Archivi per la categoria: Non fate come lei

rainingpeopleL’altro giorno un pompiere altissimo, nel caos di una strada piena di ambulanze e polizia e folla curiosa, mi ha seguito per un lungo istante con lo sguardo e con un sorriso birbone, di chi sa di essere figo e sta dicendo sì, sto guardando proprio te.

La mia reazione? Passare avanti. Con la testa alla nazionale appena eliminata dal mondiale, e al paradosso con cui avevo iniziato la mia giornata: certi occhi bellissimi che incontro per strada mi raccontano una cosa diversa da quello che in genere mi dicono gli unici occhi che m’interessino (e che se applicassero a se stessi i loro standard ci andrebbero a perdere), ma io credo solo a questi ultimi.

Infatti la mia reazione a quella piccola attenzione maschile è stata simile a quella di molti di voi, mi sa, messi di fronte a un complimento:

Chi? Io?

Voi come reagite, ai complimenti? Di qualsiasi genere, eh. C’era una vignetta divertente in giro su Internet, raffigurava una che come reazione cominciava a balbettare, che ignorava l’interlocutore, che addirittura s’incazzava per le parole gentili.

Di solito per prima cosa, come ci hanno insegnato educatamente fin da piccoli, ci rifugiamo nella falsa modestia. Che, ripetuta per una vita, diventa modestia vera e si considera una grande qualità, anche perché con la schizofrenia che ci contraddistingue nella società 2.0 l’alternativa è un’apoteosi dell’ego.

E allora no, testa alta, occhi bassi, e qualsiasi evento che esuli dalla nostra insicurezza, che non ci confermi la visione che abbiamo di “non essere abbastanza”, viene passato sotto silenzio.

Da adolescente, quando mi guardavano per strada, mi dicevo “il reggiseno che mi sono messa oggi sarà troppo imbottito”. Oppure: “si sa che da queste parti sono tutti maniaci”.

“Si sa che in chat sono tutti maniaci”, mi sono sentita dire tempo fa, quando rivendicavo stupidamente un “certo successo di pubblico” che gli occhi riottosi di turno già mi concedevano, col malcelato disprezzo di chi è determinato a distinguersi dalla massa.

E mi sono sempre premurata di trovarmi occhi del genere, o almeno, hai visto mai, d’innamorarmi solo di quelli. Occhi da cercare di conquistarmi invano, che non mi facessero correre il pericolo di uscire dall’angolino in cui mi fossi chiusa da sola.

L’angolino di chi non ha nessuna colpa per non soddisfare tutti gli standard di bellezza di un’epoca di apparenze, e allora risolve la questione “cosa mi ha dato madre natura” buttandosi giù di default. Che come donna si è trovata di fronte al modello schizofrenico del “devi essere bella ma anche intelligente, e non puoi essere troppo entrambe le cose, neanche se ne avessi la possibilità”.

E non crediate che sia un discorso che riguardi solo le donne. Forse, anzi, negli uomini tutto questo prende una connotazione particolarmente dolorosa, perché chi tetiene il potere, direbbe Abatantuono, ha standard ancora più alti da soddisfare, prove di valore da fornire senza il conforto di tutta la riflessione che accompagna, invece, le categorie discriminate.

Quindi tutto congiura nella nostra vita perché, se un giorno ci capita qualcosa di bello o semplicemente di buffo, simpatico, di troppo bello per essere vero, per l’idea che abbiamo della vita come sofferenza, la nostra reazione sarà Chi? Io?.

Ho un paio di esempi carini da fare, ma li vedremo insieme la prossima volta.

clessidraSto concetto l’ho sentito in due occasioni. In una, ascoltavo una conferenza di Jodorowsky inviatami da un’amica. Raccontava ridendo che qualcuno gli avesse confidato di non sopportare più sua moglie.

Lasciala, suggeriva lui. E che, rispondeva l’altro, ho buttato così i 30 anni con lei?

La stessa cosa la diceva a me un aspirante psicologo Gestalt: c’è gente che non molla l’impresa perché ci ha perso anni e anni. Anche se non è ben chiaro se ne usciranno vivi.

E, come spesso accade, la cosa si applica un po’ a tutto. Ricordate l’eterna causa giudiziaria di Dickens, quella di Casa Desolata? Quante cause, lotte condominiali, faide familiari, vengono trascinate ad libitum, a spese della salute psicofisica di chi le conduce e della pace di chi lo circonda, per non ammettere che si è perso tempo? Fare un passo indietro, agli occhi di chi dovrebbe farlo, significherebbe buttare tutto il tempo e le energie spese in quel momento. Invece di pensare che potrebbe impedirgli di buttare altro tempo, altre energie.

A perseverare in casi limite come questo si va avanti per inerzia, il che ha una sua sinistra comodità, e si gioca la carta “futuro incognito”: la speranza che prima o poi succederà qualcosa che farà girare la ruota della fortuna dal verso giusto.

Be’, può essere. Non sarebbe la prima volta.

Ma quanto altro sangue dobbiamo buttare, per toglierci il dubbio?

E lo sto dicendo a me, eh. Perché brucia, lo so. Ho scritto un romanzo, l’ho rimaneggiato una decina di volte, sono stata attenta a “chiudere” tutte le articolazioni della trama. L’ho stampato tre volte, distribuito ad amici, a qualche esperto. Non funziona. Si apre, si chiude bene, non ha incongruenze. Ma non funziona. Non ha l’anima. Per fortuna sono rapida a scrivere, quindi il tempo perso ammonta a pochi mesi. Ma brucia. È una ferita per l’orgoglio non “nascere imparati”, non tirar fuori un capolavoro alla prima botta, magari non riuscirci mai.

Significa mettere in discussione la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi. E il sospetto c’è sempre, che qualsiasi rimaneggiamento della stessa equivalga a una sconfitta. A una balla che ci raccontiamo solo per non ammettere con noi stessi che abbiamo fallito.

Ma nella ricerca del tempo perduto, perdiamo anche la nostra vita.

Io perché persevero nell’errore? Perché non voglio ammetterlo, che è andata male. Che un po’ ho sbagliato, un po’ sono stata sfigata, un po’ certe cose o succedono o non succedono.

Si tratta, ancora una volta, di come “gestiamo” i ricordi del passato, o di come viviamo le disgrazie.

Ma ne parliamo la prossima volta, il tempo del pippone mentale quotidiano è esaurito. Almeno quello.

sempre_speranzaNella puntata precedente vaneggiavo del sollievo che ci porta a continuare a soffrire. E non mi ero nemmeno drogata per l’occasione.

Argomentavo che il sollievo dopo l’ennesima riappacificazione con un compagno che evidentemente non ci fa bene, o quello di tornare a casa dal nostro lavoro interinale senza essere stati ancora licenziati, sanno più di disperazione che di reale serenità (e qui, lo so, scatta un grande “grazie al…”).

Non sto dicendo di dover per forza estirpare il dente. Chiudere la storia prima dello scossone finale, licenziarci prima di aver trovato un altro posto o formulato un piano B.

Dico solo che a volte ci rifiutiamo di provare un dolore che, a lungo andare, potrebbe portarci a star meglio. Il dolore che si prova nello sbarazzarsi di qualcosa che non funziona (e spesso non è una persona, ma un nostro atteggiamento, una nostra convinzione), e ricominciare con più decisione.

Ma è un’operazione che fa male e porta con sé un esito incerto.

E allora lasciamo che il dolore ci consumi a poco a poco, in un circolo vizioso di illusione-delusione-illusione.

Io non ne sono ancora uscita, perché mi arrendo sempre a fatica alla grande evidenza dietro al sollievo: non posso ottenere tutto quello che voglio. Ci hanno ingannati, sia quando dicevano che eravamo gli artefici della nostra fortuna (invece di stabilizzarsi machiavellicamente su un cauto 50%), sia quando sostenevano, al contrario, che fossimo nelle mani del destino.

Ma non possiamo ottenere la resurrezione dei morti, l’amore di chi non ci ama, e ultimamente manco un lavoro a tempo indeterminato che sia davvero tale, con tutte le condizioni al posto giusto per essere sicuri che non ci licenzieranno in uno schiocco di dita.

E allora forziamo la mano, navighiamo controcorrente, che fa sempre figo (e io sono la prima), e ogni minimo segnale che le cose andranno come vorremmo noi, o che non andranno per forza in senso del tutto contrario, è benvenuto. Fino alla prossima delusione. A cui seguirà un’altra illusione, col suo bel carico di sollievo.

Imparare che possiamo aspirare a più del sollievo, che possiamo arrivare alla serenità, non si fa dalla sera alla mattina. Io ci lavoro da mesi, ormai, e ancora devo vedere la luce.

Soprattutto, dovremmo imparare a “sentirlo”, quando possiamo sperare e quando lasciar perdere, invece che ascoltare gli amici che ci dicono sempre lo stesso, come se riuscissero a convincerci.

Per ora mi tengo caro il famoso detto “la gente spera di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose”. Lo dice anche il buon Watzlawick: introducendo un piccolo cambiamento in un sistema, piccolo e costante, il sistema dovrà cambiare per forza.

La mia impressione è che tutto quanto non segua un flusso più o meno spontaneo ci stanchi enormemente: ci incaponiamo in una storia che non “fluisce”, appunto, o ci intestardiamo nel portare avanti un progetto che ormai ci costa più tempo e denaro dei guadagni che ci darebbe secondo le più rosee previsioni. Le tregue che ci concediamo quando proprio non ce la facciamo più le chiamiamo tranquillità, e spesso sono solo questo sollievo sterile che porta a un altro giro, a un’altra corsa. Come se, per provare un po’ di tranquillità, dovessimo crearci lo stress, come se non riuscissimo a vedere la bellezza che negli interstizi dell’orrore. Invece la bellezza è gratis, quella sì che potremmo esigerla da noi stessi in ogni momento.

E ribadisco, sono la prima a non arrendermi di fronte al “non è girata”, ma mi rendo conto di trovarmi sempre in un equilibrio precario tra lottare per ciò che voglio e accanirmi in qualcosa il cui esito non dipende da me.

Si tratta di non pretendere che cambi “per forza” come vogliamo noi. Di imparare a sperare che lo faccia come ci converrebbe.

La speranza, maledetta stronza.

sollievoSecondo me, proviamo sollievo per le cose sbagliate.

Ok, ancora una volta parlo per me. Ma scommetto che pure voi, qualche volta, avrete provato sollievo per qualcosa che invece avrebbe dovuto allarmarvi.

Ve lo ricordate, il povero Giacomo Leopardi martoriato da facebook, quando diceva che la gente chiama felicità la fine del dolore?

Più o meno stiamo là. Chiamiamo sollievo, a volte, la promessa di continuare a fare, per inerzia, quello che ci fa star male.

Il sollievo è apprendere che per un po’ non staremo peggio. Anche quando star peggio, magari, sarebbe solo la premessa a star bene.

Esempio. Ricordo un amico, a Napoli, che litigava costantemente con la fidanzata. Erano male assortiti, per differenza d’età, d’interessi… Ma, come accade con le grandi passioni, questo particolare era stato ignorato nei mesi dell’idillio ed era affiorato prepotente quando la vita aveva ribussato alla porta, esigendo attenzione. Allora, era diventato tutto un litigio continuo, soprattutto per telefono. L’amico gridava ogni volta che sarebbe stata l’ultima, poi cominciava a temere che lo fosse davvero. Finché una nuova telefonata della ragazza, con l’ennesima tregua, gli “salvava” la serata e lo faceva sentire risollevato.

Finisce bene: una volta si lasciarono davvero e lui ora è con una che lo fa sentire davvero amato.

Lì diventa una malattia, me ne rendo conto, uno di quei problemi che stai peggio a risolverli che a lasciarli così. E allora si vive di piccoli sollievi.

Al lavoro mi capitavano situazioni analoghe, quando improvvisamente chiamavano qualche collega “al piano di sotto”, dove c’era il manager, e lo vedevamo tornare, raccogliere le sue cose e salutarci. Ok, il sollievo del “non è toccata a me” c’era quasi sempre, collegato a spiegazioni varie tipo “non lavorava bene, veniva sempre tardi, si è preso quelle ferie inspiegabili che poi ha prolungato”. Non so se avete presente, per drammatizzare un po’, la scena di Trono di Spade in cui Gregor Clegane sceglie il condannato del giorno per il suo simpatico interrogatorio: uno dei candidati era sicuro di non essere mai scelto perché lo guardava dritto negli occhi durante la selezione. Finì per essere preso, come gli altri.
Io, più modestamente, un giorno fui convocata con l’intero dipartimento e ci fu annunciato che saremmo stati licenziati tutti, in tronco.

E senza la possibilità di salutare gli altri, che provassero il loro momentaneo sollievo prima dei licenziamenti del pomeriggio.

L’azienda in questione ora naviga in pessime acque, eh, non è che questi metodi la facciano sempre franca.

Ma il sollievo che ci accompagna in questo e altri casi dovrebbe farci quasi tenerezza, non trovate? Perché ci diciamo di stare in una situazione “senza via d’uscita”, quando una via d’uscita c’è. Solo che è molto dolorosa.

Non aspettatevi di trovarla nella prossima puntata, che ancora devo arrivarci anche io, ma continueremo a ragionarci su. Se intanto qualcuno la trova la postasse, in palio una paella e la mia eterna gratitudine.

james deanQuelli come me si credono unici, e non si accorgono di essere un marchio registrato: il Giovane Holden ha commosso una generazione, magari la parte più sfaccimmella e interessante, ma una generazione. Desigual, poi, è proprio l’emblema del conformismo anticonformista.

Quelli come me vengono da realtà piuttosto chiuse, province denuclearizzate o fin troppo nuclearizzate che non cambiano mai, e allora si possono fare scudo di questa cosa, di essere “gli ultimi giusti”, quelli che non si sono piegati, quelli che andavano a fumare nei cessi a scuola o, ancora meglio, non ci andavano e si sentivano ancora più alternativi. Quelli che o se ne sono andati a Berlino e a Londra a vivere “in un paese civile” o, ancora meglio, sono restati “perché bisogna avere il coraggio di cambiare le cose”.

Quelli che vanno contro quelli che benpensano.

E non si rendono conto che la cosa che più proclamano, la loro unicità, è l’unica cosa che non possano rivendicare, perché di “unici” al mondo ce ne sono tanti.

Ma no, siamo (ecco, parliamo alla prima plurale, così non faccio la gnorri), siamo troppo impegnati a fare due cose:

– gli alternativi;
– gli incompresi.

A fare quelli che il Mondiale lo guardano ma con riserva, sperando che vinca il Costa Rica o torturandosi nel loro tifo complesso per l’Italia, che si capisca, eh, che è complesso, se non fosse per il fanciullino di pascoliana memoria che si portano dentro (ma ai tempi di Pascoli a scuola loro leggevano Jim Morrison o uno sconosciuto poeta dialettale del loro paese) pascolerebbero nella più rigida ortodossia intellettuale.

E quando si accorgono che a non guardare il Mondiale, in effetti, sono in tanti, senza dover ripetere a se stessi quanto siano intelligenti a essere maschi etero MA non guardarlo, quando si accorgono che in tanti guardano solo Rai3 o i canali di notizie e considerano il fumetto un genere letterario di tutto rispetto e il porno un genere da rivalutare, allora fanno le vittime… Quando se ne accorgono, fanno le vittime di se stessi.

Tutto pur di non fare la cosa di cui hanno più paura: se stessi, appunto. E magari vivere, ogni tanto.

Perché, se i fratelli conformisti hanno sempre avuto un’ideologia dominante a cui far capo, senza mai sentirsi soli, questi giovani Holden de noantri (a ben vedere, proprio noantri) l’ideologia, l’immagine di sé, hanno creduto di ritagliarsela su misura, guarda caso usando lo stesso metro di tanti loro simili.

E adesso se la ripetono a pappardella, in primis con se stessi, proprio mentre Internet ci dimostra quanto siano generalizzati i nostri gusti, quanto sia vero che c’è una stragrande maggioranza che ascolta musica che odiamo e sembra pensare col culo, ma poi a ignorare l’enorme minoranza che la pensa come noi peccheremmo di disonestà intellettuale. E l’onestà intellettuale è il nostro migliore scudo.

Perché questo, ci serve, uno scudo. Uno scudo per le battaglie contro i mulini a vento che coraggiosamente portiamo avanti fin dall’infanzia, fin dall’adolescenza di disadattati che nessuno ci toglie, fin dal coraggio che pure abbiamo dovuto mostrare a rifiutare il primo tiro di canna o ad accettarlo, a seconda, a partire o a restare, ad avere il coraggio di essere noi anche se non eravamo previsti dalla definizione corrente di “noi”.

Ma poi è finita lì. Questo scudo non l’abbiamo mai abbassato e finiamo per fare i “noi” all’infinito, a riunirci, ad accoppiarci, a divertirci tutti allo stesso modo, e dire di essere diversi da “loro”. Tutti. Finché non ci si comincia a chiedere questi “loro” esattamente chi siano, e non ci si rende conto che “i fan di Beyoncé” o “i berlusconiani” come risposta è un po’ laconica.

E allora che fare?

Io un’idea ce l’avrei: cercarli in noi, questi “loro”. Li abbiamo corteggiati tutta la vita, respingendoli con fervore. Abbiamo costruito l’intera esistenza intorno a un “loro” da respingere, forse nessuno più di noi è preparato sull’argomento (loro, infatti, non sanno nemmeno di essere loro). E una volta trovatili, dire “amen” e finalmente vivere.

Non accontentarci di essere l’alternativa tutta uguale (anzi, disuguale) a un generico “loro”, e a fare gli ortodossi dell’ideologia finché non si tratta di guardare un Mondiale, i duri e puri finché non si tratta di chiavarsi una vrenzola.

Il mondo era minaccioso a scuola, va bene, era “minacciosa” la domenica in chiesa con mamma, concediamoci anche questo. Ma adesso siamo adulti, abbassiamo lo scudo e la prosopopea e guardiamo in faccia la nostra paura di essere uguali a tutti quanti.

Affrontiamola, anzi, invitiamola a prendersi un caffè, come farebbe “uno qualunque”.

Forse ci dirà più cose lei di noi stessi che tutte le storielle autoesaltanti che ci racconteremo da qui alla morte.

nobodyputsbabyinthecorner… tranne te. Siamo noi a chiuderci, spesso e volentieri, in un angolino, da cui guardare il mondo senza parteciparvi. Ci sarà pure un motivo per cui la frase del titolo sia la più famosa di Dirty Dancing, film nazionalpopolare che, come si suol dire, “parla alla pancia”, e almeno quello lo fa bene.

A metterci in un angolo siamo proprio noi.

Ad accontentarci. Che non è rinunciare saggiamente alle cose che non dipende da noi ottenere, o smettere di accanirci nella ricerca. No, accontentarci è metterci da soli in un angolino della nostra vita, contenti di aver trovato almeno quello. Tanto, mica si può avere tutta la stanza.

Sicuri? Ok, magari la stanza no, ma uno spazio vitale più grande?

No, ci chiudiamo da soli nell’angolo, con lo stesso entusiasmo con cui a Barcellona vanno a mangiare indiano con Groupon in un vistoso ristorante del ricco Eixample, che offre roba mediocre agli stessi prezzi dei veri indiani del Raval.

Ma era un’offerta, vuoi mettere?

E allora, vuoi mettere anche la necessità di ricordarti che la tua vita non è un 3 x 2?

Ma niente, tu come me fili nell’angolo, hai visto mai ti tolgano pure quello.

E allora come me ti accontenti di lavorare gratis, meglio che niente, poi dice che mi assumono, e poi hai idee migliori?

E ti ritrovi a dedicare tempo a gente che ti dà le briciole del suo, a mendicare le attenzioni di chi, quando non ha voglia di sesso o coccole rassicuranti, ti dedica al massimo un saluto su facebook. Finché non ti mette da parte, un bel giorno, magari per qualcuno dispostissimo a riservargli lo stesso trattamento che ha propinato a te.

E finisci per sacrificarti per tutti, senza mai saper dire di no, perché è così che va, perché se nella tua vita non pensi di meritarti che un angolino, figurarsi in quelle degli altri.

Ora, se n’è parlato ampiamente in precedenza, hai ragione. Almeno quando intuisci che tutto lo spazio non lo puoi avere, non come vorresti, almeno. Non con la libertà di controllare tutto ciò che vi succeda, il traffico di persone ed eventi e le improvvise virate della sorte.

Ma questo è un buon motivo per chiudersi in un angolo e costeggiare la vita?

E non parlo di quando ormai la ruota va avanti da sé, di quando ormai hai messo la faccia in quel progetto e sei comprensibilmente riluttante a lasciarlo cadere, a quando sei talmente innamorato o talmente frustrata da una relazione sbagliata che non riesci a staccartene e deve intervenire qualcosa di esterno (un’altra persona, un trasferimento per lavoro) per farti mollare la presa.

Parlo del sublime momento (che non è mai un momento, abbiamo tempo per prepararci) in cui tutto questo può essere evitato.

Ed è un momento che comincia alzandoti dall’angolo, senza aspettare il ballerino trappano di turno che ti porti sul palco a ballare la pachanga.

È il momento in cui sei di fronte a un bivio.

Ma ti ho già ucciso abbastanza la salute, di questo bivio parleremo la prossima volta.

agorafobiaSe arrivate a chiedervelo, ormai state a cavallo.

Io ho cominciato ieri, tornando a casa da incombenze necessarie. Ho dedicato gli ultimi mesi, la parte libera da impegni di studio e lavoro, al recupero, e adesso che non è più un tarlo quotidiano, qualcosa con cui lottare come l’insonnia o l’inappetenza, la domanda esce prepotente, tra i turisti che corrono senza ombrello verso la Rambla.

E ora?

A problema quasi risolto, a crisi quasi passata, a conti fatti e debiti rimessi, ci troviamo soli con la nostra nuova vita, e ci chiediamo cosa farne.

Siamo preda di quell’horror vacui di chi in condizioni normali non “funziona” senz’ansia, figurarsi dopo un momento difficile.

Perché in questa nuova vita ci siamo entrati attraverso la via stretta della crisi, e ora che siamo “venuti alla luce”, non sappiamo che farcene, di tanta aria.

E quasi quasi preferiamo rifugiarci nel conforto conosciuto del dolore, piuttosto che doverci inventare un’esistenza nuova, il cui solo pensiero ci immerge in un panico che sfoghiamo in modi diversi.

Non vi fermate un secondo, avete quasi paura di ritrovarvi da soli con voi stessi? È panico. Appena un bell’uomo vi guarda per strada, telefonate al vostro ex? Panico. Ripassate mentalmente i motivi che avreste per non starvene lì a godervi la ritrovata serenità? Panico panico panico.

Niente dà più panico di una vita serena, che però potrebbe tornare a rovinarsi. Specie se pensiamo che del suo esito una parte non dipende in nessun modo da noi, e l’altra è totalmente responsabilità nostra.

Roba da diventare fatalisti e rifugiarsi nel dolore, accusando un destino che fa sempre comodo da portarsi dietro come scusa per tutte le cose.

E allora che si fa?

Ancora una volta, si fa come i bambini.

Si impara a gattonare, a sgambettare.

C’è quest’incongruenza di aver modellato una nuova personalità attraverso gli stampi del dolore, così che è venuta fuori un po’ contorta e sformata, e ora che ha fatto tanto per restringersi, farsi piccola piccola e sopravvivere, le si chiede di espandersi all’infinito.

Perché mai, dovrebbe farlo? Qui bisogna, come sempre, lavorare di fantasia.

Come la vorremmo, questa vita nuova? Ce lo chiedevamo anche in precedenza.

Ora che niente ci insegue, cosa vogliamo inseguire noi? Ora che non ci attanaglia più la necessità di funzionare, com’è che vogliamo funzionare?

Ancora una volta, non dobbiamo rispondere subito. Ci arriviamo sgambettando, cadendo, riprendendo ad andare, imparando a correre un po’.

Nei prossimi post vi dico, se v’interessa, quello che mi sto inventando io.

Intanto ricordo con piacere, ancora una volta, che quando chiesi a una psicologa catalana quante altre volte avrei dovuto imparare a camminare, lei mi rispose, con un sorriso indulgente:

Todas las que haga falta.

Tutte quelle necessarie.

piccolafiammiferaiaProviamo a fare così, stavolta, prima di un esame, di un’occasione speciale, di un discorso di qualsiasi genere (da quello al matrimonio di vostro cognato a quello di fine anno alla Nazione).

Facciamolo al contrario: invece di “misurare quanto valiamo”, diamolo per scontato, che valiamo.

Solo allora ci potremo concentrare su ciò che dobbiamo dire o fare.

Avete presente quei tipi che vedono una bella ragazza e allora, per prima cosa, cominciano o a disprezzarla o a de-prezzarla, guardandola come un quarto di bue? Si preparano psicologicamente a essere respinti. Non vedono lei, non davvero, vedono se stessi e la paura di scoprirsi incapaci di sedurre.

Intendevo dire questo, quando in precedenza argomentavo che non sono mai me stessa come quando divento altruista.

Che spesso, nelle prove a cui ci sottopone la vita, cerchiamo la conferma del nostro valore. È come se gli input esterni (gli applausi, i sorrisi di approvazione) che riceviamo dovessero toccarci nel profondo e farci sentire bene con noi stessi, dirci che siamo qualcuno.

Così, se ci pensate, si crea una sorta di cerchio, in cui restiamo intrappolati: io faccio questo perché la gente mi approvi e quest’approvazione mi confermi il mio valore. È una cosa che parte da me, e torna a me, come se avessimo fatto tutto quel casino per noi stessi, e il risultato finale fosse zero. Di più: la sensazione di benessere che proviamo si perde subito nel baratro della nostra insicurezza. E, come una delle favole più cazzimmose della nostra infanzia, esauriti i fiammiferi che avremmo potuto “investire” invece che consumare, non ci resta che il grande freddo.

D’altronde, come razionalmente siamo bravissimi a intuire, se le cose vanno male non significa che siamo sbagliati noi. Se rompiamo un calice durante un brindisi a un matrimonio, non siamo dei falliti. Abbiamo rotto un calice.

Ma questo è difficile da assimilare.

Noi ci proviamo, ok? Invece di andare “dall’esterno all’interno”, facciamo il percorso inverso, desde dentro hacia fuera, come dicono i guru di qua. Non sentiamoci qualcuno perché ci apprezzano, facciamoci apprezzare perché siamo qualcuno.

In tutto. Quando impariamo a farlo, ci innamoriamo non per dimostrare a noi stessi le nostre capacità seduttorie, ma perché quella persona ci piace davvero, a prescindere dalla botta d’autostima che ci può dare il suo amore.

Lavoriamo con la soddisfazione di credere davvero in quello che facciamo, invece di aspettarci che da quello dipenda il nostro riconoscimento sociale.

Io non sono di quei guru americani del pensiero positivo che vi garantiscono che così saremo davvero corrisposti, verremo promossi, otterremo tutte quelle cose che volevamo accaparrarci quando cercavamo all’esterno una conferma del nostro valore.

Ma pensate di dover parlare davanti a molta gente, e concentrarvi sull’impresa di non farvi vedere emozionati. Cosa farete? Vi emozionerete. Se invece esordiste con “uff, che emozione, mi scuserete”, filerà tutto molto più liscio.

Spostando l’attenzione da noi a ciò che facciamo, ovvio che lo facciamo meglio.

Una volta che non cerchiamo l’approvazione altrui, possiamo ascoltare direttamente cosa gli altri abbiano da dirci. Concentrarci sull’interazione. Sulla condivisione del nostro valore e quello altrui per creare qualcosa di buono.

Ma su questo concetto torneremo la prossima volta.

pinoE niente, per concludere questo discorsetto così breve e lineare, butto giù una cosa che ho pensato al parco.

Passeggiavo in uno spiazzo costeggiato da pini e improvvisamente ho sentito odore di Capri, e d’infanzia. I due profumi erano strettamente collegati, per l’amore dei “grandi” di casa per l’isola. Non quella dei turisti ricchi e degli yacht, che riuscii a non scoprire fino all’adolescenza. Ma quella del mirto, del rosmarino, della salvia.

E, sì, dei pini.

Allora nel parco seguivo quest’aroma, cercando di catturare il ricordo come una farfalla nella rete.

Finché non ho ricordato, piuttosto, che le farfalle si lasciano libere. E questi pini di un parchetto semisconosciuto di Paral·lel non sono quelli sotto Punta Tragara, oltre la roccia con la poesia di Pablo Neruda su Capri, che a 8 anni leggevo come fosse italiano, Reina de roca, en tu vestido de color amaranto y azucena, viví desarrollando…. (E credo che nella mia fantasia Neruda somigliasse un po’ a Maradona).

Non sono gli stessi pini, ma l’idea di pino è presente e viva, come il suon di lei. E questi pini sono il mio presente.

Se invece di rievocare quel profumo passato cercassi lo stesso benessere ora, da adulta contenta di tirare a campare, sarei a cavallo.

Si può applicare a ogni genere di ricordi, a tutto. Pure a me. Che da piccola storpiavo Neruda e ora lo leggo con pronuncia spagnola, ma l’idea di Maria resta anche in formato più grande. Come io sono una personale interpretazione dell’idea di essere umano.

E anche l’amore, forse non sarà più collegato a quella persona, a quelle vicissitudini che ormai diventano sempre più un ricordo, ma l’idea di amore resta, si può incarnare in un altro, respirare su un altro petto.

E non sto dicendo che un pino vale l’altro, che chiodo scaccia chiodo, che Capri o Spagna purché se magna.

Solo che siamo portatori sani delle idee del mondo, e il tempo scandisce solo il modo in cui le decliniamo.

Se accettiamo questo, il mondo è nostro.

Ieri e oggi.

Domani si vede.

Farfalle in volo La testa tanta che vi ho fatto all’articolo precedente è funzionale a quanto volessi ipotizzare adesso.

Il passato, si diceva, è di per sé narrazione. Possiamo decidere di manipolarlo e interpretare gli eventi come più ci fa comodo, per illuderci di star bene. Finendo magari per ripetere gli stessi errori.

Oppure possiamo usarlo come trampolino di lancio per reinventarsi, o, secondo una metafora che mi piaceva di più, come un parto di cui svanisca il ricordo del dolore ma resti il frutto, una nuova vita.

Non so, il pensiero mi ha consolato molto, nella fase più dura della mia crisi. Mi sono detta che non avevo le forze di “scegliere come reagire”, al contrario di un caro amico che ha passato molto di peggio.

Ma che, se intanto avessi imparato a seguire quella parte di me che “mi aveva avvertito” e che avrebbe saputo evitarlo, non sarebbe stato invano.

Vari mesi dopo, posso dire che non è stato invano. Il dolore non è un ricordo vago, magari, ma quello che ne ho fatto è qualcosa di vivo. È una me in costruzione. Spero di riuscire sempre a farlo, sempre che ce ne sia la possibilità (che non tutti i dolori la concedono).

Però attenzione. Cambiamo il passato ascoltandolo, non rivivendolo. Ripenso al Grande Gatsby e alla vita sacrificata a realizzare un sogno ormai sfumato, infranto da tutte cose che non potesse controllare: le circostanze (la guerra) e il libero arbitrio altrui (Daisy che alla fine si lascia convincere a sposare un altro).

La sua ossessiva ricerca del passato si sarebbe anche tradotta nella felicità, se si fosse “accontentato” della vita reale, di una Daisy tornata a lui, ma dopo aver amato un altro, una donna diversa dal ricordo e dalla fantasia che avesse avuto di lei.

E ricordate Goethe, ne Le affinità elettive, che biasima le coppie che realizzano un amore di gioventù, illudendosi di far rivivere i vecchi ardori?

Ecco, quello è il modo più sicuro di non cambiare il passato. Di riaffermarlo nella sua irreversibilità, proprio mentre cerchiamo di ripeterlo.

Se la vita ci dà una seconda opportunità, e per fortuna non è raro, non buttiamola cercandovi una compensazione al dolore sofferto. Va bene che io decida di dare un senso al passato condividendo con voi, su questo blog, le cose che mi sta insegnando. Ma se sperassi di tornare alla vecchia relazione per cancellarne la rottura, farei un danno a me, all’altra persona, e manderei tutto a monte.

L’unico modo per riuscire, in questa fantascientifica ipotesi, sarebbe tornare alla relazione nonosante la rottura, e non a causa di quella.

Meglio accettare di esserci messi in una situazione assurda, ridicola, di aver lasciato che ci chiudessero in un angolo o di essercisi messi da soli (ne parleremo in seguito), che rimetterci nelle stesse condizioni per il desiderio egocentrico e impossibile di cancellare l’accaduto.

Se la vita vi dà un’altra opportunità, vi invidio come una bestia (sorrido).

Ma rispondete al pratico questionario con cui vi viene consegnato questo regalo.

Perché lo vuoi rifare?

Per cancellare il passato e ricominciare daccapo.

Non puoi, è già successo. Sei una persona diversa, l’altro pure. Perché lo vuoi fare?

Perché ho sofferto molto, e che si ripari al torto che ho subito mi sembra il minimo.

Davvero? E chi si è infilato in questa situazione? Perché non ti sei fermata prima? Credi davvero che riprendendo qualcosa con livore la faccia meglio? Ripeto: perché lo fai?

Perché mi manca.

Ti manca questa persona o quello che cercavi di realizzare attraverso di lui? Lo sguardo di ammirazione che tu non riesci a darti allo specchio? Un’ultima volta: perché lo fai?

Perché sento che va bene così.

Anche se il passato non si cancella, se sarà difficile, se non riuscirai mai a trovare in qualcun altro l’approvazione che non ti dai tu?

Sì.

Se è così, in bocca al lupo. Riusciteci anche per me.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora