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Risultati immagini per girella motta Ok, precisiamo meglio. La nostalgia la lascio a chi la sa nutrire meglio di me. Al posto delle girelle all’ora della merenda, questo post condivide riflessioni su un conflitto epocale. Lo so, meglio le girelle.

Il fatto è che perfino noi classe anni ’80, segnati da pubblicità come queste, facciamo i fighi con fratelli e nipoti nati negli anni ’90 e 2000, “colpevoli” di aver avuto internet da subito, di non aver mai riavvolto con la penna il nastro di una cassetta, di affrontare restrizioni meno rigide (e sessiste) nei loro spostamenti.

Scorrendo i lunghi testi evocativi di questa o quell’epoca, compresi i Noi che… recitati da Carlo Conti con voce nostalgica, devo constatare che oh, ogni generazione è convinta di essere la migliore.

Chi non ha avuto “la guerra” conta il numero di volte che ha alzato gli occhi, dopo l’11 settembre, ascoltando il rombo di un aereo. Chi ce l’ha avuta accusa “i giovani d’oggi” di non accontentarsi mai di niente, non avendo conosciuto i portenti della polvere di piselli.

Ho scovato un meme fantastico in cui i nati nei ’90 dichiaravano di aver ringraziato i genitori, a Natale, quando sotto l’albero trovavano “solo” la Playstation (!), mentre i classe 2000 riceverebbero decine di regali (tra cui capi di moda per uomo, orrore!1!11!), lamentandosi pure della loro scarsità.

Ovviamente la mia generazione potrebbe rispondere con gli ultimi meccano/Dolce Forno, rigorosamente divisi per sesso (temo siamo fieri anche di questo), e trovare la Playstation un lusso da fratelli minori. E mi sa che andando indietro nel tempo finiremmo alle foglie secche incartate, nel Natale neorealista dei Jackal.

Quindi la nostalgia ci sta tutta, rievocare la propria epoca vuol dire quasi sempre ricordare quando si era giovani, o giovanissimi. Lo capisco bene. È quello, che rimpiangiamo, piuttosto che i lettori CD che s’impallavano.

Però qualche figlio del dopoguerra arriva a scrivere che “la sua generazione ha fallito”, e che da quella dipendeva la vittoria della nostra. Tu chiamala se vuoi, megalomania.

Magari questi supernostalgici fanno parte della stessa élite culturale che resta ambigua sul problema dell’immigrazione, che tanti figli e nipoti, tra Erasmus, fuga di cervelli e compagni cinesi tra i banchi, sanno essere molto relativo, o lo sanno un po’ meglio. D’altronde, tanti di noi “cervelli in fuga” leggiamo perplessi di avversione alla fecondazione assistita, scorrendo i titoli dei giornali italiani in mense universitarie “decorate” da inviti a donare ovuli!

Insomma, se vogliamo farci due risate nostalgiche, fantastico.

Fermiamoci invece quando il nostro diventa il tentativo di liquidare con un “bah” (possibilmente con l’h alla fine) il mondo che cambia.

Perché non è che lamentandoci smetteremo di girare con lui, eh. Ne subiremo solo le conseguenze, senza neanche usare il minimo potere decisionale rimastoci per accomodarlo almeno un po’.

E la malinconia è un rifugio accogliente, ma è difficile trovare la strada del ritorno.

Si è sempre i vecchi tromboni di qualcuno.

Risultati immagini per fish climb tree  Avete presente la storia inflazionata del pesce e dell’albero? Ma sì, la frase attribuita erroneamente ad Einstein, sul fatto di giudicare qualcuno secondo parametri non affini a tutti. Com’era?

Ognuno è un genio. Ma, se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

Ecco, una roba così.

Quante volte facciamo quest’errore, e quante volte lo infliggiamo a noi stessi. Forse, semplicemente, abbiamo paura di quello che riusciamo a fare, o pensiamo che non sia importante quanto altre attività più alla moda, o apprezzate socialmente. Io stessa ho ingaggiato un’allegra battaglia con gli amici d’ingegneria, nei nostri vent’anni, su chi avesse più meriti tra ingegneri e letterine. Al che loro dicevano: “Certo, se lavoro male io cade un palazzo…”. E noi? Oltre a provare ancora a combattere il tanto chiacchierato analfabetismo funzionale, ci batteremo fino alla fine perché Nietzsche e Capitan Harlock non siano considerati simboli della destra.

Insomma, bando alla falsa modestia, se abbiamo una qualche dote dobbiamo apprezzarla! Io potrei dirvi cosa indossavate quando ci siamo visti la prima volta, fosse anche trent’anni fa, o raccontare imbarazzanti aneddoti su vostri trascorsi mooolto passati, a meno che non compriate il mio silenzio.

La mia buona memoria sarà una caratteristica meno spettacolare di un fisicaccio che mi catapulti sulle passerelle di Parigi, o nelle fiere più pacchiane di abiti da sposa! Né mi farà fare esattamente i miliardi di un genio della finanza.

Ma è un peccato che, se abbiamo delle caratteristiche poco apprezzate a Natale dallo zio fallito che ci interroga, tendiamo a fregarcene, o a sminuirle.

Il collega che mi aveva riveduto un po’ la tesi di master me l’aveva detto: “Mi piace come scrivi e lo sai, ma sai anche che la commissione lo troverà troppo informale, personale. Quindi camuffa un po’ le parti emotive, scrivi più frasi come ‘Da questo brano si evince…’ “.

E invece no. Invece quella tesi che parlava di ragazzi morti appesi a un filo spinato meritava forse un maggiore rigore scientifico, ma non una lacrima di meno. E chi prova a spacciare per scienza l’assenza di lacrime, a mio parere, non ha capito un cazzo né di quella guerra, né di tutte le altre.

Di che stiamo a parlare, quindi?

Be’, di coerenza, fedeltà a se stessi, consapevolezza di quello che sappiamo fare, nel bene e nel male.

E di non disprezzare il nostro mare tranquillo, solo perché l’arrampicamento sugli alberi non è mai stato il nostro forte.

Risultati immagini per gael garcia bernal Nei miei primi tempi a Barcellona, quando ancora reggevo la movida locale, mi toccò una coinquilina memorabile. Era una tipa simpaticissima e intelligente, amica di amici, ma svitata totale, eternamente imbronciata perché era finita in una casa di guiris (termine locale e vagamente razzista per indicare turisti e/o forestieri “occidentali”). La domenica noi stranieri ci aggiravamo per casa come zombie, reduci da nottate all’ultimo chupito, e lei era lì, con tutto il suo entusiasmo, a cercare di resuscitarci con mille dépliant di sconti per i musei e link assortiti su jam session di flamenco non turistiche nel centro storico.

Finì che me la portai a ballare un paio di volte, ritrovandomi sistematicamente a reggerle la candela con qualche sconosciuto incontrato al bancone di un bar. Siccome capitò lo stesso ad altri amici guiris, diventò una fonte inesauribile di battute tra noi.

Però mi rimase impressa la prima uscita insieme: la mia amica aveva adocchiato un ragazzo dal faccino regolare, occhi bassi, avvolto in un giubbottone col bavero alzato fino al naso. Il tempo di spostarci dallo Sugar Bar al Magic e il timidino si era pressocché denudato, rivelandosi la copia palestrata di Gael García Bernal. Non feci in tempo a congratularmi con la fanciulla per la vista lunga, che me la ritrovai premuta contro il mio orecchio a farmi la seguente dichiarazione: “Maria, è troppo bello! Mi fa paura!”. Già cominciavo ad assicurarle di essere più che lieta di salvarla da un simile fastidio, accollandomi io il peso di ballarci, quando lei si spiegò meglio:

– Mi piacciono sempre i falsi timidi che si rivelano personaggi istrionici e assurdi. È proprio la loro ambivalenza a renderli pericolosi, finiscono per spezzarmi il cuore e sparire dalla circolazione.

Ok, confesso che nella musica rimbombante del Magic, e al terzo mojito, la mia amica non si espresse proprio così. Ma la sostanza era quella.

A tanti anni di distanza le rendo un omaggio tardivo, perché senza essere esperta di psicologia suppongo che si trovasse in un loop che conosciamo in tanti:

  • quello che identifichiamo come amore ci sorge “spontaneo” solo per persone che ci fanno male;
  • “rieducarsi” a un amore che ci fa bene significa perdere, appunto, questa spontaneità.

In un certo senso ci sono passata anch’io e riconosco l’aspetto più brutto di una questione del genere: non esiste una soluzione ideale. Se siamo così, è quasi impossibile innamorarsi di una persona che ci prenda molto E ci faccia anche bene.

Si finisce o in situazioni orribili (come sanno anche i miei amici maschi attirati da psicopatiche) o in rapporti un po’ più complicati, magari senza il trasporto adolescenziale dei primi casi, in cui la prospettiva di essere felici diventa un lavoro quotidiano. Perché, parliamoci chiaro, un finto agnellino che ci diventa il re della pista è facile, da amare. Il giorno dopo sparirà, poi ci cercherà di nuovo, poi tornerà a sparire, e ci lascerà con l’idea di quanto sarebbe bello insieme “se solo” ci considerasse di più. E la certezza di non scoprirlo mai.

Figurarsi com’è difficile con qualcuno che già di per sé non ci offre la droga a cui siamo abituati, che si mostra noiosamente interessato e disposto a restare, costruire qualcosa ogni giorno, col rischio di rivelarsi non “troppo” bello ma fin troppo umano, con tanto di piccole e grandi manie che solo una lunga frequentazione può rivelare.

Quindi uff, detesto le situazioni come quelle della mia amica, stile “o bevo il veleno che mi piace o mi sorbisco una sbobba che non voglio”. Però quelli con la mia serenità, ormai si sarà capito, sono gli unici compromessi a cui scendo volentieri. Innanzitutto perché non nascono dal nulla, per amare qualcuno dev’esserci qualcosa di fondo che non si acquisisce in nessun modo, c’è o non c’è. La base su cui costruire il resto ci vuole. E poi non si tratta di un vero compromesso: anche il masochismo sentimentale è un comportamento acquisito, che abbiamo ripetuto tanto spesso da avercelo in automatico. Infine entra in gioco una sfida che può generare dipendenza quanto le relazioni tossiche: fare quello che possiamo, con gli strumenti che abbiamo.

Si tratta di “esercitarci” in un ruolo per noi insolito: diventare la parte di noi determinata a essere felice. Un lavoraccio di quelli che, però, sono ben retribuiti.

Per la cronaca, la mia amica quella notte finì a casa di “Gael”, che prima di un amplesso piuttosto deludente le spiegò per un paio d’ore la sua recente svolta spirituale, con tanto di lettura di brani da non so che testo sacro. Ovviamente il giorno dopo era bello che sparito.

Cosa vuoi di più dalla vita?

Scusandomi per l’uso privato del mezzo pubblico, dico solo due parole: buon anniversario.

Risultati immagini per pasta al forno A vent’anni dovevo essere veramente insopportabile, perché dopo più di 10 anni fuori casa mia madre se lo ricorda ancora.

Ai tempi stavo scoprendo altre cucine che mi piacevano, ero un po’ stufa dei rituali domenicali partenopei e nei giorni di festa dovevo essere proprio una pittima, tra lamentarmi perché mangiavamo “sempre le stesse cose” ed esigere della pasta al forno tagliata in “cubi perfetti”, come chiamavo i blocchi compatti di quando mozzarella e pomodoro si fondevano bene.

Adesso, quando torno in paese, sono molto più tranquilla, forse perché mangio con le bacchette un giorno sì e uno no e mi cimento nella versione italianizzata di molti piatti per cui, nei paesi originali, sarei giustamente linciata o esposta al pubblico ludibrio.

Ma mia madre non deve rassegnarsi al fatto che io, per dirla in catalano, non sia più quella cacacazzo della sua bambina. E allora crea la classica profezia autoavverantesi: dà per scontato che mi arrabbierò per qualcosa, si mette sulla difensiva, una parola tira l’altra e ci azzuffiamo per davvero.

Assistono a queste battaglie all’ultima padella, costellate di eccessivi acini di sale: mio padre, che non ha mai acceso un fornello se non per farsi il caffè; mio fratello, che ogni tanto si stufa, si mette a fare una serie di diavolerie alla MasterChef (tostare il riso prima di versarlo nella pentola?!) e zittisce i miei sfottò con un risultato spettacolare, che scatena tutta una serie di bis.

“Duje parrucchiane ‘int’ a ‘na chiesa nun ponno sta’ “, motteggia puntualmente mia madre ogni volta che ci ritroviamo da sole a iniziare questa pantomima. Due parroci in una chiesa sola non ci possono stare. Ed è subito predica.

Queste piccole battaglie domestiche, che riprendiamo lietamente a ogni festa comandata, mi hanno fatto riflettere sulle dinamiche del litigio.

Perché non ho parlato a caso, di profezia che si autoavvera.

Ho imparato da tempo che non ci rassegniamo facilmente ai cambiamenti altrui, anche quando sono in meglio. È più comodo schedare qualcuno una volta per tutte, con tanto d’informazioni su come evitarne le ire e prevenirne le ripicche, piuttosto che ammettere di avere a che fare con una persona cambiata dal tempo e dalle esperienze.

Allora, a volte, riusciamo nell’intento diabolico di trasformarla nella persona di prima, quella che ci era familiare. Se mia madre, convinta che mi arrabbierò, prende per critica qualsiasi mia osservazione sull’olio della frittura, è molto facile che lei scatti e io le risponda a tono, avverando la sua tragica profezia sul mio terribile umore.

Allora, a parte questi battibecchi inoffensivi che accompagnano le nostre feste, sarebbe bello rinunciare a credere di sapere tutto di chi amiamo, solo perché, appunto, amiamo la persona in questione. Sarebbe ancora più bello accettare la sfida di guardarla sotto una luce diversa, meglio se prima di perderla irrimediabilmente, in caso di rapporti meno stabili di quelli familiari.

Infine, sarebbe davvero fantastico rivedere le nostre personali convinzioni, dalla quantità di pepe nel risotto al senso della vita, anche solo per confermarle così come sono. Ma solo dopo il sovrumano sforzo di ammettere che non sono le uniche idee possibili, e potrebbero non essere le migliori.

Due parroci in una chiesa non possono starci, ma ci chiamiamo un po’ tutti Legione, abitati da infiniti mondi, da tutte le persone che possiamo essere.

Non dimentichiamolo.

Neanche quando riusciamo finalmente a impiattare la pasta al forno in cubi perfetti.

bastian Quando seguo tante storie, è perché ho perso il filo della mia.

I romanzi che leggo, Netflix… Tutto ultimamente mi rievoca il fantasma della mia remota dipendenza dalle storie altrui, prima di carta, poi di pixel.

Premetto che non m’impasticcavo, ma quando entravo nella mia “cameretta” in paese vedevo tutti quei libri di fronte a me come altrettante porte per universi paralleli, pronti ad aprirsi a comando quando ci fosse stata un’emergenza nell’universo mio.

Come i fantasmi del Natale di uno famoso, questo mondo di storie mi prendeva e mi portava via da una vita che non tanto doveva piacermi. Per cui, invece di pensare a me, finivo per affezionarmi di più a lontane principesse, poi a ragazze perdute lawrenciane, passando per adolescenti con problemi di punteggiatura. L’ho fatto perfino coi cartoni animati, in un’epoca in cui non stava bene guardarli dopo i 13 anni. O, di nascosto a mia madre, con certe telenovelas latine che mi causavano la stessa dipendenza di recenti successi letterari un po’ più arzigogolati.

Tutto pur di non soffermarmi sulla mia, di storia. Perché? Ovvio. Perché la mia storia non ha né capo né coda. L’unica caratteristica che avrei potuto copiare da qualche testo era il narratore in prima persona, e manco onnisciente! E poi, nessuna delle vicende che mi riguardavano finiva una volta per tutte in un’ultima frase poetica. Tutto si smacchiava nei giorni, come una patacca di pizza sulla maglia bianca appena comprata. Roba che a dimenticarmene per un po’ o mi chiedevo che ci facesse ancora là, quella traccia di un incidente remoto, o mi sorprendevo a trovare la stoffa così bianca da scordarmi quasi che qualcosa, un tempo, ne avesse rovinato le pieghe.

Quando lo feci io, il cambio di scenario (andando all’estero), diedi un’altra possibilità alla mia, di storia. Non è necessario, come colpo di  scena. Diciamo che a me ha aiutato.

Mi trovai giocoforza a dare più spazio alla quotidianità da riscrivere ad altre latitudini e da riscoprire, perciò, nell’esercizio quotidiano. Quindi abbandonai un po’ i romanzi, e in un periodo storico pericoloso, per farlo: quello delle tentazioni online, sempre più insistenti, delle storie da scaricare e guardare, ascoltare, leggere dappertutto. Aspettavo solo di assaggiarle, come la lezione di Storia commestibile al gusto granatina di una favola di Rodari. E siccome intanto scoprivo la cucina indo-pakistana, nelle sue curiose varianti inglesi, mi successe un po’ anche questo: di mangiarmela, la Storia, nelle sue contaminazioni speziate.

Insomma, quando inseguo le storie è un po’ che ho perso la mia. E nun me piace, s’adda cagna’.

Infatti sono ottimista. Comincio a recuperare la buona abitudine di portarmi nella mia giornata i protagonisti di quelle altre storie. Di diventare sul serio un po’ loro, di farli entrare nel mio mondo come io entro ogni giorno, da intrusa guardona, nel loro. Allora divento la protagonista post-atomica di qualche romanzo per ragazzi che pure leggo, contenta di aver risvegliato la sua sosia assopita in me. Oppure riconosco in qualche mia vigliaccheria i suoi diretti antagonisti, che pure porto dentro.

Credo che questo sia il modo migliore di affrontare le storie altrui: portarle dentro. Sottopelle, proprio. Ti risolve la giornata.

E poi è più pratico di Kindle.

Risultati immagini per ciliegie  Avete presente quei libri (ma anche le serie TV) di cui diciamo “è una droga“? Mi sembra che quest’espressione venga fraintesa, scambiata troppo presto per una dichiarazione d’amore. A me, invece, rievoca più spesso un tradimento, benché delizioso, consumato in fretta come tutti i tradimenti. Riflettevo su tutto ciò a proposito di una tetralogia di cui, tra libri prestati e regalati, ho finito per comprare solo il secondo volume.

E avevo una grande urgenza di acquistarlo, specialmente perché il primo mi era piaciuto senza entusiasmarmi. Ma capivo che il ritmo avvincente e la vivacità dei personaggi mi stessero generando quello che chiamo una dipendenza a orologeria.

Già a metà di questo secondo volume mi sentivo infatti un po’ imbrogliata, tradita appunto, come se l’arte di tenermi avvinta alla trama prevalesse sulla consistenza del racconto. Tuttavia ho abbracciato con gratitudine quel prolungamento della parte di diletto, contenta di restare ancora a lungo con protagonisti così vividi.

Forse è la più tipica delle dipendenze, no? Quando qualcosa ci interessa molto, ma, come si suol dire, bisogna battere il ferro finché è caldo, o sappiamo che tra breve non saremo più così presi.

Abbiamo imparato questa lezione dopo le vacanze adolescenti al mare, con le amicizie e i nuovi amori spazzati via da zaini e compiti per casa. Ne abbiamo avuto ulteriore conferma con quei colpi di testa che chiamiamo hobby, che senza costanza si lasciano dietro solo costosi kit per principianti.

A parte le grandi passioni che possono modificarsi, ma persistono nella nostra vita (che so, scrivere per me e i motori per il mio migliore amico, tanto per chiarire cosa ci unisca da 16 anni), ci sono sensazioni più intense, improvvise, che o le coltiviamo o svaniscono.

Non so voi, ma quando una relazione di quelle da ricovero mi è andata male mi è dispiaciuto soprattutto questo: sapere che tutti quei sentimenti, quell’intensità, sarebbero svaniti, come una buona idea che non ci siamo segnati subito su un pezzo di carta.

Forse ci ribelliamo proprio a questo, a costo di essere infelici: non vogliamo rinunciare a quell’energia che ci prende quando viviamo una passione che ci droga, e che perfino in tempi come i nostri non riusciamo a riprodurre, inscatolare, fotocopiare, copincollare, salvare in una memoria abbastanza ampia da comprenderla e conservarla intatta.

Spesso il tira e molla delle passioni viene smascherato per quello che è: pericoloso. Come se bastasse questo a renderlo superfluo.

E invece mi hanno insegnato molto di più le passioni frustrate che i periodi di bonaccia. Se riusciamo nella complicata selezione di trattenere la loro parte più creativa, di blandire la minaccia distruttiva che portano con sé, sono il miglior materiale per costruire, dalle loro ceneri, ciò che chiamo serenità.

Quella sì che genera dipendenza.

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Lo scrivo sempre: il migliore insegnamento che mi ha dato mio padre non riguarda né l’onestà, né l’altruismo, né il suggerimento che il pepe sulla mozzarella sia una buona idea (d’altronde insisteva per mettere il gazpacho andaluso nel microonde).

La cosa più importante che mi ha detto, non necessariamente in questi termini, è stata: “Il mondo ti caca meno di quanto immagini”.

Quanto è vero! E pensate a che vita fantastica avremmo, se ce lo ricordassimo più spesso.

Facciamo l’errore di aver paura dell’invisibilità, dell’indifferenza del prossimo. E invece non è fantastico, chiedo, pensare che in realtà nessuno si è accorto della vistosa macchia di cioccolata che esibiamo a un angolo della bocca, uscendo dalla pasticceria? Ehm, non fraintendetemi, se n’è accorta di sicuro la persona in nostra compagnia, specie se siamo al primo appuntamento. Ma queste sono le leggi di Murphy e con quelle non c’è storia.

Intanto, godiamoci la confortante constatazione che il mondo non si regge sulle nostre spalle. Che sensazione di libertà! Cioè, facciamo sempre bene a riciclare e comprare a km 0, ma tanto se viene un asteroide moriamo tutti insieme, tali e quali ai dinosauri! Non è risollevante? Ok, non lo è. La sensazione d’impotenza è la peggiore con cui fare i conti.

Però, alla luce di quella, capiamo che gli altri siano troppo presi dalle loro faccende (con gli asteroidi non proprio in cima alla lista) per star lì a sindacare sul serio sulla nostra vita affettiva, lavorativa, familiare.

Quando ci ficcano un po’ il naso è soprattutto per fare pettegolezzi che li aiutino a sentirsi in qualche modo superiori, sminuendo ciò che abbiamo e riaffermandosi in quello che sperano di avere in più. Quindi neanche lì ci cacano troppo (d’ora in avanti uso la versione fighetta “cagare”, per non scontentare nessuno). Ci usano un momento per sentirsi meglio con se stessi e via.

Insomma, bello non essere cagati. E non cagare il prossimo, se è per questo. Lo dovrebbero capire i miei amici italiani all’estero che vedono razzismo anche in un minimo accenno alla loro origine. O quelli che ogni tanto mi accusano di avere pregiudizi su una loro passione (un paese, un hobby, una filosofia di vita) quando in realtà, non so come spiegarglielo, non le ho mai dedicato più di due minuti del mio tempo.

Ma il mio campione assoluto è il tizio allucinato che, dopo avermi tampinato da c. Robadors fin sotto Joaquín Costa (non proprio un tragitto breve), non mi ha lasciato in pace finché non è giunto alla seguente conclusione: “Ecco perché non vuoi che ti offra da bere! Per il mio dente, vero?”.

Morirò senza sapere cosa avesse di sbagliato il dente in questione.

Voi, invece, pensate a lui ogni volta che crediate davvero che qualcuno vi disprezzi, per un problema che vedete solo voi.

 

Risultati immagini per sowing Torno a Barcellona con un po’ di ritardo e più tempo di quello che vorrei (il tempo libero è più gradito quando è una scelta) per fare bilanci.

Quelli in Italia sono stati giorni importanti, è stato bello parlare con persone che avevo un po’ perso di vista, nelle infinite peripezie che a distanza non avvengono quasi mai in sincrono, e che spesso si raccontano in differita.

Mi sono ritrovata davanti ad amici che ricordavo con 10 anni di meno e con caratteristiche che non hanno più, o che sono state smussate da esperienze uguali e contrarie alle mie, nonostante le due ore d’aereo di separazione.

In loro ho incontrato anche la me stessa di allora, quella che viveva in Italia e che si aspettavano di ritrovare solo un po’ invecchiata, per finire spiazzati o delusi o incuriositi da questa sconosciuta che si confonde con lo spagnolo, ma parla ‘n faccia nella lingua dei nonni. Dalla comodità del senno di poi ho rinfacciato due o tre errori anche a lei, a quella che sono stata.

Le ho insegnato infatti questa che vi sembrerà una banalità, ma che a me è costata cinque chili di peso e mezzo guardaroba: se t’impegni, magari non ottieni sempre quello che vuoi, ma ottieni spesso quello che dai.

Se presti ascolto e attenzione, sarà più facile che ne prestino a te, fosse anche per decidere che non la meriti.

Se offri sincerità, spesso l’altra persona si predispone a essere altrettanto sincera.

Non ti dirà “ti amo”, se non lo sente. Ma magari un “non ti amerò mai” è più atrocemente benefico che i “non lo so” che ti attiravi con la tua passata ambiguità.

Sta storia che “si semina ciò che si raccoglie” ci va spesso di  traverso, quando non raccogliamo quello che volevamo.

Però in nessun momento era stata quella, la questione. Al massimo, si sa, possiamo seminare bene e sperare in un tempo clemente.

E calmare l’ansia ricordandoci che: 1) ci abbiamo provato, 2) non è stata la paura a fermarci.

A volte è tutto quello che possiamo fare.

Risultati immagini per maina gioia Nella breve storia allegra di fine feste parlavamo di ricordi d’infanzia, ugualmente magici anche se totalmente diversi tra loro, e riflettevamo su quanto questa nostalgia ci serva a camuffare il presente, renderlo abitabile come se di suo non avesse niente di bello.

Vi ho visti, sapete. Voi e Maina Gioia, il panettone più amaro che c’è. E gli scherzi su cosa non vada delle vostre vite, che spesso è lo stesso che non va della mia: l’incertezza del futuro. Lorenzone il Magnifico (mi si dice che ultimamente sia tornato di moda, in Italia) ha voglia a predicarcelo, che del doman non v’è certezza. Ci volevano una crisi economica e il trionfo di politiche scellerate per ricordarcelo costantemente. E invece di darci alla pazza gioia come il figlio di papà fiorentino, stiamo a tormentarci come se questo cambiasse le nostre sorti.

Capisco che ci sia anche poco da ridere, ma pensiamoci: se il passato ci sembra magico, e scopriamo che è così per tutti i passati, perché non guardare con occhi diversi il presente?

Insomma, l’amica precaria che visito ogni anno per le feste vive nell’Inghilterra della Brexit e da qualche anno affronta un caroviveri che anche io, nonostante i recenti exploit barcellonesi, mi sogno. Ma ci ho anche vissuto, in Inghilterra: è impagabile la libertà che si respira nonostante la storia recente, impagabili l’associazionismo, l’ambiente accademico…

Le vicine dell’amica, invece, hanno avuto l’opportunità di vivere fin dai vent’anni la vita concreta e piena d’affetti che volevano, che le ha fatte sentire appagate, benché lontano dal paesello. Hanno “coronato il loro sogno d’amore”, come si dice in certe favole, hanno dei figli che adorano e una “nuova” città che ormai sentono come loro, in cui hanno creato comunque una piccola colonia paesana. Le loro nonne al massimo hanno viaggiato in luna di miele, e magari non si sono allontanate troppo dalla Costiera Amalfitana.

Quindi va bene mitizzare il passato, ma proviamo a fare l’esercizio nerd/niuegge di scrivere cos’abbia di buono il presente. Arriviamo fino a 5, è un ordine. Dai che 5 cose le troviamo.

Ma ok, capisco, continuiamo a pensare a quelle che non vanno! E allora rispondiamo onestamente: quali possono almeno migliorare, a lavorarci un po’? Quali decisioni non stiamo prendendo per paura o incertezza sugli esiti? (Paura, insomma). Io ne posso elencare almeno tre.

Solo quando avremo fatto pace col nostro presente precario potremo idealizzare il passato. Scoprendo magari di non averne più bisogno.

I have a dream: che la mia amica e le sue vicine, nemiche d’infanzia, passino il `prossimo Natale tutte insieme. O almeno un pomeriggio a panettone e roccocò.

Si dice che quando facciamo pace col passato il presente è più bello.

Secondo me vale anche al contrario.

Immagine correlataCome ogni anno, sono andata a trovare un’amica di ritorno in paese per le festività. E come ogni anno ho avuto modo di salutare anche le sue dirimpettaie, un tempo “le figlie della vicina”, anche loro in visita da Milano per portare i loro bambini dai nonni.

Da piccole, la mia amica e io eravamo un po’ confuse da questa grande famiglia che ogni tanto incrociavamo sulle scale del palazzo: la raccomandazione della mamma di lei era quella di scambiarci giusto un saluto, “perché non parlavano bene”. Tradotto per chi non fosse della nostra zona: parlavano solo napoletano. Quelle bambine “proibite” ci consideravano a loro volta delle soggettone (sempre per come parlavamo), e quando giocavamo nel parco ci crivellavano di schizzi con la pistola ad acqua.

Inutile dire che adesso i figli di queste impresentabili (sono ironica) hanno un accento del Nord che, considerate le circostanze, mi provoca una certa ilarità.

E con la mia amica salutiamo volentieri queste ex ragazzine che in nostra presenza si sforzano di sfoggiare il miglior italiano possibile, mentre noi ne approfittiamo per tirar fuori tutto il napoletano che intanto abbiamo imparato per dispetto. Da questa babele inenarrabile abbiamo tratto una conclusione divertente: quando torniamo in paese siamo risucchiate dai ricordi.

La mia amica ripensa agli allegri ma un po’ ingessati Natali di famiglia, con le donne tutte ingioiellate tranne la padrona di casa, che si andava “a rinfrescare” solo quando era ormai cotto il capitone. Per i bambini era una festa del regalo (e del riciclo, ma doveva essere un segreto, Babbo Natale semplicemente amava il risparmio).

Le vicine ricordano i loro Natali caciaroni, con più tavole unite a contenere tutti i parenti, e il tavolo dei bambini che finiva sempre per rovesciarsi da un lato, essendo il più precario della casa. Rievocano la puzza di baccalà fritto che non si toglieva mai e gli immancabili botti, col cugino maschio più grande che si accaparrava per consuetudine, e omonimia col nonno patriarca, il Pallone di Maradona.

Io rido di questi racconti così differenti e mi lascio prendere da un dubbio esistenziale: se ciascuna di loro ricorda la sua infanzia come la migliore possibile, e aborre quelle delle altre come noiose o caotiche, come la mettiamo? Forse la nostra infanzia è stata irripetibile e perfetta solo perché così ci piace ricordarcela. E lo sarebbe stata anche se fossimo state totalmente diverse da come siamo. Fa parte del nostro mito di fondazione.

Qualsiasi esperienza non proprio orribile avessimo fatto agli albori della nostra vita, nella nostra fase più fragile e mutevole, sarebbe stata portata in palmo di mano e preferita alle altre. Quello che conta, ancora una volta, è la nostra percezione del passato.

Il che mi porta a chiedermi: e se interpretassimo in modo diverso anche il presente?

Continua.

 

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