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The Jackal, ovviamente

Quando ero piccola, più o meno ai tempi dell’Unità d’Italia, gli alberi di Natale coi desideri sopra non c’erano. O almeno non ne ero al corrente.

Scrivevo la solita letterina a Babbo Natale, e gli chiedevo Bebi Mia.

Non so bene perché non l’ebbi mai. Forse Babbo (in questo caso, Mamma) dubitava delle mie capacità di mantenerla “sana” e intatta per più di un’oretta. Ma tant’è.

A Barcellona, invece, l’unico alberello dei desideri che abbia mai visto si trovava nello spiazzo accanto al negozio del MACBA, costeggiando la parete su cui era coniugato il verbo “ravalejar” (dal mio ex quartiere, l’adorato Raval). Era una pianticella striminzita a cui qualcuno aveva appeso desideri sparsi. Ve lo spoilero subito: gli stessi nostri.

E quelli delle maghe dei tarocchi: amore, salute, fortuna, denaro. Non necessariamente in quest’ordine.

Al massimo come desideri erano un po’ più hipster, che quella è zona di skaters e, ovviamente, appassionati di arte moderna.

In effetti quest’albero lo dovevi o sgamare per caso, o cercare apposta.

Io, fedele alla linea, ci appesi un foglietto con una sola parola. Nome proprio di persona, maschile, onnipresente. E persistente, nel tempo, proprio.

Credo che rischiai di ricevere finalmente una missiva di Babbo Natale che mi comunicasse: “Piuttosto ti porto Bebi Mia”.

Ma, ripensandoci a distanza di qualche annetto, devo dirgli “Grazie, Babbo”.

Certi regali fanno bene se li ricevi e benissimo se non succede.

Sono come la Coca Cola a disposizione quando hai sete, ma tra un momento dovrai stringere la mano a tua suocera, con lo stomaco in preda a borborigmi allarmanti. Regali che in quel momento vuoi, si capisce. Ma a non riceverli, col senno di poi, ti chiedi se “meglio così” sia una magra consolazione o, semplicemente, la verità.

Mi spiace per Babbo, ma devo confessare l’ovvio: i migliori regali me li sono fatti da sola, arrangiando quello che avevo in casa. Ricavando mantelline da gomitoli vecchi e belle serate da litigi domestici. Rimediando a vecchi errori e commettendone di nuovi, ma un po’ diversi. Traendo insomma il miglior vantaggio possibile da momenti più o meno propizi.

È questo che vi auguro, a bocce ferme e regali consegnati.

Insieme a Buone Feste, per quello che rimane.

Risultati immagini per mani 15m barcelona Quelli che si lamentano perché Barcellona non è come la città in cui sono nati. Per esempio, come si permettono questi di non avere pizze fritte c’ ‘a scarola a ogni angolo di strada?

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è più la città in cui sono nati. Per esempio, come si permette aquesta gent di snobbare la nostra cuina per quelle di tutto il mondo? E comunque la pizza è una coca rotonda (cit).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è ancora la città che avrebbero voluto. Per esempio, come si permettono, these people, di parlarci due lingue, senza che nessuna sia l’inglese? E poi sgomberiamoli, tutti quei centri civici, più baretti per tutti! (E mojitos a un euro, please).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è mai abbastanza. Arrivarci non ha cancellato in un colpo di spugna la rabbia sorda che si portano dietro dappertutto, di cui possono accusare quasi tutti i complici (Berlusconi, Renzi, la crisi…). Ma il loro nome nella lista manca sempre.

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è sempre quella che vorrebbero. Non è sempre turistica e caciarona, né sempre tradizionalista e politicamente impegnata. E sentono che l’alternativa minerebbe la loro versione della città.

Quelli che… o la mia Barcellona o niente.

Ed è per questo che Barcellona è quello che è.

Perché lei continua a essere la sua Barcellona. Sfuggendo a ogni definizione, per comprenderle tutte.

Immagine correlata Il campanello d’allarme mi si è acceso quando un tipo “che odia i catalani” mi ha interrotto mentre difendevo un programma locale di satira, per spiegarmi schifato: “Io non ho la televisione”.

Al che mi sono ricordata: “Neanch’io!”. Solo che non mi era mai venuto in mente di dirlo a qualcun altro. In effetti, avevo ricordato poi, c’è una tizia che lo ripete spesso ne La grande bellezza. Finché non glielo fanno notare con un sarcasmo che di solito associo a chi sfotte i film sottotitolati (altra cosa per me irrinunciabile): quella fretta di “mettere a posto” chi, che se ne vanti o meno, non vive come te.

Mi sono chiesta allora perché qualcuno si vanti di cose che in tanti facciamo spontaneamente, trovandole così normali che neanche ci viene da raccontarle. E perché altri si sentano davvero irritati (o intimiditi?) da uno stile di vita diverso dal loro.

Sospetto che dall’uno e dall’altro lato ci sia la stessa insicurezza, che sia di non essere mainstream (come direbbero gli Hipster Democratici) o di non essere alternativo.

Da qui questo esercizio di stile un po’ scemo, in cui esploro eventuali indizi della mia inconsapevole hipsteraggine. O sono semplicemente, per citare una definizione rimastami appiccicata dal liceo, “la solita soggetta”?

Cominciamo:

  1. Vivo a Barcellona! (Pensavate davvero fosse una classifica seria?)
  2. Non ho la tv (vedi sopra). E guardo i film sottotitolati. Ma davvero non si fa ancora, in Italia? Qua ci sono tremila sale che li propongono e tanti latini preferiscono quelli al loro doppiaggio.
  3. Il mio ragazzo mi suggerisce: il chai latte. Ma lo adoro! Che poi bando alle spezie, io lo faccio o col tè che ho in casa (ok, me l’ha portato mia zia dal Giappone, ho guadagnato 10 punti, immagino). Ho comprato ieri il frullino nuovo, mi serve anche per farmi le creme per il viso. A proposito…
  4. Mi faccio da me i cosmetici. Almeno risparmio, conosco gli ingredienti e ci metto i profumi che voglio. Secondo me (e mammà) la mia pelle è migliorata. Poi ho (quasi sempre) l’accortezza di non usare gli stessi attrezzi con cui mi preparo tofu e seitan. Ah, già, dimenticavo di aggiungere che…
  5. Sono vegetariana. Capisco che in Italia, come m’insegna quest’articolo, è sinonimo di hipster sicuro, che non lo si possa fare per animali, inquinamento e tutte quelle fregnacce, compreso il gusto personale. Solo per moda. A proposito: non è un po’ hipster sfottere qualcuno perché non mangia come te? Io me ne intendo, di discriminazioni, infatti ho studiato…
  6. Storia delle donne! Sull’hipsteraggine di questo dato si è pronunciato direttamente Hipster Democratici, che per sfottere un mio intervento antisessita commentava: “L’abbiamo studiato a Storia delle donne”. Colleghi! Anche se sono di quelle che preferiscono dire Studi di Genere… Oddio, il GENDER! Mediterò bene prima di toccare l’argomento di nuovo in una pagina italiana. A proposito…
  7. Faccio meditazione! Peggio ancora, mindfulness. Insegnatomi, pensate un po’, nel servizio di assistenza psicologica dell’università, a Manchester (che di per sé averci vissuto due anni farebbe un po’ hipster, ciao Morrissey!). Ma lo faccio solo 10 minuti al giorno, quindi anche i “colleghi” appassionati non mi prendono sul serio. Però è così utile e bello stare a contatto col proprio corpo, che sono arrivata ad assumere un’altra abitudine sospetta…
  8. Non porto il reggiseno! E grazie, direbbe chi mi conosce, che devi reggere, lì. Eh, ma a maggior ragione: a parte la falsa esigenza d’imbottiture che t’inculcano dai 13 anni, provateci voi a non portarlo mai, sotto nessun vestito! (Infatti con due magliettine trasparenti ho riciclato il più slabbrato di quelli che conservo come cimeli). A proposito: donne italiane, prima di soffocare nell’unico parametro numerico concessovi (1ª, 2ª, 3ª…) scoprite la vostra vera taglia. E per essere mainstream, linko la guida alle taglie di Victoria’s Secret. A proposito di segreti, vi confesso che…
  9. Ho letto tutti i libri di Trono di Spade! Che ovviamente sono meglio della serie. Ma questo fa di me solo una nerd, vero? O per quello devo anche essere vergine? A scanso d’equivoci propongo un 9bis (che volete farci, è hipster pure questa top 10!). 9bis. Compro nei mercatini di seconda mano. Ua’, mi sono proprio rifatta un guardaroba! Ovviamente con tanti skater dress, perfetti per nascondere la panzella, e sciarpette assortite, da far ondeggiare come una vaiassa a occasionali ritrovi di danze salentine. Gli occhiali da sole non li metto mai, però, e per quelli da vista uso la stessa montatura (piccolina, malfidati!) da 8 anni.
  10. Forse il fatto stesso di trovare normalissimo tutto questo fa di me la peggio hipster. Chi lo sa. Ma scusate, non è di una banalità pazzesca?

Allora questa hit parade mi ricorderà che il livello di sicurezza che possiamo acquisire ci rende inutile abbracciare come una religione qualsiasi stile di vita. O vantarci con qualcuno di non avere la televisione.

Aspettando il momento in cui, per sentirci bene con noi stessi, non sentiremo il bisogno di rendere la nostra personalità un prodotto di nicchia.

E con questa hipsterata finale è davvero tutto.

 

 

 

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Spero che mi riveliate che in Italia ormai si trova tutto questo, e con la stessa facilità che a Barcellona. Se no, al lavoro!

Di queste proposte mi piace soprattutto la possibilità, che esistano. Non si tratta di abbracciarle o approvarle tutte, ma solo di concepire stili di vita diversi dai propri, senza demonizzarli.

Ce la possiamo fare. La Catalogna non è l’Olanda, siamo molto più simili.

E Italians don’t do it better, ma a volte they do it.

Cominciamo!

  1. La scritta Refugees Welcome campeggiava sul Comune qualche mese fa e c’era già un’iniziativa concreta per ospitarli in casa nostra. Alle manifestazioni centinaia di persone chiedono di accogliere i rifugiati.
  2. Barcellona è la prima città vegan friendly d’Europa. Ogni mese c’è una Fiera vegana che propone ottimi piatti a prezzi modici, insieme a conferenze, concerti, dibattiti, proiezioni. Il Tatami Room, tra i sushi più fighetti, partecipa ai Lunedì senza carne con un menù tutto vegano almeno un lunedì al mese. E la gente ogni tanto sfotte, ma non ai livelli parossistici italiani.
  3. Barcellona è una città molto aperta dal punto di vista sentimentale. So che il poliamore si va diffondendo anche in Italia, ma ci sono eventi con conferenze, concertini e musica, e centinaia di partecipanti?
  4. A Barcellona i diritti civili non sono scalfiti dal benaltrismo. I gay possono sposarsi e avere figli. C’è un’area chiamata Gaixample, piena di locali gay molto gettonati anche tra gli etero. Ci sono diversi festival. Al gay pride, ahimè, le manifestazioni si dividono: da un lato quella enorme, sponsorizzata da discoteche, club di ogni tipo. Dall’altro quella canyera, combattiva, che parla di diritti e riconoscimento. Sì, vado alla seconda.
  5. Femminismo non è una parolaccia. Al Comune bandiscono concorsi per questioni come la violenza di genere (a proposito, ni una menos) o gli stereotipi femminili nei media. Insomma, liquidare tutto come politically correct qui non attacca. Anzi, gli uomini dei numerosi collettivi di quartiere sono coinvolti attivamente e partecipano all’8 marzo. (Niente spogliarelli). Ci sono iniziative che avvertono dei pericoli del cosiddetto amore romantico cantato dalla Cinquetti. I “complimenti” per strada, che titillano l’insicurezza di alcune nostre connazionali, sono stigmatizzati.
  6. A proposito, i movimenti dal basso qui sono molto più sviluppati. Ci sono consigli di quartiere, di distretto, collettivi di ogni tipo, dalle corali ai gruppi che promuovono la cultura locale. Nei centri culturali finanziati dal Comune offrono corsi di ogni genere a prezzi modici. Quando sgomberano un centro sociale importante per il quartiere, si mobilitano pure i vecchietti, numerosissimi anche ai tempi degli indignados.
  7. Incrocio di culture. Purtroppo, un paese impegnato a difendere la propria cultura potrebbe sottovalutare questa risorsa, e tanti stranieri fanno i turisti a vita (con conseguenze disastrose). Ma il fatto che quasi il 10% della popolazione barcellonese sia costituito da stranieri non mi dispiace per niente, né dal punto di vista politico, né da quello… gastronomico. A parte le mangiate che mi faccio di cucina araba, cinese, pakistana, questo si ripercuote su una scena artistica fantastica, dal concerto di musica classica indiana a Casa Àsia alla banda più fracassona di Gipsy Klezmer. Ovviamente, la comunità anglosassone è tra le più gregarie, con propri cabaret, spettacoli teatrali e quiz al pub. Ma, per esempio, stasera vado alla Festa del Marocco.
  8. Attenzione ai bambini. Non c’è festival, festa di quartiere, iniziativa di qualsiasi tipo che non ci faccia almeno un pensierino, a creare un’area bambini. E la letteratura infantile è una delle poche che tengono botta. Alla Fiera vegana di cui sopra c’era una bancarella vicino alla mia che vendeva un sacco di libri illustrati sul rispetto per gli animali, anche a genitori non vegani.
  9.  Memoria lunga. Forse troppo, ma per una che viene da un paese con la memoria del pesce Dory non è affatto male. Barcellona ricorda. I bombardamenti (italiani) che l’hanno devastata. I desaparecidos argentini, i cui figli portano avanti una causa importante. La sofferenza dei popoli latini chiamati a celebrare il Columbus Day. Qua la storia è fin troppo importante: avete mai sentito parlare di uno “storico di quartiere”?
  10. Reinventarsi. Casa Surace e The Jackal mi informano che anche in Italia, complici disoccupazione e cambiamenti generazionali, si modifica un po’ l’idea di gioventù e di cosa significhi avere 20, 30, 40 anni. Ma Barcellona mi dà davvero l’impressione che possiamo costruirci noi la nostra personalità. Decidere chi vogliamo essere e a che età. Ovviamente, spesso è un’illusione, minata da lavoro precario, caro affitti, mobilità della popolazione. Ma tra le reti che si formano per aiutarsi con lavoro, alloggio, cura dei bimbi (i nonni sono lontani), diciamo che forse è un po’ più facile decidere cosa vogliamo essere.

So che è finita la top 10, ma aggiungo un’altra cosa che adoro: la possibilità di essere ignorati. A me in una grande città non fa paura, anzi. Bello essere liberi di metterci il cavolo che ci pare senza che nessuno ci dica niente, di andare in giro mano nella mano con chiunque ci siamo scelti per condividere la vita. O sentirci apostrofare col “tu” (che shock, all’inizio!) anche se siamo professori universitari, sempre che non diventi una scusa per fare i baroni peggio di quelli italiani in giacca e cravatta.

Insomma, è qui che ho scoperto che vivi e lascia vivere non era solo un proverbio da scrivere nel quaderno a righe, e dimenticare appena uscita in strada.

 

Risultati immagini per italian restaurant Avete presente quei connazionali che all’estero diventano più italiani degli italiani?

Questa è una possibile reazione alla sensazione scomoda di essere “gli stranieri”, quelli arrivati da meno di una generazione, che vengono confusi con ladri e scrocconi se scuri di pelle, o con turisti e speculatori se appena un po’ più chiari. Non so se preferirla o meno a quelli che s’illudono che tifando Barça e mangiando fideuà verranno prima o poi riconosciuti come autoctoni.

Un’altra reazione, forse ancora più frequente, è il conformismo. Accettare di entrare perfettamente nell’immaginario che i nuovi vicini hanno di noi. In questo ci sono cascata io a 22 anni, a Manchester, quando mettevo a palla Mambo italiano (una delle perle di un CD ricevuto in regalo), chiedendo alle mie coinquiline inglesi se lo conoscessero.

Voi avete mai ballato Mambo italiano? Appunto.

In tempi più recenti, organizzando tra italiani stanziali una conferenza sull’aumento degli affitti a Barcellona, le proposte vertevano su due impostazioni: 1) ci facciamo portavoce dei poveri Erasmus, costretti ad ambire alle stesse esose camere dei turisti; 2) proponiamo la solfa “siamo buoni nonostante il fatto di essere stranieri”, scusandoci implicitamente per i connazionali speculatori (come se un bidello musulmano di Southampton fosse chiamato a sconfessare gli attentatori di BruxellesNo, wait).

In entrambi i casi, l’idea era di accettare lo sguardo altrui. Guardarci con gli occhi di quegli autoctoni troppo impegnati a difendere il loro mondo minacciato dalla gentrificazione, per vederlo nella sua complessità: autorappresentarci, dunque, come eterni Erasmus in odore di speculazione edilizia.

Non importa da quanto viviamo in loco e quanto sia difficile ottenere un mutuo, senza genitori autoctoni a farci da avallo. Poco importa se non tutti, per scappare dall’esorbitante mercato urbano degli affitti, abbiano voglia di andare a fare “i forestieri” in un paesino di qualche migliaio di anime.

No, noi siamo gli stranieri e tali dobbiamo rimanere, se vogliamo almeno essere integrati.

Insomma, è positivo “immaginarci” per quello che vorremmo essere e utilissimo guardarci con gli occhi degli altri, per vedere la nostra vita e le nostre scelte da un’angolatura diversa.

Dagli immaginari altrui, invece, siamo liberissimi di prescindere. Non dobbiamo entrarci per forza, né prenderne obbligatoriamente le distanze.

Se tra un paio d’anni mi dovessi convertire definitivamente in una vaiassa con mestolo e capelli scarmigliati, che al confronto la Sophia Loren neorealista diventa Anne Wintour, siete liberi di abbattermi a colpi di calçots.

Se invece mi vedete andare in giro con la frangetta a metà fronte, usate pure le armi chimiche.

 

Risultati immagini per felafel  C’era una napoletana, un pugliese e un marchigiano al ristorante.

No, niente barzellette, ma ero stata invitata coi due di cui sopra da una coppia di amici settentrionali (entrambi coi genitori di giù) che avevano aperto un locale e ci avevano lanciato il fatidico: “Veniteci a trovare, questo sabato!”.

Senza scomodare i divertenti cliché del Terrone fuori sede, il pugliese e io ci saremmo aspettati almeno uno sconto sulla cuenta, o qualche degustazione omaggio.

Invece avevamo dovuto sborsare l’esatto importo delle ordinazioni, a parte un chupito di quelli che a volte offrono perfino gli autoctoni.

Il “centroitalico” non capiva di che ci lamentassimo: pretendevamo che la gente lavorasse gratis per noi? Noi ammettevamo che la logica “io ti regalo la cena, così torni e mi fai pubblicità” nasconda uno scambio d’interessi reso più accettabile dall’assenza di denaro.

Nel dubbio, ripetevo che nessuno fosse mai morto di gentilezza.

Se al nostro dibattito antropologico si fosse aggiunto qualche spagnolo, sapete che avrebbe fatto? Con ogni probabilità, avrebbe sfottuto gli italianini e ricondotto il tutto al luogo comune più gettonato tra gli iberici: “State sempre a parlare di cibo”.

Non lo smentirò, perché ora cambio scenario ma non argomento. L’altra sera, infatti, spinta da una pioggia impossibile sulla Ronda di Sant Pau, mi ero finalmente addentrata in una tavola calda araba che mi aveva sempre incuriosito.

La vetrinetta che mi aveva accolto all’interno sembrava piuttosto incongruente con le foto dell’insegna, comunque ci avevo provato.

– Avete felafel?

– No – mi aveva spiegato un signore gentile. – Qui facciamo cucina algerina.

Ok. Felafel: non algerini.

– Allora vorrei del mutabbal [crema di melanzane simile alla melitzanosalata greca].

– No, no – aveva insistito il signore sorridente. – Qui facciamo cucina algerina.

– Scusi, ma il mutabbal lo sponsorizzate nell’insegna.

– Ah, no, quella era l’altra gestione.

A parte il fatto che non ci vuole niente a rimuovere un’insegna messa giusto sullo stipite, e ad altezza mia, ho dovuto riconsiderare le mie nozioni sulla cucina araba. E adesso vi coinvolgerò nella mia figura di merda.

Perché, come uno spagnolo ci chiamerebbe tutti italianini, e liquiderebbe le nostre differenze culturali con il comune parlare di cibo, spesso noialtri non abbiamo problemi a credere che gli algerini siano uguali ai libanesi, uguali a loro volta ai siriani e, già che ci siamo, ai turchi. Tutti costoro sono identici, che ve lo dico a fare, a pakistani e bengalesi, che possono essere musulmani tutta la vita senza mai aver visto un arabo o provato un felafel (infatti i più scadenti, per me, li offrono loro, assaggiate invece il naan). E liquideremmo le loro enormi differenze culturali con un “Sempre a parlare di religione, voi!”.

Allora perché siamo così pronti a sproloquiare sulle nostre differenze, su quelli del sud e del nord, e poi non capiamo che sono molto diversi anche gli altri? Lo sono anche gli “occidentali”, che andiamo mischiando tutti nello stesso calderone.

Vorrei presentarvi quella brasiliana che a una festa dichiarò: “Voi europee non sapete muovere i fianchi”. Parlava a me, a un’olandese, una svedese e una rumena. Europee a chi? (Comunque preferisco l’ondeggiare leggero della tammurriata allo scuotimento ossessivo di chiappe, ma so’ gusti).

Ma no, noi vediamo un solo Oriente, che a stento distinguiamo da un unico mondo arabo. Vediamo un solo velo, parola unica che descrive una ventina di modi di chiamarlo, con altrettante fogge e un diverso modo di usarlo (a proposito di “imposizioni”, lo sugaring che ci fanno pagare oro altro non è che una ceretta araba millenaria).

La varietà esiste solo tra Milano, Roma e Napoli, non tra Beirut, Tunisi e Karachi.

“Tutti uguali, voi italianini, sempre a parlare di cibo!”.

Ma come generalizzano, gli altri, quando gli stranieri siamo noi.

 

 

 

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Immaginate di giurarvi: da oggi in poi faccio solo quello che dico io.

Non ci sarà tentazione che tenga, attività ben remunerata che rischi di darmi anche prestigio (come se le due cose insieme non fossero conciliabili), non ci sarà senso del dovere o senso di colpa che mi allontani da quello che davvero mi rende felice, che “mi fa brillare gli occhi”, come recitano i meme più melensi.

E poi arriva il messaggio.

Ex collega di 5 anni fa.

Ciao, quanto tempo!

Sì. Non ci vediamo da quando provasti a insegnarmi come si fa il caffè.

Senti, nella mia azienda cercano personale di madrelingua italiana, come te.

Ok.

Che sappia scrivere bene in inglese almeno quanto te.

Ok.

La paga iniziale è 2300 al mese.

Adesso, so che per voi “l’estero” è l’Eldorado, ma a Barcellona se ti offrono più di 1200 netti stai già ballando la macarena sulla Rambla.

È molto flessibile. Dopo tre mesi puoi lavorare soprattutto da casa.

Vabbe’, allora portami direttamente sul Getsemani e mostrami lo zoccolo caprino.

Mezz’ora dopo torno dai miei, che riposano nel mio soggiorno barcellonese esausti per la passeggiata.

– Ragazzi, ho tante novità!

Primo problema: loro non concepiscono che una che sia scesa da sola a prendersi un caffè (o qualche intruglio hipster spumoso), possa tornare con delle novità. Potenza di facebook.

Racconto la proposta, aspetto che facciano gli occhi a cuoricino e dichiaro:

– Ho chiesto se hanno il part-time, se no la rigiro ai miei amici.

Non si arrabbiano manco più. Sono abituati. Adesso la buona notizia:

– Invece, mi sta andando in porto il corso di dolci senza ingredienti animali! Avrei una clientela più specifica rispetto alle lezioni d’italiano che offrono i miei colleghi. E mi resterebbe tempo per scrivere. Adesso scusate, ma avviso dell’offerta i miei amici con le pezze a culo.

– Ma aspetta che ti dica se c’è il part-time! – prova mamma.

Considero la sua obiezione, poi spiego:

– Sì, ma tra me che già ho un po’ d’entrate e degli amici che cercano disperatamente, forse questi ultimi avrebbero diritto a una chance.

– Scusa – sempre mamma. – Ma come fai ad avvisarne più di uno? Poi il lavoro chi se lo piglia?

Butto gli occhi al cielo.

– Ragazzi, qui funziona così. Facciamo rete, ci aiutiamo tra noi. Esce un lavoro che non ci interessa? Avvertiamo tutti gli amici che potrebbero apprezzare e chi se lo aggiudica, auguri.

Non dovrebbero neanche stupirsi, penso. In paese non è insolito che una “sensale” porti contemporaneamente due aspiranti badanti, per non farle litigare. L’imbarazzata famiglia italiana le valuta in mezz’ora e quella scartata è pure triste di non lavorare sottopagata 24 ore su 24, con pausa domenicale a farsi fischiare dietro dai vecchietti nel parco.

Nella civile Barcellona, allontanandomi, sento mio padre dire:

– Ti rendi conto che tra mia madre e mia figlia è cambiato il mondo? E senza che la nostra generazione l’abbia vissuto.

Già. Dalla maestra che era la nonna mia omonima, di ruolo dopo il diploma, sposata a 20 anni, tre figli e una morte precoce oggi almeno posticipabile, si passa alla nipote che vive a due ore d’aereo e già sa che nessuno le pagherà la pensione, ma non si preoccupa troppo perché tanto stiamo tutti nella merda.

E nella merda ci aiutiamo. Forse proprio questa nonna che non ho mai conosciuto sarebbe insorta a ricordare che, se ci si è aiutati tra bombardati e sfollati, se ci si è rifatti una vita dalle macerie, con tutte le contraddizioni e le italiche passioni per ambiguità e ipocrisie, a maggior ragione si può mostrare solidarietà nella generazione dell’iPhone 7.

E rinunciare perfino all’ambita sicurezza, per la gioia di non aver sprecato la giornata.

Comunque non avevano il part-time.

cangrejos Passeggiando vicino casa, ho scoperto che un ristorante a me noto esibisce un numero notevole di granchi, in un acquario installato da poco all’ingresso.

Ho scattato la foto che vedete e l’ho pubblicata su una pagina di vegetariani e vegani a Barcellona: volevo sapere se il rapporto tra dimensioni della vasca e numero occupanti fosse legale e sapevo di rivolgermi a persone interessate a tali questioni.

Nell’intento di aiutarmi, un utente ha rigirato la mia domanda a un gruppo che definisco impropriamente “generalista”, uno di quelli cioè che uniscono la gente in base non a interessi comuni o affinità specifiche, ma a parametri più casuali come la loro provenienza geografica, o la città di residenza (e la pagina in questione unisce entrambi).

Volevo condividere con voi i risultati di questo sondaggio. Non perché pretenda che vi stia a cuore la sorte dei granchi schiaffati negli acquari barcellonesi (anche se lo auspicherei), ma perché temo che qualsiasi questione vagamente specifica di vostro interesse godrebbe di un’accoglienza simile.

C’è gente che ha scritto unicamente per ironizzare. E di questi, lo so, è pieno il web. Messaggio di fondo? Che i problemi sono BEN ALTRI. Non ho controllato se i commentatori di questo genere fossero già iscritti all’evento in solidarietà con i terremotati, con oltre 500 interessati e 200 partecipanti, che ho contribuito a organizzare. Spero di sì.

Qualcuno scriveva roba tipo “E allora i passeggeri stipati in metro?”, qualcun altro “E le sardine?”. Roba che Vanessa Incontrada medita di tornare a Barcellona per aprire la succursale di Zelig.

Ci sono stati poi quelli pratici, per la serie “tanto anna muri’ “. Premetto che la gente non dev’essere vegetariana per pretendere un trattamento etico per gli animali. Anche perché ci sono leggi, contraddittorie quanto si vuole, che lo garantiscono fino alla macellazione. Ci sono campagne a cui aderiscono anche non animalisti.

Ma è una considerazione che non sembra tangere i commentatori, anche fuori dal gruppo. Il più arguto consolava un membro appena bannato ponendogli come esempio il mio post (pazienza se, come si diceva, non fosse davvero “mio” ma una condivisione), e ironizzava su quest’ “anima pia” preoccupata per granchi che “nel giro di due minuti” sarebbero stati cotti e mangiati.

Un’altra più lungimirante ha previsto, per la cottura, due giorni.

Questa è stata la parte che mi ha lasciata più perplessa: il curioso cocktail di disinformazione, unita alla pretesa di parlare lo stesso.

Ora, io so di non sapere. Sospetto, ed è un’illazione, che i granchi siano destinati soprattutto a una più rara clientela cinese, e che comunque la polpa in scatola usata in dosi omeopatiche risulti più economica e salvaguardi l’acquario come attrazione del locale.

Ma appunto sospetto, ipotizzo, dubito. Le persone che commentavano erano invece SICURE di quello che dicessero, basandosi su informazioni nulle.

Insomma, so di aver fatto la scoperta dell’acqua calda, ma non avevo mai avuto l’occasione di verificare: appellandosi involontariamente al “grande pubblico” (il gruppo ha circa 16.500 iscritti) si ottiene spesso un chiacchiericcio inutile, con qualche occasionale informazione interessante.

Io non ho avuto tanta fortuna: una sola domanda, decontestualizzata, ha ricevuto decine di commenti ironici e benaltristi e nessuna, sottolineo nessuna, informazione utile.

Devo concludere postumamente con Umberto Eco che Internet ha il torto di dar voce ai cretini? No, quella posizione continua a sembrarmi un’evocazione di lesa maestà al diritto di parola degli intellettuali (quella del cretino che ha la stessa voce in capitolo di un Premio Nobel è grandiosa).

Il rischio di dare un microfono virtuale a tutti è anche questo, un inutile accumulo di opinioni al posto d’informazioni valide.

Ma quando finalmente mi sono rivolta al gruppo animalista più grande di Barcellona, non ci hanno messo niente (considerata la notte di mezzo) a indirizzarmi a un’associazione che potesse rispondermi.

Visto? Basta rivolgersi alla gente giusta.

Internet, sparando alla cieca, coglie anche quella.

Così ho ribattezzato l’occasionale spedizione al mare che faccio a Barcellona. Occasionale perché in spiaggia non ci vado quasi mai, e quasi mai in modo programmato. Preferirei finirci dopo le lezioni pomeridiane che do accanto alla Barceloneta, ma ammetto di non aver assecondato granché questo proposito.

Allora, quando mi sono resa conto che erano due anni che non facessi un tuffo, mi sono detta ma sì, una giornata alla Mar Bella (la spiaggia, non la città!) non farebbe male.

E allora è sorto il problema: dove minchia ho messo il mio costume. No, perché a Barcellona il topless è così diffuso da diventare la prassi e si fa molto nudismo. Con queste opportunità, infilarmi quei due pezzettini di nylon infiammabile, col pezzo di sopra che mi mangia la schiena, diventa l’eccezione.

L’ultima volta, due anni fa appunto, mi ero data appuntamento con un amico dell’associazione in quella stessa spiaggia, e avevo perso mezz’ora a rovistare tra vecchi mobili per trovare almeno un costume dei due-tre non schiantati dal tempo. Avevo rimediato il pezzo di sotto, che tanto sopra capirete, ‘na canottina 012 mi andrebbe larga, scapole da quarterback a parte.

Be’, quando ero approdata finalmente alla spiaggia il mio amico non si trovava da nessuna parte. Cerco e ricerco e… Dove stava? Dietro la collinetta dei nudisti! “Ma vaffanculo!”, gli ho detto ridendo.

Insomma, la trova costume è l’unica sfida che concedo all’estate, e per motivi pratici: se riusciamo a trovare posto nella spiaggia nudista, possiamo scegliere cosa fare. I nudisti, che spesso sono splendidi ragazzi gay che non mi cacano proprio, sono più democratici dei costumisti: che tu ti metta nuda o in burkini, per loro sticazzi. Anzi, a me il burkini fa piacere per quelle pakistane che si buttavano a mare con tanto di velo, hai capito così che fastidi risparmiano?

Peraltro, su quella stessa spiaggia il mio ex pakistano, fresco di permesso di soggiorno, mi aveva chiesto il favore di “rimanere vestita, perché ho detto ai miei amici che tu sei una brava ragazza, il costume non te lo metti”. Cioè, questo a starsene rintanato nel Raval per sfuggire alla polizia non aveva neanche acquisito l’informazione che la cosa anormale fosse andare vestiti, in spiaggia, consuetudine che alternavo al nudismo senza mezze misure (o senza misure di mezzo). Per sua fortuna, quando me l’ha chiesto era una giornata di vento. Vedete? A volte è proprio questione di disinformazione.

Nel caso della mia visita balneare della settimana scorsa, ho ritrovato addirittura il pezzo di sopra: era nello scatolone dei reggiseni che non uso più, perché preferisco respirare. Avete notato che le taglie italiane sono un bluff? Nel resto del mondo un numero solo non basta, abbiamo schiena e volume zinne e non tutte sono disposte a soffocare in uno solo di questi parametri.

Comunque ero lieta del mio ritrovamento archeologico e ho voluto provarmi il reperto.

Ci credereste? Finché ero come mamma mi ha fatta, tutto ok. Ero io, mi presentavo in tutto il mio splendore di depilazioni approssimative e smagliature di battaglia, testimoni di periodi sentimentalmente meno felici. Ero io e la mia storia. Appena mi sono messa il bikini… Eccallà! Il brasiliano mi si è incassato tra fessure remote, suscitando confronti non richiesti con le foto ossute degli annunci pubblicitari. Allora mi sono dovuta ricordare che tra culetto e pastasciutta, se proprio dev’essere un aut aut, mi tengo la seconda. E il reggiseno imbottito ad arte da Philippe Matignon mi ha rimproverato per non aver provveduto geneticamente a ottenere quell’effetto. Se avessi avuto abbastanza materiale per la forza di gravità, mi avrebbe rimproverato l’ostinazione a seguirne le inesorabili leggi.

Insomma, finché era in corso la trova bikini a cercare ero io, senz’altre complicazioni. Col bikini addosso, ecco che le case produttrici di costumi, come quella della garota de Ipanema, e gli stilisti che odiano il corpo delle donne, e i cinque anni di inserti di Cioè su come “minimizzare i difetti” (che ai tempi erano tutto quello che non ci facesse somigliare a Claudia Schiffer) mi sono apparsi davanti dopo anni di cordiale freddezza reciproca, armati di palette coi voti sopra, chiedendomi sornioni: “Be’, la vogliamo fare, questa prova costume?”.

Anche no, ho risposto. Mi sono infilata il vestitino di una crisi amorosa fa, ormai ridotto a copricostume, i sandali eleganti ma usurati che avrei finito di strappare in spiaggia, e mi sono avviata col mio ragazzo combinato più o meno come me.

Ora, è stato divertente ingannare a ora di pranzo il proprietario del libanese sulla Rambla del Poblenou, che dai sorrisoni che mi faceva si dimostrava convinto che avessi le tette (“Non ci torniamo più”, ha tuonato il mio ragazzo, ma per una storia di felafel surgelati).

Però è stato ancora più simpatico scoprirmi e ricoprirmi a seconda del posto e della praticità, degli spazi liberi nell’area nudista, prima della pausa pranzo e della necessità di passare in zona costume.

Insomma, la trova costume mi sembra più divertente e sostenibile della prova costume.

Ma è quello che succede con la moda, col consumismo, con tutto ciò che si permetta di darci delle lezioni su cosa dovremmo essere e come.

Finché siamo nudi, siamo perfetti, nel senso latino di compiuti, interi: siamo noi.

Appena cominciamo a metterci cose superflue, cominciano anche i problemi: il costume ci ricorda che c’è uno standard e non lo stiamo rispettando.

Dando per scontato che dovremmo.

Il trucco è prendere il postulato per le corna e rispedirlo al mittente. Tornare a essere noi. In costume o senza. In bikini o burkini. O nude.

Siamo sempre noi che dovremmo decidere ogni volta cosa vogliamo essere e come.

Infatti, all’ennesimo post della clinica spagnola di chirurgia estetica (intitolata a un’eroina locale) che consiglia quale costume si adatti meglio al nostro corpo, potete trovare il mio commento: “El nudismo es la solución”.

E ho preso pure qualche like.

Risultati immagini per barcelona paella sangria  Eccomi qua. Mi aggiro per le stanze, cercando di riconoscerle. Camere in affitto vs camere dell’infanzia, lasciate da poche ore insieme alla famiglia radunata in corridoio per abbracciarmi.

Scendendo all’una di notte dalla navetta dell’aeroporto a Plaça Espanya, lo zaino che mi ballava sulla schiena, ho stretto il braccio al mio ragazzo:

– Siamo tornati a casa.

Lui ha guardato i gradoni bui di Montjuïc, odorosi di un’erba che non avvertivo (ho un raffreddore da cavallo) e ha specificato:

– Siamo tornati a casa, da casa.

È il paradosso nostro, e dei tanti come noi.

Che in aereo ascoltano come noi gli scherzi facili dei connazionali che volano a Barcellona per turismo, e possono ancora fare giochi di parole sulle indicazioni che non capiscono: “Estamos llegando a nuestro destino” diventa “È l’ora del nostro destino”, che rende ancora più inquietante un atterraggio che noi non siamo più tentati di applaudire, visto che viaggiamo spesso e atterriamo sempre.

E allora, davanti a questi ragazzi che chiamano vacanza quello che per noi è vita quotidiana, con la differenza che per noi non è tutta mojitos e fiesta en la playa, davanti a loro sorgono domande esistenziali tipo:

– Ti ricordi quando eravamo italiani?

Intendiamo quegli italiani, quelli che non devono restare, solo godersi questa cartolina turistica e ripartire, al massimo scrivere sulla pagina Gli italiani a Barcellona per chiedere “info sul lavoro lì”, subito bersagliati dagli insulti di chi è restato e lotta ogni giorno con la precarietà.

Già, perché restare non è che ti migliora la vita, o non è così ovvio. È il paradosso che cito sempre del libro di Claudia Cucchiarato, Vivo altrove: chi parte non è che si mette a posto, eh, anzi. Magari non vive coi suoi a 30 anni, ma spesso condivide con due semisconosciuti un appartamento che mantiene lavorando in un call center, con l’unico lusso di non prendersi Erasmus in casa: troppo rumorosi, troppo sporchi, troppo entusiasti per chi ha avuto la malaugurata idea di trasformare in casa il teatro di una vacanza sempre più lontana nel tempo.

Ma chi resta perché lo sa, non corre questo rischio. Parlo di chi sa che tornerà sempre a casa, da casa. Perché ha imparato a caricarsi nello zaino tutto quello che gli serve e ci starà bene dappertutto, e ha smesso di chiedersi “come l’accoglierà questo nuovo posto”, capendo che i posti non accolgono, gli vai incontro tu e vedi se ti ci puoi adattare.

Io per la verità ho trovato il ripostiglio allagato, segno che questa casa comincia a non accogliere me come un tempo. Che la padrona di casa sarà anche gentile, ma lotta da anni con la vecchiaia di un piso ereditato forse da un padre coi calli alle mani e poca pazienza con le autorizzazioni, come tanti padri costruttori del mio “nuovo” quartiere.

Le macerie della mia vecchia vita, vecchia di una settimana fa, mi accolgono tali e quali a come mi hanno cacciata: i soldi rovesciati a terra nella fretta di trovare il caricabatterie, la finestra che incornicia una fetta di tetti e di mare, solcati dall’occasionale sventolio della busta appesa ai fili del bucato, per spaventare i piccioni. Oggi sembra svolazzare al ritmo dei pianti del solito neonato, che purtroppo no, in questi sette giorni d’assenza non si è svezzato, laureato e sposato, come auspicavo (ho scoperto che svezzarsi esiste, come riflessivo: vuol dire togliersi un vizio, e questo l’abitudine di piangere a tutte le ore proprio non l’abbandona).

Il mortaio è ancora nella bustina di cellophane, sul tavolo in soggiorno: l’avevo portato alla lezione pre-vacanze al mio alunno più bravo, un americano volenteroso che studiava italiano per comunicare con su pareja.

Il giorno prima di partire mi avevano mandato le foto della pasta fatta col pesto ricavato dalla lezione, il risultato più concreto che abbia mai ottenuto insegnando italiano.

Si sono lasciati mentre ero via, lui mi ha messaggiato per “sospendere” le lezioni, almeno finché non trova casa.

È quello che succede a parlare una lingua stupenda, ma pleonastica, nell’economia mondiale.

Speriamo riprenda. È proprio bravo.

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