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lacrime Il domandone di sempre è: perché quando siamo tristi mettiamo canzoni a dir poco malinconiche?

Cerchiamo di autoistigarci al suicidio? Vogliamo imitare la povera Sylvia Plath e mettere la testa nel forno, sorvolando sul fatto che lei il forno ce l’avesse a gas? (Particolare che una volta assimilato rende la faccenda solo tragica, e non splatter come temevamo).

Fatto sta che quando dobbiamo affrontare una rottura, e magari l’arrivo del ciclo (le disgrazie non vengono mai da sole), mica sentiamo Don’t Worry Be Happy, o rivediamo tutti i video di Padre Maronno.

No. Noi mettiamo su Nick Cave, Chavela Vargas o i Modà, a seconda della morte di cui vogliamo morire (decidete voi in quale caso sia meritata…).

Perché, figlioli, facciamo questa minchiata?

Magari per lo stesso motivo per cui in un film horror la vittima va esattamente in soffitta, a mezzanotte in punto, nella casa appena comprata dopo l’omicidio seriale dei precedenti proprietari. O ci andiamo a toccare ripetutamente quel brufolo orribile che così ci durerà un mese, finendo pure per dargli un nome, viste le dimensioni (io in gioventù usavo quelli della lirica, ricordo un Rodolfo formidabile).

Ok, cancellate l’ultima immagine.

Resta il problema del masochismo umano.

“Eh, preferisco sfogare, che poi sto meglio”.

Ci prendiamo per sfinimento, in pratica. E dopo che la buonanima di Chavela avrà giurato “Por Dios que me mira” di non tornare, piangendo di rabbia più o meno come noi, miiica scattiamo sull’ attenti alla prima chiamata dell’ (ex) amato bene? Che però vuole solo che gli restituiamo cuore e giubbotto.

Ok, manco va bene far finta di niente, e poi cadere ai suoi piedi in lacrime appena lui si presenta a una festa di amici con un’altra (scena realmente vissuta, con me, ovviamente, nella parte dell’altra).

Ma insomma, proprio non troviamo una soluzione migliore che finire di deprimerci?

Ognuno fa quello che vuole, oh. Ma, non so se è una cosa che capita solo a me, a lasciarsi il drammone in camera per fare una passeggiata, le cose vanno decisamente meglio. Scopriamo che non finisce mica il cielo e lo sapevamo, il mondo va avanti uguale, con la proverbiale cazzimma tanto amica di questo blog. Ma intuiamo pure che presto o tardi andremo avanti anche noi.

E se riusciamo perfino a sopportare la festa di cui sopra, con tanto di trenino e Tanti auguri a te cantati in tutte le lingue, magari troviamo pure qualcuno per la serie “Adesso ho le voglie di un 90enne assonnato, ma alla prossima sei mio!”.

Ovviamente “alla prossima” verrà in compagnia (e no, stavolta non sarò io).

Ma almeno vi sarete perfettamente ripresi e potrete rimpiangere l’occasione mancata con tutti i crismi.

So’ soddisfazioni.

(consigli per dediche alla sua radio preferita)

menesta nera– I Pan di Stelle?
– Ce li ho.
– Tarallucci?
– Ce li ho.
– La pasta di Gragnano?
– Mamma, al carrer del Parlament hanno la Faella. Voi la trovate, al supermercato, la Faella?

Non si rassegna. Ma davvero, ormai a Barcellona trovo tutto. Specie da quando sono refrattaria a carne e affini, quindi il problema della pancetta paesana non si pone. Ok, finisco sempre per accettarne un pezzettino sottovuoto, per insegnare la carbonara senza panna agli amici non vegetariani.

Ma solo due cose mi mancano veramente, e non c’è verso di trovarle.

Una semplicemente non esiste. Non ufficialmente. È come il belief di Hume, o la mille lire a Sant’Antonio ‘o pezzantone, che ti ritrova gli oggetti smarriti e ormai si farà venerare in euro pure lui.

Insomma, più una fede che una certezza.

La menesta nera.

Detta anche menesta ‘i Fratta (la ‘e napoletana da me diventa ‘i) e, ho scoperto da poco, rucculillo ‘i Aversa. Foglie verde scurissimo e un sapore tra cavolo, broccolo e friariello.

di L. Di Donato

di L. Di Donato

Sconosciuta nei supermercati e nei grandi centri ortofrutticoli. Me l’ordina mamma al fruttivendolo che passa con la laparella (l’Apecar). E quando arriva acala ‘o panaro, ancora di vimini rispetto a quelli di plastica blu a Napoli centro. Poi, nonostante le mie proteste, se la mette a “scegliere”, magari con nonna e la sua badante che per l’occasione si farà le tre croci ortodosse, tutte e tre ‘a smerza. Troppa grazia, Sant’Antonio (che in questo caso si rivela poco pezzantone).

La metto in valigia con tutta la bustona di plastica, a costo di lasciare a Napoli il piumino pesante, che nella soffitta polare a cui torno è questione di sopravvivenza. Morirò assiderata e contenta.

Non so come la fanno le mitiche nonne maestre ai fornelli, che le mie erano maestre e basta, ma io metto a soffriggere aglio e olio a fuoco lento, in una pentola bella capiente, e ci lascio insaporire per qualche minuto la quantità che ho scelto. Poi ci aggiungo acqua fredda q.b. e chi vuole se la mangia, se no c’è la pancetta sottovuoto.

Il creatore di Divano Marziano, che è vegetariano, una volta se n’è mangiati 5 piatti, con tutta la baguette del forno sotto casa.

E qui veniamo alle dolenti note, perché l’altra cosa che non trovo è il pane cafone. Cotto al forno a legna, perché tengo i vizi.

Mi accontento della mezzaluna che mi porto nello zaino, che se suona qualcosa faccio fare i numeri a Capodichino, e della settimana in cui mi potrò godere la bustona di oro verde.

Quest’anno me la porto per un pelo, eh, che alla vigilia di Natale mio fratello mi ha fatto girare tutti i fruttivendoli del posto in cerca di friarielli e ho scoperto che la gelata aveva giubilato tutte le verdure delle feste. Le piante erano state gelate a metà crescita, le foglie non si erano aperte proprio.

“Sono così gialle che stanno buono addo’ stanno“, ha dichiarato una fruttaiola storica.

Almeno per i friarielli, il cassiere di un supermercato proponeva il piano O: Orogel. Quasi piangevo.

Pure di commozione.

Perché le nostre campagne alla diossina, inguaiate per chissà quanto ancora da monnezza, sversatoi e chi più ne ha più ne metta, si perdono ancora per una gelata che m’impedisca di mangiare friarielli a Natale, menesta nera a gennaio.

A me, che volendo dal pako di Joaquim Costa trovo zucchine tutto l’anno e pomodori a ciliegina pure a gennaio. Che non sappiano di niente è un’altra storia.

Fortuna che il secondo raccolto mi fa partire fessa e contenta. Per la serie non ho un lavoro, ma ho la menesta.

Stavolta però un piattino me lo metto da parte, prima che passino le cavallette marziane.

(una che dev’essersene mangiata molta)

Enea – Ma è quello il ragazzo di Montse?

La fila per il concerto a Santa Maria del Mar è lunga, cerco ‘nciuci per distrarmi.

– Sì sì – mi fa l’amico pettegolo. – Bel ragazzo, no?

Lo guardo. Pochi capelli, più robusto che alto. Senza Montse vicino non l’avrei manco notato.

– Eh – dico vaga. Saranno gusti catalani.
-Ehi, David, quello è il ragazzo di Montse? – alle nostre spalle si affaccia un’amica andalusa.
– Sì.
– Quant’è bello!

Quando mi succedono queste cose penso sempre a Enea, e alla faccia di Troisi/Tommaso quando vede per la prima volta il nuovo uomo della sua ex. Insieme al cammeo di Nuccia Fumo, è la mia parte preferita di Pensavo fosse amore, invece era un calesse.

Meraviglioso quando gli dicono “Vabbe’, adesso sei ancora scottato, non sei obiettivo”. Mi ricorda le volte che, diplomaticamente, provo a rispondere:

– Eh, forse i gusti italiani sono diversi.

Allora, se parliamo di una donna, mi si replica:

– È vero, scusa, non ha le labbra a canotto e un gommone per tetta.

E invece rivendico questa differenza di gusti, se si può sindacare su una cosa così mutevole. Il fatto che Desigual a Napoli non si faccia strada senza che qualcuno azzardi ancora lo scorrettissimo “Ma chi t’ha vestuto, Stevie Wonder?“. E che l’italico maglioncino sulle spalle, e i colori tetri che spesso completano il guardaroba, altrove sappiano un po’ di vecchio e “leccato”.

Ma non c’è niente di meglio della cultura pop per spiegare ciò che intendo. Prendete un tormentone come Tre metri sopra il cielo, paragonate lo Step italiano all’Hache spagnolo (senza scordare le rispettive Babi), e capirete di cosa parlo.

E dovrei pure starmi zitta, perché il cambio di gusti in Spagna va tutto a mio vantaggio. In generale mi sembrano più indulgenti dell’ipercritica Italia. Basta che tieni le gambe dritte, i denti a posto, i capelli più o meno sulla fronte, e schifo schifo non fai. Pure se vai in giro struccata, o sotto il maglione esibisci una tartaruga al contrario. Magari non è manco una questione di Spagna o della rilassata Inghilterra, che mi fece sentire un pagliaccio quando scoprii che su Oxford Road, a Manchester, ero l’unica truccata.

Ma non scorderò mai quando il prof del mio primo corso di catalano esibì una foto di Montserrat Caballé, con tanto di corna di scena (non so che opera fosse), e i latini della classe, maschi e femmine, dichiararono all’unanimità che in fondo era maca, carina anche lei.

Ribadisco, sono generalizzazioni, ma in Spagna da questo punto di vista mi sembrava tutto più rilassato, finché non ho ripreso a farmela con italiani. La critica del fenomeno la lascio fare a chi è più esperta di me. Ma è divertente passare da una comitiva in cui se hai abbinato la maglia alla gonna ti fanno “Qué guapa!“, a uno a cui leggi in fronte “Vabbe’, l’importante è che sei intelligente, poveretta, le tette ti spunteranno in un’altra vita”. Specie se l’individuo in questione, come spesso accade, ha un rapporto peso/potenza 1:1, e le misure di una caldaia.

Ok, chi è causa del suo mal…

D’altronde ho sentito così spesso dei connazionali maschi dire “Con chi mi metto, dopo quella sventola della mia ex?”, che ripenso al mio, di ex, quello britannico, dopo il quale con lo stesso ragionamento avrei dovuto infilarmi una cintura di castità e buttare la chiave.
Diceva:

– Voi italiani siete ossessionati dalla bellezza.

E in effetti lui, che passava inosservato tra le inglesi poco affascinate dai mixed race, una volta atterrato a Napoli diventava una piccola star, provocandomi qualche ulcera repressa con un sorriso finto.
E forse su sta storia della bellezza un po’ di ragione ce l’aveva.

Intendiamoci, come ossessione ho visto di peggio. Quello che mi dà veramente fastidio è la tendenza a credere universale la cosa più soggettiva e mutevole al mondo. Scordiamo che gli angeli di Victoria’s Secret, anche solo 50 anni fa, sarebbero stati messi all’ingrasso, oppure ce ne ricordiamo solo per condividere su fb la foto di una bella ragazza taglia 50 indicandola come la vera bellezza, con buona pace delle modelle Dove.

È questa superbia, che mi turba più di ogni altra cosa. E dire che quando Repubblica lanciò quell’appello alle donne perché si ritraessero con la scritta “Non sono una donna a sua disposizione”, imitate a stretto giro da Mafalda, le guardavo per ore dicendomi quanto fossimo belle, coi segni che la vita ci lascia addosso. I nasoni li vedevo anch’io, così come le rughe, ma io che m’annoio facile mi divertivo a constatare una volta di più che non esistessero due difetti uguali. E mi sembrava molto bello.

Qual è la cosa più banale che potrei fare, a questo punto?

Citare Totò dopo Troisi. Ma la banalità è come la bellezza, chi la definisce una volta per tutte?

In fondo, de gustibus non est sputazzellam.

Ops.

(già che ci siamo…)

magritte2-Ma ste luci, ste candele?

L’amico, un po’ più giovane, ha preso una stanza a Napoli, prima esperienza senza i genitori.
È evasivo. Poi mi spiegano che frequenta una ragazza.

Come quella che volevamo rifilare a un altro, vari anni fa, ma che probabilmente già allora si vedeva con l’attuale fidanzato, conosciuto in chat.

O la ragazza seduta vicino al palco nella birreria in paese, che il cantante ogni tanto la guarda e nessuno sa niente, nessuno dice niente, ma lei si è messa un vestitino con dei tacconi neri che sembra ancora più bassa, un nanetto sui trampoli, e non se ne accorge, rapita. E parte il totoscommesse: si tengono, o no?

Si vedono, si frequentano, si tengono, o semplicemente un occhiolino. Quando non si scade nel volgare. Pure nella terra dei fidanzati in casa è come se le coppie dovessero passare per questa fase di rodaggio che osservo con indulgenza, divertimento quasi. Perché non stiamo parlando di scopamicizia, ma proprio di gente che si ritrova allacciata a una festa, o comincia a chattare una sera, e semplicemente si assaggia, si sperimenta e conosce piano senza passare per la fase m’ama non m’ama, innamoramento selvaggio seguito da un corteggiamento serrato, contrapposto a una resistenza più o meno ipocrita. No, la libertà di movimento e di testa degli ultimi anni prevede di consumare quasi subito l’attrazione, per lasciare spazio al grande punto interrogativo del poi. Dopo aver tolto i giornali dalla macchina, che si fa? Si resta insieme o chi s’è visto s’è visto?

NotoriousE paradossalmente il bacio rubato dei nonni diventa la prima cosa che ottieni.

Anzi, ripenso alla grandiosa nonna di un’amica salernitana (e non cominciate che non so trascrivere il salernitano):

Ma io nun capisco, nuje nun puteveme fa’ ‘a prova, ce l’evemo piglia’ comm’erano, e vuje che facite ‘a prova po’ ve lassate ‘o stesso?

Sì, si lasciano lo stesso. Anzi, in qualche caso non si mettono proprio. Dopo essersi assaggiati per un po’ vedono che non è cosa e buonanotte. Intanto la fase ibrida è durata mesi e non sempre gli amici se ne accorgono.

Ma a quel punto, capirete, anche il concetto di coppia clandestina è cambiato.

E leggo tanti libri con doppia trama, una bella coppia degli anni ’40 e un’altra, confusa e infelice, di oggi: la prima è sempre perfetta, oh, quasi quasi vorresti che ti cadessero addosso le bombe, se devono essere l’unico impedimento a un amore che trionfa.

Ovviamente succede perché sotto le bombe non c’eri, e perché forse non hai mai visto quelle vedove che, come diceva Italo Svevo, da una parte piangono il defunto e dall’altra sono incoffessabilmente risollevate. Per essere tornate libere da un giogo nato da qualche affacciata furtiva a un balcone, da sguardi quindicenni lanciati a uno con cui, prima di chiedergli i soldi delle bollette, non si erano mai davvero parlate.
A meno che non fossero pratiche come la nonna di un’altra amica: “Me ne proposero due, ma alla fine presi tuo nonno perché almeno lo conoscevo”. Matrimonio felice.

Certo, l’altro estremo, ai miei occhi, resta quello che chiamo il divano IKEA. Prendersi a rate senza mai stabilire cosa siete, così eviti di farti carico della responsabilità dell’altro. Una scopamicizia, se la fai bene, è onesta, il divano è una terra di nessuno ambigua, fatta di gelosie difficili da gestire ma guai a fare un passo avanti e dire “Ok, che stiamo facendo?”. Perché l’ambiguità è chic e non impegna. Soprattutto non impegna.

Magari si fa perché l’alternativa, dalle mie parti, può essere ancora portare le paste la domenica e diventare +1 sugli inviti alle feste, in un rapporto asfittico che quando finisce corri a cercarti avventure al grido di “Esco da una storia importante, non voglio impegni”.

E poi l’ambiguità a volte sembra l’unica cosa che si avvicini agli amori epici che ci propinavano con le favole. Il tormento clandestino, la fragilità e precarietà dei sentimenti come bandiere, finché non finisce e uno dei due fragili e precari viene avvistato sul lungomare liberato con un pallone gigante a forma di cuore.

È questo che volete?

Io no. Rispedisco al mittente la morbosità autoindotta dei nonni e l’ammore da discount dei nipoti. Il sesso ben venga, ma quando si parla di amore attenzione. Maneggiare con cura. Chiamarlo per nome e invitarlo a entrare. Ma non della serie ue’, il caffè sai dove sta, l’asciugamani in bagno è pulito, scusa ma ho da fare. No. A sto punto lascialo fuori.

L’ospite è sacro specie se è lì per restare.

Tanto vale prendere una tazzina del servizio buono, e fargli spazio sul divano.

(una delle più belle canzoni d’amore che conosca)

L’anno l’ho chiuso bene, ma mi sentivo irrequieta. Era come se fossi capace di divertirmi, abbuffarmi, arrabbiarmi pure, ma non di starmene tranquilla da qualche parte a godermi tutto questo.

Sarà lo stress da 2012 che se ne va, importante ma di passaggio, un punto interrogativo tra i calendari che metti in ripostiglio invece di buttarli, perché le illustrazioni sono belle.

Oppure i miei due tarli di sempre, acuiti da ricorrenze tipo primo dell’anno:

– quello ansiogeno da TSO, tipo adesso pare che va tutto bene, ma appena ti distrai crolla la casa e l’unica cosa che si salva sarà quella ciofeca di regalo di zia Palmina, che se ti sopravvive quello vuol dire che hai proprio fallito;

– quello della bambina dispotica che ero un tempo e che ogni tanto mi ricorda che sto in ritardo sulla tabella di marcia: non ho ancora vinto il Nobel e Johnny Depp è ancora single.

Per non sentirli più mi sono messa a guardare il tramonto dalle fessure della persiana, poi mi sono detta perché non alzarla, poi perché non uscire sul balcone (specie se consideriamo che la vicina era rientrata e non dovevo fare gli auguri).

Mi piace molto, il tramonto dalla mia stanza. A volte sospendevo i compiti per scriverci favole, con mia madre che faceva la croce a smerza. Mi piace il contrasto tra i toni arancio, affumicati dall’umidità, e i casoni di provincia con le soffitte abusive. Mettici quel poco di verde che consentono i cortili, e manca solo il canto di un uccello.

E prontamente se ne materializza uno sull’albero all’orizzonte, tra le foglie nere nell’ultimo sole.

Ecco, adesso sto bene. E con sorpresa, io che da anni amo le grandi città con buona pace di Marcovaldo, scopro che mi piace l’orticello di una vicina che non conosco, e i due alberi che sopravvivono tra il mio giardino e quello di fronte. Che una cosa tranquilla con uccellini e tutto non mi dispiacerebbe troppo. E se avessi una figlia che interrompesse i compiti per godersi sto tramonto non mi farei la croce a smerza.

E a proposito di croce, suona la campana. La messa del primo dell’anno.

In effetti nella mia cultura quello che sento ora si convoglia nel pensiero di Dio, se no resta incandescente come il tramonto trafitto dalle antenne.

E stavolta addirittura potrei seguirlo, il richiamo della campana, a costo di far venire un infarto a nonna che ormai mi crede Satana.

Ma poi decido di farla campare altri 100 anni, che per il Dio che vedo adesso non fa differenza.

Che è dappertutto, pure sui balconi.

Che l’uccello che adesso passa dall’albero a un antennone alto che non capisco manco cos’è, che per fortuna nelle favole non esce mai, quel pennuto testardo che non smette di cantare ora è Dio pure lui.

https://www.youtube.com/watch?v=7Gx1Pv02w3Q

Oreste– Ma veramente sai tutto il testo? – la ciaccara si stacca un momento dal gruppo che intona con Oreste ‘O tiempo se ne va.

Le sorrido:

– È il riassunto della mia vita.

Ho chiuso l’anno in bellezza col Piricioccola Show, “rilettura in chiave Rock, Punk, Surf, Afro-Beat, Cubana, Brazil, Dance, Electro del repertorio neomelodico napoletano e trash italiano a sfondo metaforico-sessuale”. E mi pare giusto dedicargli il primo pensiero del 2013, per la serie “il buon anno si vede dal mattino”.

D’altronde, voglio dire, al primo spettacolo, 7 anni fa al Jarmusch, io c’ero. Presi apposta l’aereo da Manchester.

E c’ero pure alla prima trasferta, a Roma. Allora l’aereo lo presi da Barcellona.

So’ soddisfazioni.

Quindi, da brava crupie, ieri all’Officina del Seggio, prima di strafogare, mi toccavano Oreste, Braccione, Costantino, Luciano, e una vrangata di niu entris che non conoscevo. Come un grande Michele Picone, vestito da ricuttaro (piacere, Miche’, scusa ‘a cunferenza), che al ritorno dal bagno si mette a ballare sul tavolo. E quello che suonava sto tamburello, che per esempio potevano pure presentarmi. Per esempio.

Ma come già annunciato su feisbucc c’era una guest star, nel firmamento degli artisti storpiati in salsa cubana: direttamente da Gomorra, comincia per A e finisce per O… Insomma, dopo avermene mandata, che a mezz’ora dall’inizio annunciato (15.15) stavano ancora a fare le prove, al ritorno mi hanno fatto trovare Alessio, featuring OMD, A-Ha, e nun m’arrecordo cchiù, perché ero intenta a mangiarmi il limone intero della Coca Cola senza che nessuno mi notasse.

Ma tanto, tutti gli occhi erano per il bel cantante, che a un certo punto mi deve guardare per ricordarsi il testo del Parco dell’amore. L’importante è che il Medley di Gigione/Jo Donatello sia stato servito completo di carcioffola e gelatino. Il nostro pensiero va a tutta quella gente che soffre e combatte quotidianamente per la libertà.

Il Nord era già stato omaggiato con le sue sbarbine, che noi non siamo razzisti, e tra una citazione e l’altra i nostri riescono a scassare un piatto della batteria.

Ma il coro di ciaccare de La Piricioccola, dov’è finito? Non possiamo accettare questa chiusura, e allora all’umanità invochiamo gli Squallor di cui sopra. Che tardano un po’ per il semplice motivo che la band di sfasulati aveva già sciarmato.

Si chiude con un dramma domestico pari a quelli che ci aspettavano a tavola, tra ‘nzalata ‘e rinforzo e il capitone astipato da Natale. Non prima che i nostri artisti, da brave personcine laureate in Lettere, ci facciano notare che Lorenzo il Magnifico, tamarro fiorentino d’altri tempi, l’aveva detto qualche anno prima degli Squallor: “chi vuol esser lieto sia/del doman non v’è certezza“.

E in effetti la mia giovinezza s’è fuggita tuttavia tra questi vichi di Aversa, e lo rivendico con orgoglio.

Vi aspetto a Barcellona, ciaccari.

(qua ci provo anch’io)

A tavola c’è la simpatica usanza che al posto dei morti mi siedo io.

Intendiamoci, non lo fanno apposta. Quando sto in Italia la mensa domenicale mi vede itinerante, magari seduta alla destra del padre, sempre col poggiabicchieri blu che quando parto mamma mette nel mobile in alto in cucina, per non vederlo.

Però, quando qualcuno dei commensali ci lascia, i primi tempi al posto suo ci finisce una a caso. Così, quando la badante di nonna si è aggiunta alla cena di Natale, eccomi all’altro capo della tavola, posto storico della zia. Che in un pranzo di famiglia a Napoli sarà l’unico modo per finirci se sei femmina e sotto i 70. È vero che da me non ci formalizziamo, ma guarda un po’, tutti gli schieramenti intorno al tavolo di Natale/Capodanno, compresi il 5-5-5 e il modulo a farfalla (in genere al salmone) non sono mai venuti meno alla tradizione.

Per mamma, poverina, fa lo stesso. Lei con una mano governa qualcosa di molto grasso in pentola, con un’altra gira la pasta, con un’altra prepara l’insalata, e con un’altra raccoglie la caraffa di vino fetido, “fatto con l’uva e col cuore”, appena rovesciata da mio padre con buona pace dell’avvelenatore che gliel’ha regalato. Certe mamme napoletane sono delle divinità indù!

Mia nonna, invece, è un caso più unico che raro: non solo odia cucinare, ma odia mangiare. Che le nonne cucinassero bene l’ho scoperto a 20 anni, parlando con degli amici sbalorditi, “Perché, la tua no?”. No. La mia insegnava e badava a 3 figli con un marito meraviglioso, che però aveva la stessa propensione al lavoro domestico dei suoi coetanei degli anni ’50. Durante la guerra, piuttosto che mangiare la polvere di piselli, moriva di fame. Per la verità ha rimosso completamente viveri e gesta dei ‘mericani, mentre la casta zia del posto a tavola, che ricordiamo ancora come ‘a signurina, li ricordava sospettosamente come belli guagliune (definizione che per lei andava accompagnata almeno a 100 kg di peso per 1 metro e 70, quindi tremo al pensiero).

Ma a tavola i ‘mericani li vediamo al massimo in TV, che abbiamo questa brutta abitudine di lasciarla accesa. Ma è uno spettacolo la linea gotica che si crea tra mio padre e i suoi pargoli, interessati a TG e affini (con papà che chiede chiarimenti impedendoci di ascoltare e rispondergli), e mamma che non perde mai di vista il principale scopo della giornata: abbuffarci come maiali.

– Io dico che Berlusconi non muore nel suo letto, quello scappa alle Caiman, come fece il suo mentore con la Tunisia
‘O vuo’ ‘nu poco ‘e salamino?

– Uh, che bello, c’è lo speciale su Buscaglione!

Ed ecco mamma gettata tipo quarterback verso il nostro lato della tavola, coprendoci il meglio della canzone solo per dare a nonna un mandarino.
Ma non la batterà mai. Premurosa riferito a nonna è un eufemismo. Chi di solito si siede al suo fianco (indovinate un po’…), si vedrà offrire una decina di volte il parmigiano, poi il pane, poi la frutta.

– Ma non ti piace proprio, la frutta?
– No.
– Eh, a te non piace mai niente!

Detto da una per cui devi cucinare senza cipolla, senza pepe, senza spezie, e che ritiene che il secondo piatto sia la scarpetta nel sugo, è un rimprovero originale. Mio fratello mi sfotte: “Maria, noto un tono irrispettoso che non mi piace”. Lui è un santo. Io a volte, per vendetta, le farei mangiare una genovese.

– Ma Buscaglione è muorto?
– Sì, nonna. Da 50 anni.

Lei invece canta canzoni che ho ritrovato solo grazie a youtube (le uniche che dal mio PC vedo senza lo spot spagnolo di Activia). Titoli allegri e spensierati tipo Buongiorno tristezza e Torna piccina, il cui incipit mi accompagnerà sempre: “nella mia vita triste e senza sole, tutto svanisce e nulla mi sorride più”.

Infatti papà fa da anni la gag di guardarmi e sorridere: “Che ne vulive spera‘”. Insomma, come volevo uscire sana di mente.

Solo con me da piccola la nonna si faceva allegra, dedicandomi Parlami d’amore Mariù. Che quando ascoltai Mio fratello è figlio unico per la prima volta, sparato nel lettore CD di un amico, capii “e ti amo Mario“. E in un raro momento di saggezza mi chiesi che ci azzeccasse.

Ma era sempre stato Mariù.

(un’omonima che nonna non approverebbe)

lungomareliberatoE poi, mentre già giri i tacchi in direzione del treno, vedi che c’è il tramonto sul lungomare liberato.

Allora scendi via Calabritto, ignorando le ballerine Tod’s che stanno quasi quanto il tuo affitto.

Cerchi di non farti arrotare, ma adesso sai che ad attraversare le strisce convinta, come se fosse il diritto che è, le auto si fermano. Per non doverti pagare nuova, ma si fermano.

E intanto ti chiedi com’è possibile.

“Come fai a essere così bella?”, sussurra svogliato uno con poca fantasia.

Guarda, vorresti rispondergli, mi domandavo lo stesso di quello che vedo. Del cielo che si fa sabbia fina e rende il mare incandescente che fa male agli occhi. Delle curve di Capri ancora piene della tua infanzia. Di Castel dell’Ovo inzuppato di sale, e del vino degli ultimi raggi.

Come fa tanta bellezza a diventare normale?

A diventare ‘a cartulina, la passeggiata del sabato, le coppiette coi caschi appesi al gomito, come ombrelli, e lei che rifiuta le rose del venditore ambulante, “No, grazie, sono allergica, te voglio bene, ja’“.

E la bambina coi capelli afro che piange in carrozzina, mentre la mamma dalla pelle bianca la consola e al padre rassegnato dici “Pazienza, è bellissima”. “Grassie”. Perché ti piaceva quando lo dicevano di te e lo pensavano davvero.

E il bambino che grida a quello delle bolle: “Signore, signore, soffiate pure da questa parte, per favore!”. Ma l’altro finge di non sentire, o non capisce l’italiano.

E le due ragazze che si parlano piano, e fanno pace.

Come ci si abitua a tanta bellezza, ti chiedi scendendo le scale bagnate con la paura di toccare il mare. E il mare risponde invadendoti nell’onda più forte. T’inzuppa il vestito e t’incrosta i capelli della stessa vita che li sporcava al tuo arrivo, solo più salata e improvvisa.

Ed è un peccato che con l’unico testimone, un giovane papà che tiene ben stretto il bimbo sulla sabbia, non puoi parlare, che si chieda se sei pazza, ti serve qualcosa o ce ‘o vvuo’.

Almeno adesso ricordi che alla bellezza ci si abitua come al caffè troppo caldo, che prima ti bruci e poi scende giù.

Che è un miracolo a cui hai diritto a credere.

L’unico che devi pretendere.

A volte il treno ti ferma senza preavviso in stazioni che non ricordi.

Ma ricordi quando ci passavi fuori.

Io ricordo una mattina d’inverno, durante le feste, come ora. Ma diversi anni fa, un inverno vero.

Un incontro di lavoro, se così si può dire, se si può chiamare lavoro quello che a 20 anni è passione. E infatti l’incontro era con amici, e c’era anche una coppia.

Anch’io ero fidanzata, ma le cose andavano male.

La coppia partecipava ai discorsi, alle decisioni da prendere, ai sistemi per raccogliere fondi.

E a un certo punto mi resi conto che avevano i piedi intrecciati, il destro di lui al sinistro di lei. Mi avrebbe anche fatto tenerezza, se non mi avesse ucciso.

Ma a quei tempi amavo morire di morte lenta.

E al ritorno, nella mia Micra scassata, blu per me e i giapponesi, viola per il resto del mondo, l’autoradio difettoso mi propose una canzone che non avrei scelto, un successo di quell’anno che trovavo sdolcinato.

E allora per tre minuti, solo tre minuti lasciai che qualcuno gridasse al mondo, per conto mio, che avrei lasciato tutto quello che avevo, da vera egoista e sconsiderata e cattiva amica, e sognatrice ridicola, senza speranza. Ma avrei lasciato tutto per essere per lui come neve, quella che dalle mie parti non cade mai se non metaforicamente, e a volte farebbe bene a cadere.

E invece ci sono questi inverni che sembrano sempre più primavere, signora mia, così il cuore non ti si gela mai davvero, resta sempre ghiacciato a metà, e l’altra ridotta in cenere.

Ma erano i miei 3 minuti e i miei 20 anni.

Ed è quasi comico che mentre scrivessi mi contattasse a sorpresa quello della neve, a ricordarmi che ho ancora freddo, ma si è sciolta da tempo.

E sotto c’ero io.

http://www.youtube.com/watch?v=tqeK2nwS6B8

BabyHermanUno trotterella sul Corso all’ora dello struscio, e fa ciao con la mano alla poliziotta che entra in macchina, al posto del passeggero, per una manovra improbabile in mezzo alla folla. La poliziotta gli dice ciao, a voce.

Un altro lo fa a me, ciao ciao, dalla macchina. Non capisco subito se è una bimba o un bimbo, e allora per non sbagliare quando scende dico che bell*@#… La mamma sorride.

Un altro non è più un bambino, anzi, il 22 sera mi dice che già sa che regali avrà a Natale, perché lui a Babbo Natale non ci crede più e li ha scelti coi suoi. Suo fratello, che poverino ci crede ancora, lo scoprirà solo il 24 notte.

Un’altra ammira il mio presepe. Per farlo ci vuole molta indulgenza o tanta fantasia, e la seconda non le manca. Le luci sono mezze fulminate, i pastori piccoli sono spariti e quelli grandi si affollano davanti alla grotta, come se lì distribuissero iPhone. Ma lei guarda incantata. A casa sua fanno solo l’albero.
– Come si chiama, questa?
Angela. Meno male, mi ha chiesto l’unica pastorella che ricordo ancora. Ah, no, so pure quella che munge la capretta.
– Ruth – la presento.
Annuisce seria, non ha mai sentito il nome. Io lo scoprii proprio alla sua età, credo. La mia Cenerentola preferita, della Bibbia, dopo Ester.

Un altro è bello e qualche anno fa ne avrei fatto uno così, magari altrettanto bello se avesse preso dal padre. Ma non so se il genitore mancato vorrebbe essere associato a questo delizioso nasino un po’ indiano (“India maricón! Tú qué gusta más, India o Pakistan?”, “Pa-Pakistan?”, “Bien! Muy bien!”). Appena mi vede si nasconde dietro la mamma bionda, poi giochiamo a scacchi. Ma mancano pedine. Allora lui si scoccia e fa a modo suo: mi mangia un alfiere col pedone, ma in verticale, e per comodità mette due cavalli nella stessa casella, così mi attacca meglio.
Le regole cambiano ogni volta che sta perdendo lui. A un certo punto annuncia “la regina è sudata”, e la mette a bordo tastiera.
– Anche i grandi campioni si riposano – spiega.
regina
Infine, si prende tutte le pedine e non me le vuole dare più. Allora lo inseguo, rovesciamo una sedia, finiamo sotto al tavolo (lui letteralmente), re e pedoni si sparpagliano insieme in un’allegra anarchia.

– La bambina sembri tu! – grida mio padre, che sotto al tavolo a rincorrermi non ci è finito mai.

E io sorvolo sul cognome che avrei voluto per i miei figli, anche se la questione al paese si ripropone facile, specie se quell’assassina di Rai 3 mi piazza a tradimento Nuovo Cinema Paradiso. E penso all’ultimo bambino, quello che non vedrò mai.

Figlio di una che lo voleva con un altro, tanti anni fa, e poi l’ha fatto uguale.

E allora mi chiedo se essere una bambina coi bambini fa di me una brava madre, o una brava bambina.

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