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Così ho ribattezzato l’occasionale spedizione al mare che faccio a Barcellona. Occasionale perché in spiaggia non ci vado quasi mai, e quasi mai in modo programmato. Preferirei finirci dopo le lezioni pomeridiane che do accanto alla Barceloneta, ma ammetto di non aver assecondato granché questo proposito.

Allora, quando mi sono resa conto che erano due anni che non facessi un tuffo, mi sono detta ma sì, una giornata alla Mar Bella (la spiaggia, non la città!) non farebbe male.

E allora è sorto il problema: dove minchia ho messo il mio costume. No, perché a Barcellona il topless è così diffuso da diventare la prassi e si fa molto nudismo. Con queste opportunità, infilarmi quei due pezzettini di nylon infiammabile, col pezzo di sopra che mi mangia la schiena, diventa l’eccezione.

L’ultima volta, due anni fa appunto, mi ero data appuntamento con un amico dell’associazione in quella stessa spiaggia, e avevo perso mezz’ora a rovistare tra vecchi mobili per trovare almeno un costume dei due-tre non schiantati dal tempo. Avevo rimediato il pezzo di sotto, che tanto sopra capirete, ‘na canottina 012 mi andrebbe larga, scapole da quarterback a parte.

Be’, quando ero approdata finalmente alla spiaggia il mio amico non si trovava da nessuna parte. Cerco e ricerco e… Dove stava? Dietro la collinetta dei nudisti! “Ma vaffanculo!”, gli ho detto ridendo.

Insomma, la trova costume è l’unica sfida che concedo all’estate, e per motivi pratici: se riusciamo a trovare posto nella spiaggia nudista, possiamo scegliere cosa fare. I nudisti, che spesso sono splendidi ragazzi gay che non mi cacano proprio, sono più democratici dei costumisti: che tu ti metta nuda o in burkini, per loro sticazzi. Anzi, a me il burkini fa piacere per quelle pakistane che si buttavano a mare con tanto di velo, hai capito così che fastidi risparmiano?

Peraltro, su quella stessa spiaggia il mio ex pakistano, fresco di permesso di soggiorno, mi aveva chiesto il favore di “rimanere vestita, perché ho detto ai miei amici che tu sei una brava ragazza, il costume non te lo metti”. Cioè, questo a starsene rintanato nel Raval per sfuggire alla polizia non aveva neanche acquisito l’informazione che la cosa anormale fosse andare vestiti, in spiaggia, consuetudine che alternavo al nudismo senza mezze misure (o senza misure di mezzo). Per sua fortuna, quando me l’ha chiesto era una giornata di vento. Vedete? A volte è proprio questione di disinformazione.

Nel caso della mia visita balneare della settimana scorsa, ho ritrovato addirittura il pezzo di sopra: era nello scatolone dei reggiseni che non uso più, perché preferisco respirare. Avete notato che le taglie italiane sono un bluff? Nel resto del mondo un numero solo non basta, abbiamo schiena e volume zinne e non tutte sono disposte a soffocare in uno solo di questi parametri.

Comunque ero lieta del mio ritrovamento archeologico e ho voluto provarmi il reperto.

Ci credereste? Finché ero come mamma mi ha fatta, tutto ok. Ero io, mi presentavo in tutto il mio splendore di depilazioni approssimative e smagliature di battaglia, testimoni di periodi sentimentalmente meno felici. Ero io e la mia storia. Appena mi sono messa il bikini… Eccallà! Il brasiliano mi si è incassato tra fessure remote, suscitando confronti non richiesti con le foto ossute degli annunci pubblicitari. Allora mi sono dovuta ricordare che tra culetto e pastasciutta, se proprio dev’essere un aut aut, mi tengo la seconda. E il reggiseno imbottito ad arte da Philippe Matignon mi ha rimproverato per non aver provveduto geneticamente a ottenere quell’effetto. Se avessi avuto abbastanza materiale per la forza di gravità, mi avrebbe rimproverato l’ostinazione a seguirne le inesorabili leggi.

Insomma, finché era in corso la trova bikini a cercare ero io, senz’altre complicazioni. Col bikini addosso, ecco che le case produttrici di costumi, come quella della garota de Ipanema, e gli stilisti che odiano il corpo delle donne, e i cinque anni di inserti di Cioè su come “minimizzare i difetti” (che ai tempi erano tutto quello che non ci facesse somigliare a Claudia Schiffer) mi sono apparsi davanti dopo anni di cordiale freddezza reciproca, armati di palette coi voti sopra, chiedendomi sornioni: “Be’, la vogliamo fare, questa prova costume?”.

Anche no, ho risposto. Mi sono infilata il vestitino di una crisi amorosa fa, ormai ridotto a copricostume, i sandali eleganti ma usurati che avrei finito di strappare in spiaggia, e mi sono avviata col mio ragazzo combinato più o meno come me.

Ora, è stato divertente ingannare a ora di pranzo il proprietario del libanese sulla Rambla del Poblenou, che dai sorrisoni che mi faceva si dimostrava convinto che avessi le tette (“Non ci torniamo più”, ha tuonato il mio ragazzo, ma per una storia di felafel surgelati).

Però è stato ancora più simpatico scoprirmi e ricoprirmi a seconda del posto e della praticità, degli spazi liberi nell’area nudista, prima della pausa pranzo e della necessità di passare in zona costume.

Insomma, la trova costume mi sembra più divertente e sostenibile della prova costume.

Ma è quello che succede con la moda, col consumismo, con tutto ciò che si permetta di darci delle lezioni su cosa dovremmo essere e come.

Finché siamo nudi, siamo perfetti, nel senso latino di compiuti, interi: siamo noi.

Appena cominciamo a metterci cose superflue, cominciano anche i problemi: il costume ci ricorda che c’è uno standard e non lo stiamo rispettando.

Dando per scontato che dovremmo.

Il trucco è prendere il postulato per le corna e rispedirlo al mittente. Tornare a essere noi. In costume o senza. In bikini o burkini. O nude.

Siamo sempre noi che dovremmo decidere ogni volta cosa vogliamo essere e come.

Infatti, all’ennesimo post della clinica spagnola di chirurgia estetica (intitolata a un’eroina locale) che consiglia quale costume si adatti meglio al nostro corpo, potete trovare il mio commento: “El nudismo es la solución”.

E ho preso pure qualche like.

finestra sole Quando ho visto la casa da cui vi scrivo, sono rimasta folgorata.

Letteralmente, perché la prima cosa che ho visto, dall’ingresso angusto su cui gli ospiti alti lasciano sempre un po’ del loro senno, è stato l’angolo di parete bianca che ho lasciato tale e quale, sguarnito ad accogliere l’abbondante sole del terrazzo. Per il resto, l’appartamento era uno sputo, il bagno sarebbe stato stretto per la mia casa di Barbie, in paese, e l’affitto, trattandosi del primo buco che fosse tutto per me, era inquietantemente alto, per una che aveva finito la borsa di dottorato da novembre e faceva un part-time in un ufficio.

Ma quando appunto, dopo la visita, mi sono recata al lavoro, ho detto subito alla mia collega che avrei smesso di cercare, habemus casam.

È stato per due sensazioni, simultanee e differenti, che forse avrò già descritto.

La prima, l’odore di pane abbrustolito. Che ovviamente non proveniva dal cucinino a due fornelli malamente collegato a una bombola arancione, ma da qualche parte della mia testa che era rimasta a Capri, alla casa che i miei zii si erano comprati in preda a un colpo di fulmine simile, tutta in salita e tutta da rifare, coi loro stipendi statali. Ma poi ci avevano costruito alcuni dei momenti più luminosi della mia prima adolescenza, accompagnati spesso da pane abbrustolito e marmellata d’arance fatta in casa.

La seconda, La Bohème. Io e Mimì non abbiamo proprio niente da spartire, in realtà, ma quando sta facendo ancora la civetta con Rodolfo, disegnando ghirigori nell’aria con la gelida manina, dice di vivere sola soletta, là in una bianca cameretta, tra i tetti e il cielo… Sì, proprio asteco e cielo, come dice mio padre sconsolato al pensiero del freddo che devo sentire in inverno. Ma poi, l’orchestra tace, e questa grisette smorfiosa diventa immensa e dichiara:

Ma quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell’aprile è mio

E qui, che volete, scatta la lacrimuccia e lo spirito d’emulazione. Perché la mia dissimulata selvaticità mi porta a starmene spesso sola soletta, ma schiattate, il primo bacio dell’aprile, se permettete, lo voglio. Schiattate, o venite a farvi baciare pure voi, che dice che a non usare a lungo la Bialetti si rovina.

E adesso che cerco una casa da comprare e sono meno selvatica e la Bialetti la uso più spesso, cerco ancora il primo bacio dell’aprile. In termini più prosaici, cerco un attico.

Ma il colpo di fulmine non c’è ancora stato. C’è stata una curiosa coincidenza, la visita a un appartamento che stava proprio sopra al mio, il primo occupato nel Raval, in un palazzo a cui torno sempre per un motivo o per un altro, seguendo i fili di una lunga telenovela. A sentire chi crede in un ordine universale, se ci sono tante coincidenze un motivo ci sarà, o no?

Fatto sta che non c’è il colpo di fulmine. E mi manca, con l’irrazionalità che lo accompagna e mi fa amare ancora questa casa nonostante la mal dissimulata fatiscenza, e gli eventi spiacevoli a cui ha assistito ultimamente.

Poi, però, penso agli amori lenti. Quelli che non mi aspettavo e non ci speravo, verso cose e persone che prima mi suscitavano paura o insofferenza.

Il Raval, ad esempio. Quando dal Mercat de Sant Antoni mi sono spostata più verso l’interno, a Joaquín Costa, era uno scarto di 5 minuti, abbastanza da spaventarmi. Mi ero sempre trovata zone di confine, o addirittura un po’ anonime, per avere l’illusoria sensazione di poter provare tutti i volti di Barcellona. Il Raval aveva troppo di tutto, troppa personalità, troppa prevalenza d’immigrati, troppa sporcizia, troppi turisti. Abituata a una Barcellona insapore, ero assalita da odori forti, curry e urina, il pollo dei girarrosto, la menta che profuma tutto un tratto di strada, quando i fruttivendoli fanno provviste. Erano più rassicuranti i cinesi di Tetuan, gli anziani catalani che sindacavano su come buttassi la spazzatura, con quelli al massimo hola. Poteva mai, il Raval, diventare il mio barrio?

E tu fa’ che lo diventi, suggerì un’amica. E infatti l’amore per il Raval sopravvive a quello per questa casa, che pur mi appresto ad abbandonare. Ho provato a cercare in altre zone, ma no, al massimo la fine torno vicino al Mercat de Sant Antoni, che se attraversi sei nell’Eixample (…), ma sempre Raval è.

Se ci penso, infatti, gli amori lenti sono quelli che mi sono rimasti dentro, davvero. Credo che paragonare un uomo a una casa sia il più bel servizio che si possa fare, altro che mercificazione. D’altronde i rari casi di folgorazione che ho avuto si sono persi nel disperato tentativo di giustificarli, che le case le arredi come vuoi e crei una profezia che si autoavvera, mentre gli umani vengono già arredati di abitudini e manie. E c’è una clausola che impone di accettarle, o non ti ridanno la cauzione. Se gli amanti del colpo di fulmine avessero il tempo di provarne le effimere conseguenze, credo se ne accorgerebbero nella maggior parte dei casi.

Gli amori lenti, invece, si appiccicano addosso piano piano come l’odore di menta, come l’afa scongiurata da quest’aria di pioggia che mi fa scrutare ogni tanto l’amaca in terrazza, per vedere se si sta bagnando. Ti invadono la vita piano, per osmosi, come l’uovo al sapore di tè con cui fa colazione un’amica cinese, e quando se ne vanno è difficile farne a meno perché dovresti strapparti il guscio intero.

Il problema è che non puoi saperlo in anticipo, che lo diventeranno. Amori lenti, dico. Lo sapessi, ti prepareresti.

Da quando ho visto questa casa sopra la mia vecchia ne ho un ricordo come affettuoso, di un posto in cui sono stata, e vorrei tornare.

Quanti giorni di pioggia, scontri coi vicini, pomeriggi di sole, quante notti di lacrime o di sonno profondo, quante visite improvvise e sorprese preannunciate dovrei vivere, prima di sapere?

Magari non ci sarà neanche bisogno di aspettare tanto. Prima o poi, magari mentre starò a fare tutt’altro, saprò.

iomammapapà2 Tempo di cambiamenti che non ho scelto. Il più fesso, figurarsi gli altri, è quello della casa. È stata la mia tana per due anni e ora non la sento più sicura. Magari siamo tutti paranoici da quando è morta la gatta, ma l’altra notte ho sentito qualcuno camminarmi sul tetto. Passi precisi e regolari, con incluso trasporto di oggetto inanimato (qualcosa che rotolava). Difficile pensare a un gabbiano sovrappeso. Quando ho sentito anche una specie di tonfo, come se qualcuno si calasse su qualche balcone, sono uscita di casa (alle 3 di notte) senza saper bene cosa fare.

Poi rinunce, a cose molto belle.

Così belle che ho pensato che per provare minimamente a compensarle ci vuole qualcosa di bello assai. Così non spreco manco energie. Come ho detto a un’amica di qua: “Tanto amor sin que nadie lo aproveche…”. Mio padre mi ha insegnato a non buttare niente.

Sto consultando pagine di volontariato. E nel Raval, stereotipi a parte, ce ne sono, di cose da fare. Fortuna che la gente è solidale, tra compaesani e correligionari sono l’altruismo personificato. Però ci sono i problemi dei poveri, famiglie disagiate senza soldi per coprire la loro vergogna, bambini da tenere a bada mentre entrambi i genitori lavorano… Mal che vada organizzo un corso intensivo di napoletano, così imparano la sottile arte del chitemmuorto.

Ok, per gli altri stiamo a posto. O meglio, per me che fingo di farlo per gli altri.

E per me, proprio me stessa medesima in persona?

Pensavo a una casa. E non coi soldi dei miei, che mi rassegnavo a invocare a 32 anni suonati, quando dai 18 ho chiesto un solo intervento per bollette impreviste. Un mutuo equivalente all’affitto che sto pagando, con loro che garantiscano per me, se me lo fanno fare. Così non mi metto scuorno di chiedere troppo e non volo basso con le case. In fondo 30 anni di speranza di vita che li ho, vado pure in palestra 4 volte a settimana. A pensarci bene la crisi ne ha fatto la mia unica risorsa costante.

All’affitto ci sono sempre arrivata, non vedo perché spendere i soldi a vuoto. E se sto con l’acqua alla gola, mi rassegno a vivere con altri. A 30 anni, col residuo della borsa di dottorato e i primi soldi del lavoro d’impiegata mi regalai un appartamento senza coinquilini. Basta appartamento spagnolo, Erasmus, la Bohème. Mi sembrava un indice di maturità.

Ora ho capito che vivere al di sopra delle tue possiblità può essere piuttosto un segno d’infantilismo.

Ho capito anche un’altra cosa, forse, un’ovvietà di quelle a cui arrivo sempre tardi. La controversa questione del sorridere anche in tempi avversi. Una forzatura disumana, sottolineava un amico su facebook. Non per me, che lo facevo costantemente per due motivi altrettanto sbagliati: o perché confondevo lo “star bene” col “fare cose”, o non riuscivo mai del tutto a star male, che è grave come quelle malattie per cui perdi la sensibilità e ti pugnalano senza che te ne accorga.

Ora ho capito, forse, che la questione è star male e imparare a sorridere “nonostante”.

Ve l’avevo detto, che era una banalità.

PS: L’ho scritto qualche giorno fa. Intanto ho scoperto che l’avallo può fartelo pure Bill Gates, ma finché non porti una busta paga col tuo nome nisba (lo so, sono di un’ingenuità spaventosa, ma sono in buona compagnia). E De Gregori non aveva ancora fatto l’intervista che manco ho letto, perché di lui ormai ascolto poche canzoni, tra cui questa.

Port_Vell_de_nit Me ne vado per l’altra strada, in fondo al vicolo, così nessuno mi vede.

Mi sento a disagio senza correttore, senza mutande. Ma siccome sono sempre io penso ad Aleksandra Kollontai, che so, Virginia Woolf, Emmeline Pankhurst, me le cerco d’immaginare coi capelli bagnati e gli occhi gonfi. Ma no, non ho la stoffa della femminista, semmai ho lo psicodramma di Pavese senza un briciolo del suo talento, quel Pavese che per la Ginzburg “era incapace di risparmiarsi alla sofferenza […] L’amore lo coglieva come un travaglio di febbre, durava un anno, due anni; e poi ne era guarito, ma stralunato e stremato, come chi si rialza dopo una malattia grave”.

Non fate troppi pettegolezzi.

Per la prima volta vado al supermercato della Rambla e il cassiere è A., che sta dicendo qualcosa in urdu al collega che capisco solo pani, acqua. Che culo, non trasportava i pacchi di riso da Bismillah, su Joaquin Costa? Ricordo quando si offrì alle 2 di notte di “farmi compagnia”, si beccò un cazziatone telefonico e poi disse al suo compaesano, quando cominciai a starci insieme, che non ero una brava ragazza. E la moglie in Pakistan, incinta di un bimbo.

Faccio la fila all’atra cassa.

La Rambla del Mar a luglio è come la vidi la prima volta, gli ambulanti che inseguono i turisti, “va bene, dài, 10 euro”, e tanta gente sulle tavole di legno che mi scoccio di percorrerle, di ricordare i tacchetti fini che s’impigliavano tra le tavole e il braccio che mi sosteneva quell’estate lontana. Il braccio che mi ha stretto a Pasqua, dopo tre anni di lontananza, una stretta innocua e confortante.

Fosse sempre così, ci metterei la firma.

– Chiediamo a lei – dicono le tre in italiano.

Le osservo dalla Rambla, eleganti, loro, romane in vacanza che sono come me allora, senza pensieri al mondo. I loro vestiti italiani, giacché sono in vena di letteratura, fanno tanto don Calogero Sedara che va in frac dal Principe Salina, e quello si offende, vedi se questo a casa mia dev’essere più elegante di me. Ma io sono quella stralunata che è di casa e guarda a terra con una coca cola in mano, e si gira e fa:

– Ditemi.

Lo strano sollievo degli italiani di Italia davanti a un’italiana di Barcellona.

Foto, poi domande: dove possiamo bere una buona sangria? Dove possiamo mangiare? Andiamo bene per la Barceloneta? Rispondo quasi a tutto in italiano corretto, tranne la fine, dico che sul Passeig de Borbó ci sono “due piste di marcia”. Rimangono col dubbio, mentre mi siedo un’ora a guardare il riflesso dei lampioni nel mare, a volte scomposto dal vento, a volte sfuocato, ma sono io.

Al ritorno c’è uno che fa le bolle. Quelle giganti. Ce n’era uno anche a dicembre, su un altro lungomare, più bello, meno libero anche se liberato. Un bambino lo tormentava nella mia lingua, signore, signore, fate le bolle da questa parte.

Qui no, la bimba biondissima che le aspetta con ansia si limita a saltarci appresso, ma c’è vento e scoppiano prima di formarsi.

Finché non ne viene fuori una perfetta. La bimba la guarda un attimo sospendersi nell’aria insieme al mondo, poi la tocca leggermente, la bolla scoppia, la bimba ride.

E il mondo ricomincia.

caceroladamallorca È succieso che s’è appicciato. Chi? Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo. Ha bruciato quel poco di credibilità che gli restava rispetto alle gesta del suo ex tesoriere Bárcenas, coinvolto in uno scandalo legato alla contabilità sottobanco del partito: il PP riceveva finanziamenti privati da entità finanziarie influenti in Spagna.

E Rajoy, stando a quanto dichiara Bárcenas e a quanto confermano certi SMS di cui si riconosce autore, avrebbe intascato un bel po’ di soldi anche lui.

Cos’ha a che vedere, tutto questo, con una calda serata di luglio nella Barcellona della crisi? Soprattutto, che c’entrano le pentole e i cucchiai che alle 20 di ogni sera suonano ininterrottamente per un’ora, insieme a fischietti, chiavi, frizzi e lazzi, nel quartiere più elegante di Barcellona?

La cacerolada, o cacerolazo, nasce in Sudamerica negli anni ’70, viene riportata in auge dall’Argentina della crisi economica dei primi anni 2000, ed entra nella mia vita con gli Indignados, nel 2011. Ci sono foto di me seduta al centro di Plaça Catalunya, in buona compagnia, con un cartello per invitare a votare ai 3 referendum per acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Ora che gli indignados latitano, ho lasciato padella e cucchiaio a casa, le chiavi sarebbero bastate. E siccome era tardi, ho preso addirittura la metro, per presentarmi in c. Mallorca 278, fuori alla Delegación del Gobierno de España circondata, ovviamente, da bandiere indipendentiste catalane.

Ma mai come a Barcellona il privato è pubblico e, nonostante le mie scarse aspettative di trovare volti noti tra la folla cacerolante e fischiante che brandiva cartelli (no hay pan pa tanto chorizo, sul doppio senso spagnolo tra “salame” e “profittatore”, Españistan: 100% corrupción, 0% ética, e il grandioso Attento, Mariano, ti veniamo a sfrattare, nel paese degli sfratti forzosi), nonostante le urla assordanti Mariano, Mariano, no pasas el verano, nonostante tutto ho incontrato ben 2 paia di occhi azzurri, completamente diverse tra loro.

Un paio ha visto l’Inferno e l’ha raccontato, ma ancora mi sorride ogni volta che l’incrocio, e spero sia più spesso.

L’altro paio è un bel po’ più chiaro del blu della sua estelada, la bandiera indipendentista sotto la quale, lo sapevo, l’avrei trovato a fissarmi. Non ricambiato. Ci sono momenti in cui puoi solo abbassare lo sguardo, perché non sai come spiegare il va e vieni di inviti, sparizioni, nuovi inviti, a chi non conosce il caos emozionale della comunità italiana a Barcellona. Mi è venuto in mente Shakespeare, Misshapen chaos of well-seeming forms, ma non c’era posto per l’inglese, era tutto un cantare catalano, dopo lo spagnolo glorioso de A las barricadas c’era l’Estaca: se tiriamo tutti, il palo a cui siamo tutti legati cade. Come questa cacerolada: l’idea è perseverare finché le urla Dimissió non si trasformino in un unico boato consolatorio. Che forse non ci sarà mai, ma intanto a poc a poc, come si dice qua, cacerolada per cacerolada, slogan per slogan. Almeno la gente si ricorda che i problemi comuni meglio provare a risolverli.

E anch’io, a poc a poc, giorno per giorno, pentola sul fuoco dopo pentola sul fuoco, salvo quando è l’ora di farle suonare per strada, e chiedersi se è il caso di mettersi i tacchi che il poliziotto nella camionetta ha una faccia proprio schifata (ma ci sono le telecamere e le giornaliste magrissime che sì che ce li hanno, i tacchi)… A poc a poc, i problemi li risolvo anch’io.

E quando il secondo paio d’occhi mi scova tra la folla in cui mi sono rifugiata e diventa una mano sulla mia spalla, e poi un solo fiato, magari ci vediamo uno di questi giorni, allora smetto di cantare segur que tomba, tomba tomba e chiudo gli occhi, per sentire se ho ancora sangue nelle vene.

I ens podrem alliberar.

(Il pubblico)

(Il privato)

prostituteindignate Insomma, una non si può deprimere in santa pace, a Barcellona, che le ricordano subito che c’è chi sta peggio di lei. E peggio ancora, che a rigirarsi i pollici non si ottiene niente.

Tornavo dalla Biblioteca de Catalunya, mezza stordita dal caldo, da due notti insonni e da un ripasso della Prima Guerra Mondiale in Catalogna (quello che ti tocca quando hai discusso da due anni una tesi di dottorato che i tagli all’università hanno trasformato in carta igienica). Mi dirigevo verso la Rambla in missione speciale (comprare shampoo al Body Shop con la tessera clienti, vedi Matrix). La Rambla invasa nel 1917 dalle donne dei quartieri popolari, rimaste senza carbone e soldi per affrontare il caroviveri, che l’avevano percorsa tra i turisti eleganti che non potevano più passare l’estate a Baden-Baden. Avevano invaso i caffè scintillanti di luci inutili, portandosi dietro qualche ballerina solidale con la causa, tra gli stranieri danarosi attoniti che si facevano un’idea della Barcellona che non vedevano.

Non ho fatto in tempo ad attraversare che ho sentito i primi fischi. E le urla. Un signore si è messo a sbraitare “Dov’erano quelli, quando i chorizos del parlamento ce lo mettevano in quel posto?”.

Non gli ho fatto neanche un sorriso di circostanza. Ho modificato la rotta e sono scesa verso il Banco Popular, una banca che ha una filiale sulla Rambla. Ci ho trovato la Pah, Plataforma de Afectados por la Hipoteca.

Fondata da più di 4 anni, quest’associazione, che per i media ha soprattutto il volto di Ada Colau, è stata recentemente premiata dal Parlamento europeo: si occupano delle vittime di quei famosi mutui a tasso variabile che improvvisamente hanno trasformato la Spagna dal regno della bolla immobiliare a quello degli sfratti. Il PP li ha chiamati nazisti, ha sostenuto che i suoi elettori non mangerebbero, pur di pagare il mutuo, e li ha associati all’ETA… Loro continuano coi loro escrache, delle azioni collettive volte a mettere alla berlina delle personalità pubbliche considerate colpevoli di mancanze gravi verso i cittadini.

Ora toccava al Banco Popular, che non aveva concesso un dación de pago (è quando proponi di estinguere il tuo debito offrendo beni diversi dal denaro) a uno dei membri Pah.

La prima cosa che ho visto sono stati i telefonini dei turisti, increduli di portarsi il ricordo di una manifestazione, insieme a quello della paella surgelata. Poi le auto, che passando tra due file di manifestanti in maglietta verde suonavano il clacson per sostenerli. Infine loro, con fischietti e coreografie che insultavano le banche in rima baciata, mentre un poliziotto osservava discreto, in disparte.

Mi ha colpito che dalle macchine qualcuno incitasse davvero.

Come fosse andata a finire, me lo sono chiesta il giorno dopo, fuori al Parlamento catalano, di fronte allo striscione di Stop Bales de Goma.

Dentro, Nicola Tanno, fondatore di Stop Bales, e Esther Quintana, l’ultima a perdere un occhio per i proiettili ad aria compressa, rispondevano alla Comissió d’Estudi dels Models de Seguretat i Ordre Públic i de l’Ús de Material Antiavalots en Esdeveniments de Masses: raccontavano come avevano perso l’occhio e quanto è importante che siano gli ultimi a perderlo.

E noi aspettavamo fuori, parlando anche dell’azione sulla Rambla. Una signora che era presente ce lo ha detto: verso la mezzanotte, i manifestanti sono stati sgomberati, ecco il video. Due poliziotti per manifestante. Hanno invitato ad andarsene pacificamente, i manifestanti si sono rifiutati. Sono volate manganellate, sono stati chiesti a tutti i documenti. Il problema erano gli stranieri, spiegava la signora. Latini, senza i documenti in regola. Quelli avevano paura. Ma nessuno si è alzato, mi sembra di capire dal video, quando la polizia li ha invitati a uscire coi loro piedi.

Per me la giornata della Pah non era finita al ritorno dalla Rambla, ma vicino alla mia rambla preferita, quella del Raval. Con un altro rumore familiare, quello di pentole e coperchi battuti con un cucchiaio nella calle Robadors.

Ancora loro, le prostitute indignate.

A due passi dal sontuoso (e kitschissimo) Hotel Barceló, la familiare schiera di donne di tutto il mondo e tutte le età che battono a pochi metri dalla cultura istituzionale della Filmoteca de Catalunya. Anche stavolta, però, non ho osato chiedere a loro che succedesse, e mi dispiace. Ho chiesto a una delle poche che non avevano la divisa del mestiere, forse perché come me possono esprimere solidarietà senza mai capire cosa si prova, a essere considerata infetta, l’ultimo gradino della società. L’interpellata ha riposto un momento il fischietto e mi ha risposto: “Protestiamo ogni mercoledì alle 20 contro la repressione della polizia ai danni delle prostitute”. Vero, ricordo. Controlli continui, interrogatori a donne che spesso hanno la gonna più lunga della mia. Se rimorchiassi io in mezzo alla strada mi chiederebbero i documenti?

Tra tanti interrogativi, Barcellona e i suoi abitanti mi hanno insegnato qualcosa che scordo spesso, che la mia terra scorda spesso, forse perché lo riteniamo troppo scontato e banale per ritenerlo degno della nostra attenzione. Non siamo forse quelli del Rinascimento? Quelli dell’Impero Romano? E poi, quelli del Partito Comunista più grande del blocco occidentale?

Seh.

Dalla bacheca di un altro che ieri stava al Parlament:

Tra ieri e oggi ho visto che cosa è una società sana, che ha ancora voglia di lottare per la giustizia e la democrazia, e lo fa, riuscendo anche a dialogare con le istituzioni.

Vero. Nicola e Esther sono arrivati al Parlamento, le prostitute a parlare col sindaco, Ada Colau ha potuto dire alla Commissione di Economia del Congresso che i banchieri sono criminali.

Io ho visto una volta di più che se proviamo a fare qualcosa non sappiamo mai se riusciamo. Figuriamoci se non facciamo proprio niente.

(una canzone che sento spesso per strada, ma con un accento decente)

pasolinimarainiMi sono decisa all’ultimo momento (mezz’ora prima in questi casi lo è), infatti ho trovato la fila. Talmente lunga che non sono riuscita a entrare.

Ma ho un problema grande, con Dacia Maraini che parla di Pasolini al CCCB: non amo il secondo, spero perché letto troppo presto e troppo in fretta, e sono arrabbiata con la prima. Perché ho amato Marianna Ucria, e Isolina, e in nome loro ci ho provato con Bagheria, Colomba… Niente. Mi faceva piangere nelle prime pagine, mi faceva precipitare nella sua storia come Alice nella tana, e poi mi lasciava lì, piantata nel bel mezzo di un labirinto di cui si fosse persa l’uscita.

Ma la donna che mi è apparsa davanti sullo schermo per i ritardatari, mentre spostavo la seggiola IKEA per scansare le teste delle prime file, era solo quella del vortice di storie. Così vorticoso che mi ha fatto riconsiderare anche Pasolini, non quello delle poesie lunghe e faticose che ho letto, ma il giovane innamorato di Amado mio, trovato misteriosamente nella biblioteca di mio nonno (un regalo di mio padre, ho scoperto poi).

Quello che in un’intera spedizione in Africa, raccontava questa donna bella e minuta, li aveva costretti a girovagare sul gippone in cerca di fumo. Il fumo dei fuochi che voleva riprendere per un’Orestiade africana, ma che non andava mai bene: o troppo denso, o troppo nero…

Quello che ha avuto un’emorragia di fegato nell’unico ristorante del ghetto di Roma in cui sia andata io, cominciando a scrivere per il teatro durante la convalescenza.

Quello della madre bambina che chiedeva a Dacia, parlando di omosessualità davanti a un caffè, “Davvero credi che esistano queste porcherie?”. E che dopo la morte del figlio metteva sul tavolo tre tazzine di caffè, una per lei, una per l’ospite, e l’altra per Pier Paolo. È in giardino, adesso arriva. E io ascoltando tutto questo torturavo il quadernetto degli appunti, pensando che non importa se il dolore ci spezza le vene e ci lascia sfiniti la sera, c’è sempre un lutto più urgente, più straziante, più muto, perché impossibile da raccontare.

Ma Pier Paolo (“Paola” per un gruppo di giovinastri fuori a un teatro, l’Italia omofoba non muore mai) è anche quello delle pagine strappate di Salò che improvvisamente compaiono in mano a Dell’Utri, almeno questo dice lui, per poi sparire quando la magistratura gli chiede di esaminarle.

E a questo punto la narratrice si ferma a spiegare ai non italiani, Dell’Utri è amico di Berlusconi.

Ed è di quest’ultimo che, mi spiace per voi, volevo parlarvi. Delle riflessioni che stasera ho ascoltato sul berlusconismo.

Alla domanda di uno studente d’italiano, “Dove sono finiti gli intellettuali, in Italia?”, l’autrice ha risposto che manca la consapevolezza della comunità, il tessuto connettivo col paese. Da soli non si può cambiare il mondo, va cambiato collettivamente.

Il berlusconsmo, il degrado culturale che ha invaso l’Italia, ha provocato una reazione tra gli scrittori, che si è tramutata in impegno.

Però, appunto, manca questa comunità. Non esite neanche più un bar, un salotto, un luogo in cui gli scrittori s’incontrino [al di là del momento consumistico delle fiere per vendere libri]. Manca il momento connettivo.

Intanto Berlusconi si mantiene ben solido nel suo degrado culturale e nella sua volgarità, forte di questa resistenza senza coesione.

Ma la magistratura, da sola, non può assolvere alla funzione di restaurare un’etica che si recupera solo col rispetto della legge.

E la sinistra ha peccato di aver accettato troppo questo compromesso. Non con la destra, che di per sé è rispettabilissima e ci vuole, in una democrazia, ma con questa destra, con la criminalità.

Sarà stato un miraggio o un problema dello schermo, ma giuro che, tra gli applausi seguiti a questa dichiarazione, “Rita Hayworth con il suo immenso corpo, il suo sorriso e il suo seno di sorella e di prostituta, equivoca e angelica, stupida e misteriosa, con quel suo sguardo di miope freddo e tenero fino al languore, cantava dal profondo della sua America latina da dopoguerra, da romanzo fiume, con un’’espressività divinamente carezzevole”.

calle_Portaferrissa-320È una sensazione, le sensazioni sono difficili da descrivere.

Passavo veloce per c. Portaferrissa. È una strada che collega la Rambla alla Cattedrale di Barcellona, piena di gente e negozi di media qualità: profumerie, negozi di scarpe, qualche grande magazzino. Come sempre, a quell’ora del pomeriggio, straripava di turisti: più o meno potevo indovinarne la provenienza. I francesi, scusate la banalità, alzavano un po’ la media dell’eleganza, o almeno dell’originalità, ma il cappello di tela abbinato a occhiali e macchina fotografica regnava sovrano su shorts e sandali aperti.

Di lì a poco sarebbero cominciati i saldi.

Io ero diretta non ricordo più dove, sicuramente al Sant Pere Apòstol, per qualche evento Altraitalia, o al Rai Art, per il corso di tarantella. Posti che ti danno l’illusione di salvarti da tutto questo. Dalle fiumane di turisti che seguono ipnotizzati un ombrellino rosso che stona coi mattoni neogotici e col sole inesorabile. Dalle ragazze che indossano gli stessi sandali e gli stessi cappelli pure se vengono da continenti diversi, e ammirano le stesse vetrine.

E io a correre quasi, come se non avessi mai comprato bagnoschiuma a 5 euro dal Body Shop, ottenendo uno sconto con la tessera clienti, 100% cruelty free, come se non fossi mai entrata da System Action a toccare la seta dozzinale di gonne che avrei trovato tra un anno sulle bancarelle di un mercatino di seconda mano.

Anche Baba Ji era in postazione. La prima volta che l’avevo visto circondato da poliziotti gli avevo chiesto se gli servisse qualcosa, temendo lo rispedissero in Kashmir. Ora so che è parte del quadro, col barbone e il cappello che gli copre la scuccia. Lo multano ogni giorno, ogni giorno ritorna. Quella fiumana ha sempre fame di souvenir, i suoi posacenere fatti di vecchie lattine (mai di birra) sono più originali della bambola vestita da flamenco.

A un certo punto, una macchia nell’annuncio pubblicitario. Il seguratta di un grande magazzino se ne stava affacciato a parlare con una perroflauta buttata in un angolo. Vedevo l’omone alto con la camicia giallo stinto, che copriva a stento una pancia imponente, sorridere ricambiato alla ragazza minuta, forse ventenne, seduta distrattamente sul ciglio del negozio come se tutto questo non la riguardasse. Mi sembra di riconoscere una nota straniera nel suo accento.

Soprattutto, mi sembrava che il Matrix, in quel momento, si svelasse a tutti. Che in quel copione visto e rivisto qualcosa fosse andato storto, che le comparse si fossero ribellate un attimo, il regista perfezionista si fosse lasciato scappare un dettaglio.

E che quel dettaglio fosse l’umanità.

Il fatto che un uomo messo in divisa a sorvegliare capi confezionati a basso costo in Sri Lanka potesse essere prima di tutto un uomo. Che una ragazza che dorme per strada potesse piazzarsi proprio lì, invece che due strade più avanti tra i bar fricchettoni e gli angoli più scuri, e potesse parlare proprio con questo qui.

E se i personaggi di quest’annuncio pubblicitario laccato che è l’estate a Barcellona si ricordano di essere umani, prima di tutto, forse qualcuno prima o poi avrà la forza di gridare stop. Si taglia la scena, e si comincia a vivere.

omaggio-franca-rameNon c’è niente di eroico a organizzare in due giorni un omaggio a Franca Rame.

Però richiede lavoro. Sempre meglio che andare in miniera, ovviamente, e poi l’omaggiata merita. Ecco, se c’è una serie di questioni da chiarire prima di cimentarsi in simili imprese, la prima è che la gente non sarà lì per te. Verranno per lei. Se la cosa va bene, è merito suo, in caso contrario è colpa tua. E va bene così.

Un’altra cosa da capire è che risparmi tempo e fatica facendo solo quello che sai fare, quello che ti viene meglio. Io sono brava ad avviare le cose. Non so recitare, non so niente d’informatica, poco di comunicazione. So dare il mio tavolo all’esperto grafico di Altraitalia, convocato da me alle 11 di sabato mattina, il tempo di tornare io dalla biblioteca con le fotocopie dei testi in spagnolo (che il Rai, giustamente, non è l’Istituto italiano di cultura). So tagliare in due i pomodorini cherry da aggiungere agli spaghetti e al pesto industriale, mentre la locandina prende forma e l’attrice, accorsa pure lei, si legge il suo monologo (il primo in spagnolo) con 24 ore di preavviso.

So anche rendermi conto, come svegliandomi da un sonno, del caos in cui sto vivendo. Della lettiera della gatta rovesciata in balcone senza che riesca a prendere una scopa, della casa che cade a pezzi e io la guardo come a dirle aspetta, aspetta che mi rimetto in forze. Però le forze di metter su uno spettacolo ce le hai, sembra urlarmi il lavandino che vomita piatti. Eh, non è detto.

So infine che con l’attrice che verrà la sera, dopo il lavoro, dritta da me per il suo monologo condito da insalata, mi metterò a parlare di cose profonde, cose importanti. Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso…

– Ecco – commento, ritagliando i volantini da distribuire al concerto delle Questioni Meridionali – tu dimmi “ti do due giorni per metter su uno spettacolo”, e ci provo. Quello che non so fare è… Com’era? “Accettare le cose che non posso cambiare”. Sta cosa mi ammazza. Dimmi che ci devo lavorare due anni. Ma che non ci possa fare niente… Brrr.

L’attrice sorride, inclina un po’ la testa come quando salirà lei sul palco, la sera dopo, quando ormai il pubblico numeroso ci avrà fatto aggiungere altre quattro file di sedie, e la cuoca avrà cucinato, il presidente avrà presieduto, e il presentatore sarà arrivato mezz’ora prima a fare quello che sa fare meglio di tutti (insieme all’hummus), e l’offerta a piacere ci avrà tolto anche l’impaccio di dare il resto per l’angolo buffet.

E l’ultimo monologo, affidato all’autrice su uno schermo gigante, avrà strappato un applauso che dalla sala buffet mi avrà fatto alzare la testa un momento, per poi capire.

E l’abbraccio liberatorio ci avrà confermato che quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, presto e bene.

Restano le cose che non posso cambiare.

Come il tubo del lavandino che decide di staccarsi il giorno dopo, inondandomi la cucina di acqua e scorze di pomodoro, ma il tecnico venisse tardi, che prima devo andare a Barceloneta.

Ci vado sempre quando devo proprio riposarmi. E curarmi.

Infatti penso, le cose che non posso cambiare. Accettare le cose che non posso cambiare.

Finché non dico OK, e improvvisamente resta solo il mare.

artetera.blogspot.com

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Le coincidenze. Per qualcuno non esistono. Per altri è tutto coincidenza. Altri ancora comprano una vocale e vanno avanti senza farsi troppe domande.

Ma qualche settimana fa leggevo per farmi venire sonno, un’impresa improba nella quale raramente riesco. Stavolta, però, ce l’avevo fatta sulla soglia del capitolo della donna scheletro. Cazzo leggi, chiederete voi. Niente, il solito Donne che corrono coi lupi. L’ho tenuto a impolverarsi per anni, dopo che avevo abbandonato la fase zen, e adesso che so cosa farne lo leggo e rileggo volentieri. Anche perché io che sono da romanzone di 800 pagine ho finalmente scoperto la bellezza del racconto. Meglio se favola, mito.

Quella della donna scheletro è molto bella.

Parla di un pescatore inuit, comincio da lui anche se non va così. Un tipo molto solo che, un giorno che sta in mare, crede di aver preso un pesce molto grosso. Tira, tira, ma non viene niente a galla. Finalmente, con uno strattone, gli piomba sul kayak la donna scheletro.

Era una ragazza del villaggio che aveva disobbedito a suo padre, che senza tanti complimenti l’aveva gettata in mare.

E ora eccola lì a dibattersi spettrale e mostruosa nella rete del pescatore.

Che, senza pensarci su due volte, la ributta in mare e ci dà sotto coi remi. Ma lei resta incastrata con tutta la lenza sotto la barca, e finisce per inseguirlo fino a casa. Lì il pescatore la vede e, improvvisamente, si muove a pietà. La sbroglia dalla lenza, lascinadola in un cantuccio, e va a dormire. Nel sonno, gli cade una lacrima, come succede a volte a chi dorme.

Allora la donna scheletro si avvicina, presa da una strana sete, si corica nel letto con lui e beve la lacrima. Poi gli strappa il cuore e canta “carne, carne, carne”. E man mano che canta le sue ossa cominciano davvero a ricoprirsi di carne viva, ricrescono gli organi, la pelle, i capelli. Allora rimette il cuore nel corpo del pescatore, e si risvegliano aggrovigliati, stavolta fra loro.

Ora, lo so che io la racconto una chiavica, ma è bella quasi quanto il complicatissimo messaggio che ci vede la narratrice: l’amore ci delude. Vorremmo che fosse grosso e grasso come un pesce, che ci sazi per un po’ senza troppi sforzi, conquistato in un solo colpo di lenza. Invece peschiamo la donna scheletro, che non è altro che il ciclo della vita e della morte. Quasi tutti, a questo punto, scappano. “Non è come pensavo, vado a pescare da un’altra parte”. Non troveranno mai quello che cercavano.

Per trovarlo bisogna restare fermi lì. Aspettare, pazienti. Districare la donna scheletro dalla rete, guardarla, piangere di compassione per sé e per lei. Accettare che l’amore è fatto di tante piccole morti, e ritorni alla vita. Solo così l’avrai conosciuto.

Sì, ma non l’altra notte, davvero, ero stanca e avevo sonno. E poi, che tenevo a vede’, cosa aveva a che fare con me questo racconto.

La sera dopo andai al Festival Ornitorrinco, organizzato dal mio amico Jordi Pèlach. C’erano Tenedle, i Ual·la e un sacco di altra gente che non ricordo, perché nonostante tutto arrivai stanca e presi la metro presto. Però ricordo le due ragazze che salirono sul palco a raccontare storie. La figura del cantastorie in Catalogna si porta assai, ed è interessante, anche. E queste, nonostante i microfoni artigianali, raccontavano bene. Non tanto la prima storia, che pure era bella, disegnata su un lungo foglio di carta che le due facevano scorrere piano tra le dita.

La seconda, dico. Indovinate qual era, recitata pedissequamente come sta nel mio libro:

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