So che un giorno mi alzerò e sentirò il sale nell’aria.
Ovviamente sarà un’impressione. Per i gabbiani, forse, che cominciano ad avventurarsi fino ai tetti del Raval. O perché il primo sole che mi filtra in terrazzo alle 8 del mattino mi ricorderà che sullo sfondo ci sono le torri Mapfre, e che è un giorno da mare.
E allora mi sentirò fortunata, per tutte le donne che in giorni come questo, improvvisamente, hanno deciso (o lo ha deciso qualcosa per loro, da qualche parte nei lombi) di tornare a vivere. E che invece di andarsene al mare devono alzarsi e mettere il latte sul fuoco.
Io, invece, finirò dritta sotto la doccia, e per l’occasione mischierò il bagnoschiuma alla mela verde con quello al mandarino. Uno lo tengo a terra e l’altro nella sacca appesa in alto a mo’ di mensola, ma li cercherò apposta, nella doccia distrutta come me da mani più grandi. E tirerò bene la cortina.
Poi metterò il completo in saldi del Corte Inglés, reparto llençeria. Quello vintage color carne al 60% di sconto. E stavolta me lo metterò per me, che sotto i vestiti leggeri della primavera ci va una bellezza.
Quindi, passando per Drassanes, mi avvierò verso il porto. Siederò sulle panchine della Rambla del Mar come sempre quando ho cercato risposte, guardando dalla parte sbagliata il brutto palazzo che per me fu Barcellona, la prima volta.
Ma no, non mi accontenterò del Porto. Proseguirò fino a Barceloneta, fino alla sabbia fina che ti entra nelle scarpe e ti rompe poi, se ti ci stendi lunga lunga, coi capelli appena lavati che si fanno una colla.
Ma non m’importerà, perché qualcosa dentro di me starà dialogando con le maree. Qualcosa che non conosco e non so dire, o descrivere con le parole che mi muoiono nella bocca di sale, screpolata dal sole perché avrò scordato il labello a casa.
Qualsiasi cosa si dicano, spero che nella mia lingua, l’unica che conosco, quella degli esseri umani che si fanno incantare dalla passione ma poi ci ritornano, a riva, coi piedi nudi e gli occhi dei penitenti, qualsiasi cosa si dicano spero significhi pace.
Sarà anche il ragionevole crollo psicofisico da settimana impegnativa, con andirivieni dall’archivio, e il mio inconscio che non riesce manco più a farmi dimenticare a casa una cartellina fondamentale in vista di un colloquio. Sarà che ho mangiato pochino, ultimamente, e non sono abituata.
Ma mi viene da pensare al poco che ho visto di Analyze that, in un pullman di qualche anno fa tra Philadelphia e NY, e il tormentone dello psicanalista Billy Cristal che continua a dire: “She’s grieving. You know. It’s a process“.
Certo, meglio quelli come il mio, di lutti. Se ci chiedono dov’è il morto, possiamo sempre provvedere con le nostre manine e un pratico trinciapolli.
E niente, è come un’influenza, che mentre ce l’hai non ci credi che finirà, e una volta finita non ci credi che l’hai avuta. Tutto questo lo so. Ma serve a poco.
E allora ci sono loro. Le eroine sfigate dei romanzoni ottocenteschi. Machiavelli tornando a casa si spoglia della veste quotidiana, piena di fango e di loto, e indossa panni reali e curiali. Io mi metto: pantalone Oysho in saldi con cinghia allentata in vita; maglietta di cotone multiuso che peggio abbinata non si può; felpona del ’98, se non ci sono andata a correre. E così combinata ricevo Emma Bovary, Anna Karenina, Catherine Earnshaw e compagnia bella, come vedete non sempre in ordine cronologico. In tutti i formati, ma la sera quello digitale va per la maggiore.
Ultimamente mi è stato chiesto se sotto il treno si butta Anna o Vronski. Ho sorriso di tanto candore. D’altronde perfino uno cattivo cattivo come Heathcliff non puoi mai dire fino in fondo se è più vittima o carnefice, dei capricci dell’amore.
Le colleghe femministe non me ne vogliano, ma anche questi ritratti di donne, come le rendono i loro sadici scrittori e le occasionali sadiche scrittrici, conservano tracce di pregiudizi che si trascinano senza pietà fino a oggi. In questo senso sono ritratti fedeli. E poi, con tutta la tenerezza per Jane Eyre, The Madwoman in the Attic (la prima moglie di Rochester) è stata una delle grandi rivelazioni letterarie di sempre, con tutto il suo Mar dei Sargassi.
Sì, ma queste sfigate come fanno a curarmi, a parte l’evidente cartellone che si portano appresso con su scritto “non fate come lei”? Be’, un aiutino me lo danno i romanzi che seguono due storie, una così tragica che manco Mariottide ai tempi d’oro, un’altra che come una commedia comincia col piede sbagliato e finisce decisamente bene.
Cioè, dopo la lettura di Cime tempestose, l’unica cosa che può salvarti dalla flebo è Catherine jr che almeno se ne vede bene, con quel pezzo di marcantonio di Hareton. E che cavolo, tra baci postumi e morti improvvise, almeno due che si amano e riscattano la maledizione familiare, ce li vogliamo mettere?
Trasferendoci nell’indolente Russia degli zar, vi confesso una passione: Levin di Anna Karenina. Ci ho messo tempo, eh. Mi sembrava, per usare un tecnicismo letterario, una uallera affumicata. Lui, i campi, i contadini. Mo’ per fortuna non sono una tipa da Vronski, mi è capitato un paio di volte nella vita ed era sempre troppo scemo per essere letale. In genere finisco con uno con la focosità di Karenin e la serenità d’animo di Heathcliff. Ma cavolo, alla povera Kitty non posso dare tutti i torti a dargli un palo, all’inizio (per chi legge da fuori Napoli: un due di picche). Ora sono commossa dal loro bimbo, che, in una rappresentazione teatrale che vidi a Edinburgo, caccia il primo vagito in concomitanza con l’urlo di Anna mentre plana sotto al treno.
Bello che un autore, dopo averti fracassato le gonadi col lato distruttivo dell’amore, si ricordi di lasciare un po’ di spazio alla speranza, memore forse del fatto che i suoi genitori non stavano sempre lì a chiamarsi nella notte tempestosa della brughiera.
Nell’ultima versione di Anna Karenina, però, Levin fa una scoperta fondamentale: l’amore è irrazionale. Lo so, state già organizzando un viaggio in Transiberiana per fargli un applauso scrosciante.
Ma intanto io pensavo, quoque tu. Tu che sei la speranza, l’amore che si fa fecondo senza dover per forza essere palloso, mi ricordi che ci s’innamora un po’ a cazzo di cane, e non sempre di chi ci conviene. Che, senza scomodare il Teorema di Marco Ferradini (o la più pregnante versione di Tony Tammaro), spesso non ci filiamo manco di striscio il Levin della situazione, perché non è abbastanza grosso o magro o idiota. O magari, semplicemente, non è abbastanza Vronski.
Poi qualcuna esce dal tunnel, qualcun’altra no. Le prime non sempre tornano indietro a prestare il tom tom.
Intanto, però, mi aggrappo come un faro a un luogo comune preso dall’ultimo Dickens, o da quello BBC (lo so, le mie notti sono appassionanti): in The Mystery of Edwin Drood, Rose, promessa sposa a un ragazzo che non ama, chiede al suo tutore com’è l’amore. E quello le risponde “è sempre corrisposto”.
Lì andrebbe organizzata una spedizione solo per prenderlo a botte. Ma ho deciso di essere ottimista e di rileggerla così: l’amore è irrazionale, e spesso ti spinge verso gente assurda. È una forza, di quelle cieche e ottuse. Ma c’è chi riesce a dominarla e dirigerla verso qualcosa di sano, come Kitty, e chi improvvisamente si ritrova a bruciare senza capire manco che è successo, come Anna.
Non so se il mio spirito di osservazione era latitante, l’anno scorso, ma mi sembra che mai come questo 19 marzo i social media siano stati invasi da foto di utenti coi loro padri.
Da Pieraccioni alla sottoscritta, che ultimamente ha trovato delle foto in bianco e nero dei suoi 3 anni che le hanno fatto fare tutta una serie di riflessioni, prima su di noi da bambini, e poi sui nostri padri.
Vi avverto, sono riflessioni banali, ma siccome per trovarvi qui vi avrò beccato in quei 5 minuti in cui non avete di meglio da fare, vi chiedo un po’ di comprensione.
Guardandomi contenta e sorridente, sicura dell’affetto dei miei e apparentemente spensierata, mi sono chiesta cosa sia successo poi. Cosa mi abbia fatto perdere quella fiducia in me stessa di quando altro che Di Caprio, la regina del mondo ero io.
Non sono manco originale, credo sia un problema comune, o sbaglio?
Va bene uscire dalle manie di grandezza che può avere una figlia primogenita, prima under 20 di una famiglia che fa poca vita mondana. Ma da qui a perdere quel sorriso e quel senso di sicurezza ce ne passa. Insomma, a me ha fatto bene rivedermi in quel momento della mia vita, e ho deciso che, se ovviamente non potrò mai ritornarvi, posso adattare un po’ di quei sorrisi al mio volto di adesso. Ora almeno i denti non mi mancano.
La seconda riflessione è sui padri d’annata che ho visto in rete. Giovani (il mio, coi suoi 33 anni di differenza con me, era un decano), e affettuosi, almeno nelle foto. Non so se a obiettivo tappato abbandonassero il pargolo alla mamma, se cambiare il pannolino fosse una cosa da donne. Ma nei limiti della loro cultura, di quello che hanno spacciato loro da sempre per virilità e paternità, sono sicura che quasi tutti hanno fatto del loro meglio.
Il fatto è che, mi sembra, spesso i bambini delle foto non sono pronti, a loro volta, a diventare padri. Qui potrei lanciarmi in questioni di lana caprina sulla crisi del maschio, o sulla liquidità dei ruoli di genere, che ci ho fatto pure un dottorato (ebbene sì, mi pagavano per questo). Potrei dimenticare il dottorato di cui sopra e i luoghi comuni sulla misandria, e dire che gli uomini mentalmente sono eterni bambini. Almeno non vi scodellerei teorie pseudoscientifiche basate su esperimenti che si contraddicono tra di loro.
Potrei tirar fuori, e qui finalmente avrei un po’ di sale in zucca, il problema ormai annoso della crisi economica mondiale, del precariato globbbale totale che ci fa rivedere le nostre scelte e ridimensionare gli obiettivi. Ma, considerando i nostri nonni e vedendo anche i nipoti che scelgono di aver figli e tirare la cinghia, sento che non è tutto, che manca un tassello a questo mosaico di figli felici e viziati che si trasformano in padri mancati.
Non pretendo di ricomporlo. Ma sento che, semplicemente, tanti di quei bambini degli anni ’80 non sono pronti. Semplicemente. Sono passati 30 anni e mi sembrano idealmente più vicini al bimbo della foto che all’adulto che lo regge. Perché? Boh.
Forse perché adesso sanno che possono scegliere. Che un matrimonio e un mutuo non sono più così impellenti, rispetto al wide wide world da visitare, a progetti da portare avanti, ecc. Forse perché anche le loro sorelle si sono liberate dall’obbligo di sapere esattamente cosa vogliano dalla vita, per poi sentirsi dire che “le donne non sanno mai cosa vogliono”.
Ma credo che qui c’entri molto l’umana tendenza, che trascende generi e generazioni, a vivere scansando il più possibile le proprie responsabilità. Una tendenza che la società liquida ha imparato a incoraggiare. E finché queste responsabilità sono seguire un percorso tracciato da qualcun altro fin da quando avevi 3 anni, perfetto scansarle.
Il sospetto, però, è che per inseguire chimere (e ciascuno ha la sua) fino a diventare bimbi vecchi si perdano cose importanti per strada. Come la possibilità, appunto, di essere padre. Ho detto la possibilità, non l’evenienza. Alle possibilità ci tengo sempre, io. Mi fa arrabbiare non “poter” fare una cosa, anche se magari non la voglio neanche fare.
E non credo sia un caso che, ora come ora, con buona pace di Povia e del nuovo papa che è troppo umile per scomunicarmi, mi sa proprio che nella mia vita vorrei più mio figlio, che suo padre.
E il semplice ricordo che per essere arrivata qui qualcuno mi ha nutrita, coperta, lavata, protetta, che c’è un nesso tra quelle foto in bianco e nero e i colori della mia stanza di adesso, mi rende il pensiero dei figli più lieve, in tutta la sua imponderabilità.
Agli uomini della mia generazione che hanno il coraggio di pensare lo stesso per più di un istante, un abbraccio e ‘a Madonna ce accumpagne.
Vegetariani di tutto il mondo, unitevi: da Elias & Zakaria, spartanissimo bar sul c. del Carme, c’è il cous cous vegetal a 5 euro. Non quello che vi arronzano al maghrebino normale, che poi non sa manco come farvelo, senza carne.
Ma vabbe’, prima di precipitarvi lì documentatevi sul brodo, il mio panettiere dice che è sempre e comunque di carne. Quindi magari vi ho appena detto una stronzata, verrete sotto casa mia a picchiarmi e fareste anche bene.
Ma non di venerdì, per favore.
Quando un lavoro ce l’avevo, il manager di venerdì entrava nella stanza e invariabilmente diceva: “Today it’s a good day, today it’s Friday!“. Ero l’unica a non volerlo strozzare, la sua vita era un’eterna sorpresa come per la buonanima di mia zia, che ogni domenica mi chiedeva se Simona Ventura non avesse freddo, conciata così.
Ora che non lavoro più, quello che cambia è che non mi pagano. Ma di venerdì mi sveglio alle 8 e alle 8.15 sto attaccando coi lavori di chi non lavora: traduzioni, progetti di ricerca, proposte di pubblicazione… Ok, stavolta che avevo il ciclo ho cominciato alle 9.30. E mi è andata bene: Leonardo Da Vinci se n’è rimasto buono buono nel capitolo della settimana scorsa, senza uscirsene con qualche intraducibile invenzione alla Mc Gyver, ma di dubbia efficacia. E mentre rispondevo in catalano a una paludata casa editrice che mi proponeva un incontro, avevo nelle orecchie a palla LU TAMBURREDDU MEU VENE DE ROMAAA.
Alle 14.30 (che qui si mangia tardi), il cous cous di cui sopra con un quasi-vicino che ormai è il convitato del venerdì. Un piatto per due, date le dimensioni, basta e avanza. Mettici il laban per me e il mitico succo di banana e avocado che fanno così bene i marocchini (davvero, a imitarlo non ci si riesce), e col tè alla menta finale siamo usciti sazi con 5 euro a testa. Standing ovation alla cuoca, che come sempre mi ha sorriso pacioccona con la faccia incorniciata dal velo.
Abbiamo deciso d’inseguire il sole, che si è fermato a Plaça Espanya al Caixa Forum. In tanti anni non l’avevo visto mai, il volto presentabile di Mordor. È un centro che organizza conferenze ed esposizioni. Un’amica latina che ha lavorato per un po’ a La Caixa come contabile, non proprio una socialista bolivariana, diceva che era un buon metodo per giustificare certi movimenti di denaro. Io mi sono persa tra le esposizioni. Quella di fotografia propone lastre di metà ‘800 accanto a rifacimenti, parodie e ritratti di oggi. Mi piace la riproduzione del 3 de mayo di Goya, senza i protagonisti, rimossi digitalmente. Quella lanterna nel buio di un angolino desolato di Madrid era spettrale e riconfortante insieme, poteva essere lo scenario del terzo atto della Bohème come il mio balcone con una nuova lampada IKEA.
E poi, in un’altra sala, la colorata fila di striscioline su cui l’artista aveva stampato i desideri di 10mila persone. desidero che non ci sia gravità, desidero che la mia famiglia viva a lungo, desidero… Lì mi sono resa conto che non avrei saputo che scrivere. La risposta è sempre stata un nome proprio di persona, sempre lo stesso. E ora? Nel dubbio ho scelto il mio nastro, se ne può scegliere uno. Per scoprire col mio accompagnatore che, tra tante risposte, avevamo preso entrambi “desidero che i miei desideri si avverino”. Attenzione, gli ho detto, attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi.
Nell’attesa, ho deciso di chiudere col mercatino vintage a Gràcia, alla Casa Capell, Rambla del Prat 27. Però ho un problema col vintage di qua: perché questi vestitini a 30 euro, di taglio delizioso, devono sembrare carta da parati, con profusioni di fiori e frutta e beveroni di trine e ghirigori? Per la stessa ragione per cui una parrucchiera di Barcellona non ti sa fare una linea dritta in testa, e i fricchettoni ritengono che verde e cocozza sia un grande abbinamento? Insomma, ho cercato di vincere le divergenze culturali infilandomi coi vestiti più semplici in uno stanzone con su scritto “camerini”. Sì. Sono finita tra un esercito di donne in mutande, che si contendevano ridendo i pochi specchi in giro. Niente tende. E le mie autoreggenti H & M fresche di terzo lavaggio a trasformarmi ufficialmente in Priscilla, la regina del deserto. Superato l’imbarazzo, è stato divertente. Le amiche ridevano e si passavano i vestiti, quella con le tette strizzate nei corpetti anni ’60 vicino a quella secca a cui tutto scivolava addosso perfetto. E ho pensato a quanto siamo belle, tutte (tranne me, con la biancheria spaiata da ciclo).. E quanto spesso ce lo scordiamo.
Dopo essere scesa alla fermata Paral·lel, sulla strada di casa ho visto gente in fila, guarda un po’, alla Caixa all’angolo di Nou de la Rambla, che ha anche un bancomat interno, deserto per l’occasione. Mi sono affacciata e accomodato a terra sotto varie coperte c’era un uomo, ancora giovane, immobile, bocca e occhi aperti. Ho aspettato di vedere che respirasse, mentre un signore mi osservava preoccupato, e ho deciso di andare avanti. Il signore era preoccupato solo di vedere se entrassi, “io, con quello lì, dentro non vado”, ha borbottato in catalano.
Su Nou de la Rambla mi sono fermata. Ok, respira. Ok, è un luogo chiuso. Ok, non so come reagisce se gli chiedo se sta bene. Non sono tenuta a farlo. Se vado via non ho niente da rimproverarmi, se torno indietro…
Sono tornata indietro.
Ora non voglio fare la Pollyanna della situazione, ma il momento più bello di tutto questo venerdì è stato quando il tipo mi ha stretto la mano.
Pensateci. Il signore che non voleva entrare l’avrebbe fatto anche solo per presentarsi. Un barbone che si degni di stringerti la mano è raro quanto una nonna che non sappia cucinare.
E io da oggi (nonna non me ne voglia) posso vantare di aver sperimentato entrambi i fenomeni.
Ho rotto le scatole finché non siamo arrivati al centro Sant Pere Apòstol: aggia sape’!
Ma la fumata bianca c’è appena stata, mi si diceva, e poi che te frega? Come, che me frega? Il primo papa della Cia, il primo di CL: sono cose che si devono sapere. E poi, vuoi mettere il momento storico?
Grande esordio, per la mia prima riunione Altraitalia: in quel covo di mangiabambini atei il mio agnosticismo pop esordisce con me che mi pianto davanti a uno schermo, insieme agli utenti catalani del centro, per vedere chi è questo.
Come si diceva l’altra volta, erano state ore di attesa . Non poco dolorose. Nelle quali, tra fossi scansati che poi mandano e-mail chilometriche per farti tornare indietro a inzaccherarti, e la constatazione definitiva che la crisi ha fatto dei nostri 30 anni un’eterna adolescenza, mi sono ritrovata a ripensare a una di quelle frasi che ricorderà la generazione Smemo, che si scrivevano tra le pagine odorose di salatini mentre la prof. interrogava in Latino:
se io amo lei, lei ama lui, e lui ama un’altra, fermate il mondo, voglio scendere.
No, un momento. Questa laurea in Lettere a qualcosa mi dovrà pur servire. E allora dirò che mio malgrado, mentre i papa boys pregavano in Piazza San Pietro, ho pensato di nuovo a quella citazione di Calvino sul castello di Atlante. Quello dell’Orlando Furioso, in cui si perdono tutti i cavalieri a inseguire l’ombra (e solo quella) dell’oggetto dei loro desideri: se non sbaglio, Bradamante cerca Ruggiero, Ruggiero Angelica, e così via. E sono 10 anni che mi colpisce e commuove il commento di Calvino su quel “vortice di nulla” che sono le illusioni:
Atlante ha dato forma al regno dell’illusione; se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo
E con buona pace di Trainspotting, io avrei scelto la vita.
Così me ne stavo lì in quel centro civico a sentir annunciare in catalano chi era il nuovo presidente del consiglio italiano. Il papa, scusate, il nuovo papa.
E chi guardava con me, senza aver mai scritto frasi sulla Smemo, ora aveva qualche difficoltà col latino.
Io ci sono cascata: Bergoglio in effetti è un cognome italiano. Ma dovevo ricordarmi che quando i cognomi sembrano italiani, ma non li ho mai sentiti (mitico Buonanotte, nella liga spagnola), in realtà sono italiani d’oltreoceano. Argentini.
I miei colleghi altritalioti, esperti, cominciavano invece a chiedersi cosa pensasse Don Francisco del señor Videla, senza sapere di toccare un nervo scoperto. Il mio pensiero, come sempre in questi casi, va a Juan Diego Botto, il mio attore ispanoargentino preferito, che non a caso vi propongo mentre parla di Hamlet: lasciò il paese a 3 anni, figlio di un desaparecido. Quando Videla fu condannato all’ergastolo per i figli dei desaparecidos, tutti sul suo Twitter a festeggiare.
Però mi è piaciuto il nome, Francesco. Divertente che scrivessero “Francesc” in sovraimpressione, e dopo un po’ cancellassero per piazzarci la mazzarella, Francesc I. Fa un po’ turista, lo straniero che viene e si chiede quali santi siano più amati in Italia. Come se mi facessero papessa negli USA e come nome scegliessi Rose Parks, per far vedere che la storia la so. Ma davvero, bella mossa. Francesco sta simpatico un po’ a tutti, fratello sole, sorella luna.
E infatti, per gli astanti che informavano i nuovi arrivati, già era diventato Paco. O meglio, el Paqui. Che Francisco diventi Paco in spagnolo, oltre a essere il più grande deterrente per chiamare così mio figlio, è un mistero della fede. Un po’ come Domenico che diventa Mimmo. Perché, mio Dio, perché?
Francesco I, affacciandosi, non se lo è chiesto. In realtà non ha parlato per un bel po’. Ricordo il ciuffo di Ratzi, perfettamente a suo agio tra la folla e ben più bardato, quando venne scelto. Questo pareva mio nonno, di bianco vestito, emozionato e muto.
Poi è successa una cosa strana. Ha cominciato a parlare in italiano e io, per ridere, improvvisavo una traduzione simultanea in catalano coi presenti.
Com sabeu, el conclau ha de triar el bisbe de Roma…
Improvvisamente, il telecronista ha coperto la voce del papa. Ma come? Sta facendo il primo discorso. È pure in italiano… Ah, già, non sono in Italia. E capirei solo io. È stato uno di quei momenti di alienazione che capitano agli italiani all’estero, quell’istante in cui devi ricordarti in fretta chi sei e dove ti trovi per non impazzire del tutto. Per sdrammatizzare allora mi son detta che il cronista fosse un po’ sorpreso e arrabbiato dal fatto che il primo discorso del papa non fosse in catalano. Se perfino Colombo era catalano…!
– Maria, ti espelliamo alla prima riunione! Vieni, che cominciamo.
E no, nonostante l’omonimia, certi divini pennuti non c’entrano niente.
In realtà è puntuale, solo che quando cominci ad andare in coma sette giorni prima, l’aggiungi alle cose da aspettare. Insieme al governo, al presidente e al papa.
Oddio, quest’ultimo lo aspetto solo per vedere se parlerà davvero come Stanlio e Ollio: sperow key mi corrigiretey, stupídi!
La scorsa fumata nera, otto anni fa, mi vedeva a un passo dalla laurea e a molti di distanza da Manchester, dove un 25nne (di un anno più grande di me, ma lì sono uomini presto), mi aspettava per convivere nella casa che si era appena comprato. Io non avevo quella testa, volevo la libertà rob’ cos’. Come il mio amico di Madrid, che aveva lasciato Manchester un anno prima dopo aver infranto vari cuori.
Oggi mi ha chiamato, l’amico di Madrid, e abbiamo parlato a lungo, senza più dover passare all’inglese. Anche se ogni tanto ci mettevo qualche parola in catalano. In questi otto anni io ho finito un dottorato e lui ancora no. Ci hanno licenziati entrambi. E sentimentalmente ci hanno somministrato la stessa medicina che otto anni prima elargivamo noi. Concordiamo sul fatto che sia amara.
Ora siamo entrambi in attesa, perché quando hai fatto tutto quello che devi fare, puoi solo aspettare.
E nell’attesa, ho scritto un racconto sulle attese.
Sangue amaro
E poi Xavi le dà un anello.
Glielo dà sul lungomare di Napoli, per festeggiare la sua promozione. Quale? Non lo sa, ma sa che è un bel lavoro, quello che cercava.
Il tramonto è di quelli di cielo e mare uniti in un unico schizzo di spuma, che in un’impennata d’orgoglio ti plana sugli stivali di mezzi tempi, sugli scogli davanti a Castel dell’Ovo.
Ma stasera ‘a cartulina ha deciso di dare proprio il meglio di sé, e Xavi, che per l’occasione si è messo il profumo regalato al loro terzo non-meseversario, la porterà a mangiare da Zi’ Teresa. Offre lui. E s’impegna a non mettere il parmigiano sulle cozze.
Ora, che tutto questo sia un sogno, Rosa lo sa.
Sa pure che la sveglia del cellulare è suonata dieci minuti fa, e con la cazzimma delle sveglie moderne si appresta a ripetersi. Ma vuole stare ancora un po’ sotto il piumone a credere che sia tutto vero, ancora un po’, per favore…
Ecco. Tu-tu-tu-tuuu. Sembra un elettroencefalogramma. Il braccio lotta col buio, svogliato, sapendo di perdere, allora afferra il lume come un tentacolo e cerca l’interruttore.
Tuuu.
Niente, tanto ormai il telefonino è illuminato a festa. Ci mette qualche istante ad affrontare la logica delle sveglie da cellulare spagnole. Quando suona questa, sull’enorme schermo rettangolare compaiono due scritte equidistanti:
Aceptar
Repetir
Se non accetti la cruda realtà (che ti devi alzare), ripeterai all’infinito il tuo errore (fingere che non sia tardi).
Le sveglie spagnole sono un po’ filosofe.
Si alza e corre verso il bagno. Ma lei non sta in Spagna, sta a Barcellona. E nel suo mozzico di quartino, 30 metri quadrati per tre coinquilini, l’unico bagno, quando ti serve, è occupato da un Erasmus.
– Vanessa, por favor, ci ho il ginecologo!
– Un momento!
Sì, un momento. Si mette una mano sulla pancia, per ascoltarsi. Vanessa a lezione non ci va mai, può svegliarsi all’ora che le pare, e non le lascia libero il bagno una volta che si sveglia alle 7.30 del mattino.
La pancia tace. Eppure. Guarda il mare, dalla finestrella delle dimensioni di un oblò. Che differenza, col sogno. È grigio, carico di pioggia. Come il cielo che incombe sulla giornata gonfia che le si apre davanti, dopo un altro quarto d’ora, come la porta del bagno, prima che la sfondi.
Quando doveva arrivare? Fa il calcolo. Stavolta è una settimana. Non si è mai preoccupata, tanto incinta non è, Xavi è in tournée da un mese e doveva chiamare tre giorni fa.
Il reggiseno l’ha lasciato già in bagno, quello una misura più grande, della fase premestruale. È l’unica cosa buona, se non le facessero così male. La panza, come un otre che cerca di comprimere nei jeans, non la guarda nemmeno. Maledetto progesterone. Il bottone con su scritto Levi’s si chiude a stento.
Correndo verso l’ambulatorio incrocia tutte e due le dita, spera che ci sia la vecchia.
Quella la fa visitare da tutti e due gli assistenti, maschio e femmina, e le fa domande tipo quanti uomini ha avuto e a che età il primo rapporto sessuale, ma almeno è seria.
– La dottoressa Grau ti aspetta – fa alla reception il tizio simpatico, che improvvisamente le diventa antipatico.
No. Crudelia. Solo che rispetto a Crudelia De Mon, si accorge precipitandosi nella sala di ostetricia, stavolta si è fatta i capelli rosso paprika, che con la montatura degli occhiali a chiazze dalmata fanno una combinazione deliziosa.
– Che succede, stavolta?
La sedia gestatoria si staglia alla sua destra contro la parete color Brooklin – freschezza da baciare. Minacciosa.
– Non mi viene il ciclo.
Crudelia fa un sorriso ironico.
– No, non sono incinta – spiega subito lei. – Mi succede sempre. Ma da tre mesi a questa parte è fisso.
– Tre mesi – scrive l’altra pensierosa, su un taccuino. – E che è successo, tre mesi fa?
Ecco, ora la rende nervosa. Si morde un labbro, incrocia le scarpe sotto i jeans che da seduta sembrano sul punto di scoppiarle addosso.
– Non so – dichiara infine.
Crudelia si toglie gli occhiali dalmata.
– Te lo dico perché sarò franca, con te. È inutile che guardi la sedia gestatoria, lì. Non ti visito. Posso pure infilarti un dito lì dentro e controllare, ma già so cos’è. Te lo leggo in faccia.
Rosa sospira. Pure la ginecologa veggente, ti legge le ovaie attraverso gli occhi.
– C’è qualcosa della tua vita che devi cambiare. Una cosa che non ti serve a niente, che ristagna. Ma tu non la lasci andare. Cambia quella e starai bene. Intanto…
Per essere esattamente l’antimedico, ha una grafia nitidissima.
– Ibuprofeno? E che è? – Luigi legge la ricetta, appoggiato alla macchinetta del caffè. Si sono presi la pausa insieme per commentare il crollo del palazzo a Riviera di Chiaia, quella mattina, e lei ne ha approfittato per fargli vedere il foglio di Crudelia.
– Acqua calda, questo è. Sti stronzi non hanno l’Aulin. Hai detto a Carlo di metterlo in valigia, mo’ che viene questo fine settimana?
Pensano tutti e due a Carlo e alla sua valigia. Col contratto di affitto dello stabile, già visionato dal suo notaio. Carlo è sicuro che farà un buon affare, lui è figlio e nipote di ristoratori. Rosa non vede l’ora di aiutarlo nella gestione del ristorante che metteranno su tutti e tre, e mandare affanculo i telefoni del call center.
Luigi schiaccia pensieroso il pulsante della cioccolata.
– Quello non sa ancora se viene venerdì o sabato. Ma prenotasse, coi prezzacci che ha messo la Vueling…
Rosa gli scompiglia i capelli tenuti su dal gel buono, brizzolati e affascinanti da quando stavano all’università. Facoltà di Economia della Federico II. Lui, tesi in Economia Aziendale, lei Economie dei paesi in via di sviluppo.
Nessuno dei due, arrivando a Barcellona sei anni prima, aveva mai studiato Servizio di Attenzione al Cliente.
– Quale ibuprofeno. Quello che devi fare tu è liberarti di Xavi. Si ricorda di te tra un concerto e l’altro, quando gli mancano le groupie.
– Te l’ho detto, ancora non ho deciso. Non è detta l’ultima parola. E anche se fosse… Potrebbe andarmi bene così.
– A te? Ma nun me fa’ ridere. E allora cos’è, che staresti trattenendo, signorina Freud?
– E io che ne so. Tutto questo, forse.
– Azz, le nostre giornate al telefono? Pronto si’ tu, nun attacca’? Bell’affare, che fai.
E hanno pure fortuna, che l’azienda è piccola e l’hanno trovata al terzo tentativo. 1.200 al mese con la crisi non sono male, specie se netti.
– Te l’ho detto, Lui’, non lo so. Ho la sensazione che potrei rimpiangere tutto questo, precario e buono.
– Rimpiangere cosa?
Sorride.
– I Pavesini che mi porti la mattina, per prendere il caffè.
E pure Xavi che va e viene, ma quando viene è una festa, camera chiusa a chiave per un giorno indero, direbbe “Cicci” D’Alessio.
– Il punto non è la paura di non trovare mai pace, Lui’. Le nottate, prima o poi, passano. I nostri nonni che hanno mangiato polvere di piselli sotto le bombe ci sputerebbero in faccia. Il punto è che, guarda un po’, io tutto questo potrei anche rimpiangerlo, precario e buono. Pure le cose così così, a volte, si rimpiangono. Ti ci affezioni…
Lo stomaco le brontola in maniera inverosimile, mentre conclude:
– Non vorresti mai lasciarle andare.
– Aspetta di stare uccisa di lavoro alla cassa del Restaurante Bella ‘Mbriana – Cocina típica napolitana, e vedrai come le lasci andare.
Sì, decide lei. Stavolta, stavolta fanno il botto, col ristorante.
– La pizza con la scarola, Rose’, la pizza con la scarola, facciamo.
Luigi si emoziona sempre su questo punto. La pizza fritta con la scarola a Barcellona proprio non si trova, e non ci stanno santi, può pure affacciarsi il peruviano, come adesso, a fargli capire che devono tornare al lavoro.
– Chitebbivo – bisbiglia sorridendogli, e facendo un cenno che può voler dire qualsiasi cosa. – Il coordinatore del servizio clienti italiani sono io? E comando io. Hai visto, Rose’, tu sei mille volte più buona di me, e sempre al masculo hanno dato l’incarico, ricchione e buono.
Rosa sta pensando ancora alle scarole.
– Povia dice che puoi guarire – sorride sarcastica, mentre si scosta dal distributore per far posto alla russa appena assunta, di IT.
Allora Luigi si avvicina alla nuova venuta, le fa il baciamano e dichiara nel suo inglese:
– Ciao, il mio ragazzo stasera non c’è. Che dici, vieni a casa mia?
La ragazza balbetta qualcosa, afferra un cucchiaino di plastica da sopra alla macchinetta, e si allontana con quello, senza un caffè in cui girarlo.
– E che sarà mai – borbotta Luigi. – Ma come fanno, con voi, gli altri uomini? Che poi mio padre all’Arenella questa terapia d’urto voleva propinarmi: ce ne andiamo insieme giù Napoli, in un posto che so io, le mie amiche ti daranno una mano…
Occhiolino. Rosa si risiede schifata, s’immerge nel lavoro per non pensare al bottone che le preme contro la pancia impazzita, ai capezzoli sensibilissimi contro il reggiseno che solo per questa settimana li conterrà a stento. Ma quando arriva, sto ciclo? E quando chiama, Xavi? Ma già, sa che adesso lei è al lavoro, non la disturberebbe mai.
Due coreani si sono spersi per Firenze, il proprietario dell’albergo la chiama più volte, aspirando tutte le t: il thour operathor sei thu, devi fa’ qualcosa. E che parla coreano, lei?
È proprio perché s’impone di non guardare il telefono ogni cinque minuti, e dimenticare un po’ Xavi, che se ne accorge solo dopo. Molto dopo.
Quando la segretaria ha già strillato il suo nome non sa quante volte, e quelli di IT hanno fatto spazio alla valigia all’ingresso, e verificato che delle uniche lingue che sa parlare il nuovo venuto, napoletano e un po’ d’italiano, loro sanno solo ue’ uaglio’ e spaghetti.
– Rosa, Luigi, c’è un amico che chiede di voi.
Stavolta il peruviano si alza.
– Siete appena tornati al lavoro dopo una pausa di mezz’ora. Volete guadagnarveli, questi soldi, o gli italiani li manteniamo per beneficienza?
Luigi fa il sorriso scemo di quando non vuole discutere. Non si accorge, quindi, che Rosa scatta dalla sedia e si precipita verso il peruviano, che rimane immobile con la barbetta curata e la prosopopea che gli dà la condizione di veterano in quel servizio clienti. Pure ‘e pulece teneno ‘a tosse, pensa all’improvviso, ma non sa come tradurlo.
E allora gli grida:
– Senti, noi qua di te non ce ne freghiamo proprio, capito? Noi ci mettiamo a fare la pizza con la scarola, e se vieni nel nostro ristorante prova a chiedermi una di quelle tortillas di merda che ci hai portato per il tuo onomastico, vedrai che buona. Pure nell’acqua, ti sputo, strunz’.
Luigi le è addosso in tempo per soffocarle l’improperio finale. Tutti (o meglio, tutte) guardano.
– E lasciami!
– Rose’, niente sceneggiata… Perdona, sabes, le deve venire il ciclo.
Sgrana gli occhi, incredula.
Il peruviano già stava per scivolare silenzioso nell’ufficio del manager, col suo nome in punta di labbra. Ma ora la squadra, da capo a piedi, e lei si sente nuda sotto il maglione più grande, più gonfio.
Finché non gli vede le labbra storcersi in una smorfia ironica, che vuol essere un sorriso.
– Quand’è così. Va bene, Rosa, per oggi passi, che sono un caballero. Ricorda che quando stai così male puoi sempre chiedere un giorno di malattia. E la prossima volta vai in farmacia. Per queste cose di donne, ormai, ci sono diversi rimedi.
Le colleghe hanno gli occhi bassi. Qualcuna la guarda con un sorriso solidale, da dietro lo schermo del computer.
Rosa attraversa il corridoio tirando Luigi per il bavero della giacca.
– Che cazzo ti è venuto?
– A me? Ma se ti ho salvato il posto di lavoro! E poi scusa, non è vero? Se non stavi male la facevi, questa sparata? Si sa che quando state così siete tutte uterine, specie tu.
Scuote la testa. No, si dice tra sé. Nel suo caso è dismenorrea, ciclo doloroso. L’ha sempre avuto. È come stare col mal di denti per tre giorni di seguito senza potersi togliere la carie. Vorrebbe vederlo, Luigi, in quelle condizioni.
Speriamo che Carlo porti l’Au…
– Carlo!
La valigia. Parcheggiata vicino alla scrivania della segretaria, che li guarda con aria di rimprovero.
– Per ricevere gente dovete avvertirmi prima, o non li faccio passare.
– Sì, sì, scusa – interviene Luigi, prevenendo nuovi scatti di Rosa. – Andiamo in cucina.
– No, me ne torno a Napoli – Carlo si lascia cadere sul divanetto accanto alla scrivania, incurante del giaccone che ci sta sopra. Si prende la testa tra le mani e capiscono che non possono fare altro che aspettare. Infatti, dopo un po’, butta via il giaccone e dice:
– Ragazzi, il ristorante non si apre più.
E Rosa sa che è vero prima ancora di chiedere spiegazioni. Che nell’acqua del peruviano non ci sputerà mai, e deve vedere se il giorno dopo lo guarderà ancora in faccia dalla sua scrivania, o alla fine lui andrà dal manager. Si lascia cadere sul divano anche lei, davanti alla segretaria che la fulmina con gli occhi perché non torna al lavoro, e ascolta la storia.
– Mi ha chiamato ieri notte l’avvocato… Il tuo amico, Luigi, come si chiama? Carlèsss, come me. Dice ci sono problemi. Chiamami domani e ti spiego meglio, fa. Ma quale chiamare, ho preso l’aereo. Tenevo tutto già firmato, mio padre mi aveva dato i soldi, dicendomi che se fallivo stavolta arrivederci e grazie. Arrivo da quello, col primo taxi, in culo alla Diagonal dove sta, e mi dice che c’è la normativa.
– Ma quale normativa? – Luigi scatta, facendo girare la segretaria. – Le abbiamo verificate tutte, tutte le cazzo di normative che vanno trovando questi per mettere su un fetente di ristorante. Le uscite di sicurezza erano a posto. I metri quadrati, adeguati. Non c’erano altri ristoranti nel raggio di…
– E qui casca l’asino. Sai quel parcheggio all’angolo, là vicino? Avevano chiesto l’autorizzazione prima di noi. Ci metteranno su un… nun m’arrecordo manco comme se chiamma… Un Sabors del Món, una cosa così.
Rosa e Luigi si guardano. Conoscono la catena, arrampicatasi da poco per l’Eixample e pronta a invadere, piano piano, pure il centro. Nel Raval non potrebbe mai, inutile pagare 10 euro per un riso indiano che al kebabbaro ti danno per 2 euro. Ma dove volevano farlo loro, il ristorante, sfidando la roccaforte catalana con l’offerta dell’amico di Luigi che chiudeva, hai voglia.
– E come sappiamo – conclude Luigi, la fronte precocemente stempiata resa lucida dal sudore – due ristoranti a così poca distanza non si possono mettere.
Rosa si mette le mani sulla pancia, come se fosse incinta. Le contrazioni sono quelle, decide, ma niente. Non si muove niente. Neanche lei, quando il peruviano le manda la collega francese, per non andare lui a ricevere un’altra sfuriata.
Ma lavora come una zombie, sa che Luigi ha convinto Carlo a restare, che la valigia sta nello sgabuzzino e lui al bar di fronte, ad aspettare paziente che finiscano di lavorare per prendersi una birra in riva al mare.
– Non è il mare di Napoli – commenta che è buio pesto, osservando una ragazza che corre in pantaloncini verso la skyline di Vila Olímpica.
Sono gli unici nella terraza, i tavolini all’aperto riscaldati dalla stufa. Le nuvole sono lì ad aspettare solo di scaricare il loro peso. Rosa si è sganciata il bottone fin dalla seconda clara, non ne può più.
– E come va, con quello, là… Xavi? – chiede Carlo, con un sorriso che dice fammi distrarre pensando ai guai degli altri.
– Come vuoi che vada? – interrompe Luigi. – Pare Ragione e sentimento di Maria Nazionale: scema, che aspiette p’ ‘o lassa’…
Carlo coglie la palla al balzo per rispondere in falsetto ma io lo amo…
Rosa si getta su Luigi, lottando coi bottoni della sua giacca, finiscila, finiscila. Ma quello continua, ridendo:
– Chillo, è tutto ‘nfamità… So’ ‘nnammurata…, ribatte Carlo, senza smettere di fissare il mare.
Va bene, pensa Rosa guardandolo. Sfotti me, tu sei quello che ci ha perso di più. Ostenta noncuranza e commenta:
– Questa canzone l’abbiamo cantata tutti insieme proprio qua, no? Per far disperare la prof d’Italiano. Era la colonna sonora trash della nostra gita a Barcellona.
1999. Il millennio era alle porte e Barcellona era Gaudí di giorno, e discoteca di notte.
– Voi stavate nell’altra sezione – ride Carlo. – Quante fughe notturne, sotto gli occhi di Donzelli di Chimica. Facevano pure la ronda notturna col prof. di Latino, e noi mettevamo gli zaini nei letti per fingere di star dormendo, tipo telefilm americano.
– A me Barcellona non piacque manco, allora – ride Luigi. – Che ne sapevo, che ci trovavo l’uomo della mia vita.
– Seh, e quel ricciolone l’ultima sera, quando ci perdemmo per il Gotico… Ancora facevi quello misterioso, dicesti che ci andavi a cercare non so che bar, e invece… Sparito dalla circolazione per tutta la sera.
Luigi sorride, trasportato dai ricordi. Ricordi di 20 anni ancora da compiere. Di una città buona per bersela tutta con menta e vodka, non per lavorarci e mettere su famiglia. Anche se una famiglia Luigi non la può avere, a Napoli.
– Ma la gita più bella fu alla Città della Scienza, con Cardinale di Fisica. Vi ricordate?
– Ua’, sì – risponde pronto Carlo, alzando il bicchiere vuoto per chiedere altra birra, come si fa là.
– Io non ci venni, avevo la febbre – ricorda Rosa, prima che comincino a rivangare cose che lei non sa.
– Facesti male, scema. Dovevi venire con tutta la febbre. Non ci sei mai stata, là?
– No – ammette, a malincuore.
– E vacci. Fu una grande gita. A un certo punto seminammo Cardinale. E io m’infrattai con Enzo Avossa nel Planetario.
Carlo quasi cade dalla sedia.
– L’amico mio? Quello mo’ ha due figli.
– Nessuno è perfetto – ride Luigi, fino a rovesciarsi la birra. – Ma ce l’hai su facebook? Fammi vedere come si è fatto.
Carlo caccia l’iPhone 4.
– No, io non ce l’ho, ma Pasqualino Grimaldi sicuro lo tiene.
Rosa non ascolta nessuno, solo la sua pancia. Niente. Non parla. È arrabbiata con lei. Vuole che la liberi. Ma io come ti libero, figlia mia? Come? Ci pensa un attimo, poggia la clara sul tavolo e dice:
– Facciamolo, ragazzi.
Carlo alza gli occhi dall’iPhone.
– Il bagno di notte? Ma veramente facevi, in metro?
– No. Prendiamo l’altro magazzino. L’altro che offriva il tuo amico, non scontato. Un po’ più grande, a due strade dal nostro. Stringiamo la cinghia e pigliamo quello. Ormai lo sfizio della pizza con la scarola lo tengo.
– Ma ti ricordi quanto sta? – Carlo smanetta nervoso, il blu facebook le balena un momento negli occhi e scopre che ricorda il blu Barilla. No, nel ristorante al massimo pasta De Cecco. Se non la fanno loro a mano.
– Lo so – guarda Luigi in cerca di complici, capisce che stavolta non sarà facile. – Ma pensateci, ormai è fatta. Se torni a casa tuo padre ti dice che sei un fallito e aveva ragione lui. E tu, Lui’, quanto ancora vuoi restare in un call center, invece di fare quello che volevi?
– Ma Joan e io cerchiamo casa, e il mutuo…
– E ja’! – ecco, si arrabbia di nuovo. Il mare frusta furioso la battigia troppo alta, specchio inquieto del temporale che lo minaccia.
Rosa si alza, gli occhi lucidi, il bottone evidentemente sganciato sotto la maglia.
– Almeno pensateci.
– Ragazzi, la Città della Scienza sta bruciando!
– Cosa? – fa Luigi.
Carlo gli passa il cellulare. Rosa si affaccia a guardare.
– È una foto fatta mo’, sta sulla pagina facebook di Lino Grimaldi.
Rosa guarda e non capisce niente. Vede un fiume rosso sul mare di Napoli. Fumo.
Capisce solo che alla Città della Scienza non ci andrà più, come aveva capito quella mattina che il ristorante non si faceva e amen.
E che Napoli è una città che normalmente ti ammazza piano piano, in un giorno non era mai stata così infame. Una città in cui il malessere ristagna sotterraneo, come le catacombe che visitano i turisti, di solito è più discreta, non ti getta la disperazione in faccia in un giorno solo.
Sulla home di facebook si accavallano messaggi di rabbia.
È arrivato il momento di andarsene, fa un amico di Carlo che lei non conosce.
Pure quelli in comune, è tutto un “lasciamo Napoli, adesso”.
– Come se arrivando qua trovassero il Paradiso – sorride Luigi, amaro.
– L’incendio è doloso?
Pare di sì. Stanno bruciando 4 capannoni. Il sindaco…
Rosa afferra la borsa, come un riflesso condizionato che ha dai tempi di casa, e si avvia verso il mare.
– Dove vai? – le grida Luigi. – Hanno già iniziato una petizione…
Da lontano non li sente.
Accende il suo, di smartphone, e sì, nel cordoglio generale qualcuno già si muove. Si parla di conti corrente, flashmob.
Sta talmente ubriaca e dolorante che manco si accorge del messaggio di Xavi, e quando lo fa si sorprende a dirsi che lo leggerà dopo. Ora pensa a come può essere una pizza Planetarium, nel ristorante.
Perché a quei due li convince, il ristorante lo aprono.
E il primo incasso sarà per la Città della Scienza, che non ha mai visto ed è troppo tardi.
Non sa più che pensa. Cerca un pezzetto di luna tra i nuvoloni grigi.
Niente. Ma sa che sta là, nascosta, a spadroneggiare sulle maree.
E allora si lascia cadere e guarda le onde che frustano la sabbia, senza capire se quello che le arriva addosso sia una goccia di pioggia, finalmente, o le maree che le dicono… Cosa?
Qualsiasi cosa le dicano, però, lei risponde.
Da qualche parte, dentro di sé. Nel ventre che ora accarezza con la mano mentre affonda pure i capelli nella sabbia, vinta, contenta.
Qualsiasi cosa sia, la lascia scorrere via come la manciata di pietruzze che ora le cadono dalle mani, spargendosi sulla maglia che l’avvolge paziente, un attimo prima che cominci a piovere.
Sarà demenza senile. Un articolo sulle Questioni meridionali l’avrò pur fatto, un giorno o l’altro.
Se mi sfottono pure, che non mi perdo un concerto al Quiet Man, in genere di venerdì.
E no, non storcete il naso: un concerto di musica folk del Sud Italia ci sta benissimo, in un pub irlandese.
Prima di tutto, perché a me piace il barista. Solo che è il tipo che ha il profilo nascosto su facebook, e quando sono riuscita a sbirciarlo, grazie a un amico ignaro che pure suona nel pub, non lo trovo in foto con una donna? Un appello: tell me it’s your sister! (No, perché quando gli dicono di alzare il volume della cassa non capisce né in italiano né in spagnolo)
E poi perché è divertentissimo vedere i turisti biondi che si fanno strada a stento in cerca del bagno, tra le matasse di riccioli neri che ondeggiano non proprio a due metri dal suolo, giusto per non smentire certi luoghi comuni sulle fisionomie del Sud.
I riccioli di Piero Pesce, il Giannini de nosaltres, sfidano ogni legge di gravità, e quando, accompagnato in genere da Stefano Pompilio, Jimmy Sciortino e Flaviano Jeronimo (Marta dell’Anno devo averla ascoltata con loro solo una volta su Rambla Raval, alla festa del barrio), ci fa accovacciare per Santu Paulu de le tarante, gli si fermano ritti sulla testa mentre sorride della nostra scomodità e del terrore dei soliti turisti, che non sanno cosa sarà quando ci alzeremo tutti di colpo e balleremo come posseduti.
Io a volte ci provo, a dirglielo, “Kneel down, it’s fun!“, ma non sempre mi credono.
Peccato. Noi veramente ce la mettiamo tutta, a improvvisare balli che magari in Italia non ci capita mai di sentire dal vivo. Io a Napoli non avevo mai osato danzare, davvero. Tranne una volta alla Notte della Tammorra in Piazza Mercato. A un certo punto, in un cambio di musica, mi ero girata e avevo avuto l’impressione che tutti avessero qualcuno con cui ballare, tranne me. E quando a fine concerto m’invitò un tizio, i suoi amici gli lanciarono una scarpa che indovinate un po’ chi colse. Fu emozionante, però, perché al momento di Kali Nifta , una coppia che in Italia non si potrebbe sposare si era messa a ballare un lento in pubblico attraverso di me, stretta in un doppio abbraccio contento.
Qui a Barcellona si possono sposare tutti e io ballo da sola: il corteggiamento dei balli popolari mi annoia, se mi giro è per vedere se sto pestando i piedi a qualcuno. Però, oltre alle varie tarantelle, qualche tammurriata e pizzica, e canzoni carine e ritmate come Hagg vist’ (testo calabrese, giuro che al secondo verso capisco chchchchchmoooraaa, con la finale neutra catalana), mi piacciono pure quelle lente. C’è Melanconica che, cantata a tradimento da Piero al Pastis Poetry Slam, mi stava intossicando il premio guadagnato per eliminazione concorrenti (tutti scappati a prendere la metro tranne me e il secondo classificato): forse chistu core chino ‘e pena/ aggia rompere ‘e catene/ l’aggia libbera’.
E poi fanno Nun te scurda’. Per vendicarsi del mio chchchchmoooraaa Piero dice sempre chisto invece di chesto, ma la parte parlata chapeau, avevo difficoltà io, da adolescente…
E poi, come bis, se allucchi abbastanza, c’è lei. Brigante se more. Cantata a squarciagola con tanto di risata diabolica eh oh ah ah ah ah.
E, in mezzo agli amici spagnoli più gasati di loro (“Però això és català!”, “Si chiama napoletano”), questi gggiovani del Sud, partiti senza bastimente con un biglietto Ryanair (che se non lo stampi so’ 40 euro), ridono in faccia non so a cosa: al piemontese che avimma caccia’, ma ormai solo se canta lavali col fuoco; a quei catalani che pensano che siamo solo italianini che vomitano per strada, e ci parlano spagnolo pure se teniamo il C; a questa crisi dentro e fuori che ci porta a gridare che brigante se more in un pub irlandese, a cento passi dalla Rambla.
L’hanno organizzata anche quest’anno, eh, la manifestazione dell’8 marzo. Come sempre parte da Plaça Universitat, stavolta alle 19, e arriva in Plaça Sant Jaume. Andateci, se potete, è bello e confortante vedere quanti uomini partecipino.
Ma il 2009 per me fu impagabile.
Non mi sembrò vero, scendere per la Rambla. Stavo leggendo, per la tesi di dottorato, di operaie che avevano fatto lo stesso durante la Prima Guerra Mondiale, per il caroviveri e la scarsità di carbone. Roba che ai tempi la polizia di Barcellona ti massacrava pure se eri incinta. Come cambiano le cose, eh?
E allora queste ragazze che lungo la Rambla si palleggiavano il mondo, un mappamondo gigante, gonfiabile, mi divertirono più dei loro cartelli improbabili in tutte le lingue (con errori che li facevano più sfiziosi). Certo più delle austere custodi catalane della Transizione, che sfilavano coi loro caschetti sbarazzini di cinquantenni composte. Ma a quelle, come alle mie ’68ine, dovevo essere solo grata.
La Transizione l’aveva vista un po’ anche questa tipa, sul palco di Plaça Sant Jaume che è la sede del poder (maschile singolare anche qui). A un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito molto:
– E ci perdoneremo per essere diventate padrone della nostra vita.
Cavolo, sì. Che grande concetto. Ora so che è anche multisfaccettato, perché gli esseri umani, indipendentemente dal genere, non vedono l’ora di scaricare le proprie responsabilità sugli altri, meglio se sul destino. Prendersi quella della propria vita è in effetti imperdonabile.
L’anno dopo fu magico per un altro motivo. Nevicò. E, quel che è peggio, cominciò che ero entrata da cinque minuti nell’Arxiu Nacional. A Sant Cugat, che se come me vi sentite lontani da casa a lasciare il centro si traduce culandia ulteriore. Scese apposta il direttore ad avvertire che chiudevano, facendo pure lo splendido a cacciarmi in italiano davanti a due impiegate ammirate.
Tanto, per me era il giorno dell’ottimismo. Stavo in crisi nera e la sera prima, seguendo il consiglio di certi amici nordici, avevo visto The Secret, che se non lo prendi con le molle è salutare quanto l’invasione di cavallette in Israele. E infatti avevo fatto la talebana dell’ottimismo tutto il giorno, ridendo della neve, della cacciata dal tempio della cultura catalana, degli stivali sfondati, della casa senza riscaldamento. Per poi rendermi conto, quella sera stessa, che a essere ottimisti a oltranza pure si fa una gran fatica. Infatti ero esausta. Come faranno i ‘mericani? Intanto, però, niente manifestazione.
L’anno dopo, ricordo quando spiegai al mio ex, pakistano del Kashmir, che quel pomeriggio sarei andata a una manifestazione per i diritti delle donne.
– I che…?
– Diritti delle donne.
– ?
– Women’s rights?
– Yo no sabe.
Però venne a riprendermi col telefonino, mentre scendendo di nuovo per la rambla reggevo uno striscione, Altraitalia credo, con qualcosa su “papi”, nipoti di Mubarak e affini.
Allora la mia vicina, una signora veneta, vide questo gigante di due metri che ci riprendeva ridendo tutto gasato, come se stessimo facendo una cosa divertentissima, e commentò:
– Un ammiratore?
– È il mio ragazzo.
Non sono sicura che il sorriso fosse proprio scevro da sorpresa. Ma quando lui tornò a lavorare (e ripensai a Mrs. Dalloway, il soldato impazzito perché lei potesse fare la splendida coi suoi rimpianti e vestiti anni ’20), ci fu un altro momento magico a Plaça Sant Jaume. Due ragazze italiane salirono sul palco, prima che si sciogliesse l’assemblea in una Barcellona ormai oscura e freddina. Si fece silenzio. E cantarono:
Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
ci abbiamo delle belle e buone lingue
e ben ci difendiamo
La catalanissima piazza risuonò delle note di quell’antica canzone italiana. Che ci volete fare, mi emoziono facile.
Infatti la manifestazione scorsa, ancora un po’ fresca di indignados e di feministes indignades, per me non uguagliò quel momento nonostante la maggiore organizzazione, i cartelli fantasiosi con le tipiche forbici dei tagli, e i classici slogan: la 38 me aprieta el chocho (la 38 mi strizza la patana), e il mitico
non è che mi fa male la testa, è che non sai scopare!
Mo’, tralasciando la profondità del messaggio, ce la vedete, in Italia, una libertà sessuale così scanzonata?
E dire che mi sono decisa all’ultimo momento, a prenotare il biglietto per la tappa unica (per il momento) di David Riondino a Barcellona: sulle gesta dell’artista, complice anche la permanenza all’estero, ero rimasta ad antichi momenti di gloria a Quelli che il calcio, quando presentava Fazio.
Sono arrivata pure un’ora prima, reduce da un mezzo ‘nciucio ‘e vrachetta (espressione composita che capiranno i napoletani), sul cui esito posso solo far notare che ero lì, appunto, un’ora prima.
Con degli stivali che peraltro promettevano grandi emozioni per il ritorno, verso mezzanotte, a un passo dalla chiusura della metro.
Fortuna che la Luz de Gas, in teoria, chiude le luci del palcoscenico alle 23, e gli spettatori di Cose di Amilcare si anticipano ogni tanto per una cervecilla con tapa.
Mettici pure Matteo, a fare le foto, e siamo al completo. Anzi, già che ci sono gli chiedo come va l’organizzazione dell’evento per sostenere la Città della Scienza, promettendo di aiutare. Per onestà specifico che il sarcasmo delle nostre parti non sempre si apprezza in altre regioni terremotate. Risponde che sfondo una porta culturale aperta, anzi spalancata.
E il concerto che segue al suo auspicio è dei più adatti a suggellarlo.
Comincia con una carrellata di poesie dell’immeritatamente sconosciuto Ernesto Ragazzoni, che ha dedicato la sua vita alla solitudine degli esseri viventi, senza scordare il più solo: il verme solitario. Ed è vero che è il mestiere di Riondino, recitare lunghe poesie simili a filastrocche senza un attimo di esitazione, ma mio padre commenterebbe un po’ invidioso: e nun sputa!
Oddio, un po’ sì, ma è la giusta tensione con cui accompagna il suo omaggio a De Gregori, a cui rivolgiamo un appello: Francesco, amore della mia vita, autore di Sempre e per sempre (‘nnaggia a te), come puoi negare che Giuseppina che cammina sul filo sia farina del tuo sacco? Prima di tutto, fa notare l’interprete, c’è il calcio. Poi c’è il circo. Infine, e soprattutto, la protagonista muore.
Ma tra la trafila di paguri squatters, albatros bastardi e romantiche sule (senza dimenticare l’impegno civile degli appelli ad aggiornare lo stato di famiglia), ce n’è pure per il cinico Pino Paoli, cantautore che non le manda a dire, salvo scapparsene in Africa se la sua amata, medaglia di bronzo in performance erotiche, ha una pagnotta in forno.
Sembra giusto anche, tra le odi al vino e altre godibili canzoni cantautorali, dare spazio a un altro classico della nostra bella can-zone di una volta: i cori alpini. Ed è lì, signori della corte, che muoio in diretta. Piangendo (sempre dalle risate) questi soldati finiti per sbaglio a Copacabana, in uniforme, per resistere serafici ai richiami delle sirene in bikini “amaranto e vermiglio” (poi in trasferta a Pietralata) e morire di fronte al mar. Oppure intenti a offrire mazzi di stelle alpine come panacee per tutti i mali a pastorelle nervose.
E lì già spero che i polifonici montanari ritornino alla fine. Per favore.
Anita Garibaldi in chiusura di concerto fa molto Italia, tanto più che per l’occasione ci diventa partigiana, ma aridatece gli Alpini!
E infatti l’autore ha ormai imparato che chiudere con le canzoni tristi è un po’ cinico, da parte dei nostri cantautori. Il bis, acclamato come otra in un momento di schizofrenia itañola, ce li riporta con una nuova avventura: un marziano nello zaino del capitano, che si porta via l’innocente Manfredi Rolando insieme al mulo tuto barda’.
Sono veramente in apnea. Saluto quasi con gioia il chiudersi delle luci, che preannunciano la mia staffetta Diagonal – Joaquim Costa in 30 minuti. Con tutti gli stivali.
Ma, e non è una cosa che dico spesso, ne sarebbe valsa la pena pure se fossero stati tacco 12.
– Venezuelani? – chiede.
-Italiani.
–No tienen ni puta idea.
Lui è un venezuelano di Sala Consilina, come ce ne sono tanti. Nipote di emigranti. Poco prima delle elezioni mi ha chiesto pure un consiglio per sua madre, su chi votare al Senato italiano. Anche se vince Berlusconi, aveva aggiunto addolorato. No, stavolta no, avevo risposto convinta.
Lo ricordo alle elezioni venezuelane, invece. Mesi fa. L’entusiasmo con cui invitava a votare per mandare via Chávez, e le sue belle foto nella sede elettorale improvvisata, con una fila fuori che arrivava a circondare l’edificio. Ci aveva creduto tanto, e alla riconferma del mandato aveva scritto un lungo messaggio rassegnato.
Ora ha paura per la sua famiglia, dice, quello che rischia di salire al potere è “ancora peggio”. Teme una specie di transizione dolorosa, violenta.
Io ripenso a quella manifestazione in Plaça Urquinaona, di cui ho già parlato.
Mi ci ritrovai nel bel mezzo, senza sapere che succedesse. I poliziotti m’impedivano di attraversare dal centro della piazza al marciapiede laterale, dovetti fare il giro lungo.
Al centro della piazza, gente dei centri sociali, all’apparenza autoctona. Con striscioni pro-Chavez.
Sul marciapiede, venezuelani. Con striscioni anti-Chávez.
– Sono i pijos – avrebbe sentenziato anni dopo Gabriel, un compagno del corso di catalano, finendo la sua “sigaretta aromatica”. I venezuelani anti-Chávez che vivono a Barcellona sono i figli di papà, con abbastanza soldi per fare il viaggio. Chávez ha alfabetizzato il paese, ha dato case, ha fatto molto per chi non aveva niente. Se i pijos hanno dovuto chiudere qualche radio per quello, problemi loro, la loro democrazia filo-yanqui è un bluff in tutti i casi.
Ripenso all’amica incontrata alla manifestazione, tra gli anti-Chávez. Mezza colombiana, figlia di un tassista, e il fidanzato scozzese della working-class di Edinburgo.
Strano sentire tanti pregiudizi da uno che smentisce i miei sui perroflautas: non è il pijo mancato di una famiglia bene, i suoi sì che sono emigrati dall’Andalusia. Ora, nessuno paragona l’emigrazione andalusa anni ’60 con quella latina più recente, ma insomma, le sue analisi mi sembrano esulare un po’ da quella politica.
Un amico autoctono mi dice, più pacatamente, che Fidel e Chávez si devono contestualizzare: rispetto alla schifezza di governi che trovi in America Latina, meglio loro. Non dobbiamo guardare alla cosa con occhi occidentali (ma scusate, l’America Latina sta a Oriente?).
Ma così siamo esattamente occidentali, dicono da uno degli accesi dibattiti su Internet che stanno spuntando in queste ore: paternalisti che dicono “vabbe’, dobbiamo fare due pesi e due misure, in Venezuela è un’altra cosa, poverini.
In attesa delle parole del mio amico pijo venezuelano, decido che il mio pregiudizio è sempre quello, e no, non faccio di tutta l’erba un fascio, ma è simile a quello verso i dittatori di destra, bonificatori di paludi, e gli imperialisti che però costruiscono “strade e ospedali” in colonia.
Rileggo il comunicato del Partito Comunista – sinistra popolare:
Chavez, presidente della “Repubblica bolivariana del Venezuela” per altri 6 anni, continuando il suo programma esplicitamente e coerentemente socialista: spesa pubblica decisa con partecipazione sociale, lotta all’analfabetismo e alla fame, lotta contro le disuguaglianze sociali, programmi pubblici per la salute e le abitazioni (3 milioni costruite), sviluppo dell’occupazione pubblica, riappropriazione statale delle risorse naturali (petrolio), finora rapinate dall’imperialismo e dalle sue multinazionali. Il numero dei docenti della scuola pubblica è stato moltiplicato per 5, il tasso di mortalità infantile si è ridotto alla metà. La tassazione è rigorosamente progressiva (come prescrive la nostra Costituzione violata).
Chavez punta a contrastare e sconfiggere due nemici potenti ed alleati: la borghesia oligarchica interna e l’imperialismo USA, in cerca di rivincita. Una politica simile a quella del socialista Allende in Cile, che provocò il golpe USA di Pinochet con la tortura e la mattanza di molte migliaia di comunisti e cittadini.
Quindi un trend antitetico rispetto a quello che viviamo in Europa e in Italia, con il rilancio dello Stato sociale e del potere d’acquisto dei cittadini. Invece che ripudio della politica e assenteismo elettorale, nel Venezuela di Chavez avviene, non a caso, l’opposto. Dunque un esempio vincente ed attualissimo del socialismo bolivariano, nemico del capitalismo. Chavez ha sempre dichiarato con fierezza che la sua politica è ispirata ai valori e alle proposte del socialismo di ieri e di oggi, sia latino-americano (Bolivar, Castro, Guevara ) che di altri Paesi del mondo.
E la domanda ingenua è: possibile che per fare tutte queste belle cose ci volesse un regime che in tanti, venezuelani o meno, non esitano a definire autoritario?