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Spero che mi riveliate che in Italia ormai si trova tutto questo, e con la stessa facilità che a Barcellona. Se no, al lavoro!

Di queste proposte mi piace soprattutto la possibilità, che esistano. Non si tratta di abbracciarle o approvarle tutte, ma solo di concepire stili di vita diversi dai propri, senza demonizzarli.

Ce la possiamo fare. La Catalogna non è l’Olanda, siamo molto più simili.

E Italians don’t do it better, ma a volte they do it.

Cominciamo!

  1. La scritta Refugees Welcome campeggiava sul Comune qualche mese fa e c’era già un’iniziativa concreta per ospitarli in casa nostra. Alle manifestazioni centinaia di persone chiedono di accogliere i rifugiati.
  2. Barcellona è la prima città vegan friendly d’Europa. Ogni mese c’è una Fiera vegana che propone ottimi piatti a prezzi modici, insieme a conferenze, concerti, dibattiti, proiezioni. Il Tatami Room, tra i sushi più fighetti, partecipa ai Lunedì senza carne con un menù tutto vegano almeno un lunedì al mese. E la gente ogni tanto sfotte, ma non ai livelli parossistici italiani.
  3. Barcellona è una città molto aperta dal punto di vista sentimentale. So che il poliamore si va diffondendo anche in Italia, ma ci sono eventi con conferenze, concertini e musica, e centinaia di partecipanti?
  4. A Barcellona i diritti civili non sono scalfiti dal benaltrismo. I gay possono sposarsi e avere figli. C’è un’area chiamata Gaixample, piena di locali gay molto gettonati anche tra gli etero. Ci sono diversi festival. Al gay pride, ahimè, le manifestazioni si dividono: da un lato quella enorme, sponsorizzata da discoteche, club di ogni tipo. Dall’altro quella canyera, combattiva, che parla di diritti e riconoscimento. Sì, vado alla seconda.
  5. Femminismo non è una parolaccia. Al Comune bandiscono concorsi per questioni come la violenza di genere (a proposito, ni una menos) o gli stereotipi femminili nei media. Insomma, liquidare tutto come politically correct qui non attacca. Anzi, gli uomini dei numerosi collettivi di quartiere sono coinvolti attivamente e partecipano all’8 marzo. (Niente spogliarelli). Ci sono iniziative che avvertono dei pericoli del cosiddetto amore romantico cantato dalla Cinquetti. I “complimenti” per strada, che titillano l’insicurezza di alcune nostre connazionali, sono stigmatizzati.
  6. A proposito, i movimenti dal basso qui sono molto più sviluppati. Ci sono consigli di quartiere, di distretto, collettivi di ogni tipo, dalle corali ai gruppi che promuovono la cultura locale. Nei centri culturali finanziati dal Comune offrono corsi di ogni genere a prezzi modici. Quando sgomberano un centro sociale importante per il quartiere, si mobilitano pure i vecchietti, numerosissimi anche ai tempi degli indignados.
  7. Incrocio di culture. Purtroppo, un paese impegnato a difendere la propria cultura potrebbe sottovalutare questa risorsa, e tanti stranieri fanno i turisti a vita (con conseguenze disastrose). Ma il fatto che quasi il 10% della popolazione barcellonese sia costituito da stranieri non mi dispiace per niente, né dal punto di vista politico, né da quello… gastronomico. A parte le mangiate che mi faccio di cucina araba, cinese, pakistana, questo si ripercuote su una scena artistica fantastica, dal concerto di musica classica indiana a Casa Àsia alla banda più fracassona di Gipsy Klezmer. Ovviamente, la comunità anglosassone è tra le più gregarie, con propri cabaret, spettacoli teatrali e quiz al pub. Ma, per esempio, stasera vado alla Festa del Marocco.
  8. Attenzione ai bambini. Non c’è festival, festa di quartiere, iniziativa di qualsiasi tipo che non ci faccia almeno un pensierino, a creare un’area bambini. E la letteratura infantile è una delle poche che tengono botta. Alla Fiera vegana di cui sopra c’era una bancarella vicino alla mia che vendeva un sacco di libri illustrati sul rispetto per gli animali, anche a genitori non vegani.
  9.  Memoria lunga. Forse troppo, ma per una che viene da un paese con la memoria del pesce Dory non è affatto male. Barcellona ricorda. I bombardamenti (italiani) che l’hanno devastata. I desaparecidos argentini, i cui figli portano avanti una causa importante. La sofferenza dei popoli latini chiamati a celebrare il Columbus Day. Qua la storia è fin troppo importante: avete mai sentito parlare di uno “storico di quartiere”?
  10. Reinventarsi. Casa Surace e The Jackal mi informano che anche in Italia, complici disoccupazione e cambiamenti generazionali, si modifica un po’ l’idea di gioventù e di cosa significhi avere 20, 30, 40 anni. Ma Barcellona mi dà davvero l’impressione che possiamo costruirci noi la nostra personalità. Decidere chi vogliamo essere e a che età. Ovviamente, spesso è un’illusione, minata da lavoro precario, caro affitti, mobilità della popolazione. Ma tra le reti che si formano per aiutarsi con lavoro, alloggio, cura dei bimbi (i nonni sono lontani), diciamo che forse è un po’ più facile decidere cosa vogliamo essere.

So che è finita la top 10, ma aggiungo un’altra cosa che adoro: la possibilità di essere ignorati. A me in una grande città non fa paura, anzi. Bello essere liberi di metterci il cavolo che ci pare senza che nessuno ci dica niente, di andare in giro mano nella mano con chiunque ci siamo scelti per condividere la vita. O sentirci apostrofare col “tu” (che shock, all’inizio!) anche se siamo professori universitari, sempre che non diventi una scusa per fare i baroni peggio di quelli italiani in giacca e cravatta.

Insomma, è qui che ho scoperto che vivi e lascia vivere non era solo un proverbio da scrivere nel quaderno a righe, e dimenticare appena uscita in strada.

 

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Immaginate di giurarvi: da oggi in poi faccio solo quello che dico io.

Non ci sarà tentazione che tenga, attività ben remunerata che rischi di darmi anche prestigio (come se le due cose insieme non fossero conciliabili), non ci sarà senso del dovere o senso di colpa che mi allontani da quello che davvero mi rende felice, che “mi fa brillare gli occhi”, come recitano i meme più melensi.

E poi arriva il messaggio.

Ex collega di 5 anni fa.

Ciao, quanto tempo!

Sì. Non ci vediamo da quando provasti a insegnarmi come si fa il caffè.

Senti, nella mia azienda cercano personale di madrelingua italiana, come te.

Ok.

Che sappia scrivere bene in inglese almeno quanto te.

Ok.

La paga iniziale è 2300 al mese.

Adesso, so che per voi “l’estero” è l’Eldorado, ma a Barcellona se ti offrono più di 1200 netti stai già ballando la macarena sulla Rambla.

È molto flessibile. Dopo tre mesi puoi lavorare soprattutto da casa.

Vabbe’, allora portami direttamente sul Getsemani e mostrami lo zoccolo caprino.

Mezz’ora dopo torno dai miei, che riposano nel mio soggiorno barcellonese esausti per la passeggiata.

– Ragazzi, ho tante novità!

Primo problema: loro non concepiscono che una che sia scesa da sola a prendersi un caffè (o qualche intruglio hipster spumoso), possa tornare con delle novità. Potenza di facebook.

Racconto la proposta, aspetto che facciano gli occhi a cuoricino e dichiaro:

– Ho chiesto se hanno il part-time, se no la rigiro ai miei amici.

Non si arrabbiano manco più. Sono abituati. Adesso la buona notizia:

– Invece, mi sta andando in porto il corso di dolci senza ingredienti animali! Avrei una clientela più specifica rispetto alle lezioni d’italiano che offrono i miei colleghi. E mi resterebbe tempo per scrivere. Adesso scusate, ma avviso dell’offerta i miei amici con le pezze a culo.

– Ma aspetta che ti dica se c’è il part-time! – prova mamma.

Considero la sua obiezione, poi spiego:

– Sì, ma tra me che già ho un po’ d’entrate e degli amici che cercano disperatamente, forse questi ultimi avrebbero diritto a una chance.

– Scusa – sempre mamma. – Ma come fai ad avvisarne più di uno? Poi il lavoro chi se lo piglia?

Butto gli occhi al cielo.

– Ragazzi, qui funziona così. Facciamo rete, ci aiutiamo tra noi. Esce un lavoro che non ci interessa? Avvertiamo tutti gli amici che potrebbero apprezzare e chi se lo aggiudica, auguri.

Non dovrebbero neanche stupirsi, penso. In paese non è insolito che una “sensale” porti contemporaneamente due aspiranti badanti, per non farle litigare. L’imbarazzata famiglia italiana le valuta in mezz’ora e quella scartata è pure triste di non lavorare sottopagata 24 ore su 24, con pausa domenicale a farsi fischiare dietro dai vecchietti nel parco.

Nella civile Barcellona, allontanandomi, sento mio padre dire:

– Ti rendi conto che tra mia madre e mia figlia è cambiato il mondo? E senza che la nostra generazione l’abbia vissuto.

Già. Dalla maestra che era la nonna mia omonima, di ruolo dopo il diploma, sposata a 20 anni, tre figli e una morte precoce oggi almeno posticipabile, si passa alla nipote che vive a due ore d’aereo e già sa che nessuno le pagherà la pensione, ma non si preoccupa troppo perché tanto stiamo tutti nella merda.

E nella merda ci aiutiamo. Forse proprio questa nonna che non ho mai conosciuto sarebbe insorta a ricordare che, se ci si è aiutati tra bombardati e sfollati, se ci si è rifatti una vita dalle macerie, con tutte le contraddizioni e le italiche passioni per ambiguità e ipocrisie, a maggior ragione si può mostrare solidarietà nella generazione dell’iPhone 7.

E rinunciare perfino all’ambita sicurezza, per la gioia di non aver sprecato la giornata.

Comunque non avevano il part-time.

Risultati immagini per barcelona paella sangria  Eccomi qua. Mi aggiro per le stanze, cercando di riconoscerle. Camere in affitto vs camere dell’infanzia, lasciate da poche ore insieme alla famiglia radunata in corridoio per abbracciarmi.

Scendendo all’una di notte dalla navetta dell’aeroporto a Plaça Espanya, lo zaino che mi ballava sulla schiena, ho stretto il braccio al mio ragazzo:

– Siamo tornati a casa.

Lui ha guardato i gradoni bui di Montjuïc, odorosi di un’erba che non avvertivo (ho un raffreddore da cavallo) e ha specificato:

– Siamo tornati a casa, da casa.

È il paradosso nostro, e dei tanti come noi.

Che in aereo ascoltano come noi gli scherzi facili dei connazionali che volano a Barcellona per turismo, e possono ancora fare giochi di parole sulle indicazioni che non capiscono: “Estamos llegando a nuestro destino” diventa “È l’ora del nostro destino”, che rende ancora più inquietante un atterraggio che noi non siamo più tentati di applaudire, visto che viaggiamo spesso e atterriamo sempre.

E allora, davanti a questi ragazzi che chiamano vacanza quello che per noi è vita quotidiana, con la differenza che per noi non è tutta mojitos e fiesta en la playa, davanti a loro sorgono domande esistenziali tipo:

– Ti ricordi quando eravamo italiani?

Intendiamo quegli italiani, quelli che non devono restare, solo godersi questa cartolina turistica e ripartire, al massimo scrivere sulla pagina Gli italiani a Barcellona per chiedere “info sul lavoro lì”, subito bersagliati dagli insulti di chi è restato e lotta ogni giorno con la precarietà.

Già, perché restare non è che ti migliora la vita, o non è così ovvio. È il paradosso che cito sempre del libro di Claudia Cucchiarato, Vivo altrove: chi parte non è che si mette a posto, eh, anzi. Magari non vive coi suoi a 30 anni, ma spesso condivide con due semisconosciuti un appartamento che mantiene lavorando in un call center, con l’unico lusso di non prendersi Erasmus in casa: troppo rumorosi, troppo sporchi, troppo entusiasti per chi ha avuto la malaugurata idea di trasformare in casa il teatro di una vacanza sempre più lontana nel tempo.

Ma chi resta perché lo sa, non corre questo rischio. Parlo di chi sa che tornerà sempre a casa, da casa. Perché ha imparato a caricarsi nello zaino tutto quello che gli serve e ci starà bene dappertutto, e ha smesso di chiedersi “come l’accoglierà questo nuovo posto”, capendo che i posti non accolgono, gli vai incontro tu e vedi se ti ci puoi adattare.

Io per la verità ho trovato il ripostiglio allagato, segno che questa casa comincia a non accogliere me come un tempo. Che la padrona di casa sarà anche gentile, ma lotta da anni con la vecchiaia di un piso ereditato forse da un padre coi calli alle mani e poca pazienza con le autorizzazioni, come tanti padri costruttori del mio “nuovo” quartiere.

Le macerie della mia vecchia vita, vecchia di una settimana fa, mi accolgono tali e quali a come mi hanno cacciata: i soldi rovesciati a terra nella fretta di trovare il caricabatterie, la finestra che incornicia una fetta di tetti e di mare, solcati dall’occasionale sventolio della busta appesa ai fili del bucato, per spaventare i piccioni. Oggi sembra svolazzare al ritmo dei pianti del solito neonato, che purtroppo no, in questi sette giorni d’assenza non si è svezzato, laureato e sposato, come auspicavo (ho scoperto che svezzarsi esiste, come riflessivo: vuol dire togliersi un vizio, e questo l’abitudine di piangere a tutte le ore proprio non l’abbandona).

Il mortaio è ancora nella bustina di cellophane, sul tavolo in soggiorno: l’avevo portato alla lezione pre-vacanze al mio alunno più bravo, un americano volenteroso che studiava italiano per comunicare con su pareja.

Il giorno prima di partire mi avevano mandato le foto della pasta fatta col pesto ricavato dalla lezione, il risultato più concreto che abbia mai ottenuto insegnando italiano.

Si sono lasciati mentre ero via, lui mi ha messaggiato per “sospendere” le lezioni, almeno finché non trova casa.

È quello che succede a parlare una lingua stupenda, ma pleonastica, nell’economia mondiale.

Speriamo riprenda. È proprio bravo.

valigia Dovete capire che, quando ci svegliamo, la nostra home di facebook è uguale alla vostra.

Compresi gli amici che vivono a Barcellona (e a Londra, a Bruxelles…) e che postano immagini dei loro figli nuovi di zecca.

Solo che a Barcellona ci viviamo anche noi.

È un po’ che cerco di scrivere su quest’ Italia che mi porto nel computer, nel cellulare, soprattutto in testa. La riconosco nell’accento con cui chiedo uno smoothie (anche se mi dicono che il mio catalano è corretto), o nella faccia schifata che faccio quando vedo sandali come questi.

Magari mi direte che questa non è Italia, che la vostra idea d’Italia è differente. Fantastico. Ognuno ha la sua e peraltro è questo, il punto: l’Italia si esporta.

Si porta in valigia. Come la Spagna, il Portogallo, qualsiasi cosa chiamiamo “la nostra terra”. Patria, no. Almeno per me. Patria sono le mie finestre sotto le quali, come ho già detto, c’è sempre il mare. Anche quando danno sulla tromba dell’ascensore.

Per me conta la terra su cui metto i piedi. Quella che mi ha nutrito e vestito non è più bella o più brutta di quelle che hanno fatto da suolo, per i primi anni, a tutti gli “expat” (termine che ha poco senso, a meno che non ammettiamo che per quanto precari restiamo immigrati di lusso).

Ma il fatto di non vivere più fisicamente in Italia non vuol dire che non ci viva davvero. Credo che liquidi siano diventati anche gli stati, invenzione recente che non si ferma alle frontiere blindate delle strutture sovranazionali.

Gli stati ce li portiamo dietro nella declinazione più vicina a noi. L’Italia può diventare un paio di Converse, in questo mondo globalizzato. Quelle che avevo in valigia atterrando a Barcellona, prese al Mic di Casoria in offerta perché l’orlo era imperfetto.

Posso riconoscere l’Italia perfino nella sua cucina ibrida d’esportazione, che imbastardisco ulteriormente con le spezie indiane, le paste cinesi fatte all’italiana senza che abbia mai visto la Cina o l’India.

Quello che voglio dire è che “la nostra terra” non è mai stata così vasta e le frontiere italiane non si fermano a quelle fisiche. La tecnologia, la crisi, la globalizzazione, tutte ste cose ottime o pessime ci portano a vivere un’identità che va oltre le frontiere, e che esportiamo ovunque arrivino i nostri piedi (e oltre).

E non credo sia un male.

Le frontiere virtuali, almeno, rompiamole.

In attesa di rompere anche le altre.

funny-fail-worker-pics   La buona notizia è che non mi hanno svegliato i soliti piccioni, che zampettano giusto sul tetto di pastafrolla sopra camera mia. La cattiva è che anche loro si sono arresi davanti all’azione di disturbo del martelletto stracciagonadi che li ha sfrattati.

Ancora non ho capito che lavori stia facendo il vicino del primo, che ha aspettato religiosamente che tornassi per affiggere sul portone l’assabentat (tradotto dal catalano: “Ci ho i lavori, cazzi vostri”). Ma dev’essere roba grossa, per arrivare a rompere il tetto, i muri limitrofi e i caratteri sessuali primari di chi ci sopravvive sotto, tra spifferi e macchie d’umidità (a tutt’oggi, resistiamo io e una coppia di ‘mbriaconi, che litigano ogni sera al di là del cartongesso).

Da questa parte del muro, devo dire che è difficile mantenere vivi i propositi che avevo fatto a inizio anno, nel tepore tropicale della casa in paese: l’idea di non pensare tanto al progetto generale, ma ai piccoli passi che mi ci porteranno ogni giorno. Sapete, sti fatti qua.

Quando ti sveglia un martelletto sommesso ma tenace di questa portata, con picchi da scalatore rupestre, vorresti proprio salire sul tetto e dire: “A coso, mi fai vedere che minchia stai costruendo?”. E se non è una riproduzione in scala della Reggia di Caserta, defenestrarlo senza troppi complimenti.

Perché, lo ammetto, nelle grigie giornate di gennaio senza riscaldamenti né coibentazione (parola magica che ho imparato ad apprezzare) è un po’ difficile sciropparsi l’affascinante saggio sulle differenze tra le teorie di Bourdieu e Luhmann dicendosi “Vabbe’, questi sono i compiti per oggi, quando creperai di calore a luglio, consegnando la tesi, ti ricorderai perché facevi tutto questo”. In effetti verrebbe da dire postumamente a B. & L. di andare a farsi una vita e intanto uscire a “godersi” la festa di Sant Antoni, anche se per i miei gusti la festa di quartiere media a Barcellona è tipo quella di Casandrino, senza manco il croccante e le mele cotte.

Ma pure quella è meglio di certi passettini da formica che devi dare una domenica per arrivare all’obiettivo finale (sorvoliamo sugli istruttori in palestra e i numeri che si stanno giocando sulla mia nuova scheda).

Però, devo dire la verità, in questi casi in nostro soccorso arrivano cose non troppo rare, se riusciamo a vederle: i risultati dei passettini precedenti. Le conseguenze di altre domeniche passate a studiare altri saggi indigesti o a fare qualche esperimento strano in cucina, o a sorbirsi le pene d’amore di qualcuno che adesso ci chiama e ci propone un lavoro. Magari nel settore in cui ci siamo specializzati due anni prima. Oppure ci chiama qualcuno che non ci ha mai confessato le sue pene d’amore, ma che ci riconosce finalmente l’autorità di opinion leader d’ ‘a palazzina, dopo anni di infuocate riunioni condominiali.

Non sto scherzando, eh, guardate che non è roba da poco. È come sto martelletto che continua a scassarmi i timpani. Io adesso glielo vorrei far mangiare, a quest’innocente lavoratore del lunedì, ma riderò poco quando guarderò il risultato finale e intanto, se ingoio l’impazienza e infilo bene i miei due cappucci uno sull’altro, posso valutare le proposte di lavoro dalla ditta per cui ho lavorato bene quattro anni fa, apprezzare la voglia di rivedermi dopo le feste delle amiche che ho saputo tenermi nella girandola continua delle nostre vite a Barcellona.

Con voi non funziona, intanto che sgobbate, godervi i frutti di semine passate? Provate a rifare quel piatto visto a MasterChef o proposto dall’ineffabile zia innovativa al pranzo “leggero” della vigilia: vero, che è meno una ciofeca dell’ultima volta?

Insomma, che lavoriamo a fare se non andiamo raccogliendo man mano che ci riescono le cose? E che ci lamentiamo a fare, se pensiamo solo ‘ngrugnati alla fatica che ci aspetta, e non sappiamo vedere quanto siamo diventati più bravi anche solo a centrare il maledetto gancetto per le chiavi, quando torniamo a casa.

A proposito, avete una felpa in più? Io ho cominciato solo adesso a… seminare il discorso “ennesimo trasloco”.

Lo so, era ora.

Come si dice, un po’ alla volta.

dead-end.jpg  Tornare a casa per le feste significa anche questo: immergerti nel museo di ricordi che è diventato camera tua e scoprire che, come spesso accade, chi ti fa soffrire di più è anche chi ti fa più regali.

Nelle vite precedenti, almeno. O così vorrei raccontarmi, ma in questa vita che mi piace definire come nuova, in cui ho il fiuto per aggirare i guai e un nuovo radar per la gente piacevole, in effetti di regali ne ricevo pochi. Forse perché nessuno ha niente da farsi perdonare o tutti sono già un regalo di per sé, perché è bello sapere che un WhatsApp sia tutto quello che mi separi da un infuso esistenziale in qualche baretto hipster di Sant Antoni.

Ma torniamo alla mia stanza-museo e alle cose che vi ho scoperto.

Ho ricordato che i difetti erano un valore aggiunto, nella mia antica costruzione delle relazioni di amicizia, amore. Perfino dei rapporti di lavoro.

Avete presente quando dite di qualcuno: “Ha una bella faccia tosta. Mi piace”? O: “È proprio pazza, che forte che è”. Ok, fin qui sono Falsi Difetti.

Poi c’è quello che secondo le leggende metropolitane è molto popolare tra le donne: “È proprio stronzo, ergo dev’essere mio”. Che poi a me sembra unisex, ma vabbe’.

In effetti per me adesso è difficile da capire, questo, ma a persone meravigliose che ho conosciuto al momento sbagliato mancava proprio un difetto. Quello che ai tempi cercavo per sentirmi a casa.

Quello che dovevo assimilare in me, e allora lo cercavo sempre altrove.

È come perdersi per le stradine di una città familiare ma non troppo: per trovare il bar che cercassi dovevo fare esattamente lo stesso percorso che mi ci avesse portato la prima volta, vicoli ciechi compresi. Dovevo proprio arrivare fino alla strada sbagliata, dirmi: “No, qua poi mi sono resa conto che avrei dovuto svoltare prima”, e tornare indietro. Mi succede ancora, ogni tanto, specie nell’Eixample, dove le strade si somigliano tutte.

Anche i miei amici di un tempo si somigliavano, per il difetto che me li faceva amare, quello che mancava a chi mi avrebbe trattata meglio e con più responsabilità: erano tutti un po’ sperduti in una nebbia che non era ancora disoccupazione, problemi seri di credito, convivenze abortite e gravidanze portate a termine.

Erano tutti persi e quasi contenti di esserlo, ma intanto spaventati e anche cattivi per questo.

Ed è strano pensare che in certi momenti della nostra vita, a volte per sempre, abbiamo bisogno di un difetto, per andare d’accordo con qualcuno, dell’insicurezza di una donna che secondo le leggende rende gli uomini più sicuri, della strafottenza di un uomo che trasforma le finte sicure in crocerossine, del difetto che è odioso e ti rende la vita odiosa, ma senza non sai bene come relazionarti.

Come quando ringrazi un operatore telefonico prima di riattaccare. Non sa come risponderti, tanto è abituato agli insulti e al comprensibile fastidio che condivide con chi perseguita.

Io a volte ho sentito la mancanza di questo difetto proprio come dei vicoli ciechi in cui dovevo perdermi per ritrovare la strada, l’unica che conoscessi, per la meta che mi prefiggevo.

Poi mi sono accorta che le strade sono tante e quella più breve non è poi quest’opzione impossibile da considerare (in tal caso, non riuscendo a percorrerla, la consideravo noiosa o sconveniente).

Certo, è difficile vivere così, accettare la responsabilità e le conseguenze di qualcuno senza IL difetto, uno che magari ce li avrà tutti, meno quello che ti faceva funzionare, allora quando ti farà male giungerà davvero inaspettato e senza risposte immediate.

Potrebbe anche essere che non succeda mai, o che sia un male umano, noioso e complicato che in qualche modo si possa risolvere, anche lasciandoselo alle spalle.

Non bisogna mica sciropparsi qualcuno o qualcosa in vista del prevedibile finale amaro.

Questo è il momento di scoprire che anche la strada più semplice possa essere una sorpresa continua. Solo che ha un difetto: non ci dà quel senso d’insicurezza che ci fa illudere di star attraversando chissà che grande avventura urbana, mentre quelle vere, intanto che affrontiamo questa, stiamo attenti a tenerle sempre fuori portata.

No, i difetti che mancano potrebbero addirittura non essere più un motivo di rimpianto.

Superarli potrebbe portarci alle cose necessarie, quelle belle sul serio.

Glielo perdoniamo, vero?

 

 

 

STB-MT-KEEPITALIAN-300x300  Che in Italia le cose stiano peggiorando me ne sarei accorta comunque, ma una cosa è leggerlo su un giornale online e una cosa è vederlo sul volto di chi sta qui da poco.

Mentre scrivo sono sette anni che vivo a Barcellona. Il mio ragazzo, invece, ha compiuto da poco un anno di catalanità e digerisce la cosa molto peggio di me.

Ultimamente due ragazze italiane, sposate qui con un figlio appena nato, hanno dovuto avviare una battaglia legale perché il bambino venga riconosciuto a tutti gli effetti per la legge del nostro paese. Ci sono riuscite? Ni. Però intanto gli italiani brava gente ci hanno fatto un sacco di battute. La più gettonata: un bambino con due mamme, poverino, gli chiederanno entrambe se ha mangiato.

Gli episodi di razzismo in Italia si susseguono mentre i miei amici che denunciano la cosa si sentono rispondere su facebook dal compagno delle elementari: “Vivi troppo tempo fuori, ci stanno colonizzando”. Io per fortuna avevo compagni intelligenti, ma risponderei che ho vissuto tre anni nel multietnico Raval, e sono stati i più belli a Barcellona. Mi sentirei chiamare buonista, che, per una volta sono d’accordo col relativo meme, di questi tempi significa “non fascio”.

Qui non è affatto tutto rose e fiori, ieri la fruttivendola cinese mi ha chiesto di dare la precedenza a una cliente rumena (che mi ha ringraziato in italiano) per poi confessarmi candidamente di averlo fatto perché “altrimenti quella rubava”.

Una napoletana e una cinese a parlare di malavita, con tutte le stronzate che già dicono contro la nostra gggente: è una barzelletta?

No, non è tutto rose e fiori. Ma noto una cosa: qua la differenza non fa tanta paura come in Italia.

Sarà che il loro dittatore è morto da soli quarant’anni, sarà che ci sono questioni nazionali molto più urgenti e sentite delle nostre, ma qui la gente è abituata a scendere in piazza, molto più di noi, a protestare quando le cose vanno male.

Per questo a settembre mi sembrava strano vedere tutti gli sfottò dedicati a una diciottenne con una fascia di miss che trovo spaventosamente antiquata, intanto che ammazzano un immigrato per aver rubato un’anguria e un tizio che si dice di sinistra fa le stesse cose di sempre, ma con l’hashtag davanti.

A proposito di hashtag, non capisco il senso dell’umorismo all’insegna  del #jesuischarlie. I posti per Zelig sono limitati e allora tutti su Internet a improvvisarsi fini umoristi, a dire “escile” a una modella dal nome impronunciabile, a ironizzare su un gruppo di rocchettare con l’hiqab, e se resti perplessa è che non capisci quest’umorismo così sottile.

Non sarà che sono rozzi loro e fanno ridere chi crede di non poter fare altro? Non sarà che si diverte chi sa che non avrà mai un lavoro fisso né pensione né uno straccio di simulacro da maschio alfa (spesso sono uomini) e invece di scendere in piazza fa il cacciatore di like? Perché il Non ci resta che ridere sembra un triste imperativo almeno sui social.

Io posso ringraziare l’identità sovranazionale che mi è stata regalata dall’Erasmus, testimoniare che i nostri amici omosessuali con figli sono più rompicazzo della più folkloristica mamma italiana quando si tratta di mettere il cappottino o proibire i cibi grassi ai fortunati marmocchi (“Nascondete le patatine!”). Posso giurare che qui le “mamme italiane”, stereotipate perfino dagli ottimi Jackal, possono liberarsi delle pressioni familiari di casa nostra e lasciar scorrazzare i figli sotto la pioggia. Con la speranza, giurin giurello, che poi li asciughi papà.

Il fascismo si cura leggendo e il razzismo viaggiando, diceva un grande scrittore spagnolo.

Che si parta o che si resti, forse dovremmo cominciare a leggere molto e fidarci di chi già ha viaggiato troppo, per vincere la nostra paura di guardarci allo specchio.

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Chi è andato a vivere all’estero si sarà fatto questa domanda almeno una volta al giorno: che ci faccio qui?

Che ci faccio in un posto in cui la gente parla questa lingua che non capisco prima della terza birra, che sembra incazzata quando è contenta (e viceversa) e ha un’idea opposta alla mia di pranzo e cena?

Ok, magari non ogni giorno, ma almeno una volta alla settimana, mi sa che ve lo sarete chiesto.

Allora perché mi sentivo come se fossi la unica al mondo a provare frustrazione, confusione, smarrimento? Semplice: perché non era come me l’aspettavo.

A Manchester avevo un amico spagnolo che dopo qualche mese a provare a socializzare si chiudeva in camera a dormire alle sette di sera. O una collega sudcoreana di master che è sparita un paio di settimane, e alla seconda già sapevo cosa sarebbe successo: sarebbe arrivata una mail confidenziale della segretaria di dipartimento, ad avvertire che era tornata al suo paese. Avrebbero cercato di rimborsarle parte della retta.

Nonostante questo, mi credevo l’unica al mondo a sentirmi sola e spaesata in un posto pieno di gente che mangiasse fagioli al sugo a colazione.

Allora, siccome tra le tante cose buone là c’è lo psicologo gratis all’università, un bel giorno sono andata e ho spiegato tutti i miei problemi. Mi sono sentita rispondere seraficamente:

– That is so normal.

E mi sono ritrovata iscritta a un corso di mindfulness, meditazione “pratica”, che in quella prima occasione ho ignorato e irriso malamente (adesso, 10 anni dopo, la pratico 15 minuti al giorno).

Ok, poi in quella vecchia, sporca città, sono rimasta un paio d’anni. Ma quelli che se ne andavano, perché lo facevano?

Indovinate un po’: perché non era come se l’aspettavano. Perché credevano di avere le idee chiare su cosa dovesse significare la loro esperienza: tanti amici nuovi da tutto il mondo, sorridenti come nel dépliant dell’Erasmus, che li avrebbero subito accettati. Anche nelle stravaganze che un perfetto sconosciuto non è tenuto a comprendere.

Alcuni dei miei compagni di sventura, poi, pretendevano che niente cambiasse rispetto a casa. Che dispensare pacche sulla schiena in un posto in cui la distanza spaziale tra persone raddoppia dovesse incontrare la stessa benevolenza che a Palermo. Che la mania continua di scattare foto non fosse percepita da nessuno come sooo antisocial. Che la pasta la dovessero fare uguale che in Italia, e sta storia di mangiarsi una patata ripiena per pranzo fosse solo un errore nel menù.

Insomma, quante più aspettative si fossero fatti, meno resistevano.

Io, in un primo momento, ho covato molto rancore verso quella psicologa col capello platinato e il rossetto rosa shocking, che invece di dirmi che ero la nuova Virginia Woolf mi ha messo in posizione del loto a inspirare ed espirare al suono di una campanella. Ma col senno di poi le sono quasi grata.

Perché invece di dirmi che avevo un problema, mi ha invitato ad affrontare tutto: lo spaesamento, l’alienazione, la solitudine. E dargli la giusta importanza. Solo allora ho potuto vivere tutto il processo d’integrazione e scoprire le tante cose belle che quella città serbasse a chi sapesse guardare. Ho potuto innamorarmi, fumare shisha al gelsomino (so’ troppo tossica) e godermi un concertino con mostra per tre pounds. Farmi amici del posto che bestemmiassero in lingue conosciute solo ai Gallagher ma poi, al contrario dei colleghi Erasmus, mi chiamassero anche da sobri.

Tutte cose che non avevo previsto prima di atterrare e che, se si fossero attenute al mio rigido schema di “come avrebbe dovuto essere il mio Erasmus”, non ci sarebbero mai state.

Per questo, intanto che siamo occupati ad aspettarci cose, la vita prende il suo corso senza neanche chiederci il permesso. E se sappiamo accantonare i nostri progetti così rigidi, perché coniati lontano dalla realtà che ci aspetta, ci riserva le giuste sorprese. Tante sono negative, ma le positive non mancano.

Insomma, mentre siamo troppo occupati a controllare tutto, la vita ci sfugge di controllo per prendere il verso giusto.

Capita spesso.

Soprattutto se glielo lasciamo fare.

la finestra di fronteUn pomeriggio degli anni ’60, in un paese vicino Napoli che si atteggiava un po’ a città, una bambina aspettava seminascosta sulla soglia del suo portone. Era una bimba sana e bruna, sarebbe diventata una bella ragazza, avrebbe sposato un uomo buono e un po’ eccentrico e avrebbe fatto tutto bene nella vita, tranne sua figlia. Era educata e tranquilla, con le sue curiosità di bimba, ma senza conoscere l’inglese, che ai tempi a scuola si studiava il francese, sapeva che curiosity killed the cat.

Quel pomeriggio, però, aspettava curiosa. Aspettava le vicine.

Erano signorine, un modo educato ai tempi per non dire zite. Già che vivessero senza un uomo vicino era strano. Ma la cosa più strana non era quella. Era un dettaglio impensabile che faceva girare la gente per strada, una cosa mai vista, forse qualche volta in televisione, ma nel mondo a colori mai.

Portavano i pantaloni.

E la bambina a volte si nascondeva apposta per osservare il prodigio.

Un pomeriggio degli anni ’10, ma del millennio successivo, sua figlia passava per una strada di una grande città europea, molto lontana dal paese. Era troppo bionda per essere sua figlia, ma somigliava troppo all’uomo buono ed eccentrico per non esserlo, quindi concludevate che si tingeva un po’ i capelli. Era “signorina” anche lei, per scelta, a volte sua e a volte di altri. Ma non amava i pantaloni, infatti aveva la gonna.

Passando tra un nugolo di ragazzini in monopattino, un po’ di fretta perché era diretta al cinema, riconobbe il suo piccolo vicino, quello che ogni tanto litigava con la mamma in una lingua tutta aspirata, ma poi parlava spagnolo come lei non avrebbe mai potuto. Il ragazzino la vide da lontano e le corse incontro, chiamandola per nome e mostrandosi orgoglioso di conoscerlo. Lei non fece in tempo a chiedersi come lo sapesse (non si erano mai presentati) che si ritrovò l’attenzione dei bambini.

– Sei italiana, vero? – fece una che già andava per i dodici e le aveva bussato una volta per chiederle le chiavi del terrazzo comune. – E ti chiami… – ripeté il nome.

– Sì, e tu?

– Rosa – fece la piccola marocchina, bella figliola.

Un bimbo filippino all’angolo fermò il monopattino.

– Sei italiana, quindi?
– Sì.
Buongiorno.

E lei allora ricordò come sapevano il suo nome. Degli ospiti, sulle scale, avevano chiesto di lei al bambino, che ci aveva messo un po’ e poi aveva detto “Ah, l’italiana!”.

Così scoprì di essere diventata l’italiana.

Si chiese allora se il bambino araboeuropeo lo incontrasse per caso, a volte, sulle scale, o si appostasse anche lui a osservare la vicina italiana che viveva senza un uomo in soffitta, vicino a un terrazzo di cui non aveva le chiavi.

Si chiese anche, a questo punto, se le chiavi non se le fosse procurate lui, le notti che sussultava spaventata nel sentire la porta del terrazzo aprirsi e nessuno entrare. E si domandò se non la sentisse pure emettere quei suoni strani che lui non doveva fare più da molti anni, da quando la mamma aveva cominciato a dirgli che era troppo un ometto per frignare come una signorina.

Se lo chiese un’ultima volta, curiosa, prima di entrare nel cinema.

Ma il film che vide, in inglese sottotitolato, non conteneva in nessun momento la frase curiosity killed the cat.

(un’italiana che vale gli appostamenti)

finestra sole Quando ho visto la casa da cui vi scrivo, sono rimasta folgorata.

Letteralmente, perché la prima cosa che ho visto, dall’ingresso angusto su cui gli ospiti alti lasciano sempre un po’ del loro senno, è stato l’angolo di parete bianca che ho lasciato tale e quale, sguarnito ad accogliere l’abbondante sole del terrazzo. Per il resto, l’appartamento era uno sputo, il bagno sarebbe stato stretto per la mia casa di Barbie, in paese, e l’affitto, trattandosi del primo buco che fosse tutto per me, era inquietantemente alto, per una che aveva finito la borsa di dottorato da novembre e faceva un part-time in un ufficio.

Ma quando appunto, dopo la visita, mi sono recata al lavoro, ho detto subito alla mia collega che avrei smesso di cercare, habemus casam.

È stato per due sensazioni, simultanee e differenti, che forse avrò già descritto.

La prima, l’odore di pane abbrustolito. Che ovviamente non proveniva dal cucinino a due fornelli malamente collegato a una bombola arancione, ma da qualche parte della mia testa che era rimasta a Capri, alla casa che i miei zii si erano comprati in preda a un colpo di fulmine simile, tutta in salita e tutta da rifare, coi loro stipendi statali. Ma poi ci avevano costruito alcuni dei momenti più luminosi della mia prima adolescenza, accompagnati spesso da pane abbrustolito e marmellata d’arance fatta in casa.

La seconda, La Bohème. Io e Mimì non abbiamo proprio niente da spartire, in realtà, ma quando sta facendo ancora la civetta con Rodolfo, disegnando ghirigori nell’aria con la gelida manina, dice di vivere sola soletta, là in una bianca cameretta, tra i tetti e il cielo… Sì, proprio asteco e cielo, come dice mio padre sconsolato al pensiero del freddo che devo sentire in inverno. Ma poi, l’orchestra tace, e questa grisette smorfiosa diventa immensa e dichiara:

Ma quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell’aprile è mio

E qui, che volete, scatta la lacrimuccia e lo spirito d’emulazione. Perché la mia dissimulata selvaticità mi porta a starmene spesso sola soletta, ma schiattate, il primo bacio dell’aprile, se permettete, lo voglio. Schiattate, o venite a farvi baciare pure voi, che dice che a non usare a lungo la Bialetti si rovina.

E adesso che cerco una casa da comprare e sono meno selvatica e la Bialetti la uso più spesso, cerco ancora il primo bacio dell’aprile. In termini più prosaici, cerco un attico.

Ma il colpo di fulmine non c’è ancora stato. C’è stata una curiosa coincidenza, la visita a un appartamento che stava proprio sopra al mio, il primo occupato nel Raval, in un palazzo a cui torno sempre per un motivo o per un altro, seguendo i fili di una lunga telenovela. A sentire chi crede in un ordine universale, se ci sono tante coincidenze un motivo ci sarà, o no?

Fatto sta che non c’è il colpo di fulmine. E mi manca, con l’irrazionalità che lo accompagna e mi fa amare ancora questa casa nonostante la mal dissimulata fatiscenza, e gli eventi spiacevoli a cui ha assistito ultimamente.

Poi, però, penso agli amori lenti. Quelli che non mi aspettavo e non ci speravo, verso cose e persone che prima mi suscitavano paura o insofferenza.

Il Raval, ad esempio. Quando dal Mercat de Sant Antoni mi sono spostata più verso l’interno, a Joaquín Costa, era uno scarto di 5 minuti, abbastanza da spaventarmi. Mi ero sempre trovata zone di confine, o addirittura un po’ anonime, per avere l’illusoria sensazione di poter provare tutti i volti di Barcellona. Il Raval aveva troppo di tutto, troppa personalità, troppa prevalenza d’immigrati, troppa sporcizia, troppi turisti. Abituata a una Barcellona insapore, ero assalita da odori forti, curry e urina, il pollo dei girarrosto, la menta che profuma tutto un tratto di strada, quando i fruttivendoli fanno provviste. Erano più rassicuranti i cinesi di Tetuan, gli anziani catalani che sindacavano su come buttassi la spazzatura, con quelli al massimo hola. Poteva mai, il Raval, diventare il mio barrio?

E tu fa’ che lo diventi, suggerì un’amica. E infatti l’amore per il Raval sopravvive a quello per questa casa, che pur mi appresto ad abbandonare. Ho provato a cercare in altre zone, ma no, al massimo la fine torno vicino al Mercat de Sant Antoni, che se attraversi sei nell’Eixample (…), ma sempre Raval è.

Se ci penso, infatti, gli amori lenti sono quelli che mi sono rimasti dentro, davvero. Credo che paragonare un uomo a una casa sia il più bel servizio che si possa fare, altro che mercificazione. D’altronde i rari casi di folgorazione che ho avuto si sono persi nel disperato tentativo di giustificarli, che le case le arredi come vuoi e crei una profezia che si autoavvera, mentre gli umani vengono già arredati di abitudini e manie. E c’è una clausola che impone di accettarle, o non ti ridanno la cauzione. Se gli amanti del colpo di fulmine avessero il tempo di provarne le effimere conseguenze, credo se ne accorgerebbero nella maggior parte dei casi.

Gli amori lenti, invece, si appiccicano addosso piano piano come l’odore di menta, come l’afa scongiurata da quest’aria di pioggia che mi fa scrutare ogni tanto l’amaca in terrazza, per vedere se si sta bagnando. Ti invadono la vita piano, per osmosi, come l’uovo al sapore di tè con cui fa colazione un’amica cinese, e quando se ne vanno è difficile farne a meno perché dovresti strapparti il guscio intero.

Il problema è che non puoi saperlo in anticipo, che lo diventeranno. Amori lenti, dico. Lo sapessi, ti prepareresti.

Da quando ho visto questa casa sopra la mia vecchia ne ho un ricordo come affettuoso, di un posto in cui sono stata, e vorrei tornare.

Quanti giorni di pioggia, scontri coi vicini, pomeriggi di sole, quante notti di lacrime o di sonno profondo, quante visite improvvise e sorprese preannunciate dovrei vivere, prima di sapere?

Magari non ci sarà neanche bisogno di aspettare tanto. Prima o poi, magari mentre starò a fare tutt’altro, saprò.

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