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da affaritaliani.it

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Improvviso queste righe dopo aver letto la rabbia degli amici rimasti a Napoli, dopo il crollo a Riviera di Chiaia e la Città della Scienza in fiamme.

Due sciagure in un giorno sono troppe, per una città che in genere uccide col contagocce. Infatti leggo tanta disperazione e, soprattutto, rinnovati propositi di seguire il famoso consiglio di Don Eduardo: fuitevenne ‘a Napule.

Ma non così.

Lo so, sono cose che si dicono nella rabbia del momento. Ma se ci pensavate da tempo, non sia la rabbia a muovervi.

Rischiereste di ricominciare non una volta, ma tante. Tante quante ne servano a sbollirla, la rabbia, e magari di più.

È quello che è successo a me, partita a 22 anni. 10 anni fa. Rispetto a tanti di voi è stato pure facile, il dolore di lasciarmi le cose dietro non l’ho mai sentito. La paura sì, quella c’è sempre. Ma intuivo che le cose davvero importanti me le sarei portate appresso senza passare per il check-in.

Ognuno si crea il suo mito di fondazione. Sento chi resta dire spesso che lo fa per non arrendersi, che bisogna lottare per cambiare le cose. Lo capisco. Un motivo edificante aiuta a prendere decisioni amare, specie se è autentico. Ma mi chiedo spesso in quanti ci provino davvero, a “cambiare le cose” prima di trovare lavoro grazie agli amici di papà. E se qualcuno, tra quelli che lo dicono, non lo faccia in realtà per paura di annullarsi, di passare da un paesino soffocante a un vasto mondo indifferente, in cui devi pure imparare ad azionare una lavatrice.

Pure chi parte, ovviamente, si sente coraggioso. Ricominciare daccapo non è cosa da niente. D’altronde tra gli esuli volontari trovo spesso un misto d’insoddisfazione che credevano di compensare cambiando indirizzo. Magari hanno pure fatto il classico, e non ricordano che, come diceva il poeta, te stesso lo porti ovunque.

E il rischio è scoprire che vivere altrove non è l’Eldorado, e ritrovarti 10 anni dopo a chiederti se ne sia valsa davvero la pena, per un lavoro che spesso non era quello che cercavi, e una serie di errori che potevi fare anche in Italia.

Per me il problema non si pone. Ripeto spesso che ormai l’Italia mi sembra una forma mentis dai confini liquidi, che ne trovo più qui a Barcellona che quando torno in paese. E poi le do il mio voto, senza chiederle lavoro.

Ma capisco che non è così per tutti, e la geografia non è un’opinione.

Qualsiasi decisione prendiate, però, che sia per convinzione e non per rabbia.

Vi lascio con un bel brano che ho appena letto:

Stare sul mare tra Olbia e Genova, aggrappata alla ringhiera appiccicosa di salsedine del ponte della Tirrenia, la fece sentire forte, adulta, quasi libera, senza quell’ombra negli occhi che spesso conservava per tutta la vita chi emigrava forzatamente per mangiare, gente per nulla ansiosa di battesimi in cui fosse possibile scegliersi il nome da soli.
Michela Murgia, Accabadora

indignados2Beppe Grillo è stato gentile, con me.

Due anni fa, primavera 2011. Martellavo da qualche giorno quel sant’uomo di Augusto di italiaes.org, perché aveva organizzato lo spettacolo che Grillo avrebbe dato quel 19 maggio al Casino l’Aliança di Poblenou. Fammelo conoscere, gli chiedevo, magari ci fa pubblicità all’iniziativa che stiamo promuovendo per i referendum del 12 e 13 giugno.

E Augusto fu di parola, con qualche giorno d’anticipo. Passeggiavo per il Born con degli amici, di sera, quando lo incontrai fuori a una gelateria, con un gruppetto di gente:

– Volevi conoscere Beppe Grillo, no? Be’… Maria, Beppe Grillo.

Il diretto interessato mi diede la mano libera dal gelato. Mentre i miei amici si organizzavano convulsamente per scattare una foto, gli parlai del progetto, organizzare uno sbarco di italiani all’estero a Civitavecchia come gesto simbolico per invitare al voto. Lui mi disse che stava pensando a qualcosa del genere per il suo movimento, preferendo però l’aereo come mezzo di trasporto (allora pensai all’organizzatrice ecologista che si era tolta di mezzo perché la nave inquinava troppo). Gli chiesi di farci un po’ di pubblicità, e lui acconsentì. Poi si avvicinò ai miei amici:

– Ragazzi, posso chiedervi un favore? Vorrei farmi una foto con voi. È da oggi che vi seguo…

Risata, foto.

Il giorno dello spettacolo, dopo un po’ di volantinaggio, mi misi in prima fila perché si ricordasse dell’impegno preso. Se ne ricordò, ma aveva scordato me: a un certo punto, raccontando non so che magagna del Parlamento italiano, fece la gag di guardarmi un secondo e parlarmi in spagnolo, qualcosa tipo “Entiendes? Madonna, la gente di qua non deve capire niente di quello che dico, sono cose dell’altro mondo!”. La gente di qua. Sorrisi. Missione compiuta comunque, per quello che servì, e bello spettacolo.

Subito dopo andai dagli Indignados. Ebbene sì, il 15-M, la manifestazione del 15 maggio 2010 che aveva dato inizio a tutto, era passata da qualche giorno, e c’erano le tende in Plaça Catalunya.

È un luogo comune diffuso, quello di dire “mi mancano le parole”. Ma dovrò usarlo, mi mancano le parole per descrivere l’atmosfera che c’era in quella piazza. Conservo foto di distese di mani alzate, nelle assemblee, di pentole battute a tappeto ogni sera alle 21, anche nei quartieri, nel mio Raval. E poi le manifestazioni oceaniche in cui le nonne spingevano il carrozzino dei nipotini, con tutta la famiglia, e le mani si alzavano tutte insieme a salutare l’elicottero della polizia.

Qualcuno dice che è successo in Spagna, e non in Italia, perché noi non eravamo ancora disperati come loro. La burbuja inmobiliaria, la crisi immobiliare spagnola, ce l’avevano loro e non noi. Io non sono sicura che sia solo questo. Credo che per motivi eterogenei qui ci sia una maggiore capacità d’indignarsi, davvero. Di protestare senza per forza essere o troppo deboli, o troppo violenti.

Ma non è di questo che volevo parlare.

Mi premeva sottolineare che venissi dallo spettacolo di Grillo. E uno degli amici italiani in piazza, tra le tende e le assemblee che si organizzavano, non mi lasciò neanche dire quanto mi fosse piaciuto come comico: lo attaccò immediatamente come un caudillo qualunquista che distruggeva senza costruire, frammentando ulteriormente la sinistra italiana. Allora i paragoni con Berlusconi e Mussolini, se c’erano, erano sul nascere.

E invece Grillo era stato in piazza proprio in quei giorni, a dire che il Movimento 5 stelle aveva fatto le stesse cose degli Indignados, anni prima. Guardate un po’ il video alla fine dell’articolo.

È questa la cosa che mi è rimasta più impressa, del soggiorno di Beppe Grillo a Barcellona.

Il suo paragonarsi agli indignados. Specie ora che so cosa ne sia stato, del movimento.

Intendiamoci, ci ha fatto bene. Come diceva già lo scrittore Eduardo Galeano nella stessa piazza, non importa come sia andata a finire, l’importante è aver ripreso a parlare di politica, aver ricordato che è meglio scendere in piazza e parlarne tutti insieme, che lamentarsi a casa e cercare soluzioni personalistiche.

E poi gli indignados non si sono candidati. Ricordo che per un po’ anche gli spagnoli e catalani di destra cercavano di dialogare col movimento, e l’assenza di bandiere e simboli politici favoriva il dialogo. E poi, si cominciava ad avanzare l’ipotesi che le ideologie classiche siano inadeguate ai tempi moderni, senza dover per forza essere tacciati di qualunquismo (termine, peraltro, difficile da tradurre in spagnolo).

Gli amici che dai bar di paese scuotevano la testa, sottolineando l’importanza dei partiti come strumento di coesione e organizzazione, mi sembrarono antiquati come dovranno sembrare ora a certi grillini: non che avessero torto a priori, ma erano troppo attaccati a quella parte fondamentale della loro identità per essere davvero in grado di metterla in discussione.

Ebbi la fortuna di vedere pure gli indignados francesi, e proprio il 4 luglio: vederli, ahimé, più che capirli, mentre la polizia li autorizzava ad accamparsi solo senza duvet, e discutevano su cosa intendesse la polizia per duvet.

Ma a Barcellona il movimento si screpolò, si frammentò nelle assemblee di quartiere, che dopo l’entusiasmo inziale si frantumarono a loro volta: i più assidui, almeno nel Raval, cominciarono a essere quelli più radicali, le signore franchiste smisero presto di portarsi la sedia sulla Rambla del Raval, per non sedersi a terra con noi.

Cosa rimane? Tanto. Tante iniziative politiche e sociali promosse da allora hanno la stessa impronta libertaria, lo stesso spirito democratico che porta a discutere e decidere tutti insieme. E ripeto, la gente ha più chiaro che indignarsi sia un diritto, a volte un dovere.

Il Movimento 5 stelle, che Grillo faceva così vicino agli Indignados, si è candidato, è diventato il primo partito italiano. Avete seguito più e meglio di me i primi passi in Parlamento, le chiusure e gli insulti. E la discussione interna sulla possibilità di slegarsi dalle direttive dall’alto.

Anche degli indignados si vociferò che fossero manovrados, e anche in questo caso mi sembrò una prova della piccola mente degli italiani che non capivano un movimento del genere.

Ora, francamente, non so che pensare. Alle elezioni ho votato Sel. E quelli che hanno fatto una scelta simile ora vogliono aggrapparsi al filo di speranza offerto dalla sorpresa 5 stelle, dalle coscienze dei singoli che compongono il movimento.

Davvero, non so.

So solo che la gente che aderisce a movimenti del genere, viene da storie diverse, e le ha portate direttamente in piazza, per confrontarle con quelle altrui. E non per distruggerle a priori, davvero. Per costruire, o almeno provarci. A prescindere da cosa pensi chi abbia cominciato tutto.

A conservare questo spirito, magari, qualcosa di buono prima o poi ne esce.

insigneMa cos’è sta vineria, io sapevo il Pavean.

Infatti arrivo fino alle “pompe gemelle”, una perla della toponomastica locale, che Udinese-Napoli è già iniziata e devo ammettere che ho perso la bussola.

Come la settimana scorsa, che cercavo Siddharta (unico negozio fricchettone ad aver tentato l’avventura paesana) e ho scoperto che era chiuso. Come la cartoleria che, storpiando il nome, chiamavamo Culo così, carestosa e non ti faceva neanche lo scontrino.

Ma la vineria, scopro quando la trovo, ci ha guadagnato, nella trasformazione. Piccola e accogliente. Solo che sono l’unica donna. Anzi, no, ce n’è un’altra, e la cameriera slava. Quelle della seconda sala le scoprirò poi, qualcuna addirittura struccata. Io per una volta che ho ‘nu jeans e ‘na maglietta li trovo quasi tutti in camicia e maglioncino, quelli seduti intorno alle panche a guardare il Napoli. Sgranocchiano cestini di spassatiempo (nocelle, mandorle ecc.)… Ok, gli ex compagni di scuola li riconosco facile, e pure quelli dell’altra sezione. Ma questo ragazzo che mi ritrovo davanti, sedendomi storta di fronte a Insigne che non va mai a segno, questo andava forte nella comitiva chiattilla, vero? Quella delle ragazze che si spalmavano languide la crema Dune di Dior, prima di scendere e baciare lentamente tutti i motorizzati, una guancia per volta, e allontanarsi da me se dovevano dirsi segreti importanti.

Ora la cosa importante che abbiamo da dirci è che l’Italia non ha il governo.

E il Napoli sta facendo ‘na chiavica di partita.

Pure Diego avrà spento la TV. Che figura ci facciamo, Maradona a Napoli a cancellarsi i debiti in un colpo di spugna, appellandosi al sentido común (e stavolta so cos’è) e questi giocano così, con questi passaggi che non portano a niente. La Juve si allontana e il primo marzo saranno croci a smerza.

Io il primo marzo sarò già a Barcellona a ripetermi che ho fatto bene, ad andare a votare. A convincermene.

– A quanto stammo? – ci chiediamo nell’intervallo. Non la partita, quella è sempre 0-0. Le cicche cadono sul marciapiede, gli iPhone si accendono su Repubblica, Corriere e quant’altro.

-Eh, sta in vantaggio lui.

Non si nomina, come quando vivevo qua. Porta seccia.

– Pecché tene ‘a Lombardia, chillu mErda.

Parliamo dell’Italia che va a rotoli e non posso fare a meno di notare l’accento di paese. Le e aperte, quasi a, le a quasi o, qualche doppia di troppo rispetto al napoletano standard.

Tu l’ ‘e ‘a fUrni’. Bersani mo’ tiene 167 seggi.
S’ ‘e chiOva ‘n faccia.

Votano anche Sel, scopro. Più di quanto credessi. Qualcuno ha votato PD al senato, turandosi il naso, per impedire lo scenario che ora si prospetta. Ce n’è uno che ha votato i marxisti. Non quelli per Tabacci, quelli veri.

maradonaIl secondo tempo non offre chissà che brividi, a parte qualche tiro in porta e un rigore mancato (Ma qua’ simulazione?). Speriamo fino all’ultimo, fino all’ultimo, che il compaesano Lorenzo ci faccia almeno un gol. Ma niente, Diego starà sbadigliando quanto noi.

Solo che lui poi torna in Argentina, il dio della mia infanzia, quello che veneravano pure quegli zii che non credevano in Dio.

Io, invece, torno a Barcellona. Da quelli che hanno votato per posta o sono venuti apposta, come me. Che si sono candidati, pure. Che a ogni manifestazione stanno lì a sostenere, a solidarizarse, e poi gli dicono che sono scappati.

Da quelli che, guardandoci in faccia a un tavolino di c. Robadors, la strada delle puttane, dicevano che sarebbe strano, proprio strano, incontrarsi in Italia.

E che invece ora, per me, sono più Italia di questo bar di bestemmie trattenute e spassatempo. Più dell’Italia stessa.

Peccato che, a parte gli arachidi, lo spassatempo non so dove trovarlo.

metrovanvitelli È ufficiale: non so più venire a casa tua.

Vabbe’ che ora stai lontano e non ti ci troverei nemmeno, ma cavolo, il Vomero non lo conosco più.

Pensa che in metro ho dovuto chiedere a una se per arrivare a via Kerbaker dovessi scendere a Vanvitelli o a Medaglie d’Oro. Quella credeva che a Vanvitelli ci fosse proprio l’uscita Kerbaker. E attraversando quella stazione labirintica, più vecchia di 10 anni, ho ricordato te che mi chiedevi “Fammi capire, non hai mai ammesso che fossi il tuo ragazzo, e ora sono diventato il tuo ex?”.

Chissà se a dirti che sei stato ampiamente vendicato saresti venuto con me da Loffredo, per la presentazione di Mondo Azzurro.

Sì, magari tu a Granada non hai mai visto neanche una partita del Napoli. Ma qui si parlava del Napoli di chi se n’è andato, dei napoletani all’estero come me e, prima, te.

E per Marco Rossano, l’autore, Napoli e la napoletanità sono un marchio da esportare alla faccia dei pregiudizi, del “terrone” detto per scherzo da un catalano che, se tu e io fossimo di Quito, non ci chiamerebbe mai sudaca.

Anche attraverso il calcio. Nel dibattito che è seguito (sì, il dibattito sì), tra discussioni su cultura, lingua, e sport come forma di politica, una delle domande è stata “come si fa a essere napoletani e tifare altre squadre?”.

E Pino Imperatore, che moderava fresco di secondo libro, ha rivendicato questa possibilità nonostante la passione viola.

Ma io e te lo sappiamo, che la passione ha mille strade, non tutte lineari. T’innamori da piccolo di una divisa, o della squadra che ama tuo padre, o di quella della città in cui vai in vacanza.

La mia passione si è riaccesa al Camp Nou il 22 agosto 2011, ci sono rimasta secca come a 9 anni, quando festeggiavo in una Piazzetta di Capri per una volta scostumata e felice. Nel ’90 vincevamo, nel 2011 ci distruggevano. Ma che importa.

E poi gli essenzialismi in cui sfociano questi discorsi sono figli di ferite vive e aperte, e lunghe da rimarginare, che noi ci siamo leccati da lontano fin quasi a scordarcene. E forse guadagnando, suggeriva Marco, una nuova obiettività nel vedere le cose belle che i napoletani scordano perché vi sono immersi. Come la Sanità e i suoi tesori, rivendicava Pino, che ridendo e pensando la fa percorrere tutta d’un fiato.

Come la tua San Martino, pensavo io.

Ti rivedevo di notte, seduto a gambe incrociate sul parapetto, che davi le spalle a Sant’Elmo per goderti quella vista mozzafiato. Mi confessavi che ogni tanto ci venivi da solo e ti dicevi:

– Un milione di anime.

Allora le vedevo anch’io. E per una volta, con tuo grande sollievo, restavo senza parole.

Ora sappiamo che quel milione di anime campa benissimo anche senza di noi seduti lì a guardarle.

Ma come le guardavamo noi, Sebastia’.

Come le guardavamo noi.

iberiaCorro verso il taxi fermo al semaforo, trascinando il trolley per il manico.

Come mi è venuto di mettere la sveglia alle 9.30, per un volo che parte alle 11.45? Sta’ a vedere che è stata la cosa più assurda che abbia fatto ieri, ed è una bella gara.

Il tassista (non quello che cercavo di fermare, quello dello stazionamento quando lo trovo) mi giura che il volo lo prendo uguale, che facciamo presto, ma mentre attraversiamo la Gran Vía, più semafori che persone e tutti rossi, ho il tempo di pensare che rispetto al boschetto della mia fantasia la realtà è un posto curioso.

Curioso che abbia altre cose per la testa, ma mi debba preoccupare per questioni volgaVi come un aereo in ritardo. E che le giornate non debbano essere tutte nere o tutte splendide, ti può andar bene in certe cose, e male in altre. Anzi, spesso non tutto quello che ti va bene, va bene davvero, e come dicono le nonne non tutto il male viene per nuocere. Normale amministrazione? Beati voi. Di fronte a tutto questo sono come una che riacquista la vista dopo anni di cecità: le metti davanti una mela e non la riconosce, deve toccarla. Magari il resto del mondo non la riconoscerebbe al tatto.

Insomma, sempre meglio pensare a tutto questo che alle bestemmie in sanscrito che avevo già pronte al decimo semaforo.

Ovviamente, la compagnia che devo prendere è la Vueling, rigorosamente in sciopero. Intendiamoci, questi hanno il sacrosanto diritto di scioperare e se i disagi toccano a me, amen. E poi il mio volo c’è.

Quello che manca è l’impiegato allo sportello Last minute, e quando ne arriva uno, sollecitato da una signora di Amburgo più in ritardo di me, ha attaccata addosso la scritta Salviamo la Vueling e un umore tetro. Infatti, alla vista dello zaino condanna il mio povero trolley alla stiva, facendomi venir voglia di riprendere il taxi e recuperare struccante e pinzetta per le sopracciglia.

Niente paura, comunque: il volo lo prendo dopo una fila chilometrica, nel corso della quale mi passa tutta la vita davanti insieme a una scolaresca napoletana con professoresse imbranate al seguito.

Ma tanto stiamo nell’aereo sbagliato: il pilota annuncia un problema tecnico e ordina il trasferimento collettivo in un altro velivolo. Da raggiungere con la navetta. Armi e bagagli, scolaresca allo sbaraglio, professoresse sempre più lente, signore incazzato che chiede “Permesso, permesso… Non dico a lei, ma alla SIGNORA DAVANTI CHE NON SI MUOVE”.

Fortuna che in navetta sgamo Marco Rossano, che viaggia per la presentazione del libro, e che sul nuovo aereo c’è ancora qualche numero di Psychologies, che è una di quelle riviste che non compri mai, ma che poi a leggerle per caso ti danno buone idee. Numero di dicembre, ma vabbe’.

Non è l’unica novità: di fronte al mio seggiolino, che dà sul corridoio, c’è un’altra signora, più anziana. Che, cellulare alla mano, osserva il giovane steward che sta per fare la dimostrazione di sicurezza (piazzandosi proprio di fronte a lei), e gli chiede:

– A che ora atterriamo?
Señora, tiene que apagar el móvil.
– Co’?
– Signo’, spegnete il cellulare – intervengo io.

La dimostrazione comincia.

Una hora y media – bisbiglia lo steward indicando le uscite di sicurezza.
– Come?
– Signora, arriviamo tra un’ora e mezza, se stanno facendo la dimostrazione significa che partiamo.

La vicina catalana guarda la scena allarmata: la signora non ha spento il cellulare

Parlo italiano con la signora, spagnolo con lo steward, catalano con la vicina.

Uff, això del mòbil em posa nerviosa.
Gracias por traducir, es que no hablo italiano.
– Eh, io il cellulare non lo so spegnere!

Mentre il poveretto indossa la maschera d’ossigeno la signora non ce la fa più e glielo chiede:

– Ma che state facendo?
E allora io: – Guardate, signora, è la dimostrazione in caso cada l’aereo. Sta tutto su questo foglio: se atterriamo in mare bisogna mettersi il salvagente…
Eeeh, che so’ ste cose! Nun ‘e voglio sape’. E poi perché gli annunci non li fanno in italiano? Dico io, un aereo per italiani. Tu un po’ capisci, no?
– Eh, signora, è una low cost, la filosofia è che paghi poco, ti danno poco.
E facitece pava’ coccosa ‘e cchiù, basta che stammo quiete.

Sono tentata di dirle che il pilota in quel momento annuncia che esploderemo a mezz’aria. Ma mi offre un pezzetto di cioccolato, “buono, della Lindt”. Rifiuto gentilmente.

All’uscita dall’aereo c’è sempre il signore di PERMESSO!, che si lamenta con me perché aspetto ancora la SIGNORA CHE NON SI MUOVE. Lo prego accoratamente di precedermi in questa staffetta, che sicuramente arriverà primo e gli daranno la medaglia d’oro, e lui si allontana urlando: “Chi dorme non piglia pesci!”.

Sarei tentata di smentirlo, ma mi limito a superarlo con noncuranza una volta scesa dall’aereo.

Ultima lezione del giorno: a non sbatterti troppo arrivi prima e meglio.

Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

È un soffio, nell’aria.

Me ne accorgo per caso, avviandomi sotto un cielo plumbeo che di sole e natura in fiore non ne vuole sapere.

Eppure.

Seguo questa traccia che un fiuto ancestrale, a me che non credo nei fiuti ancestrali, mi fa chiamare col suo nome, ma che è più antica dei nomi nudi delle cose.

Primavera.

La natura che si rinnova, la vita che continua il suo corso dopo il riposo dell’inverno, e le altre banalità che facevano scrivere a noi bambini quando un inverno c’era davvero, e lo faranno anche ora, con questi catalani in miniatura che mi scorazzano accanto in skate o monopattino, vicino alla Rambla del Raval, alternando l’urdu allo spagnolo.

Anche il signore che va in giro vestito da donna, se n’è reso conto. Oggi, sotto la gonna di stoffa pesante dal taglio impeccabile, non ha le calze.

Devo proprio rassegnarmi alla vita che continua. Anche dopo un inverno che è stato una bugia, come quelle che mi ha sussurrato tra qualche pioggerella di rappresentanza e il sole che ora si fa pregare. Le stesse bugie che ho sentito in altre lingue, in altri posti, ma con le stesse e identiche parole, forse perché la paura che le muove è la stessa dappertutto.

Resta da capire perché ascolto quest’annuncio di primavera come se fosse una nota musicale, un accordo che ti evoca chissà cosa e che ti ostini a seguire nel frastuono generale.

Me ne accorgo qualche giorno dopo. Vado alle Cucine mandarosso, che non mi daranno un centesimo per dire che mi ci trovo bene e c’è una bella atmosfera. Quindi potete credermi, o credere alla folla, perché all’anniversario dell’inaugurazione erano piene zeppe come sempre.

E come l’ultima volta, due settimane fa, per sfuggire un po’ alla calca ho seguito le note del locale accanto.

Al piano di sopra fanno una jam, ogni domenica, poco pubblicizzata ed è un peccato, perché ti siedi lì davanti al piano, e puoi restare ore a sentire.

Ma la nota che seguivo non viene dal piano.

Quello mi ricorda solo quest’inverno che invece di esplodere mi è imploso dentro. A esplodermi dentro invece è il sax.

Non so manco che canzone sia. Ma questo sax che attacca all’improvviso mi investe con la garbata violenza che mi piace, arrampicandosi su note che a volte mi sembravano bizzarre, per poi tacere discreto e sorridere a me.

Nàpols! – mi grida chi lo regge.

Poi dice il mio nome.

Anch’io pronuncio il suo, fingendo di esitare. Appreso in fretta due settimane fa, fuori al bar a concerto finito, prima che i vicini stizziti dal rumore cominciassero a lanciare secchi d’acqua. Ma ricordiamo entrambi.

Poi il sax riprende il suo duetto con la primavera vicina, e le braccia che lo reggono tornano a disegnarsi sotto la maglia di cotone, fino alle spalle abbastanza ampie da reggere tutta la neve che mi è caduta dentro.

Tanto la scioglie il primo sole.

bodega Il problema de La Bodega è che non sai mai se hai fatto un affare o stavolta hai pagato un po’ troppo.

Intendiamoci, il padre di mia figlia è sempre onesto. L’Estrella Galicia te la serve fresca al punto giusto, il tradizionale vermut ha la giusta profusione di ghiaccio e agrumi (e l’olivetta), e la tapa de jamón arriva tagliata fine fine, con certe fette di pa amb tomàquet che so’ soddisfazioni. Forse il trucco è che si sta così bene che ordini un’altra caña, e un’altra, e un’altra (io no, mi ubriaco alla prima) e alla fine ti credo, che paghi come se fossi andato a qualche ristorante “squallor ma buono” dei paraggi. Ma vuoi mettere l’atmosfera?

Siedi intorno a tavolini di marmo, che un tempo reggevano macchine per cucire, e c’è una profusione di barili che fa sempre autenticità. Peccato per la folla, ma se vai un po’ prima scongiuri anche quella.

L’ultima volta che ci sono andata, poi, la sorpresa gliel’ho portata io, a questo guineano che è una festa solo dirgli hola, lavora 12 ore al giorno e chi lo ammazza, sta sempre in piedi contento come una pasqua. La sorpresa è una sua vecchia cliente che aveva lasciato Barcellona da un po’.

Ma siccome lei è più o meno impegnata, e non condivide la mia filosofia manichea “se non sono fidanzata sono single” (comodo pretendere fedeltà senza offrire impegno), ad andare in Brasile con lui ha invitato me.

Allora, per ridere e farlo scappare, gli ho risposto:

– Ok, ma sappi che voglio 5 figli!

Fa i salti di gioia! Dice perfetto, mi si siede vicino e comincia a interrogarmi. Ok, voglio fare la scrittrice, quindi resterei io a casa a occuparmi della prole. Equa distribuzione del lavoro domestico? Si può fare.

Il bello è che ogni tanto si gira verso la mia amica:

– Ma mi sta prendendo in giro? Io sono serio! È da quando ti ho vista le altre volte che ho avuto l’impressione che…

Che sappia, poi, che quasi sicuramente genereremo una femmina. Suo padre, nell’isolotto della Guinea Equatoriale da dove viene (“Sei venuto a Barcellona per lavorare 12 ore, come gli altri africani”, lo rimprovera la sorella), ha una quarantina di figli, e solo una decina sono maschi. Confesso che il suocero già mi evoca ricordi poco rispettosi. Ma lui stesso, aggiunge, ha generato 4 femmine su 5 figli.

Azz, sono già matrigna. La maggiore ha 19 anni, poi ce ne sono 2 nel villaggio, che lui ha lasciato 20 anni fa. Direbbe Troisi “Uno a 17 anni già l’ha fatto, ‘o sviluppo?“. Ma la birretta fresca scende giù che è un piacere, e mi viene da ridere.

Non è la prima volta che un collega estranger, ma uno da valigia di cartone e amara terra lasciata per fame, mi sorprende con questa filosofia semplice, vuoi un figlio, facciamolo e poi prendiamocene cura. Il massimo guru di questa corrente una volta mi disse “Problemo no es falta de comunicación, problemo es niño sin pierna“.

Da anni mi fanno riflettere sugli estrangers di lusso come me, i profeti del non so cosa voglio, e comunque che vuol dire ti amo? Ai loro problemi esistenziali e temporeggiamenti e infatuazioni adolescenziali, spesso riassumibili in un pratico “mi cago sotto di crescere”, e benvenuti nel club, ma a non provarci nemmeno non è che non cresci, invecchi e basta.

Questi aspiranti papà venuti dalla miseria, invece, hanno il grande difetto di prendere sottogamba tutti i problemi che non siano un niño sin pierna, come se il piatto a tavola e la tessera sanitaria (che ultimamente pure si fa sospirare) risolvessero problemi di comunicazione, divergenze politiche, culturali, come se essere vivi volesse dire solo essere in grado di sopravvivere.

Così faccio per pagare la mia Estrella, mentre lui già rigoverna e ci usa come scusa per cacciare gli ultimi habitué (che credono davvero che uscirà con noi). Niente soldi, offre la casa, in omaggio alla cliente prodiga che chissà quando torna.

Quanto a me, dice, la mossa lui l’ha fatta, ora è il mio turno.

Ma se la vita è una partita di scacchi, è da un po’ che ho imparato che un’ottima mossa è non fare esattamente niente, almeno quando già sai che hai fatto il possibile.

Al massimo poggiare i gomiti dove prima c’era una Singer e ordinare un’Estrella Galicia.

(quando le figlie nascevano in condizioni estreme)

starrynightLo incontro per caso, in mezzo alla strada.

Mi aveva mandato un invito per una rimpatriata al Manchester Bar del Gotico, ma no, dovevo ritrovarmelo davanti proprio mentre andavo a correre in pantaloni neri, scarpe blu e felpona grigia del 1998.

Lo invito al compleanno e ricambia con una paella, salvo scoprire che da Romesco non accettano carte di credito e chiedermi 20 euro (che mi restituisce al primo Bancomat).

In questo non cambia mai, è quello del culo olandés. A chi gli chiedeva, 3 anni fa, perché non ballasse nei vari locali che frequentava quasi ogni notte, tanto al lavoro aveva il turno pomeridiano, rispondeva serio: “Mi spiace, soffro di una malattia congenita che si chiama sindrome del culo olandese, non posso muovere i fianchi”.

Da allora sono passati un trasferimento in un altro paese e un figlio di due anni, fatto con la “ragazza interessante” che aveva incontrato una sera allo Sugar Bar. Conosco almeno 3 coppie sposate e/o con figli che si siano conosciute tra lo Sugar e il locale accanto. A lui, però, è andata male, “la puttana” si è trasferita fuori città e il bambino lo può vedere due giorni a settimana. Se non fosse per lui, mi sa, tornerebbe a Barcellona.

Perché quello che più mi colpisce, del mio amico, è che lui la vita che facevamo la rimpiange.

Quella che fanno tanti stranieri nei loro primi mesi a Barcellona. Di bar in bar, a ubriacarsi con gente interessante che dura lo spazio di una notte, di una crociera, a sentirsi giovani e belli e senza pensieri. Qualcuno dice “questo non sono io”, lo considera una parentesi prima di tornare a una vita noiosa e reale. Qualcun altro non smetterebbe mai di farlo.

Poi c’è il post-sbronza, che in spagnolo e in inglese un nome ce l’ha, hangover, resaca. Più hangover, mi sa, perché questa Barcellona parla soprattutto inglese. La puoi vivere e bere tutta per anni, lo spagnolo lo impari poco e male. Il catalano? A che serve.

E lui era il più accanito, quello che non si stancava mai, additato come caso curioso dai pochi amici autoctoni che avevo.

Io, invece, un giorno mi ero svegliata con la testa che mi scoppiava, i capelli che puzzavano di sigaretta (ancora si fumava nei locali) e mi ero resa conto di vivere il vuoto. Uno sfavillante nulla innaffiato di birra e cicchetti di tequila e cervezabeer 1 euro, amigo, in cui gli “amici” si ricordano di te solo il fine settimana, e il francesino giovanissimo che ti tieni si tiene un’altra in un locale a pochi metri.

E me n’ero chiamata fuori.

Ora scopro che anche il nulla evolve, si sviluppa, invecchia. Che delle altre coppie etiliche una si è trasferita a Edinburgo, la città di lui, e lei che è colombiana si sta deprimendo, e un’altra si è sposata da poco e pensa alla patria di lei, il Messico.

– Quello che mi colpisce – spiego all’amico sulla Rambla del Mar, dopo la sua pisciatina di rito sotto al ponte – è che nessuno di voi ha pensato nemmeno un momento che Barcellona fosse un buon posto per crescere un figlio.

E non per la crisi, ‘sta gente lavora e non sempre torna in paesi che se la passino meglio. No. Semplicemente conoscono solo la Barcellona che ho descritto, l’altra non la sospettano nemmeno o la credono una noiosa chimera per catalani.

Io stessa stento a conoscerla, anche se ci provo. So per certo che la Barcellona che mi ha vista crescere con quest’amico balzano e dolcissimo, nel caos interno che si porta sempre dietro, quella Barcellona che lui rimpiange io non la rivorrei mai e poi mai.

Gliel’ho lasciata sulla Rambla, coi due baci di rito, e sono tornata a casa.

007 Innanzitutto uscire.

Quando stai così, mettiti i jeans, che li odi ma li hai comprati apposta per queste improvvisate, e fanculo alla palestra, vai dritta alla Rambla del Mar.

L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta, come diceva quel capellone, ma non subito. Intanto siediti e guarda il mare. Ti ha sempre rilassato, il mare visto dal ponte di legno. Non quello principale, ma il pontile a destra, con le panchine.

Ti è piaciuto fin dalla prima volta, al buio, coi fari del Port Vell in lontananza e i tacchetti fini che s’impigliavano ogni due assi: che ne sapevi che era di legno, sta rambla, e poi avevi un braccio a sostenerti. L’hai pure ritrovato, quel braccio, anche se lontano e virtuale.

Però la Rambla del Mar ha due inconvenienti.

Uno è che si apre. Per la gioia dei turisti, che prima si chiedono il perché dello strepito della sirena, e poi vedono il ponte dividersi in due parti, che scivolano lentamente sui lati per far passare una barca.

L’altro è che c’è sempre gente, pure a quest’ora di domenica. E allora non ti sorprende che accanto a te si sieda un signore con un enorme blocco di fogli (un pittore?) e cominci a canticchiare canzoni che sembrano antiche.

Ma è abbastanza lontano perché il tuo cappuccio, alzato per evitare il sole, t’impedisca d’interagire.

Finché il nuovo venuto non ti chiede in catalano:

– Posso farti il ritratto?

Non capisci e te lo ripete in spagnolo. Dici no, e non fa in tempo a precisare che è gratis, è per lui, che già ti stai irritando perché sia passato allo spagnolo. Con tutto il tempo e il denaro che hai dedicato al catalano!

Dice che le italiane di solito parlano spagnolo, lì (ma a quel punto vi siete già scambiati i posti, che la luce è migliore dal lato suo), e capisci quanto sei fortunata a conoscere italiani sensibili, colti o semplicemente abbastanza paraculi da capire che il catalano serve eccome.

E niente, inizia questa conversazione. La sua vita a Parigi, la tua a Barcellona, il tuo libro e il suo studio di pittore, e poi il porto e le sue storie, quelle che tu hai studiato sui libri e che lui s’è bevuto insieme al latte.

Quando dice che le donne sono considerate artiste pacate, prudenti, pensi a Lluïsa Vidal, ai suoi bambini e alle signore vestite di tutto punto, e a Donya Carme che la difendeva dicendo che nudi non ne poteva dipingere, perché non poteva guardarne, e se fosse stata un uomo l’avrebbero portata in palmo di mano.

Ah, conosce pure Donya Carme! Temevi che perché non girasse con la A di Anarchia sul corsetto la considerassero ancora una Dama de Estropajosa, come le scrissero una volta (e lei sul giornale definì gli insulti alguna fibladeta. Che classe. Tu avresti detto chitemmuort’).

Intanto il ritratto procede. Tre tratti rapidi, e ti sembra troppo generoso. Specie il naso.

Te lo vuole pure offrire, ma dici di no. In italiano spieghi che non è il giorno più bello della tua vita e lui ti ha regalato un sorriso, ed è molto. È incredibile quanti luoghi comuni ci escano di bocca, quando parliamo tra stranieri. Ed è strano notare che a volte non servono altre parole.

Chi ha visto il ritratto dice che sarà anche bello, ma non ti ci riconoscerebbe, non potrebbe mai dire che sei tu.

Tu sì. Ha preso una parte di te che hai sempre sospettato. Che era lì, persa da qualche parte, e che nessuno specchio o foto ti aveva mai restituito.

Si vede che c’era.

breast-feeding-statueÈ quando alzo gli occhi dal piatto, distrutta dall’immensità della razione di riso, che lo vedo.

Scende incerto le scale tra il bancone e i tavoli, le scarpe minuscole come gli occhietti che sembrano graffi, ma allegri, sul nasino che è quanto un pollice.

Lo riconosco subito, ed è strano.

La prima volta che l’ho visto non era ancora nato.

E io andavo di fretta. Nell’appartamento che avevo lasciato di corsa, precipitandomi nel ristorante cinese di sua mamma, si stava consumando una piccola tragedia gastronomica. Di quelle che succedono quando dei sardi di buona volontà hanno il gentile pensiero di invitare ANCHE il tuo ragazzo.

– Ma lui è musulmano, ragazzi. Sicuri che…?
– Ma certo, figurati!

Appena arrivati ci era venuta addosso la padrona di casa, il cappotto infilato a metà:

– Scendo un attimo, ci siamo scordati di comprare l’acqua!

In tavola solo vino e birra. Al ritorno della gentile donzella, un altro dubbio per il cuoco:

– Ma il ragù con che carne l’hai fatto?
– Di maiale.

Panico.

– Tranqulli – avevo fatto io, sbirciando l’amato bene seduto sul divano – il secondo piatto basterà. Vedo una pentola di zucchine e gamberetti, no?

– Ah, meno male – aveva risposto il cuoco, versando mezza bottiglia di vino nella wok indicata.

Ed eccomi qui, al ristorante cinese, a ordinare riso alle verdure SENZA carne. Stupita perché la graziosa cameriera che mi serviva, che sembrava poco più di una bambina, aveva un pancione più grande di lei. Quanti anni poteva avere? E il pancione la rendeva più bella, o era sempre così?

Avevo ignorato i commenti del signore ubriaco, che in seguito avrei sempre trovato lì, a guardare la televisione e spiare le clienti, ed ero corsa via col prezioso fardello, da unire ai tortelli improvvisati sul momento.

Anche adesso pago direttamente alla cassa.

– Quanto tempo ha, il piccolo? – chiedo alla mamma che gli sistema le maniche.

Ormai mi conosce così bene che quando mi vede dice subito pasta de aLLoz sin caLne. Ma il fagotto intravisto una volta sola in una culla, in cima a delle scale, era sparito insieme al pancione.

– Un anno e mezzo – risponde contenta, come se le avessi fatto un complimento.

Già.

E in quest’anno e mezzo abbiamo imparato tutti e due a camminare.

Lui piano, cadendo in continuazione, piangendo o magari osservandosi stupito avere fame e sete e sonno, senza sapere che i suoi occhi a virgola sono diversi dai miei che ora lo ammirano più grandi del solito.

Io… Pure. Incespicando tra certezze instabili e solide precarietà, sbagliando le scorciatoie e infilando tutte le strade che allungano il percorso.

Chissà se per lui sarà così. Se dovrà imparare anche lui a camminare più e più volte.

Quante volte…?, mi chiedo ogni tanto, esasperata.

Finché qualcuno non mi ha risposto:

– Tutte quelle necessarie.

Amen.

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