E poi quella mano di rosa spalmata sul muro del terrazzo (che sarà un colabrodo, ma è di un bel color crema), ti fa capire che ti stai perdendo un capolavoro.
E allora esci sul terrazzo e puoi fare due cose.
Una è pensare.
Che le giornate si sono allungate, e la primavera non è vicina, ma altre due settimane e la sentirai nell’aria, annunciarsi discreta come una vera signora.
Che sul cobalto ci sta benissimo, il rosa fosforito (come lo chiamerebbe la tua amica andalusa). Specie se ogni tanto lo attraversano sagome nere più esuli di te.
Che le antenne sul terrazzo accanto, quello in comune, sono ancora là, inutili, coi fili tagliati dal vicino fin troppo gentile. Quello che ti ha fatto lavoretti in casa, quello che si affacciava troppo spesso a chiamarti e chiedeva al tuo ex “A che piano vai?”, perché non gli piacevano la sua pelle e la tuta del mercato (e manco le labbra carnose e allegre rispetto alle sue, sempre asciutte). Quello che magari ha pure ragione, ci sarà, questa normativa che prevede una sola antenna, per fargli stendere i panni in santa pace. Ma che è passato dalla parte del torto tagliando i fili perché credeva fossero “tutte antenne dei filippini, Maria, una di loro mi ha risposto male, come si permette di vacilarme?”. E sai che è un false friend, ma vacilarme ti sembra sempre il termine più adatto per questo spagnolo piccolo piccolo, con ragione da vendere e la macchinetta del caffè per una persona sola.
Puoi pure pensare che la vita continua e per continuare, come dice la canzone, ogni tanto ti fa morire un po’. E quando ti chiedi se ne vale la pena, a vivere, dovendo morire sempre un po’, il cobalto e il rosa fosforito sono qui per questo.
Puoi pensare tutte queste cose.
Oppure non pensare.
Guardare e basta.
Uno di quei tramonti che sembrano albe, tra i gabbiani scostumati e le antenne del Raval.
Lo so che non state più nella pelle perché si avvicina Sanremo.
E allora prendo spunto da una delle canzoni per cui ho più tifato in questa kermesse così originale e innovativa (ovviamente arrivata sedicesima):
Ho sempre pensato
Quando avrò questo sarò saziato
Ma poi avevo questo ed era lo stesso
Ho sempre pensato
Troverò il mare e sarò bagnato
Il mare ho trovato ma nulla è cambiato nulla
Vabbe’, ma quell’anno hanno vinto Lola Ponce e Anna Tatangelo, contestualizzate! La canzone mi è venuta in mente perché pensavo a una ragazza conosciuta in paese, che aveva il volto deturpato da una specie di cicatrice, non ho mai capito bene che fosse. Allora ero giovincella, e lei era ancora più giovane di me, quindi viveva in questo mondo di fiabe in cui, secondo lei, con un volto diverso la sua vita non è che sarebbe migliorata. Sarebbe stata perfetta.
Già si vedeva Johnny Depp sotto casa con un mazzo di fiori, il tempo di rispondere via sms a Bill Gates che sì, accettava quel lavoro milionario di compositrice di musichette Windows per l’accendimento e spegnimento del computer.
Era in buona compagnia. Pensavo a lei proprio perché facevo il conto di tutte le cicatrici, virtuali o reali, senza le quali le cose ci andrebbero benissimo.
E nel mio caso, ovviamente, una mente complicaaata, così complessa e stramba che Freud alla terza seduta si sarebbe dato all’ippica (a meno che non somigliasse veramente a Viggo Mortensen, nel qual caso sarei guarita subito).
Ma ogni cicatrice è buona. Anzi, a un certo punto se sei a corto di problemi, circostanza rara, quasi quasi te li inventi, perché non riesci a immaginarti senza. Sono sicura che Viggo Freud, qui sopra, avrebbe la definizione perfetta di ciò che succede quando il tuo io si riconosce solo nel caos e nella precarietà, e quando glieli tolgono è come se gli mancasse il terreno sotto i piedi.
Io nel mio piccolo lo chiamo mondo tofu.
E spero che la ragazza della cicatrice, ovunque lei sia, abbia trovato il mago del bisturi capace di rimuovergliela. Non sono di quelli che “meglio così, altrimenti ci rimane male”. No. Che esca dalla clinica e scopra col suo nuovo volto che il mondo non è rosa.
È generalmente insapore, come un pezzo di tofu.
E come mi ha spiegato un amico vegano, il tofu di per sé non sa di niente, sei tu che devi insaporirlo, cucinandolo bene. Purtroppo, altro che Carlo Cracco! C’è da lavorare molto e, soprattutto, con costanza. È la costanza che ammazza. Il passettino al giorno, quando va bene, per anni interi. Se Voltaire avesse mai preso la zappa in mano si sarebbe reso conto di cosa significasse coltivare il proprio orto.
Mo’ è inutile che io faccia la sborona, che la zappa l’avrò presa tre volte e non scriverò mai Candide. In compenso ho scoperto che sta storia del mondo tofu la sospettiamo, ma preferiamo tenerci le cicatrici anche quando scompaiono.
Eppure… Immaginate se qualcun altro, finalmente, decidesse di lasciare la sapiente arte d’intossicarsi la vita, che la vita per quello non ha bisogno d’aiuto, e sapesse già che là fuori, anche coi denti dritti o i soldi in tasca (benché aiutino), non è esattamente l’Eldorado.
Magari, dopo il primo momento di panico, e diversi fegati nuovi più tardi (che quelli non sono mai troppi), le cose potrebbero cominciare perfino ad andargli bene.
Ok, ultimamente faccio assai pipponi su ammore e responsabbilità, che scritto così sembra la nuova canzone di Antonio Ottaiano, con un bacione a tutti gli ammalati per una presta guarigione e a tutti i carcerati per una presta libbertà.
Ma che ci volete fare, a volte la vita è tragicomica.
Ho accompagnato un’amica spagnola a un concerto, suonava un tizio che le piaceva. La mia amica frequenta uno che non si capisce bene che intenzioni abbia, e un po’ perché è stufa, un po’ per dimostrarsi che è ancora libera e felice come una farfalla, ha colto al volo un invito su facebook per rispolverare questa conoscenza iniziata davanti a una pizza.
Alla fine del concerto, ovviamente, noi lì nel backstage pezzotto, modello groupie con 15 anni in meno. Ma lui ha fatto il suo miglior sorriso finto, ha ringraziato per i complimenti ed è andato a baciare una tizia dall’altra parte della stanza.
L’amica era allibita. La pizza risaliva a qualche mese prima, ok, però cavolo, lei da altrettanto frequentava il tipo indeciso e in pubblico a stento un bacetto per guancia.
Fortuna che per rompere il gelo ci raggiungeva una “nordica” più giovane che vive qua fin da bambina. La spagnola stava zitta e pensosa finché, a un semaforo, sulla strada del bar in cui ci aspettava altra gente, abbiamo visto attraversare lui. L’amigo con derecho della nordica. In realtà uno dei due e manco il preferito, ma so’ dettagli.
Con una bruna esattamente della sua taglia.
E lì per evitare conversazioni imbarazzanti ho fatto un capolavoro. Ho accelerato il passo per fingere che avessimo fretta (le altre non capivano che succedesse) e, non potendo ignorare il tizio in questione, gli ho sventolato la mano quando ormai eravamo a due kilometri. Ha risposto col secondo sorriso ipocrita della serata. D’altronde, se ci fossimo fermate, che gli dici al tuo secondo amante se lo vedi con un’altra?
Fatto sta che quelle zitte e pensierose adesso erano due. Fortuna che il bar era là vicino. E la nostra amica catalana ci aspettava con varie persone.
Come previsto, si è messa a parlare del suo non compagno. Cioè, di un amico argentino che lo sappiamo tutti, che stanno insieme, ma loro fanno finta di niente da anni, perché non vogliono impegni. Ma stanno sempre, sempre, sempre insieme.
Uscendo ho sbuffato:
– Il mondo si complica la vita.
– Meglio una vita movimentata, ti suicidi più tardi – ha commentato la nordica.
– Sì, ma alla fine – e mi metto in mode pippone – tutte queste persone semplicemente non si assumono le proprie responsabilità. L’indeciso che fa ‘o scemo per nun ghi’ ‘a guerra, l’altra che lo sopporta per paura che la lasci, voi che “libero amore” ecc. e poi se è libero davvero fate le facce strane, e questi che dell’amore godono solo a metà, come Pina Sinalefe. Foste almeno felici…
– Chi può dire di essere felice? E chi può definire cosa sia una coppia? Finché la cosa funziona, va bene.
– È tutto molto logico, sensato e relativista, per la gioia di Paparatzi. Ma… Parole, parole, parole. Continuo a sospettare che la gente per non volere complicazioni se ne crei il doppio.
Ok, parlo io che fino a poco tempo fa sembravo quello di Nuovo Cinema Paradiso, senza il successo e i soldi, ovviamente.
Però il sospetto mi rimane. Un’amica psicologa mi faceva notare che l’essere umano ha quest’assurdità: credendo di fare il proprio bene e risparmiarsi grane, segue dei modelli di comportamento che le grane gliele portano.
Ma sono parole anche queste
Credo che il tutto si riassuma così:
(Maledetta stronza, che non muore mai mentre io vorrei dormire)
Siete a Barcellona a una bella festa, soddisfatti ma stanchissimi. Le canzoni demenziali hanno appena ceduto il posto a Marisol, c’è così tanta gente che non si respira e la vostra amica continua a non credere che il cugino bello di Rambo, davanti a lei, sia gay.
A quel punto, tutto ciò che vorreste fare è tornare a casa, al massimo fare una capatina al baretto all’angolo per commentare il Barça coi vicini…
Quando chiama lei.
L’amica straniera della tua amica. Quella che non sa un cazzo delle strade del Raval, perché ad andarci sola Dio scampi, ma vuole proprio raggiungervi.
Solo che ha degli amici al seguito. Connazionali in visita, carichi di gingilli del Barça e foto della Sagrada Família.
E, udite udite, vogliono mangiare paella. Alle 20 di domenica sera.
Il vostro istinto di conservazione vi dice solo fuje sempe tu. Gli occhioni da cerbiatta della vostra amica dicono “Mica mi lasci sola, vero?”.
Così proponete:
– Vabbe’, ti accompagno dai tuoi amici e poi vado a casa. Dove stanno?
– In questo momento, in Plaça Catalunya con Raval.
Perfetto. Sorvoliamo sulle indicazioni spagnole senza traverse, senza preposizioni (epic win: “ci vediamo nell’Arc de Triomf”, e stavano a 10 metri di distanza dall’arco). Ma Plaça Catalunya, facendo mente locale, è circondata sempre e solo da Gotico ed Eixample. Staranno nel Pelayo?
– Non so – rettifica l’amica – dice che ora stanno nella prima strada del Raval a destra.
La prima… No, questo concetto ve lo dovete segnare. Anche l’amica che propone “Boh, andiamogli incontro, prima o poi li troviamo”. E ripensate a Peppino che in Piazza Duomo a Milano propone: “È la piazza principale? Sediamoci qui, quella qua passa“.
Ma quando già state su Joaquim Costa arriva un altro Whatsapp: “siamo in c. Hospital“.
Ora, a meno che non volino su scope di saggina o abbiano inventato il teletrasporto, all’hospital ce li mandereste voi.
Ma volete aver fiducia nel prossimo, quindi riuscite a portare l’amica nel punto indicato, ancor prima del messaggio “Ora siamo fuori al Macba“. Ok. Sono i Cullen di Twilight.
– Senti, si fermassero lì e non si muovessero, se no succede.
Peccato che in spagnolo “succede”, senza soggetto, non rende l’idea. Ma eccoli lì, i nostri eroi, in attesa tra gli skater di Plaça dels Àngels, che purtroppo continuano a scansarli.
Ora fate un respiro profondo, dite om shanti e spiegate che la paella di domenica sera, a Barcellona, solo surgelata può essere.
A meno che…
– Scusi – chiedono 10 minuti dopo al cameriere della Xaica – El Bastió Blaugrana – la vostra paella è surgelata?
– No. Infatti per mangiarla dovrete aspettare 30 minuti.
Che diventano 40 perché la turista si deve far tradurre tutto il menù, due volte. In inglese e in turco. Il compagno fa lo stesso, ma lo fa dietro la vostra schiena perché vi siede accanto per guardarsi il Barça, lasciandovi lontani dall’amica e letteralmente presi dai turchi.
Che bello, almeno si guarda la partita!
No, si deve anche parlare. Sempre in turco. E la turista vuole la password di Internet per l’iPad, ma la cameriera non collabora perché troppo presa a dimenticarsi dei vostri piatti, che arrivano freddi.
La turca “stanziale” si fa scaldare il suo, e l’amico le diagnostica un ricovero per quello che ci finirà dentro nel processo. La turista richiama la cameriera: password a parte, la coca cola è scaduta.
Adesso. Tutti hanno diritto a bere coca cola non scaduta, ovviamente. Ma, benedetta figliola, come ti è venuto di alzare la lattina di Diet Coke e leggervi la data di scadenza? Sei il mio mito di tutti i tempi.
Intanto l’amica andalusa vi informa che tiferà Sevilla perché Messi ha la cara de mongolo . Cent’anni di diritti dei disabili buttati nella spazzatura insieme alla paella.
Perché ovviamente, quando arriva, la turca ‘nzista ne assaggia giusto due cucchiai.
– Non la voglio. C’è il coniglio.
– Embe’?
– Io non mangio coniglio. Io adoro i conigli.
Già, perché invece mucche e gallinelle le hanno fatto qualcosa.
Fortuna che il Barça vince abbondantemente e siete troppo impegnati a chiedervi per quale arcano motivo il centrocampista del Sevilla faccia di cognome Buonanotte, per accorgervi che, dopo la crema catalana di rito, la cameriera pensa bene di mettervi davanti del liquore alla mela, omaggio della casa. Scordandosi i bicchierini.
Buonanotte è già diventato Va’ te cocca, prima che si rimedi alla svista e la vostra amica spagnola scopra risollevata che non è ancora ora di andare al lavoro.
Voi invece scoprite, prima del canto del gallo, che Buonanotte è argentino. E di nome fa Diego.
Forse, se invece di cedere agli occhioni della vostra amica imparate voi a dire “buonanotte” e filare a casa, la prossima volta andrà meglio.
Sul mio comodino si tengono lezioni di cucina che MasterChef se le sogna. Proprio in cima alla pila di libri che mi sono portata dall’Italia, resistendo tutte le feste e cedendo proprio alla Feltrinelli di Capodichino, a due passi dall’aereo.
Nell’angolo tra il lume di plastica verde e la parete bianca, che già comincia a scrostarsi, Agatina e sua nonna fanno le minne di sant’Agata. Impastano la ricotta e la farina che si trasformeranno in un seno bianco e sensuale, con una ciliegina candita sopra. E poi le contano. Devono essere due per ogni donna della famiglia, se no la Santuzza si offende. Stanno a Palermo, ma nonna Agata, ovviamente, è di Catania. E, salvando la bimba da genitori un po’ caotici, le insegna la cucina e le cose del mondo.
Un paio di centimentri (e vari strati di polvere) più sotto, in Giappone, la giovane Ringo e sua nonna vegliano le umeboshi perché non ammuffiscano. Anche la nonna di Ringo rimedia agli errori di una mamma un po’ scombinata, e piano piano, più con gli assaggi che con le parole, insegna alla nipotina quello che sarà il suo mestiere. Il mestiere che le salverà la vita quando il fidanzato indiano si porterà via il suo profumo di spezie assieme ai mobili, costringendola a tornare in paese e inventarsi una nuova vita. E le minne entrano in scena anche qui, perché ora Ringo, con in bocca l’ultimo umeboshi al sapore di nonna, già intravede dal minibus il Monte delle Tette, in realtà due monti vicini che fanno da sfondo al suo villaggio.
Separate dallo spazio e dal tempo (e pure dalle Feltrinelli, perché Agatina era stata l’unica mia concessione a Piazza Garibaldi), Agata e Ringo, con nonne e minne al seguito, non potevano che incontrarsi per puro caso, su un comodino preso in un magazzino di mobili buttati.
A qualche centimetro da entrambe, nel lettone IKEA mezzo vuoto e mezzo pieno, ci sono io. Che pure ho avuto a che fare con con un fidanzato profumato di spezie, solo che lui l’India la schifava, i mobili me li aveva dati e non tolti, e questa è un’altra storia.
Nonne, minne e cucina, invece, mi accompagnano da sempre all’insegna dell’assenza.
Nonna la cucina non me l’ha insegnata, perché nessuno l’ha insegnata a lei. Se non fosse per mio fratello, fan di tale Carlo Cracco, questa lacuna in famiglia non verrebbe mai colmata. La nonna che non ho mai conosciuto, invece, mi ha lasciato in eredità il nome, l’amore del figlio e, a quanto pare, le minne. Nel senso di:
– Papà, tu che sei medico, perché le tette non mi crescono? Ho già 15 anni!
– Eh, avrai ereditato quelle di nonna, piccole ed eleganti.
– Eleganti un ca… Ehm, mamma, com’è morta, la nonna?
– Eh, di un tumore al seno, purtroppo.
Terrore a parte, invidio sia le minne di Sant’Agata (e solo quelle, malpensanti) che gli umeboshi. Ma mi tengo Barcellona, il lettone IKEA, il comodino d’occasione, e le ricette giappocatanesi che mi fanno ingoiare i sogni di gennaio.
Grazie ai miei compaesani in visita a Barcellona per una mostra fotografica.
Va detto che l’esperta in sozzosi (leggi “ristoranti spartani, decadenti e untissimi”) sono io, sia a Napoli che a Barcellona. Tant’è vero che il mio sozzoso cinese e quello maghrebino non hanno manco un sito web, per non parlare di un nome scritto a caratteri romani! Ma stavolta i paisane li avevo portati al mio Teranga , che li ha scandalizzati: c’era addirittura spazio per sedersi!
La lacuna andava colmata, ha deciso la moglie catalana del fotografo. Così, entrando in questo tempio di sozzeria deliziosa, col riso estratto da secchie immacolate e un dislivello pazzesco sul suolo, oltre ad avere un orgasmo multiplo ho constatato tre cose:
1) il riso senegalese, proposto in alternativa al cous cous è troppo bello. Sembra spezzato a metà, i chicchi sono finissimi. Me ne accorsi in un ristorante clandestino vicino Piazza Garibaldi, scoperto grazie a una spia ivoriana;
2) ho una crisi d’identità col bilancio di fine pasto. Piatti delle catalane: mezzi pieni. Piatti dei paesani: ossa o spine. Piatto mio: una via di mezzo tra le due cose. Cosa sto diventando? Lo scopriremo solo vivendo;
3) lo humor del mio paese si fonda sostanzialmente sullo sfottò. Lo sapevo, ovviamente, anzi, ne soffro le conseguenze quando torno per le feste e scopro di non esser più abituata a esordi telefonici tipo ue’, munnezza!. Ma non l’ho mai capito come l’altro giorno, in un ristorante senegalese, seduta tra frattesi e catalane. Lo sfottò funziona così: si mette alla berlina un paesano alla volta, che assume un volto imperturbabile mentre di lui si dice qualsiasi cosa. Al massimo scuoterà la testa come a negare, e a quel punto verrà incalzato senza pietà fino alla rievocazione del lontano campeggio del 1994, quando ci provò con l’istruttrice dei boy-scout (“Io non ho mai fatto lo scout!”, “Neghi l’evidenza!”).
L’unica ancora di salvezza, per lo sfottò, è trovare una vittima “esterna”. Così il più “letterato” di noi si è girato verso una delle pareti, adornate da motivi afro, e ha dichiarato:
– Io vorrei sapere solo una cosa. Ma chisto chi è?
E infatti, tra foto “a tema” con l’ambiente, c’era il classico fricchettone locale con capelli lunghi, improbabili pantaloni gialli con disegnini africani, e canottina rosso aranciato.
In effetti, il senso estetico di gente abituata a sfottere per molto meno era decisamente messo a dura prova. Ma se consideriamo che la deliziosa compagna del letterato aveva remore a comprarsi un altrettanto delizioso cappellino anni ’20, temendo poetici commenti per strada (Ma chi si’, Charlie Chaplin?, le fu detto una volta), allora preferisco l’intruso daltonico sulle pareti del sozzoso.
Se fossi andata da Peppe 2, con la maionese erogata da pratici tubi che ricordano le zizze di vacca, avrei avuto delle visioni ancora più mistiche.
Il domandone di sempre è: perché quando siamo tristi mettiamo canzoni a dir poco malinconiche?
Cerchiamo di autoistigarci al suicidio? Vogliamo imitare la povera Sylvia Plath e mettere la testa nel forno, sorvolando sul fatto che lei il forno ce l’avesse a gas? (Particolare che una volta assimilato rende la faccenda solo tragica, e non splatter come temevamo).
Fatto sta che quando dobbiamo affrontare una rottura, e magari l’arrivo del ciclo (le disgrazie non vengono mai da sole), mica sentiamo Don’t Worry Be Happy, o rivediamo tutti i video di Padre Maronno.
No. Noi mettiamo su Nick Cave, Chavela Vargas o i Modà, a seconda della morte di cui vogliamo morire (decidete voi in quale caso sia meritata…).
Perché, figlioli, facciamo questa minchiata?
Magari per lo stesso motivo per cui in un film horror la vittima va esattamente in soffitta, a mezzanotte in punto, nella casa appena comprata dopo l’omicidio seriale dei precedenti proprietari. O ci andiamo a toccare ripetutamente quel brufolo orribile che così ci durerà un mese, finendo pure per dargli un nome, viste le dimensioni (io in gioventù usavo quelli della lirica, ricordo un Rodolfo formidabile).
Ok, cancellate l’ultima immagine.
Resta il problema del masochismo umano.
“Eh, preferisco sfogare, che poi sto meglio”.
Ci prendiamo per sfinimento, in pratica. E dopo che la buonanima di Chavela avrà giurato “Por Dios que me mira” di non tornare, piangendo di rabbia più o meno come noi, miiica scattiamo sull’ attenti alla prima chiamata dell’ (ex) amato bene? Che però vuole solo che gli restituiamo cuore e giubbotto.
Ok, manco va bene far finta di niente, e poi cadere ai suoi piedi in lacrime appena lui si presenta a una festa di amici con un’altra (scena realmente vissuta, con me, ovviamente, nella parte dell’altra).
Ma insomma, proprio non troviamo una soluzione migliore che finire di deprimerci?
Ognuno fa quello che vuole, oh. Ma, non so se è una cosa che capita solo a me, a lasciarsi il drammone in camera per fare una passeggiata, le cose vanno decisamente meglio. Scopriamo che non finisce mica il cielo e lo sapevamo, il mondo va avanti uguale, con la proverbiale cazzimma tanto amica di questo blog. Ma intuiamo pure che presto o tardi andremo avanti anche noi.
E se riusciamo perfino a sopportare la festa di cui sopra, con tanto di trenino e Tanti auguri a te cantati in tutte le lingue, magari troviamo pure qualcuno per la serie “Adesso ho le voglie di un 90enne assonnato, ma alla prossima sei mio!”.
Ovviamente “alla prossima” verrà in compagnia (e no, stavolta non sarò io).
Ma almeno vi sarete perfettamente ripresi e potrete rimpiangere l’occasione mancata con tutti i crismi.
Sembra fosse tradizione, per le fucilazioni, che una delle armi del plotone d’esecuzione fosse caricata a salve. Così, se qualche soldato avesse avuto rimorsi, si sarebbe consolato pensando che il fucile scarico fosse proprio il suo.
Una di quelle balle che ti racconti in un momento difficile per stare meglio. Come le bestie che abbandonano i cani pensando vabbe’, qualcuno lo trova e gli dà da mangiare. O quando siamo a dieta e ci diciamo dài, quante calorie avrà, questa fetta di tiramisù con doppia farcitura e supplemento di cacao in polvere?
Eh, però manco sta bene raccontarsi balle.
Meglio affrontare la verità, sempre.
E mangiarla, la fetta di tiramisù, sapendo che se il dietologo ti ha messo a riso integrale e zuppe senz’olio, allora stai facendo uno strappo alla regola, e te ne assumi le responsabilità.
Ma certe verità sono così scomode che almeno io me le faccio scivolare addosso, incandescenti come sono, senza quasi rendermene conto.
La morte di mio nonno è stata il mio capolavoro. Ci ho versato tre lacrime, di numero. Avevo 19 anni, sapevo che senza mi sarei sentita persa per sempre, perché era lo mio maestro e ‘l mio autore, come dice Dante quando chiede l’autografo a Virgilio (questa è di un amico). E allora mi sparai la balla che era prevedibile, era una cosa naturale, a quell’età, comunque soffriva… Ancora non era venuta la Kidman col nasone a insegnarmi che “Non si trova la pace allontanandosi dalla vita”.
Le balle in amore, invece, mi sa che ce le spariamo in tanti. Chiamiamo “alti e bassi” le montagne russe dello star bene una settimana, litigare quella dopo, e poi star bene, in un gioco sfiancante. “Ma non capita a tutti, così?” No. Alle coppie felici, no. “Poi mi annoierei”. Almeno per me, la storia che la felicità perpetua annoi ricorda un po’ quella della volpe e l’uva.
Tecnicamente tutto questo si chiamerà autoinganno, non lo so.
E non andrebbe fatto, ecc. ecc.
Tranne se sappiamo che è un gioco. Che ci concediamo una volta, come un cicchetto di troppo.
Come quando, morto il nonno, scoprii che la brutta tosse che sentivo ogni tanto da fuori non era sua, ma decisi di scordarmelo ogni volta che sentissi il vicino tossire. A patto di tornare coi piedi per terra un momento dopo.
Questo momento può anche durare una notte, a patto di tornarci, coi piedi per terra.
– I Pan di Stelle?
– Ce li ho.
– Tarallucci?
– Ce li ho.
– La pasta di Gragnano?
– Mamma, al carrer del Parlament hanno la Faella. Voi la trovate, al supermercato, la Faella?
Non si rassegna. Ma davvero, ormai a Barcellona trovo tutto. Specie da quando sono refrattaria a carne e affini, quindi il problema della pancetta paesana non si pone. Ok, finisco sempre per accettarne un pezzettino sottovuoto, per insegnare la carbonara senza panna agli amici non vegetariani.
Ma solo due cose mi mancano veramente, e non c’è verso di trovarle.
Una semplicemente non esiste. Non ufficialmente. È come il belief di Hume, o la mille lire a Sant’Antonio ‘o pezzantone, che ti ritrova gli oggetti smarriti e ormai si farà venerare in euro pure lui.
Detta anche menesta ‘i Fratta (la ‘e napoletana da me diventa ‘i) e, ho scoperto da poco, rucculillo ‘i Aversa. Foglie verde scurissimo e un sapore tra cavolo, broccolo e friariello.
di L. Di Donato
Sconosciuta nei supermercati e nei grandi centri ortofrutticoli. Me l’ordina mamma al fruttivendolo che passa con la laparella (l’Apecar). E quando arriva acala ‘o panaro, ancora di vimini rispetto a quelli di plastica blu a Napoli centro. Poi, nonostante le mie proteste, se la mette a “scegliere”, magari con nonna e la sua badante che per l’occasione si farà le tre croci ortodosse, tutte e tre ‘a smerza. Troppa grazia, Sant’Antonio (che in questo caso si rivela poco pezzantone).
La metto in valigia con tutta la bustona di plastica, a costo di lasciare a Napoli il piumino pesante, che nella soffitta polare a cui torno è questione di sopravvivenza. Morirò assiderata e contenta.
Non so come la fanno le mitiche nonne maestre ai fornelli, che le mie erano maestre e basta, ma io metto a soffriggere aglio e olio a fuoco lento, in una pentola bella capiente, e ci lascio insaporire per qualche minuto la quantità che ho scelto. Poi ci aggiungo acqua fredda q.b. e chi vuole se la mangia, se no c’è la pancetta sottovuoto.
Il creatore di Divano Marziano, che è vegetariano, una volta se n’è mangiati 5 piatti, con tutta la baguette del forno sotto casa.
E qui veniamo alle dolenti note, perché l’altra cosa che non trovo è il pane cafone. Cotto al forno a legna, perché tengo i vizi.
Mi accontento della mezzaluna che mi porto nello zaino, che se suona qualcosa faccio fare i numeri a Capodichino, e della settimana in cui mi potrò godere la bustona di oro verde.
Quest’anno me la porto per un pelo, eh, che alla vigilia di Natale mio fratello mi ha fatto girare tutti i fruttivendoli del posto in cerca di friarielli e ho scoperto che la gelata aveva giubilato tutte le verdure delle feste. Le piante erano state gelate a metà crescita, le foglie non si erano aperte proprio.
“Sono così gialle che stanno buono addo’ stanno“, ha dichiarato una fruttaiola storica.
Almeno per i friarielli, il cassiere di un supermercato proponeva il piano O: Orogel. Quasi piangevo.
Pure di commozione.
Perché le nostre campagne alla diossina, inguaiate per chissà quanto ancora da monnezza, sversatoi e chi più ne ha più ne metta, si perdono ancora per una gelata che m’impedisca di mangiare friarielli a Natale, menesta nera a gennaio.
A me, che volendo dal pako di Joaquim Costa trovo zucchine tutto l’anno e pomodori a ciliegina pure a gennaio. Che non sappiano di niente è un’altra storia.
Fortuna che il secondo raccolto mi fa partire fessa e contenta. Per la serie non ho un lavoro, ma ho la menesta.
Stavolta però un piattino me lo metto da parte, prima che passino le cavallette marziane.
La fila per il concerto a Santa Maria del Mar è lunga, cerco ‘nciuci per distrarmi.
– Sì sì – mi fa l’amico pettegolo. – Bel ragazzo, no?
Lo guardo. Pochi capelli, più robusto che alto. Senza Montse vicino non l’avrei manco notato.
– Eh – dico vaga. Saranno gusti catalani.
-Ehi, David, quello è il ragazzo di Montse? – alle nostre spalle si affaccia un’amica andalusa.
– Sì.
– Quant’è bello!
Quando mi succedono queste cose penso sempre a Enea, e alla faccia di Troisi/Tommaso quando vede per la prima volta il nuovo uomo della sua ex. Insieme al cammeo di Nuccia Fumo, è la mia parte preferita di Pensavo fosse amore, invece era un calesse.
Meraviglioso quando gli dicono “Vabbe’, adesso sei ancora scottato, non sei obiettivo”. Mi ricorda le volte che, diplomaticamente, provo a rispondere:
– Eh, forse i gusti italiani sono diversi.
Allora, se parliamo di una donna, mi si replica:
– È vero, scusa, non ha le labbra a canotto e un gommone per tetta.
E invece rivendico questa differenza di gusti, se si può sindacare su una cosa così mutevole. Il fatto che Desigual a Napoli non si faccia strada senza che qualcuno azzardi ancora lo scorrettissimo “Ma chi t’ha vestuto, Stevie Wonder?“. E che l’italico maglioncino sulle spalle, e i colori tetri che spesso completano il guardaroba, altrove sappiano un po’ di vecchio e “leccato”.
Ma non c’è niente di meglio della cultura pop per spiegare ciò che intendo. Prendete un tormentone come Tre metri sopra il cielo, paragonate lo Step italiano all’Hache spagnolo (senza scordare le rispettive Babi), e capirete di cosa parlo.
E dovrei pure starmi zitta, perché il cambio di gusti in Spagna va tutto a mio vantaggio. In generale mi sembrano più indulgenti dell’ipercritica Italia. Basta che tieni le gambe dritte, i denti a posto, i capelli più o meno sulla fronte, e schifo schifo non fai. Pure se vai in giro struccata, o sotto il maglione esibisci una tartaruga al contrario. Magari non è manco una questione di Spagna o della rilassata Inghilterra, che mi fece sentire un pagliaccio quando scoprii che su Oxford Road, a Manchester, ero l’unica truccata.
Ma non scorderò mai quando il prof del mio primo corso di catalano esibì una foto di Montserrat Caballé, con tanto di corna di scena (non so che opera fosse), e i latini della classe, maschi e femmine, dichiararono all’unanimità che in fondo era maca, carina anche lei.
Ribadisco, sono generalizzazioni, ma in Spagna da questo punto di vista mi sembrava tutto più rilassato, finché non ho ripreso a farmela con italiani. La critica del fenomeno la lascio fare a chi è più esperta di me. Ma è divertente passare da una comitiva in cui se hai abbinato la maglia alla gonna ti fanno “Qué guapa!“, a uno a cui leggi in fronte “Vabbe’, l’importante è che sei intelligente, poveretta, le tette ti spunteranno in un’altra vita”. Specie se l’individuo in questione, come spesso accade, ha un rapporto peso/potenza 1:1, e le misure di una caldaia.
Ok, chi è causa del suo mal…
D’altronde ho sentito così spesso dei connazionali maschi dire “Con chi mi metto, dopo quella sventola della mia ex?”, che ripenso al mio, di ex, quello britannico, dopo il quale con lo stesso ragionamento avrei dovuto infilarmi una cintura di castità e buttare la chiave.
Diceva:
– Voi italiani siete ossessionati dalla bellezza.
E in effetti lui, che passava inosservato tra le inglesi poco affascinate dai mixed race, una volta atterrato a Napoli diventava una piccola star, provocandomi qualche ulcera repressa con un sorriso finto.
E forse su sta storia della bellezza un po’ di ragione ce l’aveva.
Intendiamoci, come ossessione ho visto di peggio. Quello che mi dà veramente fastidio è la tendenza a credere universale la cosa più soggettiva e mutevole al mondo. Scordiamo che gli angeli di Victoria’s Secret, anche solo 50 anni fa, sarebbero stati messi all’ingrasso, oppure ce ne ricordiamo solo per condividere su fb la foto di una bella ragazza taglia 50 indicandola come la vera bellezza, con buona pace delle modelle Dove.
È questa superbia, che mi turba più di ogni altra cosa. E dire che quando Repubblica lanciò quell’appello alle donne perché si ritraessero con la scritta “Non sono una donna a sua disposizione”, imitate a stretto giro da Mafalda, le guardavo per ore dicendomi quanto fossimo belle, coi segni che la vita ci lascia addosso. I nasoni li vedevo anch’io, così come le rughe, ma io che m’annoio facile mi divertivo a constatare una volta di più che non esistessero due difetti uguali. E mi sembrava molto bello.
Qual è la cosa più banale che potrei fare, a questo punto?
Citare Totò dopo Troisi. Ma la banalità è come la bellezza, chi la definisce una volta per tutte?