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Entra en vigor el cierre de bares y restaurantes en Catalunya
Da: https://www.elperiodico.com/es/sociedad/20201016/tsjc-medidas-covid-catalunya-8156905

No, scusate, una volta che ho una botta di culo ve la voglio raccontare.

Anche perché venerdì 16, il primo giorno della chiusura dei locali di ristorazione in Catalogna, era iniziato come di consueto: con me buttata giù dal letto da una bussata del tecnico dell’ascensore, e con la visione improvvisa del mio ragazzo steso a terra in salotto, con addosso uno stenditoio rovesciato.

Tutto normale, insomma.

Due premesse:

  1. se dobbiamo dar credito alle leggi di Murphy, l’ascensore s’era guastato per causa mia: la sera prima m’ero decisa a comprare, per la prima volta da mesi, una damigiana d’acqua da otto litri, dunque sarebbe stato un peccato per la mia sfiga universale che non me la dovessi trascinare a piedi per quattro piani;
  2. per una serie di questioni complicate da spiegare, il mio ragazzo non ama i materassi, dunque se resta da me a dormire lo fa a terra in salotto: lo stenditoio, carico di lenzuola salvate al tempo incerto della nottata, gli si sarà rovesciato addosso mentre scalciava nel sonno.

Capite? Normale amministrazione, come era normalissimo per i miei standard di vita che quel giorno avessi a pranzo la mia ex suocera. Che, va da sé, non avevo mai conosciuto prima di allora.

Il fatto è che la madre del mio ex (e attuale coinquilino) si trovava in visita a Barcellona, rea di compiere gli anni proprio adesso che scattava il decreto di chiusura dei locali. Quindi il suo ultimo giorno di permanenza rischiava di risolversi in un mesto picnic al parco insieme al figlio, con una temperatura che, almeno al mattino, era scesa pure a nove gradi.

Il mio ex (che d’ora in avanti chiameremo “il coinquilino”) s’era preparato una rigorosa tabella di marcia per le pulizie, che la visione del mio ragazzo steso a terra con uno stenditoio addosso gli aveva mandato a carte quarantotto. Devo dire che non era previsto che il mio ragazzo restasse a dormire, ma la sera prima io e lui avevamo utilizzato il fatto che fossi in finale a questo concorso come scusa per una cena cinese al Da Zhong: in fondo mezza città si stava congedando dai bar con un'”ultima cena”, e io confidavo nella mia irrimediabile divergenza di gusti gastronomici con la popolazione barcellonese per trovare un posto libero al mio cinese preferito. Tanto avevo ordinato una cena leggerissima: tofu piccante con riso in bianco, insalata di tagliolini, taccole, melanzane saltate. Risultato: un’oretta dopo, il mio ragazzo giaceva quasi esanime sul mio divano, e a quel punto aveva rinunciato a tornare a casa in bici per crearsi il solito giaciglio sul pavimento. Perché io me la faccio solo con gente normale.

“Poco male” aveva commentato a quella vista il coinquilino, con la mente già rivolta alla candeggina da spargere l’indomani in onore di sua madre in visita. “Tanto quello si sveglia presto per correre fuori a scrivere.”

Sì: a scrivere in un bar, quando i bar hanno dei tavolini a disposizione. Con i locali chiusi ai clienti il mio ragazzo ciondolava ancora rincoglionito sul divano alle dieci di quel fatidico venerdì mattina, e il coinquilino era stato sul punto di minacciare una strage a base di gavettoni alla candeggina. Per fortuna, dopo un civile scambio di battute passivo-aggressive, è finita così: mentre il coinquilino scatenava l’inferno in salotto con scopa e paletta, il mio ragazzo si impegnava a buttare al posto nostro tutto il vetro (due bustone piene), e intanto si rifugiava in cucina a fregarmi i pancake che stavo cucinando per la colazione…

Sì, lo so: finora vi sto descrivendo la mia sfiga di tutti i giorni. Abbiate pazienza perché mezz’ora dopo, finalmente, ero sola in casa! Non mi restava che fingere di pulire un po’ anch’io. Stavo addirittura per passare lo straccio quando, alle 10.56 precise, mi è giunto un WhatsApp a sorpresa: “Arrivo giusto in tempo!”.

E adesso chi minchia era? Oddio. Oddio. Oddio.

Era un amico che avevo conosciuto grazie al (defunto) gruppo di scrittura: l’avevo incontrato qualche giorno prima fuori al palazzo in cui lavora come portiere, e sì, ci eravamo ripromessi di prenderci un caffè proprio quel venerdì alle 11, nel Cappuccino di fronte alla metro Jaume I. Solo che la questione della chiusura dei bar ci aveva spiazzati, e m’era parso di capire che l’incontro era annullato… Ok, era parso solo a me. Magnifico.

È finita che il malcapitato mi ha aspettato al freddo per un quarto d’ora, il tempo che ci ho messo a infilare una tuta inguardabile e correre in strada. Andava da sé che il caffè lo offrivo io.

Ed ecco, finalmente, la botta di culo: o almeno la prima parte. Il bar non solo era aperto (purtroppo molti locali hanno deciso proprio di chiudere i battenti), ma aveva pure dei tavolini all’interno! Piazzati a distanza ragionevole, occupati solo per la metà. Evviva, non dovevamo congelarci in piedi là fuori! Com’era possibile, la storia dei tavolini? Era una deroga, una questione di licenze? Inutile farsi domande: ho ordinato i due caffè e ho ascoltato al calduccio i resoconti divertentissimi sul condominio in cui lavora il mio amico (che prima che arrivasse il covid faceva cabaret). Ero pure vicina al supermercato bio: a quel punto potevo trasformare quella pausa caffè in qualcosa di utile, e comprare due dolci per l’ex suocera in arrivo a casa…

Ma no, aspettate: all’inizio del post non mi riferivo alla botta di culo di trovare dei tavolini disponibili in un bar. La questione è che ho avuto la fortuna ancora maggiore di scoprire in tempo che non era così.

Perché, nel momento esatto in cui mi alzavo per andare a pagare alla cassa, sono entrati due agenti della Guardia Urbana. È stato chiaro fin da subito, a tutti i presenti, che non erano venuti a prendersi il caffè.

Il fatto è che, ho intuito all’improvviso, neanche noi avremmo dovuto prenderci il caffè, non all’interno del locale almeno. Non c’era nessuna deroga: il bar stava contravvenendo al nuovo decreto. Io mi ero alzata giusto in tempo, ma la gente agli altri tavoli sarebbe stata buttata fuori in 3, 2, 1…

A dirla tutta, il barista era troppo intento a balbettare scuse con gli agenti per prendere i miei soldi, quindi potevo addirittura andar via senza pagare! No, scherzo, ma m’inquietava restare lì mentre gli agenti, che non avevano occhi che per i malcapitati ancora seduti, andavano a salutare questi ultimi di persona con tutti gli ossequi, e con formalità sinistra li “invitavano” ad alzarsi…

Io invece ero libera di andare a saccheggiare il banco dei dolci del supermercato fighetto, e ormai ero pronta a tutto: alla visione improvvisa del coinquilino e di sua madre giusto sotto il mio palazzo, proprio mentre accompagnavo l’amico portiere/cabarettista almeno fino a Plaça Catalunya (tanto quest’ultimo era ormai rassegnato alle mie defezioni); alla lunga chiacchierata che avrei portato avanti con la mia ex suocera mentre il coinquilino ci metteva un’ora d’orologio a preparare il suo mitico risotto alla zucca; al messaggio di cinque minuti con cui un amico ricercatore rimasto fregato dai bar chiusi (e dal fatto di vivere in una stanza piccola e senza ricezione wifi) si accollava a merenda il giorno dopo.

Ma che me ne fregava. Avevo avuto una botta di culo nella mia vita recente, e la cosa mi stava aprendo nuovi scenari: che altro mi potrebbe succedere, in una vita in cui ho culo? Che il mio ragazzo impari a dormire su un materasso? Che il coinquilino adotti lo slogan femminista: “più polvere in casa e meno polvere nel cervello”? Che le misure anticovid adottate nella mia città non abbiano tutta l’aria di essere un tappabuchi dalle connotazioni punitive, che scarica sulla cittadinanza la responsabilità dei mancati provvedimenti istituzionali?

Chi lo sa.

Magari ci scrivo uno sketch di cabaret insieme all’amico che mi aspettava invano alle undici di un venerdì mattina, davanti a un bar che doveva essere chiuso, ma non lo era.

Thorne, Ridge, Brooke, Eric and Nick. | Beautiful, Film
Gran finale!

Cominciamo con una domandina facile facile: quand’è che una relazione si può definire amore?

È una questione annosa a cui l’amore romantico ha risposto con una sublimazione della fase iniziale del rapporto: l’innamoramento. In mezzo a tutto il cinismo che fa chic ai nostri tempi, ci facciamo ancora volentieri la promessa impossibile (e a mio avviso, pure indesiderabile e superflua) che proveremo ad amarci sempre come il primo giorno. E a ben vedere, non specifichiamo mai il primo giorno di cosa. Il primo sguardo ricambiato? Il primo bacio? Pensiamo a momenti piuttosto specifici dell’inizio della storia, e non a un ineffabile istante in cui l’attrazione sia diventata “qualcosa di più” (sempre queste tassonomie: misuriamo i sentimenti in termini di abbondanza e carenza!). Perché in fin dei conti, nonostante tutti i distinguo, amore, innamoramento e attrazione si confondono. La monogamia, che come abbiamo visto adora le gerarchie, risolve l’equivoco con poca convinzione stabilendo una prima fase di luna di miele, che stando ai pettegolezzi durerebbe al massimo tre anni, e una seconda “più matura”, meno intensa ma più solida. Però, si diceva, l’aspirazione sarebbe prolungare la cosiddetta luna di miele e mantenerne lo spirito, anche se il suo essere una fase preziosa quanto effimera è considerato parte integrante del suo fascino.

Secondo voi, adesso, il poliamore come risolve questo paradosso? Medicalizzando l’amore! Ecco, il co-autore dell’articolo già mi aspetta in un angolo buio con una mannaia in mano. Dai, scherzo: più che “medicalizzare”, il poliamore trasforma l’innamoramento in un acronimo, e si sofferma molto sulla componente chimico-ormonale che trasforma il nostro stomaco in un rave per farfalle.

Abbiamo così l’ENR, cioè l’Energia da Nuova Relazione. Che spesso è vissuta dalle persone poliamorose come una componente pericolosa e distruttiva: leggete un po’ qua, e immaginatevi i nostri cantanti della tradizione italiana alle prese con questa interpretazione. (“Sento dell’ENR per te / perché non avevo niente da fare…”.) Messaggio sottinteso: non durerà. Si tratta di una sensazione, dunque, circoscritta nel tempo e determinata soprattutto da fattori biochimici. Dunque, non ha la minima speranza di durare che si ostina ad attribuirle la monogamia.

Se ci pensate, la cosa ha un senso: consideriamo le differenze strutturali in questi tipi di relazione.

In un rapporto monogamo, l’auto-narrazione è fondamentale: dunque il primo incontro, per quanto banale, viene spesso mitizzato. Se trovate Watzlawick un po’ ostico, leggete pure Febbre di Jonathan Bazzi, che personalmente ho adorato. Fatto? Ora ditemi se l’incontro del protagonista col compagno, visto da fuori, non vi è parso un appuntamento al buio come ce ne sono tanti. Ovviamente l’autore non la vive così, e non bisogna essere bravi scrittori emergenti per accorgersi che la storia del “Come vi siete conosciuti?” diventa aneddotica anche solo se si tratta di dire che “all’inizio c’era più antipatia che attrazione”! Tutto porta a una narrativa (a uno storytelling, diciamo oggi) contraddistinta dalla predestinazione, che fa passare la storia come “volontà del destino” (“nadie habló de enamorarnos, pero Dios así lo quiso”, recita un bolero argentino poi convertito in flamenco). Questa versione dei fatti è un incentivo a considerare “magica” e unica una storia che, per le pretese di esclusività e durata, avrà forse nel tempo il suo principale nemico.

Da un punto di vista poliamoroso, questo tipo di narrazione va a carte quarantotto: c’è una rete di relazioni, con un suo complicato equilibrio interno che va mantenuto con molto lavoro e molto dialogo, o sono guai. Come immaginerete, in un contesto del genere le farfalle nello stomaco sono previste e più che tollerate, ma con un pizzico in più di apprensione. Ovvio che un’aggiunta alla rete, una nuova persona, può destabilizzare l’intera costruzione. Tanto è una fase passeggera, che non deve intaccare gli altri rapporti e la qualità del rapporto di cura a loro dedicata.

È anche vero che ho registrato almeno due casi di coppie monogame diventate poliamorose e poi scoppiate: di una ce ne parla Noemí Casquet, questa giovane attivista e autrice nel suo canale youtube. Nei suoi video, che mi piacciono molto, Casquet parla di come, col fidanzato storico, avessero deciso di “aprire” la coppia. Tra i vari video-resoconti mi è piaciuta la storia di un’uscita a tre con il fidanzato di cui sopra e una ragazza che lui frequentava da poco. Oltre a un divertente racconto del cameriere che serviva al loro tavolo, che se fosse stato napoletano si sarebbe giocato due numeri al lotto, l’autrice sottolineava quanto il ragazzo e la nuova compagna fossero presi l’uno dall’altra, e lo considerava una cosa normale, “chimica”. Casquet menzionava proprio gli ormoni. Io, confesso, ascoltavo perplessa, e qualche video dopo, da monogama impenitente, ho emanato un mugugno un po’ cinico alla notizia che Casquet e il fidanzato storico s’erano lasciati. Lei aveva una spiegazione inoppugnabile: le storie monogame non finiscono, forse? Di tutte le cause possibili, proprio l’apertura della coppia, condivisa da entrambi, vi sembra la responsabile?

“Ho pensato la stessa cosa tua” ha commentato il mio secondo testimone, incontrato di persona a una festa. “Guarda un po’, la ragazza apre la coppia, il compagno conosce una di cui è innam… ehm, per cui prova ENR, e i due dopo un po’ si lasciano. Curiosa serie di coincidenze.”

Sarà che a questo ragazzo catalano è successo lo stesso che a Casquet, ma senza il minimo entusiasmo da parte sua: relazione monogama di lunga durata, problemi di coppia, apertura della coppia stessa. La differenza, dicevo, è che il mio testimone numero due ha accettato la situazione solo per amore della compagna. Non sono mancate neanche nel suo caso le uscite a tre e a quattro con i nuovi vincoli, poi la fidanzata storica ha lasciato il nostro per un altro. L’unico suo rimpianto? Uno che anche noi monogami impenitenti possiamo capire: aver accettato per amore qualcosa che in fondo non gli interessava.

Se Noemí Casquet leggesse queste righe, penserebbe che questo ragazzo e io siamo la prova vivente che c’è molto da decostruire, perché non facciamo che estendere le nostre visioni monogame a una relazione che ha avuto solo il suo decorso, come tante altre.

A questo punto, mi appello un’ultima volta a Santa Brigitte Vasallo: un vincolo deve instaurarsi tra persone che abbiano le stesse intenzioni. Il combo persona monogama-persona poliamorosa è una bomba a orologeria in termini di sacrificio, repressione e rancori reciproci.

Concludo proprio con questa bella dichiarazione che riassumo da un’intervista di Vasallo.

Quello che ci serve è una rete degli affetti. Per me il poliamore è informarsi della salute della tua vicina anziana che non sta bene da un po’, portarle una zuppa calda, chiederle come sta. Con chi vai a letto, alla fine, non mi interessa più di tanto.

Ok, adesso che mi è “sparito” il naso nuovo ve lo posso dire: per un anno ne ho portato uno finto addosso a quello che già avevo, e nessuno ha notato niente. Avete presente la roba che si sparano nei labbroni le dive, e le abitanti più bionde di Napoli centro? Ecco: io me l’ero fatta mettere nel naso.

Ok, vi do i tre secondi di rito per dire “sticazzi”. Fatto? Allora procediamo, perché sono riuscita a ricavare della filosofia anche da questo. Sì, ho molto tempo da perdere.

Sostanzialmente ho trovato un’offerta in una clinica che non fosse troppo sospetta (in giro ci sono perfino promozioni sotto i duecento euro, ma proprio non garantisco), e non avendo né un mutuo da pagare né un marmocchio a cui badare mi sono tolta almeno questo sfizio: accontentare la me tredicenne che si chiedeva perché, di tre nonni col naso a pippa (leggi “aquilino”) e una nonna col naso a papaccella (leggi “a forma di peperone dolce“) dovessi avere sulla faccia un pot-pourri del loro peggio. Sì, lo so, niente di drammatico, ma volevo vedere come mi stava una versione un po’ rialzata senza gobbetta, con la stessa tigna con cui ho rimesso per quattro mesi l’apparecchio, ma in versione moderna e (stavolta) efficace. Il risultato, per quanto riguarda il naso, mi ha soddisfatto un sacco: discreto e divertente. L’acido ialuronico non fa altro che aggiungere materiale, invece che sottrarlo, quindi mi sono ritrovata con un nasone assurdo, ma modellato come plastilina! Adesso che l’effetto va scemando piano piano, ed è durato quasi un anno, mi sto ritrovando col peggio del naso di prima, più il volume del naso di dopo. E, come per i capelli color pavone, mi ci sto facendo delle grasse risate.

Lo so, lo so, state ancora a dire sticazzi, ma ho pensato bene di farvelo sapere per la questione del corpo: questo “amarci come siamo” che vedo anche in articoli recenti, l’idea del corpo come problema da risolvere accettandolo e amen. Io sono d’accordo, eh: quando mi sono piaciuta così com’ero ho deciso anche che ogni tanto, più per sfizio che per altro, avrei potuto usare il mio sterminato privilegio per vedermi sotto altre sembianze, che andassero dalla tintura rosa al trucco, per passare a interventi un po’ più “drastici” come questo.

E lungi da me l’idea di fare appropriazione proprio di questi tempi, ma mi vengono in mente due personaggi di finzione: la Princesa di De André, che voleva che il suo corpo le rassomigliasse, e Agrado di Almodóvar, che conclude il suo famoso monologo con la frase: “Una è più autentica quanto più somiglia a ciò che ha sognato di sé stessa”. Io a tredici anni sognavo in ordine sparso i denti dritti, il naso all’insù e il Nobel per la letteratura. Purtroppo per il terzo sto cercando ancora la promozione giusta su Groupon.

Però c’è questo modo di trattare il corpo, che in effetti è un campo di battaglia, come se fosse il cibo messo a tavola davanti ai bambini: con quello non si scherza. Le suore, a scuola, criticavano le bambine che giocavano con gli smalti, predicando che “le unghie dovevano essere come ce le ha date nostro signore”. Parlando di bambine che giocano col proprio corpo, ho assistito da lontano a tutta la polemica su Mignonnes (Cuties). Non mi sembra di andare fuori argomento: di base c’è l’idea che specie le donne debbano compiere fin dall’inizio della loro vita una scelta decisiva tra corpo e mente, presentati in modo fraudolento come antitetici. Ovvio che le donne possono “sfoggiare” entrambi i reperti insieme, anzi in alcune occasioni è richiesto (vedi cerimonie di laurea e lavori di rappresentanza): ma, appunto, ciò si verifica giusto in alcune occasioni. Guai a postare foto del mare se sei un’ex ministra, per esempio!

Io mi sono fatta colare il sudore quasi fin sul collo pur di sostenere un esame a luglio con la giacchetta addosso: sotto avevo una canotta, benché nera, e mettersi un reggiseno italiano pensato per la schiena di Pollyanna equivaleva a morire per soffocamento. A 30 gradi all’ombra non era il caso. Qualche amico spiritoso, ai tempi, avrebbe commentato “Mi ero scordato cosa rischiavi di mostrare, là!”. Sì, ma con tutte le leggende metropolitane di studentesse che “andavano discinte apposta all’esame” (meglio schiumare, no?), di quello si trattava: corpo o mente. E se si sceglie la seconda, il primo deve sparire. Che poi è una delle spiegazioni più frequenti fornite da imam e collettivi di ragazzi musulmani su perché le donne dovrebbero portare il velo: “Per rispettarti meglio, bambina cara: noi andiamo oltre le apparenze”. Oook, ma confesso che preferisco di gran lunga chiederlo alle ragazze, che spesso dicono solo: “Io sono così, questo pezzo di stoffa è parte di me” (che poi certe mie colleghe di università a Manchester si toglievano il velo alla cerimonia dei diplomi).

Il corpo, però, torna sempre: e meno male! Impone le sue leggi, riempie “troppo” i jeans in barba alle mode (e allora sono i jeans a essere sbagliati, non il corpo!). Oppure si lascia cadere fino alle costole gli scolli profondi (ehm…): ma se la scollatura non incontra gli standard di un museo famoso, scordati pure di vedere la Gioconda.

Perché il corpo è ancora un tabù, mai come ora che viene esibito tanto, e sempre in una salsa accattivante: questa versione sciapa della già triste Body Positivity dimostra quanto poco sappiamo accettarlo per com’è davvero. Leggete ad esempio i commenti sotto questa pubblicità, che di corpi non ne esibisce nemmeno granché.

E invece, tra l’imperativo di sfoggiare corpi perfetti e quello di ripudiarli per pensare “a ben altro”, ho trovato un’altra soluzione: il corpo, a modo mio. Le mie scelte estetiche continuano a essere poco rilevanti per gli standard o a non entrarvi proprio, però piacciono a me.

Perché col corpo si può giocare, anche per compiacere nessun altro sguardo che il proprio. Quando si vince la pressione estetica e si fanno le cose per “scelta” (qualunque cosa significhi) possiamo, si diceva, porci un obiettivo: quello che vediamo allo specchio deve rassomigliare davvero a quello che ci sentiamo di essere.

Specie se in realtà siamo Batman.

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Dicono di noi…

Io con l’Italia non mi trovo più. Non capisco bene cosa venga pubblicato lì, e perché debba essere rilevante per me.

Ne parlavo l’altro giorno con un vicino che sta traslocando, ed è salito da me a raccontarmi del suo nuovo appartamento (e a darmi dritte per aggiudicarmi eventualmente quello che lascia): come me il giuovane scrive, ha vissuto in più paesi e ha imparato a fare a meno di traduzioni per quasi tutte le lingue romanze, oltre a leggere senza problemi almeno in inglese.

Anche lui non legge quasi niente in italiano, come d’altronde succede a un ex compagno di scuola che ora vive nell’est europeo. Ci siamo detti, un po’ per provocazione e un po’ sul serio, che vorremmo una casa editrice della diaspora italiana, visto che il mondo editoriale italiano ci genera perfino più alienazione di quanta ne susciti a chi rimane in Italia! In parole povere, quando leggiamo romanzi italiani ultrasponsorizzati, strombazzatissimmi, che abbiano guadagnato ventimila premi, finiamo quasi sempre per chiederci: “Eh?”.

(Ok, spesso ci chiediamo proprio “WTF”, ma so che lo scenario intellettuale italiano è in fase di autarchia linguistica e vorrei risparmiarmi la fucilazione.)

Non che manchino buoni testi, ovvio, ma la questione è: se volessimo leggere Marguerite Duras e Annie Ernaux, o una specie di Bukowski con la camicia stirata, in tutta franchezza ci compreremmo gli originali.

Ho smesso di seguire qualche scrittrice premiata quando ho visto che nella sua pagina alternava discorsi sull’importanza di trovare i sandali giusti (e di farsi la pedicure) alla sua personale cognizione del dolore, che condivideva con qualche compagna altrettanto sofferente. Dio santo, come vi capisco: sono nata anch’io in un Sud di padri padroni e donne oggetto (e il Nord non è che sia così diverso…), dove essere tristi e tormentati non solo è più che comprensibile, ma fa pure fico.

D’altronde a volte chi legge quello che scrivo io (e non mi riferisco allo stile, tutto da migliorare, ma ai contenuti) non sembra parlare la mia lingua, a meno che non abbia fatto un percorso simile al mio: mi piacerebbe pensare che ciò sia dovuto alla mia incapacità di formulare un pensiero lineare, ma una volta ho avuto l’onore di sottoporre a un’addetta ai lavori una scena del libro che poi ho pubblicato, e mi sono sentita dire che la mia Irene sembrava la solita Erasmus a Barcellona, con tanto tempo da perdere per dedicarsi alla politica: addirittura l’indipendentismo catalano!

Peccato che Irene, come specificavo anche nella scena che avevo inviato, sia una stagista già laureata, che guadagna meno di cinquecento euro al mese e ci si paga un affitto di settecento euro con il fidanzato che studia e lavora, per permettersi un appartamento che ha la doccia sul balcone. Irene non ha neanche trent’anni, età in cui alcune amiche mie rimaste in Italia chiedevano istruzioni da Facebook su come azionare una lavatrice (ma giusto perché erano in vacanza).

Ma che ve lo dico a fare: Barcellona (che comunque, sapevatelo, è nel Sud della Spagna!) è solo una meta Erasmus, l’indipendentismo è come la Lega e chi se ne occupa anche solo per criticarlo ha tempo da perdere, specie perché non è rimasta a “lottare per cambiare le cose” (tipo i pregiudizi su tutto ciò che non è italiano?).

La domanda a questo punto mi nasceva spontanea: com’è che avrei dovuto scrivere, allora, secondo agli addetti ai lavori italiani? Be’… ricordate la scheda tecnica su un altro manoscritto (uno incentrato proprio sull’Erasmus!) che avevo commissionato? L’autrice della valutazione mi dava consigli utilissimi, per carità, ma sembrava voler trasformare il mio romanzo, che sarà stato senz’altro banale e ritrito, nel Tempo delle Mele per ventenni, o in Cento colpi di spazzola. Tanto per migliorarlo, insomma! La mia protagonista, a quanto pare, sembrava un’eterna adolescente a cui bastava “alzare il dito” (sic) per chiamare sua madre e chiedere soldini per rimpolpare la magra borsa Erasmus. Ovvio che avevo scritto esplicitamente che la madre non voleva che la ragazza partisse, e che aveva giurato alla figlia che, a borsa esaurita, non le avrebbe passato neanche un centesimo.

Va da sé che, secondo l’autrice della scheda, non si capiva perché la protagonista pretendesse dal suo tutor italiano informazioni almeno corrette, se non addirittura complete, sui dettagli dell’Erasmus: evidentemente “era già tanto” che un professore si degnasse di coordinare lo scambio linguistico (leggi: fare il minimo, e farlo male). Pazienza che la protagonista si ritrovasse a frequentare un corso inutile ai fini della laurea perché il virtuoso tutor non era al corrente di quella clausola.

Ma il peggio, per l’autrice della scheda, doveva ancora venire: come poteva la protagonista trascurare questo corso inutile se poi, esplicitamente trascinata da altri, finiva a seguire una conferenza “del tutto irrilevante” sul GENDER!11! Ma lo sapeva, Papa Francesco? Non fa niente se l’argomento richiamava ciò che le stava accadendo in casa… Mary Nash, perdona loro! Nel mio paese, nonostante gli sforzi di tante, sono in molte di più a dichiararsi “né maschiliste né femministe”.

Inoltre, una editor italiana viene spesso pagata una miseria… A suo tempo mi stavo sfogando su tutta la questione proprio con un altro editor, e quello mi diceva scherzando che avevo ragione: il romanzo italiano oggi consta di quattrocento pagine di pippe mentali del protagonista, poi alla fine “succede qualcosa” (meglio tardi che mai!) e arrivederci.

Almeno, le autrici americane che adoro vengono tradotte, se non proprio lette in massa: Elizabeth Strout (anche se alla mia amata Olive Kitteridge viene preferita Lucy Barton, con la sua finta prosa working class) oppure Gillian Flynn. Ma in generale mi sembra che, con qualche eccezione, un romanzo italiano che si permetta di avere una trama corale o almeno un po’ più complessa si becchi subito un “quanti personaggi”! No, sono quasi sicura che oggi la mia antica professoressa di storia e filosofia si metterebbe in fila al Salone del libro per conoscere lo scrittore giovanile e affascinante, che scrive di tradimenti come di un fenomeno ancora pruriginoso (mentre, con un amico, stiamo per pubblicare un articolo sulla vasta diffusione del poliamore a Barcellona).

A proposito, cari scrittori italiani uomini: la piantiamo di ipersessualizzare le straniere? Cacchio, non linko esempi per pietà, e voi comunque non arrivereste mai a leggere questo post. Ma ripeto: pietà. Fatevi le seghe, mentali e non, lontano dallo scrittoio.

E ovvio, “non tutti gli autori”: ho adorato libri emozionanti e pieni di sfumature, così come ho dovuto cambiare idea sulla mia convinzione che la propria storia personale non costituisce di per sé un buon romanzo. (Per fortuna i miei connazionali sembravano già consapevoli del mio equivoco, con la loro passione per gli scrittori francesi egocentrici…)

Ma, come in Italia si fanno strada autrici, autori giovani e non che provano a fare il loro, e case editrici coraggiose che li sostengono, così fuori dall’Italia siamo in tante e tanti, in modi diversi e complicati, a seguire una nostra personale via ai libri, una sorta di sviluppo parallelo a quello che hanno compiuto i nostri amici più a contatto con quello che succedeva giorno per giorno in Italia: però a volte ci manca una nostra via italiana ai libri (che per esempio leggiamo sempre meno in cartaceo, le piccole librerie non hanno una sezione fornitissima in lingua straniera…), alle storie, alle vite che raccontano.

Un esempio lampante: le storie che ho amato ultimamente non avranno proprio un lieto fine, e a volte terminano in modo bizzarro, ma spesso c’è una speranza vera. Non un riso amaro. Gliene sono grata.

Io non so se sarei arrivata anche in Italia alla conclusione che la felicità è un finale possibile, che rientra almeno nel ventaglio delle possibilità senza che si sia deficienti, o ignoranti, o superficiali.

Però sono felice di leggere storie che non fanno dell’infelicità una protagonista di più, o non la danno come conclusione scontata di fondo, confondendo un lieto fine con un momento effimero di speranza.

Spero succeda sempre di più in italiano, senza che il romanzo venga considerato robetta da poco.

Adoro leggere in italiano qualcosa di ottimista (non stupido: ottimista) e scoprire che non è una traduzione.

(Recensioni di giovani autori promettenti… :p )

Qual è il processo chimico perché succeda questo?

Ieri ho avuto un’esperienza delle più allucinogene: mi sono lasciata fare la tintura ai capelli mentre leggevo Zadie Smith.

Solo che la quindicenne Irie, londinese di origini giamaicane, voleva stirarsi i capelli afro nei primi anni ’90 (un’operazione infernale) per piacere al suo amato Millat; io che in pratica ho i capelli cinesi (ma biondicci) volevo solo schiarire metà della criniera, per avere una tela bianca su cui giocare coi colori. Anche se mi si dice che non ho l’età.

Mentre leggevo di Irie con la testa in fiamme e i capelli che cadevano a ciuffi, riflettevo sulla pressione estetica: questo concetto che cerco di importare da un po’ in Italia, che Zadie Smith riassume in cifre. Le donne nere e di classe operaia sarebbero disposte a spendere anche nove volte di più delle bianche (già di per sé non proprio braccine corte) nella propria bellezza. Curioso, no?

Intanto il compagno di quarantena mi scriveva cose tipo “I’m dying to see your hair!”, con la faccina rovesciata: atroce gioco di parole tra die, morire, e dye, tingere. Tanto a lui che gliene fregava? Lui era un po’ come i clienti maschi di quel salone per capelli afro in cui si svolgevano le imprese tricologiche di Irie: i clienti non spendevano più di otto sterline, per acconciature che tardavano al massimo un quarto d’ora, e il compagno di quarantena si libera del suo jewfro ogni volta che gli gira, per quattro o sei euro tipo.

La mia parrucchiera cinese si faceva aiutare nell’operazione da una ragazzina che, a dirla tutta, di solito fa la manicure alle clienti, e ha delle mèches molto poco rassicuranti, ottone su nero. Quando la ragazza mi ha srotolato le prime ciocche e ho visto qualcosa che non mi quadrava, non ho detto niente e sono tornata al mio libro. Aspettavo serena l’epilogo, sia per Irie che per me.

È stata la parrucchiera senior a farmi accomodare davanti al lavandino, per srotolare le ultime ciocche e infliggermi un ultimo ritocco al colore: lei non era in negozio quando la ragazza aveva cominciato a conciarmi per le feste, e al suo arrivo mi ha subito avvisato (non prima di aver litigato in cinese con l’avventata aiutante), che quello che volevo io non si ottiene in una sola seduta (e già lo sapevo, grazie mille Brad Mondo), ma avremmo provato a ottenere “il colore più chiaro possibile”.

Adesso la titolare si era fatta insolitamente festosa, mentre io attendevo l’inevitabile sentenza. Quella inflitta alle clienti nel salon di Zadie Smith era sempre la stessa, lapidaria: “Più lisci di così non li avrai mai”, che non significava mai esattamente “lisci”.

Il verdetto della mia parrucchiera cinese è stato fin troppo gentile:

“Hai i capelli bellissimi! Sono di colore verde!”

A quel punto non era proprio una sorpresa: era solo la conferma che, nelle mie sbirciate mentre l’aiutante mi toglieva la prima carta argentata, non ero divenuta del tutto daltonica.

“Molto bello per la gioventù” si è degnata di lusingarmi la signora “e molto di moda!”

A quel punto, sapete cosa ho fatto?

Ho riso. Assai. Ho riso e ringraziato: i capelli con riflessi verdastri mi mancavano.

E poi, in un contesto apparentemente opposto alla prosa esilarante di Zadie Smith (la mia home di Instagram, sempre infestata dal cast di Game of Thrones) avevo notato qualche giorno fa un certo fenomeno: una serie di foto impeccabili che ritraevano un esercito di biondone, tutte bellissime, tutte colorate, tutte avvolte in abiti favolosi, e… Kit Harington, in una qualche pubblicità in cui se ne stava pallido come un cencio, con un maglione nero a collo alto, su uno sfondo rosso.

Cento pavoni e un becchino. Anzi, chiedo scusa ai becchini: uno schiattamuorto, che ha connotazioni un po’ diverse.

Se fosse sceso giù un extraterrestre, avevo pensato, guardando quelle foto non avrebbe avuto dubbi sul colore della pelle di chi comandasse: già, ma chi comandava? I pavoni o lo schiattamuorto? Magari la creatura aliena si sarebbe fatta depistare dalla magnificenza dei pavoni, e da qualche simpatica battuta sulle mogli terrestri scovata sul Duolingo marziano. Però io, che non sono un extraterrestre, so quante ore di lavoro ci vogliano perché una donna diventi un pavone: oppure lo immagino, calcolando che io, per farmi i capelli verdognoli, di ore ne ho aspettate quasi tre.

E allora cosa voglio essere, pavone o schiattamuorto? Sarebbe facile rispondere “una via di mezzo”, ma non è così. Perché il mio movimento politico preferito, il femminismo, continua nelle sue sfere più visibili (che sono spesso bianche e di classe media), a credere che il corpo sia un impedimento, una cosa da accettare e prendere a benvolere, ma l’importante è altro, è la tua testa ecc. Sapete qual è il problema? Che rovesciando gli addendi il risultato non cambia.

Si passa dall’aspirare a cogliere lo sguardo maschile (come Irie vuole stirarsi i capelli per piacere a Millat) a cercare a tutti i costi di far dimenticare che siamo donne, a farvi perdonare perché lo siamo: non c’è questo, dietro le battutacce da ufficio, gli inviti a “mostrare la testa e non le tette”? Il messaggio che ci vedo è: “Che tu sia cessa o pisellabile per i miei gusti, fammi dimenticare che sei una donna, e solo allora mi concentrerò su quello che mi dici.”

Nossignore. Io rido. Mi diverto e mi godo uno sguardo che, quando ha smesso di scimmiottare quello altrui, si è rivelato curioso e attento, e anche divertente: il mio. E i capelli giallognoli con riflessi verdi gli mancavano.

La parrucchiera era soddisfatta: ha convinto una cliente idiota che quella tinta sbagliata le stava bene.

Ero soddisfatta anch’io: sapevo a cosa andavo incontro a non rivolgermi alla mia Dea del capello, ma non avevo nessuna intenzione di spendere cento euro in qualcosa che avrei ricoperto di pigmenti rosa in ventiquattr’ore.

Così ci siamo salutate entrambe con soddisfazione, e io ci ho guadagnato pure l’omaggio di polverina verde (abbinata?) che dovrebbe trasformarmi in tre sorsi in uno di quei fantastici pavoni su Instagram, oltre a farmi dormire bene. Mi fido, perché le istruzioni sono scritte in cinese.

Intanto sfoggio con fierezza i miei capelli biondi con sfumature Hulk: sono la cosa più vicina a un pavone che abbia mai portato.

So’ capa ‘e lione…

Warrior of the Week: Baloo – LIBA Football and Leadership

Mi arrivano notizie dal paese.

“Sai, ho trovato un lavoro! Nella rivista per cui ho pubblicato gratis da studente. Ancora non possono pagarmi, ma hanno cambiato format e di sicuro i soldi arriveranno. Poi mi faccio contatti, mi hanno fatto intravedere un lavoretto…”

Intanto che leggo, il vicino del piano di sotto tiene una vera e propria conferenza sui suoi principi morali, e lo fa nel mio salotto: la sua connessione gli sta dando problemi e mi ha chiesto il favore di usare la mia per la terza parte del suo ultimo colloquio di lavoro. Per la verità non capisco bene di cosa parli agli esaminatori (tre uomini e una donna, l’assonanza col film non mi sembra un caso), ma ad aspirare a quel lavoro d’ufficio sono rimasti in quattro. Il vicino insegnava italiano fino a qualche mese fa, ora si è accorto che le scuole di lingue che non hanno chiuso per il virus non hanno certo troppe ore di italiano da offrire agli insegnanti: quando si deve tirare la cinghia, si imparano solo le lingue necessarie a produrre. Spoiler: l’italiano raramente si trova nel novero.

Il colloquio del vicino finisce in tempo per ora di pranzo, così apparecchio nella “sala colloqui”, ritornata salotto. Il vicino rifiuta l’invito a restare, non fidandosi forse della mia pasta ammescata, e mi confessa che non è soddisfatto di come lui abbia svolto la prova di lingue. Già perché, in queste selezioni che non finiscono più, è prevista pure quella, oltre a una prova di informatica. E meno male che non c’è il test psico-attitudinale, come quello che hanno dovuto sostenere svariati amici per Amazon!

Mi accorgo solo dopo mangiato di un altro messaggio, non dal paesello ma dal capoluogo: l’amica traduttrice. È su di giri: ha trovato una casa editrice che le fa addirittura il contratto! Cioè, il contratto, ho presente? Avevo ragione io, duecento euro per un part-time non si può sentire. Finora però ci si era sempre pagata l’affitto: certo, a patto di accettare tre o quattro lavori alla volta… Questo editore invece è uno onesto: addirittura si parla di seicento euro! Sempre part-time, ovvio. Certo, quando c’è qualche traduzione urgente da fare, lei non sta tanto a guardare l’ora…

Anche al vicino di giù (quello del colloquio nel mio salotto) era stata chiesta flessibilità. Su questo argomento spinoso, alcuni amici hanno avuto la bella pensata di essere onesti, col loro test psico-attitudinale di Amazon, e confessare che no, sulla flessibilità sono “poco d’accordo” (crocetta virtuale sulla casella apposita). Il vicino, invece, ha contattato tutti gli italiani che lavorano nell’azienda in cui vorrebbe entrare, ha scoperto che sono perlopiù milanesi imbruttiti stile figa-fatturato (lui è toscano, poteva andargli peggio…) e si è sentito dire: “Qui il lavoro finisce quando finisce il lavoro!”. Se insegnasse ancora italiano, assegnerebbe la frase agli alunni chiedendo di spiegargliela. Credo che la risposta non gli piacerebbe. Ma gli va bene lo stesso: lavorando da casa, si può almeno esercitare a suonare la chitarra, in previsione di quando potrà tornare a esibirsi col suo gruppo. Perché prima o poi succederà, vero?

Torniamo al paese. Mesi fa avevo applaudito la scelta di un amico, fresco di esame di abilitazione nel suo campo, di lasciare la piccola azienda a conduzione familiare in cui si faceva sfruttare con un patto non scritto: al momento mi sobbarco, per uno stipendio medio-basso, turni che vanno ben al di là delle otto ore. Poi, una volta abilitato, non rompete e mi date quello che mi spetta. A me sembrava un pozzo senza fondo. Anni di ore regalate, e stress, per un salto nel vuoto che, a dirla tutta, si fonda su un assioma interessante: puntare le speranze di fare carriera su datori di lavoro che, finora, ti hanno schiavizzato. Il problema, come sapete, è che da noi è la prassi.

Ultimo viaggio nel magico mondo del lavoro a Barcellona: ricordate il mio compagno di quarantena? Era a vagabondare per la Galizia, è tornato ieri. Comunque, prima del lockdown, al ritorno dal colloquio per il call center di Disney+, era tutto rammaricato perché non aveva saputo imitare Baloo. Sì, proprio quello del Libro della giungla. Ve lo giuro. Lì i colloqui d’ingresso erano più “dinamici” e “proattivi”, come amavano ripetere gli esaminatori, e tra le prove c’era “Imita il tuo personaggio Disney preferito”.

Lui era convinto di non essere passato. Quando gli è arrivata la telefonata, io c’ero. O meglio, ero in un’altra stanza. Gli sentivo balbettare, ancora assonnato, che “dell’azienda gli erano piaciuti i valori, lo spirito…”. Imparavo così la versione inglese della fuffa che si racconta a chi decide se assumerti, per non dire: “Mi è piaciuto l’ammontare dello stipendio”. Tanto, il suo piano diabolico era portarsi il taccuino al lavoro, e scrivere i suoi appunti per il blog personale, mentre rispondeva a genitori disperati perché non sapevano come proiettare i contenuti dell’app sulla smart TV (e la parola app gli era sconosciuta quasi quanto smart TV).

Insomma, da questo magico excursus nei “mondi del lavoro” (quelli delle mie due terre) potremmo ricavare due questioni e una premessa. La premessa: si parla di gente laureata tra i trenta e i quarant’anni, che viene da un contesto familiare più o meno simile. Non oso neanche immaginare cosa succeda a chi debba fare la fila per gli alimenti fuori alla parrocchia di Santa Ana: anche se le Sindy rebels, le lavoratrici sessuali e Top Manta mi tengono aggiornata.

Il problema che vedo di più in questa mia capitale del Mediterraneo settentrionale (come la chiamano dei conoscenti marocchini) è: la fuffa, a Barcellona, regna sovrana. Avete presente la casa sulla sabbia di biblica memoria? Ecco, chiamerei così un posto che fonda la propria economia sulla fama che ha tra i turisti e sulle multinazionali che vengono a risparmiare in forza lavoro, con stipendi un po’ al di sopra dei mille euro: stipendi niente male a queste latitudini, che una persona straniera si può aggiudicare per il solo fatto di parlare la lingua che parla, e di mettere piede nell’ufficio al momento giusto. Ho già parlato dei risultati della gentrificazione, qui mi limito a ricordare: Barcellona dà, Barcellona toglie.

Un mese e vivi in un appartamentino piccolo ma grazioso in zona “centrale ma non troppo”, mentre lavori in un call center con un contratto a servizio (o anche a tempo indeterminato, per quello che vale qui), e il mese dopo perdi il lavoro, o la padrona di casa ti spiega che le serve urgentemente l’appartamento per la figlia (scorciatoia per rompere contratti d’affitto molto vincolanti). Allora viene da chiedersi se la figlia della signora non sia in realtà una turista svedese che le pagherà in una settimana quello che le dai tu in un mese: tanto gli altri del condominio sono immigrati o a loro volta turisti di passaggio, che non si mettono a chiamare la polizia, e la Marieta del primo andava a scuola con la madre della padrona di casa! Quindi c’è l’illusione di stabilità: che “è già qualcosa” (ci torneremo tra poco), ma diventa pericolosa quando smetti di avere un’età appetibile per le aziende che cercano, e gli agenti immobiliari a cui ti rivolgi per un appartamento cominciano a dirti che il proprietario vorrebbe solo spagnoli, e a giudicare dal tuo cognome non sembra essere il caso…

Veniamo alla mia terra d’origine: qui il problema principale, oltre alla cronica mancanza di lavoro, sembra essere una questione di percezione, proprio. L’idea che lo sfruttamento è un male necessario, ed “è già tanto” che si lavora. La mia amica traduttrice è una bomba, risolve problemi semantici che io non vedo nemmeno. Per lei, una volta accantonato il progetto di trasferirsi all’estero era scontato che il mondo del lavoro fosse questa merda, e si credeva pragmatica nel dirmi: “L’importante è che io riesca a pagarmi l’affitto”. Finché il padrone di casa ha fatto la stessa pensata della “collega” catalana che aveva bisogno dell’appartamento per la figlia: dunque, nel caos totale che al momento governa AirBnb in Italia, ha cacciato studenti e lavoratori precari per mettersi in casa i turisti.

Adesso si pongono domande interessanti: il lavoro a distanza aiuterà a colmare questo gap, una volta epurato dei suoi incredibili problemi? C’è gente che ha risolto con la workation (oh yeah!), cioè la “vacanza di lavoro”: guadagni 900 euro al mese con le piattaforme interinali, ma per camparci ti trasferisci tipo in Thailandia. Pratico, no?

Intanto io, che ho avuto il privilegio di potermi dedicare a quello che voglio nonostante lo sfruttamento del settore, continuo a pensare la stessa cosa di sempre: facciamo ponti.

Sì, noi che viviamo tra mondi diversi. Mettiamo in contatto persone con problemi simili, raccontiamo esperienze di questa terra e di quell’altra, e soprattutto facciamo il nostro, che sia prestare il salotto a un vicino con la connessione che non va, o ricordare a un’amica precaria quanto valga il suo lavoro, visto che chi dovrebbe pagarglielo “si dimentica”, o caccia solo spiccioli.

E sì, sto per concludere come faccio da un po’ a questa parte: ne usciremo fuori soltanto insieme. All’inizio non sembra, ma è così. I diritti altrui non tolgono nulla ai nostri, e migliorano il quadro della situazione.

E un posto al sole non scalda poi tanto, se tutt’intorno si gela.

Primer Plano De Un Plato De Patatas Fritas De Tortilla De Maíz Redondas Con  Guacamole Fotos, Retratos, Imágenes Y Fotografía De Archivo Libres De  Derecho. Image 32701268.
Ok, questi sarebbero totopos, ma nel negozio del post compro anche quelli, eh, non discrimino!

Purtroppo sono una frana con gli accenti latini.

Non saprei mai dire, dunque, se il tipo dell’altra sera al supermercato afrolatino (sic) su Laietana fosse un compaesano delle due commesse, che come lui avevano la pelle ambrata, gli occhi un po’ all’insù e una parlata piuttosto dolce.

Quello che so dire, però, è che il tizio mi faceva rabbia: andava avanti e indietro gridando come un pazzo, aveva addosso un casco da moto e non portava la mascherina, che a Barcellona, nei luoghi pubblici, è obbligatoria in qualsiasi momento. Fortuna che lui e io eravamo gli unici clienti rimasti nel locale, prossimo all’ora di chiusura. Il tizio aveva pure una tenuta un po’ fighetta, da centauro chic: ma insomma, che mi infastidisca questo è un problema mio, chi si sogna di imporre in giro il proprio senso del decoro? No, wait.

Fatto sta che questo qui trasudava arroganza, e una disinvoltura che in quel contesto, con i contagi che aumentano a dismisura, sembrava irritante perfino a me che, pur adeguandomi, non sono proprio convintissima dell’uso della mascherina ogni benedetto secondo. Certo, in un supermercato non mi sarei mai sognata di non portarla e di saltare pure avanti e indietro, come ‘sto tipo che monopolizzava la cassa con prodotti sempre nuovi da comprare. Anche il suo modo di chiamare le commesse, stile richiamo della foresta, mi irritava.

La reazione delle commesse? Ridevano. Ci scherzavano su, dicevano: “Eres un peligro!”, sei un pericolo pubblico. Forse il tizio, quando a un certo punto era sembrato almeno cosciente della situazione anomala, ha raccontato una storia tipo che il virus se l’era già beccato tempo fa, o così mi è sembrato di capire: magari, allora, mi mancavano delle informazioni. Forse le ragazze lo conoscevano, o così suggeriva la familiarità con cui interagivano con lui. Dalle mie parti tendiamo ad avere una simile affabilità, ma raramente avviene tra persone di genere diverso.

Sulle latine, generalizzando molto, c’è il cliché che siano molto “solari”, e sempre disposte a ridere e scherzare. Pure con un tizio come questo qui. Io, invece, mi chiedevo se in quel momento tra la pelle color mozzarella e l’indifferenza che ostentavo non passassi per un’autoctona: piazzata in fila a debita distanza, guardavo tutto tranne il tizio, che sembrava desideroso di ampliare il suo pubblico, e non nascondevo la mia impazienza in quell’interminabile attesa.

Quando è stato il mio turno, le ragazze sono state super affabili anche con me. Allora ho ricordato l’amica un po’ gelosa che, a una cena con il gruppo di canto, s’era risentita di una cameriera latina che conosceva bene il suo ragazzo, dunque lo abbracciava con spensierato cameratismo e lo chiamava mi amor. Va detto che la povera cameriera ignorava che la fidanzata del suo amor fosse seduta a poca distanza da lui, e fosse pure italiana!

Sono stili di vita: verso i venti, ventidue anni, ero così spontanea anch’io. Ero molto affabile, scherzavo con tutti, e confondevo gli uomini. Nelle mie fantastiche avventure di ventunenne all’ostello di Catania (una saga che infliggo tuttora anche alle amicizie recenti) mi era capitato qualche volta di sorprendere un po’ le ospiti nordiche, che però si adeguavano alla mia allegria come se fosse un’attrazione in più dello “strano paese” in cui villeggiavano. Non vi dico i problemini che, come ho già accennato, ebbi con gli uomini, per questa mia pretesa di trattarli uguale: non mancavano occasioni in cui dovevo fare il cobra (espressione spagnola tutta da scoprire), oppure ero accusata di fare la profumiera… Il tutto perché avevo la pretesa di andare in spiaggia da sola con Adrian così come il giorno prima c’ero andata con Vedita, e addirittura di farmi un giretto notturno con Ibrahim, che a un certo punto, dopo ore passate a sorbirsi la mia notoria parlantina, mi aveva chiesto un po’ stranito “perché avessi voluto fare quella passeggiata insieme”. Poi s’era reso conto che era davvero per passeggiare (assurdo!), e aveva detto ok, bene. Detto tra noi m’era andata quasi sempre meglio, con i senegalesi che bazzicavano intorno all’ostello: ci provavano, si beccavano il no, e amici come prima. I maschi alfa locali, non di rado, insultavano. Era la mia prima estate da sola.

Poi ero andata a vivere per un po’ Inghilterra, ed era cambiato tutto.

All’arrivo all’aeroporto di Manchester, il conducente libanese del pulmino universitario mi diceva che ero un sacco amichevole (“Cosa rara, da queste parti”); al ritorno in Italia, in compenso, mi faceva strano anche solo che un compaesano mi toccasse la spalla, per indicarmi la strada da prendere quando chiedevo un’informazione. So che ad altre persone avrebbe dato fastidio a prescindere dall’origine geografica, e c’entra tantissimo la personalità individuale.

Tuttavia l’altra sera, durante quei pochi minuti nel supermercato in cui le commesse latine si mostravano affabili verso un pallone gonfiato, avevo pensato due cose.

Una è stata: “Come so’ invecchiata!”.

L’altra ha un po’ a che vedere con quello che scrivo qui in conclusione, perché è parte del discorso sull’egemonia culturale: chi detta la linea su questioni come gentilezza, autenticità, gusto e, già che ci siamo, sull’iperinflazionato concetto di decoro? La risposta è ovvia: lo fa chi ha il potere di farlo! E non sempre è un potere che passa per quantità enormi di denaro (vero, Bourdieu?), ma è comunque un’egemonia culturale. Come dicevo nel primo link del paragrafo precedente, ma ci avrete sicuramente cliccato, ho la sensazione che sì, le femministe anglosassoni fanno dei discorsi molto sensati sul consenso: ricordo un tweet che sosteneva che anche i bambini dovessero in qualche modo darci un'”autorizzazione alle coccole”, che diamo spesso per scontata. Mi sembra uno spunto di riflessione interessante, e siamo d’accordo che se vediamo una bimba chiudersi a paguro mentre la stai spupazzando, forse non è il caso di continuare.

Ecco qui il “ma”: forse abbiamo la stessa idea di consenso (anzi, lo spero!), ma abbiamo anche la stessa di coccole? O in generale di affetto, e manifestazioni dello stesso. Esiste un gesto napoletano che è più facile da ripetere che da descrivere: accarezzi il mento o le guance di una criatura sotto i cinque anni, poi ti porti la mano alla bocca come se volessi mordertela. Come dire: ti mangerei di baci. Adesso, a me è sempre sembrato un gesto un po’ plateale (gli strati che compongono la mia cultura sono più numerosi di quelli della lasagna di Carnevale!), così come ho sempre trovato strani i baci sulla bocca tra madri e figli piccoli, ma è vero che ad altre latitudini trovo manifestazioni d’affetto molto diverse, che alla me ventunenne sarebbero sembrate, ebbene sì, un po’ fredde. “Discrete”, mi corresse una volta un’anglo-napoletana. Adesso so che aveva ragione.

Il problema è quando, al momento di decidere cosa sia affettuoso e cosa esagerato, o cosa sia decoroso e cosa riprovevole, dettano sempre legge le persone che possono.

Parlando di un ambito che non mi compete, assisto dalle retrovie alleate al dibattito, in seno a parte della comunità nera italiana, sull’influenza degli Stati Uniti nella lotta antirazzista: c’è chi respinge la nozione di afroitaliana, considerandolo un brutto calco di “African American” (peraltro, a quanto pare, ormai scalzato da black), e chi al contrario prova a imporre anche in un contesto europeo il concetto di razza, che in virtù della nostra storia e di qualche solida tesi scientifica avevamo, a mio parere felicemente, messo da parte.

Come ben sappiamo, la stessa comunità afroamericana ha, diciamo, qualche problemino con i movimenti a prevalenza bianca che pretendono di essere “per tutti”. Vi ho già parlato di questa ricercatrice e reverenda di origini giamaicane che non si sentiva inclusa nella Women’s March, perché le organizzatrici a suo dire si curavano di più di avere un token nelle loro file, che di ascoltare davvero le esigenze delle donne nere: specie quando, magari, si facevano foto entusiaste e affettuose con gli agenti che seguivano la manifestazione, loro che potevano…

Spesso è proprio così: nessuno cerca d’imporre nulla. La gente conduce la sua vita e le sue lotte, poi prova a coinvolgere persone di un diverso contesto socio-economico e scopre che non sempre valgono le stesse cose per tutta la popolazione. Allora che si fa?

Si ascolta. Si analizza, si prova a capire. L’alta sera, al supermercato, le commesse magari erano solo obbligate a essere gentili, mentre io che ero una cliente europea potevo ignorare l’energumeno o addirittura trattarlo dall’alto in basso (a livello di insulti razzisti, italianini o espaguetis suona quasi affettuoso, rispetto a sudaca).

Oppure avete ragione voi, se in questo momento pensate che mi sto facendo un sacco di pippe mentali, e per soli cinque minuti di attesa alla cassa di un supermercato!

Fatto sta che il problema rimane: chi decide, in generale, cosa sia giusto e cosa no? Non si capisce bene, a parte che per le norme igienico-sanitarie minime per tirare avanti di questi tempi: e pure quelle si contraddicono.

Nel dubbio io continuo a portare la mascherina, a farmi domande e ad andare in quel supermercato apposta per i totopos rotondi.

Costano un po’ più che altrove, ma vuoi mettere.

(Consideriamo ‘sto video un incrocio di culture, va’ :p .)

👌 Homemade Hawaiian Pizza (Best Hawaiian Pizza Recipe)

Non sarà l’attesa di Megafona essa stessa, Megafona?

Me lo chiedevo stamattina alle sei e un quarto, mentre aspettavo che le signore delle pulizie vicino casa cominciassero il loro concerto mattutino in mondovisione: come sempre, su tutte spiccava la soprano del “Me he cortao!”, e “Mi abuela era así!”. Con affetto la chiamo, appunto, Megafona.

Il concerto iniziava alle sette meno un quarto (ed è subito Quelo…) così, nell’inutilità di riaddormentarmi, mi sono messa a fare una serie di ricerche inutili su Google, tra cui qualcosa tipo: “Da quando in qua lo yoga è la panacea di tutti i mali?”. Sì, ho il dente avvelenato: ho provato varie tipologie, dall’Hatha all’Ashtanga, e l’unica posizione che mi sia mai piaciuta è stata quella del cadavere, che sì, è proprio quella che state immaginando adesso. Mi sono imbattuta in articoli interessanti: una statunitense di origine indiana lamentava la trasformazione dello yoga in un’aerobica con la musichetta più spirituale, e la considerava una mancanza di rispetto della sua cultura originaria. Massimo rispetto per lei, allora, ma la comica indo-canadese Lilly Singh mi aveva invece raccontato una storia diversa: gli indiani non fanno yoga, non è così diffuso nella cultura mainstream. Qui ho intuito il conflitto politico (c’è addirittura un ministero dello yoga in India) e le questioni economiche non tanto sottili: come le pratiche pseudo-orientali usate per manipolare i dipendenti d’azienda, e il simulacro di yoga “occidentale” che offrono ai turisti a Goa. Insomma, basta pagare.

Sapete a cosa mi ha fatto pensare tutto questo? Alla pizza all’ananas. E dai, siate indulgenti, erano le sette del mattino e avevo lo stomaco rivoltato!

Lo so, la questione dello yoga e dell’appropriazione culturale sono eterne e di difficile risoluzione (di solito si abbraccia la conclusione, economicamente vantaggiosa, che un tipo di yoga non esclude l’altro), ma a ben vedere la questione autenticità mi prende molto da vicino: sono stata accusata di “ananassofobia” da un portoghese gay che sosteneva che la pizza fosse come il matrimonio omosessuale: la gentaglia come me sosteneva che, rispetto a quella “autentica”, non era una vera pizz… ehm, un vero matrimonio. Ok, a parte che per me tutti i matrimoni sono una pizza (ah ah ah), scusate se mi rode un po’ vedere una cultura egemonica in Italia che decide che la pizza debba croccare, e una tendenza tutta internazionale a decidere che solo per la pizza “more is less”: inso’, più ingredienti ci metti e meglio è. Al che io, quando una catalana mi ha rivelato che quello della pizza è lo stesso principio del pa amb tomàquet (che io adoro, eh, ma resta il fratello scemo della bruschetta), le ho risposto: “Ma ti capisco benissimo, in fondo tu una pizza non l’hai mai provata in vita tua!”.

Sono fiera di me? No. Vaffanculo lo stesso? Sì. Con tanti cuoricini.

Perché ho già capito dai tempi in cui dovevo studiare Baudrillard, che di questa storia dell’autenticità non ne verremo mai a capo. E a questo punto, confesso, neanche me ne curo troppo. Magnateve un po’ quello che volete, fate yoga con i Metallica in sottofondo… Che me ne frega a me.

Però… Un giorno spiegherò meglio il mio però, quando la battaglia culturale smetterà di essere, appunto, una battaglia. Per il momento basti dire che mi sembra sia avvenuto un grande passaggio, nel discorso sull’autenticità di un fenomeno: non la stabilisce più chi lo ha inventato, ma chi ha più soldi per imporre la sua versione.

Ci torneremo.

Male Maleficent costume L’altra sera ho visto in strada un tipo alto e grosso, vestito di pelle lucida, con in testa due corna nere e lunghissime, tipo Malefica della Disney.

Il bello è che l’ho capito solo da come il tipo mi guardava, che si aspettasse il mio stupore. No, non mi stava seducendo: voleva proprio che spalancassi la bocca in un’evidente espressione WTF, fosse anche per andare dritto per la sua strada, incurante di “cosa pensasse la gente” (cioè, io).

Invece, a stento m’ero resa conto che fosse diverso da altri passanti, che il suo modo di vestire non fosse “la normalità”.

Allora ho ripensato a varie cose. Alla constatazione, letta chissà dove, che al circo i bambini molto piccoli non si divertono granché: per loro vedere un essere umano fare un triplo salto mortale è plausibile quanto nutrirsi da un piatto, invece da una tetta o da un biberon. Gli adulti lo fanno. La cosa ha grandi vantaggi, come ho constatato grazie ad alcuni genitori americani che raccontano sui social di come i figli abbiano scoperto l’omosessualità. “Papà, perché zio Todd e il suo amico si baciavano?”, “Perché si vogliono bene come me e la mamma, Jimmy”, “Ah. Posso avere un biscotto?”.

Insomma, la normalità è un animale curioso.

Ho ripensato anche ai miei amici in visita a Barcellona tanti anni fa, prima che i pantaloncini ultracorti andassero di moda anche dalle nostre parti: io camminavo indifferente tra ragazze bionde e altissime e disinvolte, e i miei ospiti erano sempre sul punto di farsi venire un infarto. Ok, capisco che lì sia un po’ diversa la questione, ma gli amici di altre nazionalità o dissimulavano la sorpresa o si godevano lo spettacolo senza drammi. Non vi dico cosa diventava la mediterranea baldanza in spiaggia, quando eravamo circondati da donne in topless! “Ehi, ma non dovevi ‘rimorchiarle tutte’?”, “Ehm, vado a fare il bagno”.

Ma tergiverso. Tempo fa ho annunciato ai social che era arrivato il tempo di tingermi i capelli di viola, adesso che è diventato facile e reversibile. Pensate che più di un contatto non ha accolto la notizia con un comprensibile “esticazzi”, ma mi ha fatto notare che “è una cosa da ragazzine”. Adoro l’odore dell’ageism la mattina. È lo stesso odore di sconfitta che aspiravo quando un’amica che ama i cappelli vintage mi raccontava come la sfottessero per strada, nel centro storico di Napoli. D’altronde la stessa, a Torino, era stata presa per gitana (e non aveva questo onore) in virtù dei suoi indumenti color corallo e turchese, che giù da noi sono parte del paesaggio e possono risultare eleganti ed estrosi insieme.

Potrei continuare all’infinito per chiedere: cosa ci sorprende e cosa no? Cosa dovrebbe sorprenderci? Sono cresciuta in un posto né troppo piccolo né troppo grande, con una sua idea di normalità che a un certo punto mi è andata stretta. Mi sono trasferita in un posto che, nella sua versione internazionale, vede donne passeggiare con la pettinatura di Amy Winehouse e uomini girare in gonna, e se ne impipa altamente. Si potrebbe dire che, dove tutto vale e tutto è uguale, si perde la bellezza della meraviglia, sia nelle manifestazioni esteriori che, particolare ancora più importante, in quelle strutturali.

Sto scrivendo un articolo sul poliamore: qui dove vivo ora non è necessario far parte del collettivo LGBTQIA+ per sentir parlare di metavincolo. Che in termini monogami vorrebbe dire più o meno: un compagno di una mia compagna (e già così sto facendo una serie di errori semantici). L’argomento, come le fanciulle scosciate di cui sopra, sorprende soprattutto gli amici in visita, mentre al massimo le mie conoscenze locali (stessa estrazione letterina-liberal) possono scherzare sul fatto che “ormai è una moda” (in realtà no).

Tutto questo dovrebbe suscitare qualcosa in più del doveroso esticazzi cui accennavo? Beh, esiste anche la sorpresa in positivo, e perdersela potrebbe significare perdersi un’occasione.

Magari, non meravigliandomi di uno che s’è vestito da Malefica versione bondage, mi sto perdendo un’occasione per dirmi “bella rivisitazione!”, e fare il sorriso complice che l’altro forse si aspettava, nella migliore delle ipotesi.

Oppure l’occasione è proprio quella di farmi i capelli rosa quando voglio, senza che nessuno se ne accorga. È un’occasione, per me, e una che sono felice di essermi procurata, quella di essere circondata da persone che diano per scontato che mi vestirò come voglio, amerò come voglio e, per qualche fan del benaltrismo in ascolto, lavorerò come più mi conviene: esiste anche l’originalità di non voler pagare la nuova crisi che si profila, e addirittura di rivendicare un compenso anche per il lavoro che dovremmo fare gratis.

Questa di non sorprendersi davanti ai diritti, e alla loro rivendicazione, è la fortuna che vi auguro di più.

 

Darn it Amazon! - Meme by EmbraceTheChaos :) Memedroid Ho una nuova versione del meme “quando ordino qualcosa online vs quando arriva”.

Purtroppo sono solo due foto della mia faccia. Prima e dopo.

Nella prima foto, sto inviando un messaggio sulla pagina di una “clinica italiana a Barcellona” (sic), in cui richiedo una visita completa e, magari, qualche info sul metodo per togliersi le occhiaie, che sponsorizzano tra i servizi offerti.

Nella seconda foto, sono al telefono con una segretaria romana che non sa niente della storia delle analisi, ma ha ricevuto il mio numero perché “volevo una blefaroplastica“. E non ho problemi con lei, simpatica, precisa nei particolari, in difficoltà con l’italiano per il fatto di aver sempre dovuto spiegare la pappardella in spagnolo: il chirurgo per cui lavora (che ha due cognomi spagnolissimi), opera in un noto ospedale di qua, che non ha niente a che vedere con la clinica italiana di cui sopra. Insomma, d’italiano in tutta quella storia c’è solo lei, la segretaria! Comunque sono quattromila euro, più o meno. Per la storia della visita, che a ben vedere era quello che mi premeva, “è sicura che mi chiameranno”.

Ok. Intuirete che, se qui a Barcellona la pandemia ha preso certe pieghe e giriamo sempre in mascherina, è anche perché la sanità se la sono mangiata a furia di tagli: ci metterei mesi a ottenere la stessa visita con la sanità pubblica. Quando vivevo nel Raval avevano un solo ginecologo per tutto il Raval Nord, mi fecero aspettare un mese per una visita e, il fatidico giorno, il verdetto della dottoressa fu: “Ti chiamiamo solo se qualcosa non va nelle analisi”. Un’angoscia che non vi dico: se non hanno registrato bene il mio numero? Se non rispondo la prima volta e si dimenticano di riprovare?

Poi vabbè, accanto a un personale medico-infermieristico squisito c’è un piccolo esercito di infermiere sottopagate che sono, diciamo, diffidenti nei confronti della comunità straniera. A parte la simpaticona che faceva l’indifferente con un anziano rumeno ubriaco (“Que haga lo que quiera!”), ho sentito di cosette simpatiche come: “Ma voi italiani siete venuti tutti da queste parti?”. Oppure, a una conferenza sulla gentrificazione nel Gotico: “Molti residenti stranieri si comportano come eterni Erasmus, e poi il papillomavirus dilaga” (peccato che ci siano più probabilità che ce l’abbia tua nipote e se lo sia preso da un conterraneo, bonita). Oppure, detto a me alla reception dell’ospedale dopo la scenata di una francese esasperata (e io che c’entravo?): “Guardi, non sarei neanche tenuta a spiegarle questo che mi chiede, comunque…”. Meno male che, ogni volta che è successo, mi hanno presa in fase zen.

Un amico sindacalista commenta la corsa alle mutue private, tipica delle famiglie locali, obiettando che non possiamo condannare CatSalut basandoci solo sulla lentezza nel dare appuntamenti: sì, capisco, caro amico, ma tu non avrai mai due settimane di ritardo col ciclo e l’urgenza di vedere qualcuno! Io, quando ebbi anche questo problema (sempre nel Raval), imparando dai miei errori me ne andai in un centro medico in cui chiunque, dalle segretarie alle dottoresse, si meravigliava perché non fossi lì con qualche mutua privata. Non capivo tanto stupore finché non passai alla cassa: visita con ecografia inclusa, centodieci euro, gracias. Per fortuna era tutto a posto, era solo stress acuto perché stavo comprando casa: una ginecologa argentina cinquantenne mi prescrisse del magnesio per la mia dismenorrea (ahahah). Mi invitò pure a non lamentarmi delle bombe ormonali che m’erano state prescritte in Italia: avrei dovuto vedere le pillole dei tempi suoi! Ecco, la ginecologa della sanità pubblica mi aveva presa sul serio sulla questione ormoni, e mi aveva prescritto nuovi prodotti meno nefasti. Se solo fossi riuscita a rivederla prima del Natale successivo…

Non so, tutto questo per dire che è un peccato aspettare le pandemie per rendersi conto che la sanità pubblica vada coccolata come tuo figlio accarezza il suo peluche preferito. Specie con le rosee previsioni che abbiamo sull’autunno.

La prossima volta rischio di scrivere a un’altra clinica per delle analisi del sangue, e delle info sul “nuovo metodo per occupare meno spazio in casa”: allora, convinta di dovermi iscrivere a qualche corsetto alla moda sul decluttering, mi sentirò proporre una bella liposuzione.

 

 

 

 

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