In ogni caso, descrivendo le mie peripezie con una cheesecake sbagliata, osservavo che rimandando la pulizia dello stampo, e quindi del frigo e della casa, guadagnavo un pomeriggio a poltrire, ma con l’ansia delle faccende domestiche sospese. Materialmente, sarebbe stato uguale al pomeriggio che avrei passato a riposare dalla difficile operazione di pulizia. Ma che differenza.
Non tutta l’immobilità è uguale. Possiamo rimanere immobili per riposarci dopo aver vissuto, o farlo per paura di vivere. Tra le due opzioni si annidano tutte le nostre paure, in primis quella del fallimento.
In effetti a riposare dopo aver lavorato e a starcene con le mani in mano facciamo la stessa cosa. Solo che nel primo caso stiamo “in santa pace”, e nel secondo, per quanto cerchiamo di allontanarla, la signora ansia fa capolino ogni tanto a ricordarci che le cose rimandate ci aspettano sempre di là.
In questioni più importanti e urgenti ci succede un po’ lo stesso, no? Rimandare costantemente un importante colloquio familiare fino alla prima lite domestica. Oppure congelare per sempre la scopamicizia che ci è sfuggita di mano senza mai diventare una relazione. Peccato che a stare incollati a WhatsApp in attesa di un improbabile invito proveremmo un malessere simile a quello che sperimenteremmo a chiudere la storia. Ma senza il rischio di piantare in asso l’amica chiamata per una birra, perché a “qualcuno” è saltata la serata coi colleghi di lavoro.
Insomma, a me pare un sollievo illusorio, la calma apparente di chi non fa le cose.
Non è un caso che, se ci chiedono quale sia il peggiore esito possibile della situazione che ci blocca, in tanti rispondiamo solo: “Continuare così”.
L’autrice del sottovalutato The Hunger Games dice di aver tratto ispirazione, per il suo reality all’ultimo sangue in una distopia postatomica, dallo zapping che faceva durante la Guerra del Golfo. Zap! Bombe. Zap! Quiz a premi. Zap! Femmine nude. Zap! Cocciolone con un occhio nero. No, scusate, quella era la mia infanzia.
Però è vero che tutto quanto accade al mondo, su uno schermo di qualsiasi dimensione, diventa un po’ il Cabaret di cui parlava Liza Minnelli.
Anche il post improvviso su facebook della mamma disperata per il figlio malato, o il messaggio della signora che ha perso i suoi averi nel terremoto e cerca urgentemente lavoro a Barcellona, “con tutta la famiglia”.
Ma quando il dolore è racchiuso tra le pareti strette di una chat, puoi sempre ridurlo a icona e tornare alle tue cose. Finché non toccherà a te lamentarti di una rottura sentimentale, un licenziamento, e qualcuno potrà ridurre a icona anche te.
Ricordate le chat simultanee di MSN? Io in una organizzavo una birretta per la sera dopo, in un’altra spiegavo a un ventenne idealista perché non potevamo proprio stare insieme, e in una terza chiedevo informazioni per lasciare l’Italia per sempre.
Così come ci vedrebbe il Dio dei social, dal suo software celeste come lo sfondo di Windows, diventiamo tanti pixel perduti nell’etere, tutti uguali e tutti diversi, nessuno più importante degli altri o particolarmente differente al momento di scrivere LOL, o mettere l’emoticon con la lacrimuccia.
Forse Facebook ci ha smascherato il segreto di Pulcinella: in due o tre cose ci assomigliamo così tanto. Una di queste è la paura. Di essere uguali a tutti gli altri.
Ebbene, per me questa paura è sollievo. Se qualcuno potrà ridurre la mia vita a icona, un giorno potrò farlo anch’io.
E pensare davvero, secondo un’elegante espressione preinformatica, ai cazzi necessari.
… E che vi strapperete i capelli per non averci pensato prima! Sempre che ce li abbiate, i capelli. Altrimenti potete fare come Rockerduck, e mangiarvi il cappello! Magari ve lo procuro io, perché, tanto per cominciare…
1.Mi faccio i cappelli guardando Netflix! E li battezzo a seconda di ciò che vedo mentre lavoro a uncinetto. Sono orgogliosa del cappello Orange is the New Black, anche se in tutta sta macedonia di colori è venuto fuori blu! No, gente, non ci vuole davvero niente. Non dovete neanche staccare gli occhi dal video. Amazing Grace mi dà splendidi gomitoli infiniti a 2 euro, e invece di cucirci toppe e gingilli per abbellire faccio di meglio: ci attacco spillette! Al mio ragazzo ho comprato due “A” diverse alla libreria della CNT. Così se la vede lui: con o senza risvolto, con o senza spilletta… Mi chiedo perché non abbia ancora sfoggiato la mia impareggiabile creazione: il cappello Norman Bates!
E a proposito di fare due cose insieme…
2. Preparo il pranzo sulla cyclette! Sì, lo so che è poco zen, e che Elsa Pataky, nel suo libro di esercizi, si arrabbia con le ragazze che leggono mentre fanno cardio. Ma siccome non aspiro a diventare né maestra zen né figa come Elsa (altrimenti ci riuscirei se-du-ta-stan-te), ho investito in una cyclette e uno step domestici (vedi qui), e li uso sistematicamente mentre faccio altro. Sullo step lavoro al pc e parlo su Skype; sulla cyclette accostata a un piano d’appoggio sgrano fagioli, pelo ortaggi, sguscio nocciole… Quando sto scrivendo scene particolarmente divertenti del mio fantastico nuovo romanzo (lo trovate nei migliori angoli di casa mia, scritto a penna), ho scoperto che una situazione del genere ben si presta a renderle ancora più ridicole. Insomma, come assicurarsi il Nobel e il Premio Fitness in una volta sola! Quando si dice ottimizzare.
E a proposito di ottimizzare…
3. Faccio un’OTTIMA maionese con l’avena! No, al contrario di quanto suggeriscano i miei denti non ho origini equine. Trovo solo che una maionese tutta vegetale sia particolarmente delicata, così l’ho scoperta alla mela (basta usare 5 cucchiaini di purè di frutta al posto dell’uovo nella ricetta) e soprattutto al latte d’avena (che faccio in casa con l’estrattore). Attenzione, perché non venga una brodaglia informe bisogna scaldare un po’ del liquido in un pentolino con la lecitina di soia. Comincio a sospettare che con questo principio si possa trasformare quasi tutto in maionese.
E a proposito di usi insoliti degli ingredienti da cucina…
4. Mi metto la farina sui capelli! O meglio, ogni tanto faccio uno shampoo di farina di ceci. Niente male! È poco pratico perché va fatto ex novo ogni volta, ma se consideriamo che si tratta davvero di mescolare farina, acqua e magari aceto o limone (o un olio essenziale)… La vera svolta c’è stata quando sui capelli mi sono schiaffata l’olio di cocco, in preparazione allo shampoo vero e proprio: mai venuti così morbidi! L’unica è sciogliere davvero un cucchiaino d’olio in una tazzina d’acqua, o vi tenete l’effetto ‘nzevato (unto) a vita.
E già che ci siamo…
5. Non bevo più acqua! No, scherzo, ma per problemi di ritenzione idrica, a cui attribuisco disonestamente anche la trippazza da “me piace ‘o magna’ “, ho preso una sorta di sciroppo alle erbe nella mia erboristeria preferita, che sciolgo in una bottiglia d’acqua liscia da un litro e mezzo. Così quando sono in casa bevo solo quello, e fuori tendo a ordinare l’acqua gassata come se fosse chissà che lusso. Il pancino ringrazia.
E per chiudere con le bevande…
6. Distruggo cerimonie millenarie! È che mia zia mi ha rovinata portando dal Giappone del tè fantastico, che ho scoperto essere matcha. Sì, quello della cerimonia del tè. So che in Italia sia arrivato in una versione cafona che piace anche a me: il matcha latte. D’altronde, a ordinarlo nelle catene hipster, lo mescoleranno pure col pennello d’ordinanza (che a Las Arenas vendono per 15 euro…), ma sono 4 euro a tazzina. Sapete che c’è di nuovo? Investite 13 euro per 100 grammi da una signora a Sant Antoni: ne basta una punta di cucchiaino in 200 ml d’acqua. Vi fate 100 tè in santa pace ed è fantastico. E qui arriva il sacrilegio! In barba alle ricette online rispettose del cerimoniale nipponico, la mia versione è: scaldo un po’ la tazza (vuota) nel microonde, ci verso la punta di cucchiaino di matcha, aggiungo l’acqua quasi bollente, giro e via. Mazinga nun te temo! Consideralo una vendetta per la pizza delle parti tue. Anzi, vuoi una tazza?
Quando scesi dall’aereo Napoli-Manchester avevo 22 anni, e non sapevo come arrivare allo studentato in cui avrei trascorso l’Erasmus.
Agli Arrivi trovai un piccolo comitato di benvenuto per studenti: mi scambiarono per una della loro università. Così rimediai un passaggio senza capire cosa stesse succedendo.
Quando uscii dall’Aeroport del Prat di Barcellona, di anni ne avevo 27 e avevo fatto credere ai miei di avere già l’ostello prenotato. Invece presi un taxi (ignoravo l’esistenza dell’Aerobus) e mi feci portare alla stazione di Sants, da cui mi dedicai alla ricerca di ostelli.
Scrivo questo per dire che si parte sempre un po’ alla ventura, ma prima di farlo, secondo me, è meglio disporre di almeno uno dei seguenti requisiti:
un gruzzoletto per permettersi di non dormire sotto i ponti intanto che si cerca casa e lavoro (e non scattate col “grazie ar c…”, che non sapete in quanti si vantino di essere partiti con 150 euro);
la consapevolezza che, a partire senza progetti precisi, si potrebbe tornare a casa dopo pochi mesi (e la capacità di sopportarlo);
facoltativo ma importante: non essere troppo arrabbiati con l’Italia. L’incazzatura ci sta, l’odio profondo porta con sé un problema: scoprire che la rabbia è costante, sono i suoi bersagli a cambiare. Per chi ne è affetto, passare dal detestare gli italiani a fare lo stesso coi catalani è un attimo.
La questione è che, nel confronto Italia-estero, la prima gioca in svantaggio per un unico, fondamentale dettaglio: è una sola, o così crede qualcuno. Mentre l’estero, come idea astratta, ha l’unico grande vantaggio di non essere Italia.
È quindi quel luogo paradisiaco, vagamente mitologico, in cui finalmente potremo realizzarci, dire addio a raccomandazioni e familismo amorale e trovare la felicità. Lo dicono i giornali, parlandoci delle “nostre eccellenze” e sorvolando spesso su chi a 10 anni dalla partenza fa ancora lavori poco specializzati, e vive in stanze in affitto (che ci sta, se i suoi obiettivi erano quelli, ma erano quelli?).
Il problema principale di questa non-Italia? Quando finalmente diventa un posto, un indirizzo a cui bussare per una stanza, una fila in un Commissariato sempre difficile da contattare, si scopre che, contrariamente ai pronostici, viverci non è facile.
Io non so se chiamarlo selezione naturale, espressione positivista che non amo, il fenomeno per cui gente arrivata a settembre a Barcellona approfitta delle vacanze natalizie per tornarsene in Italia senza far troppo rumore. Credo sia una triste realtà che possa toccare a tutti. Ma soprattutto alle seguenti categorie:
ventenne indeciso se partire per Londra, Berlino o Barcellona, che scrive su pagine d’italiani all’estero per chiedere “se c’è lavoro anche per lui, che non parla la lingua locale”;
trentenne deluso da Londra e a caccia di sole, ma non di stipendi bassi a fronte di affitti sempre più alti. Si meraviglierà di tre fenomeni per lui inspiegabili: l’inglese qui non compensa l’assoluta ignoranza dello spagnolo; lo spagnolo non è l’italiano con le “s” alla fine; il catalano non è un dialetto;
coppia giovane che s’informa sulla vita all’estero solo dopo la partenza. Fuitina 2.0? No, “voglia di mettersi in gioco”. In un posto in cui solo per prendere il NIE ci metti due settimane quando ti va bene. Per fortuna quelli con figli al seguito tendono a informarsi prima un po’;
coppia matura che pensa di cambiar vita, ma invece d’investire il gruzzoletto accumulato in anni di lavoro malpagato viene con gli stessi piani del ventenne di cui sopra, e trent’anni di differenza: lavoretto malpagato per “imparare la lingua”. Tra i due profili, indovinate quale assumano;
professionista della gastronomia: quando gli spieghi che il prodotto ultralocale che vorrebbe esportare viene già servito almeno in due forni e tre pasticcerie, spiega che però il suo è “artigianale”. Sicuramente gli italiani in loco aspetteranno di assaggiarlo, per cambiare negozio, e gli autoctoni noteranno la differenza;
arrabbiato col mondo (vedi sopra): ci sarà sempre un paese migliore di quello in cui si trova ora. Se è in Italia anela alla Spagna, se è in Spagna alla Germania. Però, quando si rivolge a un avvocato per farsi dare una buonuscita più congrua (chissà perché lo licenziano così frequentemente) scopre che, guarda un po’, gli avvocati si pagano. Anche alla prima consulenza. Paese di parassiti, dirà sperperando il sussidio di disoccupazione, quella volta che sia riuscito a resistere abbastanza nello stesso posto per ottenerlo.
Menzione a parte per chi risponde a distanza a un annuncio per cameriere o lavapiatti, senza ancora aver fatto neanche il biglietto aereo. E spiega pure che “Se gli fanno una buona offerta lascia l’Italia e parte”. Non si capisce se quest’offerta gli debba venire prima o dopo che si faccia la fila davanti all’annuncio “cercasi”, esposto cinque minuti fa fuori al locale.
Quindi il mio non è, come può sembrare, un invito a non partire. È un invito ad accompagnare lo “Stay hungry, stay foolish” a frasi un po’ più utili per evitare pure lo “Stay sotto un ponte”.
Partite pure, se volete “mettervi in gioco”, sapendo da prima quali difficoltà troverete e giungendo alla conclusione che non vi fermeranno.
Avete presente, nei film adolescenziali anni ’80, la scena in cui il protagonista ha un asso nella manica, un amuleto o una qualsiasi arma segreta che teoricamente lo renda invincibile? Ecco, in genere, proprio alla resa dei conti finale, l’arma segreta svanisce in malo modo.
Ma niente paura! A un certo punto spunta la sorellona saggia, o un’altra figura femminile maggiore in età e ed esperienza, che dice al malcapitato: “Sei capace di farcela anche senza! Conta solo su te stesso e vincerai!” (segue jingle avventuroso dell’epoca).
Ecco, ho avuto la fortuna di sperimentare questa scena, in versione leggermente modificata, direttamente nel mio giardino. E con mio nonno come coprotagonista.
Quando m’insegnava ad andare in bicicletta, aveva la pazienza di seguirmi con la mano appoggiata alla Graziella bianca che mi aveva regalato. Ogni tanto, però, la lasciava andare, e io, convinta di avere il suo sostegno alle mie spalle, pedalavo tutta contenta per ancora un bel pezzo. Poi mi accorgevo che in realtà il nonno mi veniva dietro a una certa distanza, e solo allora mi spaventavo, rischiando di cadere. Però, finché non sapevo di star contando solo sulle mie forze, pedalavo una meraviglia.
Adesso mi sposto con la pedicolare, con buona pace di quegli utenti del bicing di Barcellona che mi scansano all’ultimo momento (a proposito: attenti a NON spezzarvi le corna). Ma mi è rimasta quella sensazione.
Tra i vari modi di definirla che ho contemplato in questi anni, il mio preferito è della junghiana Esther Harding, che afferma che l’essere umano ha bisogno di idoli esterni per esplicitare le forze che ha dentro di sé.
Ora non chiedetemi che minchia significhi, che i rappresentanti di Jung in terra non mi hanno voluta nei loro ranghi. Ma credo che abbia molto a che vedere con la storia di mio nonno e della bicicletta. È molto probabile che un Dio come lo intendiamo noi (umano, troppo umano) non ci sia affatto, ma forse quello che ci serve davvero, di tutta questa storia, è quell’energia, comunque la chiamiamo.
È la consapevolezza che a impegnarci sul serio e avere il culo di non intoppare in fossi troppo grandi, ce la faremo ad arrivare senza spezzarci le corna. Che ci sia o no un braccio possente a sostenerci.
Adesso, potrei menarvela sul fatto che il braccio protettivo di mio nonno lo sento ancora, nei momenti più difficili del cammino.
Non lo farò. Ognuno crede in ciò che vuole.
Mi limito a sperare che il braccio mio, prima o poi, possa fare altrettanto bene.
Bella gente, oggi è Primo Maggio e dovrei lasciare la parola alla festa, ammesso che la si possa chiamare così.
All’impegno, allora. Al confronto, alla voglia di venire fuori da questa crisi economica senza sempre scendere a compromessi, e senza cedere al ricatto morale dell’ “O questo o niente”.
Prima di lasciarvi a manifestazione e concertone, volevo però raccontarvi un aneddoto un po’ triste sul documento che ci sta facendo impazzire un po’ tutti, a Barcellona: il NIE, requisito indispensabile per non lavorare a nero.
Non siete tutti abituati, vero, a mettervi nei panni degli stranieri che cercano lavoro?
Ebbene, premesso che una carta d’identità europea ci risparmia le umiliazioni di altri lavoratori, ultimamente a Barcellona è diventato quasi impossibile prendere appuntamento nel Commissariato preposto per ottenere questo documento. Chi ci riesce accende un cero alla Madonna di Montserrat*.
Intanto, qualcuno dei neoarrivati scopre che fuori città è più facile ottenerlo, nonostante più di un dubbio sulla legittimità dell’operazione, per una persona che risieda a Barcellona.
Allora scattano nelle pagine italiane i seguenti consigli, che riporto pedissequamente (nb: “cita” o “cita previa” in questo caso vogliono dire “appuntamento”):
1) “Ho trovato cita fuori barcelona ma.quando mi sono presentato mi hanno respinto non.essendo il mio comune di residenza… risiedi a.Barcelona??? li lo devi fare. E tutto bloccato? nin è un loro problema e intanto tanti soldi buttati non trovo lavoro con.un cavolo di Nie provisional [Nie provvisorio, ndR. Questo utente sostiene di essersi rivolto a un avvocato]”
2) “Io ho sentito di un pakistano he ti prende la cita previa, ovviamente a pagamento, chiedi qua sul grupoo che lo aveva scrito qualcuno qua, secondo me è una buona opzione”
3) “Si dai pakistani ti prendono circa 15 euro ma la.procedura che fanno e la misma che faccio io e dunque nada cita disponibile solo per extracomunitari”
4) “Sant adrià de besos!
Indirizzo: Avinguda de Joan XXIII,2, Sant adriá de Besos, Barcelona.
Trovati lì alle 5 di mattina, i poliziotti ti daranno un numero con cui ritornare alle 9 in poi. Se fai tardi non riceverai il bigliettino (tipo quello quando vai dal salumiere) in quanto danno solo 15 bigliettini al giorno!
Buona fortuna”
5) “Rubi…stesso treno che va a Terrasa ma qualche fermata prima vai alle 7 del mattino e aspetti che l ufficio apra…ore 8…tanto troverai già altre persone a farti compagnia”
6) “se non riesci a trovare l’appuntamento dovresti fare come ti dicevo.. 5.15 max a sant’adrià per fare le fila per la cita del giorno stesso. Un mio collega è andato alle 7 a badalona per fare la fila per la cita, che gliel’hanno invece data per due settimane dopo.. io sono stata miracolata a trovare la cita previa per bcn alle 14 di un giovedì”
Ah, già, dimenticavo. Per prendersi il NIE, indispensabile per lavorare, c’è bisogno di un requisito fondamentale: il lavoro o i soldi. Già vi vedo chiedermi: “Mi serve un lavoro per poter lavorare?!”. Ebbene, sì.
Ufficialmente, bisogna dimostrare di avere “i mezzi per mantenersi in Spagna“. Dunque, o è necessario avere un lavoro, o bisogna disporre di una cifra pari a circa 5.160 euro in banca.
A questo si riferisce il titolo del post, ispirato a una chat privata con un ragazzo appena arrivato che mi chiedeva: “Non ho capito perché devo avere i soldi per poter lavorare!”.
Il fatto è che un’azienda, ormai, senza NIE non ti assume. E, a meno di disporre dei 5.160, senza contratto di lavoro il NIE non lo rilasciano. Da qui il serpente che si morde la coda: per avere il NIE devi lavorare, per lavorare devi avere il NIE.
Soluzione: il precontratto di lavoro. Documento non vincolante in cui l’azienda manifesta l’intenzione di assumere il lavoratore previo ottenimento del NIE.
A questo punto scatta… Sì, avete indovinato: il racket dei precontratti!
Ok, in realtà non ho prove sufficienti ad affermare che sia un fenomeno diffuso. Però, sulla pagina che modero, ogni tanto si vedono messaggi tipo: “Ragazzi, qualcuno mi fa un precontratto falso? Vi prego!”. Lo so, manovra scaltra in una pagina pubblica.
Un tipo ci provò, invece, a mettere l’annuncio: “Ti serve il NIE? Contattami in privato!”. Venne fuori che questo aveva la partita IVA e chiedeva 300 euro per simulare un’assunzione. Eliminato e bloccato dalla pagina.
La mia testimonianza preferita sul precontratto finto è questa:
“Esperienza odierna a Terrassa, in fila dalle 4.30. Becco il numero 5. Mi siedo e l’impiegata odiosa subito mi dice che ci vuole un precontratto. Torno a Barcellona in treno, ne ottengo uno di gran fortuna e torno in tempo per pagare la tassa e prendere il NIE. In poche parole, pare che stiano stringendo la cinghia anche a Terrassa, dove sono stati rimbalzati tutti quelli senza contratto oggi. Quindi consiglio di avere già un precontratto a tutti quelli che vogliono andare a Terrassa”.
Mi dicono che ‘ntender no la può chi no la prova, ed è vero: ho fatto il NIE quando era ancora facile.
Mi dicono che lo stato spagnolo sia solo arrivato tardi a queste manfrine, già diffuse nell’Unione Europea.
Mi dicono che la gente che viene qui ogni anno, dall’Italia, sembra più una massa di ingenui che venga a “tentare la fortuna” che una congerie di “eccellenze” e “cervelli in fuga”, come ama definirci certa stampa italiana.
Sarà. Ma aggiungete anche questo tassello alle difficoltà assurde che comporti oggi trovare un lavoro, attività sempre più difficile, che ormai non richiede più solo le antiche bustarelle, le “segnalazioni”, i compromessi politici.
No. Adesso, per lavorare, bisogna avere i soldi.
Buon Primo Maggio! Ce lo siamo meritato.
*Devo confessare che, vista la scarsa congestione che ho constatato personalmente nel Commissariato, quando ci sono andata l’altro giorno, ignoro il perché di tante difficoltà. Ma forse i 20 minuti di fila toccati a me (niente, praticamente) non erano sufficienti a comprendere.
Ho conosciuto un simpatico signore argentino che mi chiama “tanita”. Non è il diminutivo di una bambola della mia infanzia, ma deriva da “tano”, termine che in Argentina e Uruguay designa le persone di origine italiana. Sta per “napolitano”, perché indovinate da dove venivano tanti italiani approdati oltreoceano. Sarebbe bello che certi argentini se ne ricordassero al momento di vendere pizza al taglio che somigli a pan canasta, ma tant’è.
Intanto, il mio amico a un certo punto mi viene a dire con una risatella:
– Ma com’è possibile che tu sia tana? Tutti i tanos sono anziani!
Cioè, le persone nate veramente a Napoli, in Argentina, ormai sono attempatelle.
Se ci pensate, è uno scherzo che rivela tante cose serie. Perché mi riduce, con ironia consapevole, all’immagine che questo signore ha degli italiani, che in realtà nel suo caso sarebbero italoargentini. Fuori da quella, nello scherzo, non esisto.
Con estrema serietà, invece, qualcuno chiedeva all’attrice di Twin Peaks che interpretava Shelly Johnson, incontrata nell’orario in cui trasmettevano la serie, cosa ci facesse in giro, invece di stare a recitare in TV! Anche lì c’era la riduzione, stavolta di un’ingenuità spaventosa, dell’attrice al suo personaggio.
Purtroppo non è infrequente essere ridotti all’immaginario di qualcuno. Ne sanno qualcosa le persone corpulente quando dimostrano di essere atletiche (un amico escursionista ha smentito a suo tempo i miei personali pregiudizi), e gli italiani non proprio fermi al Piccolo Mondo Antico visti dagli stranieri (“Viaggi da sola e leggi? Non sei come le altre italiane!”).
A tanti fa più comodo incasellarci una volta e per sempre in una categoria sola. E noi ricambiamo volentieri: spesso non riusciamo a tollerare che il prossimo abbia una vita al di fuori dei nostri immaginari. Non è così incredibile che le scrittrici arabe che riescano a pubblicare siano quelle che “denunciano la condizione femminile nel loro paese”, cosa buona e giusta, ma pensiamo che, tra i miei amici spagnoli, l’autore italiano più conosciuto dopo Calvino è Saviano. Italiano mafia, arabo medioevo… continuate voi.
L’esempio che più mi colpisce, da tempo, è quando a una donna dicono: “E sorridi!”. Ricordo la prima volta che ascoltai il rimprovero “Non sorridete più”, mosso da un ospite del Maurizio Costanzo Show, al quale una ragazza rispose: “Eh, è vero, siamo così di fretta la mattina che ci dimentichiamo di farlo”. Ero adolescente e m’indignai molto, avrebbe dovuto dire: “Non devo sembrare contenta solo per far piacere a te”. Ma erano tempi in cui Internet non era così diffuso, non c’erano video che denunciassero cosa significasse per una donna anche solo passeggiare, e le narrazioni erano più monotematiche.
Adesso però che non sia piatta pure l’interpretazione, di tutto questo. A me “sorridi” non l’hanno detto solo uomini e non sempre in un bonario rimprovero. Me lo raccomandavano delle ragazze a scuola, e altre che non mi dicevano niente mi confessavano anni dopo che sembravo avere la “faccia da seccia”. Possiamo fare un lungo discorso su quest’obbligo di mostrarsi sempre felici e la gente può sempre farsi i fatti suoi, ma devo ammettere che tendevo a prendere tutto molto sul serio, da ragazzina, e perdere quest’abitudine mi ha solo giovato.
Una volta mi ha raccomandato di sorridere una giovane senzatetto a Tolosa, gridandomi “Souriez, madame!”, e disegnandosi con le dita, in caso non avessi capito, un sorriso alla Sofficini Findus. Nel suo caso, quindi, non c’era niente di discriminatorio, era un invito a prendersi la vita con più leggerezza da una che ci riusciva nonostante i problemi.
Per tutto il resto, c’è il napoletano in cui insulto il fighetto di turno nel Raval che pretende di spiegarmi quanto sembri stanca, tornando a casa con la faccia ‘ngrugnata.
Però gli immaginari altrui sono complessi, più di quanto crediamo.
Non ci resta che prenderne quello che vogliamo e restituire il resto al mittente.
Capita che a volte io sia bella che spaparanzata proprio di fronte alla finestra, e mi dica che vorrei entrare in quel pezzo di cielo.
Perché succeda, dalla mia angolatura la finestra non mi deve contenere nient’altro che cielo, in barba ai palazzi. Gradito un gabbiano di passaggio che mi faccia accertare che no, non sto osservando quel lilla fosforescente che avevo sul Paint dell’Amiga 500: quello è cielo vero, e vorrei essere proprio lì.
Mai fare un pensiero del genere, però, dopo che ho preso un aereo.
Perché in quel cielo ci sarò entrata davvero, ricordandomi che non è proprio così poetico.
A parte la fila al check-in, certe istruzioni di sicurezza a bordo suggeriscono un freddo all’esterno che anche la mia vestagliona domestica si trasformerebbe in ghiacciolo.
Poi non so, di quanto cielo stiamo parlando? Magari all’altezza del gabbiano vagante la respirazione sarebbe ancora ok, ma provassi ad andare un po’ più su, e vediamo.
In effetti se per magia riuscissi ad andare su su su, quel blu dipinto di blu diventerebbe nero come il tizzone, a meno di fare quella che Groupon oggi chiamerebbe “The Icarus Experience“.
Meglio tornare al PC, allora. Al gruppo che modero, d’italiani a Barcellona. Per leggerci gli interventi di quelli che, vedendo le foto del Primavera e del Sonar (maro’), e passando una settimanella sulla Rambla (solo a me ha fatto schifo, la prima volta?), hanno pensato “come mi piacerebbe entrare lì”. Essere parte del firmamento di espatriati che tirano a campare a “Barca” (brivido).
Tanto lo so, che sulla pagina trovo tre tipi di post:
“Ciao, come si vive a Barcellona? Se mi arriva una buona offerta di lavoro parto subito!”. Da quando ho letto Vivo altrove, immagino cominci così chi emigrando afferma: “Voglio proprio vedere come mi tratta la mia nuova città”. Spero di non suonare troppo kennedyana se suggerisco che la questione andrebbe posta al contrario: come la tratti, tu, la tua nuova città? Infatti questo genere di post porta al secondo tipo, il mio preferito.
Le risposte alle (rare) offerte di lavoro. Sotto l’annuncio commenta qualcuno che chiede “più info”. Al che arriva la proposta: “Passa di persona oggi pomeriggio”. E la replica è: “Sto ancora in Italia. Ma parto subito, eh!”. Il problema è che: a) per lavorare in Spagna ci vuole il NIE; b) il NIE in questo momento è più irraggiungibile del Santo Graal; c) oggi pomeriggio passerà “di persona” un migliaio di gente già munita di documenti e di alloggio. Il che mi porta al terzo genere di post.
“Possibile che non si trovi una stanza, in questa città?!”. E io già a far sì con la testa, che gli affitti sono diventati impossibili. E poi è vero, alle e-mail degli annunci non rispondono nemmeno, tanta è la domanda. Uh, delle truffe online non ne parliamo! Poi però, alla soluzione più avanguardistica che io possa suggerire (“Scegliti un quartiere e chiedi in giro a chiunque”) viene risposto con sufficienza: “Ovvio che sono ancora in Italia! Non sono mica così sprovveduto da partire senza prima aver trovato stanza”. Dolce figlio dell’estate! A parte che conosco una che nove anni fa è atterrata senza neanche un posto in ostello (e magari i suoi lo stanno apprendendo in questo momento), io ti auguro in bocca al lupo con le seguenti, interessantissime proposte che riceverai, magari le uniche finché non entri nel tunnel delle agenzie e dei “provini” inflitti da potenziali coinquilini: a) Pastore protestante africano che affitta una riproduzione della Reggia di Caserta in pieno centro, a un prezzo inferiore ai 500 euro (quanto vale ultimamente una “doppia uso singola” a Sagrada Familia). Ti manda un questionario per capire se vuole lasciare la stanza a te e, bontà sua, decide di sì. Sfortunatamente è già in Africa, ma se gli mandi l’acconto ti spedisce le chiavi per posta. Se non rispondi subito ti fa chiamare da un suo emissario che, di fronte alla tua insistenza per visitare l’appartamento, ti proporrà di vederlo “solo da fuori”. b) Signore olandese la cui figlia è appena tornata da Barcellona, abbandonando l’appartamento dignitoso e insolitamente economico che paparino le aveva comprato intanto che studiasse là. Adesso il povero vorrebbe affittarlo, magari a te (e spedisce il questionario). Ebbene sì, sei il prescelto! Se porti caparra e prima mesata in contanti, ti consegnerà le chiavi un’incaricata di AirBnb, piattaforma che in quest’occasione, guarda i casi della vita, si occupa pure di affitti a lungo termine. Sì, verrà una donna, l’oculato padre sa anche questo. Ti prego, vacci, dolce figlio dell’estate, ho sempre avuto la curiosità di scoprire che succede al momento dell’incontro. Pure AirBnb è curioso, insieme alla Polizia postale. c) Giovanotto italiano che per una caparra piuttosto modica, magari sotto i 100 euro, dopo molti scambi WhatsApp di cui faresti bene a conservare gli screenshot, ti riserva una stanza. Per farsi versare la cifra ti manda la sua tessera sanitaria europea (la carta d’identità era banale), con una foto riuscita pure maluccio, se vuoi il mio parere. Lasciami dire da moderatrice che questo terzo benefattore è il mio preferito. Quando l’avrai accusato di truffa sulla mia pagina, cancellerà il suo profilo. Intanto un utente misterioso, con tre amici e una sola foto, comincerà ad accusare TE della stessa cosa, per poi annunciarti che sei stato denunciato per diffamazione. Intanto, il post con la tua accusa verrà segnalato ripetutamente alla moderazione, a cui arriveranno anche minacce di denuncia da gente non iscritta alla pagina. Magari la richiesta d’iscrizione arriverà subito dopo, e un’ora esatta dopo quella a Facebook. Io il numero di un buon avvocato te lo do, dolce figlio dell’estate, ma magari il suo onorario supera la caparra che hai perso.
Torniamo alla finestra, va’.
Un pezzo di cielo non è meno bello, se scopriamo quanto costi raggiungerlo.
Ok, tempo di scrivere il post cretino del mese! Il più cretino, dico, non cominciamo a sottilizzare. Ormai ho capito che vi piacciono ancora di più di quelli profondi e sofisticati, come sono io di solito.
Infatti, come ogni personcina profonda e sofisticata, faccio tutte queste cose perfettamente normali che apprezzerete presto anche voi.
Mangio la camomilla! Non so che fondamento scientifico abbia, ma rovesciarmi la bustina di camomilla direttamente in bocca (prima la taglio con le forbici, malpensanti!) mi fa effetto in pochi minuti e, rispetto alla tisanina classica, non mi fa svegliare nel cuore della notte per fare tanta plin plin. Ovviamente, se ho bevuto una moka da 5 tazze alle 11 di sera non funziona granché, ma masticare margheritine aiuta. A questo punto le comprerò in erboristeria e le frullerò, per assumerle a cucchiaiate. Sì, cari umoristi antiveg, sono senza cuore.
Mangio il detersivo! Ma solo ogni tanto, eh. Quando lo preparo, diciamo. Perché seguo questa ricetta profumatissima con limoni, aceto, acqua e sale, che ha il vantaggio di non richiedere il filtraggio ulteriore dei fai-da-te di questo tipo. Confesso quindi che assaggio un cucchiaino di stramacchio nel versarlo nel contenitore (una vecchia bottiglia di vetro che conteneva aceto). Sembra crema pasticcera. Perché non compro il Fairy? Beh, quello mica si mangia!
Faccio il pesto con gli spinaci! Freschi, non cotti. Provate a prepararlo con gli ingredienti di sempre tranne il basilico, sostituito dagli spinaci. Recuperando un po’ di basilico provo anche con aneto, timo, menta, rucola… E dei pistacchi che ne parliamo a fa’! Amici genovesi non vi arrabbiate, ho visto cosa chiamate pizza, voi!
Mi spruzzo le bombolette spray sulle scarpe! Ok, questa ve l’ho già detta qui, al punto 5. Ma la ribadisco perché è fantastica. Non fingerò che l’effetto sia lo stesso che comprare scarpe nuove, ma una volta che un paio di stivali non mi fa male voglio portarmelo nella tomba! E se si scrosta un po’ la vernice, un’altra spruzzatina ed è perfetta. Se le scarpe sono proprio da buttare, provate a farle resuscitare con bomboletta + timbrini di gomma, ce ne sono anche di più sobri, rispetto a quelli per adolescenti.
Prendo i segnalibri da Sephora! Profumati e totalmente gratis. Loro vogliono che testi i loro profumi? E io vado lì, prendo le striscioline dei tester, le spruzzo con qualche fragranza e le inserisco nel libro che sto leggendo. No, non è ammesso mettere Anaïs Anaïs nei libri della Nin. Comunque in genere i profumi non li compro, li faccio così.
Trasformo la verdura in spaghetti! (Sì, ecco che ritorno al cibo…) Non è necessario cambiare dieta: la pasta crudista può essere un semplice modo di trasformare l’insalata in un piatto sfizioso. Provatela di zucchine, patata dolce, carote, rape… E vi sorprenderanno il carpaccio di melenzane e il riso di cavoli. Cominciate con un pelapatate o una grattugia grossa, e se il risultato vi piace comprate lo spiralizzatore!
Faccio polpette con qualsiasi cosa! Le più veloci mi vengono con le lenticchie rosse: le cuocio con abbastanza acqua per coprirle di qualche millimetro e, appena spenta la fiamma, le uccido di pangrattato e spezie. Ma in questo modo, senza fare chissà che schifezze, “impolpetto” tutti gli avanzi che si prestino, legumi soprattutto.”Tutto nella vita si può trasformare in polpette, se ci metti abbastanza pangrattato”. È il mio nuovo motto.
Non butto mai l’olio! Ma stavolta non si parla di cibo perché…Ci faccio sempre il sapone. Venti minuti e via. Se vi fa paura la soda (ma no, è facile!), usate la lisciva. E se vi va ricavateci il bagnoschiuma. Che in realtà sarà senza schiuma, ma non rompete: la schiuma non lava!
Mi coloro i capelli con l’ombretto! Sfumato il piano diabolico di farmeli tutti color lavanda, ho mandato al diavolo anche i gessetti appositi e uso direttamente un ombretto. L’ideale è farlo sui capelli biondissimi, ma si può sempre sperimentare. Tanto va tutto via con uno shampoo!
Trasformo le mantelline in gonne! Cioè, l’ho fatto per un po’, con dei miniponchos andini di cui, diciamo, non avevo capito bene la funzione. Sì, sono scema. Però ha funzionato. Magari provo coi ponchos traforati smessi da un po’, mettendoli sopra una gonna jeans o tinta unita. Se non m’internano prima, vi faccio sapere.
E voi, cosa fate di strano stranissimo? Fatemi sapere! Magari copio.
Dico per dire, eh, non è che mo’ vi arricchisco coi miei distici elegiaci.
Volevo solo sottolineare quanto sia buffa la vita: uno dei simboli della “mia” infanzia non l’ho mai posseduto, e mi sa che non sono la sola.
” ‘Mbe’ “, mi diranno dal pdf della mia tesi le donne della Prima Guerra Mondiale, “noi ci potevamo stare, in trincea? Però la guerra l’abbiamo vissuta, eccome”.
Vabbe’, qua si cercava di parlare di qualcosa di vagamente più soft, tipo la Pasquetta e quello che si mette nello zaino per passarla fuori porta.
E il Super Santos per me era roba da maschi. Non che mi fosse precluso, intendiamoci. Proprio non mi piaceva usarlo. Qui potrebbero insorgere giustamente delle coetanee a dirmi: “Parla per te, io ci giocavo e volentieri”. Ecco un’altra cosa buffa: non puoi manco pretendere di parlare a nome della tua palazzina, figurati se riesci a farti portavoce di una generazione.
Sono ancora convinta che il Super Santos sia come i robot dei cartoni: un simbolo universale perché la categoria che lo preferiva viene identificata ancora con l’universalità. So che la realtà è diversa, che in tante guardavano Mazinga, in tanti Candy Candy. Ma la temibile decostruzione del GENDER!11!!! era di là da venire.
La Barbie è comunque tollerata (in fondo è pure un sogno erotico), insieme a quell’incestuosa di Georgie (Lady Oscar, invece, era maschio o femmina?!11!). Però ogni tanto ci sta quello che nelle discussioni tra trentenni sui cartoni sfotte un po’, invitando a tornare alle alabarde spaziali. Magari in pagine che poi, a Pasqua, postano il nonno di Heidi che si appresta a scannare Fiocco di Neve, nel shimpatico festival dell’insicurezza che è diventata in Italia la caccia ai vegani.
Ma, dal Super Santos alla minestra maritata, mi ripeto quanto sia strano, ancora una volta, il gioco delle simbologie e delle tradizioni, festive e non.
Come le Pasque terrone assurte a simbolo di massima celebrazione, ma oh, il ragù “per antonomasia” è bolognese (spiegatomi da una povera crista su Dissapore).
Eppure non c’è simbolo che non abbia una storia, e quindi un inizio, e quindi una possibile fine.
Nel caso delle specialità pasquali è una storia di prodotti alimentari di stagione, da sfruttare fino all’ultima molecola per non sprecare nulla. È bello conservarla, ma se si cambia qualche virgola, non sarò io a piangere. Di “variazioni familiari” sono pieni i ricettari scritti in grafie incerte su quaderni precari.
Nel caso del Super Santos, era il pallone più economico di tutti, e sì, il più arancione.
Ma quello come simbolo l’adotto volentieri, la macchia d’arancione in mezzo al blu.
Sempre meglio del logo di Easy Jet, che ormai, guarda un po’, non ti fa imbarcare più manco una borsetta.
Si vede che la comodità di averne una non è abbastanza universale.