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pernacchioQuesto è il classico articolo post-evento in cui sfotto a tutti quanti. E dopo aver faticato tanto alla serata Ricomincio da te – Da Barcellona per Città della Scienza, un cordiale pernacchio non ce lo meritiamo forse pure noi?

E allora sfotto Marco R., che tra un’emergenza e l’altra pareva la tarantola evocata ben due volte in corso di concerto, Matteo ‘o fotografo che, checché ne dica, pare sempre ‘o frate ‘e Saviano (“‘o frate intelligente”, specifica), e pure la sua promessa sposa, maestra di tarantella calabrese per una sera, che sta per passare stu guajo. E poi Ada, che stava lì a correre avanti e indietro appresso alle chiavi del Pou de la Figuera (“L’armadietto… L’armadietto interno!”), mentre Stefania, da brava attrice, proprio s’immedesimava nel suo ruolo di perseguitartisti, mettendoli in riga. A proposito di mettere in riga, Diego poco ci mancava che trasformasse il fulvo barbone in un minibaffetto e ci dicesse alla Acuto “Ki nun akkattare bigliettinen, è propeto ‘nu Kainen”. Il bello è che aveva ragione, fosse stato per me e le mie collaboratrici-attrici alla porta (onore al merito, soprattutto per avermi sopportato), una decina di biglietti dell’estrazione nun se vendevano.

Gli artisti, purtroppo, non posso sfotterli a dovere, perché tra cassa e spedizioni per comprare i piatti e la guardia allo sgabuzzino (la cosa che mi riusciva meglio) ho visto poco e niente. Ho adorato l’ultima canzone di Alessio Arena, che se ne stava soletto con la sua chitarra ad aspettare cu’ ‘na pacienza ‘e Giobbe che, negli orari slittati, venisse il suo turno. E mi ha sorpreso il Buonanotte Fiorellino, dell’allegrerrimo Ciccio De Gregori, cantato dai Ual·la música. Non mi posso manco più godere la Tammurriata nera dei Salentu Taranya, perché per colpa di John Turturro ormai canto Lay that pistol down. E parlando di pizziche e tarante, che dire dell’eroico Marco B, che cercava impavido di far ballare la pizzica a una banda di sfrantummate che, per qualche arcano motivo, proprio non riuscivano.

Sergio si sfotte da solo, immedesimato com’era nel ruolo di plurivaiassa della Gatta Cenerentola, tanto che tra una risata e l’altra mi aspettavo, come insulto fuori programma, un funiculare senza currente! E del bravo presentatore Banzo-Super Almuerzo ricorderò soprattutto gli improperi assortiti nei confronti del Casal, reo di essersi spostato apposta perché non lo trovasse più. Fortuna che poi ce l’ha fatta, e ha resistito 6 ore in piedi con tanto di sfiancante sorteggio finale (ahò, ‘na ventina di biglietti estratti per 5 premi!).

E soprattutto sfotto me, che a un certo punto avrò ‘mbriacato gli eroi del bar mandandogli clienti con 10 bigliettini cocozza (quelli da due euro, ricordo ancora) per consumazioni da 1,50. Che alla terza canzone delle Questioni Meridionali (e ricordiamo sempre che Piero è in realtà Giancarlo Giannini), quando siamo riusciti a far ballare anche l’assessore, mi sono levata gli stivali da trans e mi sono messa a ballare (male) coi soli calzerotti multicolor stile Pippi Calzelunghe (abbinati a una tenuta azzurro transgenico che faceva più Puffetta che curva B del Napoli. A proposito, Fozza Napoli!).

E perché ho fatto quest’articolo a schiovere? Perché sfottere fa bene. Perché sfottendo sfottendo, faticando e senza mai prenderci sul serio, abbiamo fatto un evento di cui siamo orgogliosi. Perché una vrancata di sfrantummati si è messa lì e per una sera si è ricordata che si può essere napoletani, italiani, esseri umani nel mondo senza smettere di pigliare tarantelle.

E scusate se è poco.

(Messaggio per il tipo bellissimo con cui, dopo mesi di pizziche solitarie, stavo per ballare un secondo prima che finisse il tunnel umano: di solito le porto, le scarpe, eh).

ricominciodatelocandinaaggiornataÈ tutto pronto. Abbiamo fatto l’ultimo sopralluogo, ci siamo confrontati, bombardati di messaggi facebook e continui aggiornamenti, qualche volta abbiamo pensato di mollare tutto, ma poi ci siamo detti nooo, quest’evento s’ha da fare.

E si farà.

Domani, sabato 20 aprile al Casal Pou de la Figuera di Barcellona, dalle 14 alle 22. Con attività per i bambini e una fiumana di artisti volenterosi per tutti. C’è pure un mio racconto, al vostro buon cuore.

Ingresso libero, però uagliu’, è una gara di solidarietà per contribuire nel nostro piccolo alla ricostruzione di Città della Scienza, almeno un biglietto della lotteria ce lo prendete, no? Certo che sì, specie dopo aver letto i premi. E poi se magna buono e italiano (scusate la ridondanza) a prezzi anticrisi.

E ora, non ci resta che spiegarvi perché.

Modestamente, il primo chitemmuorto è partito dai miei amici.

Che sono arrivati così presto da aggiudicarsi un tavolino al Bar Blau con Milan-Napoli.

Io no, ho passato una di quelle domeniche c’ ‘a pazzaria, come direbbe mia nonna, che vanno bene sole e palestra e donne che corrono coi lupi e tutto quello che vuoi tu, ma Vasari scrive più strano del solito e non tanto si traduce, la gatta non si rassegna al fatto che il divano sia off limits e insomma, adda passa’ ‘a nuttata.

Che non ce la facesse passare, e brutta, il Milan, ho pregato entrando nel locale, laddove entrare è un parolone: una distesa di sgabelli mi separava dall’invidiato tavolino amico, e modestamente il primo alla mia destra llevaba mi nombre, era l’unico libero. Parallelo a quello dell’altra femmena del gruppone, e che cavolo. Poco importava che lo schermo lo vedessi spaccato in due dallo stipite dell’ingresso, e la finestra che mi hanno pregato (in spagnolo) di aprire non aiutasse la visuale.

L’importante è che non si siano accorti che a cinque minuti dal mio arrivo abbia segnato Flamini. Se no non starei qui a raccontarlo.

Il mio occhio è stato attirato come una calamita dalle macchie azzurre che si muovevano frenetiche dietro al bancone: le cameriere, con le scritte allisciatece stu bebè e figl’ ‘e bucchino senza core. La citazione commuove quasi quanto il gol di Pandev, che ha mandato all’aria qualche sgabello, e pure il tavolino di cui sopra, che quello del chitemmuorto avrebbe voluto schiattare nei reni del solito criticone stile “Lo sapeva fare pure lei!” (alla sua promessa sposa, peraltro).

Poi, nell’intervallo, l’hooligan mi ha proposta come primo premio per la lotteria dell’evento di sabato, Ricomincio da te, il 20 aprile dalle 16 alle 22 al Casal Pou de la Figuera, venite numerosi. Niente paura, alla fine ci siamo accordati perché non esca dalla pastiera gigante vestita solo di una foglia di fico e due mele (anche se due cerase sarebbero bastate), ma faccia da deterrente per chi resta a casa. Se non venite e non diffondete il messaggio, mi ritrovate sul vostro divano a raccontarvi la storia della mia vita. Sì, un’altra volta. Io vi ho avvisati.

E il secondo tempo ha fornito più di qualche capitolo alla narrazione. Canterò, ad esempio, del vecchietto ‘mbriaco che mi ha poggiato una mano sulla spalla per alitarmi in faccia vari bicchieri di birra e la dolce confessione: “Devo andare al bagno, ma non so come passare”. Sono drammi.

O della farfallina che proprio non voleva saperne di uscire dalla finestra, che le avevo lasciato socchiusa apposta. Il cane di Pavlov le fa un baffo, la sindrome di Norimberga per lei è un raffreddore. Ma semblable, ma soeur.

Continuava a girare impazzita tra tifosi che urlavano qualsiasi sconcezza a Flamini, giustamente espulso, mentre io stessa, all’ennesima sputazzata di un giocatore del Milan (stasera le facevano artistiche quanto i loro capelli), gridavo Chi schifo!, facendo voltare divertito chi stava seduto davanti a me.

A metterla su youtube si sarebbe aggiudicata per compassione il titolo di Presidente della Repubblica italiana alle Quirinarie, a pari merito col Pulcino Pio.

Ma starà ancora danzando nell’aria sulle note di Curnutone, sparato a palla, finalmente, alla fine di un pareggio che avrà deluso tanti, ma inso’, io ormai ho imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Specie se accompagnato, come stasera, da una grande parigina*.

* Curiosità: nel paese mio e d’Insigne (quando è entrato ho pensato Santu Sossio sia con te) la parigina si chiama tramezzino. Le più buone della mia vita le divoravano le mie compagne di classe al bar di fronte alla succursale del liceo, prima di sedersi a tavola e mangiare pure primo, secondo e contorno. Da noi negli anni ’90 gli uomini nun ‘eveno tucca’ l’ossa. Io ovviamente ero un’alice salata. Andando all’università abbiamo scoperto che a Napoli si chiamava parigina. L’abbiamo intuito perlopiù al terzo club sandwich servitoci al posto del delizioso ripieno, dopo averlo regolarmente pagato. Piano piano ci arriviamo anche noi.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

Sento l’italiano e mi giro a guardarla, nel supermercato. La trovo alta, ma non mi accorgo della pelle ambrata. L’accento mi pare del sud, è lontana e non so con chi parla. Lo scopro alla cassa.

Con una bambina.

I capelli mai visti. Come quelli della mamma, sospetto paziente mentre la cassiera sbriga non so che faccende. Solo che la mamma, che ha la pelle più scura di lei, se li è stirati un po’, sempre mossi ma addomesticati. Quelli della piccola sono ancora anellini di lana, che vorresti passarci le mani dentro, proprio ora che si arrampica annoiata sul parapetto accanto alle colonnine antitaccheggio.

Che bei capelli che hai, vorrei dirle nella nostra lingua, perché lei almeno è italiana, la madre no. O forse chissà, non è italiana manco la bimba, ufficialmente, perché qualche idiota in Parlamento o fuori ritiene che non lo sia anche se in Italia c’è nata. O ci avrà vissuto la maggior parte dei suoi 5 anni. Infatti, quando tutto è ormai in busta, alla mamma dice Guarda, e non nel senso spagnolo di conserva. Proprio guarda.

Sono tornata ad accorgermi di queste piccole scene, perché è primavera anche se non si vede, o non sempre.

Mi sono accorta anche che è meglio così, un po’ di quasi-primavera ci sta. Non che sia di quelle che procrastinano i piaceri. Ma in questi giorni da convalescente, e a volte lo si è senza aver mai avuto l’influenza, mi rendo conto che certe sensazioni le sottovalutiamo. Il primo giorno in cui stai meglio. Non bene, che manco ti accorgi di starci. Meglio. Il corpo di nuovo in vigore, e la mezza speranza di vedere qualcosa di buono, uscendo. Come una bimba coi capelli di lana che si arrampica alla cassa di un supermercato.

Così è aprile, che certi sommi poeti considerano il mese più crudele, e sfottute cantantesse nostrane dipingono piovoso, dopo lunghi e tormentati inverni . Io finora ci vedo accenni. Di serenità, speranza. Di lutti quasi elaborati, di sogni ammuffiti riconsegnati a cassetti tarlati. E piccole lezioni sull’imprevedibilità della vita, che mi fa pure comodo perché non devo pensare a tutto io.

Mi posso pure riposare sul prato di filo del copriletto verde, mezzo pieno, che ha sostituito quello viola complicato dalle matasse di coperte e dal freddo invernale. Ora tra me e il materasso c’è solo il piumone smilzo e una coperta a fiori, che se mi ci infilo col vestito estivo ereditato da Alessandra (ma con la giacchina sopra) mi manda riflessi azzurri. Tra me e la finestra, una gatta, quando passa.

E allora, dopo una riunione per la città della Scienza, mentre ricordo di avere il frigo vuoto e mi allungo verso il cinese di Villaroel (un cinese per europei, ma il riso alle verdure è buono), mi sembra bello pure il capannone bianco del nuovo Mercat de Sant Antoni. Quello degli alimentari, già sprangato per l’ora tarda. Perché? Boh, decido, è qualcosa nell’aria. Ho il cappotto ma è fresca, non ti accarezza ma neanche punge.

A volte serve anche questo.

iomammapapà2Il mio paese è pieno di nonne tristi, che si chiedono perché il Signore ha donato loro una longevità che non volevano. Le loro parole escono come lamenti dalla lunga mantella fatta a mano, lente e stanche come i loro gesti.

Ci sono anche madri nervose, che hanno imparato dalle nonne tristi che questo mondo è pieno di pericoli. Che non importa cosa tu faccia, cosa t’inventi per migliorare la tua vita e quella di chi ami. Andrà sempre male. Sono fragili come le loro unghie, ma non lo danno a vedere, o così credono. Ogni rumore le fa saltare, ogni istante di quiete è come rubato a un destino ineluttabile.

Ci sono anche figlie, interrotte. Come il film. Hanno mangiato la pasta e lacrime delle nonne tristi, inseguendo i pesciolini che immaginavano nei riflessi del frigo, senza sapere che a inseguirli sarebbero andate molto lontano. Dove le madri ansiose non avrebbero mai immaginato di capitare, una volta all’anno, con una valigia piena di medicine in caso si raffreddassero.

Ma è inutile andare lontano se una parte di te è rimasta in una stanza bianca e rosa dal parato lezioso e il letto a una piazza. Su cui ti siedi a leggere queste parole di quando credevi di risolvere i problemi con un sorriso:

La ansiedad y el tormento del pasado afloran en la psique con carácter cíclico. Aunque una profunda purificación elimina buena parte del antiguo dolor y la antigua cólera, el residuo jamás se puede borrar por completo. Tiene que dejar una ligera ceniza, no un fuego devorador.

E dalle ceneri di un sonno pomeridiano ti alzi e ti avvicini alla finestra, osservando la pioggia tra le fessure della persiana. Gli occhi sono più grandi, le pupille no. Allora lo fai. Saluti la bimba del parato a fiorellini e lo ammetti, perché si perdona e si va avanti solo dicendo la verità, ammetti che è stata anche felice.

Ora tocca a te.

mulholland-driveDopo quasi 5 anni a Barcellona, sto imparando lo spagnolo. L’ultima volta che ho studiato una lingua che già parlavo da 5 anni è stato 27 anni fa, e fa strano. Devo riflettere su meccanismi fonetici che davo ormai per scontati, che per me non erano mai stati una regola grammaticale, ma un amico che davanti a una birra mi diceva una frase mai sentita. Allora gli chiedevo “Aspetta, che minchia hai detto?”, nel mio castigliano a dir poco approssimativo.

Ma l’inganno è durato poco: la differenza tra una lingua che studi per bene, e una che impari per prove ed errori, me l’ha insegnata il catalano. Ovvio che mi viene più spontaneo, salvo periodi speciali, parlare spagnolo, ma che differenza coi congiuntivi, quando “vado a orecchio” coi vari me gustaría que hiciéramos, e l’equivalente catalano. Su quello ho buttato il sangue in certi weekend invernali di pausa dal lavoro, quando ancora non avevo deciso di sospendere il mio periodo di asocialità post-Erasmus e manco avevo l’amaca in terrazzo, su cui accomodarmi con coperta e dossier del Consorci de Normalització.

E ora tocca allo spagnolo, bistrattato anche per questioni di, ehm, sopravvivenza. E chi vuole intendere intenda.

Adoro, poi, i periodi in cui apprendo due cose importanti allo stesso tempo. Infatti, per la gioia di mia zia che non ha vissuto abbastanza per assistere a questo giorno, sto imparando anche a campare. Una disciplina, più che un’arte, che notoriamente non s’impara sui libri, anche se secondo me quelli aiutano, se li sai scegliere bene.

La mia grammatica di spagnolo, per esempio, fa miracoli.

Nelle poche lezioni cui ho assistito su Saussure, mi chiedevo perché una teoria linguistica potesse cambiare un’intera cultura.

L’ho scoperto coniugando il preterito perfecto coi miei impegni pomeridiani, numerosi e poco redditizi, scanditi da una crisi economica che rende il mio dottorato più o meno carta straccia. Semanticamente, si tratta di capire che certe cose sfuggono totalmente al controllo umano. Come i generi delle parole, per esempio. Perché el sol è maschio e la luna è femmina? E mi dispiace per le patite del femminismo new age, ma in tedesco è “maschia” la luna.

No. Certe cose sfuggono al controllo umano, non so bene in che dose. Dobbiamo fidarci di Machiavelli, che faceva un pratico fifty-fifty tra fortuna e azioni umane? Ora, per una con le manie di controllo selettive, che se non può farsi il mondo a sua immagine se lo inventa, questa è la cosa più difficile da accettare.

Eppure con le lingue non mi succede così. Non mi è dispiaciuto affatto, per 5 anni, farmi guidare dall’orecchio per distinguere si no da sino, su cui mettere un bell’accento acuto in catalano. Nella vita invece non accettavo, fino a ieri, che ci fossero cose che sfuggissero al mio controllo. Che il male che senza volerlo, ma senza far molto per impedirlo, ho fatto ad altri, possa essere fatto a me con le stesse, indolenti buone intenzioni. Che dopo anni senza il coraggio di cercarmi una casa editrice per i miei volontari catalani, la trovassi, guarda un po’, a un anno dal centenario della Prima Guerra Mondiale. Ok, l’ultima non era proprio una coincidenza, ma è curiosa lo stesso.

Fondare il mio spagnolo su solide conoscenze grammaticali si sta rivelando un’impresa piacevole. Ammettere che le cose importanti della mia vita sfuggono spesso a qualsiasi regola fa più male, anche se non sempre questa benedetta fortuna si rivela sfortunata. Anzi.

Forse, per studiare con profitto questi due ambiti così affascinanti, dovrei ricordarmi del mio amico Antimo.

Dieci anni fa, quando lo riaccompagnavo a casa in auto, ritrovavo sempre l’arzigogolata strada del ritorno, senza prestarvi troppa attenzione. Non ricordavo, o fingevo di non ricordare, gli incroci e le traverse che mi portavano fuori la Villa comunale di Sant’Antimo, e da lì fino al ponte di Grumo, quello delle macchine, e da lì fino a casa mia. Mi sembrava una piccola magia, mi piaceva così. Quando dovetti ammettere che il percorso avrei saputo descriverlo, se me lo avessero chiesto, l’incanto svanì un po’, ma fui orgogliosa della mia consapevolezza.

Forse con la grammatica dovrei fare uguale, sono orgullosa, come la prof. di scrittura creativa, del mio spagnolo raffazzonato per strada, con accento variabile a seconda dell’interlocutore, ma ora voglio che diventi eccellente.

Con la vita, invece, si tratta di sapere già che la strada non la conoscerò mai. Ma va bene così.

Tanto prima o poi a casa ci torno.

So che un giorno mi alzerò e sentirò il sale nell’aria.

Ovviamente sarà un’impressione. Per i gabbiani, forse, che cominciano ad avventurarsi fino ai tetti del Raval. O perché il primo sole che mi filtra in terrazzo alle 8 del mattino mi ricorderà che sullo sfondo ci sono le torri Mapfre, e che è un giorno da mare.

E allora mi sentirò fortunata, per tutte le donne che in giorni come questo, improvvisamente, hanno deciso (o lo ha deciso qualcosa per loro, da qualche parte nei lombi) di tornare a vivere. E che invece di andarsene al mare devono alzarsi e mettere il latte sul fuoco.

Io, invece, finirò dritta sotto la doccia, e per l’occasione mischierò il bagnoschiuma alla mela verde con quello al mandarino. Uno lo tengo a terra e l’altro nella sacca appesa in alto a mo’ di mensola, ma li cercherò apposta, nella doccia distrutta come me da mani più grandi. E tirerò bene la cortina.

Poi metterò il completo in saldi del Corte Inglés, reparto llençeria. Quello vintage color carne al 60% di sconto. E stavolta me lo metterò per me, che sotto i vestiti leggeri della primavera ci va una bellezza.

Quindi, passando per Drassanes, mi avvierò verso il porto. Siederò sulle panchine della Rambla del Mar come sempre quando ho cercato risposte, guardando dalla parte sbagliata il brutto palazzo che per me fu Barcellona, la prima volta.

Ma no, non mi accontenterò del Porto. Proseguirò fino a Barceloneta, fino alla sabbia fina che ti entra nelle scarpe e ti rompe poi, se ti ci stendi lunga lunga, coi capelli appena lavati che si fanno una colla.

Ma non m’importerà, perché qualcosa dentro di me starà dialogando con le maree. Qualcosa che non conosco e non so dire, o descrivere con le parole che mi muoiono nella bocca di sale, screpolata dal sole perché avrò scordato il labello a casa.

Qualsiasi cosa si dicano, spero che nella mia lingua, l’unica che conosco, quella degli esseri umani che si fanno incantare dalla passione ma poi ci ritornano, a riva, coi piedi nudi e gli occhi dei penitenti, qualsiasi cosa si dicano spero significhi pace.

anna karenina 2012Niente da fare, quando sto così mi curano loro.

Sarà anche il ragionevole crollo psicofisico da settimana impegnativa, con andirivieni dall’archivio, e il mio inconscio che non riesce manco più a farmi dimenticare a casa una cartellina fondamentale in vista di un colloquio. Sarà che ho mangiato pochino, ultimamente, e non sono abituata.

Ma mi viene da pensare al poco che ho visto di Analyze that, in un pullman di qualche anno fa tra Philadelphia e NY, e il tormentone dello psicanalista Billy Cristal che continua a dire: “She’s grieving. You know. It’s a process“.

Certo, meglio quelli come il mio, di lutti. Se ci chiedono dov’è il morto, possiamo sempre provvedere con le nostre manine e un pratico trinciapolli.

E niente, è come un’influenza, che mentre ce l’hai non ci credi che finirà, e una volta finita non ci credi che l’hai avuta. Tutto questo lo so. Ma serve a poco.

E allora ci sono loro. Le eroine sfigate dei romanzoni ottocenteschi. Machiavelli tornando a casa si spoglia della veste quotidiana, piena di fango e di loto, e indossa panni reali e curiali. Io mi metto: pantalone Oysho in saldi con cinghia allentata in vita; maglietta di cotone multiuso che peggio abbinata non si può; felpona del ’98, se non ci sono andata a correre. E così combinata ricevo Emma Bovary, Anna Karenina, Catherine Earnshaw e compagnia bella, come vedete non sempre in ordine cronologico. In tutti i formati, ma la sera quello digitale va per la maggiore.

Ultimamente mi è stato chiesto se sotto il treno si butta Anna o Vronski. Ho sorriso di tanto candore. D’altronde perfino uno cattivo cattivo come Heathcliff non puoi mai dire fino in fondo se è più vittima o carnefice, dei capricci dell’amore.

Le colleghe femministe non me ne vogliano, ma anche questi ritratti di donne, come le rendono i loro sadici scrittori e le occasionali sadiche scrittrici, conservano tracce di pregiudizi che si trascinano senza pietà fino a oggi. In questo senso sono ritratti fedeli. E poi, con tutta la tenerezza per Jane Eyre, The Madwoman in the Attic (la prima moglie di Rochester) è stata una delle grandi rivelazioni letterarie di sempre, con tutto il suo Mar dei Sargassi.

Sì, ma queste sfigate come fanno a curarmi, a parte l’evidente cartellone che si portano appresso con su scritto “non fate come lei”? Be’, un aiutino me lo danno i romanzi che seguono due storie, una così tragica che manco Mariottide ai tempi d’oro, un’altra che come una commedia comincia col piede sbagliato e finisce decisamente bene.

Cioè, dopo la lettura di Cime tempestose, l’unica cosa che può salvarti dalla flebo è Catherine jr che almeno se ne vede bene, con quel pezzo di marcantonio di Hareton. E che cavolo, tra baci postumi e morti improvvise, almeno due che si amano e riscattano la maledizione familiare, ce li vogliamo mettere?

Trasferendoci nell’indolente Russia degli zar, vi confesso una passione: Levin di Anna Karenina. Ci ho messo tempo, eh. Mi sembrava, per usare un tecnicismo letterario, una uallera affumicata. Lui, i campi, i contadini. Mo’ per fortuna non sono una tipa da Vronski, mi è capitato un paio di volte nella vita ed era sempre troppo scemo per essere letale. In genere finisco con uno con la focosità di Karenin e la serenità d’animo di Heathcliff. Ma cavolo, alla povera Kitty non posso dare tutti i torti a dargli un palo, all’inizio (per chi legge da fuori Napoli: un due di picche). Ora sono commossa dal loro bimbo, che, in una rappresentazione teatrale che vidi a Edinburgo, caccia il primo vagito in concomitanza con l’urlo di Anna mentre plana sotto al treno.

Bello che un autore, dopo averti fracassato le gonadi col lato distruttivo dell’amore, si ricordi di lasciare un po’ di spazio alla speranza, memore forse del fatto che i suoi genitori non stavano sempre lì a chiamarsi nella notte tempestosa della brughiera.

Nell’ultima versione di Anna Karenina, però, Levin fa una scoperta fondamentale: l’amore è irrazionale. Lo so, state già organizzando un viaggio in Transiberiana per fargli un applauso scrosciante.
Ma intanto io pensavo, quoque tu. Tu che sei la speranza, l’amore che si fa fecondo senza dover per forza essere palloso, mi ricordi che ci s’innamora un po’ a cazzo di cane, e non sempre di chi ci conviene. Che, senza scomodare il Teorema di Marco Ferradini (o la più pregnante versione di Tony Tammaro), spesso non ci filiamo manco di striscio il Levin della situazione, perché non è abbastanza grosso o magro o idiota. O magari, semplicemente, non è abbastanza Vronski.

Poi qualcuna esce dal tunnel, qualcun’altra no. Le prime non sempre tornano indietro a prestare il tom tom.

Intanto, però, mi aggrappo come un faro a un luogo comune preso dall’ultimo Dickens, o da quello BBC (lo so, le mie notti sono appassionanti): in The Mystery of Edwin Drood, Rose, promessa sposa a un ragazzo che non ama, chiede al suo tutore com’è l’amore. E quello le risponde “è sempre corrisposto”.

Lì andrebbe organizzata una spedizione solo per prenderlo a botte. Ma ho deciso di essere ottimista e di rileggerla così: l’amore è irrazionale, e spesso ti spinge verso gente assurda. È una forza, di quelle cieche e ottuse. Ma c’è chi riesce a dominarla e dirigerla verso qualcosa di sano, come Kitty, e chi improvvisamente si ritrova a bruciare senza capire manco che è successo, come Anna.

Indovinate chi ho scelto.

(… and left an empty shell of me)

iopapà Non so se il mio spirito di osservazione era latitante, l’anno scorso, ma mi sembra che mai come questo 19 marzo i social media siano stati invasi da foto di utenti coi loro padri.
Da Pieraccioni alla sottoscritta, che ultimamente ha trovato delle foto in bianco e nero dei suoi 3 anni che le hanno fatto fare tutta una serie di riflessioni, prima su di noi da bambini, e poi sui nostri padri.

Vi avverto, sono riflessioni banali, ma siccome per trovarvi qui vi avrò beccato in quei 5 minuti in cui non avete di meglio da fare, vi chiedo un po’ di comprensione.

Guardandomi contenta e sorridente, sicura dell’affetto dei miei e apparentemente spensierata, mi sono chiesta cosa sia successo poi. Cosa mi abbia fatto perdere quella fiducia in me stessa di quando altro che Di Caprio, la regina del mondo ero io.

Non sono manco originale, credo sia un problema comune, o sbaglio?

Va bene uscire dalle manie di grandezza che può avere una figlia primogenita, prima under 20 di una famiglia che fa poca vita mondana. Ma da qui a perdere quel sorriso e quel senso di sicurezza ce ne passa. Insomma, a me ha fatto bene rivedermi in quel momento della mia vita, e ho deciso che, se ovviamente non potrò mai ritornarvi, posso adattare un po’ di quei sorrisi al mio volto di adesso. Ora almeno i denti non mi mancano.

La seconda riflessione è sui padri d’annata che ho visto in rete. Giovani (il mio, coi suoi 33 anni di differenza con me, era un decano), e affettuosi, almeno nelle foto. Non so se a obiettivo tappato abbandonassero il pargolo alla mamma, se cambiare il pannolino fosse una cosa da donne. Ma nei limiti della loro cultura, di quello che hanno spacciato loro da sempre per virilità e paternità, sono sicura che quasi tutti hanno fatto del loro meglio.

Il fatto è che, mi sembra, spesso i bambini delle foto non sono pronti, a loro volta, a diventare padri. Qui potrei lanciarmi in questioni di lana caprina sulla crisi del maschio, o sulla liquidità dei ruoli di genere, che ci ho fatto pure un dottorato (ebbene sì, mi pagavano per questo). Potrei dimenticare il dottorato di cui sopra e i luoghi comuni sulla misandria, e dire che gli uomini mentalmente sono eterni bambini. Almeno non vi scodellerei teorie pseudoscientifiche basate su esperimenti che si contraddicono tra di loro.

Potrei tirar fuori, e qui finalmente avrei un po’ di sale in zucca, il problema ormai annoso della crisi economica mondiale, del precariato globbbale totale che ci fa rivedere le nostre scelte e ridimensionare gli obiettivi. Ma, considerando i nostri nonni e vedendo anche i nipoti che scelgono di aver figli e tirare la cinghia, sento che non è tutto, che manca un tassello a questo mosaico di figli felici e viziati che si trasformano in padri mancati.

Non pretendo di ricomporlo. Ma sento che, semplicemente, tanti di quei bambini degli anni ’80 non sono pronti. Semplicemente. Sono passati 30 anni e mi sembrano idealmente più vicini al bimbo della foto che all’adulto che lo regge. Perché? Boh.

Forse perché adesso sanno che possono scegliere. Che un matrimonio e un mutuo non sono più così impellenti, rispetto al wide wide world da visitare, a progetti da portare avanti, ecc. Forse perché anche le loro sorelle si sono liberate dall’obbligo di sapere esattamente cosa vogliano dalla vita, per poi sentirsi dire che “le donne non sanno mai cosa vogliono”.

Ma credo che qui c’entri molto l’umana tendenza, che trascende generi e generazioni, a vivere scansando il più possibile le proprie responsabilità. Una tendenza che la società liquida ha imparato a incoraggiare. E finché queste responsabilità sono seguire un percorso tracciato da qualcun altro fin da quando avevi 3 anni, perfetto scansarle.

Il sospetto, però, è che per inseguire chimere (e ciascuno ha la sua) fino a diventare bimbi vecchi si perdano cose importanti per strada. Come la possibilità, appunto, di essere padre. Ho detto la possibilità, non l’evenienza. Alle possibilità ci tengo sempre, io. Mi fa arrabbiare non “poter” fare una cosa, anche se magari non la voglio neanche fare.

E non credo sia un caso che, ora come ora, con buona pace di Povia e del nuovo papa che è troppo umile per scomunicarmi, mi sa proprio che nella mia vita vorrei più mio figlio, che suo padre.

E il semplice ricordo che per essere arrivata qui qualcuno mi ha nutrita, coperta, lavata, protetta, che c’è un nesso tra quelle foto in bianco e nero e i colori della mia stanza di adesso, mi rende il pensiero dei figli più lieve, in tutta la sua imponderabilità.

Agli uomini della mia generazione che hanno il coraggio di pensare lo stesso per più di un istante, un abbraccio e ‘a Madonna ce accumpagne.

(un padre)

paqui
Ho rotto le scatole finché non siamo arrivati al centro Sant Pere Apòstol: aggia sape’!

Ma la fumata bianca c’è appena stata, mi si diceva, e poi che te frega? Come, che me frega? Il primo papa della Cia, il primo di CL: sono cose che si devono sapere. E poi, vuoi mettere il momento storico?

Grande esordio, per la mia prima riunione Altraitalia: in quel covo di mangiabambini atei il mio agnosticismo pop esordisce con me che mi pianto davanti a uno schermo, insieme agli utenti catalani del centro, per vedere chi è questo.

Come si diceva l’altra volta, erano state ore di attesa . Non poco dolorose. Nelle quali, tra fossi scansati che poi mandano e-mail chilometriche per farti tornare indietro a inzaccherarti, e la constatazione definitiva che la crisi ha fatto dei nostri 30 anni un’eterna adolescenza, mi sono ritrovata a ripensare a una di quelle frasi che ricorderà la generazione Smemo, che si scrivevano tra le pagine odorose di salatini mentre la prof. interrogava in Latino:

se io amo lei, lei ama lui, e lui ama un’altra, fermate il mondo, voglio scendere.

No, un momento. Questa laurea in Lettere a qualcosa mi dovrà pur servire. E allora dirò che mio malgrado, mentre i papa boys pregavano in Piazza San Pietro, ho pensato di nuovo a quella citazione di Calvino sul castello di Atlante. Quello dell’Orlando Furioso, in cui si perdono tutti i cavalieri a inseguire l’ombra (e solo quella) dell’oggetto dei loro desideri: se non sbaglio, Bradamante cerca Ruggiero, Ruggiero Angelica, e così via. E sono 10 anni che mi colpisce e commuove il commento di Calvino su quel “vortice di nulla” che sono le illusioni:

Atlante ha dato forma al regno dell’illusione; se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo

E con buona pace di Trainspotting, io avrei scelto la vita.

Così me ne stavo lì in quel centro civico a sentir annunciare in catalano chi era il nuovo presidente del consiglio italiano. Il papa, scusate, il nuovo papa.

E chi guardava con me, senza aver mai scritto frasi sulla Smemo, ora aveva qualche difficoltà col latino.
Io ci sono cascata: Bergoglio in effetti è un cognome italiano. Ma dovevo ricordarmi che quando i cognomi sembrano italiani, ma non li ho mai sentiti (mitico Buonanotte, nella liga spagnola), in realtà sono italiani d’oltreoceano. Argentini.

I miei colleghi altritalioti, esperti, cominciavano invece a chiedersi cosa pensasse Don Francisco del señor Videla, senza sapere di toccare un nervo scoperto. Il mio pensiero, come sempre in questi casi, va a Juan Diego Botto, il mio attore ispanoargentino preferito, che non a caso vi propongo mentre parla di Hamlet: lasciò il paese a 3 anni, figlio di un desaparecido. Quando Videla fu condannato all’ergastolo per i figli dei desaparecidos, tutti sul suo Twitter a festeggiare.

Però mi è piaciuto il nome, Francesco. Divertente che scrivessero “Francesc” in sovraimpressione, e dopo un po’ cancellassero per piazzarci la mazzarella, Francesc I. Fa un po’ turista, lo straniero che viene e si chiede quali santi siano più amati in Italia. Come se mi facessero papessa negli USA e come nome scegliessi Rose Parks, per far vedere che la storia la so. Ma davvero, bella mossa. Francesco sta simpatico un po’ a tutti, fratello sole, sorella luna.

E infatti, per gli astanti che informavano i nuovi arrivati, già era diventato Paco. O meglio, el Paqui. Che Francisco diventi Paco in spagnolo, oltre a essere il più grande deterrente per chiamare così mio figlio, è un mistero della fede. Un po’ come Domenico che diventa Mimmo. Perché, mio Dio, perché?

Francesco I, affacciandosi, non se lo è chiesto. In realtà non ha parlato per un bel po’. Ricordo il ciuffo di Ratzi, perfettamente a suo agio tra la folla e ben più bardato, quando venne scelto. Questo pareva mio nonno, di bianco vestito, emozionato e muto.

Poi è successa una cosa strana. Ha cominciato a parlare in italiano e io, per ridere, improvvisavo una traduzione simultanea in catalano coi presenti.

Com sabeu, el conclau ha de triar el bisbe de Roma…

Improvvisamente, il telecronista ha coperto la voce del papa. Ma come? Sta facendo il primo discorso. È pure in italiano… Ah, già, non sono in Italia. E capirei solo io. È stato uno di quei momenti di alienazione che capitano agli italiani all’estero, quell’istante in cui devi ricordarti in fretta chi sei e dove ti trovi per non impazzire del tutto. Per sdrammatizzare allora mi son detta che il cronista fosse un po’ sorpreso e arrabbiato dal fatto che il primo discorso del papa non fosse in catalano. Se perfino Colombo era catalano…!

– Maria, ti espelliamo alla prima riunione! Vieni, che cominciamo.

Arrivo, arrivo.

E resto sempre con quel dubbio.

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