cofanettoFacebook non è necessario, basta incontrare uno di loro, o un loro conoscente. Di quelli che frequentavamo prima.

Parlare del più e del meno, chiedere “che fanno gli altri”. E scoprire quanto sei cambiata rispetto a loro.

Io lo so, perché sono mesi, ormai. Mesi che mi sveglio ogni giorno e scrivo questo blog, e faccio il mio pezzettino di meditazione e i lavori del giorno, e sopporto i silenzi miei e altrui, e lavoro alle cose che sappiamo (se avete letto gli articoli precedenti) per migliorare, diciamo, la mia vita.

E dopo mesi che ti alleni a creare una routine che sia davvero tua, che ti rispecchi nei tuoi desideri più intimi e non in quello che credi di volere, è strano sapere di loro. Di quelli che ti popolavano, sarebbe meglio dire infestavano, la vita quando questo non lo facevi.

Di quelli che si potrebbero dare il cambio tra loro, tanto sono tutti uguali e tanto simili a te com’eri prima, tanto presi da se stessi da non sapere davvero dove andare.

E non è che tu sia tanto diversa, eh, la differenza è la direzione. Me lo spiegò un ingegnere, una volta. Non sapevo se perdonare un tipo che mi stava facendo soffrire un bel po’, ma mi aveva anche fatto del bene, in precedenza. E lui a spiegarmi questo concetto di direzione, l’esigenza di dover ordinare cronologicamente i fatti per vedere dove andavano a parare.

Io, se ordino cronologicamente i miei fatti, vedo quelli che c’erano “prima prima”. Quelli di quando rimuovevo la me stessa che era un problema, la mettevo da parte come un vestito da buttare. Di quando mi ero tinta i capelli di biondo, preferivo descrivere appartamenti a scrivere libri, la solitudine all’ammissione di voler essere amata, e mi accompagnavo a gente simpatica e noiosetta. Quella fa la sua vita, lavora, convive, si lascia, se ne va, torna, e forse non è neanche così noiosetta, ero io che nell’affanno di cercarne così avevo deciso lo fosse.

Poi ci sono quelli di prima. Di quando ho accettato la parte creativa e squilibrata che avevo ridotto in un angolino, e allora quella si è sfogata, mi ha popolato la casa di angosce e di gente più sbandata di me. Questi qua sono sempre gli stessi anche loro, sempre angosciati, con l’illusione che andandosene cambierà qualcosa, e l’inesorabile tendenza a tornare credendo che cambierà qualcosa anche così. Quelli mi fanno ancora male. Perché siamo così simili, e perché ormai so che per fare una buona rivoluzione, una buona pulizia vitale, devi capire che la verità non esiste, e non sei migliore di nessuno.

E allora chiamo libertà questo mio aver attraversato lo stagno in cui “mi avevano chiuso” quelli di prima, e in cui in realtà mi ero buttata io per questo difetto di costruzione che me ne faceva trovare solo così. Ma devo ammettere che sono contenta, di averlo fatto, e questa è la mia verità, e la cosa più bella è essere riuscita a rispettare la loro. Che è una cosa che avrei dovuto fare fin dall’inizio.

Perché ora ho imparato la famosa compassione. Per me, per loro. Per i miei errori, per i loro. E so anche che finché mi aggrapperò a quelli, agli errori, come una bambina a un aquilone, sarò legata controvoglia anche a quelli di prima, saremo costretti da questo filo invisibile, anche se ci evitiamo, ci rimuoviamo dalle rispettive vite.

Se lascio andare, invece, davvero non ho idea di se riusciremo mai a rivederci.

Di sicuro, so che sarà, per una volta, per il motivo giusto.

Perché vorremo.

Non perché non sappiamo fare altro.

lancia_spezzata_914144008Vittoria di Pirro. Vi ricordate, a scuola?

È quella in cui si perde più di quanto si guadagna.

Quella che riportiamo quando dimentichiamo per cosa, esattamente, lottassimo. Quando perdiamo il senso delle cose, quel famoso nesso tra gli sforzi che facciamo e i nostri obiettivi.

Ricordo all’università le colleghe di un altro dipartimento, dottorande in carriera che perdevano la loro vita al servizio di docenti despoti, salvo poi rendersi conto che, tra crisi e riforme universitarie, le magre consolazioni che ottenevano non compensavano lo sforzo fatto. Alcune si sono rassegnate a fare altro, ritrovando se stesse. Lì ti fa strano anche chiamarla “rassegnazione”, la consapevolezza che il motivo per cui continui a fare quella cosa non sussiste più. Poi ci sono quelle che lo fanno a oltranza.

In quante storie di re, di faide tra dinastie, dal Riccardo III (e Macbeth) di Shakespeare a Trono di Spade, tutto il casino che fa il sovrano di turno per prendere il potere non compensa i vantaggi che avrà una volta sul trono?

Io tutto questo lo chiamo vittoria di Pirro. Fare i debiti per comprarsi un’auto potentissima, ma anche spendere 500 euro in trucchi di marca e creme antirughe, e scoprire che l’acquisto non copre il senso d’inadeguatezza che l’ha mosso.

A me, indovinate un po’, capitava con le relazioni. Fare carte false per convincere l’indeciso di turno che l’idea di noi insieme non fosse poi così balzana, sopportare ere geologiche di ambiguità, tonnellate di dolore, e il peso terribile dell’assenza. Quando sono riuscita nell’intento ho avuto qualche mese di gloria, di bellezza, e poi secoli di incomprensioni, di nuove assenze, tutte le pause e le riprese di qualcosa che si è fatto ingranare con la forza.

Ormai un segreto ce l’ho, per riconoscere una potenziale vittoria di Pirro, me l’ha insegnato tale Kant: è quando ciò che voglio raggiungere è un mezzo e non un fine. Quando si tratta di qualcosa che mi “serva” a sentirmi meglio, invece che un obiettivo che mi faccia piacere raggiungere di per sé.

Nelle relazioni sballate, spesso l’altra persona ci serve come un mezzo per affermare le nostre capacità seduttorie, per convincerci che riusciamo a farlo, a sedurre chi non ci vuole. Se è questo, soprattutto, a spingerci, una volta raggiunto l’obiettivo non resta granché.

E, vi assicuro, come compagno di letto, Pirro è piuttosto scomodo. Ha i piedi freddi.

Ricordo l’alcolizzato di Donne che amano troppo, di Robin Norwood, che, dopo aver trovato la classica donna-santa che l’ha aiutato nella sua riabilitazione, l’ha persa quando ormai era diventato un’altra persona, sobria, attenta, presente. La santa non aveva più niente da fare, con lui, niente da dimostrarsi. La sua vittoria di Pirro era diventata una vittoria reale, e non le andava più bene.

E qui, allora, scatta la speranza. La speranza per cui, se il nostro amore è sincero, una volta sparita la causa per cui ci accanivamo, si possa trasformare, possa diventare un sentimento più sereno e sensato, facile da portarsi appresso e da godersi in due.

Ma non dobbiamo accanirci neanche in quello.

Le migliori “battaglie” si vincono deponendo le armi e scoprendo per cosa vale la pena davvero impegnarsi.

Spoiler: per questo genere di cose (amore, benessere, serenità), non si lotta affatto. Si lavora, si spera, un po’ ci si affanna. Ma, nonostante la fama che la precede, comincio a pensare che la vita, quella che davvero vale la pena attraversare, sia una grande pacifista.

rizomaMi giungono nuove dal paese.

Solita trafila di nascite e morti, matrimoni, lavori trovati, qualche emigrazione. Di quelle calibrate, volte a inseguire un incarico al Nord o il posto fisso, aspettate pazientemente dormendo oltre trent’anni nella propria stanza di bambino.

Normale amministrazione, insomma.

Ma in quest’agosto curioso di città deserta di giorno e straripante di notte, di amici spariti e amici ritrovati, di presenze mute e assenze che parlano, mi capita di nuovo di vivere in un limbo in cui presente e passato si mescolano nei più strani abbinamenti.

Ecco quindi che l’altro giorno mi sono svegliata con in testa un pomeriggio di mare in cui un nonno lontano nel tempo, ma solo in quello, si fingeva illetterato per far ridere i bambini.
E, secondo un cliché caro alla mia generazione, mi identificavo ancora coi bimbi che ridevano, piuttosto che con le mamme che riponevano il thermos nella sporta da spiaggia. Anche se per la verità mi piacerebbe essere tra queste ultime.

Ma quel giorno toccava ancora il limbo di agosto e una tesina inutile da scrivere e le assenze che parlano e le presenze che tacciono.

Allora ho preso carta e penna e, tra i vaneggiamenti del flusso di coscienza, mi è uscita la parola rizoma.

Ora, confesso che sul momento non ho ricordato bene cosa fosse. In quelle frasi vomitate in fretta in una canicola assente mi dava l’idea di qualcosa di fisso e immutabile, la radice ultima che ho perso, che non ho mai affondato in una terra precisa, semmai in stanze. La stanza mia di bambina, poi la prima in affitto e tutte quelle che l’hanno seguita, e che non ho saputo chiamare mie che quando non lo erano.

E rizoma, nella mia patente ignoranza botanica, o nell’attimo in cui scrivevo, era tutto questo. Era radice fissa, ma perduta.

E invece le letture per la tesina che credevo inutile mi hanno riportato alla metafora del rizoma per Deleuze: radice che è tronco che è fusto che è radice, narrazione che può riprendere da qualsiasi punto per diventare un’entità indipendente. In un certo senso, direi, un’altra pianta.

Come gli emigranti italiani delle navi da cui non uscivi vivo, quelli che puzzavano e non sapevano scrivere, e i loro figli ora si chiamano italiani e mangiano macaroni cheese e in qualche caso votano per un paese che non hanno mai visto, che a volte non fa votare quelli che lì ci nascono.

Come noi emigranti per caso, di lusso ma non troppo, che facciamo la trafila dei paesi in cerca di un lavoro e in cerca di noi, o magari lontano da noi. Noi che ci diciamo (e spesso è vero) che non possiamo tornare per il lavoro, per la società, per la qualità della vita, anche quando magari non lo facciamo perché abbiamo perso una radice che non abbiamo mai conosciuto, riconosciuto, come nostra.

Almeno così capita a me. Che sento le mie radici portatili al sicuro tra le guglie di Barcellona e credevo di anelare a un’antica radice perduta, lasciata in qualche secchiello fluorescente del lungomare domizio.

E invece sono rizoma, sono radice che si fa fusto, fusto che si fa radice, passato che si fa presente, presente che si fa me.

banksy (1)Non dico i primi tempi, eh. Quando pensiamo al suicidio un’ora sì e un’ora no e la compagnia della prozia bizoca che ci usi per reggerle il gomitolo di lana è più appassionante delle nostre notti bianche.

Ma dopo un po’ che soffriamo per ammore il punto non è più lasciar andare il fedifrago, o la grande cessa.

Il punto è lasciarci andare noi. Liberarci, noi.

Perché inglesi e spagnoli hanno la vita più facile? Ve l’avrò già spiegato, in un paio di parole se la cavano egregiamente, addirittura in spagnolo ne basta una: soltar. L’inglese non è da meno: due parole, una lettera in meno. Let go.

In italiano boh, lasciar andare, lasciar correre già no… Vediamo. Liberarsi.

L’idea di togliersi una zavorra di dosso, e allo stesso tempo lasciar andar via un aquilone, una barca legata a un molo, fate vobis.

In ogni caso, girare pagina, liberare il passato, liberarsi del passato.

E niente, ieri in palestra, che è un po’ il mio pensatoio (il che spiega molte cose) mi sono resa conto di questo. Non si tratta di lasciar andare uno, ammettere che dopo mesi e mesi di pianti sempre più radi e inviti a uscire rifiutati con sempre più esitazione è come se si venerasse il ricordo di una cosa che non esiste più, se mai è esistita. Non si tratta di lasciare andare una persona che nemmeno esiste più, che mesi e mesi di corna e macumbe nostre gli avranno pur cambiato i connotati, no?

No, la questione non è lasciar andare lui/lei, è lasciarci andare noi. Permetterci di essere quello che siamo diventati. Le cose che avremo pur imparato tra una considerazione sulle varie forme di suicidio e l’eterno dilemma lo chiamo o no.

Fa quasi paura, liberarsi di un dolore che ci ha accompagnati per mesi. Per quanto faccia male, è rassicurante, è tutto ciò che siamo stati per un bel po’ di tempo. E anche dopo, quando la vita ha ripreso il suo corso, è stato un compagno fedele, una delle poche certezze della vita insieme al fatto che i parrucchieri armati di forbici non sappiano quantificare “due dita”.

Allora, viene il momento atteso e temuto (almeno inconsciamente) di rendersi conto che stiamo sopravvivendo a noi stessi. Che il nostro dolore è ormai un simulacro, avete presente Baudrillard che cita l’Ecclesiaste? Lo so, nota lettura da palestra:

Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.

Un’apparenza che non rinvia a nessuna realtà sottogiacente (questa è Wikipedia, vabbuo’?).

Ecco, il nostro amore è così, ormai, un sogno che si appoggia su qualcosa che non esiste più, che non si può riproporre negli stessi termini e no, no, no, non sto dicendo che non ci possiate tornare insieme, in caso siate ancora nell’odiosa fase in cui tutti vi dicono di lasciar andare come se dipendesse da voi. Dico solo che, grazie al cazzo, non sarà più come allora, perché è cambiato l’altro e siamo cambiati noi.

Già, ma come siamo cambiati? Perché l’abbiamo fatto, o almeno l’ha fatto la parte che ci metteva a letto mentre ci chiedevamo se in quel momento stesse con lei, ci buttava sotto la doccia quando ormai i pantaloni del pigiama potevano lanciarsi da soli in lavatrice, che ci armava di spugna e detergente piatti quando la pasta avanzata di tre giorni prima cominciava a chiamarci mamma e chiederci la paghetta.

Insomma, sì, siamo altre persone. Ed è più rassicurante restare con l’ulcera che accettare di vederci alle otto, con quello che ci chiama spesso in chat, alle otto di sera (ci avete provato…) e non alle tre del pomeriggio nel bar più affollato in città.

Ne avremo il coraggio?

Avremo il coraggio di scoprirci?

Di scoprire chi possiamo diventare, se non fossimo troppo impegnati a chiederci chi dobbiamo essere?

Eli_Wallach_012Ci credereste, che L’amore non va in vacanza ha fatto parte di un cineforum, durante il mio dottorato?

E siccome ero una studentessa zelante e desiderosa di imparare tutto quanto i dottorandi hanno a disposizione in Italia (soprattutto attacchinaggio e presenzialismo ai cineforum dei prof) non me ne persi una virgola.

Mi rimase impressa la battuta del trailer che spammavano l’inverno precedente a Manchester (dove me l’ero scansata per El laberinto del fauno, il mio destino spagnolo era segnato). Con lessico cinematografico, il compianto Eli Wallach dava a Kate Winslet una lezione di vita: nei film ci sono le protagoniste e le migliori amiche. Tu sei una protagonista, ma per qualche motivo fai la parte della migliore amica.

Immagino che la frase fosse stata scelta nel trailer perché molte (e molti) di noi si riconoscono nella definizione.

Ci ripenso ora, a più di 6 anni di distanza, perché finalmente l’ho capito: io nella sceneggiatura non sono manco la migliore amica. Vivo direttamente negli spazi tra le battute. Io vivo tra parentesi. O vivevo, spero.

Ero l’amica che ti consigliava quando avevi problemi d’ogni genere, ma quasi mai condivideva i suoi con te. L’alunna che stava zitta per non far vedere che sapeva più degli altri, ma che non si esimeva dal dichiarare l’ignoranza nelle materie che non le riuscivano.
Poi, l’impiegata veloce che, temendo ripercussioni sui compagni di reparto, suggeriva loro al PC le risposte da dare.

In amore, sono stata soprattutto due cose: l’eterna amica che sapeva quando sparire, quando la “titolare” rivendicava l’attenzione del suo amore platonico; quella che “se smettessi di usarmi come passatempo staremmo così bene, insieme”.

Perché lo facevo? Ora mi dico, per due motivi principali.

Il più ovvio è che le cose non possono andare male se non ci provi nemmeno. Se sei il puparo invece che la marionetta è come se i fischi non li prendessi mai tu. O meglio, parafrasando il quinto libro di Trono di Spade: meglio ridere del gioco che giocare e perdere.

E poi perché [attenzione, argomento contorto], a sminuire la mia importanza confermavo a me stessa di essere speciale.

È che ero troppo brava per uscire allo scoperto a scuola o al lavoro. Aiutavo perfino gli altri. Così non dovevo notare le cose ridicole che facevo in campi che non padroneggiavo.

Ero troppo buona rispetto alla Corte dei Miracoli costituita dal mio gruppo di amici: occupandomi dei loro problemi potevo chiudere tutti e due gli occhi sui mille modi che trovassi io per rovinarmi la vita.

L’amore, per esempio. Avere un amore platonico è comodo, così come mettersi in situazioni ultrapoetiche e drammatiche in cui non c’è mai il rischio di ritrovarsi davanti a un divano in pantofole a guardare la Tv insieme. Solo baci furtivi e spazzolini da denti messi di nascosto in borsa, che manco quelli era dato lasciare nell’altra casa. Ovviamente era l’altro che non si accorgeva di che splendida compagna sarei stata, invece che amica o amante. Colpa sua, comunque, io ero quella dell’amore puro che non poteva fare sul serio per reticenza altrui.

Insomma, niente fa sentire così speciali come non fare da protagonista, nella propria vita. Così bravi e condannati dal destino.

L’antidoto, ora ve lo posso dire, siete stati voi. Non l’unico, eh, che pare che vi sto adulando.

Ma insomma, tutto questo mio sentirmi speciale dove andava a parare? Nell’essere unica e irripetibile.

Ed è difficile continuare a crederlo quando qualcuno altrettanto unico e irripetibile si prende il disturbo di scriverti due righe: “Ciao, sai che in questo post mi sono riconosciuta molto?”. “Quello che scrivi qua è esattamente quello che mi sta succedendo”.

Mi sa che non potremmo andare così sincronizzati (smussando le mie follie) se non fosse che siamo fatti della stessa sostanza. Non solo dei sogni, ma degli esseri umani.

E che una delle maledizioni più belle che ci toccano è avere simili bisogni e desideri, anche se declinati in modi diversi. Ve lo dice una che si vantava di volere cose diverse da tutti.

Ma è proprio dura trovare qualcuno che non voglia essere amato, qualunque sia il tipo di amore che cerca, a meno che non creda di non meritarselo, che quella è un’altra storia. Come è difficile trovare qualcuno che voglia essere non dico felice, ma sereno, una volta che capisca come me che tutta l’ansia autoprodotta per evitare le sue paure gliele serve su un piatto d’argento, pronte ad avverarsi.

Insomma, mi state guarendo dall’assurda e arrogante malattia di credere che l’unicità abbia un prezzo.

Si distribuisce gratis, dalla nascita, ma se ne accorgono in pochi.

Per gli altri, mi sa, ci sono i blog autoreferenziali. Ehm.

Janus-VaticanAvete presente quei dolori double-face?

Sì, come le orribili giacche a vento che ci regalavano da piccoli.

Sono quelli che sentiamo quando siamo bloccati, quando, come ci muoviamo ci muoviamo, facciamo danni.

E allora, se ci telefona, male, perché alimenta le nostre speranze, quando si vede lontano un miglio che non gli piaciamo abbastanza. Se non ci telefona, invece, stiamo malissimo.

Se telefoniamo noi a nostro padre per riconciliarci, a Natale, finiremo per litigare. Se non lo facciamo, la cosa non si risolverà mai.

Se restiamo a fare questo benedetto praticantato a costo zero, ci sentiremo umiliati, non avremo tempo libero né una remunerazione decente, e non sappiamo neanche se “farà curriculum”, come ci hanno detto (non) assumendoci. Se l’abbandoniamo, “non avremo in mano neanche quello”.

Double-face, come Giano bifronte, quello della pace e della guerra. Solo che nel nostro caso le facce significano entrambe guerra, e sono comunque facce ‘e corna.

E no, non ho né l’antidoto né l’anestesia.

Ho una considerazione personale, però.

Gli amici miei che finiscono in queste storie double-face sono gli stessi che dichiarano di non volersi impegnare in una relazione, o di non volere figli che sono un peso, o di aver diritto a divertirsi, “finché la cosa non si fa seria”.”Frequentano” qualcuno che palesemente non è interessato che la metà, rispetto a loro, ma che neanche se ne va, per la sua propria ambiguità o per tornaconto personale. Ma, come me nella stessa situazione, i miei amici si dicono che la cosa è sotto controllo, che in fondo non sanno neanche loro cosa vogliono, che alla fine non sono innamorati, che vogliono un distacco lento, meglio che tutto insieme… Balle. Almeno per me, almeno nel mio caso. E a naso, che finalmente imparo ad avere naso ANCHE metaforicamente (che fisicamente sicuro non mi manca), sono in buona compagnia.

Quando litighiamo coi nostri genitori, chi è stato il primo? Il primo a “tirare la pietra e nascondere la mano” (e ve l’ho tradotta dal napoletano). A dire “vediamo se facendo io la vittima l’altro mi viene incontro”. Ci sono giochi di ruolo, nelle famiglie, che si trascinano da decenni e farebbero invidia a Dungeons & Dragons. Ricatti morali, vittimismi, perfino malattie psicosomatiche strategiche. A rigor di logica avrebbero cominciato i genitori, c’erano prima loro. Ma insomma, siamo buoni alunni.

Il lavoro è il paragone più difficile. So che tocco un tasto dolente e le nostre responsabilità in una crisi economica saranno pure notevoli, ma il raggio d’azione è limitato. Però voglio dire una cosa, a rischio di essere lapidata. A Barcellona vedo tante persone cercare lavoro, metterci anche un anno a trovarlo. La cosa está muy mal, siamo tutti d’accordo, e l’ottimismo da solo non la cambia, né è questione unicamente di volontà. Ma perché ho amiche che, anche se per motivi vari devono cambiare spesso lavoro, trovano sempre qualcosa? Qualcosa di malpagato, triste, impossibile, ma qualcosa. E amici (che il senso del proprio valore si declina più facile al maschile) che è come se stessero sotto un albero di fichi con la bocca aperta, senza pretendere neanche di allungare la mano e prendere i frutti quando cadono. Rispondono a quelle due offerte di lavoro, vanno a fare i colloqui mezzi scocciati. E qui fanno bene, quando si tratta di rifiutare i lavori sfiancanti che le amiche invece accettano. Non si piegano al ricatto delle 8 ore quotidiane a fare dei lavoretti. Ma insomma, è come se non ci provassero mai davvero, né abbandonassero le speranze. A Barcellona, poi, la panacea di tutti i mali è partire. Per nuove mete che, finché non cambi la testa, miglioreranno notevolmente le tue condizioni di vita, senza mai cambiarle davvero.

Ho letto questo bel concetto ne La via dell’artista, di Julia Cameron: se vi guardate indietro, vi accorgerete che la vita è stata ambigua con voi quando eravate voi a essere ambigui con la vita.

E con voi stessi, aggiungo, parlando anche a me.

Perché non sapere cosa si vuole è frequente e comprensibilissimo. Fingere di non saperlo per il rischio di non ottenerlo (o di ottenerlo?), per me è imperdonabile.

E allora, chiudiamo le porte del tempio e, fuori da ogni ambiguità, desideriamo almeno la pace.

Per la guerra, quando avremo finalmente deciso per cosa combattere, abbiamo tutto il tempo.

everest Uff, non so come scrivere quello che leggerete senza essere retorica. E non posso neanche chiamare Proust per consigli.

Allora comincio con una precisazione: per disertare il corso di francese e andare in palestra, devo stare proprio male.

Ma malemalemale. Quelle cose che dici ok, ho sbagliato tutto, la mia vita è una scemenza, vado a buttarla insieme al sudore su una cyclette e poi andrò al parco ogni giorno come un pensionato 80enne finché il dolore non sia finito.

Avete presente quegli errori che sono come cambiali, che si continuano a pagare molto dopo aver ammesso che fossero errori? Ne parlavamo qua. Ci si domanda, senza voler declinare le proprie responsabilità, quo usque tandem, hasta cuando… Inso’, quando finisce l’incubo.

È lì che la speranza, sempre più stronza, mi tende un agguato. Proprio nella palestra comunale a prezzi stracciati, quella in cui respiro il sudore dei vicini di step sperando in cambio di essere al sicuro.

Macché. Taglio la strada a uno. Un tipo di quelli che mio padre, medico, saprebbe esattamente che cos’hanno, ma io al massimo so dire che ha di quegli spasmi che sembra che una parte del suo corpo voglia andare altrove, in tutt’altra direzione, e il proprietario con fatica e pazienza lo metta insieme, attimo per attimo, portandolo dove vuole.

Se non mi sputasse in faccia, gli direi che su un piano infinitamente più facile sto facendo qualcosa del genere. Ma no, mi ritrovo lì nel mezzo della sua traiettoria un po’ ellittica, e gli chiedo scusa. Lui fa una specie di sorrisetto con la parte di bocca che lo asseconda, e mi invita con un cenno nervoso a passare.

Poi, mentre cerco di non piangere e far giocare i numeri a mezza palestra, me lo ritrovo sempre vicino, tipo angelo custode, lui cyclette mentre butto il sangue sullo step, lui sul materassino degli addominali a due postazioni dal mio.

Mentre faccio gli addominali inferiori, reggendomi alla sbarra nella posizione più ridicola possibile, assisto alla scena: il tipo di cui sopra va a riporre il suo materassino. Deve infilare i due fori metallici in altrettanti pioli, impilandolo con gli altri, operazione che a me richiede un secondo e a lui almeno 30. Tra minimanovre per coordinarsi, centrare prima un piolo, senza andare troppo in fondo, e poi puntare all’altro.

In quella arriva un pezzo d’uomo che mi domando come non abbia notato prima. Sta lì a osservare l’operazione e aspettare un po’, poi, armato delle migliori intenzioni (come sempre accade in questi casi), allunga le mani verso il materassino traballante, offrendosi di completare lui l’operazione. L’altro fa un gesto più brusco degli altri: si tira l’oggetto a sé, stacca l’auricolare dall’orecchio destro e parlotta un po’ con questo, che lo ascolta con un’espressione di circostanza.

Immagino sia una di quelle cose tipo “devo farcela da solo”, e non posso fare a meno di pensare a tutta la retorica che accompagna la vita di persone come lui, dai corri, Forrest, corri, al conferenziere monco che si rialza con una bella colonna sonora in sottofondo a sottolineare l’importanza del “rialzarsi sempre nella vita”. E mi chiedo come si possa trovare un equilibrio tra smettere di trattarli come se fossero speciali e allo stesso tempo apprezzarne il coraggio, quando lo mostrano.

Intanto, sarò io a fare gli addominali in fretta o il tipo a essere davvero lento, ma arrivo a riporre il materassino quando lui ha appena finito, finalmente, di piazzare il suo.

Lo guardo con un sorriso, aspettando che si sposti per compiere la stessa operazione.

È lì, che succede.

Il tipo mi strappa il materassino di mano, con un gesto che sarebbe stato brusco in altre circostanze, e comincia a riporlo sopra il suo.

Resto costernata. Cavalleria? Si è offeso per il sorriso? Vuole dimostrare qualcosa a me? O a se stesso?

C’è poco di retorico, nel suo gesto. Non scatta nessuna colonna sonora commovente e resto col dubbio che una femminista non dovrebbe prenderla benissimo.

Ma sono ammirata, davvero. Dal fatto che la reazione più normale di quelli come me, che si credono così infelici da dover saltare il corso di francese, sarebbe stata aiutarlo. E invece no. Invece lui compie un gesto di gentilezza che fatto da chiunque sarebbe una goccia nel mare, ma da lui.

Ringrazio, chiedendomi se debba aspettare che riponga o appunto me la debba squagliare grata del secondo che mi fa risparmiare, col suo mezzo minuto. Lo saluto.

Mentre scrivo, capisco che la cosa più bella che mi ha dato non è stata il suo esempio. Il fatto di avermi ricordato che se uno sconosciuto può regalare 30 secondi di convulsioni a una sconosciuta, quest’ultima saprà ben gestire i suoi amori e le sue case in affitto.

No, mi ha ricordato che sto imparando a ricevere. Dopo tanti anni passati a dare, dare, dare, anche a chi non mi chiedesse niente, sto ricevendo volentieri complimenti, carezze, manifestazioni d’affetto.

Ma quei 30 secondi di uno sconosciuto, e ok il volemose bbene, o il siamo tutti figlidellostessoddio alla Gigi D’Alessio, quei 30 secondi sono stati finora il regalo più bello.

La RUOTA DELLA FORTUNA Niente, non lo trovo. Vorrei citarlo a dovere, ma si sarà perso tra un trasloco e l’altro.

Il libro sull’ansia, dico. L’unico testo in italiano sull’argomento in cui mi sia imbattuta.

In attesa di riacciuffare l’autore, ricordo il concetto.

In molti casi, quando ci prefiggiamo delle mete, abbiamo lo stesso atteggiamento di chi accende un cero alla Madonna e spera di vincere al lotto.

Ci diciamo infatti: il mio obiettivo è prendere 30 all’esame.

Alt. È legittimo e più che desiderabile, ma dipende da noi? No. Dipende da un’infinità di fattori: da come si è svegliato il professore, da quale assistente ci sentirà la parte generale, da che domande ci faranno, e a che ora (meglio una prof. affamata e desiderosa di chiuderla lì, o una ancora in digestione ma soddisfatta del pranzetto?).

E già, dipende anche (si spera soprattutto) da come abbiamo studiato.

Sui primi fattori, come vedete, possiamo influire molto poco. Sul secondo… Be’, sì, c’è molto da fare.

Quindi, prendere 30 all’esame, se ricordo bene la definizione del libro, è un Obiettivo Risultato: una cosa che ci sfugge di mano, perché non sta in noi ottenerla. A meno che il vostro santo di fiducia non sia più efficace di una raccomandazione multipla, e allora svelatecene il nome che corriamo in cereria.

Intanto, quello che ci serve è un Obiettivo Performance.

Ovvero, soffermarci sulla seconda parte: quello che possiamo fare.

Il nostro obiettivo, quindi, dovrebbe essere studiare da 30.

Ovvio che l’esempio più assurdo in questi casi, insieme al famoso terno al lotto, è l’amore.

Uno può essere attratto o meno da noi per un insieme di fattori imprevedibili, che vanno da quanto abbia bevuto quella sera a quanto somigliamo alla sua personale bambina coi capelli rossi (non Anna, dico quella di Charlie Brown).

Il bello è che non ce ne rendiamo conto e ci ostiniamo a pensare che l’amore sia qualcosa che possa essere “provocato”.

E sì, che possiamo fare qualcosa al riguardo: possiamo presentarci nella nostra migliore veste, possiamo non demordere subito, possiamo anche corteggiare un po’, senza sfinire. Un mio ex di Napoli aveva la regola dei tre inviti a uscire: il primo rifiuto può essere davvero dovuto a ad altri impegni, il secondo è probabilmente una scusa, il terzo ci dice che non ne vuole sapere.

Quello che non possiamo fare è ipnotizzare la persona che ci interessa e costringerla ad amarci, e non è neanche raccomandabile il noto metodo Alfredo Canale, il luogotenente del Camorrista di Tornatore che risolve un litigio con la fidanzata gambizzandola (nella scena successiva stanno battezzando il loro figlioletto).

Quindi, il nostro obiettivo non dev’essere: devo conquistarla/o.

Manteniamoci su un prudente: devo fare quanto sta in me per piacere, e (soprattutto) capire se piaccio.

Insomma, a meno che non stiamo chiedendo due numeri a San Gennaro, capiamo una volta per tutte che soffermarci su quanto possiamo fare noi, invece di pretendere di piegare il destino, non è volare basso, è volare e basta.

Seguendo il vento. E quando lo facciamo (seguire il vento, dico), invece di soffermarci sul fatto di non poterlo piegare alla nostra volontà, dovremmo renderci conto che siamo noi a imboccare la strada più semplice, senza più pretendere di decidere il meglio per gli altri e per la sorte.

Quando rinascete padreterni, per nostra disgrazia, farete tutto quello che vorrete.

In quel caso, mi raccomando, tenetemi presente. 15 e 58, una settimana sì e una no.

nottestellataVi ho ingannati: in questa breve conclusione non parleremo, ancora una volta, di naufragi. Delle crisi che ci costringono a uscire dall’angolino in cui ci siamo riparati da soli, prigionieri delle nostre stesse paranoie.

Volevo solo ribadire una cosa strana: nell’angolino ci rimaniamo anche quando le cose vanno bene. Per inerzia e ostinazione, pronti a respingere ogni evidenza che la vita sia gestibile. E per gestibile, ripetiamo fino allo sfinimento, non si intende né meravigliosa né disposta a darci tutto quello che desideriamo.

Ritornando all’idea di cosa ci dia sollievo: quando le circostanze ci tolgono quelle cose che non vanno, un lavoro deludente, un progetto fallito, una relazione – tortura (che da soli, spesso e volentieri, non riusciamo a farlo), ci sentiamo perduti. Quella cosa ci faceva star male, ormai ci toglieva più energie di quante mai ce ne avrebbe date se fossimo finalmente riusciti nell’impresa. Ma non c’è niente da fare, senza, per un bel po’, stiamo peggio.

E allora ci attacchiamo come cozze alla speranza che tutto ciò vada come speravamo, che le cose finalmente e per miracolo prendano il corso desiderato, che l’amore trionfi anche se contorto, che il riconoscimento dei capi arrivi anche se siamo del sesso sbagliato e sappiamo più lingue di loro.

Sembriamo quei condannati a morte di cui parla Viktor Frankl, che avvicinandosi la forca si fanno prendere da questa convinzione irrazionale che non può essere davvero la fine, che arriverà loro la grazia in extremis.

Nel nostro caso, però, la grazia consisterebbe nel continuare nel nostro ergastolo, nella gabbia da cui guardare il mondo che ci siamo costruiti da soli, magari per difenderci da una minaccia reale, anche quando questa minaccia ormai è passata (e qui il pensiero va, invece, a quei soldati delle guerre del Novecento, persi nella jungla, che sono usciti allo scoperto solo dopo decenni dalla fine del conflitto).

Nel nostro caso, dovremmo proprio rassegnarci: non solo siamo condannati. Ma non siamo neanche condannati a morte.

Siamo condannati alla vita.

Ci tocca, proprio. E sì, quella ragazza così simpatica e interessante ha sorriso proprio a noi, nonostante i nostri discorsi sul non saper sedurre.

E sì, dopo aver tanto cercato lavoro, all’associazione umanitaria in cui studiamo lingue cercano davvero volontari stipendiati. Non sarà quello per cui abbiamo studiato, ma è un inizio.

È una condanna severa, lo so, la condanna a vita.

Ma state tranquilli, scontatela tutta. La morte si sconta vivendo, no?

E vi porterò le arance nella vasta galera che ci tocca, vasta quanto il mondo.

Quando non si è in cattività, chissà perché, sono ancora più buone.

The_Quiet_Man_John_Wayne_Maureen-OHaraSi parlava di tutte quelle cose che ci fanno sentire al riparo dal mondo, con l’effetto collaterale di non farci vivere.

Sei al riparo, ovviamente, se costeggi la vita. Nessuno ti fa male, ma a che prezzo.

Alla fine non te ne accorgi subito, in fondo hai i polmoni per respirare e un piatto a tavola, ti dici di amare le cose semplici.

Ma c’è sempre quel prurito, l’insoddisfazione di chi sa o sente di volere qualcosa, e non prova nemmeno a ottenerlo. Per la constatazione lapalissiana che quasi tutto quello che vogliamo non dipende solo da noi, quindi c’è il rischio di sbattersi tanto e restare con un pugno di mosche.

Per evitare questo rischio, appaltiamo l’intera vita alla paura di muoverci.

Scegliendo di ripararci da noi stessi, dai nostri desideri.

Perché? Per paura di essere incapaci di realizzarli.

O almeno è quello che capita a me. Ripensando a passate relazioni, mi sono resa conto che partivo da un “problema” reale: come voi, immagino, detesto molte cose di un rapporto di coppia consolidato. Nel mio caso, però, è una cosa quasi patologica, con le sue bravie ragioni geografico-sociali che vi risparmio e che in fondo non vanno considerate se non nel modo in cui le ho vissute io. E le ho prese molto male. La comprensibile riluttanza ad avere a che fare coi suoceri, nel mio caso diventa maniacale. Vacanze insieme? Meglio la morte. Devo essere gentile con qualche cognata che odio? Eh? Non mi ci fate sedere allo stesso tavolo, neanche a Natale. E poi tutto questo dover pensare per due, i fidanzati partenopei che mi chiedevano “Ma questa gonna te la metti anche quando non ci sono?”, i pakistani “Che ci fa questa birra nel tuo frigo?”.

Allora, per mettermi “al riparo” da questo, mi inventavo storie alternative. Erano molto romantiche e molto drammatiche, a mio giudizio, e in fondo neanche me ne accorgevo. L’idea era trovarmi qualcuno che fosse distante anni luce dal modello convenzionale di virilità, meglio se avesse proprio problemi a rapportarsi con quello, e unire le nostre paure in una tipica storia da “nonostante tutto”. Nonostante tutto, saremmo restati insieme. Nonostante tutto, le coppie “convenzionali” si sarebbero sgretolate alla fine del loro amore così noioso, innamoramento – consolidamento – noia – rottura. No, noi no. Noi saremmo rimasti lì, a sopportarci per l’eternità.

Ignoravo spesso e volentieri che tanti uomini che hanno problemi coi modelli di virilità, in fondo in fondo vorrebbero imitarli, ma, come me mutatis mutandis, non credono di poterlo fare. Sotto i loro problemi esistenziali si nasconde a volte il più convenzionale degli uomini, che semplicemente è incapace di essere se stesso.

Io stessa, semplicemente, avevo paura. Paura che al momento di flirtare con qualcuno in un bar, uscirci insieme, vedere se ingranava, conoscere i suoi ecc. ecc., a prescindere da se lo volessi o meno, non fossi capace di farlo. Semplicemente, mi mancava qualcosa. Non ero abbastanza bella secondo gli standard, o abbastanza normale, o abbastanza serena.

E quindi eccomi in un angolo con le mie storie assurde, e gli amici a chiedere ma come fai a sopportarlo e io a fare l’eroina romantica, salvo stancarmi se la storia rischiava di diventare troppo convenzionale.

Sono stata quella degli amori eterni ed eternamente platonici, delle imprese disperate, degli anni persi a rincorrere la sostanziale indifferenza di chi aveva più paura di me.

Finché non ho capito il trucco: ripararsi è come la tagliola della gatta delle favole, che comincia a leccarla tutta contenta finché non si accorge che quello che stava ingurgitando con tanta soddisfazione era ormai il suo stesso sangue.

E che mi fa più paura che qualcuno che trovi interessante mi sorrida e s’interessi a me, che continuare in un’impresa disperata, alla ricerca della mano dal cielo che avveri il mio desiderio di essere infelici in due.

Quindi, quando ci sentiamo messi alle strette, chiediamoci quanto ci sia di indipendente dalla nostra volontà, e quanto dipenda invece dalla nostra ostinazione a non metterci in gioco, alla falsa percezione di minaccia che ci fa accantonare ogni speranza di ottenere ciò che vogliamo. Di essere, ciò che vogliamo.

Purtroppo, per attraversare questo genere di mare, spesso aspettiamo di fare naufragio.

Ne parleremo ancora un po’.

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