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Chi è andato a vivere all’estero si sarà fatto questa domanda almeno una volta al giorno: che ci faccio qui?

Che ci faccio in un posto in cui la gente parla questa lingua che non capisco prima della terza birra, che sembra incazzata quando è contenta (e viceversa) e ha un’idea opposta alla mia di pranzo e cena?

Ok, magari non ogni giorno, ma almeno una volta alla settimana, mi sa che ve lo sarete chiesto.

Allora perché mi sentivo come se fossi la unica al mondo a provare frustrazione, confusione, smarrimento? Semplice: perché non era come me l’aspettavo.

A Manchester avevo un amico spagnolo che dopo qualche mese a provare a socializzare si chiudeva in camera a dormire alle sette di sera. O una collega sudcoreana di master che è sparita un paio di settimane, e alla seconda già sapevo cosa sarebbe successo: sarebbe arrivata una mail confidenziale della segretaria di dipartimento, ad avvertire che era tornata al suo paese. Avrebbero cercato di rimborsarle parte della retta.

Nonostante questo, mi credevo l’unica al mondo a sentirmi sola e spaesata in un posto pieno di gente che mangiasse fagioli al sugo a colazione.

Allora, siccome tra le tante cose buone là c’è lo psicologo gratis all’università, un bel giorno sono andata e ho spiegato tutti i miei problemi. Mi sono sentita rispondere seraficamente:

– That is so normal.

E mi sono ritrovata iscritta a un corso di mindfulness, meditazione “pratica”, che in quella prima occasione ho ignorato e irriso malamente (adesso, 10 anni dopo, la pratico 15 minuti al giorno).

Ok, poi in quella vecchia, sporca città, sono rimasta un paio d’anni. Ma quelli che se ne andavano, perché lo facevano?

Indovinate un po’: perché non era come se l’aspettavano. Perché credevano di avere le idee chiare su cosa dovesse significare la loro esperienza: tanti amici nuovi da tutto il mondo, sorridenti come nel dépliant dell’Erasmus, che li avrebbero subito accettati. Anche nelle stravaganze che un perfetto sconosciuto non è tenuto a comprendere.

Alcuni dei miei compagni di sventura, poi, pretendevano che niente cambiasse rispetto a casa. Che dispensare pacche sulla schiena in un posto in cui la distanza spaziale tra persone raddoppia dovesse incontrare la stessa benevolenza che a Palermo. Che la mania continua di scattare foto non fosse percepita da nessuno come sooo antisocial. Che la pasta la dovessero fare uguale che in Italia, e sta storia di mangiarsi una patata ripiena per pranzo fosse solo un errore nel menù.

Insomma, quante più aspettative si fossero fatti, meno resistevano.

Io, in un primo momento, ho covato molto rancore verso quella psicologa col capello platinato e il rossetto rosa shocking, che invece di dirmi che ero la nuova Virginia Woolf mi ha messo in posizione del loto a inspirare ed espirare al suono di una campanella. Ma col senno di poi le sono quasi grata.

Perché invece di dirmi che avevo un problema, mi ha invitato ad affrontare tutto: lo spaesamento, l’alienazione, la solitudine. E dargli la giusta importanza. Solo allora ho potuto vivere tutto il processo d’integrazione e scoprire le tante cose belle che quella città serbasse a chi sapesse guardare. Ho potuto innamorarmi, fumare shisha al gelsomino (so’ troppo tossica) e godermi un concertino con mostra per tre pounds. Farmi amici del posto che bestemmiassero in lingue conosciute solo ai Gallagher ma poi, al contrario dei colleghi Erasmus, mi chiamassero anche da sobri.

Tutte cose che non avevo previsto prima di atterrare e che, se si fossero attenute al mio rigido schema di “come avrebbe dovuto essere il mio Erasmus”, non ci sarebbero mai state.

Per questo, intanto che siamo occupati ad aspettarci cose, la vita prende il suo corso senza neanche chiederci il permesso. E se sappiamo accantonare i nostri progetti così rigidi, perché coniati lontano dalla realtà che ci aspetta, ci riserva le giuste sorprese. Tante sono negative, ma le positive non mancano.

Insomma, mentre siamo troppo occupati a controllare tutto, la vita ci sfugge di controllo per prendere il verso giusto.

Capita spesso.

Soprattutto se glielo lasciamo fare.

(FILES) Rock'n roll legend Elvis Presley

Quelli delle canzoni non siamo mai noi. Avete quest’impressione, qualche volta? Parlo delle oldies, le canzoni d’amore alla Elvis, smielate al punto giusto e piene di promesse un po’ campate in aria.

Oh, in quelle non ci identifichiamo mai.

I nostri amori non sono mai nati, in realtà, così non c’è neanche qualcosa da rimpiangere, quando sono finiti. Anzi, siamo proprio abituati a essere marginali, periferici, nella vita di chi ci riserva un WhatsApp quando gli ormoni chiamano e poi lunghi periodi di silenzio. Finché non veniamo mollati per qualcuno che per quei tre mesi di amore eterno gli sappia riservare lo stesso trattamento destinato a noi.

No, i nostri amori non sono mai quelli da ballo del mattone. Specie in un’epoca in cui è facile appagare il sesso e difficile mantenersi insieme a lungo. Ascoltando quelle canzoni nostalgiche e un po’ ipocrite degli anni ’60 ci chiediamo come potessero quelle ragazze con la cofana ispirare tanto struggimento e ignoriamo il fatto che potremmo fare altrettanto, con un po’ di culo, se solo smettessimo di cercarci gente che questo non ce lo possa dare.

Siamo arrivati, finalmente, a questa consapevolezza?

E allora che ci facciamo, girando per il mondo a mendicare briciole di attenzione?

Il guaio è credere che “queste cose a noi non succedono” (quelle belle, dico), e accontentarsi di una relazione clandestina che è fantastica finché stiamo bene così, ma diventa squallida, e tanto, se quello che vogliamo è tutt’altro.

Chissà, magari ci boicottiamo pensando che le mani da stringere e tutte quelle smancerie portino a mutui da pagare e bimbi da cullare, e allora diciamo alle canzoni, vabbe’, non fa niente, almeno sono libera.

Libera di fare cosa, di chiedermi come sarebbe se qualcuno finalmente mi guardasse con gli occhi giusti, e non solo quand’è arrapato?

È quello, che dobbiamo capire: noi possiamo. Il più melenso dei romanticismi è più spontaneo, forse, della manfrina artificiale di ti-chiamo-non-ti-chiamo che sempre più diventa la nostra normalità. Amare è una cosa difficile ma sorge spontanea, se ce lo siamo dimenticato è perché abbiamo troppa paura e, spesso e volentieri, non crediamo di meritarcelo.

Specialmente quando ci dobbiamo ripetere costantemente quanto siamo validi noi, e quanto vigliacchi gli altri. Specie in quei casi abbiamo il sospetto che agli altri dedichino canzoni smielate perché sono molto meglio di noi.

E, guarda un po’, ci circondiamo di gente che confermi queste nostre convinzioni. Perché preferiamo avere delle brutte certezze che delle novità incerte.

Pensiamo a tutti gli amori che abbiamo perduto a non credercene degni.

E ora passiamo a quelli che non ci perderemo.

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Ci avete fatto caso? C’è gente che si prodiga così tanto per gli altri che, quella volta che pensa a se stessa, viene indicata come egoista. E gente così egocentrica che, la volta che pensa agli altri, riceve pure i complimenti.

Ci pensavo perché ultimamente sono molto ritardataria, così, paradossalmente, vengo lodata quando arrivo puntuale e magari assisto ai rimproveri del puntuale del gruppo che arriva con cinque minuti di ritardo.

Di un mio ex che frequentavo a Napoli mi dicevano “È già tanto che si sia ricordato del tuo compleanno”, “È già tanto che ti abbia chiamata prima di prenotare i biglietti”. E magari quei “già tanto” non li avrei fatti passare lisci a un fidanzato che mi abituasse alle sue attenzioni e che avesse il “vizio” di consultarmi prima di prendere impegni anche a nome mio.

bianconiglioChe poi a volte la persona del “già tanto” è strunzo e basta (prendi me). Altre volte, sospetto, è proprio una tecnica, uno stile: crearsi il caos attorno, così che quella mezza cosa fatta bene diventa un gran traguardo.

Come? Facile. Quando il “già è tanto che” diventa una filosofia di vita, davanti a noi abbiamo due scelte:

  • impegnarci nel condurre un’esistenza vagamente serena, in cui ad esempio chiamare “delusione” un torto subito da un amico;
  • declinare ogni responsabilità nell’andamento della nostra vita e di chi la popola, così che l’amico del torto “già è tanto”, per com’è spostato e irrispettoso, che non abbia fatto peggio.

Il vantaggio del secondo tipo di esistenza, che spesso viene scambiato per una vita “bohémienne”, è che qualsiasi cosa che non vada proprio storta viene festeggiata come un miglioramento. Sì, ci vuole una discreta dose di vittimismo, per vivere così. E bisogna sminuirci al punto che mezza cosa che facciamo bene diventa un traguardo, perché “di più non sapremmo fare”.

La domanda è: considerando quante energie sprechiamo nei nostri “già tanto”, non ci conviene imparare il rispetto per noi e per gli altri?

Va bene la storia delle “aspettative zero”, ma qui si esagera!

Pure il mio telefonino l’ha capito: è talmente antico che si mette da solo sette minuti avanti, nella vana speranza di farmi arrivare in tempo.

Quasi mi spiace buttarlo e imparare la puntualità.

cross-seas-03Penso a quelli che… “Se mi ama, tutto andrà meglio”.

All’università conoscevo una gran brava ragazza con un unico, spiacevole problema: un sarcasmo costante e fuori luogo che ne tradiva una certa amarezza di fondo.

Per un lungo periodo sembrò cambiare strada, guarda un po’ in concomitanza con una relazione che si sarebbe consolidata nel tempo. È così semplice?, mi chiesi allora. Questa viene trasformata dall’ammmore e diventa improvvisamente una persona gradevole?

Manco per sogno. Da giorni avevo notato in lei lo stesso sarcasmo di un tempo, gli stessi giudizi da yogurt scaduto che avevano sorpreso anche gli amici che si trovavano per caso a conoscerla. Quando gliel’ho fatto notare ha tagliato i ponti, andando ad arricchire la vita di altri.

Questa piccola storia mi ha fatto ripensare che è tutto molto più semplice: la nostra vita diventa felice perché abbiamo incontrato qualcuno? Macché. Piuttosto, se stiamo bene con noi stessi, ci stiamo in ogni situazione.

Che venga qualcuno o meno, che andiamo o meno da qualche parte, che prendiamo o meno questa o quella decisione. A un certo punto diventa un seguire la corrente, una corrente su cui abbiamo il potere di prendere una direzione rispetto a un’altra, magari, ma finché la seguiamo va tutto bene, o almeno non c’è scoglio tanto grande da farci naufragare.

Sto dicendo che stare o non stare con quella persona è la stessa cosa? O che restare al paese natale e partire sia uguale? Per niente. Peraltro hai voglia ad adattarti e seguire la corrente, se quella persona non va bene per noi verrà fuori, e seguire la corrente diventerà accettare che le nostre strade si dividano. Lo stesso vale, più o meno, per dove lavoriamo o dove decidiamo di mettere radici.

Lo faccio sempre, quest’esempio: la mia scoperta il primo giorno di yoga. La prof. che mi spiega che tutte quelle posizioni arzigogolate, che non riesco a imitare neanche a spezzarmi le ossa, non servirebbero a niente se perdessimo la motivazione di fondo. La respirazione. Sentire quella, diventare quella.

Così ho imparato che, nella vita di ogni giorno, quello che conta è il contatto con noi stessi. A prescindere da chi ci accompagna in quel momento, o da ciò che stiamo facendo. Anzi, è proprio in virtù di questo contatto che possiamo goderci chi frequentiamo e cosa facciamo. E scegliere. Permetterci il lusso di scegliere chi o cosa ci faccia meglio.

Insomma, ancora una volta le cose vanno al contrario di come ce le immaginiamo: prima ci respiriamo, poi respiriamo gli altri.

Farei una battutaccia su respirazione e metro a Barcellona in questi giorni di solleone e penuria di deodoranti, ma insomma, avete capito: che il pericolo sia il nostro mestiere!

E crediamo che conoscersi sia pericoloso solo perché ancora non ci conosciamo.

inceptionBarcellona si muove tanto. Anche quando non va da nessuna parte.

Mi capita di perdere contatti per mesi con degli amici che, una volta rivisti davanti a una birra, raccontano sempre la stessa storia:

1) cerco una nuova casa/un nuovo lavoro/un nuovo coinquilino;

2) c’è una stronza/un coglione con cui mi vedo ogni tanto (niente di serio, ma perché non chiama?);

3) forse torno in Italia, ma mica per sempre.

Intanto hanno cambiato due-tre case, due-tre lavori, almeno un paio di stronze/coglioni, per non parlare dei coinquilini. E se davvero mettono in atto la “minaccia” di rimpatriare, già si sa che torneranno.

Sono circoli viziosi che fanno peggio della staticità. Succedeva anche a me, spesso. A voi no?

In questi casi, forse, il moto perpetuo in cui ci siamo prodigati è un modo per non vedere che stiamo fermi da tempo.

Nel post precedente tracciavo una differenza tra stallo e attesa. Ebbene, a volte il movimento è la quintessenza dello stallo. Ci muoviamo tanto, e freneticamente, per non muoverci mai davvero.

Allora, in caso di moto perpetuo e sterile, proviamo a stare fermi, a creare le condizioni per muoverci. Ad “aggiustare” quella parte della nostra testolina che torna a cercare gli stessi cambiamenti inutili. Se non modifichiamo le impostazioni di base, il nostro PC continuerà a ripetere lo stesso errore, moltiplicato per mille. Magari noi fossimo così semplici, ma vuoi vedere che per una volta ha ragione quel bastardo.

Se sono ormai mesi che traslochiamo per ritrovarci coinquilini ancora più insopportabili, teniamoci questi. Se siamo arrivati alla terza stronza, al terzo coglione che si rivela una fotocopia di chi l’ha preceduto, restiamocene soli per un po’. Teniamoci questo lavoro di merda prima di trovarne un altro altrettanto di merda, ma magari più lontano da casa. L’equivoco è credere che smuovere assai le acque sia l’unico modo di finire da qualche parte.

Quando avremo imparato ad affrontare la quiete, invece che opporle resistenza, saremo pronti al movimento vero.

Saremo pronti a vivere la nostra vita così come sarebbe se non ne sostituissimo continuamente gli addendi, per ottenere lo stesso risultato.

Solo allora, forse, ci darà la risposta. Perché la vita non ci pare, ma se la lasciamo fare, invece di forzarla continuamente, potrebbe sorprenderci sul serio.

Potrebbe muoversi prima ancora che ce ne accorgiamo. E allora lo sforzo diventa mantenerci in equilibrio, mentre la seguiamo dove ci porta.

Conosco modi peggiori di passare il tempo.

house-saleSì, lo so, ci sentiamo tutti un po’ bloccati. Specie con questo caldo.

Io, poi, ho ormai capito che per l’ennesima volta devo lasciare la casa in cui sto, che mi ha accolto splendidamente quando avevo bisogno di un rifugio, ma che ormai ha esaurito il suo compito e non può darmi nient’altro (invasioni di formiche a parte).

Ma al momento non posso andarmene, difficile trovare di meglio alle stesse condizioni, per le garanzie che posso dare.

Sono bloccata, dunque? A volte mi ci sento un po’, specie in uno spazio così angusto che per raccogliere un bicchiere faccio cadere quello pieno sul pc che scosto bruscamente, facendo quasi cadere il tavolino che urta il ventilatore che alla fiera mio padre comprò.

Ma bloccata no, ora so la differenza tra essere davvero paralizzati ed essere in attesa. A volte infatti abbiamo la possiblità di muoverci, ma non lo facciamo per paura. Altre volte, invece, non abbiamo grandi margini di manovra. Perché abbiamo seminato delle cose, idee, relazioni, progetti lavorativi, e in quel momento, con le nostre forze, non possiamo andare oltre. Dobbiamo solo aspettare.

Mi pare evidente che la nostra vita si giochi tra tre fattori: noi, gli altri e la sorte. Quando ci spingiamo il più avanti possibile, per le nostre forze, per avanzare sul serio dobbiamo aspettare che gli altri due fattori prendano una loro via.

Questo non è un blocco, proprio perché abbiamo agito fin dove ce lo permettevano le circostanze e sappiamo ciò che vogliamo fare: cambiare casa quando ne troveremo una a condizioni vantaggiose, cambiare paese quando saremo certi di poter fare bene altrove, cominciare una convivenza quando avremo ben chiari i nostri sentimenti o (ok, facciamo i prosaici) abbastanza soldi da accenderci un mutuo…

Lo so, quando siamo fermi è irritante a prescindere dal motivo. Che ce ne frega, se la nostra staticità sia un blocco o una momentanea impotenza? Ci importa forse se il nostro raffreddore sia influenza o allergia? Ci paralizza uguale! Ma, nella staticità come nel raffreddamento, quando cominceremo a star meglio vedrete che nella causa, e quindi nei rimedi da adottare, risiede tutta la differenza del mondo.

Perché non c’è niente di peggio che muoversi come trottole quando non vogliamo accorgerci che in realtà stiamo fermi.

Non ci credete? Ne riparliamo tra qualche giorno.

feelingsNegare il dolore non significa non provarlo, anzi. Arriverà meno intenso, forse, ma arriverà. E intanto che gli avremo chiuso le porte, scopriremo che non ci sono filtri: alle emozioni si rinuncia in blocco, se cacci il dolore cacci anche la gioia.

C’era questo gioco, in un programma per ragazzi dei lontani anni ’80, che si chiamava l’Imperturbabile. Ovviamente, mi colpì molto quella parola lunghissima. Il gioco, invece, diventò parte della mia vita: si trattava di stare lì immobili e anaffettivi mentre il resto del mondo cercava di farci ridere, o comunque reagire a provocazioni di vario genere.

Ecco, credo che lo conosciamo in tanti e ci giochiamo senza accorgercene. Conosco la sensazione dell’aver provato troppo dolore in determinate circostanze e ripromettermi di non passarci più, mi è capitato da giovanissima con la morte di persone care che mi hanno portato a isolarmi emotivamente dagli altri. La reazione, come noterete, è esagerata: perché perdersi gli ultimi anni in compagnia dei nonni al pensiero che la fine di questo rapporto potrebbe essere vicina? (Segue potente grattata dei nonni in questione)

E perché entrare in una relazione mai soddisfacente solo perché l’ultima volta, quando è finita, credevamo di morire? Andarci coi piedi di piombo non ci farà forse soffrire uguale? Solo che lo faremo a spizzichi e mozzichi, e senza le soddisfazioni di goderci il bel tempo finché dura (e potrebbe durare a lungo, non ingannatevi).

Ultimamente, invece, mi sono sorpresa a scoprire che ho trovato comunque il modo di soffrire di meno, coinvolgendomi di più nella mia vita.

Prima negavo il dolore, prolungando solo la sua permanenza; ora lo accetto subito, e abbracciandolo mi do la possibilità di:

– mandarlo via prima;

– scoprire quello che c’è dopo.

E dopo, al di là del dolore, c’è tutto il resto. C’è la vita nonostante il dolore. La vita che è cambiata e ora è pronta a riprenderci a bordo con nuove lezioni o nuovi strumenti per far fronte alle lezioni future.

E allora invece che a rimanere immobili, giochiamo a ridere. A piangere. A sentirci vuoti, quando occorre. A sentirci pieni, quando abbiamo questa benedizione.

Ma facciamolo, o resteremo ai margini della nostra vita, campioni d’imperturbabilità che però hanno perso la strada di casa.

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Dopo anni immuni alla caciara virtuale che suole scatenersi su facebook, con le elezioni comunali a Barcellona ho riscoperto una rabbia argomentativa che non sapevo di avere. Senza aver sostenuto chissà quanto Barcelona en comú, la lista che ha vinto in barba alle previsioni dei “cauti”, mi  scoprivo molto arrabbiata con gente che criticasse il movimento perché sì, o perché si sentiva furba e controcorrente a non cedere all’entusiasmo generale.

Lo so, vi suonerà familiare rispetto a quelli che, a proposito di Grecia, si vantano di non essersi “lasciati coinvolgere dalle ideologie”, dunque di essere gli ultimi depositari del buonsenso (quando io non sono né riuscita a festeggiare per il NO né a sentirmi furba per non averlo fatto, senza che riesca a chiamarlo indecisione).

Nel caso del comune di Barcellona, su facebook leggevo: battute trite e ritrite sul cognome della candidata a sindaco (che ricorderebbe il nome di una bevanda al cioccolato); le illazioni di chi aveva votato Pisapia ed era rimasto deluso, concludendo che a noi sarebbe successo altrettanto; il solito “staremo a vedere MA sono scettico” che è la paraculata per eccellenza, va bene per tutte le stagioni e tutti i partiti politici e intanto ti fa fare lo splendido perché sei “fuori dal koro”.

Non mi rendevo conto, però, che dietro la mia genuina insofferenza ci fosse una considerazione molto personale: criticavo chi sceglieva di non scegliere, e si sentiva un eroe, per questo, perché io, intanto, sto scegliendo. Nella mia vita, dico.

Sto prendendo decisioni, il che significa quasi sempre arrivare a un bivio (ma più spesso le strade sono 3 o 4) e prendere una strada, chiedendosi invariabilmente come sarebbe stato imboccare le altre.

Un’operazione che non amavo fare perché, nonostante sia penoso, restarsene in disparte e non scegliere mai è infinitamente più facile. Più dannoso, anche, ma il terrore dell’alternativa (prendersi le proprie responsabilità e rischiare di scegliere male) è talmente forte che meglio quello.

Io, invece, decido, e non mi sento affatto saggia, per questo. Anzi, spesso mi sento una scema perché a volte i risultati sono scarsi, perché sto peggio a scegliere che ad aspettare la bacchetta magica senza muovere un dito.

Forse è questo che ci blocca, al momento di prendere decisioni: la paura che ci si sbatta tanto per poi ritrovarsi peggio di prima. L’eterno indeciso, invece, è diventato una specie di eroe postmoderno che sopravvive anche alla nostra epoca, assolto da una crisi che giustifica titubanze ed esitazioni.

E non ha tutti i torti. Spesso decidere è una fregatura. Le mie arrabbiature con chi non lo fa un po’ sono dettate dall’invidia (a volte vorrei tornare a imitarli) un po’ sono dovute, devo ammetterlo, all’idea che a queste persone possa sfuggire qualcosa: che tutta st’indecisione sia spesso una montatura, una posa.

Che, mentre io non so dove andrò a parare, e magari finirò male, loro possono essere quasi sicuri che di questo passo la situazione sarà sempre uguale: il quasi è dettato da botte di culo/imprevisti della sorte che sono rari e che spesso portano soluzioni a metà (es. gravidanza inaspettata che risolve un rapporto incerto, ma non crediate che questo faccia innamorare l’indeciso dei due).

Allora sarà questo: ultimamente mi sento chiamata in causa, quando uno sceglie di non scegliere, perché il contrario è una faticaccia, dai risultati incerti. Ma sono genuinamente convinta che sia la cosa migliore da fare, che prima lo si fa e più soddisfacenti saranno i risultati.

La questione sarà adesso non cercare d’imporre la mia idea agli altri. È una gentilezza che lascio a loro.

Di New Dawn, forum.giardinaggio.it

Di New Dawn, forum.giardinaggio.it

E sì, quelle strade le avevo già viste. Quelle pietre, quei giardini. Anche se non qui e ora.

Le ho riviste a centinaia di chilometri da dove l’avessi fatto la prima volta, e a quasi trent’anni di distanza, ma erano le stesse pietre, gli stessi giardini, perché uguale era la sensazione che mi davano, rispetto alle pietre e ai giardini che li avevano preceduti.

Il quartierino che scoprivo pochi scaloni sopra casa mia a Barcellona, quella Satalia a rischio estinzione che viveva ancora di villette con giardino e vicoletti scoscesi, era la Capri che attraversavo a fine anni ’80 con mio nonno, che mi spiegava cosa fosse quella statua e che dio fosse quel tale Balilla (eh, già) che intravedevamo dalle inferriate di un portone a Tragara.

Stesse sensazioni, stesso senso di pace. Allora ricordavo la prima volta, trent’anni fa, come immaginavo il mio futuro.

E mi sono accorta che l’immaginavo così. Come il presente che vivo ora. Non proprio sputato, ma così. E ho visto la bambina vedere me. Ci siamo riconosciute, e salutate.

Certo, lei, la pargola, non avrebbe immaginato che a questo punto della mia vita non avessi ancora un lavoro di quelli “coi soldi”, che non avessi ancora figliato. Che la gente che mi circondava parlasse alla perfezione la lingua di quella poesia fatta di roccia, sulla strada del mare: Reina de roca, en tu vestido de color amaranto y azucena viví desarrollando… Anche se il tizio che l’aveva scritta, Pablo Neruda, non era né di Capri, né di Barcellona.

Ma appena interrotte dal flamenco di una passante bruna, dalla chioma raccolta, nella canzone antica che cantavamo a una voce*, abbiamo letto tutte e due, la donna e la bambina, il manifestino artigianale della festa del barri (come quella del patrono, senza patrono). Una festa piccina picciò che dura un solo giorno, e alla cena popolare bisogna portarsi da mangiare da casa, come quell’attore che piaceva tanto al nonno. Ci siamo accorte subito che non sapremmo ballare le danze popolari di qua, come non avevamo saputo ballare le tarantelle di Ferragosto, a Marina Grande. Ci saremmo limitate, oggi come allora, a saltare, e battere le mani.

Però ci siamo riconosciute, e salutate.

E siamo scese insieme verso la città, uguale a ogni nostra città, che da lassù sembrava sdraiarsi un po’ scocciata, ma in fondo benevola, ai nostri piedi.

* Questa:

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Comincia con una tragedia: il mio primo latte di soia fatto in casa. Roba che dopo aver messo a cuocere la poltiglia di fagioli di soia e acqua, altrimenti detta Blob, penso bene di fare i dieci minuti di mindfulness, “tanto, prima che bolle…”. Seh, mentre io uccido la posizione del loto, il mostro si sparge per tutti i fornelli, insieme a millemila litrozzi di siero utile.

Prendo la scarsa parte rimanente, l’avvolgo in uno strofinaccio pulito e la “mungo” in una pentola, poi metto a bollire quelle due lacrime di “latte” ricavate. Sì, ma che fare, con la poltiglia rimasta nello strofinaccio? Mica posso riciclarla tutta come pane o crocchette. Esco in balcone, lasciando la pentola sul fuoco.

Ci imbratto un po’ le piante (riempiendomi di spinette di cactus) e il resto lo rovescio sulla ringhiera, a beneficio dei pennuti che mi scagazzano sui panni. La vita è troppo breve per serbare rancore.

Torno in cucina per scoprire che anche quelle due gocce di latte sono ora sparse sui fornelli: fiamma troppo alta.

Risultato di tutta l’operazione: una cucina da esorcismo, aghetti di cactus sulle dita, piante asfissiate e un bicchierino di tofu, improvvisato lì lì con troppo limone come caglio.

In un’ora e mezza di lavoro. Avrò stabilito un nuovo record?

Ovvio che il balcone per me diventa il set di “Non aprite quella porta”: accettare le proprie sconfitte significa non tornare indietro a fare altri danni.

Sì, direte voi, però significa anche assumersi le responsabilità delle cazzate che hai fatto.

Avete vinto. Oggi mi decido ad “aprire quella porta” e… sì, il blob è intatto. Sia sulle piante che sulla ringhiera. Non è stato né assorbito né beccato via. Appena fa un po’ più fresco, mi dico, lo tolgo dappertutto (tranne che dal cactus, che se lo merita).

Ma una volta al pc, mentre combatto l’afa col ventilatore, mi cade lo sguardo sul balcone e mi ritrovo faccia a faccia con una colomba. Che becchetta furtivamente la poltiglia sulla ringhiera, facendosi l’equivalente dell’abbuffata di Ferragosto.

E allora ho pensato: visto? Le cose succedono quando devono succedere. Se getti un seme oggi raccoglierai i frutti domani, o dopodomani. Non sta a te decidere come e quando, non controlli tutto il processo, le reazioni altrui e gli scherzi della sorte (chiedete al cactus). Puoi solo fare il tuo, e vedere che succede.

Quella colomba vivrà un giorno in più perché ho buttato un’ora e mezza della mia vita a fare un grammo di tofu. Almeno un animale l’ho aiutato.

Soprattutto: c’è gente che si produce il suo latte, il suo formaggio.

Io mi produco perfino la cacca che va a planare sui miei panni.

Più naturalista di così.

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