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 Risultati immagini per panettone canditi Netflix mi ha insegnato zen e tolleranza. No, tranquilli, non è l’ennesimo post in cui cerco di convincervi a fare mindfulness, che da un po’ sto saltando pure io.

Volevo solo dire che grazie a sto maledetto abbonamento, che sarò l’unica al mondo a pagare per intero, sto avendo un’idea empirica di come funziona il consenso.

Al pubblico piacciono le storie di detective, meglio se surreali? Diamogliene a profusione! Buona parte degli spettatori è formata da donne over 30 con figli e lavoro? Mettiamoci dei belloni assetati di petting (meglio se in una serie in costume), e mariti infedeli spolpati vivi dal divorzio. Ai nerd offriamo qualche simpatico hacker sociopatico, innamorato di una biondina pereta che gli preferisca gli uomini sbagliati.

Per non parlare della roba stile spiritualità 2.0, per noi amanti del mindfulness e delle religioni fai-da-te.

Insomma, quando i soldi ci sono, ce n’è anche per tutti i gusti.

La pubblicità di un panettone, ahimè, non ha tutto sto budget. E allora, a fare il pari e spari, meglio puntare sul pubblico che sto panettone se lo compra più facilmente: i tradizionalisti. Gli amanti (o odianti) del Natale che devono fare un regalo al portiere senza spendere troppo. Che alla merenda della parrocchia vogliono portare “almeno un simbolo”. Che al cenone della vigilia non sono ancora morti affogati da un capitone (che poi bando alla faida Nord/Sud stile “mustacciuolo vs uvetta”, basta che non fingiamo che esistano cassate lontano dalla Sicilia).

E la pubblicità si rivolge proprio ai clienti giusti, cioè li capisce. Li coccola, li rassicura. Ride con loro del tofu e delle bacche di goji come di una pericolosa e costosa moda alimentare. Se i consumatori dei prodotti di cui sopra chiedono cortesemente: “Volete anche cagarci in testa? Solo per sapere, così non ci laviamo i capelli”, c’è tutto un team creativo messo lì apposta per partorire una risposta originale. Nella fattispecie: “E fatevela, una risata!”.

Loro sanno far ridere, dico sul serio. Giocano bene con le convinzioni dell’italiano medio che va a comprare il panettone, che l’anno che va declinando ci ha insegnato essere:

  •  timoroso verso ogni novità nel suo piccolo mondo antico, specie se si tratta di una novità d’oltremare e non sia fasciata in un costumino di scena Mediaset;
  • informatissimo sull’apporto proteico necessario al nostro corpo, che si trova solo nei cibi che consuma lui (il resto sono mode costose, tipo il seitan fatto in casa a 90 centesimi);
  • talmente rassegnato alla propria impotenza di fronte alla crisi economica e politica, che l’unica cosa che riesce a fare è ridere: delle cagne, dei vegani, dei mainagioia, anche perché lui è ciarlì.

Con questo tipo di pubblico, non c’è spot che tenga: la pubblicità è carina, anche se non proprio originale, e centra l’obiettivo.

Che ovviamente è vendere quanti più panettoni possibile a un paese che odia la diversità, ma ama i canditi.

(Per gli amanti dei canditi: e fatevela, una risata!)

welcomebackOra ci tocca un lungo gennaio. Pronti? Si parlava degli occhi infantili con cui ci siamo guardati durante le feste. La domanda è: riusciremo a conservarli, senza che il ritorno alla routine li offuschi?

Due estati fa andai a una specie di seminario a Parigi, attirandomi le ire della mia prof. catalana, per cui stavo facendo delle ricerche in archivio. Non fu un’esperienza folgorante, ma tornai rinnovata. Trascinando la mia valigia sul marciapiede di fronte all’Estació del Nord, ebbi la sensazione che la parte più importante di quel viaggio fosse il ritorno, perché avrei messo in pratica le cose importanti che pur avevo imparato interagendo coi compagni di corso.

Quante volte abbiamo avuto una sensazione del genere, al ritorno? Quella di essere diversi da come eravamo partiti e voler applicare questa diversità alla routine a cui torniamo. Eppure, a un certo punto, questa routine ci assorbe e non conserviamo che due o tre cose, quando va bene, del cambiamento che volevamo procurare. Succedeva fin da quando, tornati dal mare con tutti gli indirizzi dei nostri nuovi amici, ci scordavamo di scrivere oppure mandavamo, dopo tanto tempo, una lettera che non riceveva risposta. Al primo mese di scuola potevamo ancora scrivere “fuori uno” sulla Smemo, ma al secondo ci eravamo già fidanzate con quello dell’ultimo anno, con buona pace del milanese dell’ombrellone affianco.

Ebbene, vi dico che il cambiamento di quel seminario, in un certo senso, me lo porto dietro ancora adesso. Perché? Perché allora ho intuito come conservarlo: il cambiamento dev’essere miele, nella nostra vita, e non olio.

Dal mare tornavamo compatti e densi, come olio, e la marea della nostra vita quotidana ci travolgeva a poco a poco finché del cambiamento non rimaneva una lunga macchia sozza, sempre più piccola man mano che ci immergevamo nella normalità. Fino a perdersi nella pallida scia del ricordo.

Le lezioni di quel seminario, invece, furono per me come miele. Le mescolai pian piano nella vita di tutti i giorni, goccia a goccia, dosando bene: crediamo di non poter fare qualcosa da soli finché non lo facciamo (riferito al trasporto in aula di certi banchi a due posti); le persone sono arroganti con noi solo finché glielo permettiamo (litigai con un galletto italiano in classe che voleva sempre meic a provochescion); se non ci piace una cosa meglio smettere di farla, che perdere tempo per non scontentare nessuno (abbandonai una sessione particolarmente ridicola di Teatro dell’oppresso e me ne andai in giro per Parigi).

Certo, i primi momenti del ritorno sono i più ricchi di energia, e questo va usato a nostro vantaggio: io affrontai definitivamente un ex il pomeriggio stesso, nonostante i suoi ricatti morali. Poi, pian piano, lasciai che le mie nuove convinzioni si fondessero dolcemente con le ore di lavoro che mi aspettavano in archivio, per la gioia della prof. incazzata.

Facciamolo sempre, coi ritorni. Non pretendiamo di trapiantare la vita altrove in quella di sempre, senza anestesia. Lasciamo che si fondano pian piano.

A saperlo, quando tornavo dalle vacanze sporca di sabbia, che a portare il mare dolcemente tra i marciapiedi del paese l’avrei tenuto più a lungo con me…

Ora che so, invece, nessuno me lo può levare.

massimo troisiVabbuo’, io volevo farvi tutto un discorso sul passato che va lasciato alle spalle e muore Pino Daniele. Ecchecca’.

Ci provo lo stesso. Mi chiedevo come aveste passato queste feste. Mangiando panettone e giocando a carte? (Così accontento Nord e Sud). Qualcuno ha lavorato tutto il tempo e massimo rispetto, altri si sono presi una lunga vacanza.

Quelli come me, gli espatriati, avranno questa sensazione familiare di aver vissuto in una sorta di buco spazio-temporale, dormendo nella stanza in cui giocavano alle costruzioni e sentendosi interdetti alla cassa del supermercato, al momento di decidere in che lingua chiedere lo scontrino. Ma anche chi continua a vivere nel posto in cui è nato, nel rito delle feste di Natale vive giocoforza in una dimensione senza tempo, piena di ricordi e di attività sospese.

Per me è tutta salute, questo piccolo viaggio nel tempo che non ci assorbe, perché salvo qualche ovvia nostalgia sappiamo che qui non è più casa nostra, o meglio che lo sarà sempre ma il nostro presente e altrove. E allontanarci un po’ da quel presente, dalla casa in affitto che abbiamo in un altro paese, ci aiuta a vederlo meglio, a immaginarcelo, a programmarlo un po’, se vogliamo.

Le feste sono un’occasione d’oro, col cambiamento temporale che si portano in coda, per immaginare con calma e al riparo come vogliamo vivere questa nuova vita che tanto millantiamo su facebook e nella lista dei buoni propositi.

Sì, perché negli ambienti sicuri e conosciuti della nostra infanzia (un viaggio non sarebbe la stessa cosa) possiamo permetterci di cambiare occhiali, di vederci in un modo diverso, di dirci che quando torneremo alla nostra nuova casa vorremmo fare cose diverse. Di ogni tipo. Dal cambiare panettiere, che quello sotto casa è comodo ma fa pagnotte precotte, al non farci mettere più i piedi in testa da chi sappiamo noi, e smettere di dare a quella persona in particolare tutto questo potere sulla nostra vita. Tra un piatto di struffoli e una rimpatriata con gli amici abbiamo recuperato un senso di ciò che siamo, di ciò che vogliamo essere, e abbiamo scoperto che funziona anche lontano da quel contesto.

Anzi, le cose che ci preoccupano e ci angosciano nella vita di ogni giorno, viste da fuori sono quasi sempre sminuite, riprendersi i nostri occhi di bambini aiuta a vedere meglio lo scenario che ci siamo preparati da adulti. Anche le incongruenze.

E allora che facciamo, la deludiamo, la bambina che ancora si aggira tra le bambole impolverate che meditiamo seriamente di lavare?

Ok, quella voleva un castello e un principe azzurro e tutte quelle cose leziose che venivano comprese nel prezzo della casa di Barbie.

Ma su una cosa, scopriremo, siamo ancora d’accordo con lei: che dobbiamo vivere più meglio che possiamo.

E per una volta la maestra si sbagliava, a correggerla. Per una volta l’errore l’abbiamo fatto noi da adulti, a non accontentarla.

opendoorÈ il primo Natale senza la nonna, che viveva al piano di sotto della nostra villetta. Così un sacco di visitatori, abituati ad andarla a salutare prima di salire da noi, si mettono ad aspettare fuori la sua porta che qualcuno apra. Poi, improvvisamente, si ricordano e tornano indietro, verso casa nostra.

La più commovente è stata una zia, che ha fatto il percorso giusto ma ancora non riesce a ignorare la porta sprangata. Infatti ha dichiarato:

– Io sono tentata di entrare là, poi ricordo che in casa non c’è nessuno e ancora non ci credo. La vorrei sfondare, quella porta.

E io, ascoltandola, ho ripensato improvvisamente alla mia cocciutaggine nel cercare di chiuderla bene, la stessa porta che ora vorrebbero sfondare.

Sì, perché il primo nonno che se ne andò mi colse alla sprovvista, nell’onnipotenza dei 12 anni. Mi arrabbiai con Dio, che mi ero presa la briga di pregare di nuovo per l’occasione, e che mi aveva illusa col classico miglioramento prima della fine.

E decisi che avrei fatto da me, che la casa dei miei nonni ancora vivi (quella della porta da sfondare, per capirci, allora c’era anche il nonno materno) era solo molto fredda, molto fredda, e se avessi chiuso bene la porta avrei regalato loro chissà quanti altri anni di vita.

Quindi mi cimentai con zelo nel mio compito, arrivando a un passo dallo scardinare la maniglia.
Chiudevo così bene che aspettavo che scattassero ingranaggi che non avrebbero dovuto neanche esistere. Tie’, Padrete’, basta poco, che ce vo’.

Il nonno resistette altri 7 anni, con questo metodo portentoso, e la nonna se n’è andata all’improvviso un pomeriggio di maggio, dopo pranzo.

Da qualche parte, dentro di me, una piccola sentinella cocciuta sente come di aver fallito nella sua missione.

Fortuna che ormai la contiene una donna ancora giovane, o così si spera, un po’ provata da tutte le porte che ha cercato di chiudere sulla sua impotenza, finendone sempre travolta.

Quella donna là sa che le porte non vanno né sprangate né sfondate.

Solo aperte, finché ci è dato farlo.

gatsbySu un blog molto carino ho letto quest’articolo a proposito del Grande Gatsby, il flop del mai vincitore Leonardo Di Caprio. Mi è piaciuta la citazione iniziale, dal testo di Fitzgerald, in cui perfino Daisy, l’eterno amore di Gatsby, a volte non riesce a render giustizia alle illusioni che si è fatto il protagonista su di lei.

Mi è venuto da sorridere, perché il mio… Daisy, che forse avrebbe qualcosa da ridire su questo nomignolo, mi ha scritto ieri sera, annunciandomi di aver ripreso la sua attività artistica. È un bravo artista, infatti, “costretto” (lo virgoletto perché non lo si è quasi mai) ad accantonare il suo talento per un lavoro a tempo pieno e le solite questioni che devi affrontare nell’età adulta. Infatti ci separano un mare, due ore di volo, e vari anni di vite parallele, incrociatesi di nuovo solo da poco.

Quello che ci ha fatto rimanere buoni amici, come noi, è un’operazione che Gatsby non fa, condannandosi alla tomba. Anzi, la sua morte è quasi clemente, rispetto alla vita da zombie che avrebbe dovuto affrontare, una volta sfumato il sogno a cui si era dedicato.

Perché, lo faccio diventare donna per spiegare meglio il concetto, io la mia Daisy l’ho liberata, non pretendo più che sia ciò che mi aspettavo da lei.

In questo c’è stata una parte di acc… accett…, vabbe’, completate voi. Una delle più dure della vita, se ne Il quartiere un sognatore diverso da Gatsby (Vasco Pratolini, per l’occasione Valerio), quasi ci rimetteva le penne per aver perso la sua Olga: ebbene sì,parliamo dello sfumarsi dell’amore di gioventù.

Ma il mio “amore eterno”, rispetto a quelli appassionati e reali di Vasco-Valerio, sapeva più del sogno di Gatsby, che si sbatteva tanto a ricreare il passato, a far sì che tornasse, per il semplice lusso di continuare a sognare, ad avere un’immagine perfetta della vacua, infantile, capricciosa, vigliacca signorina che l’aveva stregato poco prima che partisse per la guerra.

Allora ho liberato il mio “Daisy”, che non aveva certo bisogno del mio permesso per allontanarsi da me, ma un po’ c’era rimasto male, nel perdere un’amica e una sorella “solo” perché i fati stabiliscano che non si ama a comando.

E con Daisy, mi sono liberata della parte malata delle illusioni.

Perché, mi ripeterò, le illusioni hanno una parte malata, che si dà quando decidiamo che la realtà (come le Daisy che popolano la nostra vita) debba adeguarsi alle nostre aspettative, e se non lo fa, da illusi diventiamo delusi.

Ma vivo in un posto in cui la parola ilusión, il·lusió in catalano, ha un significato sconosciuto all’italiano. O meglio, il primo è sempre quello di “miraggio”, immagine o rappresentazione senza una realtà a sostenerla, come quella di Gatsby per Daisy, e quella del mondo, come suggerisce l’autrice dell’articoletto, che si rivela sempre più impossibile da cambiare. Ma il secondo significato è completamente diverso:

Esperanza cuyo cumplimiento parece especialmente atractivo.

Capito? Qui illusione è sinonimo di speranza, una speranza che porta in sé i semi della realtà in cui si può trasformare. Me ne sono accorta la prima volta quando un’amica spagnola ha avuto una buona notizia a proposito di suo fratello. Noi avremmo detto “Mi fa piacere”. Lei, invece: “Me hace ilusión”.

Per questo, c’è illusione e illusione. Quella che vive solo nella nostra testa, e continua cocciuta a scapito di come vadano spontaneamente le cose e di ciò che vogliano davvero le persone coinvolte (noi compresi), lascia il tempo che trova. Ed è nociva per chi la coltiva e chi la subisce.

Poi c’è la ilusión, un progetto che ci sembra quasi impossibile, che farebbe bene sia a noi che agli altri e che tuttavia, vittime della nostra grammatica pessimista, saremmo più che propensi ad accantonare. Ma che, se lo guardiamo meglio, contiene in sé i germi della sua propria riuscita. E non sapremo mai con certezza se è per volontà di una forza superiore, o per un’ateissima profezia autoavverantesi.

E allora, per favore, illudiamoci. Restiamo le più grandi illuse, i più grandi illusi, che conosciamo.

Ma facciamolo bene.

Così quando la nostra Daisy ci scrive e ci dice quanto sia contenta, e ci parla delle sue, di illusioni, saremo contenti per lei. E per noi.

taroluna
Il titolo alternativo era “Lo zen e l’arte del pane e puparuole”. Poi ho pensato che fosse un titolo poco serio, per una che sta per annunciare, a chi non abbia di meglio da leggere, che il blog è tornato, ma un po’ cambierà.

Perché è cambiata, e molto, l’autrice.

L’oscuramento era dovuto proprio a questo, in fondo, all’oscura notte dell’anima, come direbbe San Juan de la Cruz, che poco dopo il trasloco alla “mia” casa, a un passo dalla realizzazione di tutto ciò che volessi, mi ha trascinato via con un colpo di vento tutto il castello di carte che avevo costruito su chi fossi e cosa volessi fare.

Perché erano tutte bugie.

Quante bugie ci raccontiamo, per paura di essere delusi? Quante volte ci diciamo che va bene lavorare male purché si lavori, tenersi questa relazione anche se non siamo più innamorati, uscire con gli stessi amici di sempre per non ammettere che ormai siamo cresciuti e parliamo lingue diverse?

Mentirsi è facile: basta spegnere il filo invisibile che collega gli occhi alla pancia, e non vedere più di cosa abbiamo bisogno.

Finché una carta del castello di menzogne crolla, e allora ci ritroviamo a bocca aperta davanti a un tavolo pieno di carte, sparse in disordine.

E quel tavolo è la nostra vita.

Possiamo alzarci e costruire altri castelli, dare un calcio al tavolo o cominciare a farci cose utili, tipo preparare la cena e riflettere davvero su ciò che vogliamo.

Cos’è che vuoi, davvero, in questo momento? Proprio adesso. A parte andare in bagno, e chiedermi indietro i due minuti passati a leggere sta cosa.

Io, per esempio, adesso lo so. E non sono tutte cose che mi piaccia volere. Troppi bisogni, troppe smentite all’assioma “mi basto da sola”. Ma è buono a sapersi, meglio che far finta di niente e pagare il conto tutto insieme.

C’è una carta, nei tarocchi, che è la Luna. Non La Luuunaaaa Neeeraaa, quella l’ho cercata anch’io, ma non c’era negli Arcani Maggiori. I tarocchi non raccontano il futuro, raccontano storie. Anche su di noi, se le vogliamo vedere.

E questa carta parla di un viaggio, illuminato da una luna enorme accompagnata da latrati di cani e chele di molluschi, con due torri in lontananza e molta, molta strada da fare.

Come notte non è poi così oscura, ma ti ci perdi lo stesso. Il tratto più difficile è quello in cui si è troppo lontani dalla partenza per tornare indietro, ma c’è ancora molta strada da fare per arrivare da qualsiasi parte.

È allora che bisogna ascoltare quel brontolio nello stomaco che per una volta non ci dice solo che è passato un po’ dall’ultima birra, dall’ultima sigaretta, dall’ultima chiamata a chi è stat@ capace solo di farci mangiare bile.

Per una volta ci dice che ne vale la pena.

stanliollioIo gliel’avevo detto, col cavolo che arrivava alle 18.30.

Ma in uno slancio d’ottimismo sono andata lo stesso quasi puntuale al terminale della Grimaldi Lines (che poi, a parte anziani e famiglie con l’auto, chi arriva più in nave a Barcellona? Ah, già, io, la prima volta).

Così ho aspettato un’ora, tra allegre famiglie con bambini che mi hanno ricordato che per queste faccende, figliare e prendere la Grimaldi Lines per andarsene in vacanza (ma anche no), ci vogliono cose tipo disciplina e costanza.

Cose che a un’italiana all’estero potrebbero mancare, vuoi per il precariato, vuoi perché c’è questa asincronia con chi è rimasto in paese a crescere più o meno come si era sempre fatto, mentre tu ti devi inventare un nuovo modo di farlo, senza passare direttamente a invecchiare.

Poi, quando l’ospite finalmente sbarca, col valigione enorme per i 10 giorni che deve coprire, capisci che a un italiano all’estero, spesso, manca un altro ingrediente fondamentale: l’amore incondizionato. Così diverso dalle amicizie bilingui con gente che non sai quanto tempo ancora resterà, o se ha uno spazio per te in agenda.

L’amore incondizionato, si diceva, che nasce in un’epoca molto precoce e si sviluppa nonostante il tempo, nonostante gli esami, che diventano pochi e deludenti colloqui di lavoro, nonostante le partenze e i ritorni, nonostante le morti, nonostante la vita.

Quello che ti fa amare “per quello che sei”, come dicono le canzoni, per cui sei sempre sciupato, ma mangi?, e non sei mai brutto, al massimo buffo.

E allora dividi grata con questo ospite la pasta di Gragnano presa al volo dal pako del Parlament, insieme a tutte le schifezze d’insaccati che non mangi più (“E ja’, piglia ‘nu poco ‘e salamino, nun l’hanno acciso, è muorto ‘e solitudine”). E riscopri tutti quei rituali del pudore della tua vecchia vita, che hai voglia a infiorarli e dire che il nudo è un dono e la donna un mistero ecc. ecc., ma ti sembrano sempre più ipocriti, deiezioni di una civiltà sessuofoba e triste che ha reso il corpo sacro perché non riesce a renderlo vero.

Ma un attimo prima di maledire questa cultura che malgrado tutto vi unisce, dall’altra parte del mare, scopri ridendo che il sarcasmo che accompagna le tue piccole sconfitte private, quello che a domanda “Come passi la giornata?”, ti fa rispondere “Be’, al mattino lavoro al libro e la sera mi taglio le vene”, è lo stesso degli amici rimasti , quelli non riamati o scaricati su cui vi ritrovate a ‘nciuciare:

“Che fai stasera?”, “Me votto ‘a copp’ ‘o ponte ‘e Arzano”.

“No, nun sto male, solo che si venesse quaccheduno e m’affogasse ‘int’ ‘o suonno, buono facesse”.

E allora ridi col sollievo di sapere che la persona che t’immagini vicino quando proprio non riesci a dormire, per una volta al risveglio ci sarà davvero.

pasolinimarainiMi sono decisa all’ultimo momento (mezz’ora prima in questi casi lo è), infatti ho trovato la fila. Talmente lunga che non sono riuscita a entrare.

Ma ho un problema grande, con Dacia Maraini che parla di Pasolini al CCCB: non amo il secondo, spero perché letto troppo presto e troppo in fretta, e sono arrabbiata con la prima. Perché ho amato Marianna Ucria, e Isolina, e in nome loro ci ho provato con Bagheria, Colomba… Niente. Mi faceva piangere nelle prime pagine, mi faceva precipitare nella sua storia come Alice nella tana, e poi mi lasciava lì, piantata nel bel mezzo di un labirinto di cui si fosse persa l’uscita.

Ma la donna che mi è apparsa davanti sullo schermo per i ritardatari, mentre spostavo la seggiola IKEA per scansare le teste delle prime file, era solo quella del vortice di storie. Così vorticoso che mi ha fatto riconsiderare anche Pasolini, non quello delle poesie lunghe e faticose che ho letto, ma il giovane innamorato di Amado mio, trovato misteriosamente nella biblioteca di mio nonno (un regalo di mio padre, ho scoperto poi).

Quello che in un’intera spedizione in Africa, raccontava questa donna bella e minuta, li aveva costretti a girovagare sul gippone in cerca di fumo. Il fumo dei fuochi che voleva riprendere per un’Orestiade africana, ma che non andava mai bene: o troppo denso, o troppo nero…

Quello che ha avuto un’emorragia di fegato nell’unico ristorante del ghetto di Roma in cui sia andata io, cominciando a scrivere per il teatro durante la convalescenza.

Quello della madre bambina che chiedeva a Dacia, parlando di omosessualità davanti a un caffè, “Davvero credi che esistano queste porcherie?”. E che dopo la morte del figlio metteva sul tavolo tre tazzine di caffè, una per lei, una per l’ospite, e l’altra per Pier Paolo. È in giardino, adesso arriva. E io ascoltando tutto questo torturavo il quadernetto degli appunti, pensando che non importa se il dolore ci spezza le vene e ci lascia sfiniti la sera, c’è sempre un lutto più urgente, più straziante, più muto, perché impossibile da raccontare.

Ma Pier Paolo (“Paola” per un gruppo di giovinastri fuori a un teatro, l’Italia omofoba non muore mai) è anche quello delle pagine strappate di Salò che improvvisamente compaiono in mano a Dell’Utri, almeno questo dice lui, per poi sparire quando la magistratura gli chiede di esaminarle.

E a questo punto la narratrice si ferma a spiegare ai non italiani, Dell’Utri è amico di Berlusconi.

Ed è di quest’ultimo che, mi spiace per voi, volevo parlarvi. Delle riflessioni che stasera ho ascoltato sul berlusconismo.

Alla domanda di uno studente d’italiano, “Dove sono finiti gli intellettuali, in Italia?”, l’autrice ha risposto che manca la consapevolezza della comunità, il tessuto connettivo col paese. Da soli non si può cambiare il mondo, va cambiato collettivamente.

Il berlusconsmo, il degrado culturale che ha invaso l’Italia, ha provocato una reazione tra gli scrittori, che si è tramutata in impegno.

Però, appunto, manca questa comunità. Non esite neanche più un bar, un salotto, un luogo in cui gli scrittori s’incontrino [al di là del momento consumistico delle fiere per vendere libri]. Manca il momento connettivo.

Intanto Berlusconi si mantiene ben solido nel suo degrado culturale e nella sua volgarità, forte di questa resistenza senza coesione.

Ma la magistratura, da sola, non può assolvere alla funzione di restaurare un’etica che si recupera solo col rispetto della legge.

E la sinistra ha peccato di aver accettato troppo questo compromesso. Non con la destra, che di per sé è rispettabilissima e ci vuole, in una democrazia, ma con questa destra, con la criminalità.

Sarà stato un miraggio o un problema dello schermo, ma giuro che, tra gli applausi seguiti a questa dichiarazione, “Rita Hayworth con il suo immenso corpo, il suo sorriso e il suo seno di sorella e di prostituta, equivoca e angelica, stupida e misteriosa, con quel suo sguardo di miope freddo e tenero fino al languore, cantava dal profondo della sua America latina da dopoguerra, da romanzo fiume, con un’’espressività divinamente carezzevole”.

MostHilariousWeddingCakeEver“Mariamarche’, nun me sposo cchiù”.

Il tono al telefono è quello solenne di chi sta scherzando, ma mi faccio lo stesso strada tra gli strati di afa che in paese si tagliano col coltello e gli dico:

“Ua’, non esiste proprio! Si nun te spuse tu… Voi siete una speranza per l’umanità!”.

E non sono l’unica a pensarlo, del matrimonio che mi ha vista in riva a una spiaggia dello Ionio con dei perfetti sconosciuti (particolare che non mi ha impedito di cantarci in auto, litigarci, confidarmici e piangerci assieme nei numerosi momenti di commozione collettiva). Un’impresa titanica che ha trasformato un amore adolescenziale nella scommessa di una vita (“Mariamarche’, la vita fa giri esagerati, po’ vide”) e riunito gente di tutto il mondo in un paesino tutto toni dorati e pietre antiche, che per immaginarselo basta guardare la sposa.

C’erano tutti, i parenti calabresi, i prof. spagnoli, gli amici napoletani.

E quelli di Barcellona.

Che perlopiù spiccano per la refrattarietà ad abbronzarsi. Per le attività interessanti che svolgono, sempre poco retribuite e quasi mai legate a cose triviali come figli e mutui da pagare. Per gli abiti da cerimonia creativi, compresi dei pantaloni con spacco che detteranno moda per decenni. Per il silenzio in chiesa mentre tutti recitavano il Padre Nostro (l’unica cosa che si è sentita è stata il leggero russare del mio vicino). E soprattutto, per il loro italiano: potevi sentire davvero frasi come “Certo che comprare un piso è un’inversione, specie se paghi in effettivo invece di farti l’ipoteca”. Roba che non si capisce né in Spagna né in Italia, l’itañol nella sua essenza.

Facilmente individuabili, insomma.

Poi ci sono io, infagottata nel vestito comprato un anno, 3 chili e 4 vite fa. Io che ho rovinato in un nanosecondo la sorpresa sul repertorio musicale in chiesa (“Ah, in casa c’erano dei ragazzi a provare Ovunque proteggi, di Capossela, perché?”), io che non per fare sempre la parte dell’esclusa, quella che non sta bene da nessuna parte, ma sono scesa in Calabria in un’auto napoletana, tra frittatine di maccheroni e un inaspettato Baccini cantato a squarciagola (e le donne di Napoli “capaci di ridere anche sotto l’alluvione” hanno aperto le danze di Radio Lacrima). Poi ho dormito coi barcellonesi, comprando cornetti per i coinquilini improvvisati 5 minuti prima che ci pensasse lo sposo. Ma senza presentarmi in spiaggia una notte che fosse una, sempre troppo stanca per condividere la “capa fresca” neocatalana che fa organizzare macchine per guardare l’alba, mentre il gruppo di Napoli ricorda che alloggia a un’ora dal mare (“E allora?”). E i napoletani mi sfottevano: “Sei di Barcellona, ma sempre con noi stai, no?”.

No. In realtà me ne sono stata a lungo anche sul muretto fuori al castello del banchetto nuziale, appollaiata sulle panche tra le montagne e Brasile-Italia, guardato in maxischermo dagli uomini del paese fuori al bar della piazza. A sorridere della tripla alienazione di napoletana in Calabria, barcellonese in Italia, italiana a Barcellona.

Ma questi e altri riscenzielli non erano niente, ho scoperto, rispetto alle vicende umane di chi ha voluto esserci nonostante le ferite recenti e laceranti, gente che non conosco ma che rispetto e ammiro, sentendomi un po’ scema ad aver pensato anche un momento di rinunciare.

Ma ribadisco, è merito degli sposi. Del momento in cui la sposa ha coperto l’entrata della chiesa, illuminandola col suo abito avorio, mentre lo sposo non sapeva se trattenere più l’emozione o le risate, a vederci tutti sul pizzo delle panche in un ping-pong di teste girate tra portone e altare.

Della loro storia incredibile che a raccontarla non ci credono, “Eh, sono tornati insieme da qualche anno, ma si sono conosciuti quando lo sposo teneva ancora i capelli”. E della sensazione, in loro presenza, di trovarsi di fronte all’amore come dovrebbe essere. Come è.

Perfino a Barcellona.

Beach Body Mio padre mi ha raccontato una storia sull’ America’s Cup a Napoli.

Passando per la famosa ZTL (lavora in un ospedale a Posillipo), si è ritrovato un assembramento di motorini a un angolino di via Caracciolo.

La prima volta non ci ha fatto caso.

La seconda, i motorini si erano moltiplicati. Allora ha fermato uno dei ragazzi e gli ha chiesto che fosse successo. “Ci stanno le veline dell’America’s Cup”, testuali parole.

Si è affacciato a guardare, e in effetti c’erano le belle ragazze che facevano da hostess, non so a che titolo, nel corso della gara. Approfittavano della pausa pranzo per prendere il sole sugli scogli, magari in topless. “Erano quasi tutte settentrionali”, ha precisato a questo punto papà, “ma non c’è niente di male, eh”.

Al terzo giorno, c’erano due poliziotti a pattugliare.

Ora, quando mi ha raccontato questa storia ho sorriso. Siamo i soliti morti di figa (un amico veneto mi dice che da lui lo sono altrettanto, solo che si sentono ridicoli a mostrarlo troppo), ma quest’episodio sembrava divertente. E dire che, appena toccato il suolo dell’aeroporto di Capodichino, mi ero preparata psicologicamente al cartellone pubblicitario che avrei trovato agli arrivi.

Due anni fa ero scesa dall’aereo con la tutor catalana del dottorato, alla vigilia della discussione tesi, e ci aspettava in scala 10:1 uno di quei completi porno Yamamay. L’altra aveva commentato: “Solo in Italia”. Con altrettanta solidarietà e apertura mentale mi ero detta che dalle parti sue per essere una donna oggetto bastava riuscire ad abbinare la gonna con la maglia. No, non ne vado affatto fiera.

Ma l’episodio di via Caracciolo mi ha fatto ricordare che la bellezza dev’essere un gioco, uno degli aspetti che allietano la vita se si dà loro la collocazione giusta. Se si smette di esserne ossessionati, specie noialtri del Belpaese (come lamentava un mio ex inglese, ignorato in patria perché British Asian e idolo delle folle a Napoli) e la si coltiva come uno dei tanti aspetti della vita.

L’Italia che ho trovato è un pochino più attenta alla questione donne oggetto, e magari trascura quella del corpo maschile trasformato in un tubo di maionese. Sarà perché fa molto antiberlusconismo, o perché il femminicidio improvvisamente fa notizia (in Spagna, almeno, la fa dai tempi di Zapatero), ma si comincia a pensare che, se le donne vengono presentate come una merce, poi come merce vengono trattate.

Io sarò tutta storta, ma altro che merce, quando ammiro un uomo lo idealizzo, non so come spiegarlo. Riconosco che per uno scherzo del destino è portatore (spesso sano) di un dono che non si è cercato e fa poco per coltivare. E ne rispetto la sacralità, perché la mia idea è che fare un bel corpo è un miracolo di coincidenze e convergenze simili a quelle che fanno una bella mente.

Solo che con un po’ di allenamento, rispetto all’intelligenza, la bellezza la sgami un po’ dappertutto. Quella bellezza che “sta nell’occhio che guarda”, come ricordava sempre mio padre a una mia amica inglese, cercando di citare Shakespeare direttamente dall’italiano (e usciva una cosa tipo in the eye that sees).

Io non la trovo tanto in quei volenterosi servizi fotografici di donne “belle lo stesso”, tipo pubblicità della Dove, volte a evidenziare che sei bella anche se non rispetti i volubili e contraddittori standard di bellezza: temo che questi standard vengano reiterati e riaffermati in ogni scatto che pretenda di contraddirli, perché nel presentarsi come autorevole contraddittorio sta dando loro autorità.

Ma quando le lettrici di Repubblica (tra cui alcune amiche mie) hanno mandato all’edizione online una loro foto con su scritto Non sono una donna a sua disposizione ho passato vari giorni a osservarle, l’occhio mai stanco da tanta varietà di forme e di stili. Dal modo in cui i capelli venivano raccolti su un volto “troppo ovale”, le rughe accentuate da un bel sorriso che me le faceva dimenticare. Di quanto la varietà della vita, superi spesso e volentieri la plastica.

Questa è la bellezza che voglio coltivare. Come un gioco che non stanca finché sai quando è il tempo di smettere.

E non so quanto c’entri ma, guardando un servizio sul femminicidio col mio migliore amico, lui improvvisamente mi ha fatto una delle carezze ruvide e un po’ impacciate che è il massimo che si concedono certi uomini, depositandomi addirittura un bacio sulla tempia. Mi sono sentita un po’ una specie protetta, come il panda del WWF, eppure sono maggioranza, al mondo.

Ma ho capito e mi è piaciuto molto.

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