pure inutile. Magari il dolore non dev’essere per forza utile, ma se avessi imparato qualcosa, se, ancora meglio, avessi usato quest’esperienza come trampolino di lancio per cambiare vita, allora, ripensandoci un giorno, l’avrei perfino benedetta.

Pensateci, a qualcosa che vi angustiasse 10 anni fa. Ricordate come vi sentivate allora? E adesso non vi resta soprattutto un’ombra di malinconia, come se a soffrire del ricordo fosse una foto in bianco e nero di voi? Probabilmente, scusate l’ovvietà, succederà anche con quello che vi affligge adesso.

Cosa resterà, invece?

Dicono che molte madri dimentichino i dolori del parto. Se così fosse, sarebbe l’esempio più concreto di quello che cerco di spiegare: 10 anni dopo è sparito il dolore e ti trovi un figlio bello che cresciuto.

L’ideale sarebbe seguire l’esempio.

Che il dolore almeno partorisca per noi una nuova vita. Preferibilmente migliore di quella di prima (perché sappiamo che c’è chi, soffrendo, diventa triste e coriaceo come lo zio del fermacarte).

Quindi, più che manipolare il passato, trasformando la nostra versione dei fatti in contentino o giustificazione, dovremmo usarlo come materiale di costruzione, come il Didò. Schiacciarlo tra le mani, per quanto possa fare male, e plasmarlo in modo da costruirci un presente, e un futuro come piace a noi.

Come farlo?

Per oggi mi fermo qui, che vi ho già fatto una testa tanta.

Continuiamo tra un paio di giorni.

https://www.youtube.com/watch?v=PtmO6COwijk

mariomerolaMi è venuta un’immagine terribile: se vi lasciano per qualcun altro, andate sotto casa dell’ex tipo Mario Merola in Guapparia (un film allucinogeno che va guardato almeno una volta nella vita). Portatevi proprio ‘o cuncertino dietro, amici dotati di chitarre ecc. e cominciate a cantare tutte le nefandezze dell’amata finché non scende l’altro a sfidarvi a duello.

No, vabbe’, scherzo, ma quando cominciate ad avere ste visioni psichedeliche, con in corpo solo un sorso di tisana, significa che state guarendo.

Anche perché secondo me, per i lutti di ogni tipo, esiste davvero un tragicomico duello tra due parti di noi che non capiscono che andare a braccetto converrebbe.

Quando muore qualcuno che ci era molto caro, quando dobbiamo lasciare per forza il posto in cui vivevamo, in ogni genere, davvero, di lutto, sopravvivere sembra quasi una vergogna. O meglio, un tradimento. Verso quello che siamo costretti a lasciare e in qualche modo ci definiva, era parte delle nostre giornate e di tutto quello che eravamo.

E se muore una parte di noi, a volte viene spontaneo chiedersi perché non la seguiamo. Un momento. Ho scritto “spontaneo”?

In effetti, se il primo duellante è il nostro ego iperrazionale che finisce per cadere vittima delle sue stesse identificazioni, il secondo contendente della lotta interna ci sembra quello più rustico, diciamo, uno zoticone. Quello che vuole andare avanti a ogni costo.

Quello che, se glielo lasciamo fare, si permette perfino di farci trovare qualcun altro da amare ancora di più, o trattenerci i migliori ricordi del caro estinto e augurargli buon viaggio, o farci chiamare casa anche la nuova dimora.

D’altronde ce lo dicevano, i libri di scienza e le maestre alle elementari: siamo animali, il vizio della sopravvivenza non lo perdiamo.

A questo punto mi chiedo se non sia il caso di sopravvivere a noi stessi, a quella parte di noi che s’identificava in quella persona (come se le appartenesse), in quel lavoro interinale, in quella casa (come se prima e dopo di lei non nidificassero gli uccelli sui suoi alberi, sempre diversi, sempre uguali).

Per fortuna, mentre io mi chiedo tutte queste cose, mentre la mia mente gira a vuoto programmandosi i suoi stessi cortocircuiti, il corpo va avanti da solo, senza chiedersi né chiedermi il permesso.

E allora mi faccio un’ultima domanda, mi chiedo se l’eroe non sia proprio lui, il corpo. Il cuore che comincia a battere quando siamo ancora nel ventre delle nostre madri e continua imperterrito nonostante i colpi che ci infliggono e che gli infliggiamo, ansioso solo di riprendere il ritmo della vita.

Che a volte si fa duro e incomprensibile, ma se avessimo la pazienza di seguirlo anche noi, invece di perderci nei labrinti della mente, ci accorgeremmo che quasi sempre finisce per avere un senso, una melodia, un motivo portante, perfino per le nostre menti ultraraffinate.

Anche se non era quello che ci aspettavamo.

Soprattutto, quando non ce l’aspettavamo.

Oak Tree Path, di Jeanne Woods

Oak Tree Path, di Jeanne Woods

Le metto nello stesso post perché così vi fate sta trasfusione di zucchero e non ci pensate più. Preparatevi a cuoricini nell’aria, passerotti non andati via, buoni propositi e buoni sentimenti…

No, vabbe’, tranquilli, a tornare in contatto con noi stessi non entriamo nel magico mondo di Poochie, tutt’altro. Questa parte di noi che abbiamo messo da parte e trascurato, l’abbiamo cacciata, si diceva, per un motivo. Se la consideravamo buona ci scocciava (e spaventava) coltivarla, se “cattiva”, che ve lo dico a fare. Quindi non ve l’aspettate sulla soglia di casa con grembiulino e torta di benvenuto a dire:

“Oh, quanto tempo! Hai messo il caffè sul fuoco?”.

Al massimo sentirete:

“Oh, quanto tempo! Hai presente zio Anacleto? Lo strangoleresti con le tue mani. Ah, e quella volta che hai detto ‘non sei tu, sono io’? Era lui”.

Tanto amore, come potete notare.

E allora, che lo facciamo a fare? Potrei ricordarvi che succede se NON lo facciamo, ma non credo nella strategia del terrore. Lo facciamo per essere completi, finalmente, e per esprimerci in tutto il nostro potenziale, seguire finalmente il flusso della vita invece che lottarci contro come se fosse il nostro peggior nemico, che poi arranchiamo e basta senza neanche ottenere i vantaggi per cui lo facciamo.

Quindi, in caso possa essere utile, metto le cose che faccio personalmente per “ritrovare me stessa”, per usare una frase fatta. Dal momento che Chi l’ha visto, spiritosoni, non mi è mai piaciuto.

I sogni: appena sveglia me li segno. Se mi sveglio di soprassalto, prima di richiudere gli occhi, me li segno. Ho carta e penna vicino al comodino. La mia parte repressa, per farsi conoscere, mi manda sogni che David Lynch ci vincerebbe l’Oscar. Voi non sognate? Aspettate stanotte e poi mi dite. Se no, domani. Segnatevi tutto e vedete che succede.

Le pagine del mattino. Ideona della sceneggiatrice e scrittrice Julia Cameron, fattami conoscere dalla prof. di scrittura creativa. A lei sono andate bene, è finalista al premio Strega. Io niente di così spettacolare, ma cavolo, se non ne traggo beneficio. L’idea è: appena alzati, scrivere tutto ciò che ci viene in mente. Per tre pagine. Anche se sono considerazioni sulla durezza del materasso. No, il caffè dopo. Prima scrivete e poi vi alzate. Senza censurarvi, senza pretese di scrivere bene, non correggete manco gli errori. Non staccate la penna dal foglio per almeno tre pagine. Se lo fate bene, approfittando del rincoglionimento del vostro ego al risveglio, a scrivere per voi sarà proprio il latitante, la nostra parte dispersa. E dice cose che voi umani… A volte, mentre mi lamento di un problema, scrivo la soluzione senza rendermene conto, me ne accorgo solo rileggendo. Provate, è una figata.

Il gioco: cosa voglio fare davvero? Faccio l’esempio più stupido, applicatelo a tutto. A volte vogliamo farci una frittata, ma aprendo il frigo troviamo la pasta avanzata e diciamo vabbe’, mangio quella, se no si butta, è peccato. Finché sappiamo di volere la frittata, ma di rinunciarvi per pigrizia o per considerazioni etiche sullo spreco del cibo, non è grave. Il problema è ripeterlo così tante volte che aprendo il frigo ci scordiamo pure di volere la frittata, ci viene da scaldare la pasta in automatico, dimentichi di ciò che vogliamo davvero. E allora il gioco è: cosa voglio davvero? Fare una cosa che vogliamo davvero, la più piccola, ogni giorno (la tecnica de “la cosa più piccola” è tipica della Terapia Breve Strategica). E ja’, sbattete quelle due uova. Io, la prima volta che feci il gioco stavo uscendo con un jeans e ‘na maglietta, per pigrizia, e mezz’ora dopo aver cominciato a giocare sembravo Cleopatra. Tranquilli, poi ci fate la mano.

Ooom. Non sono una campionessa in meditazione. Un po’ mi scoccia. Non ne ricavo gli stessi benefici di un amico che la fa un’ora al giorno e ha lasciato la compagna che non amava, ha cambiato titolo della tesi di dottorato, ha traslocato e non è mai stato meglio. Magari a voi succede lo stesso. Quello che noto io è che a starmene un po’ ferma, con l’attenzione concentrata nella respirazione, spengo tutte le idee che mi vengono e scopro che esisto anche senza quelle, e dopo sono più attiva. A volte la parte latitante, per premiarmi della pazienza, mi manda delle rivelazioni notevoli su come mi senta io e sulla gente che mi circonda. No, non svelerà mai se è la vicina a metterci gomme masticate nella cassetta della posta, ma qualche indizio ce lo dà.

Luogo sacro. Non prendetemi alla lettera, l’idea è avere un posto vicino casa in cui rifugiarvi quando volete ricaricarvi. Pure un marciapiede, un semaforo. Significa che la parte di voi che conoscete meglio vi sta un po’ opprimendo, come in ogni storia d’amore, e allora idealmente andate a cercare l’altra. Che ovvio che non si trova da nessuna parte, se non dentro di noi, ma non sottovalutate queste operazioni. Perché la gente va nei santuari, di qualsiasi religione? Per trovare simboli esterni del dio che si portano dentro, come lo chiamano. Quello che è in cielo, in terra e in ogni luogo e compone tutte le cose, e che non ho problemi a chiamare energia, ciclo vitale, atomi.
Io ho il boschetto dietro la Chiesa di Sant Pau. Non il parco, proprio gli alberi dietro la chiesa. Ci arrivai un anno fa, uscendo dalla metro Paral·lel dopo una bella notte, con la sensazione che le cose si mettessero per il meglio. Sentii per la prima volta dopo tanto tempo il desiderio di ringraziare un’entità superiore, ammesso che ci fosse, ma nella chiesa c’era una bizoca che cercava di vendere cose e mi diressi al boschetto dietro, per me era lo stesso.
Poi la bella sensazione durò 10 giorni, ma questa è un’altra storia. Ci torno comunque, ogni volta che posso, il custode mi ha presa per un’aspirante santa. Ho stretto rami marci come il mio cuore mangiato dal freddo, li ho osservati rifiorire con velocità indecente ai primi caldi. Guardandovi attraverso il sole di marzo, ho capito di essere parte di tutto quello che mi circondava, particelle tra le particelle, e che però tutto quello che mi circondava si manifestava in me in forma unica e irripetibile. Ero tutto ed ero me, e non ero mai così me quando mi accorgevo di essere parte del tutto.
E non avevo manco bevuto.

A piacere vostro. Il bello di questa parte da ritrovare è che, come in una caccia al tesoro, più siamo vicini alla meta e più ha voglia di farsi scoprire, quindi continua a darci tracce utili. Vedete un po’ come comunica la vostra e, se vi va, scrivetelo nei commenti.

Fate solo le cose che vi piacciono, che vi dicono qualcosa. Inventatevene di vostre.

Come premio per tutto ciò, avrete la morte. E allo stesso tempo la rinascita, se siete fortunati tutto insieme. È come un orgasmo a prima mattina, prima di svegliarsi o guarire del tutto, dopo un sogno che vi rivela che a prescindere dalle nostre dichiarazioni d’intenti e fedeltà a vecchie storie fallite, questa parte di noi rediviva vuole andare avanti, e lo sta facendo. E non possiamo far finta di niente, possiamo fare di tutto per interpretarlo male, il sogno, ma siamo proprio destinati ad andare avanti, rischiamo addirittura di essere felici. E mentre moriamo di gioia piangiamo anche per l’infedeltà all’amore che ci ha traditi e che ora tradiamo noi per la vita.

Avrete intuito che quest’orgasmo non andrà nella top 10 dei più cliccati di youporn.

Ma è un inizio.

scream4maskknifesetChe bella figura ci facciamo, a essere vittime del destino. Vero?

La dea bendata è cieca, la sfiga ci vede benissimo, e noi vediamo a intermittenza, guarda caso quando ci conviene.

Ok, parlo per me.

Che la posizione di vittima l’ho coltivata per anni.

Quant’è nobile la figura di chi si sbatte per tutti, con gli amici, al lavoro, in coppia.

Quante perfette padrone di casa conoscete che si lamentano della scarsa collaborazione dei loro mariti? La distribuzione dei ruoli nella società è una delle tematiche che mi stanno più care, però da femminista mi chiedo: quante osano chiedere, pretendere la collaborazione maschile? Ai pranzi di Natale, dalle mie parti, ho visto spesso tutte in cucina e tutti davanti alla tele, cacciati dalla cucina se (raramente) si arrischiano a offrire aiuto. Magari con la sola padrona di casa, a meno che le ospiti non siano figlie sue, a cucinare per 20.

Ci piace, secondo me, dimostrarci di essere le sante che sopportano per tutti. Vale anche per gli uomini. E mi chiedo, se lo facciamo soprattutto per sentirci approvati, quanto ci sia di altruismo, in questo.

Ma non è l’esempio più scontato.

Quant’è bello fare la figura di chi soffre per amore, no? Di chi ha iniziato una relazione ambigua, caotica, della serie massimo risultato con minimo sforzo, ma poi si è innamorato, guarda caso non corrisposto. Ci restituisce al più classico dei copioni romantici in quella che era iniziata come la più prosaica delle scopamicizie. Che sono belle e divertenti finché tutti e due (tutti e tre, tutti e quattro…) vogliono esattamente quello. Se no, inutile domandarsi perché a un certo punto, a equivoco chiarito e non-storia dissolta, l’amato bene abbia difficoltà a rapportarsi con noi anche se cerchiamo almeno di salvare l’amicizia, o le apparenze. E ti credo, in che posizione l’abbiamo messo? Il cinico impassibile che di fronte a tanto amore, ricevuto da una personcina così speciale, proprio non risponde ai palpiti? Come se dipendesse da lui, vedi articolo corrispondente, come se non fosse cominciata in condizioni simili, come se la “voglia di sbattersi zero” (cit.) non fosse stata, inizialmente, reciproca.

E quando noi siamo dall’altra parte? Ma no, noi non siamo mai i cinici che non corrispondono. Noi siamo chiari fin dall’inizio, la dichiarazione d’intenti stile “È un momento terribile della mia vita, non posso darti certezze” è il nostro scudo per declinare ogni responsabilità. Gliel’avevamo detto. E allora perché i “te l’avevo detto” altrui non ci vanno bene?

Perché è solo paura, mi permetto d’ipotizzare ora che vengo invitata a uscire da qualcuno e mi dico “No, devo prima superare la precedente delusione”, e comunque c’è questa o quella cosa che non mi convince, nonostante sia bello, intelligente e sensibile. E mi congratulo con me stessa per “fiutare” finalmente, dall’inizio, le cose che non mi convincono, ma mi chiedo anche perché le abbia accettate, e magari le accetterei ancora, in chi invece ne aveva a josa.

E allora formulo l’ipotesi: è solo paura. Sfuggiamo alle nostre responsabilità nelle cose, al rischio di non ottenere quello che vogliamo, e allora ci chiudiamo da soli in un angolo e decidiamo di accontentarci. È un patto col diavolo per non affrontarle, le nostre paure.

Ma avete notato, come me (e Giorgio Nardone, e un’infinità di altri autori), che a evitare di affrontare le paure finiamo per incappare proprio in quello che temiamo?

Penso a una polemica a me molto vicina, tra italiani all’estero e in patria, sulla partenza dall’Italia come fuga. “Bisogna restare per cambiare le cose”. A me sembra che ci sia gente che parta per paura e gente che per paura resti. Finendo scontenta in tutti i casi. Preferisco quelli che scelgono di partire o di restare per coraggio. Il coraggio di fare ciò che vogliono. Non sto dicendo neanche di perdere i pochi soldi che avete in astrusi investimenti, magari all’estero. Solo che lasciare la via vecchia per la nuova, spesso significa passare da un fallimento che non ci siamo scelti a uno che almeno proveremo a evitare. Ed è la peggiore delle ipotesi, eh. Figuriamoci le altre!

Ho più esperienza, come si sarà notato, per dire che a evitare le delusioni d’amore si incappa proprio in quelle. Perché ci ficcano in quelle proprio le misure che prendiamo per evitarle, come fughe strategiche da relazioni “troppo dense”, o relazioni “libere” quando vogliamo un altro tipo di storia (se no oh, ribadisco, dove c’è gusto non c’è perdenza).

Quindi, mi sento di argomentare, ammantarci di vittimismo è un alibi che per il dolore che comporta ci evita anche di vederlo come tale (le scorciatoie non erano tutte comode?). Ma è un “manto” che dopo un po’ fa sentire freddo e fa anche perdere tempo.

E per tempo perso intendo tempo non impiegato a fare cose ce ci piacciano o ci “riempiano”, come si dice in spagnolo.

Allora, man mano che smetto di far cose solo per sfuggire alle mie paure o per avere l’approvazione altrui, mi sto rendendo conto che: 1) le cose che voglio, nei limiti del possibile, le ottengo; 2) divento altruista per davvero, e mai come quando divento altruista per davvero penso al mio proprio bene.

Ma di questo, se vi va, ragioneremo (magari insieme) nel prossimo articolo.

 

scatoleAdesso mi tocca il paradosso.

Passare da casa mia vecchia alla nuova, senza aver mai transitato davvero per questa che mi accoglie ora. Che mi ripara, vorrei dire, perché dal primo giorno in cui ci ho messo piede mi ha offerto un tetto e delle pareti da opporre al vento, ma proprio mentre facevamo conoscenza mi è crollata addosso, e non per colpa sua.

È stata la testimone di una vita spezzata, forse il trauma di due, e per ironia della sorte, da qualche parte dei ricordi di qualcuno, la tomba che questa casa è diventata per me nei mesi a seguire è solo la grande premessa di un dramma tutto suo, che già non mi appartiene.

Io stessa sono diventata una premessa, una parentesi. Ho accettato di diventarlo, un po’ perché non volevo accorgermene, un po’ perché, quando lo sei, sei sempre l’ultimo a saperlo, speri sempre che accada qualcosa che ribalti tutto.

E ora gli scatoloni che ho lasciato sigillati come le mie labbra, che per due mesi non si sono nutrite di cibo e da sei non lo fanno di baci, gli stessi scatoloni nei cui bordi sfasciati a volte sbircio, per spiare una vita che non c’è più, mi serviranno per il nuovo trasloco, in una vita che non c’è ancora.

Mi vedo sulla mia terrazzina nuova a farmi un lungo pianto, lungo lungo, un peana solidale con l’attico che lasciavo per la casa tutta per me, e la casa stessa, che tutta per me non lo è stata mai, perché ai suoi fantasmi si sono aggiunti i miei.

E ora è divertente, quasi, sedere su un vecchio divano semibarocco, non ancora coperto da una federa IKEA mai comprata, e scoprire che lì, una vita fa, quando ancora stentavo ad aprire la porta a me nuova, avevo messo la bustona con la roba del bagno vecchio, quella curiosa stanzetta a forma di L che gli aveva guadagnato il nomignolo di Bagno di Barbie.

I miei occhi sono ormai smaliziati, che le tombe di mattoni servono almeno a questo, e adesso forse quel bagno lontano mi apparirebbe per ciò che era: una bugia. Un angolino strappato coi denti a una soffitta che non avrebbe mai dovuto essere abitabile, da un proprietario ingordo che voleva altri 500 euro al mese.

Ma osservando curiosa le vecchie creme, i pettini ormai impolverati e odorosi di sapone, mi ritrovo di nuovo là, nella casa vecchia, prima serena e poi disperata e poi confusa, agli albori del trasloco.

Cosa diventerà, tutto questo, nella casa nuova? Mi porterò qualcosa degli scatoloni dei libri, il dispetto sincronico di Sofi Oksanen vicino a Eduardo Mendoza, che mi aveva fatto abbandonare ogni tentativo di ordinarli?

Non lo so, restando in tema di libri ho Grandi Speranze. Che è diverso da grandi aspettative.

E qui rido pensando a dieci case fa, al primo coinquilino e gli errori di traduzione di cui oggi rideremmo con la sua compagna. “Ma se te l’ho chiesto, l’altra notte, se avessi aspettative!”. “Ma io per aspettative intendevo un’altra cosa!”. E allora lui prendeva il vocabolario d’inglese e mi faceva vedere:

Expectation: a prospect of future good or profit: to have great expectations.

I have no more expectations, dearest. La differenza è questa.

L’inaugurazione di questa casa, tra tante aspettative, non l’ho mai avuta. La nuova la voglio inaugurare con un pianto, che sia di gioia, quando tra me e il cielo su Poble-Sec, che non è più il Raval e chissà che significherà questo, quando tra me e il cielo non ci saranno più tre piani e una vicina curiosa, non ci sarà più niente. Solo le lacrime con cui commossa e un po’ stanca chiederò protezione al primo sole.

portaaperta2 Nell’ultimo articolo vaneggiavo di controllo, del fatto che fosse impossibile controllare tutto.

È una delle regole d’oro della vita che fatico ad accettare. Ma va bene anche così. Ricordo quanto mi sentivo in colpa per non corrispondere all’amore di chi se ne meritasse tanto. Ora spero che nessuno si sia mai sentito in colpa per non aver corrisposto al mio.

O penso a quanto mi sentirò in colpa se, nonostante tutti i miei sforzi, i progetti di lavoro che comincio ora non vadano a buon fine. Non importa quanto sia imprevedibile l’esito, specie in tempi di crisi economica. Preferisco pensare di non star facendo bene le cose, che ammettere che il successo o l’insuccesso non dipenderanno del tutto da me.

Tra qualche articolo rivelerò urbi et orbi che il problema è aspettare e sperare che quanto accade fuori di noi ci riempia dentro, colmi il vuoto che ci porti a cercare approvazione e amore. Lo so, la vostra vita dopo questa ovvietà non sarà più la stessa.

In tutti i modi, forse quello che ci serve è un’assoluzione. Un’auto-assoluzione, visto che ho fatto l’errore di farmene una colpa. Per il fatto di essere umana. Di non essere la superdonna che avrei voluto, di non poter piacere a tutti, di non riuscire a fare bene tutto.

Temo che ne abbiate bisogno anche voi.

Ebbene, ho scoperto una cosa. È vero che l’autoassoluzione non arriva razionalmente, non è qualcosa che possiamo “procurarci”, come ci si procura un litro di latte. Ma la gabbia in cui ci siamo messi è autoprodotta, non importa a che età ce la siamo costruita. Prima non eravamo così. E allora è da sperare che da qualche parte ci siano tracce di questo prima. Quelle del mio ci sono, le riscontro spesso e volentieri. Per fortuna c’è una… voce di minoranza, in me, che sa quando smettere il lavoro per sopraggiunto sfinimento, o quando la speranza di cercare soluzioni diventa accanimento terapeutico. E se è sopravvissuta la mia, la vostra sarà in ottima forma!

Per evocarla, mi accorgo, il metodo è farle spazio. Lasciarle aperta una porta, aprirci noi alla possibilità che rientri, in modo che le barriere che abbiamo eretto tra noi e lei non si alzino subito. Non è qualcosa che controlliamo, ma succede, come quando le nostre pupille si dilatano o si contraggono a seconda della luce. Non è un riflesso di cui ci accorgiamo, ma meno male che c’è.

E accorgersi che sia così è un gran sollievo.

Perché, se dobbiamo imparare a lasciar andare il controllo, ad ammettere che non tutte le nostre sconfitte sono opera nostra, è confortante sapere che anche le cose belle che ci capitano, possano capitare a prescindere da noi.

Quindi basta martirizzarsi, cercare il perdono da altri, da altro.

C’è una parte di noi che è più che disposta ad assolverci, a farci vedere che quello che chiamiamo colpa è solo autenticità, il nostro sfuggire ai nostri stessi schemi mentali. Ed è più che disposta a riprendersi ciò che è suo, il ruolo nella nostra vita che le spetta.

Tutto quel che dobbiamo fare, sospetto ogni giorno di più, è farle spazio.

Lasciamole la porta aperta e lei saprà come tornare.

cenerentola-in-sala_news

Ieri ho letto un articolo succinto ma interessante sulla paura d’innamorarsi. Letto? No? Ja’, cliccate sul link, è breve.

Arieccoci. Quello che mi colpiva dell’articolo era l’idea che avessimo difficoltà ad amare per quest’antica piaga che ereditiamo dall’infanzia, la paura dell’abbandono.

Credo che la mia, di paura dell’abbandono, abbia almeno qualcosa in comune con la vostra: il bisogno di avere tutto sotto controllo. E se, com’è ovvio (ma non per noi) non è possibile, allora questo controllo ce lo inventiamo, decidiamo che abbiamo già il 30 garantito all’esame perché al corso corrispondente ci accaparravamo sempre la prima fila (ricordo una di queste secchione odiose che alla fine si beccò 28), o che se il nostro amato bene è collegato a qualche social network significa che non sta con quella.

Io a un certo punto della mia vita ho deciso che l’unico criterio che dovesse governare il mondo fosse il merito. Ero proprio la portavoce ufficiale della meritocrazia! E qui mi direte, avevi tre anni, per non accorgerti che non è così? Io non dicevo che fosse proprio così, mi limitavo a osservare che dovesse essere così, quindi qualsiasi eccezione a questa mia regola universale andava scartata come una deficienza della vita.

Da adolescente, quando le amiche tessevano le lodi di un tizio un po’ tamarro che avesse, come unico apparente pregio, un bel faccino, dichiaravo superba che a me non interessava, “Non aveva fatto niente, nella sua vita, per meritarsi la bellezza”. Immaginatevi che relazioni spontanee e sentite mi costruissi con questo criterio!

Una forzatura, un’aberrazione? Vi ricordo che il più grande filosofo della storia affermava che i figli li facessero gli uomini, che le donne ne fossero solo il recipiente. E certo, Dio è Padre, Astarte è una zoccola, e le Veneri della preistoria a farsi benedire. Sì.

Quando gli esseri umani vogliono controllare qualcosa riescono ad andare contro ogni evidenza, contro i loro stessi ragionamenti, per finire come quelle formiche di cui parla Paul Watzlawick (non trovo il link in italiano). Ordinatissime, disciplinatissime, che seguono diligentemente le compagne in prima fila anche quando, per uno scherzo del percorso, si ritrovano a girare in tondo fino a morire per sfinimento.

Fatto sta che girare in tondo è comodo. L’alternativa è ammettere che in certe cose, si diceva in precedenza, il caos (o ciò che succede quando non capiamo le cose) regna sovrano.

Pensiamo all’amore non corrisposto. È un’ingiustizia madornale! Ricordo un amico spagnolo lasciato per email (storia di merda di quelle in cui neanche si ammette ufficialmente di stare insieme), da una tizia che gli faceva tutta una manfrina, molto logica, sulle sue motivazioni, che poi sarebbero state la libertà e la labilità dei sentimenti nella nostra umana esistenza. Due mesi dopo, la libera vagabonda delle emozioni conviveva con un altro.

Dico io, vi sembra giusto? L’amico mio se lo meritava, questo trattamento? E la gente odiosa che conoscete, se li merita, quegli angeli pazienti che stanno loro accanto, quelli che vi dite “Ma come fa? È un santo/una santa. Quell’insopportabile ha vinto proprio al Superenalotto”.

Ma questi “santi”, queste sante, sono davvero disinteressati?

Non mi accorgevo che “meritarsi” l’amore di qualcuno sa tanto di mercimonio. Io sono buona con te, quindi merito il tuo amore. Tu mi ami perché ho questa lista di qualità.

Quindi, entrando nel… merito della meritocrazia (no, non ci ho pensato la notte, mi è uscita così brutta estemporaneamente), chi dice che io “meriti” l’amore se mi comporto bene con qualcuno? Allora il mio comportamento è interessato. Ed ecco l’autrice dello stesso articolo sulla paura d’amare, pronta ad aprirmi gli occhi sulla Sindrome di Wendy.

La tendenza di una che non crede di meritarsi l’amore, che allora si rende indispensabile per averne. Come se l’amore si comprasse a tanto al chilo.

Intendiamoci, la mira random di Cupido avrà senso per i feticisti dell’evoluzionismo, ma continua a sembrarmi un’invenzione non proprio riuscita dei fati. Ma tra una regola a cazzo di cane dell’esistenza e una che mi sono data da sola nella preistoria della mia vita, ancora una volta, devo ammettere che la signora Natura, qualsiasi cosa intendiamo col termine, non abbia fatto le cose propro male.

Se infatti elargiamo amore come pegno per riceverne, non meritiamo piuttosto un calcio nel sedere?

Non merito neanche una risposta.

The_ShiningNon è neanche colpa nostra, questo è vero. Ma di sicuro non è colpa sua.

Del vostro ex, per il fatto di non amarvi più.

Di vostro padre, che preferisce vostro fratello a voi.

Del vostro capo, se nonostante tutti gli sforzi che facciate gli sta più simpatica la collega inetta.

Prima di tutto è importante arrivare a capire che non è colpa nostra. È un gran passo avanti, credo. Ci liberiamo del peso di dover essere perfetti, obiettivo impossibile che ci impedisce di essere noi, al meglio delle nostre capacità. Di dover piacere a tutti, o di credere che, se gli altri non ci amano come vorremmo, è perché noi siamo sbagliati.

Il passo successivo è capire che non è colpa loro.

Non sto giustificando le loro “malefatte”, sia chiaro. Hanno degli obblighi, verso di noi, quelli di tutti: il rispetto, la coerenza.

Il nostro compagno è tenuto a non prenderci per i fondelli. Nostro padre, a essere equo nella distribuzione di attenzioni e beni materiali. Il nostro capo, a riconoscere i meriti di chi lavora e le responsabilità di chi non lo fa.

Se vengono meno a questi obblighi, la nostra rabbia è sacrosanta. È rispetto per noi stessi.

Però i loro obblighi si fermano qui. Fortunatamente, perché più di questo non possono fare.

Non possono amarci o stimarci per pura forza di volontà.

E noi dobbiamo rendercene conto e anche ammettere che è la cosa che ci ferisce di più. Per superarla e andare avanti con la nostra vita.

Se siamo onesti, cos’è che ci rode di più, dei favoritismi dei nostri genitori? Vedere che abbiano portato nostra sorella al ristorante, per il suo compleanno, mentre quando è toccata a noi non hanno rimandato la visita all’avvocato? O ammettere che, per qualche inspiegabile gioco di alchimie, nonostante il bene che ci vogliano, se l’intendano di più coi nostri fratelli? Che con loro abbiano una complicità che non ci spieghiamo, che neanche loro, spesso, riescono ad ammettere a se stessi? E possiamo rimproverarli per cosa abbiano fatto, ma non per cosa provino.

E quando una relazione finisce o non decolla, cos’è che ci fa più male? Il suo essere sparito, fare il doppio gioco, tenerci nell’ombra mentre la nuova tempo una settimana è sulla bocca di tutti?
O il fatto che non ci ami? Che non sia scattata quella molla che lo rendesse partecipe della nostra vita, interessato alla nostra giornata, ammirato da qualcosa di diverso dalla sicurezza che gli davamo o da ciò che avessimo tra le gambe? Che dopo di noi verrà qualcuno a cui sì che risponderà al telefono, con cui troverà il tempo di andare a passeggio, per cui rimanderà l’impegno di lavoro per una serata tra termometri e borse dell’acqua calda?

Possiamo rimproverare loro ambiguità, impegni presi e non mantenuti, le scorrettezze assortite che tutti sappiamo. Ma non quello che sentono o non sentono.

Se noi non ci possiamo fare niente, non possono neanche loro. La trovo ancora una legge ingiusta e ancora non so come uscirne, a parte usare il famoso verbo che schifo, accaccett… Quello.

D’altronde, non so se vi capita, siamo bravissimi, ad accettare la mancanza di attenzioni di cui sopra. Lì siamo i campioni dell’accettazione. Siamo i migliori nell’accontentarci, in certe relazioni ambigue, delle briciole di tempo dell’amato bene, dei due baci in pubblico dopo aver appena passato la notte insieme. Perché lo facciamo? “Perché lo amo”, ci rispondiamo, come se questa giustificazione facesse da tana libera tutti.
Se per noi è così, però, tolte come si diceva le scorrettezze deliberate, anche l’altro, a domanda “Perché lo fai?”, dev’essere libero di rispondere: “Perché non ti amo”. Altrimenti dovremmo riconsiderare la nostra risposta.

Considerando che i genitori non si scelgono (ma sì che, nel corso della vita, ce ne siamo scelti di adottivi, vero?), che i datori di lavoro vanno tenuti buoni se il lavoro ci piace, quello che possiamo fare è imparare a vivere nonostante tutto questo. Con l’ex, aiuta capire come ci siamo messi in questa situazione, come è deteriorata se siamo mai stati insieme, come non ci siamo sottratti in tempo se non è mai decollata. Aiuta renderci conto, si diceva, se l’apprezzassimo per quello che era, o se nei suoi occhi cercassimo noi stessi (vedi Ombra).

Soprattutto per me aiuta, ormai si è capito, non sottrarsi al dolore, per non portarcelo dietro. Distrarci quando vogliamo distrarci, ma fare gli emo quando così ci gira.

Prima o poi, di questo passo, su tutto questo riusciremo anche a farci una bella risata, come questo signore qua sotto.

ombraL’idea è: non sono psicologa, non sono ancora analista junghiana (anche se mi piacerebbe), non sono neanche Maga Rowena… Cacchio scrivo a fare di queste cose?

Be’, sono un’apprendista stregona, che non ha niente da insegnare a nessuno e tutto da imparare per sé, e procede a tentoni, per prove ed errori, in quello che spera sia un cambiamento proficuo e duraturo della sua vita. Come alcuni di voi. Siamo compagni di viaggio. Diciamo allora che faccio una specie di tutorial (a farne sugli smokey eyes vi lascerei con l’effetto panda) in cui sperimento i prodotti su me stessa e voi vedete se usarli o no. E accetto volentieri suggerimenti.

Di esperimenti su me stessa, con buona pace della LAV che farebbe meglio a farmi estinguere, ne ho fatti assai.

Qualche articolo fa parlavamo di Ombra, o meglio ne affidavo la descrizione a chi ne sapesse più di me. L’idea è che l’Ombra sarebbe una parte di noi che ci teniamo nascosta, per vari motivi. Non è sempre la parte negativa, anzi.

Prima di tutto, quello che consideriamo negativo potrebbe rivelarsi molto utile: la nostra ombra è ambiziosa? Sapete quanta energia potrebbe prestarci, per raggiungere obiettivi in cui ci identifichiamo di più?

E poi ci sono molti aspetti positivi, che di solito ammiriamo in altre persone. Il mio idolo di tutti i tempi sarebbe Gandhi (Johnny Depp non conta, vero?), ma non mi sono accorta di avere almeno un centesimo della sua capacità di negoziazione e di comandare senza viuuulenza finché non ho ricoperto io qualche posto di responsabilità, nelle attività a cui mi dedicavo. Magari non sarete mai grandiosi come la vostra icona, ma, se vi piace, forse avete delle caratteristiche in comune con lei che ignorate, o non avete il coraggio di sviluppare.

Faremmo meglio ad ascoltarle, invece: l’Ombra ci condiziona anche in amore.

Vi hanno mai idealizzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. In me cercava una donna che non ero, che ha poi ritrovato in coloro che mi hanno seguita e che ha idealizzato esattamente come me, almeno quelle che come me non lo amavano altrettanto. Non cercava noi, ma una visione tutta sua, che probabilmente si portava dentro ma che non aveva il coraggio di riconoscere. Se l’avesse fatto, avrebbe corso il rischio di vederci per quello che eravamo. E amarci per quello che eravamo.

Vi hanno mai disprezzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. Ammirava le cose di me che trovava più lontane da lui, e invece le aveva tutte dentro, ma non voleva vederle. E allora le disprezzava, anche. Per il vaso di Pandora che gli aprivo nelle ore di gioco che mi concedeva. Per l’amore che non mi poteva dare. Perché in me vedeva solo quello che credeva il peggio di sé. Così, direbbe uno bello che è morto, il giorno si pentiva di avermi incontrato e la notte mi veniva a cercare. Mi avrebbe messa da parte, per inseguire una da mettere su un piedistallo.

Così il cerchio si è chiuso, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e il karma è una zoccola che prima o poi riscuote la sua tariffa.

Perché, siatene certi, questi due uomini saranno perseguitati dalla donna del piedistallo e da quella che cercano la notte, che si muoveranno nelle loro viscere finché non saranno ascoltate, accettate e, solo allora, messe da parte.

E io, non ho mai giocato questo gioco di ombre? Certo. Non ho fatto altro. Ho cercato gli Altri. Come me. Gli outsiders, quelli che come me si erano emarginati dalla loro stessa vita, e che ora emarginavano me. Il gioco al massacro è stato quasi sempre convincerli a farmi entrare, anche se non erano sicuri, anche se non gli piacevo abbastanza. Cercare nel loro sguardo quello che possiamo darci solo noi: la conferma di valere qualcosa. E quando mi aprivano la porta, mi rendevo conto che non mi bastava la loro parola a non credermi più un’estranea. E allora li vedevo per quelli che erano, e non mi servivano più, e m’inventavo una serie di nobili scuse per andarmene.

A voi, invece, com’è andata? Avete amato persone reali, o la vostra immagine riflessa nei loro occhi?

Credo di essere stata molto crudele, senza neanche saperlo, e molto ferita da gente che neanche sapeva quanto fosse crudele.

Credo anche che, semmai aveste fatto la stessa cosa e continuaste a farla, non ci resti che un’opzione: ascoltarle, queste voci di dentro. Riconoscere le parti che temiamo, quelle che idealizziamo, caricarcele addosso, indossarle tipo zaino (vedi articolo precedente).

E allora, solo allora, possiamo vedere gli altri per quello che sono. E decidere se quello che vediamo ci piace o no.

https://www.youtube.com/watch?v=DAhtAf2NMrE

zainopesanteIn tempi molto recenti (ok, 10 minuti fa) stavo sul letto a litigare col Padreterno. Che confidenzialmente chiamo Madreterna e da agnostica inside ancora devo decidere se è il mio amico immaginario, se è un riflesso di me o se è proprio quella forza che permea di sé tutte le cose. Fatto sta che ci stavo intavolando un negoziato che manco Ban Ki Moon: “Di’ la verità, ti piace vedermi strisciare per terra a chiedere pietà? E ja’, mica sei così venale da volere davvero i fioretti, i voti? Che devo fare perché tu mi dia quello che voglio?”.

Non che ciò che volessi fosse sta gran novità, non ingannatevi, i problemi non si risolvono subito, specie se li affrontate come me. Che ovviamente mi sono esaurita, mi sono messa a piangere tipo bambino a cui hanno scassato il giocattolo preferito, e una volta rovinati trucco e fegato ho deciso: ok, allora mi carreo il problema.

Carriare è un gran verbo, affine a carry in inglese, ovviamente. Dà proprio l’idea plastica di sollevare la zavorra e mettertela addosso, tipo zaino. Tipo abbracciare la croce, ma meno splatter.

Oggi pomeriggio ho fatto la scopertona che lo zaino ce lo dobbiamo carriare, ma indossare, proprio, non una spalla sì e una no come l’Invicta alle medie.

Parafrasando Mademoiselle Chanel: trascinati dietro i problemi e allo specchio vedrai quelli. Indossali e vedrai te.

Perché ho fatto rivoltare a Coco nella tomba? Perché, giustappunto, fino a poco fa allo specchio vedevo solo il mio problema. Lo vedevo dappertutto, negli occhi infossati, nelle labbra contratte… Una volta che mi sono detta “Ok, ho questo problema, vabbuo’? E me lo porto appresso”, le cose sono cambiate. Ho rivisto me.

Funziona come il dolore dell’articolo precedente. Una volta “indossato” il problema, smetto di passare il tempo a negarlo, o a cercare invano una soluzione, e vedo che nella vita c’è altro. E magari allora, a mente libera, quella soluzione la trovo pure.

Questo farebbe di me una sfigata passiva e fatalista? Uff, ma perché non capite che l’accettazione è tutt’altro? Forse perché non lo capisco manco io, e che sta parola, accettazione, la schifo troppo. In barba a tutti i maestri spirituali di sta ceppa.

Ma so che vuol dire una cosa diversa da quella che m’immagino, dalla rassegnazione: l’idea è riconoscere di avere il problema, di non avere una soluzione e decidere di portarselo appresso come uno zaino, di essere noi + il problema prima che il problema diventi noi. E noi siamo più grandi del nostro zaino, vero? Magari aiuta anche esaminarne il contenuto, vedere se c’è un indizio per la soluzione, qualcosa che ci può servire per il futuro (a volte un cazzo, ma è difficile che qualcosa nella vita non insegni proprio un cazzo).

Sappiamo benissimo che camminare zaino in spalla è una faticaccia, ma può essere utile. Una volta apertolo, osservato il contenuto, fatto una cernita, esserci liberati di quanto non ci serve, diventa un bagaglio invisibile, di cui un giorno lontano, quando ormai ci avremo lasciato solo le cose utili, potremmo perfino essere contenti.

Continuate a leggere. Zaino in spalla, però.

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