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Ho appena finito di leggere L’arpa d’erba, di Truman Capote, e mi sono commossa.

Soprattutto perché non mi è piaciuto, e mi ha fatto piangere lo stesso.

Questo volevo dire, quando parlavo delle cose che vanno storte e che sono perfette uguale. In questo caso, non ho amato fino in fondo la “gag” principale: tutti gli sgangherati protagonisti finiscono in una casa su un albero, sfuggendo alle loro vite che sembrano segnate, e rimanendone segnati a vita.

Sì, è una questione personale: le storie che si basano su un esilio volontario mi hanno sempre suscitato un grande esticazzi. Così è stato per Il barone rampante, un altro amante degli alberi. Alla leggenda del pianista sull’oceano ho preferito mille volte il mieloso, onesto Titanic.

Fatto sta che, a parte le occasionali risate che mi regalavano, questi personaggi sull’albero di Capote mi sembravano troppo caricaturali, i loro nemici suonavano troppo metaforici, e il racconto era troppo lungo. E il ritorno alla triste realtà, com’era prevedibile, si faceva oltremodo malinconico.

Però, quel minimo di professionalità che danno 4 anni di romanzi sbagliati mi ha fatto intuire che il finale avrebbe ripreso il fantastico motivo conduttore, l’arpa d’erba che canta alle foglie le storie di tutti.

Così, man mano che sbirciavo le pagine che mancassero alla fine, accadeva il miracolo. Gli dicevo, al bastardo di Capote, ma quanto sei bravo anche quando non mi convinci. Cosa bisogna fare, eh, per prendere qualcuno e gettarlo in una storia che neanche gli interessa, ma che non abbandonerà fino all’ultima riga. Sarà stata la battuta occasionale, una descrizione fulminante in due parole, l’evocazione di uno stato d’animo che abbiamo provato tutti almeno una volta. Ma il mio risentimento verso l’autore di altri libri che avevo adorato si è trasformato in invidia, poi ammirazione, poi lacrime e mocciconi.

Mi sono accorta di ammirare l’arte dell’autore più adesso che mi riconduceva da sola verso il suono dell’arpa, che quando ero troppo presa dalla storia per misurarne la grandezza.

E allora ho ricordato quanto i miei migliori maestri siano stati i peggiori professori, quanto le brutte giornate mi fossero servite a ricordare ciò che abbia di bello. E quanto sia banale, tutto questo. Così banale che rischio di scordarmi quanto sia vero.

Sta di fatto che io quest’arpa un po’ scordata non smetterò mai di ascoltarla. E le sarò grata per quelle due note che mi vorrà sussurrare, se vorrà insegnare anche a me che le cose, le vite, riescono bene anche quando sono sbagliate.

barmanolo  Mi rode raccontare ai miei alunni una Sicilia senza tempo, così come la vende il loro libro di testo, per poi imbattermi online nel menù multietnico del mio locale catanese preferito, il giusto incrocio tra tradizione e innovazione.

Ma qui a Barcellona succede qualcosa del genere, perché c’è la questioneindipendenza. No, non è come la Lega, è più complicato, si può essere d’accordo o meno ma questi non sono razzisti. Inoltre subiscono davvero un turismo che porta pochi soldi alla gente di qua, ma intanto fa lievitare i costi delle case, aumenta i prezzi dei supermercati, e grava secondo cifre non ancora stimate sulla manutenzione del trasporto pubblico e sulla sanità locale.

Quindi mica bruscolini, ma con un effetto collaterale: chiudersi a riccio intorno a una cultura che devi difendere su due fronti. Quello percepito dell’omogeneizzazione spagnola, e quello della gentrificazione turistica.

Risultato? L’apologia del Bar Manolo.

Scelgo quello perché lo trovo più trasversale di altri simboli maggiormente patriottici, ma meno condivisi dalle famiglie “terrone”. Scelgo questo fenomeno mitologico, metà bar del quartiere e metà slot-machine dell’anteguerra, messa rigorosamente accanto al distributore delle sigarette. Sì, è la versione locale del Bar Sport di Benni, Luisona compresa. Solo che qui si chiama Magdalena ed è la cugina spagnola di quella di Proust.

Per me rappresenta l’immagine senza tempo che certa gente di qua ha del suo paese, della sua bella nazione che si ritrova tutto il mondo a attraversarle la strada, e tutto ciò che ci vede sono turisti molesti (ci sono, ma c’è altro). Il rischio che si corre nella giusta lotta per difendere la propria cultura è questo: vedere il cambiamento come una minaccia. 

Insomma, insegno un’Italia rappresentata come immutabile nella prima città che si è dichiarata vegan-friendly (roba da linciaggi, nell’Italia immutabile), e che più di ogni altra, in Europa, riunisce gente di origini diverse senza per questo diventare un’enorme metropoli caotica.

E per uno strano equivoco più o meno condiviso difenderla è diventato preferire il Bar Manolo al nuovo baretto che mescola sapori catalani a quelli indopakistani del Raval.

Che o viene considerato ultraturistico o resta il Barrio Chino, quello malfamato, l’unico luogo che le emancipatissime donne locali si rifiutano di espugnare, memori delle raccomandazioni delle loro nonne (che magari ci abitavano prima della “promozione sociale”).

Eppure di Bar Manolo, nel Raval, ce ne sono quanti ne volete.

Basta non cascare nella trappola di chi, a Napoli o a Barcellona, ci voglia far credere che modernità sia pagare un panino 8 euro (ma i pomodorini sono dop, eh).

E non dare mai per scontato di sapere cosa sia la nostra cultura.

Potrebbe cambiarci sotto gli occhi senza che neanche ce ne accorgiamo.

  Io capisco loro, invece, o almeno credo. Insomma, per farci arrivare indenni a un’età di autosufficienza (ammesso che l’abbiamo raggiunta), i nostri genitori hanno dovuto spesso condurre una vita impegnativa, con un lavoro routinario e remunerato almeno il giusto per mantenerci. Hanno “fatto sacrifici”, come si suol dire, messo da parte i loro risparmi per noi.

Non dev’essere facile, per loro, vedere che noi tutto questo ce lo sogniamo. E che, peggio ancora, non sempre ne facciamo una tragedia.

Cioè, in tanti capiamo che ci stanno privando di diritti fondamentali. Al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione. E lo stanno facendo anche coi nostri figli. Per questi diritti dobbiamo lottare, e un po’ di noi cominciano a farlo.

Ma quello alla ricchezza, è un diritto? Non sarà che considerarla un obiettivo prioritario, altrimenti siamo dei falliti, abbia contribuito a portarci dove siamo? 

Ok, i nostri genitori non vorrebbero ricchezza, per noi, ma almeno benessere. Ebbene, anche questo concetto sfuggente potremmo interpretarlo diversamente da loro.

Sarà che almeno io già ho avuto il frigo pieno, e un bel televisore, e un mese intero di vacanza quando le vacanze duravano un mese.

Adesso che ho l’età dei miei all’epoca, le mie entrate mensili non sempre superano i 1000 euro. E dormirci serena la notte sarebbe, secondo mio padre che comprensibilmente si preoccupa per me, “vocazione al pauperismo”.

Sbagliato. È constatare che quello che mi piace di più, della vita, curiosamente non costa niente.

E non è neanche un ingenuo ritorno ai figli dei fiori, eh, se mi muore lo zio d’America io non mi metto mica a piangere. Mi compro una casa di dieci stanze direttamente sulla costa, in barba ai mostri ecologici (si scherza). Apro una casa editrice che pubblichi solo libri che mi piacciono (non i miei, quindi), senza pensare a quanto vendano.

Mi compro Dolce & Gabbana per svaligiargli l’atelier e mandarli poi a cogliermi le percoche.

Ma sono sfizi, come potete ben vedere. Ho imparato, e non per necessità, che possiamo farci da noi la metà di ciò che compriamo in un supermercato, con risultati migliori. E chi sostiene che la dieta vegetariana sia cara penserà forse alla carta vetrata di Valsoia, visto che da un euro di farina di forza ricavo cibo per giorni.

Cioè, a fine mese mi accorgo di aver risparmiato semplicemente facendo quello che voglio, e non quello che si suppone debba volere.

Ma tanto, ciò che mi piace sul serio costa davvero poco, e non lo elenco perché si accenderebbe l’allarme banalità. Dico solo che la Barcellona che ammiro ogni sera da un finestrone in affitto sarebbe esattamente uguale, mi sono accorta ieri con sconcerto, se contemplata dalla villona modernista di fronte.

Se alla fine dovessi vincere alla lotteria sarebbe come quei fast food che vanno tanto ora, almeno a Barcellona. Quelli di wok orientale, che tra l’altro snobbo per i cinesi autentici di Arc de Triomf, buoni il doppio a metà prezzo. Ma per uno spuntino veloce in zone centrali sono meglio di paella surgelata e sangría in tetrapak.

Avete presente? C’è la “base”, tagliolini alle verdure, che costa sui cinque euro, e per meno di un euro a ingrediente ci puoi aggiungere gli extra che vuoi: tofu, funghi, broccoli. Ecco, il fatto è che la base, di per sé, già è buona. E quando hai fatto la splendida e ci hai messo tre extra ti accorgi che è troppa roba, che non ti serviva, che quasi quasi rovina l’insieme.

Insomma, una vita affrontata con tutto quello che ci serve, e se c’è qualche extra ben venga, mi fa tanto Wok da asporto. Se ci piace, ci piace in versione minimal come con tremila condimenti. Se ci fa schifo di suo, invece, se non siamo mai contenti, non ci sarà zio d’America che tenga, o uno schermo abbastanza piatto da proiettarci una vita migliore.

Tanto vale cambiare canale.

 

 

 

  Il mio ragazzo sta conoscendo gente del mio passato, e sta per giocarsi i numeri al lotto, alla napoletana, con tutti gli aneddoti curiosi che gli racconto su di loro.

Gli sembrano usciti da un cunto di Basile (non Garrone, Basile), che siano ambientati nella perfida Albione o in un appartamento condiviso in un quartiere fighetto di Barcellona. Quelli sono stati i momenti in cui mi sono più scatenata con le telenovelas. In cui ho cambiato casa più volte, conosciuto più gente di tutto il mondo, vissuto improbabili avventure con coinquilini pazzi ma educati, con vicini pazzi e basta.

A quei tempi i miei ex, per essere sicuri che andassi d’accordo con le loro nuove fiamme, si mettevano direttamente con le mie amiche. Che generosi!

O i vicini, per inscenare proteste efficaci contro l’amministrazione condominiale, spargevano cacca di cane per le scale. In qualche occasione, sospettiamo, defenestravano gatti.

Avevo amiche che dicevano che capitavano “tutte a me”.

Ora continuano a capitarmi cose, ma in genere belle o gestibili, a volte perfino noiose.

E il mio ragazzo stenta a riconoscere la me stessa delle storie passate, questa sua coetanea che faceva incontrare gente diversa, a volte la faceva innamorare, o solo unire per un viaggio, o litigare pesantemente per motivi estranei alla sua volontà (vedi la volta in cui ero “contesa” tra il pianista che mi piaceva e un bassista che faceva yoga, e che si ritirò in buon ordine senza eccessivi rimpianti).

È una vita che mi sembra lontana tre vite fa. E raccontandola, facendola rivivere a qualcun altro, mi sono chiesta se non mi mancasse, quella fase rocambolesca in cui prendevo le vite degli altri come tanti gomitoli di lana diversa, e le univo a caso in intricati sentieri senza trama.

Ora unisco solo gomitoli veri, mi sa. Però faccio altre cose. Trasformo amiche quadrate in crisi creativa in imparabili scrittrici in viaggio per il mondo, con la frase giusta. Per quello ci vuole culo, ma possiamo farlo tutti. Oppure concilio lavoro e studio, che scusate ma come miracolo a volte non è niente male.

Mi rendo conto, insomma, che la mia vita è meno avventurosa che in passato, il che mi porta meno colpi di scena ma molta più serenità, che non sempre diventa noia.

E voi la gestite bene, la tranquillità? O vi serve il caos, per funzionare? Quest’ultima evenienza non è per forza malaccio, eh. Basta non doverselo creare artificialmente, lì secondo me qualcosa non va.

Inscenare la vita di prima ora che ho cambiato gusti, abitudini, metabolismo (non digerisco più le situazioni troppo complicate), sarebbe come frustare per sempre una maionese già impazzita. Ormai è fatta, la prendi così o la trasformi in un’altra salsa.

Credo che sia questione di fare quello che ci è consono in questo momento, con le forze che abbiamo, coi desideri e i bisogni di adesso.

Scopriremo che come esistenza è perfettamente coerente con quello che siamo, è solo diversa.

Il manuale delle istruzioni, per una volta, non è scritto in turcomanno.

 

 

  Sì, la tentazione ce l’abbiamo tutti. O in tanti, almeno.

Guardiamo la casa dove passavamo le vacanze da bambini, e vorremmo tornare indietro nel tempo.

Osserviamo chi ha preso il nostro posto quando ci hanno licenziati in tronco, e vorremmo tornare lì anche se il capo è uno stronzo.

Scopriamo che il nostro ex è diventato un incrocio tra Mister Universo e il Galateo, e dimentichi di quello che ci ha fatto passare ci chiediamo all’improvviso perché sia finita.

Ecco, io, ripensando a tutte queste cose, mi sono accorta di un piccolo particolare. Tornare indietro non sempre è impossibile. La vera domanda è: ci conviene?

Ok, la storia di tornare all’infanzia è dura. Ma già il lavoro, a riconciliarci con il capo, non sempre è un’utopia: in quanti accetterebbero di fare quella schifezza ogni giorno, per così pochi soldi? E pure gli ex: perfino con quello che non s’innamorava di noi manco a farlo ipnotizzare da Maga Magò, non sappiamo cosa accadrà tra 10 anni, quando l’avranno buttato via tutte le ragazzette tormentate che preferisce a noi. Oh, ho detto “non sempre è impossibile”, mica ho specificato in quanto tempo!

Il punto è un altro: quello che è possibile, è anche auspicabile? No, perché a volte ci nascondiamo dietro sta storia dell’impossibilità.

La usiamo per vivere nel rimpianto di qualcosa, senza fare alcuno sforzo per riprendercelo. Ne facciamo una scusa per lamentarci di quello che abbiamo ora. È un metro di paragone ingiusto, passato idealizzato vs presente vivo e vegeto, con tutti i suoi problemi.

Così quello che non poteva tornare più ci prende alla sprovvista. La casa che volevamo affittare, ma ci hanno preceduti, torna libera proprio mentre ne avevamo trovato un’altra. E adesso scopriamo che scegliere non è facile come credevamo.

Oppure, mentre idealizzavamo quel pazzo dell’ex, che tanto è impegnato, scopriamo che è tornato libero ed è più che disposto a offrirci un caffè. E allora dobbiamo improvvisamente essere oneste con noi stesse: lo rimpiangevamo sul serio, o era tanto per disprezzare chi ci sopporta ora?

Eccoci di fronte a ciò che temiamo di più. Scegliere. Ciò che l’impossibilità esorcizzava. Scegliere.

E allora, a mali estremi estremi rimedi: scegliamo.

E parliamoci chiaro. Se la casa che volevamo affittare è davvero più conveniente del rimpiazzo, meno male che si è liberata! E a certe condizioni un ritorno di fiamma, come lo chiamano le riviste rosa, potrebbe anche farci bene.

Ma se pretendiamo di tornare al passato tale e quale a come l’abbiamo lasciato, abbiamo la memoria corta. O la vista, corta. Pensavamo che non avremmo trovato di meglio di quel lavoro, di quella casa, finché non l’abbiamo fatto. Del nostro ex ora vediamo solo il sorriso nuovo di zecca, ce lo scordiamo arrabbiato con noi, imbronciato, indolente.

Allora no, non abbiamo più alibi. Impossible is nothing, dice una pubblicità paracula. Ammettiamo che per una volta abbia ragione, e rispondiamo onestamente: se è possibile, lo vorremmo? E non è una domanda generica. Rispondere sì significa prendersi le responsabilità di tornare sui nostri passi, affrontare consapevoli le lune storte dell’ex, le sfuriate del capo, rivivere i motivi per cui quell’esperienza si è conclusa la prima volta.

E spesso lo faremo in nome non di un presente nuovo, che ci includa come siamo ora nel mondo che viviamo ora, ma di un passato che non può più tornare, perché non possiamo cancellare tutte le esperienze, positive e negative, tra come siamo diventati e come eravamo.

Vedete com’è facile dire “è impossibile”?

Allora, quando è possibile, non tiriamoci indietro. Scegliere, per quanto scocciante, è un privilegio.

Scegliamo bene.

 Ho fatto la casalinga disperata per un giorno. Ho preparato il seitan, che almeno in una cosa è come il maiale: non si butta niente. Neanche l’acqua di preparazione. Infatti tra fornelli, forno e rotella tagliapasta ho cucinato per ore e lavato tutto io, in tre momenti diversi. Il mio ragazzo, con cui ci dividiamo al 50% le faccende domestiche (ok, fa più lui, ma solo perché è fanatico), non poteva aiutarmi per un problemino di salute.

Ho concluso la giornata molto stanca e ancora più ammirata nei confronti di quelle persone, nella nostra cultura soprattutto donne, che fanno tutto questo come lavoro a tempo pieno, senza mai smontare.

Mi sono chiesta, però, cosa spinga alla stessa attività anche le donne che non hanno orari lavorativi differenti dai loro compagni, che cioè hanno le loro stesse opportunità di occuparsi del lavoro domestico. Spesso danno per scontato che, come mi disse a 15 anni una ragazza che ora si avvicinerà alla cinquantina, “alcune cose le dobbiamo fare noi”.

So che dietro la tendenza a sobbarcarsi tutto il lavoro domestico ci sono diversi fattori, spesso culturali. La generazione di mia madre mi ha spesso detto: “Quanto sei pesante, evita storie in casa e non perderti per due piatti”. Oppure: “E se tuo marito non vuole, tu che fai?”. Al che, con una vena polemica che ho perso (mi limito a vivere felice con un uomo che fa la sua parte), rispondevo che i “due piatti”, in realtà un’intera casa da mantenere, diventano tali solo quando la maggior parte del lavoro la svolge un’altra donna, magari straniera, a un prezzo a volte inferiore ai 10 euro l’ora. L’emancipazione  di tante donne di ceto medio è avvenuta non per una distribuzione più equa dei ruoli in casa, ma perché c’erano altre donne a lavorare per loro.

Un’altra motivazione, invero squalificante per gli uomini e per chi li “pensa” in questi termini, è che loro siano meno bravi nelle faccende domestiche. Che ricorda un po’ la storia delle donne che non saprebbero guidare. Che fondamento può avere, questa fregnaccia? Questione d’esperienza? Mi permetto di dubitarne, visto che ricordo i messaggi facebook disperati di coetanee alle prese con la loro prima lavatrice, in vacanza, quando io ero già a Barcellona (e ci sono arrivata a 27 anni).

Stendiamo dunque un velo pietoso e soffermiamoci sulla mia ragione preferita: il “Quante storie!”. Che subentra quando non solo fai tutto tu, ma l’hai trasformato in una sorta di missione eroica, che se permetti odora ancora dei ceri del catechismo. Per di più a spese di un marito così refrattario ad alzare un dito in casa che ci sta perfino a farsi considerare scemo. Scemo pe’ nun ghi’ ‘a guerra, si dice dalle mie parti.

Io le faccende domestiche da sola le ho svolte per 13 anni, quelli vissuti per conto mio o in appartamenti condivisi, e sarei capace di svolgerle per sempre, se le condizioni fisiche del mio compagno lo richiedessero. Quindi non è che sia meno resistente di te, amica tuttofare. Voglio solo accertarmi che tu lo faccia perché hai proprio la passione per il prelavaggio e la scopa Pippo che arriva negli angoli, e non perché non hai mai pensato si potesse fare altrimenti.

Perché resti la manodopera a costo zero più amata da chi deve occuparsi di welfare: perché arrovellarsi, se ci sei tu? E allora reinserimento zero dopo la maternità, asili nido pochissimi e costosi, ma tanto l’istinto materno compensa tutto, vero? Vero? Mettici il problema di vivere con uno che in Italia, tra mamme e nonne adoranti, rischia davvero di non aver alzato una mutanda da terra per i primi 30 anni della sua vita… E allora faccio io, tesoro, che santa sono. Che santa sei, cara. Oh, mi stiri la camicia, che stasera ho la cena aziendale?

E quindi, siccome così sono tutti contenti (tranne te), che fai? Te lo fai piacere. Anzi, ci basi la tua identità. Ciao, sono Wonder Woman, cucino, lavo, spazzo, porto i figli a scuola e lo faccio tutto BE-NIS-SI-MO. Tu di che ti lamenti? Non lo sai fare?

Sì, che lo so fare. Solo che non voglio.

E sono felice. Tu invece sei stanca. Chi è stanco non ha tempo di essere felice. Chi è felice, invece, vuole tutti felici.

Quindi, la smetti di fare Wonder Woman e provi a essere felice pure tu?

 

  Oggi ci sono cascata: mi sono messa a commentare su facebook un paio di post che non mi trovavano d’accordo. Uno ridicolizzava una presunta esibizionista da spiaggia (la didascalia era “ben GLI sta”…) e un altro, a proposito di slut shaming, difendeva la lingua italiana da quelle contaminazioni terribili tipo leader oppure font, che suggeriva di sostituire con un pratico e funzionale “carattere tipografico”. Ho capito che a scuola avete imparato il francese, cari gendarmi della lingua (l’età media dei commentatori era alta), ma fatela finita, sì? Ecco, mentre facevo tutto ciò, mi è piombata addosso la punizione divina: mi è andato di traverso l’intruglione che per insondabili motivi digestivi mi faccio ogni due giorni (miscela mefitica di cannella, zenzero, miele e succo di limone) e, dopo averlo sputato in ogni dove manco stessi affogando nel Mar Morto, mi sento come al terzo giorno di mal di gola.

Ben GLI sta, commenterebbero quelli del primo post. Perché, dicevo, ci sono cascata: mi sono arrabbiata, e per niente. Per dire la mia a gente che non cambierà idea solo perché io non la penso uguale, e continuerà a rafforzare la sua identità attraverso il disprezzo di quelle altrui.

Lamentarsi serve a poco, purtroppo. Eppure è una forma di socializzazione che usiamo spesso. Come va? Eh, signora mia, questo calore non dà tregua. Tre mesi prima avevamo criticato il freddo, e se anche ci fossero dei gradevolissimi 20 gradi vireremmo la conversazione con questa semisconosciuta (a cui rivolgiamo la parola per cortesia) su qualche fonte di lamentela. È una formula collaudata, pratica. Si è subito complici, nel biasimare insieme qualcosa che non ci piace. Ci dà un argomento per parlare e uno strano piacere, quello di analizzare ciò che non ci garba, come unica maniera di controllarlo. Il sollievo con cui lo mettiamo da parte per dedicarci ad altro pure è un surrogato del piacere.

Una volta ho provato a non cadere nella trappola. Il che non significa, attenzione, pensare solo a cose buone e belle da dire: il pensiero positivo va bene finché non censura, nasconde, della rabbia che faremmo bene a (ri)conoscere. No. Ero a tavola col mio ragazzo e, invece di lamentarmi di come andasse l’associazione, dei nostri amici perdigiorno, dell’affitto troppo caro e delle condizioni della caldaia, ho provato a parlare d’altro. E ne sono venute fuori delle belle!

Progetti per il fine settimana, per l’estate, per la vita. Considerazioni piacevoli sul tempo e su quanto avessimo di buono, invece, in quella casa esosa con la caldaia che fa le bizze (il che non significa che alla prossima doccia fredda non vada a fare lo strascino alla padrona di casa, so’ ottimista, mica scema).

Insomma, se rifuggiamo dal piacere agrodolce a cui siamo abituati, quello di relazionarci attraverso le critiche, ci si apre sul serio un mondo. Forse è il modo più rapido ed economico per cambiarsi la vita. Ma sì, ragioniamo in termini di tempo: se mi sono lamentato mezz’ora di cose che non ho fatto altro per risolvere, a parte rimuginarci su, ho sottratto mezz’ora alla lezione da preparare che comunque mi aspetta più tardi, alla birretta dopolavoro da organizzare, perfino a una possibile soluzione al problema di cui mi lamentassi.

Quindi, non si tratta di essere sempre positivi e vedere le nuvolette rosa dappertutto. È questione di dire ciao alla spirale di pensieri che ci accoglie nella sua rassicurante nullafacenza, garantendoci zero soluzioni al prezzo di una piacevole mezz’ora a rovinarci il fegato.

E quanto ci piace, rovinarci il fegato.

Finché scopriamo quante cose deliziose possiamo assaporare se lo trattiamo bene.

 

valigia Dovete capire che, quando ci svegliamo, la nostra home di facebook è uguale alla vostra.

Compresi gli amici che vivono a Barcellona (e a Londra, a Bruxelles…) e che postano immagini dei loro figli nuovi di zecca.

Solo che a Barcellona ci viviamo anche noi.

È un po’ che cerco di scrivere su quest’ Italia che mi porto nel computer, nel cellulare, soprattutto in testa. La riconosco nell’accento con cui chiedo uno smoothie (anche se mi dicono che il mio catalano è corretto), o nella faccia schifata che faccio quando vedo sandali come questi.

Magari mi direte che questa non è Italia, che la vostra idea d’Italia è differente. Fantastico. Ognuno ha la sua e peraltro è questo, il punto: l’Italia si esporta.

Si porta in valigia. Come la Spagna, il Portogallo, qualsiasi cosa chiamiamo “la nostra terra”. Patria, no. Almeno per me. Patria sono le mie finestre sotto le quali, come ho già detto, c’è sempre il mare. Anche quando danno sulla tromba dell’ascensore.

Per me conta la terra su cui metto i piedi. Quella che mi ha nutrito e vestito non è più bella o più brutta di quelle che hanno fatto da suolo, per i primi anni, a tutti gli “expat” (termine che ha poco senso, a meno che non ammettiamo che per quanto precari restiamo immigrati di lusso).

Ma il fatto di non vivere più fisicamente in Italia non vuol dire che non ci viva davvero. Credo che liquidi siano diventati anche gli stati, invenzione recente che non si ferma alle frontiere blindate delle strutture sovranazionali.

Gli stati ce li portiamo dietro nella declinazione più vicina a noi. L’Italia può diventare un paio di Converse, in questo mondo globalizzato. Quelle che avevo in valigia atterrando a Barcellona, prese al Mic di Casoria in offerta perché l’orlo era imperfetto.

Posso riconoscere l’Italia perfino nella sua cucina ibrida d’esportazione, che imbastardisco ulteriormente con le spezie indiane, le paste cinesi fatte all’italiana senza che abbia mai visto la Cina o l’India.

Quello che voglio dire è che “la nostra terra” non è mai stata così vasta e le frontiere italiane non si fermano a quelle fisiche. La tecnologia, la crisi, la globalizzazione, tutte ste cose ottime o pessime ci portano a vivere un’identità che va oltre le frontiere, e che esportiamo ovunque arrivino i nostri piedi (e oltre).

E non credo sia un male.

Le frontiere virtuali, almeno, rompiamole.

In attesa di rompere anche le altre.

cosasofare Una volta descrivevo appartamenti, per un’agenzia che voleva fare concorrenza ad Airbnb. Ne descrivevo una media di quaranta al giorno, sul web dell’azienda. Ero fiera del mio record. Ovviamente nessuno mi leggeva, ma i capoccia ci tenevano, pensavano che desse un’aria chic alla pagina.

Ovviamente poi fallirono, perché la pagina era chic ma inutile, non funzionava bene.

E io mi ritrovai senza lavoro e senza rifugio.

Perché descrivere appartamenti era diventato il mio rifugio dalle tante altre cose che sapessi, o potessi, o volessi fare.

Tante, e difficili, e non tutte le facevo bene. Quindi meglio dedicarmi a qualcosa al di sotto delle mie capacità, possibilità, o volontà. Una mansione che fossi in grado di svolgere o che mi riuscisse bene.

Meglio descrivere appartamenti per un’azienda che come politica aveva quella di assumere tre persone a fare lo stesso mestiere, e tenersi quella che producesse di più.

Da quando ne sono stata cacciata, con tutto il dipartimento, non ho avuto molto tempo libero.

Mi sono presa altri titoli più o meno inutili, ho cominciato a insegnare l’italiano come lingua straniera. Mi sono messa a fare attivismo.

A volte va bene, a volte va male. Vedo amici che scribacchiavano con me in Italia che ora pubblicano, sono contenti di quello che fanno, vincono premi. Io a volte ho la sensazione di non riuscirci mai, mai sul serio, specie dopo cinque romanzi che non mi hanno portato tanto lontano dall’ingenua confessione di un amico scrittore chiamato a giudicare il mio lavoro: “Maria… mi sono perso”.

“M’he perdut”, mi ha detto anche l’esaminatore alla discussione dell’ultima tesina, quella del master. Tre anni dopo la dichiarazione precedente, e in un contesto totalmente diverso, quello accademico. Lo stesso giorno, mi veniva una critica agrodolce al lavoro: “Sei una buona insegnante, ma non sai gestire certi alunni”.

Insomma, con me la vita ciacca e ammiereca. Faccio bene e non faccio bene. E magari un giorno dovrò accettare il fatto che, di tante attività, non me ne riesce davvero bene neanche una. Per quanto mi sforzi.

Con tutto questo, però, sono contenta di essere uscita da quella stanza d’ufficio arredata secondo il Feng Shui, in cui si licenziava all’americana, mentre io descrivevo appartamenti.

Sono contenta di esserne uscita e di averci riprovato, a buttarmi a capofitto in attività che mi arricchissero. A vivere un’esistenza che fosse più di quelle 8 ore di appartamenti tutti uguali e poi, magari, cinema coi colleghi, prendo io i popcorn. E la vita descritta sul maxischermo sembrava sempre la mia.

Ora potrei accorgermi di non essere buona a niente di quello che mi aspettassi, che pretendessi di far bene. In quel caso, avrò imparato altre cose. Sarò abbastanza aperta da scoprire altre “vocazioni”, come le chiamano, robe che se me le aveste dette cinque anni fa vi avrei riso in faccia.

Insomma, il giorno in cui avrò abbandonato word per darmi definitivamente all’uncinetto, sarò ancora grata di aver lasciato il mio ufficio-rifugio, in cui ripetevo la stessa cosa al di sotto delle mie possibilità per non mettermi mai alla prova.

Fatelo anche voi, nei limiti del possibile. Se anche fallirete in quello che vi definiva, vi scoprirete altri, sempre diversi, e scommetto un caffè (non fatto da me) che in fondo vi piacerà.

funny-protest-signs-43 Parlavamo qui dell’equilibrio tra coinvolgimento emotivo e lavoro cosciente, che è un po’ quello che per gli esaminatori mancava alla mia tesina di master sulla Prima Guerra Mondiale. Sì, mi rode. Ma torniamo a noi.

Quando crediamo in una causa, fino a che punto stiamo lottando per quella e fino a che punto lo facciamo per noi stessi?

Perché quasi tutte le cause in cui crediamo davvero, nella mia esperienza, hanno a che vedere con qualcosa di personale, che ci colpisce nel profondo. Qualcosa che riguardi la nostra vita, la nostra storia, le paure che andiamo accumulando senza liberarcene mai.

E per una volta non sono autoreferenziale. Ok, non solo: pensate a tutte le imprecisioni che sono venute fuori dall’incidente ferroviario in Puglia, perché in tanti erano così impegnati a denunciare l’evidente discriminazione geografica nelle infrastrutture italiane da non informarsi prima sui fatti. Così da prestare il fianco a critiche evitabili, per una causa così giusta. E non voglio neanche pensare a tutti gli sproloqui che i razzisti stanno facendo su Nizza in queste ore.

Io, invece, ho scelto Studi di Genere (il GIENDER!!!) quando ero molto più giovane di adesso, giovane e con vari problemi di identificazione personale come capita a tanti giovani. Adesso magari non sarò appassionata come ai primi tempi (anche se la commissione del master l’ha pensata diversamente…), ma credo di essere più obiettiva, più attenta a tutte le sfaccettature della questione e, spero, più utile alla causa. Per arrivarci ho dovuto superare i problemi “giovanili” di cui sopra, capire quale parte del mio rapporto col genere fosse un tentativo di risolvere problemi affrontabili solo a livello personale.

È difficile, lo so. Ci vuole tempo e dedizione. E pazienza, e umiltà.

Ma a farsi prendere dai propri problemi personali, e non dalla causa, rischiamo di passare dalla parte del torto anche quando è praticamente impossibile.

Quando un linciaggio pubblico interessa una donna, il fattore genere è quasi inevitabile, l’odio libera tutti i pregiudizi sociali che in condizioni di calma eviteremmo volentieri (si spera!). Ma le questioni sono più complesse e in tanti casi farne solo una questione di genere è fuorviante, o la mia unica perplessità verso Hillary come presidente USA sarebbe che fosse una donna (spoiler: manco per il cazzo, appunto).

Però quelle donne che ne fanno una questione personale, che in Ms. Clinton vedono le loro personali lotte per l’emancipazione, saranno lì a difenderla a prescindere da quanto di maschilista mi sembra sia travisabile nella sua carriera politica.

Mica solo le donne, eh. Anni fa organizzavo una conferenza sul femminicidio a Barcellona, con esperte psicologhe e assistenti sociali. Che mi spiegavano con quali terapie cercassero di recuperare gli uomini violenti, oltre a informarmi del fatto che la violenza di genere, tra giovanissimi, fosse reciproca, tanto che delle loro assistite annotavano nel diario settimanale propositi condivisibili come “questa settimana non picchierò il mio ragazzo”. Infine, mi rivelavano finalmente la questione per me sconosciuta, come italiana, della violenza dei figli verso i genitori, su cui in Spagna hanno già avviato qualche campagna sociale.

Alla conferenza sarebbe intervenuto il presidente di un’associazione maschile contro la violenza di genere. A questo proposito, una delle co-organizzatrici mi disse con un sorriso rassegnato: “Ecco, ora noi spiegheremo tutte queste cose che ti abbiamo raccontato, poi verrà il presidente di questi ragazzi e dirà che gli uomini violenti sono dei mostri irrecuperabili da sbattere in galera per poi buttare la chiave”. In effetti, così successe. E non crediate che sia utile, pensarla così: pensate a quante donne non denunciano per paura di vedersi trattate come pazze, o di sentirsi dire che l’uomo che in qualche forma perversa amano è una bestia irrecuperabile. Tante, assicuravano le mie esperte.

Dunque, credo sia importante capire per chi o cosa scendo in piazza. Per me, ovvio. Ma per quale parte di me? La bambina che (esempio a caso) si è vista trascurata per un fratello privilegiato o l’adulta stufa dei problemi sul lavoro, sulla maternità, della discriminazione?

Se la prima prende il sopravvento sulla seconda, ribadisco, la “battaglia” perde di efficacia. Difendiamo male cause giuste. Soprattutto, lo facciamo inutilmente: la pace, per i problemi personali, non ce la danno le petizioni, le manifestazioni.

Quello è il solo problema che possiamo risolvere noi, e noi soli.

Ne riparleremo.

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