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– A me solo i napoletani, mi fanno godere! I milanesi nun so’ buone!

S. si avvicina bruna e un po’ sbronza al bancone della pizzeria, puntando il medio alzato verso le maglie rossonere sullo schermo.

– Mediterranei, passionali… L’orgasmo l’ho raggiunto solo coi napoletani, coi milanesi mai!

Rompo le risatine perplesse con un azz, e allora mi guarda.

– Perché, a te i napoletani non ti fanno godere?

Tutti gli occhi su di me, trascurando un momento il San Paolo ancora sul 2-1. Guardo i corpi massicci o esili dietro al bancone, i volti sbarbati e freschi che mi fissano dagli sgabelli vicini:

– S-sì…

Sorride soddisfatta e comincia ad appiccicarsi col cameriere, mentre dichiara a un’altra che Napoli es Cataluña [sic], la pelle cotta dalle lampade,i capelli ancora neri svogliatamente raccolti, gli occhi belli di prima che si bevesse il cervello chissà come, chissà dove. Non sa che la guardo e che il giorno dopo le dedicherò quest’articolo, che per giunta non è il solito resoconto di una partita di cui descrivo più il panuozzo che il risultato (anche perché meglio stendere un velo pietoso). No. S. è la prima di questa breve galleria di donne a Barcellona.

Ci pensavo da un po’, a tutte loro.

A quella che mi sorride sotto il mio palazzo, a un mese di distanza. Magari l’ho già vista, ma non la riconosco coi capelli, l’onda nera sul viola cangiante del sari. Nera come il foulard a fiori che dovrebbe avere in testa, o ben accomodato intorno al collo, e invece avanza svogliato con lei mentre si sistema senza fretta, sorridendo a me che cerco di non guardarla troppo.

Un’altra mi viene incontro dalla calle Robadors, ma non è in servizio. Cellulare rosa alla mano, esce in fretta dall’angolo di luce sui sandali aperti coi tacchetti, ma faccio in tempo a vederle i capelli troppo biondi, quasi gialli, sul volto arabo con le labbra troppo rosa e la maglia acquamarina sui jeans troppo scuri. Respiro il suo profumo troppo dolce e mi giro per un’ultima volta, rapita da quell’eccesso di femminilità che è quasi una parodia, un modo di dire che è tutto uno scherzo.

Un’altra mi guarda fisso e mi chiedo quanti anni ha. Certo più di 25, anche se può ancora far fesso qualcuno, se ci tiene, nascondendo le occhiaie pesanti che rompono l’armonia che però persiste, cocciuta, sui tratti forti del viso tondo. I capelli non sono suoi, ma devono essere biondicci uguale, anche se meno, quasi castani. Le sorrido e le labbra carnose le si increspano sui denti dritti ma troppo grandi, troppo avanti. Fortuna che sorridono anche gli occhi, di un colore liquido indefinibile, sempre sorpresi, un po’ strabici per chi sa guardare.
L’ho sentita cantare al concerto delle Questioni Meridionali, la voce coperta da quella bella del calabrese, ma l’accento era buono:

Avesse voluto cchiù ‘ind’ ‘a chesta parte ‘e munno apprezzata no p’ ‘e mascule sgravate e no pe’ chistu cuorpo bello, no p’ ‘e mazzate che aggio dato, sulamente pecché femmena so’ stata, e ‘nu catenaccio ‘o core nun me l’aggio maje ‘nzerrato sulamente pecché femmena so’ stata, sulamente femmena.

Poi apro l’armadio e lei scompare insieme allo specchio.

Passo la scheda sulla lucetta rossa. Sul monitor alle mie spalle compare una mia foto (particolarmente azzeccata) e sul pc della reception escono i miei dati.

Ma la sbarra non gira. In compenso, il display mi ringrazia: t’ho agraïm. Cosa, il tentativo di uscire dalla mia palestra?
Allora una receptionista sconosciuta grida:
Hola, Maria!

La sbarra cede manco avesse detto apriti sesamo. Mi avvicno preoccupata al bancone. Lo sapevo, ho il conto in rosso. O la carta smagnetizzata. O magari mi dice che a uscire con questa tutina improvvisata, che mi doccio a casa col caldobagno, nun me se po’ vede. E invece mi chiede a bruciapelo:
– Rosso o blu?

Istintivamente rispondo blu, sperando non si parli di politica. Allora quella si avvicina a un armadietto, estrae una borraccia di plastica blu e me la porge dicendo:
– Sei una cliente di vecchia data. Grazie per la fedeltà!

Adoro la mia palestra.

Innanzitutto il tragitto per arrivarci: Rambla Raval percorsa a orari tranquilli, coi paki a godersi la Rambla scacciapensieri, come la chiamano, e visioni mistiche tipo: ex compagna di catalano che cammina dietro a un omone, entrambi col braccio destro fasciato; bambina tutta in rosa, pattini compresi, che tira la madre araba per il velo e strilla Quiero ir! Quiero ir! Quiero ir! .

Quasi sempre entro sorridendo. Prima tappa: lo spogliatoio, con la vecchietta che canta coplas. È un po’ che non la vedo, che scorrazza nuda tra le magrissime nuotatrici catalane grondanti acqua.

Ma alla piscina ho rinunciato da tempo, all’inizio ero uno spettacolo perché non mettevo la testa sott’acqua. Ahò, mi sentivo soffocare. Poi mi sono abituata, ma mi scocciavo di dividere la corsia. Anche se mi dicono che a Napoli l’avrei divisa con 10 persone. Già una mi rende nervosa, specie se si fa mille vasche al minuto.

Così vado nella sala attrezzi. 40 minuti cardio, poi petto o coscia, come al girarrosto, e 80 addominali.

Intanto, medito. Veramente. Del mio periodo zen mi è rimasta quest’ora, che qualcuno considera persa appresso a schermi ultrapiatti che trasmettono cattivo pop. Quando va bene, perché diciamocelo, mettere Radio Ga Ga mentre sto ai manubri è una mossa infame, All we hear is… clap clap… Radio Ga Ga. Ma meditare mentre butti il sangue sullo step è un’esperienza che consiglierei a qualsiasi bonzo: vatti a concentrare sulla respirazione quando sei sull’orlo di un attacco d’asma, soprattutto se sai che puoi anche lasciarci le penne, ma sullo step centrale farai sempre 99 scalini. Pure con l’accelerata finale. Il numero 100 l’ho visto solo due volte, e ancora non ricordo come ho fatto.

Poi c’è lui: il vogatore. Ce ne sono due, anzi, ma ho i vizi, mi trovo bene solo con quello a sinistra. Occupato 9 volte su 10 dai seguenti casi umani:

a) neoiscritto col fisico della tracchiulella che mi soffia il posto per 5 secondi, ma tanto ci resterà 5 minuti sbuffanti e sudati, mentre ormai sono passata al tapis roulant;

b) signora volenterosa che ci rimane 30 minuti, ma rema così piano che, se Maiorca dipendesse dalla sua barca per gli approvvigionamenti, morirebbero di fame prima che lei lasciasse Barceloneta.

c) signore anziano in mutandone ascellare che mi lascia il display in mode regata, che non so più come toglierlo e non capisco mai se ho vinto io o la barchetta sfidante, graficamente risalente ai tempi di Tetris.

Meno male che tra tanti bei ragazzi posso almeno rifarmi gli occhi. Non troppo, però: da una parte siamo la succursale del Gaixample, là le palestre costano care e distiamo 15 minuti come la Sanità dal Vomero; dall’altra, in caso di aitanti immigrati va considerato che la loro cultura è aperta e disinibita quanto la mia, non vedono una femmina in 3D dal Capodanno in Plaça Catalunya.

Furono loro a mandar via il mio vicino, Ángel, un razzista di quelli che “non lo sono, però…”. Adoro punzecchiarlo quando mi dice cose tipo:
– Sono durato tre giorni, in quella palestra… Sai, poi ho visto che aria tirava…
– Che aria tirava, Ángel?
– No, dico, che gente la frequentava…
– Che gente? Non capisco dove tu voglia arrivare.

Non me l’ha mai spiegato. Mi ha raccontato invece che per farsi ridare la quota d’iscrizione è andato lì alle 7, al momento dell’apertura, ed è salito sul bancone, restandoci finché non hanno chiamato la polizia. Allora ha spiegato le sue ragioni e i poliziotti hanno alzato le mani.

In fondo, che un razzista abbia ereditato una casa proprio nel Raval è già un esempio di giustizia divina.

(se mi rilasso collasso)

In realtà lo Sciopero Generale è un’occasione per continuare l’acceso dibattito sulla musica alle manifestazioni, un po’ il cavallo di battaglia del Banzo che trasformerebbe il Passeig de Gràcia del 19N, come l’hanno chiamato qui, in un covo di metallari poganti… Banzo, si scherza, anzi, consiglio a tutti il tuo blog, ok? Tra l’altro sei sparito subito, non hai avuto tempo di annoiarti.

Noi del corteo di Altraitalia ci siamo annoiati eccome. Per fortuna. 20 metri in 2 ore, sbuffava Paolo. Le bandiere, però, notevoli: una dell’Arci con su l’intramontabile Quarto Stato, una di Sel (“Ragazzi, votate chi volete alle elezioni, ma alle primarie Vendola, eh!”), e un’altra della CGIL, che a un certo punto è venuto un ragazzo con la bandera republicana a chiedere una foto. Breve e incisivo il dibattito tra Sel e PD per esporre la bandiera italiana (intanto i francesi di Hollande esibivano sia il tricolore nazionale che la bandiera del sindacato), mentre la tipica icona con le forbici in divieto di transito, a significare prou retallades (basta tagli), la reggeva la piccola del gruppo. Che al primo petardo ha abbracciato la mamma italiana e la ha detto in spagnolo: “Ho paura”.

E pure io ne avevo. Non sapevo che alle 20.45 sarei stata qui a scrivere che sono tornata sana e salva, con tutti e due gli occhi, e, complici un po’ le elezioni anticipate tra 10 giorni, nessuno aveva interesse a che avvenissero pestaggi come quelli di Madrid, o quello del ragazzino di Tarragona.

Però anche gli altri gruppi, partiti di sinistra, sindacati, cittadini, hanno fatto quel che potevano: a parte l’ovvio Rajoy y Mas, no podemos más, e qualcuno che ahimé invocava il President catalano come pater patriae, bello l’onnipresente Catalonia is not CiU. Sulla falsariga di Catalonia is not Spain, eterno refrain da festa nazionale, qualcuno prova a ricordare che questo partito di destra che cavalca l’onda indipendentista non rappresenta lo stato intero (speriamo che se ne ricordino alle urne…).

Tenerissimo, poi, il cartello di un ragazzo, Va per tu, avi, nonno, questa è per te. E allora t’immagini questo nonno cresciuto a pane e franchismo e costretto a tenersi il catalano per le feste di famiglia, ma sottovoce, che non ci sentano dalla strada. Magari come l’avi Siset della canzone diceva che se tiriamo un po’ di qua e di là il palo a cui siamo legati come bestie segur que tomba, tomba tomba, sicuro che cade.

E poi, tornando alla musica, stavolta sono soddisfatta. Solo di quella, magari, perché nessuno capiva un tubo del percorso. Facevi dieci passi verso Plaça Catalunya, ed ecco una fiumana di gente andare verso Jardinets de Gràcia. Pare che ci si fermasse a Plaça Urquinaona, per gli amici Armageddon, con le leggende metropolitane di gente pestata all’uscita della metro con tanto di lacrimogeni e balines de goma. Che poi balines un corno, come ricordava bene Paolo che guardandomi ha detto: “Io ho paura di andare alle manifestazioni con lei, finisce che ci sparano!”.

E invece l’unica cosa che hanno sparato in mia presenza, ad alto volume, è stata Bella Ciao, bizarrament remixata, e allora un coro stonato e soddisfatto ha interrotto gli eterni ragguagli reciproci su dove trovare prodotti italiani: “I tortellini Eroski li fa Rana”, “Il pako al c. del Parlament ha la De Cecco a prezzi italiani!”, “A Gràcia sai che trovi? Non ci crederai: lo stracchino!”. Ci interrompe ancora il mix inedito di Bandiera Rossa e Anarchy in the UK, in un marasma culminato con la visione mistica, sotto al camioncino degli organizzatori, dei 4 mori della bandiera sarda.

Era troppo. Dovevo seguire il furgoncino dovunque andasse. E come il pifferaio di Hamelin il furgoncino ha preso Consell de Cent per scendere velocemente la snobissima Rambla de Catalunya, con canzoni di lotta tradotte in catalano (e gli autoctoni intorno a me col pugno alzato). Allora, mentre mi godevo El pueblo unido cantata finalmente con l’accento giusto, pensavo “Ora ci isoliamo e ci mazzeano”. Macché. Dopo una piroetta di uno dei sardi, libratosi nell’aria reggendosi a un segnale (le sirene della polizia, sullo sfondo, tranquille), il “pifferaio” scende in picchiata verso Catalunya, e noi decidiamo di aver rischiato anche troppo. Ci proviamo, a ritornarcene per Plaça Universitat?

Ripenso alla volta scorsa, gli spari, la gente di corsa, l’eterno dilemma se correre o rannicchiarsi in un angolo, e quel lungo fischio con botto che avevo scambiato per un petardo e mi aveva mancato di un metro o giù di lì.

Oggi, per fortuna, è il silenzio.

Mentre scrivevo si sentivano spari e sirene, però.

Spero di non dover ricredermi.

(in spagnolo)

(in catalano, un po’ swing)

PS: Mi devo ricredere. Verso la fine della manifestazione, a quanto pare, ci sono state delle cariche della polizia. Una donna è stata ferita a un occhio, probabilmente per un proiettile ad aria compressa. L’unica amica coinvolta in una carica dalla sua posizione non era in grado di dire che vi fossero state provocazioni. Per fortuna qualcuno ha aperto un portone e vi si è rifugiata. Il Presidente catalano Artur Mas ha chiesto scusa per il pestaggio del 13enne a Tarragona, ma ha dichiarato che è stato un caso fortuito.
PPS: Stop bales de goma.

Adoro il venerdì nel Raval.

È come la domenica, ma più allegro, c’è sia la festa che l’attesa, tra lavoratori che aspettano che cominci il finde, per la settimana corta (il famoso venerdì del villaggio, scusa Giacomo) e pakistani che quando esco alle 15 già tornano dalla moschea.

Ma io sono in missione speciale, così ignoro le loro tuniche immacolate, attraverso rapida Joaquín Costa, per i catalani Joaquim, e scendo il Carme. L’associazione marocchina appena aperta sembra già ben avviata, tra gli annunci illeggibili ne spicca uno in spagnolo: “Domani cominceremo le lezioni di catalano”.

Su Riera Baixa c’è il mercatino vintage, coi negozianti che mettono fuori le bancarelle hipster e si sentono più in dovere che mai di vestirsi come i loro manichini (pure quello degli articoli di guerra). Il negozio di dischi resiste ancora, nonostante il cartello “Si cede per pensionamento”. Una volta mi uccise, mentre tornavo a casa, facendo esplodere nell’aria Il nostro concerto di Bindi, e allora mi fermai a comprare due orecchini alla bancarella vicino, 3 euro, a forma di chiave, ma avevo perso da tempo la serratura.

Ora però tutto tace, e cerco d’intrufolarmi davanti a un carrozzino. Ma la ragazza che lo spinge mi sorride da sotto il velo e mi fa passare, mentre il bimbo, un piede sul poggiamani, balbetta: – Hooo-laaa

Hola, ripete la mamma, con accento più incerto ma dolce.

Hola, rubia! – mi fa, 3 minuti dopo, il cameriere algerino.

Rubia o bionda, a seconda del ristorante “etnico”. Il mio vero nome è così facile da ricordare, così facile da dimenticare.

Hola, dimmi che ce n’è ancora.
– Per te sempre. Chicken, vero?
– Sì, con verdure, senza cipolla.

Non ho chiesto il brodo, ricordo scoprendo che il pollo me lo prende con le mani, dalla casseruola, ma continuo a guardare la televisione, una signora in chador rosa che parla con un’altra più anziana. Chissà che si dicono, penso sfilando per il corridoio di occhi nocciola, a volte neri, che nel locale senza donne ti scrutano quasi rispettosi e fuori, invece, diventeranno “Jooodeeerrr“. Ogni città mediterranea ha la sua imprecazione per le donne.

6 euros, por favor.

6 euros, italiana? – mi fa poco dopo l’alunno di posteggia. – Mica male per un cous cous. Non mi inviti?

Poso la busta sul bancone del panificio, offrendogliela. Lì mi chiamo italiana. E l’ho incrociato sulla soglia ma ha abbassato gli occhi. Allora in francese ho pensato sta chiavanno.

– Grazie, italiana, ma l’ho portato anch’io.
– Quanto hai speso, tu?
Sorride.
– Lo fai a casa, vero?
– Certo!
– Ti odio.

Per Robadors non ci sono passata.
Non ci passo, forse, dalla scena del bambino. Un altro venerdì.
Di sera, però, tra le putas più castigate di me, che le multe sono salate. Passando in fretta ne avevo trovato un gruppetto a discutere, in uno spagnolo strano, Tú uno buscar, tú uno follar. Poi i senegalesi che ti chiamano oye (qui sono oye, come dire ue’), e ancora occhi, sempre occhi, a trafiggere la poca carne gratis.

Finché dal bar più squallido era spuntato questo miraggio in maglietta a righe, un po’ larga sulle maniche. Testolina nera, pelle bianca quasi come il pallone tra le mani. Aveva giocato un po’ vicino al marciapiede, accanto a un’araba coi capelli biondi, poi era sparito in tempo per farmi domandare se non fosse stato una visione, tra l’imponenza della Catalogna che ti scruta dalla vicina Filmoteca, e il viados fuori al baretto che scuote le tette al ritmo di Mossa, mossa, assim você me mata

– Oggi ha vinto Obama, che è nero… È normale che un nero adesso vinca il Barça!

Queste parole, di colore oscuro (mo’ ce vo’), scambiate in spagnolo tra due asiatici, mi hanno regalato un sorriso a pochi minuti dalla sconfitta del Barça, stasera che gironzolavo senza meta per il Raval e, passando fuori al mio bar preferito, mi sono accorta che c’era la partita. Allora ho chiesto contro chi giocassimo, ma intanto riconoscevo già le maglie, e ridevo tra me mentre sorpresa e un po’ turbata ordinavo un hamburger. Come temevo il cameriere bengalese mi aveva portato un piatto con due hamburger, senza panino, ma intanto ero a metà birra e in uno slancio di romanticismo postumo mi chiedevo già se guardare la stessa partita fosse un po’ come guardare la stessa stella. E se i miei occhi, per quanto verdognoli, cangianti e apprezzati, avrebbero mai retto il confronto con quelli che immaginavo accesi dalla vittoria e da qualche birra in più, a svariate miglia da me…

Cominciavo pure a contare quante, mentre Messi, sotto di 2, segnava almeno il goal della staffa, quando dal tavolo a fianco ho sentito la battuta di cui sopra e il mio pensiero, come quello di tanti oggi, è andato a OBAMA.

Lo scrivo in maiuscolo perché ricordo ancora il suo nome su Internet a caratteri cubitali, il giorno dopo le elezioni di 4 anni fa. Io stavo a Barcellona da meno di due mesi. Lui aveva vinto, a dispetto di quelli che dicevano che “la gente non era pronta per votare un nero”. Quel giorno, per l’occasione, comprai El País, che ancora conservo in una grande busta accanto a un baby-doll appeso per scherzo, sopra dei boxer olandesi, nella vetrinetta del mio primo comedor, e un test di gravidanza mai utilizzato (falso allarme, erano i frijoles di Romesco).

Di tutta la vicenda Obama, e di quello che sarebbe seguito, delle truppe non ritirate e i raid a sorpresa, oltre alle riforme mezzo riuscite e al fatto di essersi tolti i pistoleri matti di torno, confesso che mi era rimasto impresso soprattutto questo: che tutti dicevano che l’America non era pronta per il cambiamento.

Manco io lo ero. Ero una persona completamente diversa, 4 anni fa, appena atterrata già mi ero messa nei guai, avevo scelto l’appartamento sbagliato, mezzo litigato con l’università che mi mandava, e mandato a puttane il sogno d’ammore della mia vita prima ancora che si avverasse.

No, non ero pronta al cambiamento.

Oggi ho acceso il PC nel mio appartamentino, sgarrupato ma tutto per me, ho letto Obama’s Night sul New York Times e ho pensato che siamo cambiati assai, tutti e due. Alle primarie contro Hillary (“la gente ha votato un nero pur di non votare una donna”) era lui a non avere un programma definito, ora si accusa il suo avversario dello stesso. Era uno sconosciuto che aveva stravinto, ora è il Presidente, riconfermato, che non essendo più eleggibile si spera faccia grandi cose, foss’anche per vanagloria.

Io sto facendo, per la prima volta, esattamente quello che mi piace, e solo quello.
E sono così pronta al cambiamento, che in questi stranissimi 4 anni, di errori, tesi di dottorato, diplomi di lingue, zen e self-help poi messi da parte, e addirittura un accenno di dieta, ho sperimentato quelle che per me, l’Election Day di 4 anni fa, potevano benissimo essere parole a vuoto: Yes we can.

Un afroamericano può essere Presidente. Un Presidente può essere un buon presidente, visti gli standard. Gli standard possono cambiare. Io posso cambiare. Tutto il mondo può cambiare.

E il Celtic può vincere il Barça, mentre osservo in silenzio, unica a non tifare.

C’è una frase che giuro di aver sentito, 4 anni fa, in una sitcom americana, ma che non trovo più da nessuna parte.

Things never change. Till they do.

Le cose non cambiano mai. Finché non cambiano.

Ok, questa me la dovrei riservare per il mio best-seller, ma prima che venda più di Moccia e mi abbandoniate per essere diventata troppo commerciale (io che di solito disquisisco di Massimi Sistemi…), voglio che sappiate.

Oggi avevo un pranzo con un catalano (succede) che non avevo mai visto dal vivo, perché finora ci si era mantenuti in contatto per questioni letterarie: l’illuso credeva che ne capissi qualcosa.

Ebbene, mentre stavo ancora a cercare in camera delle scarpe marroni decenti (si fa prima a trovare il Graal) mi sono accorta che avrei fatto tardi, e gliel’ho scritto. Ma mi sentivo un po’ in colpa, e già scorgendo, mezz’ora dopo, un unico ragazzo che aspettava al centro di Plaça Reial, ho cominciato a sorridergli da lontano (lui ricambiava) e mi sono precipitata ad abbracciarlo:

Perdona, eh, fa molt que m’esperes?– chiedo in catalano dopo i due baci, ricambiati, di rito.
– No, aspetta, mi sa che hai sbagliato persona – dice allora in spagnolo, gli occhi un po’ a mandorla su un visetto scuro. – Io mi chiamo Ernesto.

Un nome più latinoamericano non c’è.

-Tu chi cercavi?
– Joan.

Un nome più catalano non c’è.

– No, è che lavoro al ristorante qui vicino, sto distribuendo volantini.

Sono viola, paonazza, cocozza. Mi piazzo davanti alla fontana e decido che d’ora in poi se non mi mostrano la carta d’identità non dico manco hola.

Fortuna che mi riconosce Joan, da lontano. Quindi mi propone un fast food italiano stile Wok, ma con la pasta, e io già immaginando una scena alla Alberto Sordi (questo je ‘o damo ar gatto, questo ce ammazziamo ‘e cimici…) lo porto alla mia solita pizzeria.

Qui i tempi comici diventano addirittura perfetti. L’unica volta che mettono la birra davanti a me, e non al mio accompagnatore, è anche l’unica in cui ho ordinato io la Coca-Cola. Ogni volta che abbordiamo un argomento importante (Raval vs Eixample, catalani vs stranieri, perché i catalani non mangiano melenzane e basilico e i napoletani si riempiono di gel) il cameriere tarantino si piazza vicino al tavolo e dice cose tipo:

– Questa è una ragazza da sposare! Ma non invitatemi al matrimonio, che non voglio fare il regalo.

Sull’indipendentismo catalano mi strozzo con la mozzarella. Certo, a morire di gnocchi alla sorrentina, c’è molto di peggio, e la parola Rajoy reiterata non aiuta a salvarmi, però insomma, già m’immagino lì a emettere versi sovrumani schiumando saliva, proprio mentre lui mi dice che il problema è che con la classe politica spagnola non hanno niente a che vedere, come coi duchi che finiscono in prima pagina per aver fatto non sa quale incidente, mentre in Catalogna sono molto più democratici…

Per fortuna riesco a fare ciao ciao a Caronte, già pronto con la pagaia, e dirgli:

– Questa cosa noi italiani non sempre la capiamo, ma di fronte a uno che mi dice “non mi sento del paese a cui appartengo”, non si può far altro che portare rispetto, saprete il fatto vostro.

È vero. Sapesse quanti italiani non si riconoscono nella loro classe politica! Ma rispetto a tanta convinzione, che vuoi fare?

Ordinare il dolce, per esempio.

Ma lui non ne ha voglia.

– Tanto il suo dolce sei tu – commenta il cameriere.

E con questa chiosa, e una vistosa macchia d’olio sulla gonna, mi affretto a tornare a casa prima che scambi il cameriere bellillo, più fonato che mai, per Umberto Eco venuto a promuovere un libro. Magari mi fa un autografo “con affetto e simpatia” e mi concede una foto, con la bocca a cuoricino.

– Invita quella bionda, balla bene. Magari ti fai insegnare i passi.

L’amico siciliano mi guarda, guarda la bionda in questione, lontana e magrolina nel vestito Desigual, e dice non so. Allora per incoraggiarlo prometto, se vai a invitarla invito qualcuno anch’io.

Già so a chi chiedere, nella Sala Monasterio semivuota che comincia il suo sabato sera.

Ricciolino, maglietta a righe, alto ma non troppo. Troppo poco per la mia amica, troppo bella per non minacciare i precari equilibri dell’autostima maschile.

Ma magari è brasiliano, quelli il forró lo ballano solo tra loro. O almeno così era due anni fa, quando venivo più spesso e li vedevo in prima fila a sfilare perfetti, uno due, uno due, uno due, giro e casché. Sempre le brasiliane, sceglievano. E non avevo il coraggio di invitarli io.

Ma prima che mi dia per vinta, l’impossibile: m’invita lui.

E comincia il momento più difficile.

L’arte di lasciarsi andare.

Perché in genere odio i balli di coppia, in cui fa tutto lei “all’indietro e coi tacchi alti”, tutto tranne che decidere. Lui dà il ritmo, lui la direzione. E lei deve solo lasciarsi andare.

Io so decidere, non so lasciarmi andare.

Ma del forró mi diverte la lentezza, le chiacchiere leggere col ballerino. Così appena abbracciati, appena distrutto e accantonato il concetto di spazio vitale, gli chiedo:

– Di dove sei?
– Brasiliano.

No. Oddio, no.

– No, no, stai calma. Il forró è facile. Due a sinistra, due a destra.

Dicono sempre due a sinistra perché per loro è così. Noi iniziamo da destra, invece. Come la bionda, che ora è andata a invitare, lei, il mio amico. Respiro profondo.

– Tranquilla, tranquilla. È facile. È il battito del cuore.

Rido imbarazzata, gli sento la gamba tra i muscoli delle cosce. E capisco che quella leggera pressione mi guida da sola. Ondeggia a destra, e finisco a destra anch’io, poi una spinta leggera, come a chiedere permesso, e vado all’indietro.

Lasciarsi andare. So condurre. Perché non so lasciarmi andare?

– Il segreto è chiudere gli occhi.

Lo faccio, e divento ritmo. Uno, due, uno, due. Sono buio e musica, e questo petto caldo, la guancia che punge un po’ tra i capelli scesi a nascondermi. Sono lontana dal mondo, sono il mondo.

– Così, Maria, così.

Lasciarsi andare. La cosa più facile, la più difficile.

– Sembravi addormentata – scherza dopo l’amica.

Lei ha ballato con gli altri due brasiliani, che faranno volteggiare anche me. Uno più leggero, l’altro delicato. Nessuno come lui.

– È facile, ragazzi – annuncio entusiasta. -È il battito del cuore.

I due siciliani sghignazzano.

– Il battito del cuore. Mo’ ce lo segniamo.

E continuano a fare gli scemi, adorabili, come con le cose che li imbarazzano.

Io non sono più imbarazzata, fiduciosa mi faccio cercare, trovare, e a occhi chiusi torno a scoprire la difficile arte di essere io, ed essere tutto.

Copertina provvisoria

Ho finito il libro e ho capito due cose.

Una è che non si finisce mai. Ma lo sapevo anche quando alzai gli occhi dal PC, nell’aula dottorandi della Facultat de Geografia i Història, e dichiarai: “Ho finito la tesi”.

Partì un timido applauso e qualcuno mi chiese perché, seduta lì da cinque minuti, avessi finito la tesi di dottorato giusto in quel momento. Perché, spiegai, mi mancava solo da copiare una citazione, e pure macabra, su una francese linciata dalla folla perché sposata a un tedesco (era la Grande Guerra). E l’avevo voluta mettere lì. Ma sapevo, come si diceva, che non era davvero la fine.

Anche quando ho chiuso il quaderno, oggi, sul balcone, sul cornetto al cioccolato che è la parte migliore del libro. Sapevo che la parte più difficile cominciava adesso. Renderlo decente, un libro vero. E questo ci porta alla seconda scoperta.

Che ogni rigo che scrivo, ogni frase, è una lotta contro la banalità. Contro le coincidenze scontate, le interruzioni a proposito, la radio che trasmette il lento quando si sta per pomiciare e le porte che si chiudono proprio su quello che è d’uopo scoprire qualche capitolo più in là.

Ma non solo. Confesso che ho vissuto, e ho vissuto in un’epoca banale. Per fortuna. Di guerre e di crisi, e anche di Bim Bum Bam, giornaletti condannati e poi rivalutati, e tempi comici da Drive In, poi Zelig, passando per gli strepitosi cammei della Gialappa’s.

Tutto questo sono io, e non posso farne a meno, né voglio. Ma quando scrivo si fa sentire tutto, e allora cerco di sfuggire a un’ovvietà a cui ho detto tante volte sì nella vita reale. Quando ripetevo tormentoni che su un foglio Word stanno come il cavolo a merenda, quando la passione per il trash mi portava a contaminazioni linguistiche che lascio volentieri agli autori pulp.

Insomma, è una guerra tra trincee a quadretti che ora si trasferisce sui vari borradores, i documenti di bozze, di Word, che mi ostino a mantenere in spagnolo.

Una guerra persa che però combatterei daccapo, ogni giorno, premiando vincitori e vinti (sempre io) con lo spuntino di samosas e dolcetti arabi che adesso mi fa da trofeo.
Se anche, in un mondo parallelo, ne conquistassi altri, non sarebbero altrettanto squisiti.

Ci risiamo. Pioggia battente, e gli amici che lavorano ancora non possono uscire, come me un anno fa. E allora, dopo aver scritto e tradotto un po’, resto a casa a guardare quei tremendi film in costume, spezzettati su youtube con nomi criptati.

Ieri, ad esempio, alla lite tra Crocetta e Renzi ho preferito Becoming Jane, che è più insopportabile degli altri perché cerca di trasformare la vita di Jane Austen in un romanzo dei suoi. E allora i fans (o meglio, le fans) si scatenano a indovinare quali personaggi, di quelli reali, abbiano ispirato quelli dei romanzi. Non si rendono conto che è tutto il contrario, sono i personaggi dei romanzi a ispirare ora questi attori in redingote e crinolina, e chi ha scritto le loro battute. E il naufragar m’è dolce in questo mare di finzione.

Finché, all’improvviso, una scena più vera del vero: la Austen viene beccata dalla sorella a scrivere… una lettera? No, una cosa che ha iniziato da poco, su due sorelle. Titolo provvisorio, First impressions. Sì, è Orgoglio e pregiudizio. Ma Cassandra non lo sa. Finisce bene?, chiede. Jane la guarda. È innamorata di uno spiantato che non la può sposare, e Cassandra si è ritrovata vedova ancor prima di sposarsi. Sì, che finisce bene, risponde. Le due fanno matrimoni da favola e sono felici e contente per sempre. E allora la sorella ride, e ride pure lei, della vita che ai libri somiglia solo alla lontana.

Io il lieto fine di Orgoglio e pregiudizio lo lessi un giorno sopra le nuvole, il posto migliore per leggere un lieto fine. Anche se l’aereo va nella direzione sbagliata. Ero da tempo immune a queste illusioni, ma era la prima volta che leggevo le testuali parole di Lizzie, che spiega a suo padre perché quel tizio burbero alla fine se lo sposa, e la prima e l’ultima che speravo di ripetere a breve la scena con mio padre, che già immaginavo scendere a giocarsi i numeri.

Sulle nuvole tutto è possibile, è sotto che le cose si complicano.

Ma adesso che faccio la nana sulle spalle dei giganti, che scrivo invidiando quelle dalla penna facile (che però morivano quasi tutte vergini), devo ammettere che il lieto fine è la pornografia degli scrittori. Come gli attori superdotati e bruttini alle prese con splendide bambole gonfiabili. Come i vari scrittori maledetti che si ritrovano una bionda bendisposta sul pianerottolo. Le scrittrici si sono scritte la fine che non hanno avuto, l’antieroe che non hanno sposato, pure questa delle sfumature di grigio che non ho letto e che mi dicono essere una casalinga molto lontana dalla giovane protagonista sadomaso.

Ma questa fine non la voglio fare. Sfogare su Word (la piuma d’oca macchia) quello che non ottieni in 3D.
Allora coi miei personaggi ci gioco, quando scrivo di me. Cambio i nomi, chiamo un amore mancato come un altro che ho assaggiato poche ore, e mi diverto a scomporre come un puzzle i miei 4 anni a Barcellona, quasi fosse già un congedo.

Ora so che a PC spento possono succedere cose che se le scrivi in un romanzo ti dicono che non è credibile. Che stavolta l’hai sparata proprio grossa.

E allora è meglio, cara Jane, che te le tieni per te.

(Lizzie goes to Hollywood)

(Lizzie goes to Bollywood)

Nella “mia” pizzeria si parlano due lingue, napoletano e spagnolo. Lo spagnolo, però, è rivisitato.

Il carajillo si chiama ‘o carachiglie, e la birra alla spina, caña, diventa proprio ‘na cagna di quelle ‘e canciello, pronte a ringhiare agli avventori che si stipano intorno al bancone.

Il ragazzo abbronzato, poi, gli occhi azzurri sotto il cappellino, si ostina a dire al telefono che le pizze llegan a menudo, intendendo “tra qualche minuto” e garantendo, in realtà, che arrivano “spesso”. In omaggio al copricapo, il cameriere ragazzino, stasera con barbetta e ciuffo fonato, gli propone 5 cappielle a 100 euro ‘a fine d’ ‘o munno, e l’altro chiede in quale magazzino, da sempre, da noi, sinonimo di negozio.

Pure i clienti parlano napoletano, mentre masticano Napoli – Chievo piegata a portafoglio. Non lo distinguevi subito, stasera, tra i romani che si intossicavano contro l’Udinese, la siciliana bionda come solo certe siciliane sanno essere, e un suo compaesano che sfottevano tutti, compa’, t’ ‘o dissi, giocavi ‘a bulletta pure tu e ti facevi ricco (ma ‘mbari è messinese o catanese?, chiede qualcuno alla siciliana).

Invidio quei soliti noti che già si conoscono tutti. Il bellillo dopo più di un anno deve ancora chiedermi come mi chiamo, per mettermi in conto il saltimbocca Positano. Più buono del solito, tra l’altro, l’ha fatto un pizzaiolo nuovo che ancora dice Escudellers con la “l” italiana (ma in bocca a lui suona quasi catalana) e che ora mi scruta, ricambiato, senza che nessuno lì in mezzo ricordi il suo nome. Manco i camerieri. “‘E chi è stu cafè?”, “‘E Davide!”, “Davide chi?”, ” ‘O pizzaiuolo”. Però anche un cliente chiama il ragazzino fratomo, poi nel dubbio chiede agli amici “Comme se chiamma?” e gli viene risposto “Luca”.

Luca che stasera vuole andare a ballare ‘o Suttan’, solo che teme che gli avventori si interessino eccessivamente a lui. Come già in palestra, specifica, e a tal proposito, per difendere la propria rispetto alle più blasonate, chiede è meglio ‘na palestra abbuffata ‘e femmene o chiena ‘e molleggiate?. No, stasera a ballare, è deciso, e il collega rossolillo che consegna le pizze non facesse che verso la mezza dice nun da’ retta: lui, adda muri’ mamma’, ci andrà eccome.

Ma poi mi guarda, dopo che mi sono sgolata a esultare del gol di Ammsícc, a gridare ma che sta a fa’ nei passaggi mancati, e a dire addirittura un ‘u ssapevo, proprio di paese. Imperterrito mi guarda e nel suo migliore italiano mi chiede:
– Ma tu, sei una tifosa del Napoli?

Niente da fare. Ti sembro veronese?, scherzo, cacciando un’ultima volta la carta “compaesana d’Insigne” come se mi desse honoris causa cittadinanza e titolo di tifosa.

– E che era, inglese? – propone invece la ragazza, una delle splendide guaglione bassine e carnose che vedo ogni tanto dietro il bancone.
– Quasi – si giustifica lui – mi sembrava irlandese…
– Sono le mèches – sorrido.
Il bellillo e il siciliano stanno dicendo che Di Natale all’Udinese per segnare ha proprio fatto il cucchiaio pe’ raccogliere ‘a sarza (che il siculo chiama tipo ‘u sucu).

Pago il conto, 9,50 pecché sei tu, tesoro (“Si ero ‘n’ ata erano 8?”), e negli ultimi minuti di gioco, prima che la folla in uscita mi butti fuori dal locale, penso che a parte me, che so’ irlandese, la distanza dall’Italia, dal Sud, li fa tutti compaesani, tutti napoletani. Se vivessimo insieme, dopo un po’, le differenze si noterebbero, ma ora no.

A sproposito penso a una ragazzina olandese che diceva qualcosa tipo non vedo l’ora che smettiamo di essere solo ebrei e torniamo a essere noi stessi.

Chissà perché mi è venuta in mente, penso allontanandomi nel primo freddo.

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