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E51b_S4_House_of_Sand_and_Frog_1-crop-540x404 Ho riscoperto un libro carino che avevo un po’ accantonato durante il dottorato: Vita di casa, di Raffaella Sarti. Un’ambiziosa e dettagliata storia della vita “casalinga” nell’Europa moderna, tra contadini tedeschi che cedono per contratto la fattoria ai figli e lunghe case senza corridoio in cui, per arrivare in fondo, devi attraversare tutte le stanze.

L’autrice mi ha fornito la metafora perfetta per qualcosa che, qualcuno l’avrà notato, mi tormenta da un po’: la mia tensione tra moralismo e apertura mentale al momento di descrivere la mia generazione. Intanto ho scoperto, in ritardo, che ci definiscono millenials. O generazione Y. E io che ero rimasta alla X, descritta da un giovane Ethan Hawke nel già precario Prima dell’alba!

Ma tempo fa ho discusso col mio ragazzo sull’idea scrivere un romanzo su una “Young Adult” alla Charlize Theron, ma trapiantata a Barcellona. Una più-che-trentenne che faccia la stessa vita di una ventenne appena sbarcata in città, tra lavoretti in call center e appartamenti condivisi con coinquilini stranieri con cui sbronzarsi. Sentendosi eroica a non “cadere” nella trappola posto fisso – figli – mutuo da pagare.

La mia sensazione è che alcuni lo facciano per vocazione (ok, allora!) e altri si mettano in un limbo in cui né si precludono del tutto la trappola di cui sopra, né trovano un’alternativa che li faccia star bene. Come se fossero eternamente parcheggiati. Come la Theron nel film: secondo il link qui sopra (che sicuramente avrete aperto), è “incastrata in dinamiche affettive adolescenziali ma afflitta da problematiche adulte”.

Cosa te lo fa dire, insisteva il mio ragazzo. Semplicemente stanno bene così e nessuna normativizzazione di ciò che sia l’età adulta impedirà loro di fare ciò che vogliono.

E invece la professoressa Sarti è venuta in mio aiuto con le sue case di qualche secolo fa. Perché ciascuno, in fin dei conti, si arrangiava con quello che trovava (ricordo un contadino toscano che non poteva sposarsi perché non sapeva dove piazzare il letto, con dieci parenti a dormire nella stessa stanza!).

Ma quando c’era da edificare ex novo, spesso l’abitudine batteva la comodità, almeno per gli espatriati: che minchia ci facevano case col tetto spiovente in riva al mare?

Be’, la famiglia in questione veniva, mettiamo, dal Nord Europa, e aveva sempre fatto così.

Ecco, a volte mi sembra che i “giovani adulti” della mia età applichino alla loro vita strategie di costruzione che appartengano ad altri contesti, che magari li fanno sentire comodi per tradizione, ma poi li fanno soffocare sotto altri aspetti.

Un lavoretto part-time è una manna dal cielo quando hai 20 anni e stai facendo un Erasmus, ma se hai già due lauree e un master perché non ci provi nemmeno, a entrare all’università come lettrice? Se mi dici “Non fanno per me, i figli”, ti capisco, ma se cominci a spiegarmi che “vivi in un quinto senza ascensore, come porti su il passeggino?” o “gli uomini di oggi sono tutti bastardi, dove lo trovo un buon compagno?”… Mi chiedo due cose: perché a pari costo ti prendi un attico e non un primo piano? Perché il tuo reparto amici comprende quasi unicamente tizi arroganti, mediamente fasci e inclini alle battute sessiste?

Insomma, per dirla con Hipster Democratici, la metafora architettonica per descrivere la vita umana è mainstream dai tempi del Vangelo. Ricordate? La storia di quello che costruisce la casa sulla sabbia rispetto al saggio architetto che la fa bene, sulla roccia ecc.

E le case sulla sabbia, se pensiamo alle tende berbere, sono ottime in mezzo al deserto, ma edificate in una grande città… non so. Ci convengono? Se la risposta è sempre a me sì, andate in pace.

D’altronde, a Barcellona, non molto tempo fa, tra gli annunci di stanze in affitto c’era chi offriva una tenda da campeggio nel proprio salotto, non so per quante centinaia di euro.

Coincidenza?

Ma prometto ai miei giovani adulti, da adulta vecchia, che non scorderò più questa frase di Borges, che magari dà senso a tutto il mio sproloquio:

Nulla è costruito sulla pietra, tutto è costruito sulla sabbia, ma dobbiamo costruire sulla sabbia come se fosse pietra.

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miriammoralespolar.com

Mi osservi più curioso che stupito.

Non ne vedi tante, come me. Magari le intravedi dal carrozzino, in strada, ma mai sedute, mai a mangiare, come in questo ristorante vicino ad Arc de Triomf, con questa roba così colorata nel piatto che è la stessa di tua madre, ma a tua madre è bianca, e la mangia bene.

Io invece lotto col mio riso, con questi occhi strani. Enormi, vero? Di un colore mai visto. E il nasone, poi. I capelli non farci caso, è per una roba alla camomilla che mi ha regalato mio padre. Fa il medico ma di corpi, da dove vengo io si curano solo quelli, e spesso sono corpi come il mio, con gli occhioni grandi e i nasoni e i capelli colorati.

Ti sorrido e mi chiedo se ti faccio giustizia. Guardo di nuovo il libro aperto avanti a me, scritto in segni che troveresti sgraziati, senza fantasia. Parla di persone che 100 anni prima che nascessi tu facevano arte, ma roba strana, che non si capiva subito, e sai che dicevano?

Che lo spettatore ideale è un bambino, che ancora non conosce le regole stupide del mondo.

Magari hanno ragione loro. Magari i miei occhi non ti sembrano strani per nulla, son solo occhi. E il nasone, pazienza. E i capelli ti ricorderanno l’oro finto del vasellame che spero tua mamma scarti, nei negozi qua vicino, quelli coi nomi che sono aironi che volano e giardini felici e che presto tu capirai e io forse mai.

Magari a te adesso andrà tutto bene: la gente come me, quella come te, quella che mangia con la forchetta, quella che mangia con le bacchette, quella che ha due papà, quella che ha due mamme, perfino quella che dice che io e te veniamo da due mondi diversi e non ci capiremo mai, quindi meglio separati e ognuno al paese suo.

Ma a te va di partire, tesoro mio?

A me no. E tu qua ci sarai nato, quindi…

Quindi adesso esci, i tuoi occhietti diventano virgole allegre in un sorriso alla cameriera, che tua mamma saluta in cinese.

Torno anch’io alla mia lezione, sui bambini che capiscono il mondo.

gafapasta Le ho conosciute entrambe all’arrivo, ovviamente. Persa nel vano tentativo di farmi amici sfigati quanto quelli che mi lasciassi dietro. E artistici, soprattutto artistici, prima ancora che artisti. Frangette squadrate male, perché qua si tagliano a mano o te le fa l’amica “brava con le forbici”, e allora escono un po’ meno squadrate.

Quella di Concha più regolare, a rivelare un’epoca in cui doveva essere stata un ciuffo ben laccato, di quelli stile anni ’90 che contraddistinguono i pijos (fighetti) di qua. Quella di Gemma, sbarazzina, che lo dico a fare, sugli occhiali doppi con montatura spessa, stile anni ’60. Qua gli hipster si chiamano gafapastas. Ma Gemma non è un’hipster. Troppo facile. È intensa sul serio. Infatti non ci ho rimuginato troppo, quando il mio primo flop sentimentale di qua mi ha guardata meglio e ha ripiegato su di lei, sulla somma di adolescenzialità e di grazia che, si capisce da subito, l’accompagnerà per sempre. Negli scritti autopubblicati, nelle letture collettive delle jam session poetiche, nel libro finalmente in cartaceo con sopra il nome di una casa editrice pesa, almeno per chi nasce a queste latitudini.

Per allora, Gemma aveva già lasciato andare, con poca convinzione, il suo amato-sempre-assente. Se l’era pappato Concha, all’improvviso. Concha, frangetta squadrata a nascondere le proprietà sul Tibidabo, le vacanze in India con una madre-sposa bambina di qualche critico musicale che aveva fatto dell’antifranchismo, come andava di moda negli anni ’60: niente garrota, una fuga a Parigi a fare la vita bohémienne. Promosso per sempre e Visca Catalunya lliure, coi fondi della Regione.

Da qui veniva Concha e a maggior ragione, quando l’ho incontrata, sembrava sputare su tutto questo, caricandoselo addosso ancora di più. L’avevo schifata, come d’altronde Gemma e il suo ragazzo che avrei voluto io, per i dibattiti accesi che scatenava all’improvviso e senza un reale motivo, nelle rivendicazioni femministe, animaliste, “iste” in generale che adoro e che in bocca a lei sembravano capricci della niña de la casa, in cerca di un po’ di attenzione.

Capirete che insomma, quando scopro in un raid alla vecchia università che il mio ex rimpianto è passato dalla soave Gemma all’insopportabile Concha, un po’ di traverso mi va, il caffè catalano con mezzo litro di latte a lunga conservazione, come se non bastasse quello per cominciare male la giornata. Eccheccazzo. La mia teoria è che quando ti preferiscono una che avresti scelto anche tu fa meno male. So che il dibattito è aperto.

Poi ho rivisto questa Concha, invecchiata di 7 anni, o ringiovanita, per la verità, e ho capito tutto. Ho ammirato i suoi ismi distrutti di fronte a una finalmente onesta dichiarazione d’impotenza e ho capito cos’avesse, lei, che durasse, che i bei libri di Gemma, sempre intenta a inseguire un destino indefinito, non hanno: Concha è terrigna, è fatta di carne e sangue e lo sa.

E a un certo punto si è fatta una bella risata sulla vita di dubbi che conduceva e si è data quella che per me è l’unica risposta possibile: “Machemenefo'” (scusate il catalano).

Mentre Gemma si sforza, si barcamena in un mondo che non capisce e che la rassicura solo se è fatto di carta stampata, odorosa d’inchiostro fresco, Concha si è arresa alla sua irriducibile concretezza. Alla capacità di amare uno anche se non ti disprezza o se russa una notte intera senza citare Nietzsche al risveglio. Alla voglia di avere bambini anche se “la vita di una donna non si può ridurre a quelli” (ma va’). A una certa arietta antipatica che l’accompagnerà sempre ed è solo, o soprattutto, timidezza, ma che a lui, ho potuto notare quando finalmente li ho visti (e non erano freschi, convivevano da un po’), a lui fa proprio bene.

Ma la mia è una visione egocentrica di Gemma e Concha, degli opposti che si odiano forse perché la seconda non avrà mai la profondità della prima, e la prima non sarà mai così leggera. A parte la rosicata per quello lì che mi ha disdegnata per loro, forse le guardo così perché io sono esattamente sospesa tra i loro due mondi, tra l’Iperuranio di una e le profondità sulfuree dell’altra.

Se invece di schifarsi a morte capissero quanto dell’altra già contengono, forse anch’io mi sentirei più a mio agio, col passato e con quello che non so essere, ma ho la grazia di non provarci nemmeno.

Forse chiedo troppo da due persone che sono state nello stesso posto.

Ma hai visto mai che un giorno le possa sorprendere in un bar di Gràcia a sfottersi le rispettive frangette, ad annegare insieme al latte in un luuungo caffè.

 

STB-MT-KEEPITALIAN-300x300  Che in Italia le cose stiano peggiorando me ne sarei accorta comunque, ma una cosa è leggerlo su un giornale online e una cosa è vederlo sul volto di chi sta qui da poco.

Mentre scrivo sono sette anni che vivo a Barcellona. Il mio ragazzo, invece, ha compiuto da poco un anno di catalanità e digerisce la cosa molto peggio di me.

Ultimamente due ragazze italiane, sposate qui con un figlio appena nato, hanno dovuto avviare una battaglia legale perché il bambino venga riconosciuto a tutti gli effetti per la legge del nostro paese. Ci sono riuscite? Ni. Però intanto gli italiani brava gente ci hanno fatto un sacco di battute. La più gettonata: un bambino con due mamme, poverino, gli chiederanno entrambe se ha mangiato.

Gli episodi di razzismo in Italia si susseguono mentre i miei amici che denunciano la cosa si sentono rispondere su facebook dal compagno delle elementari: “Vivi troppo tempo fuori, ci stanno colonizzando”. Io per fortuna avevo compagni intelligenti, ma risponderei che ho vissuto tre anni nel multietnico Raval, e sono stati i più belli a Barcellona. Mi sentirei chiamare buonista, che, per una volta sono d’accordo col relativo meme, di questi tempi significa “non fascio”.

Qui non è affatto tutto rose e fiori, ieri la fruttivendola cinese mi ha chiesto di dare la precedenza a una cliente rumena (che mi ha ringraziato in italiano) per poi confessarmi candidamente di averlo fatto perché “altrimenti quella rubava”.

Una napoletana e una cinese a parlare di malavita, con tutte le stronzate che già dicono contro la nostra gggente: è una barzelletta?

No, non è tutto rose e fiori. Ma noto una cosa: qua la differenza non fa tanta paura come in Italia.

Sarà che il loro dittatore è morto da soli quarant’anni, sarà che ci sono questioni nazionali molto più urgenti e sentite delle nostre, ma qui la gente è abituata a scendere in piazza, molto più di noi, a protestare quando le cose vanno male.

Per questo a settembre mi sembrava strano vedere tutti gli sfottò dedicati a una diciottenne con una fascia di miss che trovo spaventosamente antiquata, intanto che ammazzano un immigrato per aver rubato un’anguria e un tizio che si dice di sinistra fa le stesse cose di sempre, ma con l’hashtag davanti.

A proposito di hashtag, non capisco il senso dell’umorismo all’insegna  del #jesuischarlie. I posti per Zelig sono limitati e allora tutti su Internet a improvvisarsi fini umoristi, a dire “escile” a una modella dal nome impronunciabile, a ironizzare su un gruppo di rocchettare con l’hiqab, e se resti perplessa è che non capisci quest’umorismo così sottile.

Non sarà che sono rozzi loro e fanno ridere chi crede di non poter fare altro? Non sarà che si diverte chi sa che non avrà mai un lavoro fisso né pensione né uno straccio di simulacro da maschio alfa (spesso sono uomini) e invece di scendere in piazza fa il cacciatore di like? Perché il Non ci resta che ridere sembra un triste imperativo almeno sui social.

Io posso ringraziare l’identità sovranazionale che mi è stata regalata dall’Erasmus, testimoniare che i nostri amici omosessuali con figli sono più rompicazzo della più folkloristica mamma italiana quando si tratta di mettere il cappottino o proibire i cibi grassi ai fortunati marmocchi (“Nascondete le patatine!”). Posso giurare che qui le “mamme italiane”, stereotipate perfino dagli ottimi Jackal, possono liberarsi delle pressioni familiari di casa nostra e lasciar scorrazzare i figli sotto la pioggia. Con la speranza, giurin giurello, che poi li asciughi papà.

Il fascismo si cura leggendo e il razzismo viaggiando, diceva un grande scrittore spagnolo.

Che si parta o che si resti, forse dovremmo cominciare a leggere molto e fidarci di chi già ha viaggiato troppo, per vincere la nostra paura di guardarci allo specchio.

rizomaMi giungono nuove dal paese.

Solita trafila di nascite e morti, matrimoni, lavori trovati, qualche emigrazione. Di quelle calibrate, volte a inseguire un incarico al Nord o il posto fisso, aspettate pazientemente dormendo oltre trent’anni nella propria stanza di bambino.

Normale amministrazione, insomma.

Ma in quest’agosto curioso di città deserta di giorno e straripante di notte, di amici spariti e amici ritrovati, di presenze mute e assenze che parlano, mi capita di nuovo di vivere in un limbo in cui presente e passato si mescolano nei più strani abbinamenti.

Ecco quindi che l’altro giorno mi sono svegliata con in testa un pomeriggio di mare in cui un nonno lontano nel tempo, ma solo in quello, si fingeva illetterato per far ridere i bambini.
E, secondo un cliché caro alla mia generazione, mi identificavo ancora coi bimbi che ridevano, piuttosto che con le mamme che riponevano il thermos nella sporta da spiaggia. Anche se per la verità mi piacerebbe essere tra queste ultime.

Ma quel giorno toccava ancora il limbo di agosto e una tesina inutile da scrivere e le assenze che parlano e le presenze che tacciono.

Allora ho preso carta e penna e, tra i vaneggiamenti del flusso di coscienza, mi è uscita la parola rizoma.

Ora, confesso che sul momento non ho ricordato bene cosa fosse. In quelle frasi vomitate in fretta in una canicola assente mi dava l’idea di qualcosa di fisso e immutabile, la radice ultima che ho perso, che non ho mai affondato in una terra precisa, semmai in stanze. La stanza mia di bambina, poi la prima in affitto e tutte quelle che l’hanno seguita, e che non ho saputo chiamare mie che quando non lo erano.

E rizoma, nella mia patente ignoranza botanica, o nell’attimo in cui scrivevo, era tutto questo. Era radice fissa, ma perduta.

E invece le letture per la tesina che credevo inutile mi hanno riportato alla metafora del rizoma per Deleuze: radice che è tronco che è fusto che è radice, narrazione che può riprendere da qualsiasi punto per diventare un’entità indipendente. In un certo senso, direi, un’altra pianta.

Come gli emigranti italiani delle navi da cui non uscivi vivo, quelli che puzzavano e non sapevano scrivere, e i loro figli ora si chiamano italiani e mangiano macaroni cheese e in qualche caso votano per un paese che non hanno mai visto, che a volte non fa votare quelli che lì ci nascono.

Come noi emigranti per caso, di lusso ma non troppo, che facciamo la trafila dei paesi in cerca di un lavoro e in cerca di noi, o magari lontano da noi. Noi che ci diciamo (e spesso è vero) che non possiamo tornare per il lavoro, per la società, per la qualità della vita, anche quando magari non lo facciamo perché abbiamo perso una radice che non abbiamo mai conosciuto, riconosciuto, come nostra.

Almeno così capita a me. Che sento le mie radici portatili al sicuro tra le guglie di Barcellona e credevo di anelare a un’antica radice perduta, lasciata in qualche secchiello fluorescente del lungomare domizio.

E invece sono rizoma, sono radice che si fa fusto, fusto che si fa radice, passato che si fa presente, presente che si fa me.

Janus-VaticanAvete presente quei dolori double-face?

Sì, come le orribili giacche a vento che ci regalavano da piccoli.

Sono quelli che sentiamo quando siamo bloccati, quando, come ci muoviamo ci muoviamo, facciamo danni.

E allora, se ci telefona, male, perché alimenta le nostre speranze, quando si vede lontano un miglio che non gli piaciamo abbastanza. Se non ci telefona, invece, stiamo malissimo.

Se telefoniamo noi a nostro padre per riconciliarci, a Natale, finiremo per litigare. Se non lo facciamo, la cosa non si risolverà mai.

Se restiamo a fare questo benedetto praticantato a costo zero, ci sentiremo umiliati, non avremo tempo libero né una remunerazione decente, e non sappiamo neanche se “farà curriculum”, come ci hanno detto (non) assumendoci. Se l’abbandoniamo, “non avremo in mano neanche quello”.

Double-face, come Giano bifronte, quello della pace e della guerra. Solo che nel nostro caso le facce significano entrambe guerra, e sono comunque facce ‘e corna.

E no, non ho né l’antidoto né l’anestesia.

Ho una considerazione personale, però.

Gli amici miei che finiscono in queste storie double-face sono gli stessi che dichiarano di non volersi impegnare in una relazione, o di non volere figli che sono un peso, o di aver diritto a divertirsi, “finché la cosa non si fa seria”.”Frequentano” qualcuno che palesemente non è interessato che la metà, rispetto a loro, ma che neanche se ne va, per la sua propria ambiguità o per tornaconto personale. Ma, come me nella stessa situazione, i miei amici si dicono che la cosa è sotto controllo, che in fondo non sanno neanche loro cosa vogliono, che alla fine non sono innamorati, che vogliono un distacco lento, meglio che tutto insieme… Balle. Almeno per me, almeno nel mio caso. E a naso, che finalmente imparo ad avere naso ANCHE metaforicamente (che fisicamente sicuro non mi manca), sono in buona compagnia.

Quando litighiamo coi nostri genitori, chi è stato il primo? Il primo a “tirare la pietra e nascondere la mano” (e ve l’ho tradotta dal napoletano). A dire “vediamo se facendo io la vittima l’altro mi viene incontro”. Ci sono giochi di ruolo, nelle famiglie, che si trascinano da decenni e farebbero invidia a Dungeons & Dragons. Ricatti morali, vittimismi, perfino malattie psicosomatiche strategiche. A rigor di logica avrebbero cominciato i genitori, c’erano prima loro. Ma insomma, siamo buoni alunni.

Il lavoro è il paragone più difficile. So che tocco un tasto dolente e le nostre responsabilità in una crisi economica saranno pure notevoli, ma il raggio d’azione è limitato. Però voglio dire una cosa, a rischio di essere lapidata. A Barcellona vedo tante persone cercare lavoro, metterci anche un anno a trovarlo. La cosa está muy mal, siamo tutti d’accordo, e l’ottimismo da solo non la cambia, né è questione unicamente di volontà. Ma perché ho amiche che, anche se per motivi vari devono cambiare spesso lavoro, trovano sempre qualcosa? Qualcosa di malpagato, triste, impossibile, ma qualcosa. E amici (che il senso del proprio valore si declina più facile al maschile) che è come se stessero sotto un albero di fichi con la bocca aperta, senza pretendere neanche di allungare la mano e prendere i frutti quando cadono. Rispondono a quelle due offerte di lavoro, vanno a fare i colloqui mezzi scocciati. E qui fanno bene, quando si tratta di rifiutare i lavori sfiancanti che le amiche invece accettano. Non si piegano al ricatto delle 8 ore quotidiane a fare dei lavoretti. Ma insomma, è come se non ci provassero mai davvero, né abbandonassero le speranze. A Barcellona, poi, la panacea di tutti i mali è partire. Per nuove mete che, finché non cambi la testa, miglioreranno notevolmente le tue condizioni di vita, senza mai cambiarle davvero.

Ho letto questo bel concetto ne La via dell’artista, di Julia Cameron: se vi guardate indietro, vi accorgerete che la vita è stata ambigua con voi quando eravate voi a essere ambigui con la vita.

E con voi stessi, aggiungo, parlando anche a me.

Perché non sapere cosa si vuole è frequente e comprensibilissimo. Fingere di non saperlo per il rischio di non ottenerlo (o di ottenerlo?), per me è imperdonabile.

E allora, chiudiamo le porte del tempio e, fuori da ogni ambiguità, desideriamo almeno la pace.

Per la guerra, quando avremo finalmente deciso per cosa combattere, abbiamo tutto il tempo.

la finestra di fronteUn pomeriggio degli anni ’60, in un paese vicino Napoli che si atteggiava un po’ a città, una bambina aspettava seminascosta sulla soglia del suo portone. Era una bimba sana e bruna, sarebbe diventata una bella ragazza, avrebbe sposato un uomo buono e un po’ eccentrico e avrebbe fatto tutto bene nella vita, tranne sua figlia. Era educata e tranquilla, con le sue curiosità di bimba, ma senza conoscere l’inglese, che ai tempi a scuola si studiava il francese, sapeva che curiosity killed the cat.

Quel pomeriggio, però, aspettava curiosa. Aspettava le vicine.

Erano signorine, un modo educato ai tempi per non dire zite. Già che vivessero senza un uomo vicino era strano. Ma la cosa più strana non era quella. Era un dettaglio impensabile che faceva girare la gente per strada, una cosa mai vista, forse qualche volta in televisione, ma nel mondo a colori mai.

Portavano i pantaloni.

E la bambina a volte si nascondeva apposta per osservare il prodigio.

Un pomeriggio degli anni ’10, ma del millennio successivo, sua figlia passava per una strada di una grande città europea, molto lontana dal paese. Era troppo bionda per essere sua figlia, ma somigliava troppo all’uomo buono ed eccentrico per non esserlo, quindi concludevate che si tingeva un po’ i capelli. Era “signorina” anche lei, per scelta, a volte sua e a volte di altri. Ma non amava i pantaloni, infatti aveva la gonna.

Passando tra un nugolo di ragazzini in monopattino, un po’ di fretta perché era diretta al cinema, riconobbe il suo piccolo vicino, quello che ogni tanto litigava con la mamma in una lingua tutta aspirata, ma poi parlava spagnolo come lei non avrebbe mai potuto. Il ragazzino la vide da lontano e le corse incontro, chiamandola per nome e mostrandosi orgoglioso di conoscerlo. Lei non fece in tempo a chiedersi come lo sapesse (non si erano mai presentati) che si ritrovò l’attenzione dei bambini.

– Sei italiana, vero? – fece una che già andava per i dodici e le aveva bussato una volta per chiederle le chiavi del terrazzo comune. – E ti chiami… – ripeté il nome.

– Sì, e tu?

– Rosa – fece la piccola marocchina, bella figliola.

Un bimbo filippino all’angolo fermò il monopattino.

– Sei italiana, quindi?
– Sì.
Buongiorno.

E lei allora ricordò come sapevano il suo nome. Degli ospiti, sulle scale, avevano chiesto di lei al bambino, che ci aveva messo un po’ e poi aveva detto “Ah, l’italiana!”.

Così scoprì di essere diventata l’italiana.

Si chiese allora se il bambino araboeuropeo lo incontrasse per caso, a volte, sulle scale, o si appostasse anche lui a osservare la vicina italiana che viveva senza un uomo in soffitta, vicino a un terrazzo di cui non aveva le chiavi.

Si chiese anche, a questo punto, se le chiavi non se le fosse procurate lui, le notti che sussultava spaventata nel sentire la porta del terrazzo aprirsi e nessuno entrare. E si domandò se non la sentisse pure emettere quei suoni strani che lui non doveva fare più da molti anni, da quando la mamma aveva cominciato a dirgli che era troppo un ometto per frignare come una signorina.

Se lo chiese un’ultima volta, curiosa, prima di entrare nel cinema.

Ma il film che vide, in inglese sottotitolato, non conteneva in nessun momento la frase curiosity killed the cat.

(un’italiana che vale gli appostamenti)

finestra sole Quando ho visto la casa da cui vi scrivo, sono rimasta folgorata.

Letteralmente, perché la prima cosa che ho visto, dall’ingresso angusto su cui gli ospiti alti lasciano sempre un po’ del loro senno, è stato l’angolo di parete bianca che ho lasciato tale e quale, sguarnito ad accogliere l’abbondante sole del terrazzo. Per il resto, l’appartamento era uno sputo, il bagno sarebbe stato stretto per la mia casa di Barbie, in paese, e l’affitto, trattandosi del primo buco che fosse tutto per me, era inquietantemente alto, per una che aveva finito la borsa di dottorato da novembre e faceva un part-time in un ufficio.

Ma quando appunto, dopo la visita, mi sono recata al lavoro, ho detto subito alla mia collega che avrei smesso di cercare, habemus casam.

È stato per due sensazioni, simultanee e differenti, che forse avrò già descritto.

La prima, l’odore di pane abbrustolito. Che ovviamente non proveniva dal cucinino a due fornelli malamente collegato a una bombola arancione, ma da qualche parte della mia testa che era rimasta a Capri, alla casa che i miei zii si erano comprati in preda a un colpo di fulmine simile, tutta in salita e tutta da rifare, coi loro stipendi statali. Ma poi ci avevano costruito alcuni dei momenti più luminosi della mia prima adolescenza, accompagnati spesso da pane abbrustolito e marmellata d’arance fatta in casa.

La seconda, La Bohème. Io e Mimì non abbiamo proprio niente da spartire, in realtà, ma quando sta facendo ancora la civetta con Rodolfo, disegnando ghirigori nell’aria con la gelida manina, dice di vivere sola soletta, là in una bianca cameretta, tra i tetti e il cielo… Sì, proprio asteco e cielo, come dice mio padre sconsolato al pensiero del freddo che devo sentire in inverno. Ma poi, l’orchestra tace, e questa grisette smorfiosa diventa immensa e dichiara:

Ma quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell’aprile è mio

E qui, che volete, scatta la lacrimuccia e lo spirito d’emulazione. Perché la mia dissimulata selvaticità mi porta a starmene spesso sola soletta, ma schiattate, il primo bacio dell’aprile, se permettete, lo voglio. Schiattate, o venite a farvi baciare pure voi, che dice che a non usare a lungo la Bialetti si rovina.

E adesso che cerco una casa da comprare e sono meno selvatica e la Bialetti la uso più spesso, cerco ancora il primo bacio dell’aprile. In termini più prosaici, cerco un attico.

Ma il colpo di fulmine non c’è ancora stato. C’è stata una curiosa coincidenza, la visita a un appartamento che stava proprio sopra al mio, il primo occupato nel Raval, in un palazzo a cui torno sempre per un motivo o per un altro, seguendo i fili di una lunga telenovela. A sentire chi crede in un ordine universale, se ci sono tante coincidenze un motivo ci sarà, o no?

Fatto sta che non c’è il colpo di fulmine. E mi manca, con l’irrazionalità che lo accompagna e mi fa amare ancora questa casa nonostante la mal dissimulata fatiscenza, e gli eventi spiacevoli a cui ha assistito ultimamente.

Poi, però, penso agli amori lenti. Quelli che non mi aspettavo e non ci speravo, verso cose e persone che prima mi suscitavano paura o insofferenza.

Il Raval, ad esempio. Quando dal Mercat de Sant Antoni mi sono spostata più verso l’interno, a Joaquín Costa, era uno scarto di 5 minuti, abbastanza da spaventarmi. Mi ero sempre trovata zone di confine, o addirittura un po’ anonime, per avere l’illusoria sensazione di poter provare tutti i volti di Barcellona. Il Raval aveva troppo di tutto, troppa personalità, troppa prevalenza d’immigrati, troppa sporcizia, troppi turisti. Abituata a una Barcellona insapore, ero assalita da odori forti, curry e urina, il pollo dei girarrosto, la menta che profuma tutto un tratto di strada, quando i fruttivendoli fanno provviste. Erano più rassicuranti i cinesi di Tetuan, gli anziani catalani che sindacavano su come buttassi la spazzatura, con quelli al massimo hola. Poteva mai, il Raval, diventare il mio barrio?

E tu fa’ che lo diventi, suggerì un’amica. E infatti l’amore per il Raval sopravvive a quello per questa casa, che pur mi appresto ad abbandonare. Ho provato a cercare in altre zone, ma no, al massimo la fine torno vicino al Mercat de Sant Antoni, che se attraversi sei nell’Eixample (…), ma sempre Raval è.

Se ci penso, infatti, gli amori lenti sono quelli che mi sono rimasti dentro, davvero. Credo che paragonare un uomo a una casa sia il più bel servizio che si possa fare, altro che mercificazione. D’altronde i rari casi di folgorazione che ho avuto si sono persi nel disperato tentativo di giustificarli, che le case le arredi come vuoi e crei una profezia che si autoavvera, mentre gli umani vengono già arredati di abitudini e manie. E c’è una clausola che impone di accettarle, o non ti ridanno la cauzione. Se gli amanti del colpo di fulmine avessero il tempo di provarne le effimere conseguenze, credo se ne accorgerebbero nella maggior parte dei casi.

Gli amori lenti, invece, si appiccicano addosso piano piano come l’odore di menta, come l’afa scongiurata da quest’aria di pioggia che mi fa scrutare ogni tanto l’amaca in terrazza, per vedere se si sta bagnando. Ti invadono la vita piano, per osmosi, come l’uovo al sapore di tè con cui fa colazione un’amica cinese, e quando se ne vanno è difficile farne a meno perché dovresti strapparti il guscio intero.

Il problema è che non puoi saperlo in anticipo, che lo diventeranno. Amori lenti, dico. Lo sapessi, ti prepareresti.

Da quando ho visto questa casa sopra la mia vecchia ne ho un ricordo come affettuoso, di un posto in cui sono stata, e vorrei tornare.

Quanti giorni di pioggia, scontri coi vicini, pomeriggi di sole, quante notti di lacrime o di sonno profondo, quante visite improvvise e sorprese preannunciate dovrei vivere, prima di sapere?

Magari non ci sarà neanche bisogno di aspettare tanto. Prima o poi, magari mentre starò a fare tutt’altro, saprò.

stanliollioIo gliel’avevo detto, col cavolo che arrivava alle 18.30.

Ma in uno slancio d’ottimismo sono andata lo stesso quasi puntuale al terminale della Grimaldi Lines (che poi, a parte anziani e famiglie con l’auto, chi arriva più in nave a Barcellona? Ah, già, io, la prima volta).

Così ho aspettato un’ora, tra allegre famiglie con bambini che mi hanno ricordato che per queste faccende, figliare e prendere la Grimaldi Lines per andarsene in vacanza (ma anche no), ci vogliono cose tipo disciplina e costanza.

Cose che a un’italiana all’estero potrebbero mancare, vuoi per il precariato, vuoi perché c’è questa asincronia con chi è rimasto in paese a crescere più o meno come si era sempre fatto, mentre tu ti devi inventare un nuovo modo di farlo, senza passare direttamente a invecchiare.

Poi, quando l’ospite finalmente sbarca, col valigione enorme per i 10 giorni che deve coprire, capisci che a un italiano all’estero, spesso, manca un altro ingrediente fondamentale: l’amore incondizionato. Così diverso dalle amicizie bilingui con gente che non sai quanto tempo ancora resterà, o se ha uno spazio per te in agenda.

L’amore incondizionato, si diceva, che nasce in un’epoca molto precoce e si sviluppa nonostante il tempo, nonostante gli esami, che diventano pochi e deludenti colloqui di lavoro, nonostante le partenze e i ritorni, nonostante le morti, nonostante la vita.

Quello che ti fa amare “per quello che sei”, come dicono le canzoni, per cui sei sempre sciupato, ma mangi?, e non sei mai brutto, al massimo buffo.

E allora dividi grata con questo ospite la pasta di Gragnano presa al volo dal pako del Parlament, insieme a tutte le schifezze d’insaccati che non mangi più (“E ja’, piglia ‘nu poco ‘e salamino, nun l’hanno acciso, è muorto ‘e solitudine”). E riscopri tutti quei rituali del pudore della tua vecchia vita, che hai voglia a infiorarli e dire che il nudo è un dono e la donna un mistero ecc. ecc., ma ti sembrano sempre più ipocriti, deiezioni di una civiltà sessuofoba e triste che ha reso il corpo sacro perché non riesce a renderlo vero.

Ma un attimo prima di maledire questa cultura che malgrado tutto vi unisce, dall’altra parte del mare, scopri ridendo che il sarcasmo che accompagna le tue piccole sconfitte private, quello che a domanda “Come passi la giornata?”, ti fa rispondere “Be’, al mattino lavoro al libro e la sera mi taglio le vene”, è lo stesso degli amici rimasti , quelli non riamati o scaricati su cui vi ritrovate a ‘nciuciare:

“Che fai stasera?”, “Me votto ‘a copp’ ‘o ponte ‘e Arzano”.

“No, nun sto male, solo che si venesse quaccheduno e m’affogasse ‘int’ ‘o suonno, buono facesse”.

E allora ridi col sollievo di sapere che la persona che t’immagini vicino quando proprio non riesci a dormire, per una volta al risveglio ci sarà davvero.

PENTAX ImageNo, sentite, Beethoven oggi venderebbe cervezabeer a Barceloneta.

Non c’è più pathos, Sturm und Drang, poesia nel mondo. Una non può andare appena albeggia al porto di Barcellona, sparse le trecce morbide sull’affannoso petto, occhi rossi e gonfi e sguardo perso nel vuoto, che si ritrova tutto lo staff dei Mondiali di nuoto a seminare enormi cavi per tutto il molo? Con tanto di atroce versione in inglese di Aicha sparata a tutto volume dagli altoparlanti. Non puoi manco dire addio al mondo crudele e buttarti a mare, che sta l’intera Croce Rossa catalana in gommone a pattugliare non so cosa.

Accadeva un paio di settimane fa, con l’effetto di persuadermi definitivamente che di questi tempi la tragedia, oltre che inutile, è ridicola.

Venendo a più miti consigli, quindi, sono andata a Barceloneta. Tanto la traduzione dall’italiano al catalano non se ne scende granché, ad agosto, e allora mambo.

Anzi, no, pizzica. Era da un po’ che non ci pensavo, che secondo me si evoca col cuore leggero, ma poi ho pensato che in fondo generazioni di donne l’hanno usata, si dice, per cacciare pensieri pesanti il doppio dei miei. E poi c’erano queste onde ficcanaso e spumose, che si mangiavano la spiaggia artificiale all’ombra dell’Hotel Vela, che insomma, ho scartato i pochi nudisti e mi sono messa a battere pensosamente il piede nell’acqua.

Lu rusciu te lu mare è multu forte / la figlia te lu re si ta la morte.

Al che guardo l’enorme macchia grigiastra che minaccia le uniche due ragazze col pezzo di sopra (io l’unica vestita) e mi dico anche no, almeno a Capri, da piccola non mi spaventavano i fantasmi di Krupp, Fersen, Norman Douglas? Noblesse oblige.

E poi i versi seguenti, con la figlia te lu re che si marita, li vedo poco probabili, a meno che non acceda alla richiesta di Baba Ji che cerca moglie per farsi il permesso di soggiorno. Secondo il cameriere della pizzeria preferita, che racconta a destra e a manca di aver spuntato 5000 euro dalla sua russa (“due consumazioni obbligatorie a settimana”, o era al mese? spero al mese), io potrei aspirare a un bel po’. Dovrei sentirmi lusingata?

La figlia te lu re sta va a la Spagna.

Ma se lo sanno tutti, che Catalonia is not Spain! E se ce lo siamo scordati, ce lo ricorderanno tra un mesetto, l’11 settembre, quando i lavoratori di TV3 faranno sciopero e i nazionalisti catalani si indigneranno: non la festa nazionale, con l’indipendenza o stai a favore, o contro. Le stesse argomentazioni del 1918, giuro, quelle delle citazioni che almeno non devo tradurre in catalano.

Su la figlia te lu re, la zita mia, uno dei due nudisti può ammirare l’unica donna vestita in spiaggia volteggiare tra la spuma, che manco Venere uscita dalle acque e fatta tricheco.

Ok, meglio ritirarsi in buon ordine.

… e vola vola vola, palomma mia
ca jeu lu core meu
te l’aggiu dare.

Di questi tempi avere un cuore da dare già è un lusso.

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