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anna karenina 2012Niente da fare, quando sto così mi curano loro.

Sarà anche il ragionevole crollo psicofisico da settimana impegnativa, con andirivieni dall’archivio, e il mio inconscio che non riesce manco più a farmi dimenticare a casa una cartellina fondamentale in vista di un colloquio. Sarà che ho mangiato pochino, ultimamente, e non sono abituata.

Ma mi viene da pensare al poco che ho visto di Analyze that, in un pullman di qualche anno fa tra Philadelphia e NY, e il tormentone dello psicanalista Billy Cristal che continua a dire: “She’s grieving. You know. It’s a process“.

Certo, meglio quelli come il mio, di lutti. Se ci chiedono dov’è il morto, possiamo sempre provvedere con le nostre manine e un pratico trinciapolli.

E niente, è come un’influenza, che mentre ce l’hai non ci credi che finirà, e una volta finita non ci credi che l’hai avuta. Tutto questo lo so. Ma serve a poco.

E allora ci sono loro. Le eroine sfigate dei romanzoni ottocenteschi. Machiavelli tornando a casa si spoglia della veste quotidiana, piena di fango e di loto, e indossa panni reali e curiali. Io mi metto: pantalone Oysho in saldi con cinghia allentata in vita; maglietta di cotone multiuso che peggio abbinata non si può; felpona del ’98, se non ci sono andata a correre. E così combinata ricevo Emma Bovary, Anna Karenina, Catherine Earnshaw e compagnia bella, come vedete non sempre in ordine cronologico. In tutti i formati, ma la sera quello digitale va per la maggiore.

Ultimamente mi è stato chiesto se sotto il treno si butta Anna o Vronski. Ho sorriso di tanto candore. D’altronde perfino uno cattivo cattivo come Heathcliff non puoi mai dire fino in fondo se è più vittima o carnefice, dei capricci dell’amore.

Le colleghe femministe non me ne vogliano, ma anche questi ritratti di donne, come le rendono i loro sadici scrittori e le occasionali sadiche scrittrici, conservano tracce di pregiudizi che si trascinano senza pietà fino a oggi. In questo senso sono ritratti fedeli. E poi, con tutta la tenerezza per Jane Eyre, The Madwoman in the Attic (la prima moglie di Rochester) è stata una delle grandi rivelazioni letterarie di sempre, con tutto il suo Mar dei Sargassi.

Sì, ma queste sfigate come fanno a curarmi, a parte l’evidente cartellone che si portano appresso con su scritto “non fate come lei”? Be’, un aiutino me lo danno i romanzi che seguono due storie, una così tragica che manco Mariottide ai tempi d’oro, un’altra che come una commedia comincia col piede sbagliato e finisce decisamente bene.

Cioè, dopo la lettura di Cime tempestose, l’unica cosa che può salvarti dalla flebo è Catherine jr che almeno se ne vede bene, con quel pezzo di marcantonio di Hareton. E che cavolo, tra baci postumi e morti improvvise, almeno due che si amano e riscattano la maledizione familiare, ce li vogliamo mettere?

Trasferendoci nell’indolente Russia degli zar, vi confesso una passione: Levin di Anna Karenina. Ci ho messo tempo, eh. Mi sembrava, per usare un tecnicismo letterario, una uallera affumicata. Lui, i campi, i contadini. Mo’ per fortuna non sono una tipa da Vronski, mi è capitato un paio di volte nella vita ed era sempre troppo scemo per essere letale. In genere finisco con uno con la focosità di Karenin e la serenità d’animo di Heathcliff. Ma cavolo, alla povera Kitty non posso dare tutti i torti a dargli un palo, all’inizio (per chi legge da fuori Napoli: un due di picche). Ora sono commossa dal loro bimbo, che, in una rappresentazione teatrale che vidi a Edinburgo, caccia il primo vagito in concomitanza con l’urlo di Anna mentre plana sotto al treno.

Bello che un autore, dopo averti fracassato le gonadi col lato distruttivo dell’amore, si ricordi di lasciare un po’ di spazio alla speranza, memore forse del fatto che i suoi genitori non stavano sempre lì a chiamarsi nella notte tempestosa della brughiera.

Nell’ultima versione di Anna Karenina, però, Levin fa una scoperta fondamentale: l’amore è irrazionale. Lo so, state già organizzando un viaggio in Transiberiana per fargli un applauso scrosciante.
Ma intanto io pensavo, quoque tu. Tu che sei la speranza, l’amore che si fa fecondo senza dover per forza essere palloso, mi ricordi che ci s’innamora un po’ a cazzo di cane, e non sempre di chi ci conviene. Che, senza scomodare il Teorema di Marco Ferradini (o la più pregnante versione di Tony Tammaro), spesso non ci filiamo manco di striscio il Levin della situazione, perché non è abbastanza grosso o magro o idiota. O magari, semplicemente, non è abbastanza Vronski.

Poi qualcuna esce dal tunnel, qualcun’altra no. Le prime non sempre tornano indietro a prestare il tom tom.

Intanto, però, mi aggrappo come un faro a un luogo comune preso dall’ultimo Dickens, o da quello BBC (lo so, le mie notti sono appassionanti): in The Mystery of Edwin Drood, Rose, promessa sposa a un ragazzo che non ama, chiede al suo tutore com’è l’amore. E quello le risponde “è sempre corrisposto”.

Lì andrebbe organizzata una spedizione solo per prenderlo a botte. Ma ho deciso di essere ottimista e di rileggerla così: l’amore è irrazionale, e spesso ti spinge verso gente assurda. È una forza, di quelle cieche e ottuse. Ma c’è chi riesce a dominarla e dirigerla verso qualcosa di sano, come Kitty, e chi improvvisamente si ritrova a bruciare senza capire manco che è successo, come Anna.

Indovinate chi ho scelto.

(… and left an empty shell of me)
http://www.youtube.com/watch?v=ifQzYuKCpYE

bodega Il problema de La Bodega è che non sai mai se hai fatto un affare o stavolta hai pagato un po’ troppo.

Intendiamoci, il padre di mia figlia è sempre onesto. L’Estrella Galicia te la serve fresca al punto giusto, il tradizionale vermut ha la giusta profusione di ghiaccio e agrumi (e l’olivetta), e la tapa de jamón arriva tagliata fine fine, con certe fette di pa amb tomàquet che so’ soddisfazioni. Forse il trucco è che si sta così bene che ordini un’altra caña, e un’altra, e un’altra (io no, mi ubriaco alla prima) e alla fine ti credo, che paghi come se fossi andato a qualche ristorante “squallor ma buono” dei paraggi. Ma vuoi mettere l’atmosfera?

Siedi intorno a tavolini di marmo, che un tempo reggevano macchine per cucire, e c’è una profusione di barili che fa sempre autenticità. Peccato per la folla, ma se vai un po’ prima scongiuri anche quella.

L’ultima volta che ci sono andata, poi, la sorpresa gliel’ho portata io, a questo guineano che è una festa solo dirgli hola, lavora 12 ore al giorno e chi lo ammazza, sta sempre in piedi contento come una pasqua. La sorpresa è una sua vecchia cliente che aveva lasciato Barcellona da un po’.

Ma siccome lei è più o meno impegnata, e non condivide la mia filosofia manichea “se non sono fidanzata sono single” (comodo pretendere fedeltà senza offrire impegno), ad andare in Brasile con lui ha invitato me.

Allora, per ridere e farlo scappare, gli ho risposto:

– Ok, ma sappi che voglio 5 figli!

Fa i salti di gioia! Dice perfetto, mi si siede vicino e comincia a interrogarmi. Ok, voglio fare la scrittrice, quindi resterei io a casa a occuparmi della prole. Equa distribuzione del lavoro domestico? Si può fare.

Il bello è che ogni tanto si gira verso la mia amica:

– Ma mi sta prendendo in giro? Io sono serio! È da quando ti ho vista le altre volte che ho avuto l’impressione che…

Che sappia, poi, che quasi sicuramente genereremo una femmina. Suo padre, nell’isolotto della Guinea Equatoriale da dove viene (“Sei venuto a Barcellona per lavorare 12 ore, come gli altri africani”, lo rimprovera la sorella), ha una quarantina di figli, e solo una decina sono maschi. Confesso che il suocero già mi evoca ricordi poco rispettosi. Ma lui stesso, aggiunge, ha generato 4 femmine su 5 figli.

Azz, sono già matrigna. La maggiore ha 19 anni, poi ce ne sono 2 nel villaggio, che lui ha lasciato 20 anni fa. Direbbe Troisi “Uno a 17 anni già l’ha fatto, ‘o sviluppo?“. Ma la birretta fresca scende giù che è un piacere, e mi viene da ridere.

Non è la prima volta che un collega estranger, ma uno da valigia di cartone e amara terra lasciata per fame, mi sorprende con questa filosofia semplice, vuoi un figlio, facciamolo e poi prendiamocene cura. Il massimo guru di questa corrente una volta mi disse “Problemo no es falta de comunicación, problemo es niño sin pierna“.

Da anni mi fanno riflettere sugli estrangers di lusso come me, i profeti del non so cosa voglio, e comunque che vuol dire ti amo? Ai loro problemi esistenziali e temporeggiamenti e infatuazioni adolescenziali, spesso riassumibili in un pratico “mi cago sotto di crescere”, e benvenuti nel club, ma a non provarci nemmeno non è che non cresci, invecchi e basta.

Questi aspiranti papà venuti dalla miseria, invece, hanno il grande difetto di prendere sottogamba tutti i problemi che non siano un niño sin pierna, come se il piatto a tavola e la tessera sanitaria (che ultimamente pure si fa sospirare) risolvessero problemi di comunicazione, divergenze politiche, culturali, come se essere vivi volesse dire solo essere in grado di sopravvivere.

Così faccio per pagare la mia Estrella, mentre lui già rigoverna e ci usa come scusa per cacciare gli ultimi habitué (che credono davvero che uscirà con noi). Niente soldi, offre la casa, in omaggio alla cliente prodiga che chissà quando torna.

Quanto a me, dice, la mossa lui l’ha fatta, ora è il mio turno.

Ma se la vita è una partita di scacchi, è da un po’ che ho imparato che un’ottima mossa è non fare esattamente niente, almeno quando già sai che hai fatto il possibile.

Al massimo poggiare i gomiti dove prima c’era una Singer e ordinare un’Estrella Galicia.

(quando le figlie nascevano in condizioni estreme)

almodovarOk, ultimamente faccio assai pipponi su ammore e responsabbilità, che scritto così sembra la nuova canzone di Antonio Ottaiano, con un bacione a tutti gli ammalati per una presta guarigione e a tutti i carcerati per una presta libbertà.

Ma che ci volete fare, a volte la vita è tragicomica.

Ho accompagnato un’amica spagnola a un concerto, suonava un tizio che le piaceva. La mia amica frequenta uno che non si capisce bene che intenzioni abbia, e un po’ perché è stufa, un po’ per dimostrarsi che è ancora libera e felice come una farfalla, ha colto al volo un invito su facebook per rispolverare questa conoscenza iniziata davanti a una pizza.

Alla fine del concerto, ovviamente, noi lì nel backstage pezzotto, modello groupie con 15 anni in meno. Ma lui ha fatto il suo miglior sorriso finto, ha ringraziato per i complimenti ed è andato a baciare una tizia dall’altra parte della stanza.

L’amica era allibita. La pizza risaliva a qualche mese prima, ok, però cavolo, lei da altrettanto frequentava il tipo indeciso e in pubblico a stento un bacetto per guancia.

Fortuna che per rompere il gelo ci raggiungeva una “nordica” più giovane che vive qua fin da bambina. La spagnola stava zitta e pensosa finché, a un semaforo, sulla strada del bar in cui ci aspettava altra gente, abbiamo visto attraversare lui. L’amigo con derecho della nordica. In realtà uno dei due e manco il preferito, ma so’ dettagli.
Con una bruna esattamente della sua taglia.

E lì per evitare conversazioni imbarazzanti ho fatto un capolavoro. Ho accelerato il passo per fingere che avessimo fretta (le altre non capivano che succedesse) e, non potendo ignorare il tizio in questione, gli ho sventolato la mano quando ormai eravamo a due kilometri. Ha risposto col secondo sorriso ipocrita della serata. D’altronde, se ci fossimo fermate, che gli dici al tuo secondo amante se lo vedi con un’altra?

Fatto sta che quelle zitte e pensierose adesso erano due. Fortuna che il bar era là vicino. E la nostra amica catalana ci aspettava con varie persone.

Come previsto, si è messa a parlare del suo non compagno. Cioè, di un amico argentino che lo sappiamo tutti, che stanno insieme, ma loro fanno finta di niente da anni, perché non vogliono impegni. Ma stanno sempre, sempre, sempre insieme.

Uscendo ho sbuffato:

– Il mondo si complica la vita.
– Meglio una vita movimentata, ti suicidi più tardi – ha commentato la nordica.
– Sì, ma alla fine – e mi metto in mode pippone – tutte queste persone semplicemente non si assumono le proprie responsabilità. L’indeciso che fa ‘o scemo per nun ghi’ ‘a guerra, l’altra che lo sopporta per paura che la lasci, voi che “libero amore” ecc. e poi se è libero davvero fate le facce strane, e questi che dell’amore godono solo a metà, come Pina Sinalefe. Foste almeno felici…
– Chi può dire di essere felice? E chi può definire cosa sia una coppia? Finché la cosa funziona, va bene.
– È tutto molto logico, sensato e relativista, per la gioia di Paparatzi. Ma… Parole, parole, parole. Continuo a sospettare che la gente per non volere complicazioni se ne crei il doppio.

Ok, parlo io che fino a poco tempo fa sembravo quello di Nuovo Cinema Paradiso, senza il successo e i soldi, ovviamente.

Però il sospetto mi rimane. Un’amica psicologa mi faceva notare che l’essere umano ha quest’assurdità: credendo di fare il proprio bene e risparmiarsi grane, segue dei modelli di comportamento che le grane gliele portano.

Ma sono parole anche queste

Credo che il tutto si riassuma così:

(Maledetta stronza, che non muore mai mentre io vorrei dormire)

lacrime Il domandone di sempre è: perché quando siamo tristi mettiamo canzoni a dir poco malinconiche?

Cerchiamo di autoistigarci al suicidio? Vogliamo imitare la povera Sylvia Plath e mettere la testa nel forno, sorvolando sul fatto che lei il forno ce l’avesse a gas? (Particolare che una volta assimilato rende la faccenda solo tragica, e non splatter come temevamo).

Fatto sta che quando dobbiamo affrontare una rottura, e magari l’arrivo del ciclo (le disgrazie non vengono mai da sole), mica sentiamo Don’t Worry Be Happy, o rivediamo tutti i video di Padre Maronno.

No. Noi mettiamo su Nick Cave, Chavela Vargas o i Modà, a seconda della morte di cui vogliamo morire (decidete voi in quale caso sia meritata…).

Perché, figlioli, facciamo questa minchiata?

Magari per lo stesso motivo per cui in un film horror la vittima va esattamente in soffitta, a mezzanotte in punto, nella casa appena comprata dopo l’omicidio seriale dei precedenti proprietari. O ci andiamo a toccare ripetutamente quel brufolo orribile che così ci durerà un mese, finendo pure per dargli un nome, viste le dimensioni (io in gioventù usavo quelli della lirica, ricordo un Rodolfo formidabile).

Ok, cancellate l’ultima immagine.

Resta il problema del masochismo umano.

“Eh, preferisco sfogare, che poi sto meglio”.

Ci prendiamo per sfinimento, in pratica. E dopo che la buonanima di Chavela avrà giurato “Por Dios que me mira” di non tornare, piangendo di rabbia più o meno come noi, miiica scattiamo sull’ attenti alla prima chiamata dell’ (ex) amato bene? Che però vuole solo che gli restituiamo cuore e giubbotto.

Ok, manco va bene far finta di niente, e poi cadere ai suoi piedi in lacrime appena lui si presenta a una festa di amici con un’altra (scena realmente vissuta, con me, ovviamente, nella parte dell’altra).

Ma insomma, proprio non troviamo una soluzione migliore che finire di deprimerci?

Ognuno fa quello che vuole, oh. Ma, non so se è una cosa che capita solo a me, a lasciarsi il drammone in camera per fare una passeggiata, le cose vanno decisamente meglio. Scopriamo che non finisce mica il cielo e lo sapevamo, il mondo va avanti uguale, con la proverbiale cazzimma tanto amica di questo blog. Ma intuiamo pure che presto o tardi andremo avanti anche noi.

E se riusciamo perfino a sopportare la festa di cui sopra, con tanto di trenino e Tanti auguri a te cantati in tutte le lingue, magari troviamo pure qualcuno per la serie “Adesso ho le voglie di un 90enne assonnato, ma alla prossima sei mio!”.

Ovviamente “alla prossima” verrà in compagnia (e no, stavolta non sarò io).

Ma almeno vi sarete perfettamente ripresi e potrete rimpiangere l’occasione mancata con tutti i crismi.

So’ soddisfazioni.

(consigli per dediche alla sua radio preferita)

SamyosemiteSembra fosse tradizione, per le fucilazioni, che una delle armi del plotone d’esecuzione fosse caricata a salve. Così, se qualche soldato avesse avuto rimorsi, si sarebbe consolato pensando che il fucile scarico fosse proprio il suo.

Una di quelle balle che ti racconti in un momento difficile per stare meglio. Come le bestie che abbandonano i cani pensando vabbe’, qualcuno lo trova e gli dà da mangiare. O quando siamo a dieta e ci diciamo dài, quante calorie avrà, questa fetta di tiramisù con doppia farcitura e supplemento di cacao in polvere?

Eh, però manco sta bene raccontarsi balle.

Meglio affrontare la verità, sempre.

E mangiarla, la fetta di tiramisù, sapendo che se il dietologo ti ha messo a riso integrale e zuppe senz’olio, allora stai facendo uno strappo alla regola, e te ne assumi le responsabilità.

Ma certe verità sono così scomode che almeno io me le faccio scivolare addosso, incandescenti come sono, senza quasi rendermene conto.

La morte di mio nonno è stata il mio capolavoro. Ci ho versato tre lacrime, di numero. Avevo 19 anni, sapevo che senza mi sarei sentita persa per sempre, perché era lo mio maestro e ‘l mio autore, come dice Dante quando chiede l’autografo a Virgilio (questa è di un amico). E allora mi sparai la balla che era prevedibile, era una cosa naturale, a quell’età, comunque soffriva… Ancora non era venuta la Kidman col nasone a insegnarmi che “Non si trova la pace allontanandosi dalla vita”.

Le balle in amore, invece, mi sa che ce le spariamo in tanti. Chiamiamo “alti e bassi” le montagne russe dello star bene una settimana, litigare quella dopo, e poi star bene, in un gioco sfiancante. “Ma non capita a tutti, così?” No. Alle coppie felici, no. “Poi mi annoierei”. Almeno per me, la storia che la felicità perpetua annoi ricorda un po’ quella della volpe e l’uva.

Tecnicamente tutto questo si chiamerà autoinganno, non lo so.

E non andrebbe fatto, ecc. ecc.

Tranne se sappiamo che è un gioco. Che ci concediamo una volta, come un cicchetto di troppo.

Come quando, morto il nonno, scoprii che la brutta tosse che sentivo ogni tanto da fuori non era sua, ma decisi di scordarmelo ogni volta che sentissi il vicino tossire. A patto di tornare coi piedi per terra un momento dopo.

Questo momento può anche durare una notte, a patto di tornarci, coi piedi per terra.

Vorrei che questa notte non finisse mai.

(la odierai, ma ci stava)

magritte2-Ma ste luci, ste candele?

L’amico, un po’ più giovane, ha preso una stanza a Napoli, prima esperienza senza i genitori.
È evasivo. Poi mi spiegano che frequenta una ragazza.

Come quella che volevamo rifilare a un altro, vari anni fa, ma che probabilmente già allora si vedeva con l’attuale fidanzato, conosciuto in chat.

O la ragazza seduta vicino al palco nella birreria in paese, che il cantante ogni tanto la guarda e nessuno sa niente, nessuno dice niente, ma lei si è messa un vestitino con dei tacconi neri che sembra ancora più bassa, un nanetto sui trampoli, e non se ne accorge, rapita. E parte il totoscommesse: si tengono, o no?

Si vedono, si frequentano, si tengono, o semplicemente un occhiolino. Quando non si scade nel volgare. Pure nella terra dei fidanzati in casa è come se le coppie dovessero passare per questa fase di rodaggio che osservo con indulgenza, divertimento quasi. Perché non stiamo parlando di scopamicizia, ma proprio di gente che si ritrova allacciata a una festa, o comincia a chattare una sera, e semplicemente si assaggia, si sperimenta e conosce piano senza passare per la fase m’ama non m’ama, innamoramento selvaggio seguito da un corteggiamento serrato, contrapposto a una resistenza più o meno ipocrita. No, la libertà di movimento e di testa degli ultimi anni prevede di consumare quasi subito l’attrazione, per lasciare spazio al grande punto interrogativo del poi. Dopo aver tolto i giornali dalla macchina, che si fa? Si resta insieme o chi s’è visto s’è visto?

NotoriousE paradossalmente il bacio rubato dei nonni diventa la prima cosa che ottieni.

Anzi, ripenso alla grandiosa nonna di un’amica salernitana (e non cominciate che non so trascrivere il salernitano):

Ma io nun capisco, nuje nun puteveme fa’ ‘a prova, ce l’evemo piglia’ comm’erano, e vuje che facite ‘a prova po’ ve lassate ‘o stesso?

Sì, si lasciano lo stesso. Anzi, in qualche caso non si mettono proprio. Dopo essersi assaggiati per un po’ vedono che non è cosa e buonanotte. Intanto la fase ibrida è durata mesi e non sempre gli amici se ne accorgono.

Ma a quel punto, capirete, anche il concetto di coppia clandestina è cambiato.

E leggo tanti libri con doppia trama, una bella coppia degli anni ’40 e un’altra, confusa e infelice, di oggi: la prima è sempre perfetta, oh, quasi quasi vorresti che ti cadessero addosso le bombe, se devono essere l’unico impedimento a un amore che trionfa.

Ovviamente succede perché sotto le bombe non c’eri, e perché forse non hai mai visto quelle vedove che, come diceva Italo Svevo, da una parte piangono il defunto e dall’altra sono incoffessabilmente risollevate. Per essere tornate libere da un giogo nato da qualche affacciata furtiva a un balcone, da sguardi quindicenni lanciati a uno con cui, prima di chiedergli i soldi delle bollette, non si erano mai davvero parlate.
A meno che non fossero pratiche come la nonna di un’altra amica: “Me ne proposero due, ma alla fine presi tuo nonno perché almeno lo conoscevo”. Matrimonio felice.

Certo, l’altro estremo, ai miei occhi, resta quello che chiamo il divano IKEA. Prendersi a rate senza mai stabilire cosa siete, così eviti di farti carico della responsabilità dell’altro. Una scopamicizia, se la fai bene, è onesta, il divano è una terra di nessuno ambigua, fatta di gelosie difficili da gestire ma guai a fare un passo avanti e dire “Ok, che stiamo facendo?”. Perché l’ambiguità è chic e non impegna. Soprattutto non impegna.

Magari si fa perché l’alternativa, dalle mie parti, può essere ancora portare le paste la domenica e diventare +1 sugli inviti alle feste, in un rapporto asfittico che quando finisce corri a cercarti avventure al grido di “Esco da una storia importante, non voglio impegni”.

E poi l’ambiguità a volte sembra l’unica cosa che si avvicini agli amori epici che ci propinavano con le favole. Il tormento clandestino, la fragilità e precarietà dei sentimenti come bandiere, finché non finisce e uno dei due fragili e precari viene avvistato sul lungomare liberato con un pallone gigante a forma di cuore.

È questo che volete?

Io no. Rispedisco al mittente la morbosità autoindotta dei nonni e l’ammore da discount dei nipoti. Il sesso ben venga, ma quando si parla di amore attenzione. Maneggiare con cura. Chiamarlo per nome e invitarlo a entrare. Ma non della serie ue’, il caffè sai dove sta, l’asciugamani in bagno è pulito, scusa ma ho da fare. No. A sto punto lascialo fuori.

L’ospite è sacro specie se è lì per restare.

Tanto vale prendere una tazzina del servizio buono, e fargli spazio sul divano.

(una delle più belle canzoni d’amore che conosca)

deborahNiente, non la trovo. Ok, pure io sono un genio, a cercare le scene tagliate di C’era una volta in America su Internet senza smanettare almeno mezz’ora. Ma volevo esordire con una scena che ho visto in televisione: un Noodles ormai invecchiato che sta a letto con una bionda e le dice cose dolcissime, finché non la chiama Deborah, come il suo grande amore.

Lì ho fatto un salto sulla sedia che ha fatto girare mia madre con la zuppiera in mano. Un po’ per la figura di merda, un po’ perché non si fa così. Della scena ignoravo sia l’atroce antefatto che la natura mercenaria del rapporto. Sapevo solo due cose: che il letto è il secondo posto più assurdo in cui fare un errore del genere, dopo l’altare (vedi Ross di Friends); che, appunto, non si fa così. emma

Che capita a volte, nei momenti più impensati, di dover fare i conti con dei fantasmi, tuoi e di chi ti è vicino, molto vicino, in quel momento. Già che siamo in vena di citazioni pop ricordo Claudio Bisio che leggeva Pennac, credo fosse la prima volta tra Malaussène e Julie, ma non me ne intendo. Insomma, questo si ritrova a letto con una tizia che è andata con molti uomini di tutti i tipi, pure un maori, e allora se li immagina tutti lì, a sindacare sulla sua prestazione. Spettacolo. Alzi la mano chi non se n’è mai ritrovato qualcuno (un fantasma, non un maori) ai piedi del talamo, fosse anche uno di quei talami improvvisati che ci dobbiamo inventare nel cattolico Sud.

Il bello è che questi ectoplasmi hanno pure il vantaggio di essere là col loro sorriso migliore, i capelli perfettamente in ordine e magari pure il beneficio del dubbio, giacché spesso con loro non ci siamo manco sfiorati per sbaglio le labbra. Tutto il contrario del comune mortale che ci accompagna, sudato e sbuffante e anche un po’ sotto tono, “scusa ma oggi ho mangiato pesante”.

Diciamolo, il primo che capita dopo un fantasma è pure un fortunello. Meglio non saperlo, magari, o saperlo solo dopo che ogni centimetro di pelle e ogni gesto sia stato paragonato, seppure involontariamente, a chi ti ha preceduto. Insomma, ti devi immolare per la causa, magari a beneficio di chi ci sarà dopo di te.

Ma no, non è giusto infliggerli a nessuno, i fantasmi, tanto meno a te stesso. I fantasmi si tengono a bada, con un costante e inflessibile allenamento, dicendo grazie per la compagnia, ma andate pure ad arricchire qualcun altro, riprendetevi la vostra unicità, il vantaggio di esser diventati la versione edulcorata e ripulita di ciò che non posso avere più (o che non ho mai avuto), e tornate da dove siete venuti. ghostbusters

Il modo più semplice per cacciarli resta chiedersi: ma se sei la fonte di ogni gioia, perché non sei qua a sudare con me, invece che fissarmi con la faccia da pesce lesso da qualche angolo della mia mente?

Funziona.

Avete mai fatto naufragio? Io sì.

Si fa sempre naufragio, giurava Albertazzi una sera al Mercadante, in sottana e scarpe da ginnastica. Ma l’imperatore Adriano aveva un bellissimo Antinoo da rimpiangere, il mio scoglio invece è stato un’idea.

Un’idea che ha travolto anche la persona che me l’ha ispirata, colpevole solo di non condividerla.

Ma i sentimenti non sono una colpa, l’amore non lo è, e nemmeno la sua assenza.

E contro questa assenza io ho fatto naufragio.

E dopo tanto tempo, tanta pazienza, tanto lavoro, accettarlo è ancora l’ultimo scoglio.

Lo dice anche il mio migliore amico, in una sintesi proverbiale: quello è il mostro dell’ultimo quadro.

Quello di Mario Bros, che sputava fiamme. Io preferivo Luigi, il verde mi piaceva.

Comunque ho superato un sacco di livelli. Uno ve lo devo riassumere, perché ripensandoci a distanza di mesi è una delle cose più divertenti che mi siano capitate qua.

Serata in pizzeria, c’è anche uno che non so bene se è solo timido o proprio non ne vuole sapere. Il dubbio rimane finché una sua amica non gli fa una foto finto-osé e lui scherza:

– Mi raccomando, non mandarla alla mia ragazza!

Scusa?

Sorry?

Perdona?

Prendo la fotografa da parte e le faccio un terzo grado. Ebbene sì, ho capito bene. È stata la distanza a tenermela nascosta, la distanza, il nordico pudore e la mia paura di chiedere.

Prima reazione: telefono a un’amica.

– Stavo andando a letto!

Seconda: non voglio stare qui.

– Ehm, chicos, un’amica si è appena lasciata col ragazzo, mi aspetta su Skype in lacrime.

(L’amica intanto ringrazia, “Va bene che lo schifi, il mio ragazzo, però…!”).

Il ritorno a casa va bene.

All’altezza della Rambla scherzo ancora per telefono.

Verso Drassanes vedo un po’ sfuocato.

Su Rambla Raval uno mi fa “Ti senti bene?”.

Quando accendo Skype, la mia amica mi trova con la testa fra le mani a emettere versi non proprio umani.

Un minuto dopo, lei sta facendo il suo mestiere, consolandomi con argomentazioni ragionevoli, e io sto prendendo appunti.

“Perché non ti è andata così male: 1) non hai manco preso il due di picche, non ne hai avuto il tempo! ; 2) non saprai mai se ti ha invitata perché ti si filava un minimo o perché non sapeva pronunciare cuoppo ‘e terra; 3) è la cosa più normale che ti sia successa negli ultimi 12 anni”.

E poi ha aggiunto, se superi questa, puoi anche affrontare il mostro dell’ultimo quadro.

Ma vuoi mettere?, sbotto io.

Lo so che non c’è paragone, prosegue, ma gli ingredienti ci sono tutti. Hai reagito subito, chiesto aiuto, frignato che manco a 3 mesi. Stai migliorando assai. Adesso arripigliati che ti aspetta una lunga partita.

Sai che una psicologa si sarebbe presa almeno 50 euro?, sorrido.

Ci vediamo a Natale, conclude lei.

E adesso che mi sono arripigliata, magari l’ultimo quadro mi aspetta davvero.

Siccome l’unico salto alla Super Mario l’ho fatto secoli fa all’acquascivolo in Calabria (in un tubo di plastica bagnata), mi riproietto in quella situazione.

Sono ingrassata, ma il bikini mi va ancora. Specie il pezzo di sopra.

Sto per affrontare il mostro dell’ultimo quadro.

Aspetto il segnale del bagnino.

Non è un uomo, è una frase. E inizia per…

– Via!

No, questo era il bagnino. Inizia per NON.

Chiudo gli occhi.

NON

Precipito.

MI

Sento l’acqua addosso.

AMA

Chiudo la bocca, l’acqua m’invade.

NON MI AMA

Sono acqua, tempo, e paura.

NON MI…

Mi fermo. L’acqua sparisce.

Apro gli occhi.

È sera.

È Barcellona.

L’ombrellone fuori al terrazzo è caduto un’altra volta.

Lo raccolgo e guardo le nuvole sparse, nella luce delle 10 che sparisce subito.

Sono ancora qui.

Non mi ama e io ci sono.

Sono ancora io.

Game Over.

(* Il titolo è rubato a Manuel Vicent)

A poco a poco si sposano quelli che “se avessi voluto saresti stata tu”. Ma io non ero pronta per loro. Per loro fortuna, intendo.

Però, siccome almeno loro sono fuori dal tunnel dell’anima gemella, li nomino mascotte ufficiali di quest’articoletto.

E dopo di me che parlo d’amore aspettatevi qualsiasi cosa. Non so, che un comico vinca le elezioni, o che uno chançonnier diventi Presidente del Consiglio.

D’altronde la vostra professoressa di Storia e Filosofia era davvero competente? La mia era laureata in Francese.
Quindi non rompete e sorbitevi la mia Lezioncella d’Amore.

Innanzitutto, dipende: di cosa stiamo parlando?

C’è chi si strugge appresso ad amori impossibili, per poi rinnegarli quando diventano umani, troppo umani.

C’è chi dice che il vero amore esiste solo in una coppia consolidata, quando due persone si conoscono e si “provano” come un divano IKEA, comprandosi a rate. Sono gli stessi che ti chiamano in lacrime dopo essersi lasciati con una quindicenne che vive in Canada, e fa la prostituta quando non spaccia.
Le loro argomentazioni si confutano con un postulato filosofico di facile comprensione:

vaffanculo.

Poi c’è quello che amore non è, tutte quelle fasi e sfumature che con un termine tecnico possiamo definire merda.

(si prega di dire “olé” a ogni sintomo, che oggi siamo pure in tema):

– I due baci dati in pubblico un’ora dopo essersi rotolati tra le lenzuola. “Quanto tempo…!”.
– Le telefonate a cui rispondono “sto con un’amica”.
– Un timido tentativo di sondare il tuo parere su qualche amico loro, “per una storia seria, dico”.
– Le lunghe sparizioni che giustifichi con “è impegnato, poverino, diamogli tempo per abituarsi alla mia presenza”.
– E le ex che aleggiano come fantasmi troppo frivoli o troppo cinici o troppo menefreghisti. Tu sei diversa, ma voglio andarci coi piedi di piombo.

Ti credo che pur di scongiurare sta roba sei disposta a finire con un solo coglione, che almeno sia uno e che non ti chieda scusa se ti sfiora per sbaglio in pubblico.

D’altronde, se stai con qualcuno “perché ti manca qualcosa”, andiamo proprio bene. Con questa spada di Damocle della paura di restar sola, come speri d’innamorarti davvero, di metterti in gioco senza paura che finisca?

Io l’amore l’ho sempre paragonato a una gravidanza, per la gioia dei miei ex. E ricordo quello che diceva Fromm sulla mamma perfetta. È una che non prende energia dai figli, ma ha tante di quelle energie che le avanzano, e le può donare agli altri.

In questo momento le energie non mi avanzano, le dedico tutte a me.

Tutto liscio se non fosse che mi sa che fino a 90 anni mi tocca innamorarmi ogni tanto.

E stiamo migliorando. Ho capito che c’è una proporzionalità diretta tra il mio stato psicofisico e il livello di follia dei tizi che mi piacciono. Man mano che mi avvio verso la tranquillità, migliorano decisamente. L’ultimo era solo troppo fidanzato e troppo nordico per farlo sapere in giro.

Certo, ora come ora faccio fatica a concepire un amore che migliori la vita, invece che peggiorarla o lasciarla pressocché invariata. Forse perché, lo diceva John Locke?, non possiamo immaginare cose che non abbiamo sperimentato. Dopo infiniti anni ho raggiunto almeno la fase in cui l’amore è una febbre che ti prende all’improvviso, e ti curi o con una lunga convalescenza o stando con quello che te l’ha provocata.
Non ridete, che c’è chi sta peggio.

Vedi la crisi di panico di Saffo:

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

E che è! La camomilla, allora, non tanto si usava?

Ma ho buone notizie. Delle amiche con cui me la giocavo, a storie strane, improvvisamente hanno incontrato uno. Tranquillo, sereno. Senza problemi sessuali, anzi. Di quelli che in altri tempi avresti trovato noiosi perché non hanno mai tentato il suicidio o contemplato l’omosessualità.

Di quelli che fanno regali, ricordano i compleanni, cucinano per te.

Come fu come non fu, vi giuro che per loro è cambiato tutto. Agli ex problematici pensano con un sorrisetto di compassione, che sembra il “prima” e “dopo” della pubblicità del Topexan, o addirittura il Dixan: “signora, io le do questi due campioni di genio e sregolatezza in cambio del suo che se dice che viene alle 8 squilla alle 7.59”. Si tengono lo squillo. Senza per forza rinunciare al genio. La sregolatezza, invece, si ricicla nell’umido.

I fusti(ni) scartati continuano a girare per il mondo e passare da “una specie di nuova fidanzatina” a un’altra, a registrare album che nessuno capisce e iniziare libri che poi non finiscono.

Qualche rimpianto? 5 minuti, forse. L’importante è che ciascuno trovi la sua strada, e che imparino che d’incrociarla con qualcuno puoi benissimo farne a meno. Solo così prima o poi potresti incrociarla con uno buono.

Più poi che prima, per piacere.

(per prendervi l’anima)
http://www.youtube.com/watch?v=ODxDBATe7aI

PS: Ovvio che parlo dell’unica esperienza che ho vissuto, quella di femmina etero. Ma non mi meraviglierebbe se qualche uomo s’identificasse. Più che altro non glielo auguro!

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