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pernacchioQuesto è il classico articolo post-evento in cui sfotto a tutti quanti. E dopo aver faticato tanto alla serata Ricomincio da te – Da Barcellona per Città della Scienza, un cordiale pernacchio non ce lo meritiamo forse pure noi?

E allora sfotto Marco R., che tra un’emergenza e l’altra pareva la tarantola evocata ben due volte in corso di concerto, Matteo ‘o fotografo che, checché ne dica, pare sempre ‘o frate ‘e Saviano (“‘o frate intelligente”, specifica), e pure la sua promessa sposa, maestra di tarantella calabrese per una sera, che sta per passare stu guajo. E poi Ada, che stava lì a correre avanti e indietro appresso alle chiavi del Pou de la Figuera (“L’armadietto… L’armadietto interno!”), mentre Stefania, da brava attrice, proprio s’immedesimava nel suo ruolo di perseguitartisti, mettendoli in riga. A proposito di mettere in riga, Diego poco ci mancava che trasformasse il fulvo barbone in un minibaffetto e ci dicesse alla Acuto “Ki nun akkattare bigliettinen, è propeto ‘nu Kainen”. Il bello è che aveva ragione, fosse stato per me e le mie collaboratrici-attrici alla porta (onore al merito, soprattutto per avermi sopportato), una decina di biglietti dell’estrazione nun se vendevano.

Gli artisti, purtroppo, non posso sfotterli a dovere, perché tra cassa e spedizioni per comprare i piatti e la guardia allo sgabuzzino (la cosa che mi riusciva meglio) ho visto poco e niente. Ho adorato l’ultima canzone di Alessio Arena, che se ne stava soletto con la sua chitarra ad aspettare cu’ ‘na pacienza ‘e Giobbe che, negli orari slittati, venisse il suo turno. E mi ha sorpreso il Buonanotte Fiorellino, dell’allegrerrimo Ciccio De Gregori, cantato dai Ual·la música. Non mi posso manco più godere la Tammurriata nera dei Salentu Taranya, perché per colpa di John Turturro ormai canto Lay that pistol down. E parlando di pizziche e tarante, che dire dell’eroico Marco B, che cercava impavido di far ballare la pizzica a una banda di sfrantummate che, per qualche arcano motivo, proprio non riuscivano.

Sergio si sfotte da solo, immedesimato com’era nel ruolo di plurivaiassa della Gatta Cenerentola, tanto che tra una risata e l’altra mi aspettavo, come insulto fuori programma, un funiculare senza currente! E del bravo presentatore Banzo-Super Almuerzo ricorderò soprattutto gli improperi assortiti nei confronti del Casal, reo di essersi spostato apposta perché non lo trovasse più. Fortuna che poi ce l’ha fatta, e ha resistito 6 ore in piedi con tanto di sfiancante sorteggio finale (ahò, ‘na ventina di biglietti estratti per 5 premi!).

E soprattutto sfotto me, che a un certo punto avrò ‘mbriacato gli eroi del bar mandandogli clienti con 10 bigliettini cocozza (quelli da due euro, ricordo ancora) per consumazioni da 1,50. Che alla terza canzone delle Questioni Meridionali (e ricordiamo sempre che Piero è in realtà Giancarlo Giannini), quando siamo riusciti a far ballare anche l’assessore, mi sono levata gli stivali da trans e mi sono messa a ballare (male) coi soli calzerotti multicolor stile Pippi Calzelunghe (abbinati a una tenuta azzurro transgenico che faceva più Puffetta che curva B del Napoli. A proposito, Fozza Napoli!).

E perché ho fatto quest’articolo a schiovere? Perché sfottere fa bene. Perché sfottendo sfottendo, faticando e senza mai prenderci sul serio, abbiamo fatto un evento di cui siamo orgogliosi. Perché una vrancata di sfrantummati si è messa lì e per una sera si è ricordata che si può essere napoletani, italiani, esseri umani nel mondo senza smettere di pigliare tarantelle.

E scusate se è poco.

(Messaggio per il tipo bellissimo con cui, dopo mesi di pizziche solitarie, stavo per ballare un secondo prima che finisse il tunnel umano: di solito le porto, le scarpe, eh).

ricominciodatelocandinaaggiornataÈ tutto pronto. Abbiamo fatto l’ultimo sopralluogo, ci siamo confrontati, bombardati di messaggi facebook e continui aggiornamenti, qualche volta abbiamo pensato di mollare tutto, ma poi ci siamo detti nooo, quest’evento s’ha da fare.

E si farà.

Domani, sabato 20 aprile al Casal Pou de la Figuera di Barcellona, dalle 14 alle 22. Con attività per i bambini e una fiumana di artisti volenterosi per tutti. C’è pure un mio racconto, al vostro buon cuore.

Ingresso libero, però uagliu’, è una gara di solidarietà per contribuire nel nostro piccolo alla ricostruzione di Città della Scienza, almeno un biglietto della lotteria ce lo prendete, no? Certo che sì, specie dopo aver letto i premi. E poi se magna buono e italiano (scusate la ridondanza) a prezzi anticrisi.

E ora, non ci resta che spiegarvi perché.

nuvoloso001-250Su TeleQuirinale spiegano la strategia di schede bianche che eventualmente voteranno i sostenitori di Marini per arrivare alla quarta votazione, e io ci capisco meno che i commenti di Vasari sulle pitture senza rilievo della maniera moderna. Capisco solo che il tafazzismo a oltranza che caratterizza la sinistra italiana è lungo a guarirsi, e non so che farci, a parte tornare sempre in Italia per votare.

Nel Palazzo scelgono il Presidente, nel mio palazzo cacciamo il vicino che ha tagliato i cavi alle antenne. All’agenzia immobiliare hanno accolto con una ola la mia protesta, l’ennesima del vicinato, e non mi decido a scrivere la lettera di protesta formale che potrebbe eventualmente costargli lo sfratto. Dove va a finire, quel povero cialtrone? D’altronde siamo stufi di angherie e ha le chiavi del terrazzo accanto al mio, e sa scavalcare, l’ha fatto quando era gentile e mi aiutava in casa.

Però la visione di Marco Mengoni dalla TV recentemente restaurata mi fa associare questo momento incerto a una canzone sua che non conoscevo, immune come sono al bombardamento radio che affliggerà chi è rimasto in Italia: la trovo sempliciotta, linea melodica un po’ scontata, fatta apposta per piacere a tutti e farsi dimenticare in poco tempo. Eppure fa tenerezza nella sua indolenza, come la bella faccia un po’ malinconica di chi la canta.

Anch’io, che la stonerei tutta, ho cominciato il corso di canto e ho scoperto che la prof. fa molto crecimiento personal, che qui va di moda: la voce per scoprire come sei fatto dentro, e chiudi gli occhi e immagina una corda che passi per la tua spina dorsale e colleghi il cielo al centro della terra ecc. ecc. Meno male che faccio mindfulness, mi sto riavvicinando a certe pratiche del mio periodo zen, alla luce dell’esperienza accumulata nei tre anni successivi.

Allora apprezzo di nuovo la vulgata junghiana delle donne che corrono coi lupi, l’esigenza di ritrovare il tuo istinto depredato da quello che i racconti popolari chiamano il diavolo, e che possiamo definire paura, insicurezza. Ho trovato un mio appunto in spagnolo maccheronico, al margine del racconto della fanciulla monca, proprio dove l’autrice dice che il diavolo ti offre un patto scellerato che accetti perché non ne conosci bene i termini. Io ho scritto “a me ha offerto di non sentire dolore, in cambio di non sentire”.

Altri tempi.

La primavera bussa incerta al mio balcone che ora puzza un po’ di gatto, anche se pure la gatta è scomparsa da un po’, incostante senza saperlo, come me. Il cielo non sa se venire giù in una pioggerella di stagione o fare spazio al sole.

Io faccio grandi cose, tutte insieme, e mi stanco, e i risultati non sempre si vedono. Il miglior risultato è, appunto, che le faccia in modo incessante.

Quindi, immagino sia solo la stanchezza, e il pizzico di malinconia che rimane dopo l’inverno, a farmi indugiare in questa giornata serena o poco nuvolosa come nel plaid che stanotte ha sostituito definitivamente il piumone, che ho buttato incazzata in ripostiglio dopo un’ora a rigirarmi nel sonno.

Mentre il mondo cade a pezzi, dicono. Io non spero che me la cavo.

Comincio proprio a crederci.

Modestamente, il primo chitemmuorto è partito dai miei amici.

Che sono arrivati così presto da aggiudicarsi un tavolino al Bar Blau con Milan-Napoli.

Io no, ho passato una di quelle domeniche c’ ‘a pazzaria, come direbbe mia nonna, che vanno bene sole e palestra e donne che corrono coi lupi e tutto quello che vuoi tu, ma Vasari scrive più strano del solito e non tanto si traduce, la gatta non si rassegna al fatto che il divano sia off limits e insomma, adda passa’ ‘a nuttata.

Che non ce la facesse passare, e brutta, il Milan, ho pregato entrando nel locale, laddove entrare è un parolone: una distesa di sgabelli mi separava dall’invidiato tavolino amico, e modestamente il primo alla mia destra llevaba mi nombre, era l’unico libero. Parallelo a quello dell’altra femmena del gruppone, e che cavolo. Poco importava che lo schermo lo vedessi spaccato in due dallo stipite dell’ingresso, e la finestra che mi hanno pregato (in spagnolo) di aprire non aiutasse la visuale.

L’importante è che non si siano accorti che a cinque minuti dal mio arrivo abbia segnato Flamini. Se no non starei qui a raccontarlo.

Il mio occhio è stato attirato come una calamita dalle macchie azzurre che si muovevano frenetiche dietro al bancone: le cameriere, con le scritte allisciatece stu bebè e figl’ ‘e bucchino senza core. La citazione commuove quasi quanto il gol di Pandev, che ha mandato all’aria qualche sgabello, e pure il tavolino di cui sopra, che quello del chitemmuorto avrebbe voluto schiattare nei reni del solito criticone stile “Lo sapeva fare pure lei!” (alla sua promessa sposa, peraltro).

Poi, nell’intervallo, l’hooligan mi ha proposta come primo premio per la lotteria dell’evento di sabato, Ricomincio da te, il 20 aprile dalle 16 alle 22 al Casal Pou de la Figuera, venite numerosi. Niente paura, alla fine ci siamo accordati perché non esca dalla pastiera gigante vestita solo di una foglia di fico e due mele (anche se due cerase sarebbero bastate), ma faccia da deterrente per chi resta a casa. Se non venite e non diffondete il messaggio, mi ritrovate sul vostro divano a raccontarvi la storia della mia vita. Sì, un’altra volta. Io vi ho avvisati.

E il secondo tempo ha fornito più di qualche capitolo alla narrazione. Canterò, ad esempio, del vecchietto ‘mbriaco che mi ha poggiato una mano sulla spalla per alitarmi in faccia vari bicchieri di birra e la dolce confessione: “Devo andare al bagno, ma non so come passare”. Sono drammi.

O della farfallina che proprio non voleva saperne di uscire dalla finestra, che le avevo lasciato socchiusa apposta. Il cane di Pavlov le fa un baffo, la sindrome di Norimberga per lei è un raffreddore. Ma semblable, ma soeur.

Continuava a girare impazzita tra tifosi che urlavano qualsiasi sconcezza a Flamini, giustamente espulso, mentre io stessa, all’ennesima sputazzata di un giocatore del Milan (stasera le facevano artistiche quanto i loro capelli), gridavo Chi schifo!, facendo voltare divertito chi stava seduto davanti a me.

A metterla su youtube si sarebbe aggiudicata per compassione il titolo di Presidente della Repubblica italiana alle Quirinarie, a pari merito col Pulcino Pio.

Ma starà ancora danzando nell’aria sulle note di Curnutone, sparato a palla, finalmente, alla fine di un pareggio che avrà deluso tanti, ma inso’, io ormai ho imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Specie se accompagnato, come stasera, da una grande parigina*.

* Curiosità: nel paese mio e d’Insigne (quando è entrato ho pensato Santu Sossio sia con te) la parigina si chiama tramezzino. Le più buone della mia vita le divoravano le mie compagne di classe al bar di fronte alla succursale del liceo, prima di sedersi a tavola e mangiare pure primo, secondo e contorno. Da noi negli anni ’90 gli uomini nun ‘eveno tucca’ l’ossa. Io ovviamente ero un’alice salata. Andando all’università abbiamo scoperto che a Napoli si chiamava parigina. L’abbiamo intuito perlopiù al terzo club sandwich servitoci al posto del delizioso ripieno, dopo averlo regolarmente pagato. Piano piano ci arriviamo anche noi.

www.nekane.com Per me inizia adesso la settimana che finisce.

Questi 5 giorni sono stati un buco spazio-temporale che ha visto mio fratello e la sua ragazza cimentarsi in una delle più difficili missioni umanitarie al mondo: trasformare la mia tana in una casa per esseri umani. La gatta non era proprio entusiasta, ma si è fatta accarezzare dai nuovi venuti, tralasciando perfino i resti del pollo entrato in casa mia a beneficio dei due carnivori.

Domani ti porto le fotocopie, ho dichiarato due ore fa all’ennesimo interessante incontro per farvi conoscere i miei soldati della Grande Guerra. Domani è sabato, mi ha ricordato la mia interlocutrice. Ma avevo appena lasciato i miei beniamini sulla navetta per l’aeroporto e per me è lunedì. Tanto più che, se non hai un lavoro d’ufficio e vivi nel Raval, un giorno vale l’altro. Magari il venerdì stanno tutti vestiti a festa per andare in moschea, la domenica qualcuno chiude il negozio, e c’è il mercato su Rambla Raval. Ma poca roba.

Lo so, eh, che è passata una settimana, ed è stata interessante anche nelle ore che non mi hanno vista alle prese con Gaudí e con i tour gastronomici per la Barcellona multietnica.

Interessante nel bene e nel male. La mia solita risposta ai periodi no (fare cose) mi sta portando dritta a un altro collasso che vi propinerò in diretta. Ma per ora reggiamo, vecchie ossa permettendo. Adoro creare, nei limiti nel creabile.

Invece mi è spiaciuto vedere meno gente di quanta sperassi alla commemorazione di Íñigo in Plaça St Jaume. C’era Nicola alle prese con le candele, maledetto vento, e pure Esther.
Di lei mi è piaciuto che pubblicasse una foto di quando di occhi ne aveva due, dicendo che a vedersi sui giornali con la benda e tutto, si era sentita brutta, e voleva rivedersi allegra e sorridente dall’ultima vacanza.
Non sa quanto mi ha fatto riflettere sulla bellezza, su quanto possa essere una gioia e una risorsa per arricchirsi la vita, e quanto una padrona spietata, se lasci che t’invada casa secondo le sue regole. Che sono sempre quelle, irrazionali e contraddittorie, del mondo di fuori in questo esatto momento. In quel caso, altro che ventose per appendiabiti o ganci per la spazzatura, casa tua ti crolla addosso lo stesso. Se vuoi sentirti inadeguata ci riesci sempre, c’è chi non ti trova abbastanza accogliente o abbastanza tormentata, abbastanza burrosa o abbastanza pelle e ossa. Le donne le vogliono o rassicuranti o infelici, sono modelli di fascino. L’ho fatto anch’io, a suo tempo, con gli uomini, e mi sono sentita stupida troppo tardi. E sospetto che per gli uomini che ci cascano coi modelli maschili sia peggio, hanno meno strumenti per uscirne, o anche per capire che hanno un problema.

Viva Esther, quindi, Esther che sorrideva e che ora fa più fatica, ma là stava, in piazza.

E, detto en passant, bello che nella tua casa addomesticata, ripulita e piena di ventose, l’amore trionfi. Anche se per cinque giorni. Un amore giovane ma collaudato, fatto di refrain in comune e una profonda conoscenza dell’altro, anche nei suoi limiti. Una profonda accettazione, un profondo rispetto.

Vedo la differenza con gli amori tormentati, scusate l’ossimoro, quelli a cui abitua il caos di città come Barcellona. Quando hai quelli pensi solo perché non chiama, perché non vado bene, perché non va bene, perché. Quando hai l’altra cosa perlopiù non pensi, almeno non a quello che dovresti semplicemente vivere, senza rimuginarci troppo su.

Ed è bello vederlo in azione, ti riempie una casa più delle ventose.

Ti ricorda che la tua preziosa solitudine dovresti barattarla solo con qualcosa del genere, e nient’altro.

(questow sofito violay…)

huertosurbanosbarcelona.wordpress.com

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I rimpianti non sporcano i piatti. Manco i rimorsi, se è per quello.

Alla fine, quando si tratta di lavarli rimuovi le solite cose: tracce di riso cinese alle verdure, di due giorni fa, le foglie d’insalata nella zuppiera grande, che lasci da parte con qualsiasi scusa e intanto la salsa Caesar avanzata si trasforma in Goldrake. Alabarda spaziale! Meno male che almeno il piatto del cous cous ho imparato a lavarlo subito, se no appesta una casa.

È quando hai ospiti, anche se del tipo buono e indulgente che ti vorrà bene comunque, che ti rendi conto delle condizioni in cui vivi. Specie se una gatta ha ormai preso possesso della casa, senza peraltro parlare di dividere l’affitto. Mi guarda solo con l’aria indulgente di chi dice “se proprio insisti puoi restare”. Bella lei, un giorno scavalco anch’io il balcone dei miei nuovi vicini, che hanno deciso di sfidare ogni luogo comune sulle coppie gay mettendo a palla la Pantoja, e dico sapete che c’è? Il disordine mi sta invadendo casa, mi trasferisco da voi.

Credo che fino a poco fa ci fosse pure qualcosa di feticista, lo psicopatico che si tiene il cadavere della madre in casa per non ammettere che è morta (e magari l’ha pure giubilata lui). Ora no, è proprio pigrizia e indolenza di fronte all’immane lavoro che mi aspetta. Che ci posso fare, nessuno mi ha insegnato a pulire, a che servisse. Vivevo anch’io in una casa dove, come dice Marta Rojals, i letti si facevano da soli come per magia, e il piatto a tavola ti aspettava fumante quando tornavi da casa. Quando ho preso casa da sola è stato anche in barba a quei 2-3 coinquilini maniaci della pulizia e dell’ordine, che peraltro non potevano vantare molte altre qualità. Me li immaginavo seduti nel mio nuovo salotto, a soffrire atrocemente per un fazzolettino buttato a terra dal vento che avrei raccolto solo un istante prima di accompagnarli alla porta.

Ma l’ho fatto anche perché mi venisse voglia di pulire senza che me lo imponesse nessuno, e devo ammettere che sta cosa va un po’ a intermittenza.

Stavolta ad esempio batto in ritirata e, almeno di sabato sera, esco. Il festone non posso, mi spiace non vedere l’amica che lo dà ma sto pure in fase premestruale, e il giorno dopo ho una traduzione. C’è un reading di poesia e racconti all’Hort del Xino, prima di accaparrarmi dieci cm di panca per una birra e un giro di coplas kitsch a O’ Barquinho.

Grandioso, l’hort del Xino. È uno dei vari orti popolari di Barcellona, coltivato dagli abitanti del quartiere. Non ci andavo dal cineforum indignado, due anni fa, che con un proiettore scalcagnato ci aveva trasmesso l’ultimo di Roger Moore. Stavolta c’è un tendone artistico con microfono e un angolo ad alto tasso glicemico, solo birra, dolci e succo di frutta.

Arrivo in tempo per l’ultima lettura e per una piccola recita, coperta dalle grida dei bambini che si rincorrono nell’orto. La recita è carina, una passante strattona con un’asse da stiro un tizio seduto a leggere, e scopre che non sente dolore,a ben vedere non sente nulla. Suo fratello Pol gli ha fatto un elenco di cose che possono fare male, e siccome le assi da stiro non sono contemplati… Alla fine la tipa lo bacia. Niente. Solo all’ultima botta, sempre accidentale, mentre si allontana con l’asse da stiro, il tipo dice “au” (ahia lo diciamo noi).

È un inizio, gli concedo applaudendo.

Poi succede una cosa strana. La presentatrice, in occhialoni da sole e gonna hippie splendida, chiede se ci siano musicisti. Il tipo che, altezza a parte, era uguale a un amico che vive in Provenza, si alza e spiega di essere un musicista… provenzale. Prende il tamburello e una fisarmonica casereccia alla Bob Dylan e canta canzoni in occitano, con qualche variante tra il moderno e il demenziale. Poi ci raccomanda di cliccare sulla sua pagina facebook. Come hai detto che si chiama?, chiedo.

E finiamo per parlare di trovatori occitani e strane lettere trovate tra quelle dei miei soldati, firmate Madame Mistral. Sostegno alle “meirino de guerro”, e bestemmie mie al momento di tradurle.

Lui è venuto apposta a Barcellona per occuparsi di musica e lingue minoritarie, “che la Francia su queste cose è bacchettona e Parigi, in fondo, provinciale”. Che palle essere di un paese così chiuso. Eh, rispondo.

La tammorra la suona bene un tizio che conosce in un centro sociale lì vicino, mi dice il nome, ho presente? Ehm, qualche pagina alle medie.

E poi la differenza tra lingua e il dialetto, e l’occitano in via d’estinzione e il napoletano vivo e ruspante ma proibito ai bambini chiattilli. Finché il freddo polare dell’orto e le tenebre e la constatazione empirica che, per dirla in occitano, stammo sulo nuje e Pino Mauro, non sfrattano anche noi.

Sono contenta. Ogni volta che vinco ciclo, rimorsi e rimpianti e piatti sporchi (e sei piani da risalire) per andare a curiosare nel Raval fricchettone, ne vale sempre la pena. Meglio che restare a dar la caccia alla gatta.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

Sento l’italiano e mi giro a guardarla, nel supermercato. La trovo alta, ma non mi accorgo della pelle ambrata. L’accento mi pare del sud, è lontana e non so con chi parla. Lo scopro alla cassa.

Con una bambina.

I capelli mai visti. Come quelli della mamma, sospetto paziente mentre la cassiera sbriga non so che faccende. Solo che la mamma, che ha la pelle più scura di lei, se li è stirati un po’, sempre mossi ma addomesticati. Quelli della piccola sono ancora anellini di lana, che vorresti passarci le mani dentro, proprio ora che si arrampica annoiata sul parapetto accanto alle colonnine antitaccheggio.

Che bei capelli che hai, vorrei dirle nella nostra lingua, perché lei almeno è italiana, la madre no. O forse chissà, non è italiana manco la bimba, ufficialmente, perché qualche idiota in Parlamento o fuori ritiene che non lo sia anche se in Italia c’è nata. O ci avrà vissuto la maggior parte dei suoi 5 anni. Infatti, quando tutto è ormai in busta, alla mamma dice Guarda, e non nel senso spagnolo di conserva. Proprio guarda.

Sono tornata ad accorgermi di queste piccole scene, perché è primavera anche se non si vede, o non sempre.

Mi sono accorta anche che è meglio così, un po’ di quasi-primavera ci sta. Non che sia di quelle che procrastinano i piaceri. Ma in questi giorni da convalescente, e a volte lo si è senza aver mai avuto l’influenza, mi rendo conto che certe sensazioni le sottovalutiamo. Il primo giorno in cui stai meglio. Non bene, che manco ti accorgi di starci. Meglio. Il corpo di nuovo in vigore, e la mezza speranza di vedere qualcosa di buono, uscendo. Come una bimba coi capelli di lana che si arrampica alla cassa di un supermercato.

Così è aprile, che certi sommi poeti considerano il mese più crudele, e sfottute cantantesse nostrane dipingono piovoso, dopo lunghi e tormentati inverni . Io finora ci vedo accenni. Di serenità, speranza. Di lutti quasi elaborati, di sogni ammuffiti riconsegnati a cassetti tarlati. E piccole lezioni sull’imprevedibilità della vita, che mi fa pure comodo perché non devo pensare a tutto io.

Mi posso pure riposare sul prato di filo del copriletto verde, mezzo pieno, che ha sostituito quello viola complicato dalle matasse di coperte e dal freddo invernale. Ora tra me e il materasso c’è solo il piumone smilzo e una coperta a fiori, che se mi ci infilo col vestito estivo ereditato da Alessandra (ma con la giacchina sopra) mi manda riflessi azzurri. Tra me e la finestra, una gatta, quando passa.

E allora, dopo una riunione per la città della Scienza, mentre ricordo di avere il frigo vuoto e mi allungo verso il cinese di Villaroel (un cinese per europei, ma il riso alle verdure è buono), mi sembra bello pure il capannone bianco del nuovo Mercat de Sant Antoni. Quello degli alimentari, già sprangato per l’ora tarda. Perché? Boh, decido, è qualcosa nell’aria. Ho il cappotto ma è fresca, non ti accarezza ma neanche punge.

A volte serve anche questo.

iomammapapà2Il mio paese è pieno di nonne tristi, che si chiedono perché il Signore ha donato loro una longevità che non volevano. Le loro parole escono come lamenti dalla lunga mantella fatta a mano, lente e stanche come i loro gesti.

Ci sono anche madri nervose, che hanno imparato dalle nonne tristi che questo mondo è pieno di pericoli. Che non importa cosa tu faccia, cosa t’inventi per migliorare la tua vita e quella di chi ami. Andrà sempre male. Sono fragili come le loro unghie, ma non lo danno a vedere, o così credono. Ogni rumore le fa saltare, ogni istante di quiete è come rubato a un destino ineluttabile.

Ci sono anche figlie, interrotte. Come il film. Hanno mangiato la pasta e lacrime delle nonne tristi, inseguendo i pesciolini che immaginavano nei riflessi del frigo, senza sapere che a inseguirli sarebbero andate molto lontano. Dove le madri ansiose non avrebbero mai immaginato di capitare, una volta all’anno, con una valigia piena di medicine in caso si raffreddassero.

Ma è inutile andare lontano se una parte di te è rimasta in una stanza bianca e rosa dal parato lezioso e il letto a una piazza. Su cui ti siedi a leggere queste parole di quando credevi di risolvere i problemi con un sorriso:

La ansiedad y el tormento del pasado afloran en la psique con carácter cíclico. Aunque una profunda purificación elimina buena parte del antiguo dolor y la antigua cólera, el residuo jamás se puede borrar por completo. Tiene que dejar una ligera ceniza, no un fuego devorador.

E dalle ceneri di un sonno pomeridiano ti alzi e ti avvicini alla finestra, osservando la pioggia tra le fessure della persiana. Gli occhi sono più grandi, le pupille no. Allora lo fai. Saluti la bimba del parato a fiorellini e lo ammetti, perché si perdona e si va avanti solo dicendo la verità, ammetti che è stata anche felice.

Ora tocca a te.

mulholland-driveDopo quasi 5 anni a Barcellona, sto imparando lo spagnolo. L’ultima volta che ho studiato una lingua che già parlavo da 5 anni è stato 27 anni fa, e fa strano. Devo riflettere su meccanismi fonetici che davo ormai per scontati, che per me non erano mai stati una regola grammaticale, ma un amico che davanti a una birra mi diceva una frase mai sentita. Allora gli chiedevo “Aspetta, che minchia hai detto?”, nel mio castigliano a dir poco approssimativo.

Ma l’inganno è durato poco: la differenza tra una lingua che studi per bene, e una che impari per prove ed errori, me l’ha insegnata il catalano. Ovvio che mi viene più spontaneo, salvo periodi speciali, parlare spagnolo, ma che differenza coi congiuntivi, quando “vado a orecchio” coi vari me gustaría que hiciéramos, e l’equivalente catalano. Su quello ho buttato il sangue in certi weekend invernali di pausa dal lavoro, quando ancora non avevo deciso di sospendere il mio periodo di asocialità post-Erasmus e manco avevo l’amaca in terrazzo, su cui accomodarmi con coperta e dossier del Consorci de Normalització.

E ora tocca allo spagnolo, bistrattato anche per questioni di, ehm, sopravvivenza. E chi vuole intendere intenda.

Adoro, poi, i periodi in cui apprendo due cose importanti allo stesso tempo. Infatti, per la gioia di mia zia che non ha vissuto abbastanza per assistere a questo giorno, sto imparando anche a campare. Una disciplina, più che un’arte, che notoriamente non s’impara sui libri, anche se secondo me quelli aiutano, se li sai scegliere bene.

La mia grammatica di spagnolo, per esempio, fa miracoli.

Nelle poche lezioni cui ho assistito su Saussure, mi chiedevo perché una teoria linguistica potesse cambiare un’intera cultura.

L’ho scoperto coniugando il preterito perfecto coi miei impegni pomeridiani, numerosi e poco redditizi, scanditi da una crisi economica che rende il mio dottorato più o meno carta straccia. Semanticamente, si tratta di capire che certe cose sfuggono totalmente al controllo umano. Come i generi delle parole, per esempio. Perché el sol è maschio e la luna è femmina? E mi dispiace per le patite del femminismo new age, ma in tedesco è “maschia” la luna.

No. Certe cose sfuggono al controllo umano, non so bene in che dose. Dobbiamo fidarci di Machiavelli, che faceva un pratico fifty-fifty tra fortuna e azioni umane? Ora, per una con le manie di controllo selettive, che se non può farsi il mondo a sua immagine se lo inventa, questa è la cosa più difficile da accettare.

Eppure con le lingue non mi succede così. Non mi è dispiaciuto affatto, per 5 anni, farmi guidare dall’orecchio per distinguere si no da sino, su cui mettere un bell’accento acuto in catalano. Nella vita invece non accettavo, fino a ieri, che ci fossero cose che sfuggissero al mio controllo. Che il male che senza volerlo, ma senza far molto per impedirlo, ho fatto ad altri, possa essere fatto a me con le stesse, indolenti buone intenzioni. Che dopo anni senza il coraggio di cercarmi una casa editrice per i miei volontari catalani, la trovassi, guarda un po’, a un anno dal centenario della Prima Guerra Mondiale. Ok, l’ultima non era proprio una coincidenza, ma è curiosa lo stesso.

Fondare il mio spagnolo su solide conoscenze grammaticali si sta rivelando un’impresa piacevole. Ammettere che le cose importanti della mia vita sfuggono spesso a qualsiasi regola fa più male, anche se non sempre questa benedetta fortuna si rivela sfortunata. Anzi.

Forse, per studiare con profitto questi due ambiti così affascinanti, dovrei ricordarmi del mio amico Antimo.

Dieci anni fa, quando lo riaccompagnavo a casa in auto, ritrovavo sempre l’arzigogolata strada del ritorno, senza prestarvi troppa attenzione. Non ricordavo, o fingevo di non ricordare, gli incroci e le traverse che mi portavano fuori la Villa comunale di Sant’Antimo, e da lì fino al ponte di Grumo, quello delle macchine, e da lì fino a casa mia. Mi sembrava una piccola magia, mi piaceva così. Quando dovetti ammettere che il percorso avrei saputo descriverlo, se me lo avessero chiesto, l’incanto svanì un po’, ma fui orgogliosa della mia consapevolezza.

Forse con la grammatica dovrei fare uguale, sono orgullosa, come la prof. di scrittura creativa, del mio spagnolo raffazzonato per strada, con accento variabile a seconda dell’interlocutore, ma ora voglio che diventi eccellente.

Con la vita, invece, si tratta di sapere già che la strada non la conoscerò mai. Ma va bene così.

Tanto prima o poi a casa ci torno.

casatielloMentre guardavamo la puntata di Presa Diretta sullo stabilimento Caffaro di Brescia, accusato di avvelenare il suolo circostante tramite gli sversamenti nell’acqua, il mio migliore amico e io abbiamo appreso che il primo quartiere colpito dall’inquinamento, il Primo Maggio, sorge giusto vicino al cimitero.

Allora, con tutto il sarcasmo delle nostre terre alla diossina, che si avviano ad avere più tumori che abitanti, ci siamo guardati e abbiamo detto la stessa cosa:

– Ah, fanno casa e puteca.

È uno humour nero simile alle leggendarie battute sulla morte che si attribuivano a Falcone e Borsellino, che da fuori si capisce poco e si può pure trovare offensivo, ma ricordo che quando vivevo qui mi aiutava non poco a campare.

Solo che l’unica cosa buona che diceva la mia professoressa di Storia e Filosofia al liceo era che il sarcasmo napoletano è un problema, mentre l’ironia è costruttiva.

Quella, però, temo di averla imparata fuori.

Infatti questi giorni di Pasqua in paese stanno trascorrendo in un’atmosfera surreale, con mio padre che non poteva venirmi a prendere all’aeroporto per la ZTL, in vista dell’America’s Cup. Non so proprio niente del percorso della regata, ma non posso fare a meno di chiedermi se nelle foto uscirebbero anche le rovine della Città della Scienza.

Intanto dovrei cominciare a giocarmi i numeri sull’Italia del non-governo, coi non credenti ipnotizzati da un papa che dice buonasera perché non c’è molto altro di cui parlare, a parte la straordinaria coincidenza per cui su dieci saggi oh, uno che fosse donna proprio non si trovava. E non parlo di quote rosa, proprio della coincidenza. Tutti uomini, maturi e discutibili.

Io, d’altronde, ho fatto aeroporto-casa e non sono uscita più. Dove vado. La distanza ti fa capire che il posto in cui vivevi era fatto soprattutto di reti, di amici e amici di amici che supplissero all’assenza di teatri, cinema che non mandassero solo film doppiati e scorregge Vanzina, festival di musica. Alla fame di cultura che può crescere facile, in una provincia denuclearizzata (ma piena di scorie non meglio identificate) in cui i pochi che vorrebbero più stimoli, più mondo, in attesa di avere anche un lavoro, si organizzano come possono. E fanno anche cose belle.

Ma a stare fuori da queste ragnatele di rapporti fai fatica a rientrarci, specie se hai poche energie e la pappa pronta a un’ora e mezza d’aereo (guardate solo che potrei fare, oggi, a Barcellona).

Così resto a organizzare il viaggio di mio fratello in Catalogna, la settimana prossima, a litigare con mio padre sull’opportunità di passare al microonde il salmorejo andaluso ghiacciato, quando toccherà a lui venire, e a sentire mia nonna parlare di vecchi spasimanti che l’avevano respinta per mancanza di dote (“Io che ero maestra!”) e adesso si trovano sottoterra con tutta la loro famiglia (che, qui torna il sarcasmo, dev’essere una bella soddisfazione).

Qualche rimpatriata importante aspetta anche me.

E la mia refrattarietà alla carne si è arrestata, come prevedibile, davanti al casatiello.

Insomma, una cosa mi accomuna a chi è rimasto qua: seguire ostinatamente il consiglio di Jannacci, in una canzone dal titolo che meno milanese non si può. Una delle poche sue che hanno significato qualcosa, per me. Poche ma buone.

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