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io-ci-metto-la-faccia-franca-rameSpielberg è uno di quelli che, pure se non mi hanno mai conquistato, qualcosa mi hanno dovuto pur trasmettere, a furia di martellamento mediatico. Come il Vasco Rossi che proprio non mi va giù, ma che in Senza parole aveva come me allora “l’impressione/che mi stessero rubando il tempo e che tu/che tu mi rubi l’amore”, o il Ligabue di Piccola stella senza cielo, dedicatomi da un appassionato di jazz (!) che temeva che mi sarei bruciata e mi avreste guardata mentre scoppiavo in volo.

E invece, 10 anni dopo, sono ancora qui, tra qualche moto di stupore e tanti, sacrosanti, esticazzi.

E se sono ancora qui, lo devo anche alle mie antenate.

In Amistad (torniamo a Spielberg), John Quincy Addams difende davanti a un tribunale il diritto dello schiavo Cinqué a tornare a casa, raccontando che il suo assistito gli aveva spiegato che quando un uomo della sua gente si trova in una situazione senza speranze, invocava i suoi antenati, che non l’avevano mai lasciato solo, perché l’aiutassero e ispirassero. Allora l’ex presidente degli Stati Uniti, quello che secondo i detrattori sarebbe rimasto famoso solo per il nome Quincy, segue l’esempio: invoca James Madison, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington… e John Addams (quello senza il Quincy).

E io, pensai fin da allora, chi posso invocare? Qua si parla di antenati, non del singolo nonno che mi ha insegnato tutto. Proprio una teoria di persone che mi dovrebbero sfilare davanti come le vergini e i martiri nelle chiese romaniche, e aiutarmi e ispirarmi.

Mentre mi preparavo per l’esame di dottorato e leggevo Il Novecento delle italiane, cominciai a capire che gli antenati si scelgono.

E c’era un’antenata che m’interessava particolarmente: Teresa Mattei. Non ricordo se fu lei, o un’altra partigiana che mi commosse nel chiostro di Lettere della Federico II, davanti a gruppi di studenti col panino con la porchetta del sozzoso: violentata, torturata dai nazisti come le martiri cristiane. Ma queste non erano martiri devote all’immobilità e al “filare la lana”, come le antenate che ci imponevano fino a poco fa: anche quelle devono essere state eroiche, a modo loro, o molto ben allenate, a sopravvivere a una vita di silenzio. Ma no, le antenate che voglio sono queste, anche se non ne condivido tutte le scelte e tutte le passioni.

Teresa Mattei. Teresa Noce. Tutte quelle che hanno vissuto come loro, ma della storia non si sono prese neanche le briciole.

E non devono essere per forza martiri, le battaglie non devono essere per forza violente.

C’è Maria Mercè Marçal, del mio paese d’adozione. Quella che ringrazia la sorte per tre cose: esser nata donna, di classe inferiore e nazione oppressa:

A l’atzar agraeixo tres dons:haver nascut dona, de classe baixa i nació oprimida.
I el tèrbol atzur de ser tres voltes rebel.

E sì, pure Franca Rame, va’. Quella che non capivo bene quando recitava in Mistero Buffo (ora, miracolosamente, capisco quasi tutto e mi sto pure commuovendo), ma che mi ha fatto ridere ieri quando ho letto la Lettera d’amore a Dario pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Credo che la filiazione sia cominciata un lontano sabato a tavola, quando qualcuno disse “Ah, è stata violentata? Ua’, che coraggio che hanno avuto questi!”. Mi alzai di botto e me ne andai (anche se non ricordo se mi portai dietro la cotoletta).

Se cominciamo adesso a renderci conto che le donne vengono picchiate, violentate, uccise, come se non fosse mai successo prima, alla fine degli anni ’90, quando il femminismo di comodo non era ancora un’arma anticaimano, a criticare la gnocca in televisione passavi solo per fissata. Figurarsi se facevi ste sparate.

Altri tempi, altri costumi?

Non lo so.

Intanto le antenate me le sono trovate e me le tengo strette. È una pratica sana che consiglio a tutti.

Specie quando vi sentite uno schifo per delusioni amorose, colleghi fraccomodi, vicini scassaminchia. Ricordate la questione Ginger Rogers? Che faceva Fred Astaire coi tacchi e all’indietro? Be’, magari la Alexandra Kollontai aveva gli stessi problemi nostri di fronte al Palazzo d’inverno nel 1905, mentre le guardie sparavano sugli operai.

Ma non si sedette a sfogliare le margherite.

artetera.blogspot.com

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Le coincidenze. Per qualcuno non esistono. Per altri è tutto coincidenza. Altri ancora comprano una vocale e vanno avanti senza farsi troppe domande.

Ma qualche settimana fa leggevo per farmi venire sonno, un’impresa improba nella quale raramente riesco. Stavolta, però, ce l’avevo fatta sulla soglia del capitolo della donna scheletro. Cazzo leggi, chiederete voi. Niente, il solito Donne che corrono coi lupi. L’ho tenuto a impolverarsi per anni, dopo che avevo abbandonato la fase zen, e adesso che so cosa farne lo leggo e rileggo volentieri. Anche perché io che sono da romanzone di 800 pagine ho finalmente scoperto la bellezza del racconto. Meglio se favola, mito.

Quella della donna scheletro è molto bella.

Parla di un pescatore inuit, comincio da lui anche se non va così. Un tipo molto solo che, un giorno che sta in mare, crede di aver preso un pesce molto grosso. Tira, tira, ma non viene niente a galla. Finalmente, con uno strattone, gli piomba sul kayak la donna scheletro.

Era una ragazza del villaggio che aveva disobbedito a suo padre, che senza tanti complimenti l’aveva gettata in mare.

E ora eccola lì a dibattersi spettrale e mostruosa nella rete del pescatore.

Che, senza pensarci su due volte, la ributta in mare e ci dà sotto coi remi. Ma lei resta incastrata con tutta la lenza sotto la barca, e finisce per inseguirlo fino a casa. Lì il pescatore la vede e, improvvisamente, si muove a pietà. La sbroglia dalla lenza, lascinadola in un cantuccio, e va a dormire. Nel sonno, gli cade una lacrima, come succede a volte a chi dorme.

Allora la donna scheletro si avvicina, presa da una strana sete, si corica nel letto con lui e beve la lacrima. Poi gli strappa il cuore e canta “carne, carne, carne”. E man mano che canta le sue ossa cominciano davvero a ricoprirsi di carne viva, ricrescono gli organi, la pelle, i capelli. Allora rimette il cuore nel corpo del pescatore, e si risvegliano aggrovigliati, stavolta fra loro.

Ora, lo so che io la racconto una chiavica, ma è bella quasi quanto il complicatissimo messaggio che ci vede la narratrice: l’amore ci delude. Vorremmo che fosse grosso e grasso come un pesce, che ci sazi per un po’ senza troppi sforzi, conquistato in un solo colpo di lenza. Invece peschiamo la donna scheletro, che non è altro che il ciclo della vita e della morte. Quasi tutti, a questo punto, scappano. “Non è come pensavo, vado a pescare da un’altra parte”. Non troveranno mai quello che cercavano.

Per trovarlo bisogna restare fermi lì. Aspettare, pazienti. Districare la donna scheletro dalla rete, guardarla, piangere di compassione per sé e per lei. Accettare che l’amore è fatto di tante piccole morti, e ritorni alla vita. Solo così l’avrai conosciuto.

Sì, ma non l’altra notte, davvero, ero stanca e avevo sonno. E poi, che tenevo a vede’, cosa aveva a che fare con me questo racconto.

La sera dopo andai al Festival Ornitorrinco, organizzato dal mio amico Jordi Pèlach. C’erano Tenedle, i Ual·la e un sacco di altra gente che non ricordo, perché nonostante tutto arrivai stanca e presi la metro presto. Però ricordo le due ragazze che salirono sul palco a raccontare storie. La figura del cantastorie in Catalogna si porta assai, ed è interessante, anche. E queste, nonostante i microfoni artigianali, raccontavano bene. Non tanto la prima storia, che pure era bella, disegnata su un lungo foglio di carta che le due facevano scorrere piano tra le dita.

La seconda, dico. Indovinate qual era, recitata pedissequamente come sta nel mio libro:

teardropLa prima notizia che so di me risale al 23 novembre dell’80. Per la serie, il buongiorno si vede dal mattino.

Ed è un silenzio.

Mia madre era accorsa nella campagna di fronte casa con tutta la famiglia, alle prime avvisaglie di terremoto, e mettendosi la mano sulla pancia, che mi avrebbe contenuta per altri 3 mesi, non mi sentiva più. Secondo me mi stavo incazzando tipo il sabato sera quando vivevo a Joaquim Costa, una delle vie più affollate del Raval, e quasi quasi lanciavo anch’io il secchio d’acqua sporca ai turisti ubriachi.

Vatti a fidare, dovevo pensare. Fino a cinque minuti fa il patto era che questa qui fuori che beve tutta sta camomilla si muoveva, e la terra restava ferma. Mo’ la terra trema e questa corre.

Dovevo essere molto indignata. O un po’ spaventata, più probabile.

Sarà per questo che una parte di me lì è rimasta, accucciata da qualche parte della mia, di pancia, e si esprime solo se ti ci metti d’impegno (con terribili borborigmi, se è il caso). Quando non so bene che fare… no, non vado dove mi porta il cuore, banalotti, ma mi siedo da una parte e cerco di sentire la ciaccara spaventata che non si muove da allora. Le dico oh, manifestati, esprimiti. Che vogliamo fare?

Oggi, per esempio, non la sentivo. Sarà che avevo la nausea e un appuntamento importante con l’editore del libro, e il quadretto più allettante che mi si prospettava ero io che gli vomitavo addosso sporcando anche le lettere dei soldati, che le stampe costano pure care e non mi anticipano una ceppa.

Allora, sulla porta del bagno, ho capito che sarebbe stato il momento decisivo. Piede a destra, faccio la doccia e banzai. Piede a sinistra, mi schiaffo sull’amaca e mi piango addosso, cercando eventualmente di centrare la gatta bastarda in caso di conati.

Un momento, davvero.

Per fortuna, quello giusto (la ciaccara è cresciuta negli anni ’80, che vi aspettavate, pubblicità intelligenti?).

Asciugandomi col telo gigante, ancor prima di presentarmi all’appuntamento con mezz’ora d’anticipo (scusi ma non mi sento bene, possiamo parlare adesso?) mi sono detta che con un po’ di pazienza mia madre mi avrebbe sentita, anche dopo il peggio terremoto.

Spaventata, incapace di capire cosa stesse succedendo, e perché proprio a lei.

Ma sempre lì.

(Una ninna-nanna)

(Un’altra)

plaza de mayo Di Videla sapevo più o meno quello che sapete voi. Ho visto i vostri stessi film, letto i vostri stessi libri, pianto d’indignazione di fronte alle madri di Plaza de Mayo.

Ora che è morto, come faccio ogni volta che c’è una notizia su di lui (vedi quella dell’anno scorso sui 50 anni per i figli dei desaparecidos), sono andata a leggere i tweet dell’attore Juan Diego Botto.

Per due motivi: 1) è sempre un bel vedere (e poi scrive, ha un sacco d’interessi, e s’è sposato pure una donna in gamba, quindi non sono eccessivamente gelosa); 2) è, appunto, il figlio di un desaparecido. Suo padre sparì nel 1977, quando lui aveva un paio d’anni. Credo che gli avessero trovato dei numeri “compromettenti” in un’agenda, una stronzata così. Per non seguirlo, sua madre Cristina, attrice, pensò bene di rifugiarsi in Spagna, a Madrid. Lui aveva 3 anni. Non so per quanto tempo sia rimasto apolide.

Anche stavolta, Juan (come lo chiama un amico comune che non si decide a presentarmelo) non mi ha delusa:

“Avrai una tomba, un funerale, e qualcuno deporrà fiori per te. Visto? Noi non siamo figli di puttana”.

Vi lascio con una splendida lezione di Botto su un altro che aveva perso il padre, e non ci poteva pensare.

portone Domenica

Poi mi è venuto in mente chi mi ricordasse, a bussare dall’interno di un palazzo.

Il signore educato di Rodari che chiedeva “Permesso, si può uscire?”. Era tanto ben educato / che bussava con i guanti. / Morì dentro il portone / perché nessuno gli disse: avanti!

Invece lei non chiedeva permesso, voleva uscire e basta, e la gente non si fermava.

Si è fermata una a caso (sì, avete indovinato, io), senza leggere l’insegna sul portone.

– Voglio uscire, sono rimasta chiusa dentro, non sono neanche di questo quartiere!

Ho provato a bussare. Un solo citofono. Niente.

– Chiama la polizia! Mi ha portato qui una signora, credevo fosse per restare un paio di giorni, non credevo fosse tanto cattiva.

Finalmente ho letto l’insegna.

Casa di riposo per anziani.

È scesa un’altra anziana in camicia da notte.

– È pazza, non ci faccia caso.
– Lei torni in camera sua. E tu, chiama la polizia.

Quasi si picchiavano.

Sono arrivati due infermieri.

– È pazza, non ci faccia caso.

– Non è vero!

– Non mi sembra il caso di dirlo così – io all’infermiere. Sempre dall’altra parte del portone.

Le ho promesso che sarei andata a farle visita. Un’altra promessa che non so se potrò mantenere.

Lunedì

Mi becca davanti al portone di casa mia. Mi sbarra la strada, ma non mi fa paura.

Anche perché sorride e le si fanno gli occhi piccoli, come quelli della mamma. Ci manca solo il bindi al centro della fronte, che a volte si fa anche lei per imitarla, e sembrano due gocce d’acqua nello stagno del tempo.

– Dov’è casa tua? – mi chiede.

E sale sulla moto.

– Qui. È la tua moto, questa?

– No. Tu hai due case?

– Be’, sì. Una al mio paese, che è dei miei genitori, e questa qui.

– E qual è il tuo paese?

– Si chiama Italia.

Ripete il nome, incerta.

– Mio padre al suo paese ha [mi descrive una serie di cose che avrebbe suo padre nella casa in India]. E poi una moto come questa, ma verde, blu e rossa.

Dice verde e roja in spagnolo, poi blau in catalano.

– E casa tua, invece, dov’è? – le chiedo.

Mi disegna la strada con le mani.

– Ah, allora siamo quasi vicine.

– Cos’è “vicine”?

– Casa mia sta vicino casa tua. A presto, vicina.

Di questo portone almeno ho le chiavi.

bellas-mariposasMi sono detta: questa la scrivo domani, stasera mi viene più sdolcinata che mai. Eh già, perché la novità è allarmante: mi piace una canzone di Cesare Cremonini. Come l’odore di vernice e la lingua che batte dove il dente duole, ma mi piace.

Mi capita da un po’ con le più becere canzoni pop italiane. Hai voglia a mettere Fabrizio De André, o Ciccio De Gregori, o i sublimi Squallor. Per immaginarti la radio di tua madre che va da sola la domenica mattina, vicino al ragù che pippea, ci vogliono questi qua, Marco Mengoni e gli Amici di Maria.

E se l’immagine vi pare troppo da Mulino Bianco, niente paura. Stavo per dire appunto che è un po’ come andare al mitico pako del carrer del Parlament, quello dei prodotti italiani, e leggere quelle scritte strane che stanno mettendo adesso sui Tarallucci: “Chi fosse veramente la pastafrolla ce l’aveva stampato sul volto”. O “Può un angolo di cielo essere rotondo?”, per i Pan di Stelle. Per un istante ho immaginato che i copy writer dell’azienda avessero manager un po’ stralunati come i miei ex datori di lavoro, che prima facevano i DJ in Olanda. Ma in fondo, vista da qua, l’Italia è particolarmente stralunata, ultimamente, quindi me la sento più vicina.

Poi è successo che ho messo in loop i video di Repubblica che partono uno dietro l’altro, mentre facevo una traduzione, e mi è uscita la presentazione di questo film:

La trama mi faceva un po’ Acciaio di Silvia Avallone, forse per le due amiche nel quartiere disagiato, ma è tratto da un altro romanzo. Mi è dispiaciuto che il regista dovesse distribuirselo da solo, specie se considero i cartelloni cinematografici di sto Natale… Poi, la scena finale, in cui la piccola protagonista s’immerge nel mare e la musica aumenta. E mi spiace per gli indipendentisti sardi, che tra l’altro io più canto Nostra patria è il mondo intero e più mi ritrovo coi loro colleghi catalani, ma proprio mi ha fatto estate italiana. Oddio, al Villaggio Coppola non ho mai visto un mare così, ma so’ dettagli.

E la canzone mi ha fatto tenerezza, la canta con Malika Ayane che se ricordo bene è pure la fidanzata (e mi fa ridere più delle imitatrici, giuro, sono malata?). Dice a una ragazzina che non bisogna aver paura dell’amore vero bla bla, lotterai, lotterai, perché sia vero. Solite cose, così facili da ricordare, così facili da dimenticare. E mi sono immaginata piccoli e adolescenti tutti i problemi adulti, specie l’adolescenza che non tramonta mai: le libertà che non vorresti, le cose di cui dopo un po’ in effetti ti rompi il cazzo.

E allora il poppettino nostrano è rassicurante, specie quando dice banalità che dovrebbero insegnarti prima.

Oggi su facebook ho visto anche una cosa tipo: quando un’emozione non viene espressa, il corpo fa male.

Allora ho provato a esprimerla, senza manco sapere se fosse vera.

Sì, pare funzioni.

primo maggioMetto in zaino i 4 kg di chorizo criollo, scostando gli 8 litri di vino. Sollevando il malloppo sospiro:

– Verrà la morte…

Passa un bel macellaio.

– … e avrà i tuoi occhi.

Ora, non so se Cesare Pavese si sia rivoltato nella tomba, a essere citato nel bel mezzo della Boqueria per una cosa così volgare, ma gli dei mi hanno punito: la damigiana di vino ha schiantato lo zaino proprio al centro della Plaça de la Catedral, tra turisti che si crogiolavano al primo sole della settimana.

E il Rai era ancora lontano. D’altronde martedì restava aperto almeno fino alle 15.30, per posare la spesa che facevo, aspettavo i co-organizzatori del pranzo sociale Altraitalia del primo maggio? Quelli disponibilissimi, sempre al telefono, pronti a dirmi quanta roba comprare e dove prendere la cansalada (che finalmente ho scoperto cos’è, bleah) ma quasi tutti con figli e lavoro d’ufficio, e a fare la spesa indovinate chi ci è andato? Gli zitelli che lavorano strano.

Ma ne è valsa la pena. Ne ho organizzate, eh, di iniziative così. A volte c’è qualcuno che si atteggia a lider máximo, e poi non sa neanche concordare le riunioni organizzative con le partite del Barça. Altre volte ti ritrovi con 20 kg di riso e due pelati per condirlo. Anni fa il mio ex si offrì di farci il riso palau per l’occasione, lo vidi versare un’intera bustina di spezie e non feci in tempo a fermarlo.

– Nooo, guarda che lo dobbiamo vendere a europei delicati di stomaco!
– Ah, allora ne metto una busta sola.

Non so se gli invitati a quella serata si stiano ancora ricostruendo l’apparato laringo-faringeo.

Ma dopo mercoledì so che il concetto veneto di amatriciana riesce a essere più viuuulento di quello romano: nella pignata accanto alla mia (che conteneva modeste zucchine per vegetariani) ho visto sparire salsicce, carote, parmigiano e pecorino insieme…

So anche che l’ingrediente segreto, in un’associazione, è l’affetto, per quanto la scoperta faccia un po’ Shirley Temple. Che sia il solo vero collante che porti la gente a organizzare catene di montaggio per portare i piatti, mentre quella quarantina d’invitati (tutti prenotati all’ultimo momento) affollano le panche di uno stanzone senz’aria (ma perché chiudono sempre il balcone?). Che porti tutti a sopportare i masticielli che vengono a sentenziare in cucina solo nella pausa sigaretta, ad accogliere con simpatica rassegnazione il ritardatario che doveva presentarsi un’ora prima con la sua parte di pappa, mentre tu ti stai già trasformando in Super Saiyan.

E nei fumi della stanchezza e di quella mezza birra bevuta tra due chiacchiere in napoletano (la Babele italica in cucina era totale, io chiedevo un cuppino, Paolo dei ciap… nonsocosa, che poi erano presine, e Max parlava friulano col tipo che cucinava prima di noi), tra sorrisi e schitarrate catalane e fisarmoniche calabresi e pentoloni di bis ti vengono ancora più pensieri cursi, cheesy e una parola in italiano non c’è, lezioso, forse, sdolcinato, non so.

Insomma, pensi che divertirti non ti stai divertendo tanto, organizzare è una responsabilità e sul cumannare è meglio ca fottere hai i tuoi dubbi, ma stai cucinando la pasta di cui hai chiesto due anni fa la ricetta. Nella tenuta che ti aveva messo in imbarazzo proprio lì, un anno fa, alla proiezione del documentario No-Tav e che adesso è una seconda pelle, l’unica battuta, quando ti offrono la presidenza, è “la prossima volta in tailleur”.

E stavolta ridi, di cuore.

pioggiaE adesso, bambini di ogni età, comincia la storia della pioggia.

Ieri la vostra narratrice è stata in un bel posto che si chiama La Nave Espacial a vedere Alice nel Paese delle Meraviglie, storia di una regina cattiva che voleva sgomberare il Paese delle Meraviglie perché era autogestito (parola poco fiabesca, ma a volte magica). Per fortuna vinceva la regina bianca, una sovrana buona molto speciale, infatti è repubblicana.

Non come certe repubbliche in cui la gente fa una cosa che si chiama elezioni che poi non serve a niente, perché poi quelli che comandano fanno quello che gli pare e poi un signore molto molto arrabbiato e triste un brutto giorno se la prende con chi non c’entra proprio niente.

Questa regina è repubblicana davvero.

E sapete perché vinceva lei?

Perché c’era la pioggia.

Dovete sapere, cari bambini, che quando c’è la pioggia a Barcellona, tutto è possibile. A Napoli è ancora più magico, infatti tutta la città si trasforma in un fiume: chiedete a papà che significa testacoda su asfalto bagnato. Ma questa è un’altra storia.

La magia della pioggia a Barcellona è che, solo quando piove, si avverano tutti i vostri sogni. Però, quando torna il sole, tutto diventa come prima, e nessuno si ricorda niente. E a Barcellona, in realtà, piove poco.

Dev’essere stato un incantesimo difettoso, che le fatine cercano ancora di risolvere. Per sapere a che punto stanno potete rivolgervi a dei maghetti che girano per il centro con parole magiche come cervezabeer, hashish, coca. Ma io, personalmente, non indagherei.

Mi godrei il buio di una giornata di pioggia.

Sì, perché le tenebre sono importanti, bambini. A parte che senza di loro non ci sarebbe la luce, le tenebre insegnano tante cose. Alice sprofonda nelle tenebre per capire chi è veramente. E tanta gente, tanta, nei racconti, scende giù giù nel buio più profondo, chiedete alla maestra cos’è la catabasi.

E allora, solo con la pioggia, quel posto un po’ magico che è la Nave Espacial, non si preoccupa più della regina cattiva che viene a cacciare via tutti, e continua a offrire cabaret e circo gratis a grandi e piccini.

E mentre i rivoli d’acqua puliscono un po’ il balcone della narratrice, che era ora, ma distruggono pure la lettiera della gatta, lo gnomo cattivo del terzo piano diventa buono buono, chiede scusa a tutti per aver tagliato i fili delle antenne e cambiato la serratura del terrazzo, e nessuno pensa più a cacciare lui, anzi, lo nominano vicino dell’anno.

Se piove proprio forte forte, le signore della porta accanto la smettono perfino di sentire la bachata, una musica inventata direttamente dalla strega cattiva del Mago di Oz, e cominciano a metter su delle canzoni che pure se piove ti viene voglia di far festa sul loro balcone, e prima che esca il sole scoprono che nel loro paese possono sposarsi pure se sono due signorine, e partono per la gioia dei timpani di tutti.

Invece il ragazzo del palazzo accanto, che ha la pelle e il passaporto di un colore diverso dalla narratrice (e col sole questo è un problema), trova un lavoro vero, non uno che paghi tanti soldi per fingere che stai lavorando, e intanto ti danno un pezzo di carta che dice che puoi restare. E la sua casa per magia diventa così grande, ma così grande, che i suoi dieci coinquilini non devono più dormire 3 o 4 per stanza, bambini compresi, ma vanno qua e là felici e fanno una bella cena a base di curry e invitano pure la narratrice. Va bene, pure voi, ma a voi poco piccante che se no fate come Biancaneve e la mela, senza il principe che viene a baciarvi.

E a proposito di principi, quando piove la narratrice dell’ultimo piano non deve più chiedersi, guardando i viandanti che bussano alla sua porta, quali siano i principi e quali i draghi, e se i primi siano più buoni dei secondi o siano i draghi, in realtà, quelli più buoni e utili in cucina. Quando uno dei viandanti che numerosi, ultimamente, bussano alla sua porta (si fa quel che si può) chiede se può restare, lei con la sua supervista capisce subito se è principe o drago, pellegrino o cataplasemo ‘e semmente ‘e lino (è una parola magica di una terra lontana). E lo lascia entrare contenta e si addormentano sorridendo.

Prima che il sole riporti tutti i pasticci.

Ma finché c’è la pioggia, cari bambini, che l’aria cambi.

Banksy25 aprile piovoso, buona scusa per restare in casa.

Ho un riflesso condizionato, con la pioggia: una parte di me dice ancora meno male, una ragione valida per non uscire. Anche se uscendo farei cose interessanti. Anche se uscire sarebbe molto meglio che restarsene a rimuginare in 35 metri quadri, tra lavoro al PC e letture sul letto.

Possibile che non si faccia niente, a Barcellona, per il 25 aprile italiano?, sospirano virtualmente dalla mailing list di Altraitalia. Quello portoghese sì, qualcosa c’è. Quello italiano lo festeggiamo sfottendo su Drammi facebookiani quelli che “i partigiani erano tutti santi, eh? bravi, continuate a negare la storia” ecc. ecc. Lo so, è un po’ sparare sulla Croce Rossa, ma si sa, chi va con lo zoppo… Io sono la prima a dire che i miti di fondazione vanno decodificati, approfonditi nel bene e nel male, ma certo che quando questi teppistelli salirono sulle montagne, mentre Gandhi e Bob Marley governavano così pacificamente (l’asse Bombay-Kingston, mai sentito?), lo fecero per puro spirito sportivo. Viva il fasssio.

E viva i messaggi che alle 20 di sera ti salvano dal programma pizzacinema, che a casa diventa youtube-mortadella vegana: vieni allo Shanghai? C’è un compleanno e ho voglia di spritz.

Pronti.

Anche se non ho idea di dove sia questo Shanghai e lo spritz mi ubriaca al terzo sorso. Ma il bar è italiano e la compagnia piacevole, e soprattutto, scusate il clichè bestiale, ma a un certo punto mettono Bella ciao dei Modena City Ramblers.

E finalmente. L’ho quasi odiata quando la intoniamo agli scioperi generali, bella bellissima ma parliamo di banche e speculazione come gli altri, per favore. Ma il 25 aprile, circondata da italiani, in una città che ha ripreso a commiserarci per quello che accade in Italia (e se date un’occhiata alla politica spagnola capite che il fatto è grave), riscalda più dello spritz.

Più del momento, meraviglioso, in cui tutti cominciano a sognare a occhi aperti che manco a scuola: e adesso compriamo casa, e ci mettiamo due bagni, vieni a vivere con noi? La cerchiamo a Sants, no anzi a Poblesec, e apriamo pure quella casa editrice che ce vonno ‘e sorde, ma li troveremo. Ma non sono solo sogni, anzi, scatta il solito aiuto concreto tra gente che sta sulla stessa barca, e non hai lavoro e allora mandami il curriculum, e guardati quest’annuncio per case in vendita e che begli occhi che hai… No, scusate, era off topic.

Il classico napoletano ubriaco mi viene a insultare con un sorriso, per poi rendersi conto che lo capisco e toccarmi affabilmente il culo prima di allontanarsi.

Mi allontano anch’io, tra gli spacciatori del Gotico, giocando a tirare i fili delle opportunità che mi ha offerto la serata. A seguirle tutte la mia vita cambierebbe radicalmente, e a volte sarebbe bello e indolore, a volte meno, perché ci sono inquietudini a cui ti affezioni come a certi graffi sulla schiena, che non sempre fanno male. Sembro la bimba di Banksy coi suoi palloni. Non c’è solo quella che perde il cuore, ce n’è anche una che vola, trasportata da una serie di palloncini. Sta a me decidere quale voglio essere. Sta a me.

E mentre lo penso mi viene in mente, non so perché, il mio libro preferito di quinta, di un’archeologa sarda. Quando la protagonista, che invece sta in quarta, scopre che il suo primo amore (lo zio di un’amichetta) sposerà la sua insegnante preferita. L’amichetta che glielo dice ha paura che si metta a piangere. Invece lei ci pensa un attimo e sorride. “Ascolta il mio cuore”, dice. Batte tranquillo, perché le sembra perfetto.

La migliore delle conclusioni.

da alqamah.it

da alqamah.it

Lo sapevo solo io. Non avevo capito che Massimo Carlotto proprio non ci veniva più, alla Libreria Le Nuvole. Avevo pure letto il messaggio della disdetta per motivi familiari, ma per un diabolico intreccio d’informazioni avevo capito che magari non oggi che è Sant Jordi (e non era proprio previsto), ma almeno ieri sera avrebbe presentato il nuovo libro.

Ovviamente, che mi sbagliassi l’ho scoperto in metro, a biglietto già vidimato. La T10. La prima volta che la comprai credo non arrivasse a 7 euro. L’ho ripresa l’autunno scorso, dopo una lunga pausa, e poco ci mancava che la macchina m’ingoiasse la 10 euro intera, senza ruttarmi manco un nichelino di resto.

Che fare? Ormai mi ero truccata e imparruccata, un’altra linea del romanzo da recensire (una storia di lupi mannari) mi avrebbe fatta ululare che manco in Frankenstein Junior… Sono scesa a Gràcia, almeno 10 minuti a piedi risparmiati. Ho pensato di allungarmi verso Plaça Catalunya e cercare di capire come vorrei vestire la nuova me.

Infatti, come da tre anni a questa parte, cambio di nuovo. Dentro e fuori. Mi attivo tanto, ho deciso di provarci davvero, a fare solo quello che mi piace. In politica, nel lavoro. La carne mi fa quasi schifo, ormai, anche se ancora non sputo la fetta di prosciutto se me la trovo per sbaglio nel tramezzino. E mentre la nuova parrucchiera mi toglieva per sempre la tintura platino che mi faceva chiamare Shakira dagli ubriachi, la radio dava Common People, e a me veniva da ridere.

E poi ho scoperto che rispondo. A cosa? Ieri, alla visione dell’anziano vicino che mi ha adottata e mi ha fatto perfino il letto in cui dormo, e in quel momento camminava bassino e magro, col barbone, circondato da due ragazzoni della Guardia urbana. Ma a passi lenti, come se stesse passeggiando con loro tra i turisti di Portal de l’Àngel, in direzione opposta al negozio di scarpe che puntavo io. Nella busta a tracolla, di quelle di stoffa per la spesa ecosostenibile, le lattine di coca trasformate in ceneriera che vende seduto a terra, su Portaferrissa.

E allora mi sono girata. Non era scontato che lo facessi. Da tempo mi ero un po’ stancata, di queste adozioni tra vicini, del paternalismo che accompagna l’affetto per una straniera biondiccia che vive sola nel Raval. E qualche volta mi sono data per occupata quando non lo ero poi così tanto.

Ma sono tornata indietro. Il ragazzo è stato gentile, è un affare del signore, non posso dirglielo per la sua privacy. Me l’ha detto il diretto interessato, nel suo inglese, e non ci ho capito molto, sorrideva il suo sorriso amaro e sdentato. Ha parlato di affitto, di soldi che non aveva per pagarlo, non ho capito se si riferisse a casa sua o all’autorizzazione per la bancarella. Possiamo proseguire tutti insieme, ha chiesto il ragazzo in spagnolo. Il collega dava informazioni a una turista. Posso aiutarti, ho ripetuto in inglese. No, grazie, Mariya, come mi chiama. Era una multa, l’avrebbe pagata.

Ah, già, i documenti sono a posto. Ha trovato una bella ragazza che se lo sposava gratis perché tra i loro passaporti non ci fosse più differenza.

È allontanandomi che ho capito che la matita per gli occhi non sarebbe arrivata intera, a casa. Non so manco perché. Forse per la visione del vecchietto circondato da ragazzi alti che non parlavano la sua lingua, ma era lui a stare nel loro paese. Che per vendere le sue lattine non ha l’autorizzazione, e la legge è quella. Ma… Ma.

Vediamo ste scarpe.

Niente, le più belle erano fatte di finto sughero. Rovistando tra sciarpe e borse ho ripensato a Piero che al Parc de la Ciutadella, domenica, alla Fiera della Terra, mi ha messo in mano la prima tammorra in 32 anni.

– Non la so suonare – ho confessato.

– Impugnala così, e non pensare alla tecnica, comincia a prenderci confidenza.

Così ho fatto, e così facevo, ieri, con me. Prendevo confidenza, cercandomi tra gonne di finto chiffon e maglie al 30% al Corte Inglès. Non mi sono trovata, perché ovviamente non ero lì.

E neanche sull’altalena della foto che ho messo su facebook, un’altalena di 30 anni fa che sarà finita arrugginita in soffitta. La stessa faccia e lo stesso sorriso, ha detto uno. Cos’è che ho in comune con quella, cos’è che non cambia mai. Cosa…

Cosa ci trovate, in lei?, chiese una volta una tizia a un ragazzino che mi veniva a prendere. E lui disse qualcosa che ora ricordo come “Energia”,o giù di lì, e che visualizzo come un fuoco. O meglio, come una luce di quelle scoccianti d’estate, non so se di un lampione o un falò, che se ti ci avvicini troppo ti scotti, ma alla giusta distanza non sono male.

Ecco. Spero di trovarmi lì.

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