Archivio degli articoli con tag: amore non corrisposto

Ecco qui (scorrendo dal basso) le puntate precedenti.

Alcuni nomi e fatti sono stati alterati per questioni di privacy, ma le cose sono andate più o meno così.

Se resto

Alla fine un’ora è poco.

È un’altra gag di Bruno arrivare tardi, ammesso che arrivi: un’ora è il minimo, scherzano a volte i suoi amici dello Spazio.

Il mio, di Amico, mi chiede in collegamento da Napoli chi me lo fa fare. E dire che da un po’ rigavo dritto! Avevo preso casa da sola, e mollato il mondo accademico appena avevano smesso di pagarmi. Avevo lavorato il tempo sufficiente a beccarmi un sussidio. Se li invitassi a pranzo, quei due o tre matti che mi vengono dietro non si presenterebbero certo con un’ora di ritardo! Cos’altro voglio?

Sentire, rispondo. “Rigando dritto” ho rimediato un licenziamento improvviso, un vicino che distrugge le antenne, e amici che desiderano, sopra ogni cosa, installarsi un ascensore. Con Bruno è assurdo che ci capiamo in tutto, ma è così. Vorrei non sentire ciò che sento, ma ciò che sento è lì. E sono stanca di avere paura. Di cosa, chiede l’Amico. Rispondo: di scoprire ciò che voglio.

L’Amico mi informa che sembro la sorella scema di Laura Pausini. Poi si arrende, tanto Bruno ha appena suonato al citofono.

Una volta che ha divorato il pranzo, il mio ospite difende con ferocia il suo diritto a pensarla a modo suo, ad “avere dei gusti”, a fare ciò che gli pare. E allora lo dicesse, mi ostino: dicesse che c’è qualcosa che va al di là delle sue hit parade, dei suoi schemini così ordinati! Quando l’ho messo proprio alle strette, lo sento sbottare:

“Vuoi sentirmi dire che ti stenderei? Come se avessi problemi ad ammetterlo!”.

Lo urla come se litigasse con sé stesso, poi se la prende con me: sono contenta, adesso? Forse è solo imbarazzato, forse non sapeva dirlo in altro modo. Nel mio salotto cala un silenzio che non so riempire, perché non so cosa voglio. Così è lui a rompere gli indugi.

Accostando la sedia mi abbraccia come se stesse affondando, e volesse aggrapparsi alla mia schiena. Sembriamo controfigure in Titanic: due passeggeri che non hanno raggiunto in tempo la scialuppa. A un certo punto mi aspetto davvero che una voce fuori campo gridi: “Stop! E ora, rifatela meglio”.

Almeno le sue labbra sono piacevoli da mordere. Dio, quanto detesto gli almeno.

Dopo mi chiede se può restare a dormire. Mi giro verso il libro che tenevo già pronto sul comodino: un’edizione economica, con immagini tratte dal film. È la storia famosissima di una coppia che si forma solo quando tutti e due sono disposti a cambiare.

“Ti spiace se resto, allora?”.

Dalla copertina, Keira Knightley mi sorride con gli occhi altrove.

A venerdì per il seguito!

Se vi piace ciò che scrivo, date un’occhiata al mio Sam: non glielo ricordate, ma ha vinto un premio proprio figo.

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Alcuni nomi e fatti sono stati alterati per questioni di privacy, ma le cose sono andate più o meno così.

Ti avevo avvertito

La mia è una rabbia ipocrita.

Di ciò che vomito a Bruno in chat penso ogni parola: gli sembra normale catapultarmi in quella sua classifica campata in aria? Scommetto che alle donne dà anche i voti da uno a dieci!

Ma ciò che mi ferisce di più è che, per lui, non sono neanche un sette.

Bruno mi oppone una logica stringente: eppure me l’aveva premesso! Lui non sa mai cosa dire e cosa no, cos’è che il mondo è disposto a sentire. Sembra convinto che mettere le mani avanti lo assolva da tutto. Io ti avevo avvertito.

Anche l’uomo col mastino mi aveva avvertito. Eravamo quasi amici: l’italiana dell’attico e il tipo che era cresciuto nel palazzo, restandoci grazie a un antico calmiere sugli affitti. Si censurava quando voleva prendersela coi guiris, stranieri bianchi come me: ci chiamava turistas. Aveva incassato impassibile il mio “No, grazie” quando, dopo una birretta dietro l’angolo, mi aveva invitato a prendere un bicchiere da lui. Prima mi aveva mostrato scherzando gli addominali scolpiti, e mi aveva pure spiegato che, da bambino, giocava a calcio dove adesso c’era il mio terrazzo. Quella era casa sua, mi aveva avvertito. Eppure non poteva più abitarla a suo piacimento: il mio terrazzo era chiuso da un muricciolo, e quello attiguo, accessibile all’intero condominio, era invaso “dalle antenne dei filippini”. Adesso come faceva lui, a prendere il sole nudo?

Aveva tagliato i cavi delle antenne senza sapere che tra quelle c’era anche la mia. Pensava che gli dessi ragione lo stesso: tanto ce l’aveva coi filippini, io a casa sua potevo restare! Poi aveva scoperto cheç, in fin dei conti, non gli ero tanto solidale. Era stato poco prima che si procurasse il mastino.

Anche adesso sento rumori, ma è troppo presto. Da quando ha cambiato il lucchetto del terrazzo condominiale, l’uomo col mastino sale soltanto di notte. Ma il piccolo tonfo sul mio terrazzo mi spaventa un istante solo: è la gatta dei vicini. La vita non fa poi così paura.

Bruno in chat continua a fare quello ragionevole: vatti a fidare di una che fa l’amicona, quella con cui si può parlare di tutto!

La gatta tigrata mi fissa, in attesa delle crocchette. La osservo e digito:

“Ti va di parlarne dal vivo? Vieni a pranzo da me sabato prossimo”.

A mercoledì per il seguito!

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Hit Parade

E quindi?

Tutto ciò che ho scoperto dalla “confessione” notturna è che lui magari mi avrebbe baciata, come avrebbe fatto con altre mille. Devo approfondire.

Il sabato successivo siamo di nuovo insieme, di notte, diretti alla metro sulla Rambla.

È stata una di quelle giornate per cui benedico Barcellona: festa di beneficenza allo Spazio, vini fruttati e incursioni proibite sul tetto del palazzo, ad ammirare le guglie di Santa Maria del Mar. Non ho pensato neanche un momento all’uomo col mastino. I Morti di Figo hanno fatto salire certe turiste a brindare con noi, e un cantautore simpatico, un amico di Bruno in visita, ha intonato qualche canzone in dialetto. L’amico cantautore si era già defilato con una, mentre Bruno e io vincevamo il quiz. Gli altri della squadra hanno preteso che ritirassi io il premio: me l’ero guadagnato, dicevano. Solo Bruno non ha fatto commenti. Era sempre sicuro delle sue risposte, e spesso le sbagliava. Ora che siamo soli, e la Rambla è a due passi, come una bambina cerco di estorcergli un complimento qualsiasi.

Eccomi accontentata.

“Non so mai se dire queste cose o no. Però tu…”.

“Io?”.

“Tu sei una via di mezzo tra una ragazza carina e una simpatica. Certo che ce ne sono, di più fighe di te, ma magari sono insopportabili!”.

Perfetto. Barcellona scompare insieme alla giornata allegra, e io torno al bellella.

L’aspetto fisico mi ha condizionato la vita, come succede un po’ a tutte. A Barcellona, città generosa e un po’ cecata, sono stata definita guapa, bonica, o anche buena, da uomini e donne che si divertivano del mio stupore. Non sapevano che in Italia c’era dibattito.

“Pe’ me è bellella!” ripeteva un bambino al parco quando avevo già vent’anni, e il compagno di giochi rispondeva con un secco “Ma statte zitto!”. Certi uomini invece scherzavano a bassa voce, ignari del mio udito bionico: quello che apprezzava “il mio tipo di donna” veniva sfottuto dai paladini della bellezza mediterranea.

Bruno non ha avuto bisogno di deliberare. Mentre cammina è come se le sue dita disegnassero in aria una classifica generale: una “hit parade” di donne, piuttosto che di canzoni. Le nordiche tormentate sembrano schizzare fin sopra i palazzi, e una catalana più minuta e formosa si ferma a un metro dal suolo. Peccato che non sia più carina, dichiara lui, ci si troverebbe bene.

Non riesco a replicare: il premio del quiz era un liquore italiano, e sono brilla. Mi immagino a occupare un posticino giusto al centro di quella classifica “campata in aria”, più o meno in corrispondenza del suo stomaco: sono una merendina stantia, da scartare solo quando non si ha nient’altro da mettere sotto i denti.

Come mai uno brillante, pieno di umorismo e generosità, può diventare così con le donne? Può catalogarle, valutarle in base alla lunghezza della coscia o all’ago della bilancia… Su questo argomento c’è come una moratoria, qualche connazionale mi direbbe persino che lui, “almeno”, è stato sincero.

Io detesto gli almeno.

Il giorno dopo, la sbronza cede il passo alla rabbia. È con quella, e un mal di testa epocale, che decido di affrontarlo una volta per tutte.

A lunedì per il seguito!

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Dove l’hai pescato

Mi alzo sulle punte per baciarlo.

Per un istante il movimento gli deve apparire brusco, come se io non sapessi dove andare a parare. Quando sono vicina al suo volto, ricordo: una volta l’avevo visto cadere dalla sedia.

“E questo dove l’hai pescato?” aveva riso un’amica.

Era per lei che Bruno era caduto dalla sedia: per i suoi occhi blu e i lineamenti affilati. Il tempo di vederla seduta nel bar e aveva iniziato a esagerare i gesti, fino a rovinare a terra.

L’amica Occhiblù faceva parte di un gruppo italo-spagnolo che avevo provato a unire io, con grande entusiasmo dei ragazzi. Le ragazze si erano conosciute a “danza Bollywood”, si annoiavano quando l’insegnante spiegava la storia dei passi. Uno dei ragazzi mi aveva tenuto una sera intera a spiegarmi l’aspirazione del momento: convincere i vicini del palazzo a installare l’ascensore! Anche io volevo diventare così: quella che sognava l’ascensore. Non una che passava la notte a parlare fitto con Bruno.

Alla fine gli scocco un bacio per guancia e corro via. Sulle scale, tutto è silenzio.

Il sabato successivo, a una festa allo Spazio, una ragazza un po’ alticcia si rifugia tra le braccia di Bruno. La tampinavano due della claque del Figo, che io ho ribattezzato “i Morti di Figo”. Bruno di solito incassa con benevolenza i loro sfottò, ma stavolta insorge. Con dolcezza dissuade i Morti e tranquillizza la ragazza, e all’improvviso me lo immagino a salvarmi dall’uomo col mastino. Alla faccia dell’indipendenza, del sapermela cavare da sola.

Quella notte stessa, il mio eroe si lamenta in chat perché non batte chiodo.

Sulle app d’incontri non si spiega l’insuccesso di messaggi suoi tipo: io sono un disagiato, e tu mi deluderai. Gli confesso che a volte mi sembra quasi compiaciuto di non combinare nulla, e lui protesta: certe sere, quando parla con una, spera davvero che ci scappi un bacio. Ma la tizia di turno non la pensa uguale.

Allora trattengo il fiato e digito:

“Io ti avrei baciato, l’altra notte”.

Per un po’ devo spiare lo schermo vuoto, poi lo vedo scrivere.

In effetti, ammette, quella notte si era creata un’atmosfera strana.

A venerdì per il seguito!

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La Corte dei Miracoli

“Quello lì, no”.

Ripenso a questa frase mentre Bruno mi raggiunge in tre balzi, puntando le mie patatine.

Con quello lì non avrei mai parlato: me l’ero giurata la prima volta che l’avevo visto.

Inauguravano lo Spazio, lui era salito con altri sul palco a dire qualche parola, ma dal pubblico non gli lasciavano aprire bocca da quanto lo sfottevano. Mi ero irritata io al posto suo, e avevo fatto male. Ringraziando per “l’attenzione” si era scostato la zazzera dagli occhiali, e aveva accarezzato una barba che non si radeva da chissà quanto. Solo allora mi ero accorta che sorrideva.

Da quel momento l’avevo sempre visto davanti a un pubblico di qualche tipo, e sempre curvo, come a volte lo erano gli uomini alti: sembrava che il mondo gli andasse stretto.

Gli chiedevano pareri su tutto, dalla politica al porno amatoriale, e lui rispondeva a voce molto alta, tra iperboli fantasiose e doppi sensi. Era il membro perfetto della Corte dei Miracoli. Un ex compagno di università chiamava così i miei amici rimasti in Italia: artistoidi che trattavano la vita come una mano di carte già persa.

Era per questo che mi ero detta: “Quello lì, no”.

Avevo messo un mare tra me e la Corte dei Miracoli, ed ecco che quella si presentava apposta per riacciuffarmi.

“Ah, erano tue? Pensavo fossero in comune!”.

Bruno ha spazzolato i due terzi delle patatine: per lui tutto il cibo è in comune, cioè suo. È un’altra caratteristica che fa sganasciare la gente.

Anche lui ride tanto: la sua risata è contagiosa, troppo, e io ho ancora fame. Mi alzo dallo sgabello e faccio per salutare.

Ma sono appena arrivata, protesta lui. Continua a far coincidere la mia apparizione col momento in cui mi ha vista. Mentre sto per richiudere la porta a vetri, mi sento trattenere per un braccio.

“Ti accompagno. Chiacchieriamo un po’, poi torno a piedi a casa”.

Vive a cinque fermate di metro.

Mantengo gli occhi sulla strada al di là del vetro. La via del ritorno è buia e squallida, e prima di uscire ho sentito rumori sul terrazzo condominiale, da cui mi separa un muretto risibile… Sono quasi certa che era lui, col suo mastino. Lascio trascorrere un istante di troppo, poi decido.

“Dai, andiamo”.

E sorrido alla sua immagine riflessa nel vetro.

A lunedì per il seguito!

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Alcuni nomi e fatti sono stati alterati per motivi di privacy, ma le cose sono andate più o meno così.

Stay hungry

È buio e ho fame.

Ho trentun anni e molti amici invidiosi, perché vivo a Barcellona: cerveza, sangría, fiesta… Beata te, mi dicono.

Rispondo che ho perso il lavoro insieme a tutto il mio dipartimento. Nel licenziarmi, il manager belga mi ha confessato che suo padre era stato un ricercatore in materie umanistiche, come me. Insomma, gli facevo un po’ pena.

Adesso è novembre, io prendo un sussidio e Steve Jobs è morto da un anno. Da un anno circola un suo discorso all’università di Stanford: “Stay hungry, stay foolish”.

Io però non so bene di cosa ho fame.

Forse stasera, mentre girovago intorno alla Rambla, mi mancano un po’ gli gnocchi sfatti. Il nonno li amava stracotti, e le donne di casa glieli preparavano così. A un certo punto mi era sembrato assurdo: l’amore doveva significare per forza adattarsi alla volontà di qualcun altro?

Alla fine approdo al bar sozzo, l’ultima spiaggia prima di tornare a casa. Ovviamente li trovo lì: i superstiti di una riunione a cui non ho partecipato. Frequento poco lo spazio artistico che gli altri espatriati chiamano semplicemente “lo Spazio”. Un po’ mi incazzo pure: non dovevano venire al concerto dell’Absenta?

“Quel locale è il passato”.

Il Figo giá si regge al bancone, da quanto ha bevuto. Che non abbia ottenuto la promozione al lavoro? Siamo strani, noi. Ci siamo lasciati dietro il precariato italiano per un’illusione di indipendenza, e a vent’anni funzionava: i cugini rimasti in Italia vivevano ancora con mamma e papà. Adesso i cugini iniziano a “sistemarsi” e noi siamo ancora nei call center, o in fila nelle segreterie di facoltà.

Ordino una birra e supplico la cameriera: “Puoi aggiungerci delle patatine?”. A quest’ora non le sarà rimasta neanche un’oliva. Accanto al bancone, un sessantenne con un cappellino da baseball sta facendo ridere una biondina alticcia. È osservando la strana coppia che intravedo lui.

Appollaiato nell’angolo tra il bancone e la parete, Bruno contempla la biondina come farebbe con un rebus. Per un momento mi sembra vicino alla soluzione.

Forse è per questo che non mi ha vista né sentita, mentre salutavo gli altri. Il sessantenne sta snocciolando una barzelletta dietro l’altra, e la biondina degna quelle battute ammuffite di una risatina ubriaca. Quando si sarà stancata, si alzerà per conto suo e se ne andrà. Vero?

Capisco al terzo sorso di birra che Bruno è invidioso. Vorrebbe essere lui il sessantenne sfacciato, alzarsi dallo sgabello e farla ridere.

Invece segue con gli occhi l’orbita descritta dal piatto di patatine che mi approda davanti. Solo a quel punto incrocia il mio sguardo.

Allora si rizza sullo sgabello e mi punta un dito addosso, scandendo entusiasta il mio nome. Lo fa ogni volta, come se mi battezzasse. Non importa che io sia senza cappotto, che abbia già vuotato metà birra.

Per lui inizio a esistere nel momento in cui mi vede.

Per il seguito, a venerdì!

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Oggi il post lo scrive l’amico che, nottetempo, mi mandava questa riflessione:

C’è un ragionamento che ho fatto su di te, non so se te l’ho mai detto: a un certo punto, tutto il discorso che facevi a vent’anni sul tuo amore non corrisposto è stato una telenovela per molti di noi, o almeno per me, che ti ascoltavo con interesse e partecipazione.

Però a un certo punto mi sono chiesto: ma lei non ha mai pensato che questa cosa non può essere, e punto? Non si realizzerà, e niente più. In certi frangenti mi sembravi ostinata, vedevo che questa tua concezione dell’amore andava talmente oltre che poi ti accecava, nei ragionamenti e nei modi di fare.

Forse da più giovane tendevo a pensare così, in modo spiccio: quella persona mi piace ma non è interessata, o è già fidanzata, o non staremmo bene, e allora non se ne fa nulla… Adesso invece c’è una parte più poetica di me, che dice: e perché no? Non poteva succedere, per la mia amica? O per me?

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano… No, vabbe’, la pianto. E comincio dalla fine, cioè, dalla domanda: non poteva succedere?

Sì. Di fatto, a un certo punto sembrava proprio che stesse succedendo. E cosa ho fatto, quando si stava realizzando l’ammore contrastato dei vent’anni, il tempo fare quel viaggetto veloce?

Non sono tornata più.

Perché? Beh, difficile dirlo. In ogni caso, quando “stava per succedere” non è stato per opera mia. I miei sforzi e i miei discorsi ultraromantici hanno fatto poco e niente, rispetto a una serie di circostanze propizie e contingenti: cambiamenti di vita o di lavoro che aprivano nuove strade. Se però c’è una cosa che non riusciamo ad accettare, o almeno fatico io, è che a volte non possiamo “fare” niente: tutt’al più possiamo aspettare che qualcosa succeda, e intanto, per favore, dedicarci ad altro. Per favore.

Poi, va da sé, c’è questo “ripensamento” sulle romanticherie passate che possiamo avere con i quaranta alle porte, e la paura di essere diventati più cinici, meno sognatori: allora rispolveriamo l’amore di gggioventù, come se con quello tornasse anche la gioventù (“avere cent’anni dentro” mode on). Per come la vedo io, se invece che cinici riusciamo a essere solo pratici, siamo a cavallo. Devo citare un bell’intervento sul mio caso umano, nel forum universitario in cui provavamo a sbrogliare le nostre telenovelas:

All’ *assenza* puoi dare qualsiasi forma..qualsiasi odore..soprattutto quello agrodolce dei ricordi.
Il vuoto può contenere tutto, un po’ come il buio che può nascondere qualsiasi cosa, anche ciò che non potrebbe esserci.

Ed è così facile, al buio, dirsi che sarebbe stato meglio se fosse andata diversamente. Che ne sappiamo, noi? Intanto restano le altre vicende, quelle che succedono alla luce del sole. Quelle che richiedono costanza, impegno… ripetizione, insomma: questo modo un po’ noioso che abbiamo noi esseri umani d’imparare a campare.

Capisco che il fascino di un eterno ammore contrastato, che ho sentito tutto sulla mia pelle e non mi farò lo sgarbo di negare, è questa sua inafferrabilità che nuove circostanze – la distanza, altre persone, altre vicende – mi hanno aiutato a preservare, a salvare dalla noia dei giorni.

Ho sentito di “amori impossibili” finiti bene, che hanno fatto giri nello spazio e nel tempo per diventare storie… terrene, fatte anche di mutui e figli da mandare a scuola. Spesso ho avuto l’impressione che, più che la tenacia degli antichi amanti o la volontà del Fato, avesse potuto ancora una volta una congiuntura favorevole – un tornare liberi allo stesso tempo, un ritrovarsi nello stesso luogo, e in un momento difficile per entrambi…

Per cui, le nostre storie infinite e mai… finite – in un letto, o in un rapporto concreto… – sono state una buona palestra per quello che nella società di oggi ci viene richiesto: immaginazione, sempre che restiamo nei ranghi. E l’aspirazione a qualcosa d’inafferrabile.

Ciò che in teoria è ineffabile si compra di più, e si vende meglio: la crema che ci farà approssimare all’ideale di bellezza che vogliamo, l’auto che ci darà la sensazione di potenza che vorremmo ispirare. L’importante è non raggiungere mai l’obiettivo e continuare a comprare tutto, anche i sogni.

Questo sogno romantico, venduto in comode rate che non liquidiamo da duecento anni, è carino per un po’, poi ci accorgiamo di una cosa: non è che crei “false aspettative“, come dicono tante che lo decostruiscono. Piuttosto, crea falsi bisogni.

Che bisogno ho io di concentrarmi su qualcuno che non mi si fila, per quanto possa essere straordinario? Perché ho “bisogno” che si concentri su di me? Soprattutto: il giorno che – per circostanze che non controllo del tutto – dovesse farlo, sarò pronta a renderlo uno scambio quotidiano di libere umanità? Oppure avrò raggiunto il mio obiettivo e, come per magia, tutto questo sfumerà?

Il buio può contenere tutto: le paure, le idee.

Quello che non ce la fa a racchiudere, è il resto di noi.

 

 Ultimo post su Marsiglia, ok? È che in questa città sono successe troppe cose, e una è che mi sono accorta che non avevo il dentifricio. Né il sapone.

Oh, non sapevo come funzionasse, nell’appartamento che avevo prenotato! Inoltre, come già detto, per motivi estranei alla mia volontà l’itinerario di viaggio mi cambiava davanti agli occhi in maniera surreale, lasciandomi bloccata in una città che non conoscevo, senza sapere cosa avrei fatto dopo.

Ma, niente paura! Ho scoperto ben presto che, per compensare a queste e altre mancanze, bisogna procurarsi:

  • sapone di Aleppo! Ok, è un po’ viscido, ma fa da docciaschiuma, shampoo, e pure da detersivo per bucato: provare per credere. Solo che sui capelli ne va una puntina, o ve li ritrovate ‘nzevati (unti) che manco con quel gel azzurro puffo degli anni ’90;
  • aceto e bicarbonato! Per lavare casa e farsi maschere capelli, dentifrici di fortuna (ma poi ne ho preso uno all’argilla da Naturalia), creme depilatorie ecc.;
  • frutta fresca! Da tagliare a pezzetti e mettere in una bella caraffa d’acqua, così da averla sempre aromatizzata e risparmiare su bottiglie di plastica e succhi a peso d’oro. E dopo tre giorni, mangiate la frutta o fate una marmellatina veloce, la colazione ne guadagnerà;
  • incontri inattesi: scaricatevi Meetup e scoprite quanta gente ha i vostri stessi gusti, o due ore da spendere per chiacchierare. A Marsiglia, agli incontri “internazionali” c’erano più marsigliesi che stranieri, e non mancavano gli (e le) over 50: questo è un grande merito, specie per me che ho la sensazione di vivere in una città divisa in compartimenti stagni;
  • incontri (molto) attesi.

Questa ve la spiego bene. Il mio, di incontro, era con una di quelle persone che conosci una sera a una festa, perennemente in viaggio, e da allora riesci ad averci solo rapporti di lavoro a distanza, benedetto Internet, ma ti manca una chiacchiera in carne e ossa. Tra le varie cose dette a un tavolino all’aperto, tra me che aprivo di continuo la valigia (“I soldi, dove li ho messi?!”) e lei che andava a comprare i filtri, la mia interlocutrice mi ha regalato una chicca per il mio libro strano: quello un po’ memorie e un po’ self-help su come sia uscita dalla peggiore crisi della mia vita.

Adesso, il disagio di allora era globbbale totale, perché avevo fatto scelte discutibili su più fronti (lavorativo, accademico e finanche immobiliare…), ma sarei ipocrita a non ammettere che “la crisi”, innanzitutto, aveva un nome e un cognome. Che l’altra, a sorpresa, conosceva perfettamente.

Non ho fatto in tempo a riprendermi dal colpo (credo la controparte si vergognasse di me), che lei ha aggiunto:

“Un amico comune mi ha detto che l’ha visto bene soltanto con te. Solo che con te non ci voleva stare”.

Io credo che in questa frase postuma si racchiuda la mia vacanza, e molto della mia vita. E mi sa che sono in buona compagnia. Perché a volte è inutile cercare spiegazioni, le persone o si amano o no. Ma è vero che, sempre a volte, c’è questo paradosso dello stare “troppo bene” per funzionare secondo i propri standard.

Quando qualcuno la pensa così, non resta che rifare la valigia e vedere cos’altro succede.

(Ascolta e fai ascoltare… Jordi Pèlach!)

 

https://flic.kr/p/wtjmX9 | Metro Vallcarca, Barcelona - Josep Ramon

Di Josep Ramon

C’è questa fermata di metro a Barcellona, con cui ho avuto per anni un rapporto particolare.

Lontanuccia dal centro, ma vicina ad altre attrazioni turistiche, ha sempre unito lo stile sonnacchioso dei quartieri residenziali catalani al caos delle orde di turisti. Che però qui si disperdono. Sparuti sulle scale mobili che ne facilitano l’arrampicata, si fanno fotografare sorridenti in cima ai muretti con su scritto “Tourist go home“. Detto fra noi, in questo quartiere non sempre mi sono sentita al sicuro, o mi ci sono sentita molto meno che nel Raval. Non per la possibilità di uno scippo, che quello mi è successo sotto casa nel tranquillissimo Montjuïc, ma perché tra tante scritte contro i blanquitos temevo che i miei capelli schiariti dalla camomilla potessero attirarmi sguardi obliqui (per fortuna non pervenuti).

E poi, vabbe’, c’è stato quello che c’è stato.

ll lungo anno di tragitti di metro che mi sembravano sempre molto lunghi, per visitare una casa in particolare, di cui nessuno sapeva o doveva sapere niente. Un anno passato a svegliarmi tanto più presto di chi mi ronfava accanto, al suono di auto che per il mio Raval non passavano, e a chiedermi se lasciare o meno, giacché ritornavo sempre, lo spazzolino, magari mimetizzato tra gli altri in bagno. Alla fine, con un’intuizione insolita per i tempi, lo rimisi in borsa esattamente l’ultima mattina che passai in quella casa.

Dopo fu davvero difficile, per me, tornare a quella fermata, uscire dalla parte giusta e dedicarmi a pubbliche relazioni con gente che non sempre doveva sapermi esperta, nel mio piccolo, della zona. Una ragazza lo notò, la prima volta che ebbi il coraggio di ritornare per una festa primaverile: “Sei a disagio, vero?”.

In quell’occasione scoprii che il bar all’angolo di quella strada piena di auto, la mattina, faceva lo shakerato alla nocciola. Tanti mesi a combattere con l’insonnia e lo spazzolino, e non me n’ero neanche accorta.

Mi sono accorta l’altro giorno, invece, che questa fermata della metro adesso la percorro in fretta, spensierata (o pensando ad altro) e contenta. Perché è molto bello, fuori, mi accorgo finalmente. Ci sono murales, strade vecchie, una sorta di antico magazzino riabilitato che mi piacerebbe vedere aperto, prima o poi.

Ma tanto non mi ci soffermo troppo, perché ho altro da fare: raggiungo i miei nuovi posti, col passo veloce di chi si prepara a una bella scalata. E di chi è già in ritardo. E al ritorno mi perdo in strade che non percorrevo da tempo, col naso in su ad ammirare i balconcini antichi.

Insomma, tutto il melodrammone pucciniano che mi ha tenuta prima sospesa e poi lontana, è sparito, nel nulla. Come se non ci fosse mai stato.

È per questo, che vi scrivo. Perché, in questo presente che fa dell’ansia una medaglia al valore, e dell’amore un’eterna montagna russa (come a distoglierci ad arte dalla sua parte di fatica), so quanto sia facile affezionarsi a certi drammi.

So quanto sia forte la tentazione di non passare mai per un quartiere, una città, a volte perfino uno stato, perché lì ci viveva una persona che una volta ci ha respinti, o che abbiamo adorato il tempo giusto per non stancarcene. So quanto sia facile, per quanto sia facile il dolore, affezionarsi al ricordo orribile di chi si è ormai dileguato, piuttosto che vedersi ogni giorno con qualcuno, accettare la fine del brivido, la possibile noia, la responsabilità di vederci così come siamo.

È come se il melodramma, l’ansia, la friendzone e tutti questi surrogati di una vita sbagliabile, ci facessero propendere per una vita sbagliata. Di bassa manutenzione, piena di monumenti funebri dedicati a quello che avrebbe potuto essere.

Come la mia fermata della metro.

Che da quando ci passo senza neanche accorgermi mi ha regalato molte più cose.

Perché il problema è quello: cosa si fa, una volta che si accetta di vivere sul serio? Di amare qualcuno che ce lo voglia, il nostro spazzolino in bagno? Di mettere da parte la cosiddetta ansia e deciderci a sbagliare per mano nostra?

Si osserva il paesaggio.

E si scopre che era sempre stato lì, per chi avesse avuto il coraggio di alzare la testa.

 

Risultati immagini per vignette amore cinico Ok, siete in crisi.

Lo siete per una serie di ragioni che potete individuare facilmente, e per un’altra motivazione che non tanto avete il coraggio, invece, di dichiarare.

Vediamo prima le ragioni indicabili:

  1.  Uno dei due deve trasferirsi per lavoro.
  2. Uno vuole figli in tempi diversi rispetto a quelli preventivati dall’altro (che pensava di averne più o meno tra due reincarnazioni).
  3. Uno ha fatto qualche scelta di vita che all’inizio della relazione non era prevista (che so, è diventato raeliano), e che l’altro non tanto regge.
  4. Non vi dico, poi, quando si mettono in mezzo le famiglie.

Veniamo adesso a quella brutta da dichiarare: non siete più “presi” come una volta. Adesso dipende da cosa intendiate per “preso”, ovviamente. Il cocktail di ormoni ed emozioni soggettive che chiamiamo innamoramento, pare proprio che duri pochetto, e o si trasformi o sparisca insieme al presunto sentimento. Però, se è subentrato qualcosa di meno eccitante ma più costante e profondo, stiamo bene e banco. Vero?

No, non sempre.

Adesso che il quadro è completo, domandina facile facile: qual è la maniera più semplice di risolvere la questione?

Io un’idea ce l’avrei: quello che ha avanzato il problema “dichiarabile” ha la delicatezza di prendersi tutta la colpa. Di dire: “Sono io che ho cambiato rotta, preso un’altra via, sono incorreggibile, mi dispiace”. Capite? Lascia pure all’altro la consolazione di non entrarci niente, con la crisi! Così uno dei due se ne va, pronto a flagellarsi per essere “lo stronzo di turno”, e l’altro può leccarsi le ferite dicendo “Uh, che palle, possibile che nella vita mi capitino solo stronzi?”.

Tutti contenti, l’amore è salvo. Non quell‘amore, ma l’idea di amore romantico. Quello eterno che si può dare solo con una persona, quello che è  tendenzialmente eterosessuale, monogamo, e soprattutto indistruttibile. L’altro, in fin dei conti, non era la persona giusta.

Unica controindicazione: questo sistema, con rispetto parlando, fa cagare. E i suoi problemi tendono a essere pure ripetitivi. Si presenteranno in ogni relazione, non importa la durata.

Che fare, allora?

Un paio di idee ce le avrei.

Ma ho già scritto così tanto che ve le dico venerdì.

 

 

 

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