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Dai, per fine anno vi regalo un po’ di cose.

Magari già conoscete questa pagina: in tal caso la inoltrerete negli auguri di fine anno, come il regalo che le nostre mamme si passano in un (ri)ciclo infinito, finché non ritorna a quella che l’aveva fatto all’inizio.

Se non conoscevate la pagina, fatene buon uso. A me l’ha fatta scoprire indirettamente Vera Gheno, e le sarò grata a vita.

Per il resto, non posso fare bilanci perché sono tornata a Barcellona e, sul serio, tra variante omicron e strade infestate a ogni ora, non ricordavo nemmeno che giorno fosse.

Diciamo che metto la foto qui sopra, come promemoria di ciò che voglio cambiare: negli ultimi mesi intravedevo dal mio salottino questo tramonto sfocato tra i tetti, ma tra una cosa e l’altra non uscivo mai in tempo per godermelo. Pensavo a riempire la ciotola di Archie (sacrosanto), a cercarmi calzini che non fossero bucati (mission impossible), perfino a sciacquare il cucchiaino del tè (chi, io?). Sembrava lo facessi apposta. Forse è proprio così.

Comunque sia, voglio smettere.

Se proprio mi posso permettere, per l’anno prossimo vi auguro bei tramonti, e il proposito di viverli in tempo.

Per il momento, vi regalo i miei.

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Questa è la volta buona.

Ecco a voi un panorama che ho ammirato fin da quando non ero più alta di quella ringhiera rossa. Solo che, ai tempi, l’eterna casa in costruzione era molto più in malarnese: nella sua campagna selvaggia cacciavano alcuni gatti che amavo, e una volta, in mezzo agli sterpi, si depositò un pallone gonfiato a elio, di quelli a forma di verme che si vendevano alle sagre paesane. Mi fece una pena infinita, col suo tentativo di staccarsi da lì e volare: sapevo che era destinato a ondeggiare nella brezza estiva, fino a sgonfiarsi tra l’erba. Osservandolo, ci scrissi su un racconto in una sera sola, dove lo facevo innamorare della prima stella. Poi, da grande, mi staccai io da lì, ma la casa rimaneva incompiuta.

Me l’ha ricordato in tempi recenti Massimo, dieci anni, chiamato Maxim dalla madre ucraina: nell’accento paesano con cui parla anche il russo, il bambino mi ha spiegato sbuffando che quella casa “insopportabile” è in costruzione da quando lui andava in terza elementare. Non ho osato dirgli la verità.

E poi, ci ho sempre scherzato su: crescere di fronte a una casa incompiuta è un terribile auspicio, specie perché… sapete qual è il peggio? Ogni tanto venivano dei muratori, e allora una nuova fila di mattoni si univa alle due o tre che c’erano già. Ma poi tornava tutto come prima. Una volta che i muratori stazionavano più del previsto, dalle viscere del terreno spuntò perfino un garage. Rimase poi lì, inutile, a sporcarsi. I miei mi parlavano di un problema di licenze (alle spalle del terreno sorge la mia antica scuola elementare), e di passaggi di proprietà, che però sfociavano sempre nello stesso risultato: il frastuono di un tosaerba, poi un andirivieni di operai, poi più nulla. Madonna, l’ansia.

Adesso, si diceva, pare sia la volta buona. Il che è un grande cambiamento, come lo è d’altronde avere un vicino che ti insegni il russo con accento paesano: anche ciò che crediamo immobile va avanti, il che è allo stesso tempo una banalità, un rammarico e un sollievo.

Quando sono volata via al posto del palloncino, ho scoperto terreni in cui crescere non è invecchiare, fermarsi non è ristagnare, e una fila di mattoni può trasformarsi in due file, tre, una parete.

La casa non ha avuto bisogno di spostarsi, per scoprire le stesse cose.

Sarà che siamo invecchiate tutte e due, eppure cominciamo adesso.

I'm Italian and I cannot keep calm | Keep calm quotes, Calm quotes, Calm

L’altro giorno mi sono resa conto, col compagno di quarantena, che erano passati due anni.

Due anni fa, lui mi aveva accompagnato alla navetta per l’aeroporto, e io ero convinta che non ci saremmo mai più rivisti, perché lui parlava di lasciare la città prima che finissero le feste. Invece, mentre ero già sul predellino, mi aveva detto: “Ti aspetto al ritorno!”.

Abbiamo festeggiato l’anniversario alla grande: nuggets di pollo finto e involtini primavera surgelati. Poi, in vista della mia partenza di quest’anno, ho fatto una corsa al tampone, per scoprire che le farmacie li avevano finiti e le cliniche ne approfittavano per venderli a prezzi da strozzinaggio.

A fine giornata, io ero incazzata col mondo, e lui era quello saggio e sensato che mi faceva coraggio. A quel punto c’era da aspettarsi solo la piaga delle locuste. Gli ho detto: “Sai? Forse, almeno una volta in vita mia, vorrei passare un anniversario alla Ed Sheeran“. Gli ho nominato Sheeran per dire: mazzo di fiori e tavolo prenotato al Green Spot, che ha le candele. Poi mi sono chiesta se volessi davvero una cosa del genere: uhm, forse no. Ma almeno avrei voluto fare qualcosa di significativo per noi. Così, quasi per caso, gli ho insegnato l’italiano. Ma non quello che credete.

Mentre mangiavo una banana, lui ha preso un libro dalle mensole del salotto. Gli ho chiesto che libro fosse, ma lui non ha capito, e io ormai masticavo un altro pezzo di frutta. Allora ho indicato il libro e ho chiuso la mano a cono, agitandola nel tipico gesto italiano. Mi ha guardata come se fossi impazzita del tutto.

A quel punto, una volta finito di mangiare, gli ho fatto: “Lesson 1”.

Mano a cono: 1. “Cazzo vuoi?”. 2. “Ti sto facendo una domanda” (ma non posso parlare/non mi senti), spesso usato per significare: “Che stai facendo/che è ‘sta roba?”. Da non confondere con: 1. mano a cono con movimento del polso (“Sei un pupazzo”, uno “chiocchiò” in napoletano); 2. mano rigida che ruota in linea con l’avambraccio: “Mmm, che bontà!” (ma se la mano è floscia può significare: “Seh, ciao!”).

La lezione è proseguita con le facce abbinate a tali gesti, e ancora devo capire se lui lo faceva per sfottermi, ma ne ha azzeccate almeno la metà.

Il giorno dopo, con 24 ore di ritardo rispetto all’anniversario, mi ha accompagnato alla navetta per l’aeroporto. In realtà stavolta l’ho salutato al semaforo: Archie era rimasto solo, e comunque c’era la folla che sapete.

Due anni prima eravamo un po’ sorpresi, quasi emozionati, dal fatto di tenerci per mano. Adesso lui mi teneva per le spalle, trasformandoci in una di quelle coppie lente che mi ritrovo sempre davanti quando vado di fretta. Ma la differenza più grande non era quella.

Adesso sapevamo. L’entusiasmo di due anni prima era diventato la consapevolezza di tutto ciò che era successo poi: una pandemia, lunghe assenze, e una serie di vicende che non avrei mai immaginato neanche sotto acidi, e che infatti mi hanno ispirato un romanzo.

Preferivo l’entusiasmo incosciente di due semisconosciuti? O mi va bene la complicità temprata da due anni di surrealismo quotidiano, e qualche risata?

Difficile scegliere. In ogni caso, prima o poi quello stronzo di Ed Sheeran canterà anche per me.

Lasciati andare - La leggerezza che aiuta a vivere - Centodieci
Da centodieci.it

Dal mio ritorno a Barcellona dopo la parentesi italiana, mi sono sciroppata due virus (uno intestinale e uno influenzale), un’altra dose di vaccino e svariate emergenze domestiche.

Quello che non mi sono sciroppata è l’ennesimo polemicozzo nel mio piccolo mondo di qua: Tizio che ha detto questo, Caia che si è candidata per “azzuppare” (scusate il tecnicismo catalano), eccetera.

Allontanarsi per un po’ dal posto in cui viviamo è salutare almeno in questo: viste da lontano, molte ambasce della nostra quotidianità appaiono francamente irrilevanti. Perché mai? Forse perché hanno perso l’importanza che avevano nella nostra vita quando abbiamo iniziato a preoccuparcene. La nostra non è stata per forza un’evoluzione: magari abbiamo preso un cammino diverso, e certe questioni sono diventate un rumore di fondo, che ci impedisce di fare ciò che conta davvero per noi, qui e ora.

Attenzione a un equivoco frequente: in una faccenda che non ci interessa più, distanza non è sinonimo di equidistanza. Riusciamo ancora a pensare che Tizio ha detto una cazzata, e che Caio, sbeffeggiandolo, non è passato per forza dalla parte del torto.

Però possiamo dire che ormai di Tizio e di Caio non ce ne frega una beneamata? Dai, fatelo anche voi. Prendete le vostre dispute condominiali, le faide al lavoro, le rivalità in famiglia, e confessatevi da uno a dieci il ca’ che ve ne frega. A quel punto, compatibilmente con le vostre necessità, chiamatevene fuori. In casi del genere, perfino sparire e basta non è sempre sconveniente.

Poi vedrete.

Queste scemenze funzionano così: quando ci sono (pre)occupano, quando spariscono… non succede nulla. Non ci sentiamo più felici. Ci sentiamo presenti, con il tempo e le energie per pensare davvero a ciò che ci pare.

Amen.

(Un’immagine della mia vita barcellonese fino a qualche tempo fa).

Cri se ne va domani.

Cri è un omone catalano di un metro e novanta, di probabile origine gitana: i servizi sociali me l’hanno mandato al posto della rifugiata afgana che mi aspettavo da un programma che si chiamasse “città rifugio“. Poco male: Cri aveva figli, aveva perso il lavoro ed era rimasto in strada, e qui non si bada al passaporto (sperando però che chi non ha il “passaporto giusto” pure trovi l’assistenza adeguata).

Cri, a dirla tutta, mi stava un po’ sui nervi. C’era il problema di non potergli confessare che fosse ospite non pagante, nella mia dépendance, o l’entità che me lo mandava avrebbe avuto problemi con gli altri utenti. Così lui mi credeva la sua padrona di casa e non finiva di chiedermi cose, per quanto piccole. Una volta che era saltata la luce in tutta la strada (dunque, non potevamo farci nulla) mi aveva domandato se volessi parlare io con l’amministratore, o preferivo che ci andasse lui! In ogni caso, aveva aggiunto, che fine aveva fatto lo stendipanni in corridoio?

Va detto che Cri, oltre a chiedermi cose, me ne offriva altrettante. Dopo aver usato il mio secchio per i pavimenti (aveva snobbato quello “artigianale” ricavato da mezza tanica di plastica), mi offriva l’acqua sporca, che secondo lui si poteva riutilizzare. Ringraziavo e buttavo l’acqua nel mio water. Al momento di installarsi nella dépendance, mi aveva “restituito” una serie di cose degli ex occupanti che lui non avrebbe utilizzato, e che io non avevo mai visto in vita mia: qualche grammo di caffè solubile, misteriose vitamine in polvere… A un certo punto mi aveva messo in mano una bottiglietta ancora frizzante di kombucha, confessandomi con aria desolata: “Non so cos’è ‘sta roba”.

Mi era venuto da sorridere: a me cosa fosse il kombucha l’aveva spiegato uno scrittore finlandese di mezza età che viveva a Sitges, era sposato con un filippino ventenne e si produceva da sé quel “succo di funghi”, per usare la definizione di un comico che adoro.

Ieri sera Cri mi ha fatto cercare apposta via telefono dall’assistente sociale, perché non riusciva a parlarmi. Sono accorsa nella dépendance che ero fresca di doccia, con i capelli avvolti in un telo fradicio, per sentirmi elencare i tesori che lui mi lasciava:

  1. tre dita d’olio (che comunque costava un euro al discount, mi ha assicurato);
  2. un rotolo di carta da cucina inutilizzato;
  3. quello che restava del detersivo per piatti;
  4. due o tre cosette che rimanevano in frigo.

Allora ho capito. Ho visualizzato l’abisso di privilegio che mi faceva sbuffare di fronte a un’altra convocazione, a ulteriori offerte di acqua sporca o di tè hipster, o a un’altra serie di domande sulla paccottiglia parcheggiata in corridoio, che per l’amico robivecchi di Cri avrebbe significato qualche euro in più di guadagno. A quel punto mi è dispiaciuto non aver fatto di più: che so, fargli la spesa più spesso, o almeno spiegargli cosa fosse il kombucha.

Dice che Cri si trasferisce in un’altra casa, con altri che vogliono ricominciare. A volte ricominciare insieme è un obbligo, e condividere una necessità. Ma lui sembra farlo benissimo, mentre io non ci riuscirei.

Insomma, lui speriamo che se la cava. Ma credo proprio di sì.

Amazon.com: The final page in a childrens fairy tale book Illustration from  the childrens book Stories that Never Grow Old by Piper Watty with art by  George Hauman (died 1961) and Doris

Intendevo questo.

Questo è ciò che volevo dire quando parlavo di trarre il miglior finale possibile da una storia demmerda: nel romanzo che pubblicherò l’anno prossimo, ho mischiato vicende mie con fatti altrui o di pura fantasia. Le vicende mie erano state pesanti: colpi di scena, litigi, attese. Soprattutto le attese, lunghe giorni, mentre una persona a me cara, con problemi gravi, finiva nelle grinfie di chi la voleva curare con i “rituali indigeni” (sic). “E che sono indigeno, io?” direbbe Totò.

Io invece mi sono curata così, dopo l’esperienza: ho scritto tutto. Avrei potuto dire “amen” e tirare avanti, se lo sapete fare vi invidio e approvo. Intanto che mi svelate la vostra tecnica, la mia è quella di trarre il miglior finale possibile da una brutta storia. E vale per tutto, eh, compreso il panino “vegetale al tonno“, ossimoro che infesta le vetrinette dei bar iberici: la prima volta leggiamo solo “vegetale”, diamo un morso… Poi decidiamo se ingaggiare una lotta con l’ignara cameriera, o cedere il panino alla collega che non ha pranzato, né ha tempo per comprarsi qualcosa.

Io se becco la, ehm, “curandera indigena” (che poi era italianissima) le farò comunque uno strascino che non si dimenticherà. Ma ho deciso che questa brutta storia finisce qua: due anni dopo quelle antiche attese, e qualche istante prima del soiotutto che ora mi dice che in Italia non si legge, che se non pubblichi con la casa editrice Stocazzo non sei nessuno, ecc.

Se vi convinco che la salute mentale è patrimonio pubblico, che per ottenerla non basta scimmiottare i riti altrui, la mia è una storia a lieto fine.

(Non so voi, ma io voglio vedere questo finale!)


BUONO SOCIALE 
MIRATO AL SOSTEGNO DEL LAVORO DI CURA
 PRESTATO DA ASSISTENTI FAMILIARI (badanti)

E volevo aggiungere un’altra cosa.

Dopo il discorsetto sul privilegio di scrivere, sono tornata in paese a… scrivere, per l’appunto. C’erano le bozze da correggere, prima di mandarle in casa editrice. Ho lavorato benissimo, sapete perché?

Perché mia madre pensava a tutto il resto. Non parlo solo di cucinare, rassettare prima ancora che me ne accorgessi, o pianificare le spedizioni puLitive della colf (come diceva Marco Balzano alla cerimonia, l’emancipazione di molte famiglie avviene sulle spalle di donne che lasciano i loro figli per curare quelli altrui). Parlo proprio delle piccole cose, i biscotti per la colazione, la coperta in più ai piedi del letto, il filo interdentale, che mi ritrovavo davanti prima ancora di accorgermi di averne bisogno.

Niente di che, direbbe mia madre, come lo dicevamo noi dopo aver imparato ad andare in bicicletta. Dimentichiamo in fretta il tempo che ci vuole a imparare qualcosa così bene, che poi la fai in automatico.

La cura si impara. Quando sono tornata a Barcellona sono stata una giornata intera a vomitare (labirintite da viaggio aereo?). Ebbene, il compagno di quarantena non ha conosciuto grandi esempi di lavoro di cura, così ci ha messo qualche ora a passare da “Ti serve qualcosa ora che esco?” (mi serve che tu non esca, avrebbe detto mia madre), a “Ti leggo un capitolo di quel romanzo sdolcinato che piace solo a me?”, fino ad assestarsi su un più efficace: “Uh, ti manca il bicchiere d’acqua sul comodino”.

A dirla tutta me ne sarei uscita pure io, con lui allettato, a meno che non mi chiedesse di restare, e non avrei mai ammesso di aver bisogno di assistenza h24. Dico solo che ci vuole allenamento: pensare al posto di qualcun altro non è qualcosa che si impara subito. Dare per scontato che sia solo una categoria a farlo non è esaltare l’istinto materno, ma ignorare la pressione sociale che lo spaccia per spontaneo.

Adesso avviso mamma che sono ancora viva, prima che mi mandi un’ambulanza.

Per esempio, ‘sta canzone non mi ha mai convinto. Ma come diceva quello a Masterchef, “so che a voi piace”.

Sì, il discorso l’avevo ripassato a casa. Più volte, mentre lavavo i piatti o mi sottraevo agli artigli di Archie.

Non perché pensassi di vincere, giuro. Il manoscritto che presentavo al Premio Clara Sereni era un esperimento, lontano dai miei soliti scritti incasinati.

Il mio piano diabolico era quello di approfittare del primo microfono che mi passasse davanti: ma che fosse un passaggio spontaneo, eh. Data la mia modesta altezza, per sottrarre il microfono alla brava presentatrice mi ci sarebbe voluta una scala!

Per fortuna, un microfono mi è stato offerto senza capitolazioni: allora, com’è ovvio, mi sono incartata. Ci ho messo un po’ a tornare in carreggiata. Se non avete capito bene le mie parole confuse, ribadisco qui ciò che volevo dire:

  1. Ho avuto il privilegio di essere una donna bianca, di classe media, con una famiglia comprensiva alle spalle. Così ho potuto dedicarmi alla scrittura. Ci sono scrittrici migliori di me che non possono fare altrettanto, perché troppo impegnate a farsi sfruttare per due soldi, o intente in un lavoro fondamentale e disprezzato, come quello di cura.
  2. La persona che mi ha ispirato il protagonista del romanzo si sta curando grazie alla generosità di chi gli offre una psicoterapia gratuita (ben due persone). Dunque, il mio Sam ha avuto fortuna. La salute mentale non dev’essere questione di fortuna. Dev’essere accessibile a prescindere dal reddito, dal passaporto, dalla lingua parlata. Per chi non può permettersi il (legittimo) onorario del/la terapeuta, un “pigliate ‘sta pastiglia” non può essere l’unica soluzione.

Tutto qua. Se volete sentirmelo dire a voce, cliccate qui sotto, a vostro rischio e pericolo. Io sembro la rana dalla bocca larga, con una scopa di saggina in testa. Ma la cerimonia merita tutta.

Un concorso in cui la gente si commuove dopo averti consegnato un premio, in cui una perfetta sconosciuta viene messa davanti a un microfono, è qualcosa di prezioso, da coltivare sempre.

A nove anni portavo la macchinetta, senza capire perché. Ma in famiglia insistevano, quindi doveva esserci una ragione importante.

Era il 1990, le macchinette erano una ferraglia immonda, e non sempre efficace. “Che succede se le ritornano avanti i denti?” chiese il dentista ai miei. “Proviamo”, risposero loro. Per quando avevo diciannove anni, mi erano ritornati avanti i denti.

A ventinove anni provai a vedere se le macchinette fossero migliorate e potessi risolvere tutto con un apparecchio estraibile. Altrimenti, non se ne faceva niente. Non se ne fece niente. Per una volta capii qualcosa che in vita mia non sempre afferro: i tempi non erano maturi, e in quel momento il gioco non valeva la candela. Dovevo aspettare due cose: gli apparecchi trasparenti, e la mia grassa risata in faccia ai canoni estetici inculcati. Sono riuscita ad allineare i denti a trentanove anni, quando per me era diventato solo uno sfizio, che mi potevo permettere.

Cinque anni fa, invece, volevo studiare psicologia. Era un vecchio desiderio, ma avevo avuto sempre altre priorità. Peraltro, cinque anni fa il piano era studiarla solo per poter diventare terapeuta junghiana, e avevo detto alla società preposta: visto che è contemplato nel regolamento, prima decidete se accettarmi come apprendista, poi formalizzo l’iscrizione. Non mi hanno accettata. A parte l’impreparazione (ma va’), il problema segnalato dai miei esaminatori era che volevo “aiutare il prossimo“. Si vede che dovevo aspirare solo al loro grasso onorario.

Sono passati cinque anni. Intanto sono stati sdoganati i corsi universitari 100% online, con la possibilità di pagare per modulo invece che tutto insieme. Sono arrivati anche i corsi per imparare il coaching: terapia che, dite quello che volete, era proprio quello che cercavo, il che mi era stato predicato già dodici anni fa. Che dire? Allora i tempi non erano maturi. Solo che stavolta sono io, e non una società che vede in Jung il suo profeta, a volere una solida preparazione psicologica prima di pensarmi come coach.

Così, stamattina sono stata accettata nel Master abilitante in Psicologia dall’università scrausa di mia scelta, che il compagno di quarantena ha aborrito subito col suo disgusto-windsor (che è come il disgustorama di Luttazzi, ma inglese), e che però ha una retta più bassa e orari flessibili. Soprattutto, quest’università qui mi ha accettata: i tempi sono maturi.

La frase “Ogni cosa a suo tempo” può essere una trappola per rimandare all’infinito ciò che vogliamo fare oggi. Oppure può essere un proposito sacrosanto: basta imparare che certe cose, come le tecniche di ortodonzia e le rette universitarie, sfuggono al nostro controllo, e non ci resta che aspettare o passare avanti.

A volte aspettare è la cosa giusta: arriverà l’occasione di fare ciò che vogliamo. Altre volte… aspettare è comunque la cosa giusta: non arriva un bel niente, e cambiamo percorso. Se non abbiamo colto al volo l’occasione, nella miglore delle ipotesi non ce la sentivamo, che è la migliore premessa per fare disastri.

E i disastri, almeno, facciamo quasi sempre in tempo a scongiurarli.

PREPOSITIONS 1 - Cuestionario

Stavolta c’eravamo quasi.

Nell’A.D. 2003, esasperata dall’inglese parlato a Manchester, ho un’illuminazione improvvisa sul vero scopo della mia vita: poter pronunciare in circostanze non forzate le parole “The book is on the table”. E che cavolo, ai miei tempi quella era l’unica frase di senso compiuto che insegnasse la scuola italiana! O giù di lì.

Nell’A.D. 2021, in particolare sabato scorso, metto insieme tutto il mio inglese per fare il più scrauso dei test: quello di Duolingo! In barba alla dittatura IELTS, alla mia nuova università pezzotta va bene pure quello. Regole del test: 1) non spostarsi dalla webcam, 2) non parlare con nessuno, 3) non muovere il cursore dalla casella delle prove. Se entra qualcuno nella stanza, il test è annullato. Ovvio che, intanto che vado avanti con le prove, il caro gattino Archie: 1) si sveglia, 2) salta sul tavolo, 3) beve con soddisfazione dal mio bicchiere d’acqua, 4) mi salta in grembo, 5) mi morde il cavallo dei pantaloni, 6) si dispone tronfio a dormirmi sulle gambe. Il tutto, senza che io possa battere ciglio. Chissà i risultati del test, adesso.

La sera sono già a letto a mezzanotte, quando mi accorgo che manca qualcosa: il mio ebook! Sto leggendo il romanzone di Hilary Mantel sulla Rivoluzione francese. Come sta andando? Diciamo che adoro, ma mi concilia il sonno. E mi sono dimenticata di riporlo sul comodino. Per fortuna, il compagno di quarantena è rimasto sveglio a placare quella belva di Archie.

“Per favore” grido in inglese, “mi prendi il romanzo di Mantel? L’ebook è sul…”.

Indovinate dov’era l’ebook.

E sì, sabato scorso avrei dovuto dire “l’ereader“, ma degli oltre cento libri che ho sul Kobo volevo leggere proprio quello di Mantel. E sì, davanti alla sospirata parola book c’era quella maledetta “e”. Ma ormai, per problemi di spazio e per la difficoltà a trovare libri non tradotti, sono quasi costretta ad andare di ebook: dunque, il mio sogno di usare la parola “libro” è sfumato, forse per sempre.

Che dire? Questa è la prova più cretina e lampante di ciò che predico da secoli: bisogna adattare i nostri sogni ai cambiamenti della vita!

Come quando i test di fertilità mi suggeriscono che sia meglio adottare, e a quel punto i salti mortali per fare la scrittrice parassita risultano meno allettanti di uno stipendio, almeno agli occhi di chi dirige un orfanotrofio.

Come quando dovevo diventare Claudia Schiffer, ma poi capirete, ho deciso di non privarvi di questo fantastico blog.

Come quando dovevo sposarmi con Kim Rossi Stuart, ma lui ha scelto un’altra (cos’avrà lei che io non ho?), e allora ho formato la famiglia più improbabile di Barcellona: The MArvians! Dalla crasi dei cognomi Marchese-Servian, featuring la “Ar” di Archie. Kardashians, chi?

Così me ne resto qua al computer, disputandomi un atroce caffè solubile con Archie che vuole assaggiare, mentre il compagno di quarantena fa colazione con dei capellini cotti nel microonde, su cui ha schiaffato una scatoletta di tonno: il tutto, a un millimetro dal mio ebook.

Perché l’ebook, ovviamente, è sul tavolo.

(I miei nuovi miti di sempre!)

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