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https://flic.kr/p/wtjmX9 | Metro Vallcarca, Barcelona - Josep Ramon

Di Josep Ramon

C’è questa fermata di metro a Barcellona, con cui ho avuto per anni un rapporto particolare.

Lontanuccia dal centro, ma vicina ad altre attrazioni turistiche, ha sempre unito lo stile sonnacchioso dei quartieri residenziali catalani al caos delle orde di turisti. Che però qui si disperdono. Sparuti sulle scale mobili che ne facilitano l’arrampicata, si fanno fotografare sorridenti in cima ai muretti con su scritto “Tourist go home“. Detto fra noi, in questo quartiere non sempre mi sono sentita al sicuro, o mi ci sono sentita molto meno che nel Raval. Non per la possibilità di uno scippo, che quello mi è successo sotto casa nel tranquillissimo Montjuïc, ma perché tra tante scritte contro i blanquitos temevo che i miei capelli schiariti dalla camomilla potessero attirarmi sguardi obliqui (per fortuna non pervenuti).

E poi, vabbe’, c’è stato quello che c’è stato.

ll lungo anno di tragitti di metro che mi sembravano sempre molto lunghi, per visitare una casa in particolare, di cui nessuno sapeva o doveva sapere niente. Un anno passato a svegliarmi tanto più presto di chi mi ronfava accanto, al suono di auto che per il mio Raval non passavano, e a chiedermi se lasciare o meno, giacché ritornavo sempre, lo spazzolino, magari mimetizzato tra gli altri in bagno. Alla fine, con un’intuizione insolita per i tempi, lo rimisi in borsa esattamente l’ultima mattina che passai in quella casa.

Dopo fu davvero difficile, per me, tornare a quella fermata, uscire dalla parte giusta e dedicarmi a pubbliche relazioni con gente che non sempre doveva sapermi esperta, nel mio piccolo, della zona. Una ragazza lo notò, la prima volta che ebbi il coraggio di ritornare per una festa primaverile: “Sei a disagio, vero?”.

In quell’occasione scoprii che il bar all’angolo di quella strada piena di auto, la mattina, faceva lo shakerato alla nocciola. Tanti mesi a combattere con l’insonnia e lo spazzolino, e non me n’ero neanche accorta.

Mi sono accorta l’altro giorno, invece, che questa fermata della metro adesso la percorro in fretta, spensierata (o pensando ad altro) e contenta. Perché è molto bello, fuori, mi accorgo finalmente. Ci sono murales, strade vecchie, una sorta di antico magazzino riabilitato che mi piacerebbe vedere aperto, prima o poi.

Ma tanto non mi ci soffermo troppo, perché ho altro da fare: raggiungo i miei nuovi posti, col passo veloce di chi si prepara a una bella scalata. E di chi è già in ritardo. E al ritorno mi perdo in strade che non percorrevo da tempo, col naso in su ad ammirare i balconcini antichi.

Insomma, tutto il melodrammone pucciniano che mi ha tenuta prima sospesa e poi lontana, è sparito, nel nulla. Come se non ci fosse mai stato.

È per questo, che vi scrivo. Perché, in questo presente che fa dell’ansia una medaglia al valore, e dell’amore un’eterna montagna russa (come a distoglierci ad arte dalla sua parte di fatica), so quanto sia facile affezionarsi a certi drammi.

So quanto sia forte la tentazione di non passare mai per un quartiere, una città, a volte perfino uno stato, perché lì ci viveva una persona che una volta ci ha respinti, o che abbiamo adorato il tempo giusto per non stancarcene. So quanto sia facile, per quanto sia facile il dolore, affezionarsi al ricordo orribile di chi si è ormai dileguato, piuttosto che vedersi ogni giorno con qualcuno, accettare la fine del brivido, la possibile noia, la responsabilità di vederci così come siamo.

È come se il melodramma, l’ansia, la friendzone e tutti questi surrogati di una vita sbagliabile, ci facessero propendere per una vita sbagliata. Di bassa manutenzione, piena di monumenti funebri dedicati a quello che avrebbe potuto essere.

Come la mia fermata della metro.

Che da quando ci passo senza neanche accorgermi mi ha regalato molte più cose.

Perché il problema è quello: cosa si fa, una volta che si accetta di vivere sul serio? Di amare qualcuno che ce lo voglia, il nostro spazzolino in bagno? Di mettere da parte la cosiddetta ansia e deciderci a sbagliare per mano nostra?

Si osserva il paesaggio.

E si scopre che era sempre stato lì, per chi avesse avuto il coraggio di alzare la testa.

 

Risultati immagini per madonna delle sette spade Di recente ho avuto un’interessante discussione con qualcuno che odia con tutta l’anima il detto “Volere è potere”.

Il mio interlocutore mi faceva notare quanto fosse vano e poco accurato un motto che, parafrasando, riconduce alla volontà umana fenomeni in gran parte estranei al suo controllo.

Sono consapevole di questo, infatti volevo spiegare la mia posizione in merito.

Per me volere è patire.

Farò l’esempio della classica amica, o se preferite “mia cuggina”, che l’ha sperimentato sulla sua pelle.

Fin sulla soglia dei 30, costei era convinta di volersene restare in beata solitudine. Figli ok, ma magari anche quelli da sola.

In realtà, la Nostra stava trascurando la parte di lei che non era troppo d’accordo, non sapendo che queste parti ignorate possono cacciare una cazzimma non indifferente.

Sì, perché a evitarle, le paure, si avverano. La Nostra precipita dunque in una relazione caratterizzata dalla più totale assenza di ciò che fa belle le relazioni: amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Continuate voi.

Datele un anno per crogiolarsi nel suo errore ed essere scaricata nel più ridicolo dei modi.

Datele un anno e mezzo per riprendersi.

In questo lasso di tempo, la Nostra dice: voglio cambiare! Adesso ci metto tutte le mie energie, mi prendo tutto il tempo necessario, ma volli, sempre volli ecc.

E quando finalmente diventa una personcina più consapevole e responsabile verso se stessa, le si presenta un regalo fantastico: una relazione con tutto quello che fa belle le relazioni! Amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Che ve lo dico a fare.

Ma, ma… Allora è vero che volere è potere!

Seh.

Dopo un bel po’ di tempo, all’improvviso… CAMBIO DI PIANI! Il lavoro minaccia di separare le strade della coppia, e il piano B (Bebé), fino ad allora condiviso, si fa improvvisamente un desiderio unilaterale.

La Nostra che deve fare? Ha fatto una scommessa, l’ha persa.

Qualunque decisione prenda, non le porterà con certezza quello che voleva.

Volere è potere, dunque? Manco per il ca’.

Volere è patire. Sbattersi a lavorare seriamente su qualcosa, senza neanche sapere se riuscirà.

Così deprimente che la gente si dimentica di provarci.

Ecco, mia cuggina almeno ci ha provato.

Devi volerlo fortissimamente (cambiare, dico) e non sai manco se riesci.

Ma se non vuoi, non riesci sicuro.

La vita è un film d’azione che al confronto Speed è Babbi l’orsetto.

Io, nel dubbio, comincerei a volere. Poi nel caso a patire.

Buon venerdì di Passione!

 

Risultati immagini per girella motta Ok, precisiamo meglio. La nostalgia la lascio a chi la sa nutrire meglio di me. Al posto delle girelle all’ora della merenda, questo post condivide riflessioni su un conflitto epocale. Lo so, meglio le girelle.

Il fatto è che perfino noi classe anni ’80, segnati da pubblicità come queste, facciamo i fighi con fratelli e nipoti nati negli anni ’90 e 2000, “colpevoli” di aver avuto internet da subito, di non aver mai riavvolto con la penna il nastro di una cassetta, di affrontare restrizioni meno rigide (e sessiste) nei loro spostamenti.

Scorrendo i lunghi testi evocativi di questa o quell’epoca, compresi i Noi che… recitati da Carlo Conti con voce nostalgica, devo constatare che oh, ogni generazione è convinta di essere la migliore.

Chi non ha avuto “la guerra” conta il numero di volte che ha alzato gli occhi, dopo l’11 settembre, ascoltando il rombo di un aereo. Chi ce l’ha avuta accusa “i giovani d’oggi” di non accontentarsi mai di niente, non avendo conosciuto i portenti della polvere di piselli.

Ho scovato un meme fantastico in cui i nati nei ’90 dichiaravano di aver ringraziato i genitori, a Natale, quando sotto l’albero trovavano “solo” la Playstation (!), mentre i classe 2000 riceverebbero decine di regali (tra cui capi di moda per uomo, orrore!1!11!), lamentandosi pure della loro scarsità.

Ovviamente la mia generazione potrebbe rispondere con gli ultimi meccano/Dolce Forno, rigorosamente divisi per sesso (temo siamo fieri anche di questo), e trovare la Playstation un lusso da fratelli minori. E mi sa che andando indietro nel tempo finiremmo alle foglie secche incartate, nel Natale neorealista dei Jackal.

Quindi la nostalgia ci sta tutta, rievocare la propria epoca vuol dire quasi sempre ricordare quando si era giovani, o giovanissimi. Lo capisco bene. È quello, che rimpiangiamo, piuttosto che i lettori CD che s’impallavano.

Però qualche figlio del dopoguerra arriva a scrivere che “la sua generazione ha fallito”, e che da quella dipendeva la vittoria della nostra. Tu chiamala se vuoi, megalomania.

Magari questi supernostalgici fanno parte della stessa élite culturale che resta ambigua sul problema dell’immigrazione, che tanti figli e nipoti, tra Erasmus, fuga di cervelli e compagni cinesi tra i banchi, sanno essere molto relativo, o lo sanno un po’ meglio. D’altronde, tanti di noi “cervelli in fuga” leggiamo perplessi di avversione alla fecondazione assistita, scorrendo i titoli dei giornali italiani in mense universitarie “decorate” da inviti a donare ovuli!

Insomma, se vogliamo farci due risate nostalgiche, fantastico.

Fermiamoci invece quando il nostro diventa il tentativo di liquidare con un “bah” (possibilmente con l’h alla fine) il mondo che cambia.

Perché non è che lamentandoci smetteremo di girare con lui, eh. Ne subiremo solo le conseguenze, senza neanche usare il minimo potere decisionale rimastoci per accomodarlo almeno un po’.

E la malinconia è un rifugio accogliente, ma è difficile trovare la strada del ritorno.

Si è sempre i vecchi tromboni di qualcuno.

Risultati immagini per cheesecake gone wrong Avete presente il blob nel frigorifero? Ma sì, il fluido che uccide! Il piatto lasciato lì per qualche era geologica dal coinquilino di merda, oppure dalla nostra dolce metà, o, ammettiamolo pure, da noi stessi.

A me succede con la cheesecake di cui già parlo qui (non è la stessa, eh, è il secondo tentativo). Fatta con una gelatina vegetale che non vuole saperne di comportarsi come la colla di pesce, trasformando la torta in una massa blobbosa che cola ai lati dello stampo. Al che ho gettato la spugna e ho pregato il mio ragazzo, per restare in tema con l’altro post, di chiedere la ricetta a sua madre (!).

Sostituite “cheesecake” coi problemi che avete al lavoro, in famiglia, nella vostra relazione, e otterrete la storia della vostra vita. No, dai, spero che la vostra esistenza sia più interessante della mia!

Perché per me a. C. e d. C. sono diventati “prima e dopo la Cheesecake”: come spesso accade, idealizzo il futuro dopo che avrò risolto il problema (cioè l’avrò buttata e avrò ripulito il contenitore). A costo di lottare con gli ostacoli insormontabili (le muffe?) o di chiedere un aiuto esterno (ovvero chiamare un esorcista, che da tempo immemore è il mio piano B).

Ma l’atteggiamento più comune, anche quando ci imbattiamo in ostacoli decisamente più spiacevoli, è rimandarne la soluzione. O, meglio ancora, usarli come alibi per non fare proprio niente.

Sì, perché senza sbarazzarmi della maledetta torta non potrò pulire il frigo, che è più urgente di lavare a terra, a sua volta più urgente di buttare l’immondizia. Ma non eliminando il primo ostacolo non faccio proprio niente, guadagno un pomeriggio a poltrire (ma con l’ansia per le cose che dovrei fare), e la questione rimane.

Non ci capita spesso di far sì che problemi scoccianti ma risolvibili ci facciano da ostacolo insormontabile, e quindi da scusa per non agire?

Allora ho imparato a darmi appuntamento con un’altra me, una sconosciuta che al momento sto trovando piuttosto simpatica: quella che mi aspetta dall’altra parte dei miei impegni. Al di là delle cose da fare.

Come lo faccio? Semplice. Invece di dirmi “Oddio, devo pulire lo stampo!”, mi chiedo “Che mangio stasera, dopo aver pulito lo stampo?”. E la risposta, ovviamente, sarà un bel piattone premio impossibile da digerire, che mi regali una nottatella di incubi gelatinosi. Capito? Prendo il problema come un tramite per arrivare alla vera meta (l’indigestione notturna) e non come, mo’ ci vuole, il piatto forte della serata.

Se portiamo quest’atteggiamento fuori dalla cucina, fa un po’ paura conoscere questa versione di noi che fa le cose, correndo il rischio di sbagliarle, di scoprirsi meno brava di quanto previsto, di avere molto più tempo per considerazioni e bilanci di quanto ne dia un problema apparentemente irrisolvibile.

Ma è così divertente, e soprattutto emozionante, star lì a problemi risolti a recitare a braccio, senza il canovaccio delle scuse di ogni giorno. Così ho deciso di correre il rischio. E ora, col vostro permesso, ho una cheesecake da giubilare.

Prima che prenda possesso del frigo e da lì progetti di dominare il mondo.

Per quello ci sto io.

Risultati immagini per a lieto fine Oddio, ho sbagliato tutto.

Stamattina mi sono svegliata con questa convinzione.

Avrei potuto svegliarmi con la combinazione vincente dell’Euro Million, ma mi è toccata questa illuminazione qua, comunque non disprezzabile.

Quale evento della vostra vita ha rappresentato la sconfitta più cocente? Un fallimento economico? Una rottura sentimentale? Lasciare l’università al quarto anno fuori corso?

Quando succedono queste cose, cadiamo prigionieri di strane narrative. Finiamo per celebrare le nostre sconfitte, invece delle vittorie.

Può succedere come a me, che tre anni fa, cadendo in preda a una grande crisi, ho deciso di ricavarci qualcosa di buono, “perché la sofferenza non sia stata invano”. Da qui la piega self-help de noantri che ha preso il blog. O la voglia di aiutare gli altri, cassata come “troppo entusiasmo” a qualche colloquio di formazione.

In questi casi c’è una reazione ancora più comune, lo so. Tendiamo a ricordare una particolare sconfitta come la più grande ingiustizia che ci abbia fatto la vita, e ci costruiamo su buona parte dell’esistenza a venire.

Così abbiamo lasciato l’università “per colpa dei professori”, o sposato una persona che non amavano più “perché ormai ci avevamo perso troppo tempo”. L’esempio più emblematico è il suocero di Bellavista, che, vistosi negare un milione per finanziarsi un progetto, entra in uno stato vegetativo da cui si risveglia solo per ricordare la sua disgrazia.

Decidiamo d’interpretare quella storia nel modo che più ci aiuta in quel momento, o così crediamo. Ma a un certo punto, quando la narrativa diventa stantia e la vita avanza, dobbiamo lasciar andare.

Celebrare le sconfitte, anche solo per trasformarle in vittorie, è comunque tenersele lì, come un cadavere in casa. Se ogni nuovo episodio diventa la chiusura di un cerchio, una giustizia tardiva e un po’ frastagliata, stiamo rinnovando in qualche modo l’antico dolore.

E qui viene il peggio: ogni novità finirà per marcire nell’operazione.

Come possiamo cercare un “lieto fine”, se la vita non è mai una fine? La vita non è mai stasi, chiusura, conclusione. È continuo movimento, o non è più vita.

E la nuova relazione non sopravviverà al pensiero che sia “la degna conclusione” dell’altra sbagliata. Perché avrà le sue crisi, i suoi periodi di secca, e se non la trattiamo come qualcosa di vivo e mutevole ci scivolerà via tra le mani prima ancora che ce ne accorgiamo.

E se non smettiamo di vedere la nostra nuova attività come un ripiego di quella precedente, non fiorirà mai sul serio.

Quindi va bene accettare quelle che noi chiamiamo sconfitte, gli episodi in cui la vita ha preso una direzione opposta a quella che ci aspettassimo, o auspicassimo. Va bene compensarle, va bene anche farci coccolare per un po’ e non pensare troppo alle nostre eventuali responsabilità.

Ma poi vanno lasciate andare. Dobbiamo capire che quello che viviamo adesso non è un prolungamento di quello che ci è successo, né tantomeno ne è unicamente la conseguenza. È una nuova storia, un nuovo giorno da interpretare nel modo che ci sia più favorevole.

Che non può fare niente per consolarci del nostro passato, se continuiamo a restarci attaccati.

Ma può fare tanto, tantissimo per quello che siamo noi, ora.

Risultati immagini per scones  Nella mia vita ho usato spesso l’espressione “chiudere il cerchio”. A ben vedere, ero proprio una fan.

Come unirvi al club?

  • Prendete un periodo caratterizzato da progetti in itinere, domande senza risposta, errori a cui rimediare (un periodo qualunque, insomma);
  • percorretelo alla ricerca di una “fine” degna, di una soluzione che porti con sé la bella sensazione di aver concluso qualcosa. Anche se non è andata come v’immaginavate. Specialmente se non è andata come v’immaginavate.

Esempi:

  1. avete rinunciato all’idea di vivere all’estero, ma siete riusciti a tornare in Italia con uno stage “promettente” (“il cerchio si chiude”);
  2. stavate buttando alle ortiche il progetto di comprare casa, finché non ne avete trovata una da ristrutturare (“il cerchio si chiude, o quasi”);
  3. avete interrotto quella relazione, ma siete rimasti in buoni rapporti, anche perché adesso lui sta con una vostra amica! (“il cerchio si chiude, chitemmuort’ “).

Insomma, è bello pensare che tutte le nostre vicende possano diventare un cerchio perfetto, con una logica tutt’altro che disprezzabile.

E invece il cerchio è uno scone. Avete presente? Quegli sgorbietti irregolari che offrono col tè inglese e che, aperti e farciti con gli intruglietti giusti, si rivelano squisiti. Anche quando non capiamo se sono dolci o salati. E anche se non riusciamo a decidere di che forma siano. Un cilindro squagliato? Un macaron che non ce l’ha fatta? Una miniatura della Torre di Pisa?

Però sono ottimi lo stesso, nella loro fantastica imperfezione. Provare per credere.

Non vi dico quando ho scoperto che in realtà sono fatti con un normale stampino, solo seghettato, come potete apprezzare nel video sotto il post.

Forse, ora che sono a quota quattro progetti sfumati in tre mesi (no, ancora non sono andata a Pompei a piedi) posso dire che altro che quadrare il cerchio, sta storia della conclusione perfetta è come “cerchiare” lo scone.

  • Non c’è nessuna simmetria tra le sue parti (concludere bene il master non mi ha dato accesso al dottorato).
  • Non si capisce bene che sapore abbia (anche se, quando mi hanno escluso dalla formazione per “troppo entusiasmo”, un’idea ce l’avevo).
  • Ma, condito con gli ingredienti giusti, è veramente delizioso.

Non pretendiamo che la nostra esistenza abbia una logica che accontenti la nostra mente, abituata a ridurre il mondo a equazioni che comprenda.

Seguiamone con fiducia le circonvoluzioni pasticcere (magari non abbondando di sale), e saremo in grado di apprezzare al meglio l’intera infornata.

Sempre che non pretendiamo di trasformare uno scone in babà.

In quel caso, hai voglia a mettere rum.

Risultati immagini per lancillotto preraffaelliti Coppia di amici, in paese. Stanno insieme da sempre, da quando li ricordo. Lui istrionico, chiacchierone, trasuda calore umano. Lei più riservata, elegante. Il giudizio su di loro è sempre stato questo: “Lui è fantastico, che personaggio! E intelligente, poi. Lei, invece… Be’, dai, lei è… gentile”. Finché un giorno non vengono a trovarmi a Barcellona e, tra i soliti giudizi, un amico di qui mi confida: “Lui fa troppo il protagonista. Lei invece è simpatica e piena di senso pratico. Il fatto che resti all’ombra di quel chiacchierone non la rende meno interessante”. Non sono sicura che la diretta interessata si sia mai “pensata” in quel modo.

Ragazzo olandese, conosciuto in Sicilia. Al suo paese è un biondino come tanti, con un eczema dovuto al clima freddo che lo rende timido e insicuro. Appena lo bacia il sole siculo addio eczema e scopre che due occhioni azzurri su un metro e 85 non sono “cose da niente” dappertutto. Le ragazze gli lanciano complimenti per strada, pensando che io che gli passeggio accanto non li capisca. Lui fiorisce, letteralmente, si sente più sicuro e può mostrare il suo lato riflessivo accumulato in 20 anni di timidezza. L’introverso con l’eczema, decontestualizzato, diventa una specie di Apollo nordico, talento artistico incluso.

La sottoscritta. Ai tempi del dottorato la stessa relazione accademica, bocciata a Napoli come superficiale e poco rilevante, è diventata un articolo pubblicato dall’università di Barcellona. Il mio nome, che in Italia era semplicemente associato a “studentessa”, è stato affiancato nel testo da un pomposo “historiadora”. Forse non meritavo né gli allori né le pernacchie, ma osservate come la stessa cosa possa suscitare reazioni opposte. Intanto, in una nazione più indulgente di quella delle veline, sono diventata perfino “guapa”, a giudizio d’insospettabili non ipovedenti. Se me l’aveste raccontato 10 anni fa, vi avrei riso in faccia.

Insomma, tutti abbiamo la nostra storia, raccontata per filo e per segno allo stesso modo, da tanto tempo. Ci siamo costruiti una narrativa personale e ci abbiamo accomodato il nostro ego, le nostre sconfitte, e le poche vittorie che abbiamo la bontà di riconoscerci. Nel nostro piccolo mondo antico è quello che ci aiuta a interpretare il mondo, la mappa del tesoro, la bussola per orientarci e decidere dove vogliamo andare.

Poi entra l’Altro. La novità, l’ignoto. Sotto forma di un viaggio, di un nuovo incontro, o di un evento improvviso, anche triste.

E ci dà la possibilità di raccontarci di nuovo. Di reinventarci. Di scoprire cose di noi che fino a poco prima tenevamo nell’ombra. Perché non ci servivano nel piccolo mondo a cui ci eravamo abituati, adattati, col ruolo che nei limiti del possibile ci eravamo ritagliati su misura.

Eccoci qui, allora, costretti a fare i conti con tutto quello che siamo in più, rispetto a ciò che crediamo di essere. Con qualcosa saremo d’accordo, con qualcos’altro no. Non dobbiamo per forza accogliere solo i lati positivi che vedono gli altri, o che escono fuori in circostanze insolite.

Anzi, a volte è bene analizzare anche i difetti che non amiamo ammettere. Riconoscere che l’istrionismo può diventare egocentrismo molesto. Che la bellezza è un miracolo così relativo che dovremmo godercela finché dura, e lasciarla andare con gratitudine quando ci abbandonerà per diventare altro. Fascino, magari. O un’allegra indifferenza allo specchio, compensata da un enorme interesse per tutto il resto.

L’importante è mettersi in gioco, sfidare le nostre narrazioni con nuove voci ed esperienze, senza aver paura che la nostra propria versione possa esserci tolta. Semplicemente cambierà, si arricchirà di altre sfumature, di molteplici storie.

E forse scopriremo anche l’eroe, o l’eroina, che finora custodivamo da qualche parte del fegato, dove credevamo non facesse danni. Liberiamoli prima che si facciano strada a colpi di machete.

(Lo so che è atroce, ma non riesco a pensare a una colonna sonora migliore :p ).

images (8) Da piccola avevo i capelli biondi, del “biondo cenere” che per qualche scrittore più a Nord del Brennero è un colore incerto che va scurendosi col tempo.

Incerta sarà la nonna dello scrittore, evidente estimatore del giallo paglierino di qualche bella nordica. Ma è vero che il biondo cenere, con gli anni, si confonde facile con il castano.

In effetti, in tempi recenti, una professoressa di francese definiva senza troppi complimenti i miei capelli come “châtain”.

Il che ammetto che faccia un po’ strano, dopo essere stata ufficialmente “biondina” per i miei primi 20 anni. Ma per dichiararmi castana ci vorrebbe, appunto, una discreta componente di marrone, che le mie chiome non hanno.

A Barcellona mi rivolsi a una parrucchiera di queste catene infami, dove cercano sempre di venderti un balsamo miracoloso mentre ti fanno lo shampoo. Chiesi se ci fosse un metodo (anche pagando il balsamo, vabbuo’?) per riavere qualcosa di simile al “rubio de la infancia”.

Forse non avrei dovuto fidarmi di una con daltoniche chiome bicolore e grossi orecchini a cerchio, ma tant’è: quando mi disse che l’unica fosse colorarli, ci credetti ed eseguii.

La prima volta ebbi fortuna, con un discreto effetto naturale, ma le sedute successive andarono degenerando, finché una tipa decisamente vrenzola, nello scartarmi le mèches dalla stagnola, non dichiarò per non farsi picchiare:

– Te le ho fatte volontariamente più chiare, eh? Stai meglio così.

Dal momento in cui uscii dal negozio, cominciarono a chiamarmi Shakira.

Quando da Shakira passai a Donna Summer, stavolta grazie a un italiano “costoso”, non mi restò che correre in un negozietto con qualche pretesa nel cuore del Raval hipster, di cui ho già parlato qua. Mi sentii dire che avevo una macedonia in testa e l’unica era, udite udite, tingermi i capelli di un colore simile a quello naturale, in un gioco di specchi senza fine.

Allora ho ripensato a uno di quei maestri del capello delle parti mie, uno che si atteggia un po’ nel suo salone di Piazza dei Martiri e che mi aveva avvertito: hai dei bei capelli, non ci fare mai niente. Consiglio ripetutomi da una ragazza nella sala d’aspetto della stazione di Napoli, che sperava che esistesse una formula chimica targata L’Oréal per riprodurre l’opera della natura.

Ma no, io inseguivo più la mia definizione di “bionda” che la reale evoluzione dei miei capelli. Non succede solo a me: pensate ai drogati di lavoro che non accettano la pensione, a chi s’identifica con la propria bellezza anche quando l’ha ormai persa, alle tettone che si rifanno il seno quando glielo svuota lo svezzamento. Siamo tutti intenti a catturare la definizione di ciò che siamo, anche quando non lo siamo più.

Se è una fissazione, è triste, perché non accettiamo che l’unica cosa stabile sia il cambiamento. Se è un gioco, in fondo non c’è niente di male a far sì che (come diceva uno in un caso più estremo) il mio corpo mi rassomigli.

Be’, io non sono una talebana della naturalità, faccio Studi di Genere!

Così è stato divertente constatare che la “soluzione” a questo problema da due soldi mi sia venuta dal mio peculiarissimo signor padre. Che si è presentato a Barcellona, l’estate scorsa, con un potpourri di ciocche (le poche che gli restano) che viravano dal biancolatte all’oro rosso.

– Ma come hai fatto? – gli ho chiesto.

Prima di ripartire, mi ha lasciato una strana boccetta sul lavandino e mi ha detto:

– Un regalo per te.

Era una composizione piuttosto semplice: un misurino di camomilla Schultz, lozione, in 200 millilitri d’acqua.

La parte più importante della ricetta era la costanza. E infatti ogni santo giorno me la sono nebulizzata due secondi sui capelli, fino ad oggi. Due secondi sono un prezzo accettabile da pagare, per un capriccio.

Il primo risultato è stato uno schiarimento che aveva dell’iridescente, o così mi giuravano da casa, via cam. Come fai a fidarti di tuo padre, rideva mamma, senza pensarlo davvero.

E invece adesso mi sento dire, quando torno in paese: “Ma sei tu? Non ti riconoscevo, bionda”. Con una differenza con le tinture: quelle il colore te l’inventano, invece le mie mèches naturali si combinano “artisticamente” con le dosi d’acqua giallina che le irrorano.

Insomma, sta storia che Impossible is nothing è un po’ sopravvalutata, diciamo, ma a volte ci arrendiamo subito. Per le cazzate. Figuriamoci per le cose importanti!

Ecco, adesso mi piacerebbe fare lo stesso con un’altra cosa che avevo nell’infanzia: le tette! Spuntatemi a 9 anni per un ciclo precoce e rimaste più o meno tali e quali ad allora. Senza arrivare a imbottirmele di silicone, che Barcellona mi ha insegnato a star comoda (letteralmente) nel mio corpicino snodabile, a prova di metro nell’ora di punta.

Su questa cosa, però, mio padre, medico ortodosso che riderebbe di massaggi cinesi e integratori, proprio non mi può aiutare.

Lla-vignetta- Niente da fare: io parlo di politica, diritti civili, differenze tra la società italiana e spagnola, e quali articoli leggete più numerosi?

Quelli sugli ex.

Ok, intanto, la faccia mia sotto i vostri piedi, perché vi prendete pure la briga di scorrerli.

Poi, una che si è svegliata cantando Messaggino vagabondo della figlia di Gigione non dovrebbe lamentarsi di nulla, nella vita.

Neanche degli ex per cui non siamo mai stati niente: per arrivare a un simile paradosso dobbiamo ammettere che qualcosa è andato storto più o meno dall’inizio. Magari c’è stata quella che, ormai lo saprete, per me è una calamità peggio delle piaghe d’Egitto: l’ambiguità. È il fenomeno per cui in una storia “investo” ma non troppo, mi espongo ma non troppo, per non soffrire. E finisco per soffrire il doppio.

In ogni caso, tempo dopo sarebbe forte la tentazione di fare una telefonatina alla Adele, ma in chiave cazzimmosa, stile gnegnè, io intanto mi sono rifatta una vita e tu continui a distruggere la tua con nuove storie intercambiabili.

Fermi lì! A parte la figuraccia, stiamo buttando alle ortiche quello che possiamo imparare dallo schifo che abbiamo vissuto.

Io, per esempio, se c’è una cosa che ho capito è che, quando pretendo di organizzarmi la vita, non posso fare i conti senza la vita stessa.

Che vor di’? Be’, che qualche anno fa avevo proprio un bel programmino, un delizioso castello di carte che stava insieme per miracolo, su un tavolino IKEA mal costruito: un trasloco impegnativo, una storia difficile da portare avanti, un nuovo impegno accademico che m’illudevo sfociasse in qualcosa di buono.

I castelli di carte rovinano tutti in una volta e in qualche caso, mesi dopo, ti ritrovi ancora un jolly sotto il divano (o un due di picche). E anche questo, quando è crollato, l’ha fatto proprio in grande.

Di chi è stata la colpa? Un po’ mia, va detto. Ma non sono sola, vero?

Abbiamo spesso la pretesa decidere al posto della vita come questa ci debba andare, prevedendo non solo quello che è nelle nostre mani (un terzo della questione), ma anche il resto, cioè le mosse degli altri e i giri della sorte. Io, tornando al nostro castello di carte, avevo deciso che quell’enorme bugia che edificavo proprio al centro della mia esistenza dovesse star su da sola.

Ora so che non è così. Che non posso decidere cosa provino gli altri per me e che, se in Spagna esiste una cosa ibrida come i master propios, 9 su 10 non sono un grande investimento. Ah, l’ambiguità.

Ora l’errore sarebbe scaricare sugli altri responsabilità nostre, invece di vedere dove finiscono quelle e possiamo legittimamente lamentarci del padrone di casa che ci ha imbrogliati, dell’ex che è sparito senza dare spiegazioni, della prof. improvvisata che si sente attaccata sul personale se le contesti la sua poetessa digitale preferita.

Per fortuna i nostri errori sono ostacoli da poco. È ridicolo pretendere di cancellarli, di fingere che questa zavorra non ci affatichi un po’ la schiena. Siamo anche le scelte che abbiamo fatto, che siano state sbagliate non significa che lo siamo di meno.

Però ammettiamolo: una nuova possibilità ci viene data quasi sempre. Di fare le cose per bene, di ricominciare.

E se c’è qualcosa che ho imparato fin da quando la casa era dei miei, gli impegni di studio si restringevano alle tabelline e come ex avevo al massimo l’amichetto del mare, è non sprecare quello che improvvisamente, per motivi imprevedibili, potrei non avere più.

A maggior ragione, bisogna considerarlo una bella botta di culo e trattarlo bene.

Baked-potato Ok, so che mi butto la zappa sui piedi e che mi posso attirare molte battute sulla patata che attira, ma spero che si sia tutti d’accordo: come tubero, è semplice e geniale.

E sto per citare due cucine che notoriamente non entusiasmano i miei connazionali: quella inglese e quella catalana (non pervenuta ai più, ma mi baso sulle opinioni scettiche degli expat).

Baked potato, patata al caliu: due modi diversi di designare cose molto simili. Patate lasciate al loro destino. La baked potato viene dimenticata in forno tutto il tempo che serve a renderla morbida e incandescente dentro, per poi essere condita in mille modi diversi (vedi jacket potato). Quella al caliu può richiedere una preparazione un po’ più complicata, ma rimane perlopiù al naturale, con l’aggiunta di sale e dell’olio d’oliva che raramente “irrora” la collega britannica.

Perché vi parlo di patate e condimenti? Be’, ne stavo gustando giusto una razioncina con un collega di master, arrivato a Barcellona da poco, che aveva scelto come tutor per la tesina finale uno che stava ai suoi interessi di studio come una patata al forno sta alla marmellata. L’aveva scelto per paura, perché il prof. era suo connazionale e quindi non gli avrebbe richiesto uno spagnolo impeccabile. Risultato: mesi di lacrime e sangue e incomprensioni, nel corso dei quali l’indice della tesi era stato stravolto per i motivi sbagliati. Seguendo un’intuizione, gli avevo indicato un altro docente, più influente e molto più occupato, ma anche più propenso a prendere in simpatia il giovane guiri appena atterrato. Avevo ragione.

Badate bene, qua non parliamo né di raccomandazioni né di miracoli. Il giovanotto in questione è un talento naturale, tutto ciò che doveva fare era continuare a esserlo e trovare qualcuno che catalizzasse le sue potenzialità, impresa difficile se arrivi in un posto sconosciuto in cui non sai come muoverti. Tutto quello che dovevo fare io, invece, era dargli quelle due dritte consentitemi dai sette anni a contatto con la universitat catalana.

Tutto bene finché non mi trasformo in Lady Macbeth e comunico al mio protetto un piano diabolico: “Devi togliere di mezzo il primo prof.! Metaforicamente, almeno. Devi cambiare ufficialmente di tutor”. E comincio seriamente a ordire complotti e tranelli perché si compia tale destino. M’informo con docenti di altre facoltà, faccio domande in segreteria, confronto precedenti. Tutto inutile, ovviamente: provate voi a cambiare il corso della burocrazia accademica.

Avevo ormai lasciato ogni speranza, quando l’altro giorno mi ha chiamato proprio lo studente conteso. Il ribaltone è avvenuto alle sue spalle e senza colpo ferire: i suoi due prof. si sono incontrati e hanno concordato tutto da soli. La versione ufficiale: per una questione burocratica (!), il prof. scelto da me era più adatto a seguire uno studente di master. Ben mi sta. Una volta avviato il processo, inutile sbattersi, le cose avvengono da sole o non avvengono.

Per festeggiare, siamo andati a mangiarci le patate di cui sopra (lo so, abbiamo scialato). Ma per un equivoco mio i due tipi ordinati, tra cui la versione al caliu, si erano rivelati identici. Cambiavano solo le salsette d’accompagnamento. Ho risposto all’evidente delusione del mio compagno di festeggiamenti facendogli notare:

– Senti, possiamo sbatterci tanto a fare MasterChef ma, che tu ci aggiunga salsa romesco o allioli, questa patata la devi solo mettere in forno e lasciare che diventi squisita per conto suo.

– Come tante altre cose – riflette lui, guardandomi con una punta d’ironia.

Allora ho ripensato al mio sbattimento per cambiargli il tutor. O, tornando per una volta ai fatti miei, agli affanni per cercarmi una casa nuova, finché non ho deciso di aspettare che se ne liberasse una conveniente, come si fa coi parcheggi al centro commerciale.

Meno male che non gli ho scroccato la birra, allo studente felice, se no tra i fumi dell’alcool avrei potuto addirittura convenire che l’esistenza faccia un po’ patata al caliu. Devi solo metterla in forno, azzeccare temperatura e gradi di cottura. E, ok, magari dopo metterci una bella guarnizione.

Lo so, sono operazioni tutt’altro che banali, nella loro apparente semplicità.

Ma, una volta avviate quelle, la “materia prima” fa tutto da sola.

La parte che ci tocca è quella di essere capaci di abbandonare pentoloni e ricette raffinate, quando siamo troppo stanchi per fare i grandi cuochi, e sapercela gustare.

Magari con un pizzico di pepe.

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