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Risultati immagini per italiani all'estero Le riconosci subito. Non c’è bisogno di sentirle parlare spagnolo coi pronomi sbagliati. Mi riferisco alle italiane che Barcellona ci vengono “per caso”: non per un progetto di vita o per ragioni politiche, ma per una borsa di studio, per un trasferimento di lavoro, o magari per seguire un uomo.

Lungi da me dire che siano tutte uguali, eh.

Mi limito a fornire un elenco di possibili frasi identificative sui social, con le risposte consigliate:

  • “Devo andare a un aperitivo, ma ho paura di uscire di casa da sola. Qualcuno potrebbe accompagnarmi?” [Quindi per paura degli sconosciuti ti va bene che ti scorti un perfetto sconosciuto, purché italiano]
  • “Qualcuno conosce un’estetista italiana? Help!”. [Perché le autoctone la ceretta te la fanno a zig zag]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico, ma preferirei con una ragazza, con un uomo non so cosa mi potrebbe succedere”. [Se lo incontri in pieno giorno in un bar affollato, ti succederà una cosa terribile: dividerete il conto del caffè a metà, centesimi compresi!]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico con una ragazza perché al mio ragazzo di Poggibonsi che dico? Che vado a incontrare un uomo “per farci lezione”?”. [Sì, ma prima assicurati che abbia posato la clava]

Tutte domande che per me ne tradiscono una sola, grande quanto la Sagrada Familia: come me la cavo per conto mio dopo che mi hanno insegnato che non posso? Partendo da una premessa vera (le donne sono più esposte degli uomini ad attacchi sessuali e violenze) per arrivare a una conclusione sospettosamente sbagliata: le donne devono aver paura di tutto.

E nella paura di quelle imbattutesi nella situazione di dover fare ciò che temono, vedo tutte le contraddizioni di questo precetto un po’ ridicolo.

Allora dico loro: vedrai che ci farai il callo. Che andrà tutto bene. E non ti trincerare in un ghetto d’italiani, non ti cercare cavalier serventi o “appartamenti di sole ragazze”.

La paura ci sta tutta, ci hanno abituati spesso a gente più grande che faccia tutto per noi o ci accolga benevola perché sì: vedo genitori scrivere annunci per cercare le stanze ai figli, o ragazzi di ventun anni in cerca di assunzioni a distanza come camerieri, in barba alla fila di candidati residenti in loco coi documenti già in regola. Dolci figli dell’estate.

È una vera sfida. Ma le ragazze che l’intraprendono dopo un’educazione pensata per averle vicino casa a “conciliare famiglia e lavoro”, devono pagare sulla loro pelle tutte le limitazioni che si sono viste infliggere, a cui hanno finito per credere.

Perdonatemi allora, care italiane appena sbarcate a Barcellona, se divento enfatica e vi invito a fare qualcosa in particolare: non cedete al ricatto del “Non sono ancora pronta”. Con questa scusa, parte del Parlamento spagnolo della Repubblica voleva negare il voto alle donne (temendo che avrebbero votato per la destra). Con questa scusa, in un libro che trovo indegno di Harper Lee, l’avvocato Atticus Finch (sì, nel film è Gregory Peck) si opponeva ai diritti civili degli afroamericani.

No, per una volta chiediamoci davvero: “Se non ora quando?”.

Qui da dove scrivo io, non è ancora una bestemmia.

Lo so che è da tempo che non scrivo resoconti cazzari dei miei pomeriggi più surreali, ma facciamo una cosa: io vi racconto quello di lunedì scorso e ci pensate voi a trovargli una profonda morale nascosta. Affare fatto? Cominciamo.

Allora, sono le cinque passate, sono in casa reduce da un’ora di step, in attesa delle uova fresche del Montseny promessemi da un amico brasiliano, che ha lasciato tutto per vivere in montagna. All’improvviso il mio pusher ecobio mi annuncia via WhatsApp di non poter più effettuare la consegna a domicilio. Al massimo posso incontrare la sua compagna, ma solo a Plaça Universitat, e solo tra mezz’ora: è incinta e partorisce a maggio.

Senza neanche docciarmi mi precipito fuori nella seguente tenuta: felpa rossa cinese di pile infiammabile, due taglie più grande; pantajazz di Decathlon (come i pantacollant, ma a zampa); scarpe dello stesso magazzino, col risvoltino fucsia fosforescente.

Ovviamente alla fanciulla avevo dato appuntamento fuori al Buenas Migas e lei si schiaffa giusto all’altro lato della piazza, proprio l’ultima panchina. E le dodici uova che compro sono racchiuse in due cartoni precari, tenuti fermi a stento da uno spago e rigorosamente non imbustati. Così imparo a vivere in città.

Mi vendico a mia insaputa rivelando alla venditrice che secondo il suo compagno partorirà a maggio. Metà giugno, corregge sorpresa e irritata. Magari è una premonizione, butto lì. Ma dalla sua faccia mi rendo conto che non capisco un cazzo di gravidanze e me la batto.

Dopo uno scone di consolazione al Buenas Migas (se dobbiamo gentrificare, che sia per una giusta causa), sempre con le uova in bella mostra accanto al matcha, mi dico che sono quasi le sette ed è inutile tornare a casa, se alle otto e mezzo comincia il film che vorrei vedere. M’incammino dunque verso il Renoir Floridablanca (tra i pochi cinema in lingua originale della zona) a comprarmi il biglietto in netto anticipo: Jackie è appena uscito, più tardi ci sarà la fila. Siccome perfino un’anziana signora comincia a sfottermi per il carico di uova, decido di farmi una spesona al supermercato accanto alla biglietteria (un euro e 50 in totale) per procurarmi una busta.

Eccomi qui di fronte al cinema con la mia tenuta “sportiva” e una busta della spesa, che qualche italiano over 30 amante del Pippo Chennedy Show avrebbe potuto aspettarsi da me un: “Tenissene ciento lire? Aggia vede’ ‘o film d’ ‘a Portmànnn“.

Mentre racconto l’avventura delle uova in un messaggio vocale ai miei, ridendo da sola per il mio abbigliamento, arriva Viggo Mortensen.

No, non me lo sto inventando. Il mio sogno erotico numero due (il primo è Paul Bettany e il terzo Juan Diego Botto) si ferma alla cassa del cinema con una signora alta e magra che compra due biglietti, mentre lui si guarda intorno circospetto.

Via libera, nessuno lo ha riconosciuto. Tranne forse una tipa losca in tuta cinese, con una busta della spesa che sembra contenere uova, ferma nella stessa postazione della mendicante che di solito si mette lì a vendere accendini.

Ma la presunta fan, chissà chi sarà, fa la vaga con lo sguardo fisso sull’orizzonte, o meglio sul tabellone dei film, dicendosi che no, quel piacente signore sulla sessantina sarà solo uno mooolto somigliante ad Aragorn.

E poi va bene la sfiga, ma possibile che l’unico incrocio di sguardi che mi sia dato su questa terra con Viggo mi debba vedere conciata così, con delle uova in mano? No, non può essere, non può…

– Ha’ vitto Moonlight?

Ok, la domanda non era per me (“Hai visto Moonlight?”), però quella che mi giunge è la voce del Capitan Alatriste, con l’accento argentino di chi in Argentina ci ha vissuto. Viggo Mortensen, appunto. Sì, sono una di quelle fan che sanno tutte ste cose.

Scappo a casa, un po’ per nascondermi e un po’ perché l’ora abbondante che ho d’attesa la potrei pur spendere posando le cazzo di uova e regalandomi una bella doccia.

No, non è nella speranza di rivedere Viggo, figurarsi.

Quante probabilità ci sono di ritrovarmelo a guardare Jackie in sala con me?

E infatti al ritorno al cinema finisco seduta dietro alla sua accompagnatrice.

Ma siccome il posto accanto al mio è libero, con abile mossa mi piazzo proprio alle spalle di lui.

Non l’avessi mai fatto!

Non è uno spilungone, ma in questa nuova versione capello bianco corto ha una vertigine proprio sulla sommità del capo, che negli occasionali sussulti di lui per baciare la compagna (maledeeetta!), si pianta direttamente nel naso di Natalie Portman. Che magari lui chiamerà Naty.

Credetemi, il miglior modo di togliervi dalla testa il vostro sogno erotico è vederlo trasformato in un ciuffetto di capelli bianchi davanti al cervello schizzato di Kennedy (non Pippo, proprio JFK).

Specie se smette di coprire lo schermo solo durante i titoli di coda, dileguandosi poco prima che si riaccendano le luci.

Al ritorno a casa riconosco definitivamente su Google gli zigomi della sua fidanzata barcellonese, attrice famosa pure lei. Ma avrei dovuto abbandonare ogni dubbio già durante la proiezione, quando la vertigine bianca si era impennata in un guizzo di riconoscimento alle prime note di…

No, siamo seri, quanti argentini potevano riconoscere la voce di Richard Burton in Camelot, Anno Domini 1960?

E soprattutto, avete trovato una morale a questa storia, a parte “Vai ad allevare galline nel Montseny”?

Io mi assesto su “La sfiga è cieca, ma la fortuna ci vede benissimo”. Scritto proprio così.

Volevo incontrare Viggo Mortensen, una volta nella vita, e sono stata esaudita. Magari non proprio come credevo, e lui non era più né single né Aragorn, ma d’altronde io non ero presentabile. Insomma, viva la vita che ci dà sempre quello che vogliamo, mai al momento giusto, mai come ci immaginavamo. Ma quello si chiama “avere aspettative” ed è un problema.

Per festeggiare v’invito a pranzo. Frittata. Di dodici uova. Fresche di pollaio, eh.

 

Risultati immagini per gael garcia bernal Nei miei primi tempi a Barcellona, quando ancora reggevo la movida locale, mi toccò una coinquilina memorabile. Era una tipa simpaticissima e intelligente, amica di amici, ma svitata totale, eternamente imbronciata perché era finita in una casa di guiris (termine locale e vagamente razzista per indicare turisti e/o forestieri “occidentali”). La domenica noi stranieri ci aggiravamo per casa come zombie, reduci da nottate all’ultimo chupito, e lei era lì, con tutto il suo entusiasmo, a cercare di resuscitarci con mille dépliant di sconti per i musei e link assortiti su jam session di flamenco non turistiche nel centro storico.

Finì che me la portai a ballare un paio di volte, ritrovandomi sistematicamente a reggerle la candela con qualche sconosciuto incontrato al bancone di un bar. Siccome capitò lo stesso ad altri amici guiris, diventò una fonte inesauribile di battute tra noi.

Però mi rimase impressa la prima uscita insieme: la mia amica aveva adocchiato un ragazzo dal faccino regolare, occhi bassi, avvolto in un giubbottone col bavero alzato fino al naso. Il tempo di spostarci dallo Sugar Bar al Magic e il timidino si era pressocché denudato, rivelandosi la copia palestrata di Gael García Bernal. Non feci in tempo a congratularmi con la fanciulla per la vista lunga, che me la ritrovai premuta contro il mio orecchio a farmi la seguente dichiarazione: “Maria, è troppo bello! Mi fa paura!”. Già cominciavo ad assicurarle di essere più che lieta di salvarla da un simile fastidio, accollandomi io il peso di ballarci, quando lei si spiegò meglio:

– Mi piacciono sempre i falsi timidi che si rivelano personaggi istrionici e assurdi. È proprio la loro ambivalenza a renderli pericolosi, finiscono per spezzarmi il cuore e sparire dalla circolazione.

Ok, confesso che nella musica rimbombante del Magic, e al terzo mojito, la mia amica non si espresse proprio così. Ma la sostanza era quella.

A tanti anni di distanza le rendo un omaggio tardivo, perché senza essere esperta di psicologia suppongo che si trovasse in un loop che conosciamo in tanti:

  • quello che identifichiamo come amore ci sorge “spontaneo” solo per persone che ci fanno male;
  • “rieducarsi” a un amore che ci fa bene significa perdere, appunto, questa spontaneità.

In un certo senso ci sono passata anch’io e riconosco l’aspetto più brutto di una questione del genere: non esiste una soluzione ideale. Se siamo così, è quasi impossibile innamorarsi di una persona che ci prenda molto E ci faccia anche bene.

Si finisce o in situazioni orribili (come sanno anche i miei amici maschi attirati da psicopatiche) o in rapporti un po’ più complicati, magari senza il trasporto adolescenziale dei primi casi, in cui la prospettiva di essere felici diventa un lavoro quotidiano. Perché, parliamoci chiaro, un finto agnellino che ci diventa il re della pista è facile, da amare. Il giorno dopo sparirà, poi ci cercherà di nuovo, poi tornerà a sparire, e ci lascerà con l’idea di quanto sarebbe bello insieme “se solo” ci considerasse di più. E la certezza di non scoprirlo mai.

Figurarsi com’è difficile con qualcuno che già di per sé non ci offre la droga a cui siamo abituati, che si mostra noiosamente interessato e disposto a restare, costruire qualcosa ogni giorno, col rischio di rivelarsi non “troppo” bello ma fin troppo umano, con tanto di piccole e grandi manie che solo una lunga frequentazione può rivelare.

Quindi uff, detesto le situazioni come quelle della mia amica, stile “o bevo il veleno che mi piace o mi sorbisco una sbobba che non voglio”. Però quelli con la mia serenità, ormai si sarà capito, sono gli unici compromessi a cui scendo volentieri. Innanzitutto perché non nascono dal nulla, per amare qualcuno dev’esserci qualcosa di fondo che non si acquisisce in nessun modo, c’è o non c’è. La base su cui costruire il resto ci vuole. E poi non si tratta di un vero compromesso: anche il masochismo sentimentale è un comportamento acquisito, che abbiamo ripetuto tanto spesso da avercelo in automatico. Infine entra in gioco una sfida che può generare dipendenza quanto le relazioni tossiche: fare quello che possiamo, con gli strumenti che abbiamo.

Si tratta di “esercitarci” in un ruolo per noi insolito: diventare la parte di noi determinata a essere felice. Un lavoraccio di quelli che, però, sono ben retribuiti.

Per la cronaca, la mia amica quella notte finì a casa di “Gael”, che prima di un amplesso piuttosto deludente le spiegò per un paio d’ore la sua recente svolta spirituale, con tanto di lettura di brani da non so che testo sacro. Ovviamente il giorno dopo era bello che sparito.

Cosa vuoi di più dalla vita?

Scusandomi per l’uso privato del mezzo pubblico, dico solo due parole: buon anniversario.

Risultati immagini per ritratto picasso All’università c’era questo ragazzo che dipingeva. Lo chiamavamo Picassó. Non per lo stile pittorico, ma per una nota gag di Totò. Oh, che volete, eravamo a Napoli.

Lui si metteva nel Chiostro di Lettere a fare schizzi sull’interessante fauna tutt’intorno (altro che Animali fantastici e dove trovarli!), e nella pausa tra le lezioni del mattino e quelle pomeridiane ci piaceva giocare a riconoscere i suoi soggetti.

Mi attraeva, Picassó, in quel residuo di tempesta ormonale ereditato da un’adolescenza recente. Ma aveva una vera e propria passione per tizie che, dopo qualche tempo, si rivelassero degli autentici guai. E aveva sempre sottovalutato il mio potenziale in tal senso.

Così, cominciò a guardarmi con occhi diversi solo in concomitanza con una mia partenza, una delle tante. Se proprio non sembravo disposta a cambiare all’improvviso gusti sessuali, o a finire in galera per spaccio, almeno che fosse un tormentato rapporto a distanza, meglio se abboffato di corna.

Non si arrivò a tanto, ma di Picassó conservo un bel ritratto che mi fece alla vigilia della partenza. Mi colpì perché la mia prima reazione, vedendolo, fu dichiarare: “Questa non sono io”.

E non mi aveva per niente fatto sfigurare, anzi. Ero simpatica, nella gonnellona abbinata a un maglione di filo un po’ cascante, e a degli occhiali pre-hipster, più grandi che al naturale. Però era riuscito a trasformarmi in una delle ragazzette nervose, un po’ nerd, che piacevano a lui. Non che non fossi nervosa o nerd, ma il resto del mondo, me compresa, tendeva a notare altre mie caratteristiche. Era come se Picassó si stesse allenando a vedermi in un modo che potesse apprezzare anche lui. Mi divertì abitare il suo mondo per quel breve momento concessoci, e gli perdonai subito la “customizzazione”, diremmo oggi con una brutta parola ibrida, ai suoi gusti.

Molti anni dopo, come ho già scritto qui, doveva succedermi d’incontrare un pittore sulla Rambla del Mar, vicino al Porto di Barcellona. Ero andata a fare una lunga passeggiata, prima di uno dei numerosi tentativi di tira e molla con un tizio che non mi tirava, né mi mollava.

Mentre ero seduta su una panchina di legno a guardare dritto davanti a me, dando l’impressione di star contemplando il mare, questo sconosciuto aveva tracciato in pochi schizzi un ritratto tondeggiante del mio viso (riconosco che allora avevo qualche chilo in più). È quello che potete ammirare nell’articolo che vi ho linkato, pigroni!

Non mi ero soffermata tanto sulla somiglianza con la biondina che questo qui credeva di vedere (o voleva farmi credere di crederlo). Piuttosto c’era qualcosa nella mia espressione del momento, tra angosciata e malinconica, che l’artista aveva colto perfettamente. E, come un imitatore poco somigliante rievoca il suo personaggio in una smorfia sola, anche quel volto di carta riusciva a somigliarmi in un paio di linee.

Una volta a casa, il tizio che aspettavo aveva studiato lo schizzo, che gli avevo mostrato in foto con una punta d’orgoglio (della serie “Vedi? Io ispiro gli artisti e tu non mi vuoi”). Ma aveva sentenziato: “Questa non sei tu”.

Rispetto a Picassó, che si allenava troppo tardi a vedermi secondo i suoi gusti, questo mio sfortunato amore espatriato era più che disposto a non vedermi mai. O meglio, a vedere sempre ciò che non ero. Doveva avere in mente un ritratto della sua donna ideale, e lo comparava a me solo per rassicurarsi che no, non fossi io. Che potesse sperare ancora d’incontrare quella che gli spezzasse così bene il cuore da innamorarsene perdutamente.

Però mi rimase, di quello strano pomeriggio di ritratti regalati, rinnegati, ricordati, la sensazione che quella di come ci vediamo noi e come ci vedono gli altri è una storia affascinante, che spiega tanto.

Nonostante il relativismo in cui sono cresciuta, mi piace pensare che esista da qualche parte un ritratto fedele che ci immortali esattamente come siamo, nella nostra inesorabile umanità.

Non sono sicura, però, di volermici specchiare.

Risultati immagini per mani 15m barcelona Quelli che si lamentano perché Barcellona non è come la città in cui sono nati. Per esempio, come si permettono questi di non avere pizze fritte c’ ‘a scarola a ogni angolo di strada?

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è più la città in cui sono nati. Per esempio, come si permette aquesta gent di snobbare la nostra cuina per quelle di tutto il mondo? E comunque la pizza è una coca rotonda (cit).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è ancora la città che avrebbero voluto. Per esempio, come si permettono, these people, di parlarci due lingue, senza che nessuna sia l’inglese? E poi sgomberiamoli, tutti quei centri civici, più baretti per tutti! (E mojitos a un euro, please).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è mai abbastanza. Arrivarci non ha cancellato in un colpo di spugna la rabbia sorda che si portano dietro dappertutto, di cui possono accusare quasi tutti i complici (Berlusconi, Renzi, la crisi…). Ma il loro nome nella lista manca sempre.

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è sempre quella che vorrebbero. Non è sempre turistica e caciarona, né sempre tradizionalista e politicamente impegnata. E sentono che l’alternativa minerebbe la loro versione della città.

Quelli che… o la mia Barcellona o niente.

Ed è per questo che Barcellona è quello che è.

Perché lei continua a essere la sua Barcellona. Sfuggendo a ogni definizione, per comprenderle tutte.

Risultati immagini per felafel  C’era una napoletana, un pugliese e un marchigiano al ristorante.

No, niente barzellette, ma ero stata invitata coi due di cui sopra da una coppia di amici settentrionali (entrambi coi genitori di giù) che avevano aperto un locale e ci avevano lanciato il fatidico: “Veniteci a trovare, questo sabato!”.

Senza scomodare i divertenti cliché del Terrone fuori sede, il pugliese e io ci saremmo aspettati almeno uno sconto sulla cuenta, o qualche degustazione omaggio.

Invece avevamo dovuto sborsare l’esatto importo delle ordinazioni, a parte un chupito di quelli che a volte offrono perfino gli autoctoni.

Il “centroitalico” non capiva di che ci lamentassimo: pretendevamo che la gente lavorasse gratis per noi? Noi ammettevamo che la logica “io ti regalo la cena, così torni e mi fai pubblicità” nasconda uno scambio d’interessi reso più accettabile dall’assenza di denaro.

Nel dubbio, ripetevo che nessuno fosse mai morto di gentilezza.

Se al nostro dibattito antropologico si fosse aggiunto qualche spagnolo, sapete che avrebbe fatto? Con ogni probabilità, avrebbe sfottuto gli italianini e ricondotto il tutto al luogo comune più gettonato tra gli iberici: “State sempre a parlare di cibo”.

Non lo smentirò, perché ora cambio scenario ma non argomento. L’altra sera, infatti, spinta da una pioggia impossibile sulla Ronda di Sant Pau, mi ero finalmente addentrata in una tavola calda araba che mi aveva sempre incuriosito.

La vetrinetta che mi aveva accolto all’interno sembrava piuttosto incongruente con le foto dell’insegna, comunque ci avevo provato.

– Avete felafel?

– No – mi aveva spiegato un signore gentile. – Qui facciamo cucina algerina.

Ok. Felafel: non algerini.

– Allora vorrei del mutabbal [crema di melanzane simile alla melitzanosalata greca].

– No, no – aveva insistito il signore sorridente. – Qui facciamo cucina algerina.

– Scusi, ma il mutabbal lo sponsorizzate nell’insegna.

– Ah, no, quella era l’altra gestione.

A parte il fatto che non ci vuole niente a rimuovere un’insegna messa giusto sullo stipite, e ad altezza mia, ho dovuto riconsiderare le mie nozioni sulla cucina araba. E adesso vi coinvolgerò nella mia figura di merda.

Perché, come uno spagnolo ci chiamerebbe tutti italianini, e liquiderebbe le nostre differenze culturali con il comune parlare di cibo, spesso noialtri non abbiamo problemi a credere che gli algerini siano uguali ai libanesi, uguali a loro volta ai siriani e, già che ci siamo, ai turchi. Tutti costoro sono identici, che ve lo dico a fare, a pakistani e bengalesi, che possono essere musulmani tutta la vita senza mai aver visto un arabo o provato un felafel (infatti i più scadenti, per me, li offrono loro, assaggiate invece il naan). E liquideremmo le loro enormi differenze culturali con un “Sempre a parlare di religione, voi!”.

Allora perché siamo così pronti a sproloquiare sulle nostre differenze, su quelli del sud e del nord, e poi non capiamo che sono molto diversi anche gli altri? Lo sono anche gli “occidentali”, che andiamo mischiando tutti nello stesso calderone.

Vorrei presentarvi quella brasiliana che a una festa dichiarò: “Voi europee non sapete muovere i fianchi”. Parlava a me, a un’olandese, una svedese e una rumena. Europee a chi? (Comunque preferisco l’ondeggiare leggero della tammurriata allo scuotimento ossessivo di chiappe, ma so’ gusti).

Ma no, noi vediamo un solo Oriente, che a stento distinguiamo da un unico mondo arabo. Vediamo un solo velo, parola unica che descrive una ventina di modi di chiamarlo, con altrettante fogge e un diverso modo di usarlo (a proposito di “imposizioni”, lo sugaring che ci fanno pagare oro altro non è che una ceretta araba millenaria).

La varietà esiste solo tra Milano, Roma e Napoli, non tra Beirut, Tunisi e Karachi.

“Tutti uguali, voi italianini, sempre a parlare di cibo!”.

Ma come generalizzano, gli altri, quando gli stranieri siamo noi.

 

 

 

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Immaginate di giurarvi: da oggi in poi faccio solo quello che dico io.

Non ci sarà tentazione che tenga, attività ben remunerata che rischi di darmi anche prestigio (come se le due cose insieme non fossero conciliabili), non ci sarà senso del dovere o senso di colpa che mi allontani da quello che davvero mi rende felice, che “mi fa brillare gli occhi”, come recitano i meme più melensi.

E poi arriva il messaggio.

Ex collega di 5 anni fa.

Ciao, quanto tempo!

Sì. Non ci vediamo da quando provasti a insegnarmi come si fa il caffè.

Senti, nella mia azienda cercano personale di madrelingua italiana, come te.

Ok.

Che sappia scrivere bene in inglese almeno quanto te.

Ok.

La paga iniziale è 2300 al mese.

Adesso, so che per voi “l’estero” è l’Eldorado, ma a Barcellona se ti offrono più di 1200 netti stai già ballando la macarena sulla Rambla.

È molto flessibile. Dopo tre mesi puoi lavorare soprattutto da casa.

Vabbe’, allora portami direttamente sul Getsemani e mostrami lo zoccolo caprino.

Mezz’ora dopo torno dai miei, che riposano nel mio soggiorno barcellonese esausti per la passeggiata.

– Ragazzi, ho tante novità!

Primo problema: loro non concepiscono che una che sia scesa da sola a prendersi un caffè (o qualche intruglio hipster spumoso), possa tornare con delle novità. Potenza di facebook.

Racconto la proposta, aspetto che facciano gli occhi a cuoricino e dichiaro:

– Ho chiesto se hanno il part-time, se no la rigiro ai miei amici.

Non si arrabbiano manco più. Sono abituati. Adesso la buona notizia:

– Invece, mi sta andando in porto il corso di dolci senza ingredienti animali! Avrei una clientela più specifica rispetto alle lezioni d’italiano che offrono i miei colleghi. E mi resterebbe tempo per scrivere. Adesso scusate, ma avviso dell’offerta i miei amici con le pezze a culo.

– Ma aspetta che ti dica se c’è il part-time! – prova mamma.

Considero la sua obiezione, poi spiego:

– Sì, ma tra me che già ho un po’ d’entrate e degli amici che cercano disperatamente, forse questi ultimi avrebbero diritto a una chance.

– Scusa – sempre mamma. – Ma come fai ad avvisarne più di uno? Poi il lavoro chi se lo piglia?

Butto gli occhi al cielo.

– Ragazzi, qui funziona così. Facciamo rete, ci aiutiamo tra noi. Esce un lavoro che non ci interessa? Avvertiamo tutti gli amici che potrebbero apprezzare e chi se lo aggiudica, auguri.

Non dovrebbero neanche stupirsi, penso. In paese non è insolito che una “sensale” porti contemporaneamente due aspiranti badanti, per non farle litigare. L’imbarazzata famiglia italiana le valuta in mezz’ora e quella scartata è pure triste di non lavorare sottopagata 24 ore su 24, con pausa domenicale a farsi fischiare dietro dai vecchietti nel parco.

Nella civile Barcellona, allontanandomi, sento mio padre dire:

– Ti rendi conto che tra mia madre e mia figlia è cambiato il mondo? E senza che la nostra generazione l’abbia vissuto.

Già. Dalla maestra che era la nonna mia omonima, di ruolo dopo il diploma, sposata a 20 anni, tre figli e una morte precoce oggi almeno posticipabile, si passa alla nipote che vive a due ore d’aereo e già sa che nessuno le pagherà la pensione, ma non si preoccupa troppo perché tanto stiamo tutti nella merda.

E nella merda ci aiutiamo. Forse proprio questa nonna che non ho mai conosciuto sarebbe insorta a ricordare che, se ci si è aiutati tra bombardati e sfollati, se ci si è rifatti una vita dalle macerie, con tutte le contraddizioni e le italiche passioni per ambiguità e ipocrisie, a maggior ragione si può mostrare solidarietà nella generazione dell’iPhone 7.

E rinunciare perfino all’ambita sicurezza, per la gioia di non aver sprecato la giornata.

Comunque non avevano il part-time.

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Lo confesso: nonostante i buoni propositi, il telo da spiaggia per il dopo-lezione me lo sono portato una volta sola. A metà settembre. Con un cielo non proprio terso e una brezzolina che mi faceva accapponare la pelle. Così ho desistito e sono entrata, udite udite, da Starbucks, la cui soglia a Barcellona avevo varcato una volta sola, almeno per restarci.

Ma m’incuriosiva una serie di bibite reclamizzate come Pumpkin Spicequalcosa (ho sempre creduto nell’uso della zucca nei dolci). Anche se ora non ricordavo, delle bevande raffigurate all’entrata, quale volessi provare. Pumpkin Spice Cappuccino? Boh, affare fatto. Che poi affare per modo di dire, quattro euro e qualcosa un cappuccino?! Mi sono seduta a uno di quei banconi per avventori non accompagnati, con sei sedie disposte una accanto all’altra. Al di là del vetro che mi separava dalla strada, il retro dell’insegna che avevo letto all’ingresso pubblicizzava un Pumpkin Spice Latte. Ecco cosa volevo. Ecco.

Ed eccomi seduta davanti a una Barcellona quasi autunnale, con in borsa un telo da mare stropicciato solo dalla ricerca di un libro che, al contrario del cappuccino, trangugiavo avidamente. Il tempo che mancava alla partita del Napoli mi suggeriva che fosse già troppo buio, per le due ore legali spagnole. Insomma, sembrava un pomeriggio vero. Di quelli in cui la spiaggia non è un’opzione, la gente torna dal lavoro, i bambini dal doposcuola, e tutti pensano all’estate, invece di starci ancora immersi.

Allora ho formulato due riflessioni, una su settembre e un’altra sul Pumpkin Spice Cappuccino.

Quest’ultimo, è doloroso ammetterlo, pareggia quasi quelli del mio bar hipster preferito, con le stesse polverine magiche che si trasformano in tè spumoso. Devo rassegnarmi al fatto che se non vado dallo spartano Sirvent (“gelatai dal 300 a.C.”) non saprò mai “cos’ho nel bicchiere”. Comunque il bancone a cui ero appoggiata era appiccicaticcio.

Con settembre, invece, ci ho fatto pace. Ho ammesso che le nostre incomprensioni fossero dettate dalle mie aspettative su di lui, dalla mia ostinazione a vederci quello che non era più (agosto), invece di quello che potesse diventare (primi buoni propositi e ultimi gelati).

È come confrontare la vostra nuova fiamma col vostro ex. O, peggio, paragonare la vostra relazione reale con una immaginaria, che coltivate da secoli con qualcuno che non vi si fili proprio.

Mentre ad agosto perdoniamo tutto, dal caldo affollato ai fruttivendoli chiusi, di settembre ignoriamo il piacevole fresco, le gite meno sudate, le “pizzate” del post-vacanze, e guardiamo solo all’anticamera del freddo e del lavoro (anche se spesso, di questi tempi, o non l’abbiamo mai interrotto, o non l’abbiamo neanche iniziato).

Ci sono relazioni che si sono rotte per molto meno, progetti mandati alle ortiche da un cocktail similare di false aspettative e scarso senso della realtà.

Allora mi sono ripromessa di guardare anche settembre, e perfino Starbucks, con gli occhi giusti. E, dopo aver cercato invano di buttare il mio bicchiere monouso (ma almeno riciclano?), ho raggiunto un Bar Blau reso ancora abbordabile dagli ultimi assenti, e dalla nutrita concorrenza che trasmette la Champions. Ho riconosciuto i lunghi capelli delle napoletane, ancora raccolti in una cipolla anticaldo. Ho ammirato le abbronzature ramate a me interdette da una bisavola altoatesina, e lo sguardo color caffè di chi alle mie cortesie di sconosciuta risponde “gracias”, con l’espressione di mia madre che i miei occhi chiari non sanno imitare.

E niente, abbiamo pure vinto.

vignettaspinoza Siccome il primo settembre pare che dobbiamo infilarci un cappello di lana, iscriverci in palestra e postare i Green Day, ieri ho deciso che la mia passeggiata serale sarebbe stata dedicata a un barrio più autunnale: Sants.

È un quartiere bello intenso, non del tutto ucciso dall’affluenza di turisti intorno alla sua stazione. Mi sa di progetti che durano, anche all’imbrunire dell’ultim’ora legale. Roba che i tavolini in piazza, in certi mesi, li ritirano anche prima delle 10, ma poi intorno alla ferrovia ci sono sempre ristorantini aperti (raccomandiamo il palestinese), per chi cerca a tutti i costi la Barcellona da bere.

Questo è stato il mio saluto all’estate, sudato e luminoso come ci si potrebbe aspettare dal primo settembre se non fossero tutti intenti a farne l’anticamera dell’inverno.

È che io sono di nuovo in una di quelle fasi in cui non si capisce quale sarà il mio destino, da qui a un mese. E non per colpa mia, ammesso sia una colpa. Alunni che cambiano città, scuole che aprono, scuole che chiudono, università non pervenute, centri di formazione che si rivelano case carute. E l’incognita di dove abitare, quella sempre (mentre scrivo, due muratori cercano di arginarmi la pioggia in ripostiglio). Barcellona, cercai di spiegare a suo tempo in un romanzo che nessuno mi pubblica, fa questo: dà e toglie, tutto in una volta. E lo fa veloce, prima che una se ne accorga.

Allora, mentre tutti formulano i loro buoni propositi, il mio sarà quello di saper scivolare.

Verbo che può evocare il classico triplo salto carpiato in pubblico da buccia di banana o, nel mio caso, il turno per usare lo scivolo, ai giardinetti di fronte scuola. Una volta che il nonno difendeva pacatamente il mio diritto di precedenza con concorrenti di 5 anni, una bambina spiegò all’amica:

– Aspetta, deve andare prima Maria.

– E chi è? – s’informò l’altra.

– Questa stronza – precisò la prima, indicandomi.

Adesso, nessuno mi aveva comunicato che la vita fosse piena di episodi come questo, con diritti concessi a denti stretti e insulti un po’ a caso. Quindi, ci rimasi malissimo. Ma l’idea di lasciarsi cadere con fiducia, tanto prima o poi i miei piedi toccheranno terra, mi è rimasta.

Mi chiedo dove siano, ora, queste concittadine ormai donne, e se sullo scivolo, come nelle migliori commedie romantiche e canzoni di Doris Day, ci vadano i loro figli.

La mia, di figlia, non c’è ancora, non so se ci sarà, mi piacerebbe. Mi rendo conto che non sento l’esigenza di averla, solo il desiderio. Parte del mio scivolare comprende questo: dove approdo approdo, va bene. Ne ho già parlato. Quando cominciamo a star bene con noi stessi, le scelte di vita vanno bene tutte. Non dico che si equivalgano, che non ce ne siano di migliori di altre. Solo che vanno bene. Non esiste un solo lavoro ideale o il posto perfetto in cui vivere o un solo “principe azzurro”, ma più si è in contatto coi propri desideri e meglio si sceglie.

Per questo, riguardo alla polemica sul Fertility Day, senza parlare come in questo articolo di “una retorica di auto-vittimizzazione economica che non aiuta l’economia del desiderio”, credo sia un peccato fermarci a un pur comprensibile e legittimo “Non posso”.

Perché se fosse proprio impossibile lo sarebbe anche per Abdul, che scarica sacchi di basmati e aveva preso in affitto un mio appartamento di transito, nello stabile in cui l’avevo conosciuto. Cinquanta mq, due stanze, cucina di Barbie e bagno a L.

– E in quanti ci vivete? – gli avevo chiesto. Io lo dividevo con un coinquilino emiliano, quando venivano ospiti era un casino e dormivo nel divano letto all’ingresso.

– A casa siamo in 8 – aveva risposto Abdul.

Ah, ma lui e la moglie e i due figlioletti occupavano la stessa stanza. Quella piccola senza balcone. No, vabbe’.

A Fahim, dell’ultimo piano, era andata meglio: era riuscito a vivere negli stessi metri quadri, ma “solo in 5”, tanto il figliastro non sempre rimaneva con loro. Quando gli è nata una bambina ormai non vendeva più mobili raccolti dalla spazzatura ed è riuscito a traslocare.

Anche queste sono scelte, “libere” quanto quelle di chi crede che per figliare ci sia bisogno di poter togliere ai figli ogni sfizio, quanto quelle di chi proibisce il velo in nome della democrazia (!) e si crede libero o libera di depilarsi o truccarsi o portare un reggiseno. Quanto gli usi e costumi che cambiano a seconda della data e del luogo di nascita.

Infatti non bisogna essere pakistani o nordici dal welfare di ferro per potere anche non potendo: la strada da fare è lunga, ma perfino da queste parti, o entro questi confini, le famiglie si organizzano, istituiscono asili solidali (anche nei centri sociali), scoprono il coworking.

Io sono una fanatica delle scelte, proprio perché so che sono più limitate di quanto crediamo. Quello che non vorrei succedesse, e non solo coi figli, è che “Non posso” diventasse un modo di non chiedersi cosa vogliamo.

Se non vogliamo figli non dev’esserci pressione sociale che tenga. Non abbiamo bisogno di ricordare quanto sia precario il nostro lavoro. Se ne vogliamo, nessuno nega che in certe situazioni può essere proprio proibitivo, che i contratti di lavoro durino meno di una gravidanza o che non tutti i nonni vogliano/possano fare i baby-sitter. Solo che a volte confondiamo il benessere dei figli con la capacità di dar loro “tutto quello che vogliono”. Quello di cui hanno bisogno, per quanto impegnativo, costa molto meno.

Ed è interessante per me questa polemica venuta fuori proprio alla fine di un’estate che è iniziata piuttosto chiara, in quanto a progetti e appuntamenti autunnali, e che adesso se li sta portando tutti via, come i mulinelli di sabbia attraversati anche quest’anno una volta sola, nell’unica giornata di mare.

Ma non ne disdegno altre. Uno dei pochi vantaggi di restare senza lavoro (per il momento) è che un’ora per la spiaggia si trova sempre. Perfino le mie compagne con orari di ufficio e contratti più o meno solidi si fanno un punto d’onore di approfittare degli ultimi tramonti in spiaggia, quando smontano.

Chissà se vogliono avere figli, loro.

Creare delle necessità è uno dei trucchi che ci inchiodano a vite non scelte.

barmanolo  Mi rode raccontare ai miei alunni una Sicilia senza tempo, così come la vende il loro libro di testo, per poi imbattermi online nel menù multietnico del mio locale catanese preferito, il giusto incrocio tra tradizione e innovazione.

Ma qui a Barcellona succede qualcosa del genere, perché c’è la questioneindipendenza. No, non è come la Lega, è più complicato, si può essere d’accordo o meno ma questi non sono razzisti. Inoltre subiscono davvero un turismo che porta pochi soldi alla gente di qua, ma intanto fa lievitare i costi delle case, aumenta i prezzi dei supermercati, e grava secondo cifre non ancora stimate sulla manutenzione del trasporto pubblico e sulla sanità locale.

Quindi mica bruscolini, ma con un effetto collaterale: chiudersi a riccio intorno a una cultura che devi difendere su due fronti. Quello percepito dell’omogeneizzazione spagnola, e quello della gentrificazione turistica.

Risultato? L’apologia del Bar Manolo.

Scelgo quello perché lo trovo più trasversale di altri simboli maggiormente patriottici, ma meno condivisi dalle famiglie “terrone”. Scelgo questo fenomeno mitologico, metà bar del quartiere e metà slot-machine dell’anteguerra, messa rigorosamente accanto al distributore delle sigarette. Sì, è la versione locale del Bar Sport di Benni, Luisona compresa. Solo che qui si chiama Magdalena ed è la cugina spagnola di quella di Proust.

Per me rappresenta l’immagine senza tempo che certa gente di qua ha del suo paese, della sua bella nazione che si ritrova tutto il mondo a attraversarle la strada, e tutto ciò che ci vede sono turisti molesti (ci sono, ma c’è altro). Il rischio che si corre nella giusta lotta per difendere la propria cultura è questo: vedere il cambiamento come una minaccia. 

Insomma, insegno un’Italia rappresentata come immutabile nella prima città che si è dichiarata vegan-friendly (roba da linciaggi, nell’Italia immutabile), e che più di ogni altra, in Europa, riunisce gente di origini diverse senza per questo diventare un’enorme metropoli caotica.

E per uno strano equivoco più o meno condiviso difenderla è diventato preferire il Bar Manolo al nuovo baretto che mescola sapori catalani a quelli indopakistani del Raval.

Che o viene considerato ultraturistico o resta il Barrio Chino, quello malfamato, l’unico luogo che le emancipatissime donne locali si rifiutano di espugnare, memori delle raccomandazioni delle loro nonne (che magari ci abitavano prima della “promozione sociale”).

Eppure di Bar Manolo, nel Raval, ce ne sono quanti ne volete.

Basta non cascare nella trappola di chi, a Napoli o a Barcellona, ci voglia far credere che modernità sia pagare un panino 8 euro (ma i pomodorini sono dop, eh).

E non dare mai per scontato di sapere cosa sia la nostra cultura.

Potrebbe cambiarci sotto gli occhi senza che neanche ce ne accorgiamo.

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