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Il Quarto Stato da bere

Quando mi lamento delle volte che mi sveglio alle sette meno un quarto, come Quelo, lo so che mia madre si è alzata anche prima, per più di trent’anni.

So pure che tanti operai si alzano molto più presto per andare alla catena di montaggio, e che c’è gente che si fa un’ora di macchina, andata e ritorno, per portare mille euro a casa.

Quando mi lamento non lo faccio perché è faticoso, ma perché è surreale.

Per me lo è, farsi un’ora di treno per insegnare un’ora e mezza, due volte a settimana, nella stessa azienda, senza la possibilità di dare due lezioni di seguito, perché o cominci alle 8.30 o “i dipendenti si deconcentrano”. È surreale dover andare anche quando sai che non ci sarà nessuno, per via delle sovvenzioni, e non mi lamento con la coordinatrice perché una volta c’è dovuta andare lei, che non parla italiano, pur di portare la lezione a casa.

Di che ti lamenti, mi chiederete: per fermarsi a gente con la mia formazione, mezzo mondo vive con contratti trimestrali soggetti alle regole più strane. D’altronde c’ero anch’io, quando all’università una gola profonda spiegava che, delle tre entità che finanziavano il gruppo di ricerca, ne era rimasta solo una, ed elargiva due terzi in meno dei soliti fondi. Ma non credo che la soluzione sia pagare i professori associati cinque euro l’ora.

Allora, alla vigilia del primo maggio, lo chiedo a tutti: di che ci lamentiamo? Beh, del fatto che a lamentarsi, per esempio, si passa per giovani che non vogliono lavorare.

Oppure del fatto che non si fa nulla finché la cosa non ci riguarda in prima persona: che grave errore di calcolo, dimenticare che, come si dice oggi, siamo tutti “interconnessi”. Che se subaffittiamo una stanza a 600 euro per “arrivare a fine mese” aumentiamo gli affitti di tutto il quartiere, e quando ci aumenteranno l’affitto del 50% ce ne dovremo andare anche noi.

E non fatemi ritornare all’8 marzo e a chi, della folla oceanica su Passeig de Gràcia, vede solo le tre che entrano da Starbucks, e che la fanno sentir meglio per non aver manifestato.

Sta’ a vedere che la domanda finale resta la solita: “Per chi suona la campana?”.

E la risposta, purtroppo, la conosciamo.

Bella-ciao-Bandite-partigiane-guerra-mondialeSono reduce da questa festa del 25 aprile, e confesso che al momento d’intonare canzoni di lotta faccio un grande salto di ottimismo, e fiducia in me stessa:

“anche se ci aspetta l’orrore e la morte, contro il nemico ci chiama il dovere”;

“uniamoci tutti nella lotta finale, il genere umano è l’Internazionale”;

“andremo avanti come sempre ti abbiamo seguito, e con Fidel ti diciamo ‘Hasta siempre, comandante’ “.

Questi sono solo gli esempi in spagnolo. Non vi dico nemmeno “se io muoio da partigiana” (che anche le partigiane, e le staffette, morivano) dove mi dovete seppellire. E giacché Mattarella ha fatto lo spericolato paragone con “i ragazzi del Risorgimento” (ma non siamo nuovi ai tentativi bipartisan) devo confessarvi che quel “siam pronti alla morte / Italia chiamò” che da piccola intonavo ai Mondiali mi sembrava un po’ un’esagerazione, almeno nel mio caso.

Per questo, a maggior ragione ammiro e onoro chi davvero ha avuto il coraggio di fare tutto questo, sperando di poter affermare che, se mi fosse toccato, avrei fatto altrettanto.

Ma non posso giurarvelo: probabilmente, sotto minaccia di violenza fisica, farei qualsiasi cosa mi dicessero. Non credo neanche di dover chiedere scusa per questo, perché per me la storia del dovere non attacca: nessuno è costretto a fare l’eroe, è questo a rendere eroico chi lo fa.

Figuriamoci se la minaccia di violenza subentra in un contesto per cui non lotti né per un ideale, né per la tua famiglia, ma per portare la pelle a casa. Su questa linea, consentitemi di dire qualcosa su un argomento totalmente diverso: il processo per stupro che ieri ha fatto scendere in piazza migliaia di persone in tutto lo Stato spagnolo. Vorrei far notare che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in leggi che prevedano, in qualsiasi paese, che una o deve fare la martire o ci stava. Se le premesse sono queste, mi chiedo a quale sentenza giusta si possa mai arrivare.

Ecco, solo questo.

 

 

 

 

Risultati immagini per sant jordi i el drac Qualche anno fa, un assessore napoletano che era venuto a Barcellona per quest’evento propose su Facebook di esportare a Napoli la festa di Sant Jordi, il San Valentino catalano in cui le coppie e le famiglie si regalano un libro e una rosa (per tradizione la rosa va alle donne, ma ormai, per fortuna, è un po’ a piacere). Non vi dico i commenti infuocati! “Le feste non si esportano”, “La cultura appartiene ai popoli che la inventano”…

Mi veniva da rispondere, in catalano stretto, “Maro’, ce ‘e ‘cciso!” (“Santa Vergine, non ti sembra di esagerare?”). Passi la moda dei cornicioni a canotto, soprassediamo su quella delle pizze fantasia, ma in questi dieci anni di assenza mia a Napoli state mangiando hamburger di due piani che combinano cheddar e “pachino dop“… E poi rompete le semmenzelle (“ci tediate”) con Sant Jordi?!

Io dico che San Giorgio ci salverà, nonostante la chiesa l’abbia disconosciuto (o magari proprio per questo). E lo farà per tre motivi:

  1. È una festa che arricchisce i librai! Ok, non proprio, ma li aiuta: tanti catalani leggono almeno una volta all’anno proprio perché hanno ricevuto un libro in questa ricorrenza, magari il vincitore del premio apposito: quest’anno è un romanzo in cui il protagonista riesce a uccidere Franco! Ma mi sa che, purtroppo, il dittatore non è mai morto. Non vi aspettate chissà che romanzi sperimentali, comunque. L’apertura di quest’anno la faceva Almudena Grandes, che io non amo e voi conoscerete soprattutto per il film con Francesca Neri.
  2. Non si magna! Oddio, anche qui, c’è un piatto tipico di Sant Jordi: l’omonima coca. Che, esaltata in questo articolo su una pagina d’italiani a Barcellona, suscitò un unico commento: “La verità è che fa cagare”. Decine di like! Io preferivo il pane con i colori della bandiera catalana (secondo voi, perdevano l’occasione?!). Però cavolo, non riesco a pensare a una festa tradizionale italiana in cui il cibo non abbia una funzione importante… Niente di male, se non fosse che so’ sei mesi che quei due chili in più che mi segnalava la nutrizionista sono diventati tre. La piantiamo di mangiar bene?!
  3. Si decostruisce! Gente, non potete capire il valore che diano qui all’infanzia. E al femminismo, specie se consideriamo che lo stato spagnolo è una monarchia in mano al PP e all’Opus Dei! Insomma, per ogni versione tradizionale di San Giorgio (il cavaliere che salva la principessa dal drago), ci sono altrettante variazioni che insegnano qualcosa di nuovo della storia. Per esempio, una maestra amica dell’indepe propone ogni anno la frase: “La principessa si sentiva disprezzata perché…”. L’anno scorso era lesbica: i bambini hanno deciso che Sant Jordi sconfiggeva il drago e costringeva la principessa a sposarsi con lui, mandando alle ortiche il lieto fine. Insomma, puro GIENDER!11! Chiamate Salvini! E la Meloni che fa, decostruisce solo il povero Atreyu? (che poi quella “j” al posto della “y” mi ricorda il “coccotello” autarchico…) Vabbe’, lasciamo perdere. Io ripeto con commozione quella frase, letta non so dove, per cui “Sant Jordi non vuole insegnare ai bambini che i draghi esistono. Questo i bambini lo sanno bene. Insegna invece che si possono sconfiggere”. Ma la più bella resta questa microstoria, che vi traduco in italiano:

E la principessa, stanca di principi azzurri stinti, si avvicinò al drago e gli chiese: “Scusa, hai da accendere?”.

 Il bello e il brutto di Barcellona è che conosci persone di tutto il mondo.

“Il bello”, perché scopri il loro modo di pensare, i loro gesti, le espressioni.

“Il brutto”, perché scopri anche i loro traumi.

Ieri l’indepe di casa ha visto un amico serbo-croato-bosniaco (giuro) che ha vissuto nel suo paese fino a questa storia: la storia del pacchetto.

In realtà credo fosse un pacco, ma l’indepe si sarà confuso con paquet, in catalano.

L’amico aveva otto anni e andava con sua madre a portare il pacchetto allo zio.

Lo zio era rinchiuso in uno stadio con altri prigionieri, una moda dura a tramontare: la sua città era stata presa dai bosniaci musulmani, e lui probabilmente non aveva fatto niente, ma era croato.

La madre dovette lasciare il pacchetto all’ingresso, non poté vederlo. Del fratello seppe solo, tempo dopo, che era morto in un’esecuzione pubblica: non avevano avvisato le famiglie.

Dopo il racconto, tra me e il narratore c’è stato un momento di silenzio necessario. È quello in cui ci si inventano gli dei e le ricompense ultraterrene, o semplicemente si decide se non si può più andare avanti, dopo aver saputo che questo è stato, o se ce lo permettiamo. Spoiler: ce lo permettiamo.

Allora ho rotto il silenzio chiedendomi cosa metterei io in un pacchetto all’indepe, a mio fratello, al mio migliore amico, a mio padre, se fossero in uno stadio nella probabile attesa di un’esecuzione.

Centinaia di colis spediti in Francia per la Prima Guerra Mondiale, nelle lettere che ho studiato per la tesi, mi hanno insegnato lo stesso che qualche ora di volontariato: non devono mancare i calzini.

I calzini li vogliono i soldati e i barboni, in tutte le stagioni. È qualcosa che forse non potrò mai capire davvero.

In uno dei calzini, oppure nel cibo che li accompagnerebbe (roba già pronta, che duri un po’), nasconderei dei soldi, nell’ingenuo tentativo di non farli sgamare.

Magari ci metterei una cosa minima, una foto o un fazzoletto, che ricordasse subito al prigioniero quello che c’è fuori, per ritornarci almeno con la mente.

Sul biglietto sono indecisa. Sicuramente ci scriverei “Ti voglio bene”, magari addirittura “Ti amo”, anche se coi consanguinei mi farebbe comunque un po’ strano.

Quello che mi lascia nel dubbio è se scrivere o no “Andrà tutto bene”, anche se so di mentire, o, peggio, non lo so.

Magari spererei che a esprimerlo nero su bianco succedesse davvero. La superstizione s’infila sempre negli interstizi dell’impotenza.

Infatti mi sa che, alla fine, ce lo scriverei.

(L’indepe dice che è una canzone contro la guerra. Mi fido solo perché non volevo mettere il solito Bregović.)

 

L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto

Da “Jo vull votar adéu Espanya”, su Facebook

Ho fatto due conti: venerdì ho preso due treni e sei metropolitane. È vero che era una giornata speciale, con le “pagelle” ancora da chiudere per un errore mio, e con l’indepe di casa che dava una conferenza sui movimenti antifascisti italiani.

Mi sono persa quindi l’attacco surreale alla Siria, lo show di Berlusconi, e tutto quello che non fosse la corsa nella galleria tra la Linea 1 e la Linea 3 di Plaça Catalunya, dove campeggiava un annuncio gigante della Benetton che dichiarava la metro Gender-free zone, secondo una moda italiana che, per fortuna, mi sono persa.

Tanto ero troppo impegnata con la mia solita performance: mille modi di cantare ai turisti e a chi credeva di essere al mare la mia cara “Lievete ‘a ‘nanze ‘o cazzo”, hit in napoletano frattese (se no, mi dicono, sarebbe “levete”), da eseguire con tutte le canzoni che vi vengano in mente.

Prima di lasciarvi con la carrellata che più utilizzo, volevo specificare che ieri, invece, è stata una domenica fantastica: l’unico rumore di fondo era il solito elicottero (stavolta, Policía Nacional) che sorvegliava la manifestazione per la libertà dei prigionieri politici.

Ormai è diventato una parte rumorosa del paesaggio, così, dal belvedere del Parco della Primavera, l’ho ignorato bellamente, al contrario dei turisti di passaggio per Montjuïc.

Quello che non potevo ignorare, quando ho passeggiato un po’ più sotto, erano i curiosi “turisti” seduti ai tavolini del carrer Blai: tutti in giallo, e non mancava una bambina col fiocchetto tra i capelli a sostegno dei prigionieri politici. Qua e là un unico pacchetto di patatine aperto in mezzo al tavolo, oppure un solo montadito… Orpo, ho pensato, vuoi vedere che sono… ?

Sì, erano tutti catalani! Quelli in piedi sciamavano avvolti in bandiere e t-shirt giallo fluo in un’area che ormai tendeva a sfrattarli a beneficio di clienti più danarosi. La  manifestazione aveva invaso il Paral·lel: l’indepe di casa era tra loro, ma non ho neanche tentato d’intravederlo, sicura che quella marea umana si snodasse fino a chissà dove.

Meno numerosi, ma comunque tanti, erano quelli che sabato sera festeggiavano la Repubblica in Urgell con un flamenco di qualità. Ma quelli, mi sono accorta subito, non avevano il nastrino giallo, e comunque sabato si festeggiava la repubblica spagnola: “la repubblica d’altri”, scriveva su Facebook  un maiorchino che, appunto, aspettava di festeggiare “la sua”.

Fatto sta che io a questi, con o senza nastrino, con o senza repubblica da festeggiare, a questi qua non chiedo mai di scansarsi. Neanche in metro.

Per tutto il resto, c’è la top 10:

10) Cominciamo con SanremoUna vita in vacanza: so che tu stai in vacanza / a paella e sangria / c’è la folla che avanza / e tu invece mi stai tra i coglioni

9) Un grazie allo Scienziato dei Coldplay: si nun te lieve / ‘a ‘nanze ‘o cazz’ / nun saccio chiù che aggia fa’ / corro al binario / ma tu staje annanze / nun te pozzo suppurta’ / nobody said it was easy / che po’ ‘na metro ‘eva piglia’ / nobody said it was easy / ‘a meglia soluzione, ‘o saje, sta ccà: / ‘a ‘nanze a me t’ ‘e ‘a luva’

8) Omaggio a Eros, gettonatissimo all’estero: E ci sei / annanze tu / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / è ‘a vota bona che te manno a cac… ehm / che stevo a di’ / no, non dimentico / è ‘a terza metro che / mo’ passa annanz’ a te… 

7) Versione flamenco, sul grande Camaron: sto in ritardo / e devo pigliar la metro / si tu nun te lieve ‘a ‘nanze / io ti strapperò il biglietto/ io sto in ritardo e tu me staje annanze ‘o cazz’ / e mo’ te straccio la cammisa, la camisita… 

6) Versione salsa, su La vida es un Carnaval: Ua’ / mo’ t’ ‘e ‘a luva’ / si ‘n te lieve ‘a nanz’ o ca’ / las sandalias te voy pisando…

5) Versione per i pendolari, sull’inno catalano: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / pozzo correre ‘o binario / endarrera aquesta gent / che se crede che sta ‘o mare / bon cop de falç / bon cop de falç / e largo ai pendolaaari / bon cop de falç

4) Su La vie en rose (solo per turisti francofoni): si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / je me pozzo spusta’ / pozzo cagna’ binario / tu passigge a Marechia’ / comme si fusse là / io invece sto in ritardo…

3) Sul ritornello di Creep: e lievete ‘a ‘nanze / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / what the hell are you doing here? / you’ve got your route wrong

2) Sul ritmo di Comme facette mammeta: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o caaazz… / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro…

1) Grazie a Totò‘A cammesella: e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ io ti sparerò / sia benedetta mammeta, la madre que te parió!

145607806-fccd61c1-5e19-4009-b9b1-a8f77667fe9dCerti commenti di veterani a Barcellona, di quelli che hanno studiato alla “scuola della strada“, mi fanno ripensare al Fertility Day: a quei tempi, in una delle tante baruffe su Facebook, un utente anziano intonava un inaspettato inno stevejobsiano all’intraprendenza personale, chiedendomi “perché non me la creo io, la possibilità di avere figli”. Che per lui chiudeva tutto l’argomento. Smettete di lamentarvi, giovani perdigiorno, rimboccatevi le maniche (il più inflazionato dei cliché) e createvi le possibilità che volete.

Per me questo signore aveva ragione, ma perdeva completamente di vista il problema. Come lo perdono gli italiani che come me, a suo tempo, hanno fatto il Nie in una sola giornata, o addirittura ricordano i tempi in cui al consolato non c’erano file per l’AIRE. Nonostante questo, “insegnano a campare” a chi, magari con scarso spirito d’iniziativa, non riesce a procurarsi queste cose oggi.

Ebbene, non deve fregare né a loro né alle istituzioni cosa facciamo noi per “arrangiarci”, per ottenere quello che dovrebbe essere un diritto ed è diventato un’impresa. Gli deve fregare cosa fanno loro, per aiutarci, specie le istituzioni, che non sono chiamate a dare consigli prescindibili, ma a “fare il proprio dovere”. 

Condivido qualsiasi inno all’iniziativa personale, basta che non sposti l’attenzione dai diritti negatici alla nostra abilità nel procurarceli comunque. Il primo resta un problema di assoluta priorità.

Ma no, per i criticoni educatisi alla “scuola della strada” dobbiamo perdere ogni pretesa di essere aiutati da chi (il consolato, il commissariato…) sarebbe lì proprio per quello. E questa “lezione di vita” è l’unica perla di saggezza che, a loro volta, ci elargiscono.

Quello che non possiamo accettare è che l’unica soluzione diventi dare per scontato che l’unico aiuto che riceveremo mai venga da noi stessi.

I diritti ce li abbiamo anche se, purtroppo, abbiamo imparato a farne senza.

L'immagine può contenere: sMS

Elaborazione grafica di Andrea Visentin

Ieri abbiamo dato la seconda rappresentazione di uno spettacolo scritto da me e altri tre attori. Parlava degli italiani a Barcellona, e le scene scritte da me cercavano d’illustrare il surrealismo di operazioni apparentemente semplici come ottenere un documento per lavorare, o affittare una stanza con la possibilità di dichiararla come domicilio.

Lo spettacolo è andato bene, c’era molta gente.

All’uscita, però, mi sono accorta che la vita reale mi aveva battuta, come sempre, dieci a zero: tra gli spettatori c’erano un ottimo grafico, un’autrice di letteratura infantile, una fotografa e altra gente che si è occupata, a livello più o meno professionale, di attività creative.

A un certo punto, l’autrice ha guardato gli altri e ha detto:

“Ehi, ma eravamo nello stesso call center!”.

Ironia della sorte, era il dipartimento che si occupava di riscossione debiti di una grande banca americana.

“Ma certo!” le hanno fatto eco altri due. “Tu lavoravi con il Porcu, la Visentin…”.

Insomma, a giudicare dai cognomi, mezza Italia era venuta qui a Barcellona per telefonare a gente indebitata con una banca e convincerla a sganciare i soldi.

Il dibattito è antico, sulla pagina che modero: che partite a fare, se finite in un centralino?

Beh, anche le risposte sono antiche (“In Italia nemmeno quello”, “Poi si trova di meglio”, “Vuoi mettere con Barcellona?”) e si riassumono in tre parole: sto meglio qua.

E poi di quello stesso dipartimento conoscevo mezzo reparto olandese, senza contare i vari scandinavi: magari quelli si sono fermati solo qualche anno, o dopo un po’ si sono goduti il sole da scrivanie più redditizie. Diciamo che l’inglese aiuta più dell’itañol.

Però è singolare che si parta convinti di fare chissà cosa, e si finisca a fare “i camerieri d’Europa” (con un terzo dell’accortezza di un cameriere professionista). E dopo dieci anni, in qualche caso, ci si ritrovi comunque in un call center.

Provo sempre a scrivere qualcosa sui tanti Young Adults immersi, a volte intrappolati, nella stessa vita che facevano all’arrivo. Ma non gli rendo mai giustizia.

La domanda delle domande resta sempre: ne vale la pena?

E se sono contenti, claro que sí.

 

Immagine correlata So che la notiziona è che Puigdemont è uscito di galera.

Ma io, che sto sempre sul pezzo, volevo dire che le reazioni, per fortuna tiepide, mi ricordano uno scenario anteriore: all’inaugurazione del Mobile World Congress, il re di Spagna è tornato in una città a lui ostile e si è scatenato l’inferno. Sapete qual è stato il problema, quella sera, per qualche connazionale a Barcellona? La cena, rovinata dallo sbattere di pentole.

Oppure, uno scenario apocalittico: se i catalani non la smettevano, il Mobile World Congress l’avrebbero spostato a Madrid (rabbrividiamo).

Io andavo a un incontro in cui dovevo fare pure un intervento, ho costeggiato file di camionette della polizia (e questi di qua mi spaventano a morte), e mi hanno chiuso la strada sotto al naso. Però, pur non essendo indipendentista ho considerato che quel signore, come si direbbe a Napoli, è ghiuto ‘n paraviso pe’ scagno (è finito in Paradiso per errore), perché prima di morire un tiranno ha designato suo padre come capo di stato. Nonostante questo, dopo una crisi politica di cui possiamo parlare per secoli, ma che non si è verificata nel modo più democratico, non ha saputo far altro che richiamare all’ordine precostituito, e ringraziare le forze dell’ordine per il lavoro svolto.

A questo punto io lo tollererei, che i miei vicini di idee politiche diverse battessero le pentole per un po’.

Ma no: partendo da un disagio reale (qualcuno deve dormire, qualcuno ha i bambini piccoli…) si arriva allo stesso principio per cui gli assorbenti non devono andare nel paniere dei prodotti a basso costo, secondo benaltristi di sesso maschile.

Insomma, credo che si confonda la legittima aspirazione a non essere disturbati dalle lotte altrui con quest’equivoco universale per cui l’unica cosa che conta sono i cazzi nostri.

Come si dice in questi casi?

“Spero di essere smentita”.

(Questo fa ridere senza commenti.)

Risultati immagini per zuppa vegana di lenticchie

Il mio pranzo di Pasquetta, da vitadonna.it

Io poi me lo scordo, che vivo in un universo parallelo.

Quello in cui, mentre la mamma di Casa Surace perpetua il cliché delle terrone schiave-dei-fornelli, io esco all’una della domenica di Pasqua, con i fornelli spenti e una tuta così inguardabile, ma così inguardabile, che tre giovinastri in tenuta hip-hop e stereo cominciano a farmi pssst pssst.

Una volta a casa, metto su la zuppona vegetale che sconvolge tanti mangiatori italiani di agnello al forno (pietanza che ho sempre schifato anche quando divoravo costatelle). Peraltro mi rimane un dubbio: il castiga-vegani medio si esprime a grugniti per omaggiare il suo piatto preferito, o per coinvolgere nel linciaggio anche l’odiato Dante Alighieri? Miii, è il caso di dire “due piccioni con una fava”!

A fine pasto, arrivo a chiedermi se non esagero a mangiare ben due quadrati di cioccolato fondente (non per la dieta, per il mal di pancia): poi vi immagino combattuti tra la terza fetta di casatiello e la quarta di pastiera e mi dico vabbe’, sopravviverò anch’io.

Anche oggi che è Pasquetta, continua per me l’Operazione Sepolcro: quello lì è risorto, io ancora no. Ho pure finito quasi tutte le provviste, e non voglio entrare in un esercizio commerciale a Pasqua, che in Catalogna si festeggia oggi: in forno ho il pane appena fatto (no, non è lievito madre, sticazzi anche quello), e per il companatico andrò di lenticchie pardinas e Instant Pot.

Perché se non si è credenti dovrebbe essere normale, secondo me, scegliere liberamente se seguire il calendario e abbuffarsi coi parenti, o prendersi la pausa che vogliamo, quando la vogliamo. Non lo dice anche il proverbio? Natale con i tuoi… Tanto a Barcellona due giorni di ferie, ci danno: il venerdì santo e il lunedì di Pasqua. Certi ponti sono più lunghi!

Purtroppo non toccherò mai i livelli della vicina nordica, che se ne sta in bikini a prendere il sole con una temperatura che varia dagli 11 gradi ai 15. Qui siamo assuefatti anche a questo, e non mi dispiace: i miei amici italiani in visita hanno un bel rifarsi gli occhi, davanti all’ondata improvvisa di giovani seminude di tutto il mondo, ma dopo un po’ capisci che il nudo è una cosa “wow wow wow” solo per chi è stato sempre abituato a reprimersi. Come quei coetanei “gentiluomini” di mio padre che si sentono gran signori a “guardare altrove”, senza rendersi conto che stanno trasformando un corpo in un problema.

È stato dunque con rammarico che ho dovuto contraddire il grande Tony Tammaro, in quella zona libera da amargados che è stata il suo concerto a Barcellona (vista l’assenza di chi lo disprezzava senza conoscerlo).

Quando il Maestro ha attaccato il consueto rock tamarro di Pasquetta, ci ha fatto la domanda di rito:

“Si nun tenimme ‘o custume, comme ce facimme ‘o bagno?”.

Al che ho dovuto gridare:

“Senza niente ‘n cuollo!”.

Ma, oggi e solo oggi, “C’ ‘a mutanda!”, Tony.

Perché oggi ricorre l’unica data del calendario che rispetto ciecamente: il momento di acchiappare a Peppe.

 

 

procesion. Procesión legionarios

Dall’edizione online de El Jueves

So che in questa giornata si celebra uno inchiodato a una croce con tanto di corona di spine, costato trafitto e aceto come unica anestesia (quando si dice Sweet Friday!), ma volevo dirvi che sto prendendo male queste vacanze. Sapete perché? Non ci credo! Penso: minchia, martedì ricomincia tutto.

Lo so, sono in buona compagnia: ho appena sentito un’amica siciliana che sta nelle stesse condizioni! E si è inserita pure nella scuola pubblica, dopo un odioso master-pedaggio da pagare alle università catalane, e un anno e mezzo ad aspettare l’equipollenza del titolo. Ma sta succedendo anche a voi, immagino, di pensare che finalmente potete riprendere fiato… E ritrovarvi, invece, a sprofondare su un divano tutto il giorno! Meglio se con una pastiera davanti.

Quello che, credo, succederà solo a me è il fatto di passare Pasqua da sola, grazie ai voli proibitivi e all’indepe di casa in giro per conferenze. Ma credetemi, non vedo l’ora: la famiglia la vedo spesso, per fortuna, e, benché non rompa le scatole a chi ci si diverte, personalmente sono stufa di mangiare una cosa o telefonare a una persona solo perché il calendario dice così.

Inoltre mi sono accorta che l’idea moderna di lavoro è fatta per rincoglionire, e non vado neanche a zappare la terra! Ma ho colleghe prof. d’italiano che per arrivare a mille euro devono lavorare in tre scuole diverse, in questa giungla in cui prendi il treno delle 7.42 e ti fai un’ora di viaggio tra andata e ritorno per insegnare solo un’ora e mezza. E guai a proporre al manager dei tuoi alunni di accorpare le ore d’insegnamento: i corsi di lingue devono cominciare tutti alle 8.30, metti che poi spezzi il ritmo produttivo! In compenso, ormai con quattro tazze di tè nel tuo bar preferito bruci i guadagni di un’ora di lavoro (e li ho sgamati, l’hummus che propongono a 7 euro è fatto coi ceci del Gourmet): ma ehi, la gentrificazione è un problema immaginario!

E poi ci sono le infinite attività gratuite che si fanno per “interesse personale”, per coltivarsi ecc., e finché sono volontarie, chi è causa del suo mal pianga se stesso: però si era già detto che l’oretta sacrificata a quell’attività culturale può diventare una settimana intera passata ad alimentare l’ego di chi organizza. Anche la megalomania è un problema immaginario, vero?

Non sorprendetevi, dunque, se incontrandomi mi troverete un po’ zombie. E spero non vi dispiaccia se, parlando di “lavoro volontario”, mi permetto di dire che la retorica della gavetta ci ha sfracellato le gonadi, specie quando si applica a chi ancora non lavora, e chissà quando lavorerà davvero.

Ben vengano i progetti di alternanza scuola-lavoro che insegnino cose, che trasmettano un’idea del lavoro come dovrebbe essere. Ma il fatto che noi siamo stati sfruttati a sangue per fingere adesso di essere usciti dal precariato non significa che una liceale, oggi, debba essere “costretta al volontariato”, svolgendo lavori poco qualificati e tacendo pure sulle molestie ricevute.

Anche tu, “collega” espatriata che dici che lavare piatti a Londra è formativo, perché insegna l’umiltà, non credo che per giungere a queste conclusioni conservatrici fosse necessario lasciare la “serva Italia, di dolore ostello”. E per finire proprio in un ostello, che nella capitale inglese costano pure assai!

Ognuno si crea la sua retorica, e il dolore ne forgia tante. Ma in questo giorno che celebra il dolore come feticcio, e finanche come ricatto morale (“guarda cos’ho fatto per te”), perché non ci diciamo che le lezioni le possiamo prendere da tutto, senza necessità della sofferenza inutile?

In spagnolo un nostro noto proverbio si traduce con: “ciò che non uccide, ingrassa”.

Ecco, facciamo che almeno questa Pasqua ci ingrassa solo il casatiello.

Anche se io, nella mia Pasqua senza agnelli (ma poi i maiali e le galline che vi hanno fatto?), mi prendo una soddisfazione che in pochi condivideranno: quella di mangiare il cavolo che mi pare.

 

 

 

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