Whole Roasted Cauliflower with Tahini Sauce - Cooking Journey Blog

After the sort of winters we have had to endure recently, the spring does seem miraculous, because it has become gradually harder and harder to believe that it is actually going to happen.

George Orwell, Some Thoughts on the Common Toad

La ricerca di novità in questi giorni grigi porta a fenomeni curiosi.

Mercoledì scorso ho ordinato un pranzo a domicilio solo per me, per la prima volta in vita mia: il fatto è che questa pagina offriva nel menù del giovedì una versione vegana dello stufato di verdure in salsa d’arachidi. Erano anni che non mangiavo questo delizioso piatto africano! Quella sera ero uscita tardi per la mia passeggiata quotidiana, così avevo deciso di risolvere la cena per due (è tornato a casa il compagno di quarantena, ma sta sempre in biblioteca) lasciando in forno un altro piatto che adoro: cavolo intero arrosto! Semplice, geniale, e mai preparato prima. Quante sorpresone nella mia vita! Poi in strada mi sono ricordata: cosa c’era nel menù della mia consegna a domicilio per il giorno dopo? Lo stufato di verdure, certo, ma come antipasto? Oddio, cavolo al forno! Tagliato in tanti pezzetti da pucciare in una salsina all’aneto, ma poco cambiava.

Cioè, una volta che faccio quella vulcanica (seh) che cambia la routine, finisco per ripetermi in questo modo! Per fortuna o purtroppo, l’ultima volta avevo avuto la magnifica idea di pulire la pirofila in silicone con il detergente per i piatti, quindi il mio cavolo era quasi immangiabile, e quello a domicilio delizioso.

Utilizzo quest’aneddoto cretino per considerare il paradosso di questi giorni: quel misto di ordinarietà e novità che possiamo cercare nella primavera, dopo un anno senza viverla appieno. Come dice George Orwell in questo saggio sui rospi, la primavera sembra sempre un miracolo, e invece si ripete ogni anno, in qualsiasi circostanza.

Con in testa questo contrasto tra ordinario e straordinErio (scusate, sono vecchia, dovevo citare Arrighe), sono approdata a una certa puntata della settima stagione di Homeland… Niente paura, non vi spoilero la scena che mi ha colpito, anche perché in fondo è un riassunto del rapporto tra Carrie, la protagonista geniale e bipolare, e la sorella Maggie, una sobria dottoressa con grande senso pratico. Vi racconto solo la parte in cui Maggie confessa a sua sorella quanto la invidiasse ai tempi dell’infanzia: Carrie la sorellina brillante, tutta genio e sregolatezza. Maggie, invece, era quella quadrata, la sorella stabile. Ma la stabilità, rivendica la Maggie adulta, ha i suoi vantaggi: una casa, una famiglia, appoggio e sicurezza. La prima parte di questo discorso, che non posso raccontarvi del tutto, sembrava quasi rinfacciare a Carrie la sua singolarità, il lavoro di spia che, per Maggie, si rivelerebbe inconciliabile con una vita stabile: ascoltando mi sono chiesta se James Bond, per esempio, si sarebbe mai visto recriminare con tanta sfacciataggine di essere un disastro nella vita privata. Questo sì che è uno spoiler: manco per il cazzo. Di buono in tutta la scena c’è che Maggie rivendica la sua vita “ordinaria”, valida quanto quella straordinaria della sorella.

Ok, ma… Perché deve essere sempre un aut aut? Dai che è quasi scontato: o sei Superman, o sei Clark Kent. A incarnare entrambi c’è riuscito solo uno. A pensar male, poi, c’è da ritenere che per Maggie le donne o sono brillanti o sono stabili: alle prime tanti auguri, ma dicessero addio all’idea di una famiglia. Stando così i termini, scusate, ma mio padre chiederebbe: “È una minaccia o una promessa?”. E no, la storia di “conciliare tutto” non è una soluzione ma un ricatto morale, che di solito non coniuga brillantezza e stabilità, ma concilia un salario precario con tanto lavoro di cura gratis.

E allora, cerchiamo una reale fusione, una crasi tra ordinario e straordinario. Non guardate me per la ricetta, che non sono buona neanche a fare il cavolo al forno! Dico solo: proviamo a trovare la nostra via personale ai “miracoli che si ripetono”.

La primavera, per esempio, ci riesce benissimo.

So long as you are not actually ill, hungry, frightened or immured in a prison or a holiday camp, Spring is still Spring. 

Sempre George Orwell, quello scurnacchiato

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Vi capita mai, in questo fiorire imperterrito di fronde che non sanno niente di pandemie, di pensare ad altri rami? Mi riferisco a certe appendici che una volta spuntavano qua e là nella nostra vita, ma che adesso non sembrano affatto fiorire, anzi: sulla loro “fecondità” nutriamo più di un dubbio.

Quando la vita segue un corso preciso, che a volte ci tracciamo noi e altre subiamo, finiamo a contatto con persone che, ben presto, si rivelano dei perfetti intrusi. Non sappiamo più che ci facciano nella nostra rubrica, o nei contatti Instagram, o dall’altra parte di un tavolino, quando addirittura capitiamo a berci insieme un caffè.

A volte sono “presenti giustificati”, nel senso che in un altro momento della nostra vita avevano tutte le ragioni per essere lì: compagne di scuola, vicini di vecchia data, gente conosciuta in periodi di transizione, o nei numerosi imprevisti che ci può riservare la nostra giornata. Altre volte boh, sono incidenti di percorso: il collega insegnante che durante il nostro tirocinio era simpatico e disponibile, e poi, se lo invitiamo al take-away in pausa pranzo, se ne esce con una battuta mica tanto scherzosa su quanto odi i cinesi.

La pandemia, dicevo altrove, mi ha insegnato le mie priorità. Una di queste è fare ciò che voglio del mio tempo, nei limiti del possibile. Il mio nuovo mondo forse è qui per restare, o magari si raggiusterà ancora alla fine di tutto. Le persone, invece, non devono restare per forza. Intendiamoci, non sto parlando di interrompere amicizie che durano da trent’anni, oppure di fare una brutta faccia alla segretaria d’ufficio che adesso vediamo solo al di là di uno schermo. Dico solo che possiamo desiderare il meglio a certa gente che non c’entra niente con la nostra vita di adesso, e allo stesso tempo desiderare di non doverci avere più tanto a che fare, che spesso sarà un sollievo per entrambi.

È opportunismo, pensarla così? A me sembra opportunista il contrario: abituarci a qualcuno è più facile che tagliarci i ponti, è un lavoro a bassa manutenzione che, però, sfianca sul lungo termine.

E poi, non si se vi capita, ma i motivi urgenti che ci spingevano a “mantenere il contatto”, i presunti benefici reciproci, non hanno quasi mai resistito alla prova della pandemia: quell’attività di volontariato faceva più bene ai senzatetto, o ai nordici annoiati che si sentivano eroi per un fine settimana? L’associazione culturale che diventa la succursale di un partito, quanto merita i nostri sforzi? La pagina goliardica sui social vale tanto sforzo di moderazione, se poi prova a lucrare sugli utenti?

Naaah.

Dai che è quasi primavera: armatevi come me di cesoie, accette virtuali, quello che ve pare. Già sapete.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’ultimo anno, o almeno credo, è l’arte di scoprire sotto quali rami conviene ripararci.

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Mettiamo le cose in chiaro: nessuno tiene più di me alla salute dei bidoni della monnezza.

Ritengo solo che, a piangere quelli e lanciare strali contro i cento che li bruciano, ci stiamo perdendo un po’ il punto della questione, cioè le migliaia di manifestanti che chiedono libertà di espressione. Ma il mio amore per quei bidoncini gialli, azzurri e verdi (pensati per riciclare plastica, carta e vetro) è al di sopra di ogni sospetto! Forse per credermi dovreste viverci voi, a venti metri dalla stazione della Polizia Nazionale: finiscono qui quasi tutte le manifestazioni che, da oltre una settimana, si tengono a Barcellona per la scarcerazione di Pablo Hasél. Indi per cui: io la spazzatura non la posso buttare. Hai voglia a fare i chilometri, hanno tolto i cassonetti dappertutto! Dovrei sconfinare in altri quartieri. Per fortuna, umido e indifferenziato li prelevano sotto casa ogni sera, dopo le otto. Ma, per esempio, in cucina mi si è formato un sacco enorme di bottiglie vuote: ancora il cava del mio compleanno e, soprattutto, la mia cola preferita, che ormai ordino a domicilio perché ne bevo a litri. E no, non è prevista la restituzione dei vuoti.

Tra i miei amici, quelli del Barricata Fan Club ci provano pure: “Ehi, se vuoi te lo trasporto io, il sacco: in mancanza di bidoni lo puoi sempre lasciare giù… Dev’essere pesante, e poi ingombra…”. E io: “Nun ce prova’!”. Quando guardo le dirette de La Vanguardia per scoprire cosa sta succedendo dietro l’angolo, mi verrebbe un coccolone a scorgere, tra le bottiglie lanciate contro gli scudi antisommossa, un’improbabile pioggia di Mate Cola: che tutto il quartiere si renda conto a un tratto di quanto sia infinitamente più buona dell’equivalente mericano? Nah. Sgamerebbero subito la, ehm, fonte originale.

Aneddoti scemi a parte, seguitemi per queste e altre amenità sulla Barcellona dei conflitti sociali! No, sul serio, tra un po’ pubblico un’intervista interessante. Intanto, no comment (*inforca gli occhiali da sole che no, ancora non si è comprata*): tutto quello che ancora c’è da dire l’ho già espresso in quest’articolo, pubblicato da Resistenza Civile. Sì, confesso che oggi ci ho da fa’, che preparo un manoscritto per questo concorso, e il pippone che vi ho appena scodellato era un invito più o meno subdolo a leggervi l’articolo. Già che ci siete, date una bella occhiata anche al resto della rivista, che è fatta bene!

No, dai, qui il messaggio più ovvio e trascurato di tutti è: la vita è questione di prospettive. E noi esseri umani tendiamo spesso a soffermarci sui dettagli inquietanti, così ci perdiamo la visione d’insieme.

Ok, la smetto con le pillole di saggezza e vi saluto con le mie bollicine (di cola): alla prossima!

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Ecco, più o meno finisce così.

Come l’italiano strafatto che scorrazza per la Ronda de Sant Antoni con addosso un paio di tette finte: pure piccole, considerando la nazionalità del popputo (appena una sesta). Come i suoi amici che esibiscono dei locks in stile giamaicano, in tempi in cui il dibattito sull’appropriazione culturale è giunto perfino in Italia. Come questi tre che fanno più casino loro di tutti i coetanei che invece sono alla manifestazione per la liberazione di Pablo Hasél, a poche decine di metri da lì.

Così mi sento io: fuori contesto. Mi ci sento quando leggo tutti quegli articoli accusatori sull’assenza di donne di sinistra (perché il PD è sinistra, capito?) in questo governo di salvezza nazionale che sta facendo rimpiangere i draghi di Daenerys.

Sì, lo so, ho già parlato dell’alienazione di una che ormai si sente più europea che altro, con tutte le controindicazioni del caso: così ho pensato a una terapia d’urto. Mi sono messa a farmi i fatti delle altre. Che succede in Europa? Cose simili all’Italia, ma in contesti più femministi.

Su Píkara Magazine ho trovato un podcast con l’intervista a Mireia Vehí, deputata della Cup: la sinistra radicale indipendentista. Ve ne parafraso qualche stralcio, ma se avete un’oretta e capite lo spagnolo, ascoltate l’originale.

Gli uomini usano la violenza per limitare l’attività politica delle donne. Senza pensare ai numerosi casi nel mondo di donne politiche assassinate, nei paesi europei ci sono forme comunque efficaci per annullarne l’autorità.

La violenza verso le donne che fanno politica si inscrive nel contesto delle violenze e discriminazioni connaturate al mondo politico, che nel caso specifico delle politiche donne assume molte forme: screditare il loro lavoro, attaccare il loro aspetto fisico, e utilizzare qualsiasi mezzo per annullare “la rivale in più” nella lotta per il potere. Ovvio che i mezzi usati contro le donne siano vincolati con la discriminazione di genere: perché l’obiettivo è puntare alla giugulare con tutti i mezzi che possano funzionare. E la discriminazione di genere, banalmente, funziona.

Gli attacchi alle donne della Cup sono simili a quelli destinati ad altre donne politiche femministe: quelle di Bildu e altri movimenti indipendentisti di estrema sinistra. Nei momenti più duri della politica catalana, la forma più efficace di opposizione alla Cup era insultarne le donne. Perché? Perché il parlamento è stato, fino a tempi recentissimi, un posto abitato da uomini e dunque “pensato” per uomini, cioè costruito intorno a forme di aggregazione e giochi di potere al servizio della mascolinità tradizionale. Per Vehí i sintomi di questo sono: l’ossessione per il leader unico, per l’uomo forte che “organizzi” tutti gli altri (finché non si arriva a potergli fare lo sgambetto, aggiungo io); discorsi molto lunghi e retorici volti a coprire il poco lavoro che in realtà si sta facendo (un lavoro mirato, aggiungerei, soprattutto a dare un contentino agli elettori); i rapporti clientelari. Su questi dico una parolina io: sono alleanze decennali, spesso ereditarie, fondate su criteri che non seguono altre logiche che quelle di potere. Dinastie familiari che si palleggiano privilegi e contatti, agganci con l’alta finanza, trasformismi assortiti quando tutto va male. Le reti che si creano in questo modo si tramandano con criteri variegati, spesso seguendo banali rapporti di parentela. Ma credete che chi ha costruito la ragnatela, o chi se le ritrova in dotazione, la condivida all’improvviso con categorie che si affacciano al potere solo adesso?

Se, come argomenta Silvia Claveria, la rappresentanza delle donne in tempi recenti è appannaggio dei partiti di sinistra (mica del PD!), anche in questi ultimi non mancano i giochi di potere di cui sopra (e scatta il grazie al ca’, da intendersi qui in senso letterale). Dunque, il trattamento che questi partiti riservano alle donne non ha niente a che vedere con le ideologie ed è tutto finalizzato a mantenere il bacino di voti o la poltrona, o comunque la pagnotta. Il messaggio alle donne diventa: “Sappi che i tempi sono cambiati e tocca farti spazio, ma questa è casa nostra“. E la prima “a”, in “cAsa nostra”, nel caso italiano la metto giusto perché sono un’inguaribile ottimista.

In conclusione: nel gioco di potere della politica, chiunque non sia di casa deve entrare in punta di piedi, e solo per leccare i piedi altrui. Se c’è un qualsiasi mezzo per escludere questa persona dal potere si userà (si pensi alla storia per cui “l’America non era pronta per un presidente nero”). Nel caso della Cup descritta da Vehí, c’è il body shaming figlio della pressione estetica: non vi mando i tremila articoli acchiappaclick sulle ascelle non depilate delle deputate di sinistra e sul loro look “antisistema”.

Come dice Vehí, c’è il colpo di scena (e questa me l’ha raccontata anche un’amica politologa): gli stessi deputati che ti chiamano letteralmente “strega” alla Camera, ti fanno gli occhi dolci o le avances in privato. Sono cresciuti così, il maschilismo non è appannaggio di un fascista navigato di cinquanta o sessant’anni. Un politico italiano “progressista”, in visita a Barcellona, parlava in mia presenza di “quel femminismo esagerato, sapete?”, e non mi credeva quando gli spiegavo che “femminismo esagerato” era un ossimoro.

Insomma: in una sacca di potere come può essere un partito politico o il parlamento, l’obiettivo di chi il potere ce l’ha è colpire sotto la cintur… ehm, dove fa più male, per assicurarsi di non dover condividere neanche un’oncia dei propri privilegi. Come si fa, se la potenziale avversaria è donna? Si usano gli stessi metodi di marginalizzazione che conosciamo in altri ambiti! Con il messaggio di sempre:

“Questo non è uno spazio per te”.

Quante volte l’abbiamo sentito o almeno percepito? E secondo me in Italia non capiamo che non serve a niente colpevolizzare le vittime. La nostra prima reazione di fronte a questa faccenda è: “Sono le donne politiche italiane a non prendersi lo spazio!”. Temo sia un modo riduttivo e poco realistico di affrontare la questione su chi arrivi a comandare nella nostra società.

Ci torneremo.

Della strage di tombini a Barcellona scriverò qui, visto che a certa gente importa più la monnezza della libertà di espressione. Poi vabbè, c’è chi perde un occhio per i proiettili sparati ad altezza d’uomo (stavolta, di donna). Ma “chissà cosa stava facendo quella lì perché succedesse”: una volta lo pensavo anch’io, finché non ho conosciuto Nicola e finché non hanno sparato a me, mentre me ne stavo spalmata contro un muro, in attesa che finisse il casino.

Ma adesso parliamo d’altro! Oggi sono in modalità imbonitrice, stile Veronika di Lucia Ocone.

(*Improbabile accento romano*) Amica del blog, amico di WordPress, amico romantico e amica decostruttrice! Oggi la tua Maria ti porta un’invenzione fresca di stampa: La camera blu! Ecco il suo ultimissimo numero, il 23 (e quale potevo coordinare, io?), curato dalla sottoscritta e da due studiose vere, che sanno di cosa parlano. Questo è tutto femminismo cotto a legna! (Tanta legna, troppa legna: chiedete un po’ alle streghe di Silvia Federici.) In questo numero analizziamo il Romanticismo: credete che ‘sti metodi di decostruzione se li semo ‘nventati noi? Seh, lallero!

Anche se… La prima parte del numero è dedicata a un Romanticismo che ci piace: una forza nuova che a partire dal XIX secolo spinge donne prima silenti a compiere imprese mai viste, almeno così de botto. Vedete un po’ che ha il coraggio di fare Enrichetta Di Lorenzo, nel primo articolo della rivista! Dimenticatevi le relazioni borghesi dell’Ottocento da avere in segreto, una volta assicurata la progenie al marito che ti ha scelto mammà. Enrichetta invece (*musica di suspense*) fugge con Carlo Pisacane! Si ribella! Si imbarca per Livorno con un’arma per togliersi la vita, se la sgamano. E poi fa il ’48, tanto per non perdersi niente. È una delle eroine dimenticate del Risorgimento italiano, quel pasticciaccio che idealizziamo assai e non guardiamo mai bene in faccia. Ma, come dice Tommasi di Lampedusa a proposito di una sua eroina ambigua: “molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai”.

Infatti, che è successo poi al Romanticismo? Ha perso la maiuscola ed è diventato ‘sta roba che conosciamo oggi. Come ha fatto una filosofia che ha spinto le donne a un nuovo protagonismo, che le ha convinte a ribellarsi nei limiti dell’epoca per acquistare un minimo di voce sul loro destino, a diventare una canzone di Gigi D’Alessio?

Amica, lettrice del blog, non stiamo parlando del “tubo” di Baci Perugina! Quello mangialo e “fanne salute”, come avrebbe detto mia zia (a quando la versione vegana?). La questione sono le problematicità che la coordinatrice cilena della rivista mi aveva già elencato in questa intervista, e che questo nuovo lavoro insieme cerca di approfondire. Per citare la web, i cinque articoli della rivista incentrati sull’argomento provano ad analizzare in che modo “il Romanticismo, movimento, se pur contraddittoriamente, anti-patriarcale nelle sue origini sette-ottocentesche, sia stato poi ‘normalizzato’ all’epoca delle politiche capitaliste e nazionaliste della seconda metà del XIX secolo, fino a divenire uno strumento culturale funzionale alla subordinazione delle donne, allo sfruttamento del loro lavoro di cura, e alla legittimazione della violenza maschile”.

Già, che è successo, amica del blog, amico di WordPress? Forse c’entra qualcosa il fatto che l’articolo della sottoscritta sul poliamore (scritto con uno studioso che sa di cosa parla) non abbia trovato abbastanza referenti in Italia per la peer review, finendo così in una rubrica. Il poliamore in Italia non solo è semisconosciuto come oggetto di ricerca, ma non sembra essere ben accetto, quindi approfittate della prima traduzione italiana di un’opera di Brigitte Vasallo, la studiosa catalana che parla di terrore poliamoroso. Non è un caso che la prima diffusione massiccia dell’argomento sui social sia stata opera di Freeda (madonna mia). Poi la sua portavoce è stata attaccata al punto da farsi un canale tutto suo. E non è neanche un caso che la ragazza, quando si esprime, si impappini ogni tanto con lo spagnolo: guarda un po’, questa libertà di esprimersi non l’ha appresa in Italia, al contrario di ragazze più giovani.

Insomma, amica del blog, amico di WordPress, se vuoi i Baci Perugina tieniteli. Alla tua Maria basta che ti chieda anche come mai il mitico “tubbo” di cioccolatini faccia parte di una retorica che consente che il 78% del lavoro domestico venga svolto dalle donne, contro il 32% di quello degli uomini, e il 93% del lavoro di cura sia appannaggio femminile rispetto al 69% degli uomini: non credere a me, ma all’Istat. Perché si sa, le donne sono più “romantiche”, si prendono “naturalmente” più cura degli altri e proprio non vogliono fare altro nella vita. Infatti quel 98% di donne, tra le persone che hanno perso il lavoro per la pandemia, lo ha vissuto di sicuro come una liberazione, e non c’entra la disparità di stipendi o il soffitto di cristallo, o il pavimento appiccicoso. Ma, a leggere i giornali e il modo in cui raccontano i femminicidi, quasi quasi queste neo-disoccupate devono ringraziare che un povero marito depresso non abbia fatto piazza pulita di loro e della prole: vedi le indagini di Pina Lalli, e del “romanticismo della violenza“.

Quindi, amica del blog, amico di WordPress, buona lettura!

Sono sicura che capirai.

(La vera Veronika, che presto presenterà il numero in televendita)

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Dopo la festa dei quarant’anni meno affollata di sempre, mi sono ricordata che devo fa’ l’operazione alle sise (cit. Vulvia).

Ormai è tempo! Vedete, molti anni fa dissi a un’amica del forum di facoltà che mi sarei siliconata a quarant’anni, per vedere che effetto faceva “avercele anche io”. L’amica mi chiese divertita: “E a quarant’anni che te le rifai a fare, scusa?”. Io dovevo avere venticinque anni, lei qualcuno di più. Risposi: “Guarda che io sarò una quarantenne di fuoco!”. E lei si mise a ridere.

Me ne ricordo adesso, non perché sia poi così determinata a mantenere la parola, ma perché di De André mi piace soprattutto quel frammento di Princesa: “… finché il mio corpo mi rassomigli”. Come vedrete tra un po’, non lo rievoco a caso.

Perché Non una di meno, questo movimento che mi dà speranza per l’Italia, ha affisso alla sua pagina milanese una bella sequenza di disegni in spagnolo, raffigurante una donna dalle forme abbondanti e intitolata “Caro corpo”. Una delle didascalie recita: “Perdonami per aver dubitato di te, per averti biasimato, per averti voluto trasformare in qualcos’altro”. Ecco, a me questo discorso non convince del tutto, per quanto possa aiutare alcune persone schiacciate dalla pressione estetica. A mio avviso, è una forma di pressione estetica anche l’idea che esista una “bellezza reale”, cioè naturale e autentica, rispetto a quella “artificiale” creata dal bisturi, dal trucco e magari dal… parrucco: proprio le parrucche sono un elemento estetico molto diffuso tra le donne nere. Commenta questo articolo a proposito delle campagne pubblicitarie stile Real Beauty: “Si tratta di regole di bellezza che impongono le immagini femminili nei media attuali, al posto di basarsi sul diritto delle donne a cercare e definire i propri standard di bellezza”.

Adesso non è il caso che, oltre alla pubblicità, ci si mettano anche le persone che hanno deciso che stanno bene così come stanno, e buon per loro. E non commento nemmeno gli insopportabili uomini che provano ancora a insegnarci che ci vogliono belle naturali (ma guai a non depilarsi). Anche quest’ondata di femminismo italiano nella sua versione mainstream (dunque non parlo strettamente di Non una di meno), invece di puntare un bisturi contro chi i privilegi ce li ha, si concentra molto su quello che fanno “le altre donne”: a quanto pare, mai abbastanza.

Scusate la digressione, ma prendiamo un momento il nuovo governo: in ambito femminista non ho letto molto sugli uomini politici italiani, che instaurano reti basate sulla corruzione, sul nepotismo, sul lecchinaggio e sullo scambio di favori. Sono state biasimate da più parti le donne del PD (note suffragette della prima ora!) perché in un sistema del genere “non riescono a farsi avanti”. Ma che davero? Insomma, un ex portaborse che è diventato qualcuno, un politico che si è fatto strada con soldi sospetti, ci farà sempre meno impressione dell'”amante del capo”. Capisco che è più comodo così, è sempre più comodo dire “io non sono così”: gli uomini ci provano tutto il tempo! Mi sa però che, per dirla col poeta, a noi “convien tenere altro viaggio“.

Tornando al problema iniziale, lasciamo da parte De André e andiamoci a leggere cosa pensano i collettivi trans e non binari: io lo trovo illuminante. Lungi da me fare appropriazione culturale, dico solo che abbiamo molto da imparare da questo punto di vista, e come lo spiegano loro non lo fa nessuno: abbiamo il diritto di alterare il nostro corpo, finché non ci sentiamo a nostro agio.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "just n.b. things @nonbinarythings reminder that you have the right to alter your body until you feel at home in it! whether that's clothes, makeup, haircuts, or more perma- nent things like piercings, tattoos, hormones, and surgeries! it's your flesh vessel and you are the only one who should get to design it!"

Quindi sì, sia che siamo #TeamVulvia e ci rifacciamo le sise, sia che viviamo felici e contente (o contenti, o content*!) con le stesse tette di quando avevamo dodici anni (ehm…) facciamo che se volemo bene, e soprattutto: vediamo di assomigliare a noi stesse più che possiamo!

Il modello di bellezza a cui m’ispiro, da sempre.

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A diciannove anni avevo una fascinazione per due personaggini dalla vita facile facile: Giovanna D’Arco e Antinoo, il giovane amante dell’imperatore Adriano.

Perché? Vabbè, Giovanna D’Arco che ve lo dico a fare: “La prima femminista a bruciare il reggiseno!” (e giù matte risate). Antinoo, invece, era il primo personaggio storico di cui guardavo le statue e capivo che, al contrario degli apolli e degli efebici cupidi, era esistito davvero: ed era bono pure per una coetanea del 2000! Mi piaceva che un personaggio realmente esistito uscisse bene dalla prova statua di marmo (che, come ben sa Pompeo Magno, è molto più impietosa della prova costume). Forse cercavo io la prova che la realtà non sfigurasse poi tanto, rispetto al mio mondo ideeeaaal.

Adesso arriva il momento quiz (*inforca gli occhiali*): per un milione di pernacchie, cos’hanno in comune Giovanna D’Arco e Antinoo, che mi piacevano a diciannove anni? (… musica di suspensela musica si intensifica…) Indovinato! Sono morti entrambi a diciannove anni.

Io invece, con tutte le arie che mi davo da Rimbaud de noantri, oggi di anni ne compio quaranta.

Cosa ho fatto male? Oppure cosa ho fatto bene, a seconda di come la si guardi? Secondo me, ho la risposta a entrambe le domande: mi sono adattata. Vi suona familiare, vero? Perché è una cosa che prima o poi facciamo, come giurava un vittoriano che studiava iguane. Io sono passata dal caso umano che ero nei primi due decenni di vita (una ragazzetta scollata dal mondo che passava l’esistenza tra i libri), alla grande scrittrice e brillante socialite che conoscete e amate al giorno d’oggi! No, niente flash per favore, e per gli autografi dopo, grazie.

Scherzi a parte, volevo sottolineare che l’insegnamento principale di questi quarant’anni è stato uno solo: la conosceza è potere. È una realtà così banale che non ce ne ricordiamo mai abbastanza. Allora, per rendermi utile in questo mio giorno di festa, ve lo ricordo io. Perché, sapete, negli anni fondamentali per il mio sviluppo mi sono arrivati i seguenti messaggi, che vi ripropongo per vedere se vi ci trovate:

  • ci sono lingue di serie A e lingue di serie B: quella del verdummaro (ortolano in napoletano) è di serie B;
  • però non ci sono “razze superiori”, solo che alcuni popoli vanno aiutati a casa loro (*e scatta subito We Are The World*);
  • c’è una sola vera religione, e chi non la segue si frega;
  • infatti, la storia ha punito i “giudei” perché hanno ammazzato Cristo: pure se il compagno di quarantena, giudeo britannico pel di carota, giura e spergiura che It was an accident!;
  • donne e uomini, gli unici due generi possibili, sono opposti e complementari;
  • le donne hanno l’aspirazione a essere mamme perché è nella loro natura, e in effetti è per quello che cercano gli uomini, perché il piacere femminile è una cosa misteriosiiissiiimaaa;
  • a proposito, è naturale che i sessi si cerchino, perché tutti tuttissimi hanno bisogno di qualcuno da amare, nel senso proprio di Romeo e Giulietta: al massimo ci sono quelli chiamati da Dio, che sono suore e preti;
  • a proposito, suore e preti ti possono picchiare come se fossero i tuoi genitori, che dal canto loro sono autorizzati a tirarti qualche scapaccione, per il tuo bene: tranqui, fa più male a loro che a te;
  • se è per questo, suore e preti, e perfetti sconosciuti che stiano simpatici ai tuoi, ti possono anche abbracciare e dare i bacetti come se fossero mamma e papà: soprattutto i preti. Anzi, fatto da loro è un onore.

Per questo dico che, a parte certe vicende incresciose dell’ultimo anno, sono intrigata dall’epoca in cui vivo, anche se so quale immenso privilegio costituisca questa affermazione: vedo gli stessi problemi di merda di epoche precedenti (qualcuno in più, qualcuno in meno), ma anche tanti aspetti che mi affascinano. Dai canali YouTube che smontano miti sulla religione alle donne che ricordano al mondo che El violador eres tú, la vituperata tecnologia mi ha aiutato tantissimo, in più ambiti: che si trattasse di istruirmi senza uscire di casa, di cambiare naso per un anno senza rimetterci un rene, o di contattare in un nanosecondo, e gratis, le amicizie lontane (*Mario Merola intensifies*). E sì, ho fatto pure in tempo a scrivere lettere, quindi posso dire senza problemi che mi piace mandare WhatsApp così come mi piaceva, un quarto di secolo fa, attendere tre settimane per una risposta dal Nord Italia.

Insomma, quando sono nata l’idea era che a quarant’anni sarei stata una di queste tre cose: una moglie e madre esemplare, con un orario di lavoro che mi permettesse di rincasare in tempo per buttare la pasta; una zitella delusa dal mondo, ma per quello dovevo proprio essere brutta e intelligente; una suora.

Adesso sono una donna che ha vissuto due volte, e oggi va per la terza. Quante volte potrò dire questa frase, in vita mia?

Grazie per accompagnarmi in questa nuova avventura! Nonostante tutto, vediamocene bene.

(Scusate, ma questa canzone mi faceva arrabbiare a diciannove anni, perché Alanis non era più arrabbiata: quindi ci sta che la metta ora. Anche se io resto felicemente furiosa quando serve!)

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Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

Risultato immagini per sugar pot on the grass

Sta succedendo una cosa bellissima, nelle mie letture.

Trent’anni fa, o giù di lì, ero a casa dei nonni, era mattina e doveva essere un giorno di festa, perché non era domenica ma io non ero a scuola, e mia madre non era al lavoro. Il nonno guardava un film in TV, uno di quelli che allora non mi attiravano perché non erano cartoni: però la storia mi appassionava, perché parlava di un bambino e una bambina che si incontravano in campagna. Lui se ne stava su un prato con una zuccheriera, e quello della zuccheriera tra l’erba era un particolare che mi aveva affascinato quanto i vestiti del bambino, che sembravano più da adulto. Forse ai suoi tempi i ragazzini si vestivano come adulti. Lei si chiamava Lillà, o così mi parve di sentire, ma non capivo se si scrivesse proprio come i fiori della casetta in Canadà. Comunque Lillà, o come si scriveva, aveva un abito troppo carino, corredato da un fiocco nei capelli, e pure sembrava venire da un’epoca in cui ti vestivi così ogni giorno, e non solo a Pasqua: sapete, io già allora ero una nemica giurata dei jeans.

Il ragazzino, dopo quell’incontro, rimaneva come colpito da un fulmine, e si recitava da solo poesie su quanto amava questa Lillà, quindi per lui non era poi così importante come si scrivesse il suo nome. I due s’erano dati appuntamento nello stesso posto, ma non so quanti anni dopo. Però quando si rincontravano non erano più tanto divertenti, perché erano già adulti: secondo me avevano almeno sedici o diciassette anni, erano vecchissimi! Così a quel punto avevo interrotto la visione del film ed ero andata in cucina da mamma e nonna. Al ritorno in salotto, però, qualcosa era cambiato e la ragazza era triste, perché stava succedendo una cosa terribile, forse una guerra. Lei era polacca, lo sapevo perché a un certo punto si era arrabbiata col ragazzino dicendogli: “Vuoi dire che noi polacchi…?”. Io di polacco conoscevo le signore con i capelli biondi e i denti d’oro che facevano le cameriere in paese, e certe pantofole bianche, che non mi sarei infilata neanche sotto tortura. Perciò non capivo bene il nesso tra essere polacchi ed essere tristi per la guerra.

Però la ragazza era davvero a pezzi e beveva molto, e a un certo punto dichiarava qualcosa come: “Ho deciso: farò la puttana! Sarò la più grande puttana…”. Ma il ragazzo si arrabbiava assai di questa dichiarazione di intenti. Allora io correvo di nuovo in cucina: “Mammaaaa, cos’è una puttana?”. E mamma mi mandava a prendere il vocabolario, e ci leggevo qualcosa come: “Persona che vende il proprio corpo in cambio di denaro”. Mamma mi chiedeva se avessi capito e io rispondevo di sì, ma in realtà boh. L’ultima scena che avevo visto era di questi due che si salutavano in un giardino, perché poi lei doveva partire con tutta la famiglia in una macchina che sembrava ancora più vecchia di quella di mio nonno, che già era giurassica di suo e non funzionava neanche più. Ma dove andasse tutta la famiglia anche se c’era la guerra, non lo sapevo.

Il ricordo del film mi aveva perseguitato per anni: anni in cui avevo imparato diversi modi di scrivere “Lillà”, avevo scoperto l’increscioso nesso tra i polacchi e la guerra, e avevo pure formulato due o tre idee tutte mie sui colpi di fulmine e la loro reale valenza. Però non ero mai stata in grado di determinare che razza di pellicola avessi visto quel giorno lontano, fino a… Fino alla sera in cui ho trovato questo sito, specializzato nell’individuare film di cui ricordiamo la trama e nient’altro. Allora ho raccontato qui la storia che mi ero portata dietro per anni, e che mi aveva fatto scoprire i poteri delle zuccheriere e cos’era una puttana. L’ho fatto senza troppe speranze, ma un’anima pia è rimasta affascinata da questa trama quanto me, e tanto ha scavato che ne ha trovato la fonte principale. Sono grata a quell’anima pia, e pure a tutte le cose che ci facciamo un punto d’onore di schifare: la tecnologia che “distanzia” le persone e che “disinforma”, mentre a me ha risolto un mistero trentennale, grazie a una persona che non avrei mai conosciuto altrimenti.

Adesso so che il “film” in realtà era una serie, ed era pure basata su un romanzo famoso, scritto in una lingua che, intanto che mi facevo grande e ricordavo i ragazzini e lo zucchero, ho imparato pure a leggere.

Il libro è Gli aquiloni, di Romain Gary. La serie è del 1984. E comunque si scriveva Lila.

22 giugno 1994: Breve storia triste. C’è la festa delle medie, ma ho la febbre. Vado o non vado? Vado. E porto anche un’amica di un altro istituto, che ha litigato con le compagnelle sue (cit.) e si sente sola. Risultato: l’amica si mette col ragazzetto che piace a me, e la febbre mi schizza a 38.

30 gennaio 2021: Breve storia triste. Esco di casa e viene a piovere. Anzi, è proprio una tempesta. Mi riparo sotto una tettoia a Barceloneta e penso: corro verso casa o aspetto un po’? Aspetto. Finita la pioggia, anche se una masnada di gente va in direzione contraria alla mia, faccio una capatina in spiaggia.

Le foto che posto qui sotto sono un promemoria: a volte tentare nuoce, eccome, ma spesso è una buona idea. E quella storia di chi lascia la via vecchia per la nuova mi è sempre sembrata più una promessa che una minaccia. Sai quel che lasci: il divano di casa. Non sai quel che trovi: tipo, l’arcobaleno.

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