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finestra sole Quando ho visto la casa da cui vi scrivo, sono rimasta folgorata.

Letteralmente, perché la prima cosa che ho visto, dall’ingresso angusto su cui gli ospiti alti lasciano sempre un po’ del loro senno, è stato l’angolo di parete bianca che ho lasciato tale e quale, sguarnito ad accogliere l’abbondante sole del terrazzo. Per il resto, l’appartamento era uno sputo, il bagno sarebbe stato stretto per la mia casa di Barbie, in paese, e l’affitto, trattandosi del primo buco che fosse tutto per me, era inquietantemente alto, per una che aveva finito la borsa di dottorato da novembre e faceva un part-time in un ufficio.

Ma quando appunto, dopo la visita, mi sono recata al lavoro, ho detto subito alla mia collega che avrei smesso di cercare, habemus casam.

È stato per due sensazioni, simultanee e differenti, che forse avrò già descritto.

La prima, l’odore di pane abbrustolito. Che ovviamente non proveniva dal cucinino a due fornelli malamente collegato a una bombola arancione, ma da qualche parte della mia testa che era rimasta a Capri, alla casa che i miei zii si erano comprati in preda a un colpo di fulmine simile, tutta in salita e tutta da rifare, coi loro stipendi statali. Ma poi ci avevano costruito alcuni dei momenti più luminosi della mia prima adolescenza, accompagnati spesso da pane abbrustolito e marmellata d’arance fatta in casa.

La seconda, La Bohème. Io e Mimì non abbiamo proprio niente da spartire, in realtà, ma quando sta facendo ancora la civetta con Rodolfo, disegnando ghirigori nell’aria con la gelida manina, dice di vivere sola soletta, là in una bianca cameretta, tra i tetti e il cielo… Sì, proprio asteco e cielo, come dice mio padre sconsolato al pensiero del freddo che devo sentire in inverno. Ma poi, l’orchestra tace, e questa grisette smorfiosa diventa immensa e dichiara:

Ma quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell’aprile è mio

E qui, che volete, scatta la lacrimuccia e lo spirito d’emulazione. Perché la mia dissimulata selvaticità mi porta a starmene spesso sola soletta, ma schiattate, il primo bacio dell’aprile, se permettete, lo voglio. Schiattate, o venite a farvi baciare pure voi, che dice che a non usare a lungo la Bialetti si rovina.

E adesso che cerco una casa da comprare e sono meno selvatica e la Bialetti la uso più spesso, cerco ancora il primo bacio dell’aprile. In termini più prosaici, cerco un attico.

Ma il colpo di fulmine non c’è ancora stato. C’è stata una curiosa coincidenza, la visita a un appartamento che stava proprio sopra al mio, il primo occupato nel Raval, in un palazzo a cui torno sempre per un motivo o per un altro, seguendo i fili di una lunga telenovela. A sentire chi crede in un ordine universale, se ci sono tante coincidenze un motivo ci sarà, o no?

Fatto sta che non c’è il colpo di fulmine. E mi manca, con l’irrazionalità che lo accompagna e mi fa amare ancora questa casa nonostante la mal dissimulata fatiscenza, e gli eventi spiacevoli a cui ha assistito ultimamente.

Poi, però, penso agli amori lenti. Quelli che non mi aspettavo e non ci speravo, verso cose e persone che prima mi suscitavano paura o insofferenza.

Il Raval, ad esempio. Quando dal Mercat de Sant Antoni mi sono spostata più verso l’interno, a Joaquín Costa, era uno scarto di 5 minuti, abbastanza da spaventarmi. Mi ero sempre trovata zone di confine, o addirittura un po’ anonime, per avere l’illusoria sensazione di poter provare tutti i volti di Barcellona. Il Raval aveva troppo di tutto, troppa personalità, troppa prevalenza d’immigrati, troppa sporcizia, troppi turisti. Abituata a una Barcellona insapore, ero assalita da odori forti, curry e urina, il pollo dei girarrosto, la menta che profuma tutto un tratto di strada, quando i fruttivendoli fanno provviste. Erano più rassicuranti i cinesi di Tetuan, gli anziani catalani che sindacavano su come buttassi la spazzatura, con quelli al massimo hola. Poteva mai, il Raval, diventare il mio barrio?

E tu fa’ che lo diventi, suggerì un’amica. E infatti l’amore per il Raval sopravvive a quello per questa casa, che pur mi appresto ad abbandonare. Ho provato a cercare in altre zone, ma no, al massimo la fine torno vicino al Mercat de Sant Antoni, che se attraversi sei nell’Eixample (…), ma sempre Raval è.

Se ci penso, infatti, gli amori lenti sono quelli che mi sono rimasti dentro, davvero. Credo che paragonare un uomo a una casa sia il più bel servizio che si possa fare, altro che mercificazione. D’altronde i rari casi di folgorazione che ho avuto si sono persi nel disperato tentativo di giustificarli, che le case le arredi come vuoi e crei una profezia che si autoavvera, mentre gli umani vengono già arredati di abitudini e manie. E c’è una clausola che impone di accettarle, o non ti ridanno la cauzione. Se gli amanti del colpo di fulmine avessero il tempo di provarne le effimere conseguenze, credo se ne accorgerebbero nella maggior parte dei casi.

Gli amori lenti, invece, si appiccicano addosso piano piano come l’odore di menta, come l’afa scongiurata da quest’aria di pioggia che mi fa scrutare ogni tanto l’amaca in terrazza, per vedere se si sta bagnando. Ti invadono la vita piano, per osmosi, come l’uovo al sapore di tè con cui fa colazione un’amica cinese, e quando se ne vanno è difficile farne a meno perché dovresti strapparti il guscio intero.

Il problema è che non puoi saperlo in anticipo, che lo diventeranno. Amori lenti, dico. Lo sapessi, ti prepareresti.

Da quando ho visto questa casa sopra la mia vecchia ne ho un ricordo come affettuoso, di un posto in cui sono stata, e vorrei tornare.

Quanti giorni di pioggia, scontri coi vicini, pomeriggi di sole, quante notti di lacrime o di sonno profondo, quante visite improvvise e sorprese preannunciate dovrei vivere, prima di sapere?

Magari non ci sarà neanche bisogno di aspettare tanto. Prima o poi, magari mentre starò a fare tutt’altro, saprò.

http://www.youtube.com/watch?v=DAhtAf2NMrE

iomammapapà2 Tempo di cambiamenti che non ho scelto. Il più fesso, figurarsi gli altri, è quello della casa. È stata la mia tana per due anni e ora non la sento più sicura. Magari siamo tutti paranoici da quando è morta la gatta, ma l’altra notte ho sentito qualcuno camminarmi sul tetto. Passi precisi e regolari, con incluso trasporto di oggetto inanimato (qualcosa che rotolava). Difficile pensare a un gabbiano sovrappeso. Quando ho sentito anche una specie di tonfo, come se qualcuno si calasse su qualche balcone, sono uscita di casa (alle 3 di notte) senza saper bene cosa fare.

Poi rinunce, a cose molto belle.

Così belle che ho pensato che per provare minimamente a compensarle ci vuole qualcosa di bello assai. Così non spreco manco energie. Come ho detto a un’amica di qua: “Tanto amor sin que nadie lo aproveche…”. Mio padre mi ha insegnato a non buttare niente.

Sto consultando pagine di volontariato. E nel Raval, stereotipi a parte, ce ne sono, di cose da fare. Fortuna che la gente è solidale, tra compaesani e correligionari sono l’altruismo personificato. Però ci sono i problemi dei poveri, famiglie disagiate senza soldi per coprire la loro vergogna, bambini da tenere a bada mentre entrambi i genitori lavorano… Mal che vada organizzo un corso intensivo di napoletano, così imparano la sottile arte del chitemmuorto.

Ok, per gli altri stiamo a posto. O meglio, per me che fingo di farlo per gli altri.

E per me, proprio me stessa medesima in persona?

Pensavo a una casa. E non coi soldi dei miei, che mi rassegnavo a invocare a 32 anni suonati, quando dai 18 ho chiesto un solo intervento per bollette impreviste. Un mutuo equivalente all’affitto che sto pagando, con loro che garantiscano per me, se me lo fanno fare. Così non mi metto scuorno di chiedere troppo e non volo basso con le case. In fondo 30 anni di speranza di vita che li ho, vado pure in palestra 4 volte a settimana. A pensarci bene la crisi ne ha fatto la mia unica risorsa costante.

All’affitto ci sono sempre arrivata, non vedo perché spendere i soldi a vuoto. E se sto con l’acqua alla gola, mi rassegno a vivere con altri. A 30 anni, col residuo della borsa di dottorato e i primi soldi del lavoro d’impiegata mi regalai un appartamento senza coinquilini. Basta appartamento spagnolo, Erasmus, la Bohème. Mi sembrava un indice di maturità.

Ora ho capito che vivere al di sopra delle tue possiblità può essere piuttosto un segno d’infantilismo.

Ho capito anche un’altra cosa, forse, un’ovvietà di quelle a cui arrivo sempre tardi. La controversa questione del sorridere anche in tempi avversi. Una forzatura disumana, sottolineava un amico su facebook. Non per me, che lo facevo costantemente per due motivi altrettanto sbagliati: o perché confondevo lo “star bene” col “fare cose”, o non riuscivo mai del tutto a star male, che è grave come quelle malattie per cui perdi la sensibilità e ti pugnalano senza che te ne accorga.

Ora ho capito, forse, che la questione è star male e imparare a sorridere “nonostante”.

Ve l’avevo detto, che era una banalità.

PS: L’ho scritto qualche giorno fa. Intanto ho scoperto che l’avallo può fartelo pure Bill Gates, ma finché non porti una busta paga col tuo nome nisba (lo so, sono di un’ingenuità spaventosa, ma sono in buona compagnia). E De Gregori non aveva ancora fatto l’intervista che manco ho letto, perché di lui ormai ascolto poche canzoni, tra cui questa.

calle_Portaferrissa-320È una sensazione, le sensazioni sono difficili da descrivere.

Passavo veloce per c. Portaferrissa. È una strada che collega la Rambla alla Cattedrale di Barcellona, piena di gente e negozi di media qualità: profumerie, negozi di scarpe, qualche grande magazzino. Come sempre, a quell’ora del pomeriggio, straripava di turisti: più o meno potevo indovinarne la provenienza. I francesi, scusate la banalità, alzavano un po’ la media dell’eleganza, o almeno dell’originalità, ma il cappello di tela abbinato a occhiali e macchina fotografica regnava sovrano su shorts e sandali aperti.

Di lì a poco sarebbero cominciati i saldi.

Io ero diretta non ricordo più dove, sicuramente al Sant Pere Apòstol, per qualche evento Altraitalia, o al Rai Art, per il corso di tarantella. Posti che ti danno l’illusione di salvarti da tutto questo. Dalle fiumane di turisti che seguono ipnotizzati un ombrellino rosso che stona coi mattoni neogotici e col sole inesorabile. Dalle ragazze che indossano gli stessi sandali e gli stessi cappelli pure se vengono da continenti diversi, e ammirano le stesse vetrine.

E io a correre quasi, come se non avessi mai comprato bagnoschiuma a 5 euro dal Body Shop, ottenendo uno sconto con la tessera clienti, 100% cruelty free, come se non fossi mai entrata da System Action a toccare la seta dozzinale di gonne che avrei trovato tra un anno sulle bancarelle di un mercatino di seconda mano.

Anche Baba Ji era in postazione. La prima volta che l’avevo visto circondato da poliziotti gli avevo chiesto se gli servisse qualcosa, temendo lo rispedissero in Kashmir. Ora so che è parte del quadro, col barbone e il cappello che gli copre la scuccia. Lo multano ogni giorno, ogni giorno ritorna. Quella fiumana ha sempre fame di souvenir, i suoi posacenere fatti di vecchie lattine (mai di birra) sono più originali della bambola vestita da flamenco.

A un certo punto, una macchia nell’annuncio pubblicitario. Il seguratta di un grande magazzino se ne stava affacciato a parlare con una perroflauta buttata in un angolo. Vedevo l’omone alto con la camicia giallo stinto, che copriva a stento una pancia imponente, sorridere ricambiato alla ragazza minuta, forse ventenne, seduta distrattamente sul ciglio del negozio come se tutto questo non la riguardasse. Mi sembra di riconoscere una nota straniera nel suo accento.

Soprattutto, mi sembrava che il Matrix, in quel momento, si svelasse a tutti. Che in quel copione visto e rivisto qualcosa fosse andato storto, che le comparse si fossero ribellate un attimo, il regista perfezionista si fosse lasciato scappare un dettaglio.

E che quel dettaglio fosse l’umanità.

Il fatto che un uomo messo in divisa a sorvegliare capi confezionati a basso costo in Sri Lanka potesse essere prima di tutto un uomo. Che una ragazza che dorme per strada potesse piazzarsi proprio lì, invece che due strade più avanti tra i bar fricchettoni e gli angoli più scuri, e potesse parlare proprio con questo qui.

E se i personaggi di quest’annuncio pubblicitario laccato che è l’estate a Barcellona si ricordano di essere umani, prima di tutto, forse qualcuno prima o poi avrà la forza di gridare stop. Si taglia la scena, e si comincia a vivere.

faro tempesta

Mi è rimasto questo vizio dall’infanzia: pensare che tutte le attività diverse dal divertimento siano un peso per chi le svolge. “Non muoverti, lasciami lavorare”, mi diceva il parrucchiere, mentre barcollavo sulla pila di cuscini messi lì perché arrivassi all’altezza del phon. “Mi pagano per insegnarti l’italiano, quindi non ti lamentare”, sparata di una maestra un po’ umorale a un mio commento su un termine difficile. E io a pensare ecco, stanno lavorando, fosse per loro io potrei anche sparire dalla faccia della terra, mi sopportano perché devono.

Ovvio che l’esperienza m’insegna che alcune delle cose più belle si fanno proprio quando non ci si diverte. Che lavorare a una cosa che ti piaccia è sicuramente meglio di certe feste barcellonesi tutte tequila e sorrisi finti.

Ma non avevo mai applicato questo ragionamento a situazioni in cui non svolgiamo nessuna attività, anzi, siamo in completa balia degli eventi. Quando ci diagnosticano una malattia quantomeno fastidiosa, la nostra metà ci informa che non ci ama più, il capo ci schifa a morte a prescindere da come lavoriamo. Insomma, quelle botte di culo in cui sicuramente non ci stiamo divertendo (a meno che non siamo masochisti forte), e non possiamo certo dire di star svolgendo un’attività utile o appagante che giustifichi il mal di pancia.

Allora mi è venuto in mente quel filmazzo con George Clooney ancora idolo delle folle, La tempesta perfetta. Mai visto, ma improvvisamente mi appassionava l’idea. Due ore al cinema a vedere il George dondolare paurosamente tra cavalloni forza 7 (che è il massimo a cui arriva la mia immaginazione, limitata dalle peripezie degli aliscafi per Capri).

Ok, anche no.

Ma mi è venuto in mente perché improvvisamente ho capito perché attraversare la tempesta perfetta possa vendere biglietti e sembrare perfino interessante. Niente a che vedere col sadismo, né col pensiero positivo (che in qualche occasione possono essere sinonimi). E il lato positivo della cosa non si manifesta subito.

Ma dopo qualche tempo che siamo lì che dondoliamo e buttiamo le viscere in quei sacchetti odorosi d’arancia che ci porgono i marinai sull’aliscafo di cui sopra (ma allora lo fanno apposta?), la cosa comincia ad avere un piacere sinistro. Nel senso che vogliamo sapere come va a finire. Specie se, come dovrebbe essere, siamo al timone, e una certa parte dell’esito dipende da noi. Non quella che vorremmo, purtroppo: la tempesta è lì, che ci piaccia o no.

Una non meno importante, però: quella che ha a che fare con come ne usciremo.

Che ci ritroviamo su un’isola deserta con un tipo curioso (non chiamatelo Venerdì che secondo me s’incazza) o sulla zattera della Medusa, o riusciamo ad arrivare sani e salvi a un porto, un qualsiasi porto, osserviamo come ci siamo arrivati. Se ci siamo afferrati al timone con tutte le nostre forze, abbiamo fatto le virate giuste, o dobbiamo ammettere di non averle proprio azzeccate tutte. Se abbiamo lanciato gli SOS del caso, che pure a chiamare aiuto, a volte, ci vuole coraggio.

Se ci va di tornare indietro, al porto sicuro che avevamo lasciato, o vogliamo restare lì, a tempesta passata, a scandagliare un po’ i flutti in cerca di balene da favola o esplorare l’isola, con buona pace di Lost (altra lacuna).

Insomma, dopo giorni e giorni che precipitiamo in una situazione sgradevole, dopo i primi momenti di frustrazione cominciamo a galleggiare, nella migliore delle ipotesi impariamo a nuotare, e impariamo molto sulla nostra capacità di resistenza. E la prossima tempesta col cazzo che ci prende alla sprovvista (ok, pia illusione, ma quanto a fiato e bracciate avremo un allenamento che manco Rosolino).

Qualsiasi cosa succeda, le tempeste, riconosciamolo, possono avere un loro perché. Perfino quelle.

E se perfino le esperienze cattive hanno un loro perché, non dico che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma poteva andare peggio, molto peggio.

http://www.youtube.com/watch?v=7maJu5X7_Tk

artetera.blogspot.com

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Le coincidenze. Per qualcuno non esistono. Per altri è tutto coincidenza. Altri ancora comprano una vocale e vanno avanti senza farsi troppe domande.

Ma qualche settimana fa leggevo per farmi venire sonno, un’impresa improba nella quale raramente riesco. Stavolta, però, ce l’avevo fatta sulla soglia del capitolo della donna scheletro. Cazzo leggi, chiederete voi. Niente, il solito Donne che corrono coi lupi. L’ho tenuto a impolverarsi per anni, dopo che avevo abbandonato la fase zen, e adesso che so cosa farne lo leggo e rileggo volentieri. Anche perché io che sono da romanzone di 800 pagine ho finalmente scoperto la bellezza del racconto. Meglio se favola, mito.

Quella della donna scheletro è molto bella.

Parla di un pescatore inuit, comincio da lui anche se non va così. Un tipo molto solo che, un giorno che sta in mare, crede di aver preso un pesce molto grosso. Tira, tira, ma non viene niente a galla. Finalmente, con uno strattone, gli piomba sul kayak la donna scheletro.

Era una ragazza del villaggio che aveva disobbedito a suo padre, che senza tanti complimenti l’aveva gettata in mare.

E ora eccola lì a dibattersi spettrale e mostruosa nella rete del pescatore.

Che, senza pensarci su due volte, la ributta in mare e ci dà sotto coi remi. Ma lei resta incastrata con tutta la lenza sotto la barca, e finisce per inseguirlo fino a casa. Lì il pescatore la vede e, improvvisamente, si muove a pietà. La sbroglia dalla lenza, lascinadola in un cantuccio, e va a dormire. Nel sonno, gli cade una lacrima, come succede a volte a chi dorme.

Allora la donna scheletro si avvicina, presa da una strana sete, si corica nel letto con lui e beve la lacrima. Poi gli strappa il cuore e canta “carne, carne, carne”. E man mano che canta le sue ossa cominciano davvero a ricoprirsi di carne viva, ricrescono gli organi, la pelle, i capelli. Allora rimette il cuore nel corpo del pescatore, e si risvegliano aggrovigliati, stavolta fra loro.

Ora, lo so che io la racconto una chiavica, ma è bella quasi quanto il complicatissimo messaggio che ci vede la narratrice: l’amore ci delude. Vorremmo che fosse grosso e grasso come un pesce, che ci sazi per un po’ senza troppi sforzi, conquistato in un solo colpo di lenza. Invece peschiamo la donna scheletro, che non è altro che il ciclo della vita e della morte. Quasi tutti, a questo punto, scappano. “Non è come pensavo, vado a pescare da un’altra parte”. Non troveranno mai quello che cercavano.

Per trovarlo bisogna restare fermi lì. Aspettare, pazienti. Districare la donna scheletro dalla rete, guardarla, piangere di compassione per sé e per lei. Accettare che l’amore è fatto di tante piccole morti, e ritorni alla vita. Solo così l’avrai conosciuto.

Sì, ma non l’altra notte, davvero, ero stanca e avevo sonno. E poi, che tenevo a vede’, cosa aveva a che fare con me questo racconto.

La sera dopo andai al Festival Ornitorrinco, organizzato dal mio amico Jordi Pèlach. C’erano Tenedle, i Ual·la e un sacco di altra gente che non ricordo, perché nonostante tutto arrivai stanca e presi la metro presto. Però ricordo le due ragazze che salirono sul palco a raccontare storie. La figura del cantastorie in Catalogna si porta assai, ed è interessante, anche. E queste, nonostante i microfoni artigianali, raccontavano bene. Non tanto la prima storia, che pure era bella, disegnata su un lungo foglio di carta che le due facevano scorrere piano tra le dita.

La seconda, dico. Indovinate qual era, recitata pedissequamente come sta nel mio libro:

http://www.youtube.com/watch?v=OzcQmW86-_s

bellas-mariposasMi sono detta: questa la scrivo domani, stasera mi viene più sdolcinata che mai. Eh già, perché la novità è allarmante: mi piace una canzone di Cesare Cremonini. Come l’odore di vernice e la lingua che batte dove il dente duole, ma mi piace.

Mi capita da un po’ con le più becere canzoni pop italiane. Hai voglia a mettere Fabrizio De André, o Ciccio De Gregori, o i sublimi Squallor. Per immaginarti la radio di tua madre che va da sola la domenica mattina, vicino al ragù che pippea, ci vogliono questi qua, Marco Mengoni e gli Amici di Maria.

E se l’immagine vi pare troppo da Mulino Bianco, niente paura. Stavo per dire appunto che è un po’ come andare al mitico pako del carrer del Parlament, quello dei prodotti italiani, e leggere quelle scritte strane che stanno mettendo adesso sui Tarallucci: “Chi fosse veramente la pastafrolla ce l’aveva stampato sul volto”. O “Può un angolo di cielo essere rotondo?”, per i Pan di Stelle. Per un istante ho immaginato che i copy writer dell’azienda avessero manager un po’ stralunati come i miei ex datori di lavoro, che prima facevano i DJ in Olanda. Ma in fondo, vista da qua, l’Italia è particolarmente stralunata, ultimamente, quindi me la sento più vicina.

Poi è successo che ho messo in loop i video di Repubblica che partono uno dietro l’altro, mentre facevo una traduzione, e mi è uscita la presentazione di questo film:

La trama mi faceva un po’ Acciaio di Silvia Avallone, forse per le due amiche nel quartiere disagiato, ma è tratto da un altro romanzo. Mi è dispiaciuto che il regista dovesse distribuirselo da solo, specie se considero i cartelloni cinematografici di sto Natale… Poi, la scena finale, in cui la piccola protagonista s’immerge nel mare e la musica aumenta. E mi spiace per gli indipendentisti sardi, che tra l’altro io più canto Nostra patria è il mondo intero e più mi ritrovo coi loro colleghi catalani, ma proprio mi ha fatto estate italiana. Oddio, al Villaggio Coppola non ho mai visto un mare così, ma so’ dettagli.

E la canzone mi ha fatto tenerezza, la canta con Malika Ayane che se ricordo bene è pure la fidanzata (e mi fa ridere più delle imitatrici, giuro, sono malata?). Dice a una ragazzina che non bisogna aver paura dell’amore vero bla bla, lotterai, lotterai, perché sia vero. Solite cose, così facili da ricordare, così facili da dimenticare. E mi sono immaginata piccoli e adolescenti tutti i problemi adulti, specie l’adolescenza che non tramonta mai: le libertà che non vorresti, le cose di cui dopo un po’ in effetti ti rompi il cazzo.

E allora il poppettino nostrano è rassicurante, specie quando dice banalità che dovrebbero insegnarti prima.

Oggi su facebook ho visto anche una cosa tipo: quando un’emozione non viene espressa, il corpo fa male.

Allora ho provato a esprimerla, senza manco sapere se fosse vera.

Sì, pare funzioni.

www.nekane.com Per me inizia adesso la settimana che finisce.

Questi 5 giorni sono stati un buco spazio-temporale che ha visto mio fratello e la sua ragazza cimentarsi in una delle più difficili missioni umanitarie al mondo: trasformare la mia tana in una casa per esseri umani. La gatta non era proprio entusiasta, ma si è fatta accarezzare dai nuovi venuti, tralasciando perfino i resti del pollo entrato in casa mia a beneficio dei due carnivori.

Domani ti porto le fotocopie, ho dichiarato due ore fa all’ennesimo interessante incontro per farvi conoscere i miei soldati della Grande Guerra. Domani è sabato, mi ha ricordato la mia interlocutrice. Ma avevo appena lasciato i miei beniamini sulla navetta per l’aeroporto e per me è lunedì. Tanto più che, se non hai un lavoro d’ufficio e vivi nel Raval, un giorno vale l’altro. Magari il venerdì stanno tutti vestiti a festa per andare in moschea, la domenica qualcuno chiude il negozio, e c’è il mercato su Rambla Raval. Ma poca roba.

Lo so, eh, che è passata una settimana, ed è stata interessante anche nelle ore che non mi hanno vista alle prese con Gaudí e con i tour gastronomici per la Barcellona multietnica.

Interessante nel bene e nel male. La mia solita risposta ai periodi no (fare cose) mi sta portando dritta a un altro collasso che vi propinerò in diretta. Ma per ora reggiamo, vecchie ossa permettendo. Adoro creare, nei limiti nel creabile.

Invece mi è spiaciuto vedere meno gente di quanta sperassi alla commemorazione di Íñigo in Plaça St Jaume. C’era Nicola alle prese con le candele, maledetto vento, e pure Esther.
Di lei mi è piaciuto che pubblicasse una foto di quando di occhi ne aveva due, dicendo che a vedersi sui giornali con la benda e tutto, si era sentita brutta, e voleva rivedersi allegra e sorridente dall’ultima vacanza.
Non sa quanto mi ha fatto riflettere sulla bellezza, su quanto possa essere una gioia e una risorsa per arricchirsi la vita, e quanto una padrona spietata, se lasci che t’invada casa secondo le sue regole. Che sono sempre quelle, irrazionali e contraddittorie, del mondo di fuori in questo esatto momento. In quel caso, altro che ventose per appendiabiti o ganci per la spazzatura, casa tua ti crolla addosso lo stesso. Se vuoi sentirti inadeguata ci riesci sempre, c’è chi non ti trova abbastanza accogliente o abbastanza tormentata, abbastanza burrosa o abbastanza pelle e ossa. Le donne le vogliono o rassicuranti o infelici, sono modelli di fascino. L’ho fatto anch’io, a suo tempo, con gli uomini, e mi sono sentita stupida troppo tardi. E sospetto che per gli uomini che ci cascano coi modelli maschili sia peggio, hanno meno strumenti per uscirne, o anche per capire che hanno un problema.

Viva Esther, quindi, Esther che sorrideva e che ora fa più fatica, ma là stava, in piazza.

E, detto en passant, bello che nella tua casa addomesticata, ripulita e piena di ventose, l’amore trionfi. Anche se per cinque giorni. Un amore giovane ma collaudato, fatto di refrain in comune e una profonda conoscenza dell’altro, anche nei suoi limiti. Una profonda accettazione, un profondo rispetto.

Vedo la differenza con gli amori tormentati, scusate l’ossimoro, quelli a cui abitua il caos di città come Barcellona. Quando hai quelli pensi solo perché non chiama, perché non vado bene, perché non va bene, perché. Quando hai l’altra cosa perlopiù non pensi, almeno non a quello che dovresti semplicemente vivere, senza rimuginarci troppo su.

Ed è bello vederlo in azione, ti riempie una casa più delle ventose.

Ti ricorda che la tua preziosa solitudine dovresti barattarla solo con qualcosa del genere, e nient’altro.

(questow sofito violay…)
http://www.youtube.com/watch?v=kvzY71VUht0

mulholland-driveDopo quasi 5 anni a Barcellona, sto imparando lo spagnolo. L’ultima volta che ho studiato una lingua che già parlavo da 5 anni è stato 27 anni fa, e fa strano. Devo riflettere su meccanismi fonetici che davo ormai per scontati, che per me non erano mai stati una regola grammaticale, ma un amico che davanti a una birra mi diceva una frase mai sentita. Allora gli chiedevo “Aspetta, che minchia hai detto?”, nel mio castigliano a dir poco approssimativo.

Ma l’inganno è durato poco: la differenza tra una lingua che studi per bene, e una che impari per prove ed errori, me l’ha insegnata il catalano. Ovvio che mi viene più spontaneo, salvo periodi speciali, parlare spagnolo, ma che differenza coi congiuntivi, quando “vado a orecchio” coi vari me gustaría que hiciéramos, e l’equivalente catalano. Su quello ho buttato il sangue in certi weekend invernali di pausa dal lavoro, quando ancora non avevo deciso di sospendere il mio periodo di asocialità post-Erasmus e manco avevo l’amaca in terrazzo, su cui accomodarmi con coperta e dossier del Consorci de Normalització.

E ora tocca allo spagnolo, bistrattato anche per questioni di, ehm, sopravvivenza. E chi vuole intendere intenda.

Adoro, poi, i periodi in cui apprendo due cose importanti allo stesso tempo. Infatti, per la gioia di mia zia che non ha vissuto abbastanza per assistere a questo giorno, sto imparando anche a campare. Una disciplina, più che un’arte, che notoriamente non s’impara sui libri, anche se secondo me quelli aiutano, se li sai scegliere bene.

La mia grammatica di spagnolo, per esempio, fa miracoli.

Nelle poche lezioni cui ho assistito su Saussure, mi chiedevo perché una teoria linguistica potesse cambiare un’intera cultura.

L’ho scoperto coniugando il preterito perfecto coi miei impegni pomeridiani, numerosi e poco redditizi, scanditi da una crisi economica che rende il mio dottorato più o meno carta straccia. Semanticamente, si tratta di capire che certe cose sfuggono totalmente al controllo umano. Come i generi delle parole, per esempio. Perché el sol è maschio e la luna è femmina? E mi dispiace per le patite del femminismo new age, ma in tedesco è “maschia” la luna.

No. Certe cose sfuggono al controllo umano, non so bene in che dose. Dobbiamo fidarci di Machiavelli, che faceva un pratico fifty-fifty tra fortuna e azioni umane? Ora, per una con le manie di controllo selettive, che se non può farsi il mondo a sua immagine se lo inventa, questa è la cosa più difficile da accettare.

Eppure con le lingue non mi succede così. Non mi è dispiaciuto affatto, per 5 anni, farmi guidare dall’orecchio per distinguere si no da sino, su cui mettere un bell’accento acuto in catalano. Nella vita invece non accettavo, fino a ieri, che ci fossero cose che sfuggissero al mio controllo. Che il male che senza volerlo, ma senza far molto per impedirlo, ho fatto ad altri, possa essere fatto a me con le stesse, indolenti buone intenzioni. Che dopo anni senza il coraggio di cercarmi una casa editrice per i miei volontari catalani, la trovassi, guarda un po’, a un anno dal centenario della Prima Guerra Mondiale. Ok, l’ultima non era proprio una coincidenza, ma è curiosa lo stesso.

Fondare il mio spagnolo su solide conoscenze grammaticali si sta rivelando un’impresa piacevole. Ammettere che le cose importanti della mia vita sfuggono spesso a qualsiasi regola fa più male, anche se non sempre questa benedetta fortuna si rivela sfortunata. Anzi.

Forse, per studiare con profitto questi due ambiti così affascinanti, dovrei ricordarmi del mio amico Antimo.

Dieci anni fa, quando lo riaccompagnavo a casa in auto, ritrovavo sempre l’arzigogolata strada del ritorno, senza prestarvi troppa attenzione. Non ricordavo, o fingevo di non ricordare, gli incroci e le traverse che mi portavano fuori la Villa comunale di Sant’Antimo, e da lì fino al ponte di Grumo, quello delle macchine, e da lì fino a casa mia. Mi sembrava una piccola magia, mi piaceva così. Quando dovetti ammettere che il percorso avrei saputo descriverlo, se me lo avessero chiesto, l’incanto svanì un po’, ma fui orgogliosa della mia consapevolezza.

Forse con la grammatica dovrei fare uguale, sono orgullosa, come la prof. di scrittura creativa, del mio spagnolo raffazzonato per strada, con accento variabile a seconda dell’interlocutore, ma ora voglio che diventi eccellente.

Con la vita, invece, si tratta di sapere già che la strada non la conoscerò mai. Ma va bene così.

Tanto prima o poi a casa ci torno.

https://www.youtube.com/watch?v=Sii6QXi57qI

So che un giorno mi alzerò e sentirò il sale nell’aria.

Ovviamente sarà un’impressione. Per i gabbiani, forse, che cominciano ad avventurarsi fino ai tetti del Raval. O perché il primo sole che mi filtra in terrazzo alle 8 del mattino mi ricorderà che sullo sfondo ci sono le torri Mapfre, e che è un giorno da mare.

E allora mi sentirò fortunata, per tutte le donne che in giorni come questo, improvvisamente, hanno deciso (o lo ha deciso qualcosa per loro, da qualche parte nei lombi) di tornare a vivere. E che invece di andarsene al mare devono alzarsi e mettere il latte sul fuoco.

Io, invece, finirò dritta sotto la doccia, e per l’occasione mischierò il bagnoschiuma alla mela verde con quello al mandarino. Uno lo tengo a terra e l’altro nella sacca appesa in alto a mo’ di mensola, ma li cercherò apposta, nella doccia distrutta come me da mani più grandi. E tirerò bene la cortina.

Poi metterò il completo in saldi del Corte Inglés, reparto llençeria. Quello vintage color carne al 60% di sconto. E stavolta me lo metterò per me, che sotto i vestiti leggeri della primavera ci va una bellezza.

Quindi, passando per Drassanes, mi avvierò verso il porto. Siederò sulle panchine della Rambla del Mar come sempre quando ho cercato risposte, guardando dalla parte sbagliata il brutto palazzo che per me fu Barcellona, la prima volta.

Ma no, non mi accontenterò del Porto. Proseguirò fino a Barceloneta, fino alla sabbia fina che ti entra nelle scarpe e ti rompe poi, se ti ci stendi lunga lunga, coi capelli appena lavati che si fanno una colla.

Ma non m’importerà, perché qualcosa dentro di me starà dialogando con le maree. Qualcosa che non conosco e non so dire, o descrivere con le parole che mi muoiono nella bocca di sale, screpolata dal sole perché avrò scordato il labello a casa.

Qualsiasi cosa si dicano, spero che nella mia lingua, l’unica che conosco, quella degli esseri umani che si fanno incantare dalla passione ma poi ci ritornano, a riva, coi piedi nudi e gli occhi dei penitenti, qualsiasi cosa si dicano spero significhi pace.

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