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Magritte-Cloud-Body Il dottorando del mio professore ha tenuto una piccola presentazione della sua tesi, che ancora deve discutere, incentrata su Orwell e la mancanza di un senso nella vita.

Non conosco la storia personale del tesista, ma credo che sfiori o superi di poco la quarantina. Magari è di quei catalani che dopo la laurea in qualche disciplina umanistica hanno trovato subito un lavoro, in altri tempi, sposandosi e rimandando all’infinito la difficile e poco remunerativa operazione di finire il dottorato. Non si tratta, dunque, di uno studente nel fiore degli anni, che creda ancora di trovare lavoro dopo l’università, ma di un uomo navigato e ironicamente disincantato. Infatti esordisce con una critica dei libri di self-help, colpevoli “di presentare la vita come non è”.

Quindi, chiarisce, “piuttosto che farsi illusioni su come NON sia la nostra esistenza, meglio essere onesti sulla sua reale natura”.

E com’è, l’esistenza? Nera, ovviamente. Peggio, insulsa. Senza significato. “Non sono pessimista, sono realista”, dicono i pessimisti.

Fortuna, conclude il tesista dopo un’oretta di disperazione, che Orwell nelle sue opere manifesti sia questa mancanza sia l’impressione che un senso ci sia eccome, e risieda spesso nella bellezza, nella natura, in ciò che di buono fanno gli esseri umani.

Giro di domande, prendo la parola:

– Sono contenta di questa tua conclusione, perché se la vita non ha senso, non ha senso. Non vedo perché debba per forza essere negativa. Se non ha senso, sono vere entrambe le interpretazioni, il bicchiere è sia mezzo pieno che mezzo vuoto, banalmente sta a noi decidere come vederlo.

Cioè, roba che alla discussione la più distratta assistente finita in commissione per beghe accademiche potrebbe fargli notare.

Allora lui:

– Mi stai dicendo che in realtà un atteggiamento ottimista non va di moda quanto uno sguardo distaccato, e allora si scambia la mancanza di senso per negatività?

Rispondo di sì. Lui ci pensa un attimo e replica:

– Non lo so. Sarò onesto. Non so come rispondere alle tue riflessioni.

Eccallà. La retorica del non lo so. Facile scappatoia per una generazione che più che non sapere, a mio avviso, non vuole sapere.

Proprio durante questo e altri corsi che ho ripreso all’università si ricordava che i protagonisti dei romanzi moderni sono uomini senza qualità, pincopallini qualunque, perché la mancanza di valori fissi non consente loro di avere un’epica.

Ebbene, io credo che lasci il tempo che trova, questa facile scusa ormai centenaria con cui eludiamo la capacità di prendere qualsiasi decisione.

Perché (e non mi riferisco al tesista, ma alla nostra generazione) finché non sai cosa vuoi fare da grande, liberissimo. Ma il mio sospetto è che tu non voglia sapere. Che non voglia prenderti la responsabilità di sbagliare, di sacrificare il tuo sogno infantile a una scrivania che perderai comunque per la crisi o di sposarti e figliare per affrontare un divorzio. Allora, che fai? Non lo sai.

Per salvarti dal dolore del fallimento.

E intanto che ti salvi fallisci un po’ ogni giorno.

Attenti al Signor Nonlosò, non diventatelo voi, un signore o una signora Nonlosò.

L’ignoranza è un sacrosanto diritto degli esseri umani, specie quando non sanno davvero. Persistere in quella per paura di sapere è una responsabilità di cui dovremmo essere, mo’ ci vuole, più consapevoli.

Ma sono 100 anni che “i nostri eroi” falliscono senza neanche provarci, in nome di una presunta impotenza che è diventata un feticcio della nostra cultura. Mi sa che è una versione deformata della nostra impossibilità di controllare del tutto il destino, come se questo ci impedisse di scegliere anche quel poco che possiamo.

Magari quelle poche scelte che abbiamo a disposizione ci separeranno dalla presentazione di una tesi di cui non sappiamo neanche l’argomento, specie quando abbiamo chiuso il libro e dovremo tornare alla nostra vita.

Ormai sappiamo tutti di non sapere.

Proviamo anche a conoscere noi stessi.

STB-MT-KEEPITALIAN-300x300  Che in Italia le cose stiano peggiorando me ne sarei accorta comunque, ma una cosa è leggerlo su un giornale online e una cosa è vederlo sul volto di chi sta qui da poco.

Mentre scrivo sono sette anni che vivo a Barcellona. Il mio ragazzo, invece, ha compiuto da poco un anno di catalanità e digerisce la cosa molto peggio di me.

Ultimamente due ragazze italiane, sposate qui con un figlio appena nato, hanno dovuto avviare una battaglia legale perché il bambino venga riconosciuto a tutti gli effetti per la legge del nostro paese. Ci sono riuscite? Ni. Però intanto gli italiani brava gente ci hanno fatto un sacco di battute. La più gettonata: un bambino con due mamme, poverino, gli chiederanno entrambe se ha mangiato.

Gli episodi di razzismo in Italia si susseguono mentre i miei amici che denunciano la cosa si sentono rispondere su facebook dal compagno delle elementari: “Vivi troppo tempo fuori, ci stanno colonizzando”. Io per fortuna avevo compagni intelligenti, ma risponderei che ho vissuto tre anni nel multietnico Raval, e sono stati i più belli a Barcellona. Mi sentirei chiamare buonista, che, per una volta sono d’accordo col relativo meme, di questi tempi significa “non fascio”.

Qui non è affatto tutto rose e fiori, ieri la fruttivendola cinese mi ha chiesto di dare la precedenza a una cliente rumena (che mi ha ringraziato in italiano) per poi confessarmi candidamente di averlo fatto perché “altrimenti quella rubava”.

Una napoletana e una cinese a parlare di malavita, con tutte le stronzate che già dicono contro la nostra gggente: è una barzelletta?

No, non è tutto rose e fiori. Ma noto una cosa: qua la differenza non fa tanta paura come in Italia.

Sarà che il loro dittatore è morto da soli quarant’anni, sarà che ci sono questioni nazionali molto più urgenti e sentite delle nostre, ma qui la gente è abituata a scendere in piazza, molto più di noi, a protestare quando le cose vanno male.

Per questo a settembre mi sembrava strano vedere tutti gli sfottò dedicati a una diciottenne con una fascia di miss che trovo spaventosamente antiquata, intanto che ammazzano un immigrato per aver rubato un’anguria e un tizio che si dice di sinistra fa le stesse cose di sempre, ma con l’hashtag davanti.

A proposito di hashtag, non capisco il senso dell’umorismo all’insegna  del #jesuischarlie. I posti per Zelig sono limitati e allora tutti su Internet a improvvisarsi fini umoristi, a dire “escile” a una modella dal nome impronunciabile, a ironizzare su un gruppo di rocchettare con l’hiqab, e se resti perplessa è che non capisci quest’umorismo così sottile.

Non sarà che sono rozzi loro e fanno ridere chi crede di non poter fare altro? Non sarà che si diverte chi sa che non avrà mai un lavoro fisso né pensione né uno straccio di simulacro da maschio alfa (spesso sono uomini) e invece di scendere in piazza fa il cacciatore di like? Perché il Non ci resta che ridere sembra un triste imperativo almeno sui social.

Io posso ringraziare l’identità sovranazionale che mi è stata regalata dall’Erasmus, testimoniare che i nostri amici omosessuali con figli sono più rompicazzo della più folkloristica mamma italiana quando si tratta di mettere il cappottino o proibire i cibi grassi ai fortunati marmocchi (“Nascondete le patatine!”). Posso giurare che qui le “mamme italiane”, stereotipate perfino dagli ottimi Jackal, possono liberarsi delle pressioni familiari di casa nostra e lasciar scorrazzare i figli sotto la pioggia. Con la speranza, giurin giurello, che poi li asciughi papà.

Il fascismo si cura leggendo e il razzismo viaggiando, diceva un grande scrittore spagnolo.

Che si parta o che si resti, forse dovremmo cominciare a leggere molto e fidarci di chi già ha viaggiato troppo, per vincere la nostra paura di guardarci allo specchio.

geppo È che non sapete quanto ci voglia a contattarlo.

Almeno da quando lavora fuori, da quando si è sposato, da quando insomma ha una vita che non sia un mero riflesso di ciò che gli è successo, della lotta che ha intrapreso perché non succeda a nessun altro.

Fatto sta che ultimamente, anche per una birra, il nostro amico beato chi lo vede.

Poi è arrivata la notizia. Quello che gli è capitato (che vi racconterà lui stesso nel link qua sotto) rischia di ripetersi anche in Italia.

E allora eccolo lì, pronto a raccontare.

Perché, suppongo, niente di niente gli toglierà quello che ha vissuto, né riuscirà a farlo sembrare meno uno schifo. Né il tempo, né i progressi della chirurgia. Niente.

Tutto dipende da come vive adesso. E adesso vive bene, la sua vita e quella degli altri, di quelli che non vuole passino per lo stesso inferno suo.

Il mio inferno, invece, è stato a buon mercato. Non mi manca nessun pezzo, semmai ho aggiunto qualche smagliatura, mi dico ridendo, per i periodi in cui ho mangiato poco.

Niente di terribile da raccontare, una storia banale come ne capitano a tanti, con l’unica differenza dell’originalità della scoperta: che lui avesse un’altra, l’ho saputo davanti a un piatto di olive.

Da un amico talmente ignaro della mia relazione segreta e scurnusa (non per me, ma vabbe’) da mettermi subito al corrente di quell’altra storia, già più convinta, già nota a tutti.

Niente spari, per fortuna, niente medici, solo una rapida e inutile risonanza magnetica, prescritta da chi crede davvero che la scienza curi tutto.

Certi organi non li cura manco il tempo, mi spiace. Ma funzionano lo stesso.

E anche io, che mica avevo perso un occhio, solo la faccia e il cuore ma quello dei poeti, anche io adesso se mi chiamano sono pronta a scattare perché non succeda più.

Né a me né agli altri, ovviamente. E non cambia lo schifo che ho passato e forse non aiuta altri a superare lo schifo loro.

Ma eccomi uscita dal mio piccolo inferno da due euro, quelli che ci vogliono a comprare un piatto di olive, a dire non lo fate più, non diventate mai l’errore di qualcuno, lo schifo che vi succede è schifo e basta, quel che conta è il presente.

E il mio per fortuna resiste bene, sedimentato su quelle macerie.

Si nutre dei resti di quella che ero e ci fa belle cose, come un cuoco con gli avanzi.

Eccomi quindi a cucinare il presente e a dirvi d’incassare, chinare il capo e correre a vivere il vostro.

Provate anche voi. Trasformate l’inferno in una vita vivibile, dolce, nelle macerie su cui costruite la vostra esistenza ora. Aiutate quelli che non hanno vissuto il vostro inferno a non entrarci mai. Questo è il mio unico consiglio, un consiglio da due euro.

Gli appelli li lascio a chi ha sofferto veramente.

Io vi ricordo che un presente esiste.

 

 

 

 

logo-nissan-med I miei personaggi, intendo. Quelli che m’invento o s’inventano da soli, appena metto la penna su un foglio che magari dovrebbe accogliere appunti di corso.

Tra numeri di telefono senza più padrone e indicazioni di storia letteraria, loro tessono la loro propria trama e sanno prima di me cosa debba succedere, cos’è che debba muoversi perché la loro storia inizi. Questo lo sanno eccome.

Qualcosa deve accadere perché i loro problemi irrisolti trovino il modo di dipanarsi e richiudersi in se stessi, prima di aprirsi come un fiore doloroso che li lascerà “risolti” e con nuove trame da percorrere, ma non questa. Il mio libro finisce dove inizia la loro vita. La mia vita inizia dove finisce la loro.

Chiudendo il quaderno davanti a un professore che crede abbia preso appunti tutto il tempo, chiudendo le vite degli altri per correre fuori a vivere la mia, devo dire che questi “altri” di carta, rimasti in borsa ad aspettare che torni a muoverli, sanno già, forse, come andrà a finire.

Ma non me lo diranno mai.

Allora continuerò a scrivere a terra le corse verso la metropolitana e le pozzanghere da scansare, perché le mie gambe fatte di carne e di sangue non vogliono farsi male, ma non possono evitare tutto il dolore.

Anche io ho bisogno di una trama per avviare la mia vita, solo che è così facile, scansarla.

È facile evitare l’amore per andarci a finire proprio dentro, a capofitto, giocare col tempo come se lui rimanesse sempre lì ad aspettarmi e io restassi sempre bambina a chiedermi che farò da grande.

No, per rispondere devo sporcarmi, incontrare la gente sbagliata, fare errori e pentirmene e riprendere la strada giusta, che non sarà mai tanto giusta come quando avrò girato un po’ a vuoto prima d’inforcarla.

Questo i miei personaggi, beati loro, lo sanno.

E mentre, scrivendo, mi distraggo ad ascoltare un rumore lontano, un’auto che passa, perfino il professore che spiega, me li immagino a guardarsi un istante in attesa di tornare a scannarsi, ingannarsi o volersi bene, così veloci a scambiarsi un rapido cenno d’intesa racchiuso in un baffo di penna, per ricordarsi che già sanno come andrà a finire tutto questo.

Ma non me lo diranno mai.

o-ON-THE-ROAD-TRAILER-facebookLa questione sembra di quelle retorico-simpatiche, tipo “è meglio un calcio in culo o una capata in bocca?”. Ma tant’è, l’ho affrontata e ve la racconto.

C’era questa VJ americana che seguivo per varie faccende, e che a un certo punto si è messa a scrivere nel suo blog una serie di considerazioni sul divorzio che stava affrontando. Ora, non sapete che fastidio mi danno quelle persone che per tutto un periodo nero debbano propinare agli altri le loro elucubrazioni mentali. Io non mi sognerei mai di scrivere post su crisi amorose e stronzi che ti rimpiazzano senza dirtelo. Mai.

Ehm, torniamo all’argomento.

La tipa a un certo punto giunge a questa brillante conclusione: inutile nasconderselo, il divorzio è un fallimento e va bene così. Perché il fallimento è una lezione di vita.

Adesso veniamo al mio dilemma personale. In un divorzio ci sono tre fattori: io, l’altra persona e il caso. Domandina facile facile (a cui vi ho abituati): quale posso controllare, dei tre? Risposta meno scontata del previsto: posso controllare me, e non del tutto. Non posso controllare i miei sentimenti. Impedire che sbiadiscano con gli anni o che restino lì a sfidare il tempo. Non fraintendetemi: niente di tutto questo mi spinge tra le braccia di qualcun altro se la regola era fedeltà assoluta. Quello dipende da me. Ma neanche se ho abbracciato l’ideologia monogamica più retriva posso impedirmi di pensare a qualcun altro, se succede. Ci siamo? Le azioni dipendono da me, i sentimenti no.

Dunque, dei tre fattori coinvolti nel divorzio ne posso controllare solo uno, e neanche al completo. Se questa cosa va a puttane (magari neanche tanto metaforicamente) possiamo chiamarla fallimento?

Per me no. Perché in realtà, per quanto detto sopra, non abbiamo un controllo sulla nostra vita. La VJ divorziata magari mi dirà sì, perché abbiamo fatto un progetto insieme e avremmo potuto sforzarci di farlo funzionare.

A prescindere da se sia possibile o no (avrete capito che per me non lo è), far funzionare cose che in definitiva non possiamo controllare, la questione che m’interessa ora è: è meglio o peggio?

Preferiamo dirci che non controlliamo la nostra vita, dunque il fallimento non esiste perché non dipende da noi, o che la vita è una nostra responsabilità, dunque accettiamo volentieri la prospettiva di fallire in cambio di sentirci in potere di cambiarla?

Voi che preferireste? La libertà di fallire o l’accettazione dell’impotenza?

Io ho deciso quando mi sono resa conto che l’unica libertà che abbiamo è quella di accettare quello che possiamo e non possiamo essere.

Oh, più o meno lo diceva Giordano Bruno, mica ciufoli.

Quindi se mi sfuma un progetto a cui tenevo saprò dove finiscono le mie responsabilità e dove cominciano quelle altrui, e a che punto finisce il nostro intervento e inizia l’imponderabile.

Non mi strapperò i capelli di meno, per questo.

Ma quando mi sarò rimessa in carreggiata saprò che l’unica sia vedere dove approdo, decidere se mi piace e, in caso contrario, fare di tutto perché sia così.

A costo di cambiare strada.

A costo di cambiare la strada.

images (2)Vi ho già grattugiato le gonadi con la storia della strada che percorrevo quando vivevo in paese, dopo aver accompagnato a casa un mio amico. Era un tragitto che non conoscevo a memoria, non coscientemente, tra viuzze buie e un po’ isolate che erano quasi piacevoli da attraversare (e no, mi spiace per quelli che “le donne di notte a casa o accompagnate”, mai-successo-niente e non è stato culo).

Ma trovavo sempre la strada di casa.

E ai tempi la cosa aveva un che di magico, come quando cominciai a leggere prima di arrivare alle elementari e mi sembrava un miracolo che quei segni stampati su un libro di lettura avessero improvvisamente un senso.

Anche con la strada del ritorno succedeva questo: la trovavo sempre, non mi accorgevo del lavoro di memoria che facesse intanto il mio cervello.

Ero fatta così, mi perdevo i passaggi. E questo ha conseguenze molto gravi.

Mentre gli altri vedevano i nessi causa-effetto, magari non sempre obiettivi, ma funzionali alla loro esistenza, io ci vedevo tutto il resto.

Capivo che era molto logico che quelle strade, infilate una dietro l’altra, mi avrebbero portata a casa, ma intuivo che non era detto che fosse sempre così. Che un imprevisto, una distrazione, una ragione qualsiasi mi avrebbero portato altrove.

Nel delirio dei vent’anni mi sentivo complementare al mondo, come certi scemi del villaggio che sembrano messi lì a ricordare ai compaesani che la vita è inspiegabile e allo stesso tempo, a volte, nessuno la spiega meglio di loro.

Ora che sto cercando d’integrare la parte causa-effetto, il mondo non mi ricambia apprendendo l’irrazionalità. Fa finta. E in fondo lo capisco.

La prima volta che lessi un libro che univa la vita fantastica a quella reale, incontrai famiglie latine segnate dalla sorte, zingari girovaghi e sangue che una volta scorso percorreva la strada di casa ad avvisare della morte del condannato. E pensai: “Che è sta schifezza?”. Era Cent’anni di solitudine.

Quello che più temo, adesso, è perdere la strada di prima, quella dell’intuizione, dell’inspiegabile. La consapevolezza che per qualche strana ragione quel percorso un giorno possa portarmi in ben altro posto, magari nella casa della fata che accoglie il Martino Testadura di Gianni Rodari

E chi non crede nelle fate, dovrebbe rileggere Peter Pan.

Con tutti i peter pan che ci sono in giro, non vedo perché non dovrebbero esserci fate.

bimboA 15 anni, in uno di quegli atroci villaggi vacanze con chitarrata pomeridiana e spettacolino dello junior club, mi accingevo appunto a partecipare a un balletto, con due povere animatrici-coreografe che per quattro soldi dovevano insegnarci ad andare a tempo.

A un certo punto, il tono della lezione passa da monotono a animato, una delle due annuncia: “Ragazzi, col prossimo passo che v’insegno, veramente ci divertiamo!”. La collega conferma con tanto di  pollici alzati. Noi ci prepariamo ad assistere a tanto divertimento e… le due si cimentano in una complicata capriola di coppia che promette svariati colpi della strega.

Il nostro “Nooo” si eleva fino al cielo. Le due, sconfitte, non insistono e ripiegano su un passo alternativo che dovevano aver già concordato.

Ho ripensato stamattina a queste due eroine del gioco-aperitivo perché riflettevo sulle cose poco appetibili che cercano di farci passare per fantastiche (anche perché spesso è l’unico modo di farcele accettare). Le ragazze dovevano aver sperimentato con altri adolescenti svogliati l’ostilità verso quella capriola e avevano intuito che a presentarcela come bellissima ci avrebbero ammansiti un po’.

Nel loro caso, magari, non funzionava perché avevano poco tempo per addomesticarci. Ma, passando a questioni molto meno giocose, provate a leggere la descrizione di un’infibulazione da parte di chi l’ha vissuta: spesso scoprirete che la vittima attendeva con ansia questo grande momento di consacrazione della propria femminilità, questo rito di passaggio che l’avrebbe resa donna e, qui viene il bello, ufficialmente accettata nella comunità. Lo so, lo so, anche io ho reagito così. Chiunque si permetta di sottolineare questa parte di attesa della bambina viene sommerso da critiche benintenzionate ma fuori luogo.

Perché se un qualsiasi individuo viene chiamato a dare un passo importante, ma gravoso e irreversibile, la cosa più semplice è che gli dicano che è bellissimo.

Figuratevi che succede quando questo passo lo è davvero, bellissimo: mi riferisco all’atto di mettere al mondo un figlio.

Leggo vari articoli di donne che giustamente denunciano la pressione sociale che le invita a sentirsi orologi ambulanti che stanno perdendo l’occasione della loro vita. Le loro proteste sono spesso accompagnate dalla magnificazione di una vita senza pargoli, dedicata gioiosamente a realizzarsi come persone. Capisco che sia una reazione comprensibile alla pressione sociale, ma non tanto mi convince la loro assertività, tipica di chi cerca di persuadere prima se stesso che stia facendo la cosa giusta, poi d’imporla agli altri. Se fossero davvero convinte, a mio parere, starebbero serene con la loro decisione e non la sdoganerebbero come la migliore possibile, come d’altronde fanno con loro le supermamme.

Dall’altro lato, invece, ci sono articoli simpatici e graziosi come questo, un dialogo tra Dio e una mamma assonnata, spompata, esasperata da una neonata troppo esigente per la quale non ha il libretto d’istruzioni (“Le hai, si chiamano istinti”, risponde`più o meno Dio in uno dei passaggi più significativi). La bimba non la fa dormire né occuparsi di nient’altro. “Ma sei MADRE!”, le ricorda Dio, “Cosa può esserci di più importante?”.

Tralasciando la tentazione di rispondere alla domanda retorica, è curioso che Dio venga invocato in questioni di maternità e presentato goliardicamente come il responsabile di un’azienda che fabbrichi bambini: a fare la profexxorona ci vedrei un brillante nesso tra divinità, concepimento e capitalismo, ma vi risparmio la pippa mentale. Quello che m’interessa è la maniera sottile e simpatica, come per le mie due animatrici, in cui venga fatta passare una cosa che, ahimè, anche le tipe “antimaternità” danno per scontata: un bambino lo cresce solo la madre e richiede il sacrificio della sua vita.

È l’ineluttabilità di questo presunto assioma a spingere tante persone a schierarsi manicheamente rispetto al tema, quasi a dirsi di aver fatto la scelta giusta, qualunque essa sia.

Ed è questo che mi spiace tanto: mi sembra che una donna sia liberissima di dedicarsi completamente alla maternità, ma voglio che sia, appunto, una scelta. Che non le facciano credere che sia l’unica opzione, che tra lavoro e famiglia deve per forza scegliere e che deve fare tutto lei perché ha “l’istinto materno”: curioso che questa caratteristica così presuntamente innata cambi tanto nella storia, o non si spiegherebbero né le madri settecentesche che senza necessità mandavano il figlio a balia, con ottime probabilità di ritirarlo cadavere, né quelle madri “spartane” (e saranno in minoranza ma non sono poche, ve lo assicuro) che in ogni guerra invitano i figli a morire per la patria.

Comunque ad assecondare il ricatto morale anch’io sceglierei la famiglia, mica m’identifico col lavoro o i lavori che faccio. E mi premuro di accompagnarmi a uomini che su questo la pensino come me. Purtroppo i padri, sempre in nome degli istinti, vanno tenuti ai margini anche quando vogliono fare i genitori sul serio, non le figure di contorno. “Tanto che ne capiscono, loro”. Quanto è bello sentirsi indispensabili, specie quando, nel proprio contesto sociale, si hanno poche altre soddisfazioni.

Volete questo modello? Fantastico. Ma che non sia un’imposizione né l’unico modo di vivere la maternità. Qualcuna può affermare che sia una necessità, perché guarda caso suo marito guadagna più di lei e chi dei due ha dovuto rinunciare al lavoro? Sono sicura che in tanti casi sia ancora così (senza che giustifichi lo schiavismo materno, eh!). Ma per favore, siamo una generazione di padri ingegneri e mamme maestre? La crisi dà un contributo molto triste alle pari opportunità: non dà lavori sicuri alle mamme, li toglie ai papà. Così stiamo tutti con le pezze al culo. Io a Barcellona, che non è l’Eldorado, i genitori li vedo lavorare in call center di merda a pari salario, o insegnare entrambi, o fare lavori d’ufficio retribuiti uguale. A Barcellona vedo un sacco di papà con tracolla e passeggino che si accollano la metà dell’allevamento del figlio, non tengono la bambina un pomeriggio mentre vai ad aiutare una zia malata e per questo diventano il papà dell’anno.

Insomma, mettere al mondo dei figli mi sembra meraviglioso, è una cosa che mi piacerebbe tanto fare. Ma proprio tanto.

Viverlo come un lavoro a tempo pieno che mi accolli tutto io perché “ho l’istinto” e che non mi lasci il tempo per respirare, e per giunta mi piaccia pure, è un’idea che lascio a chi non sappia uscire dal dilemma di quella corrispondente indiana dell’Huffington Post che, con ingenuità illuminante, smascherava l’idea corrente di emancipazione chiamandola “essere allevate come uomini”. Perché se cresci “come un uomo” pensi al lavoro, se cresci “come una donna” diventi il piedistallo su cui metti i tuoi figli.

Scelgo la busta 3, per favore. Sono una donna che vuole che i suoi figli, se avrà la possibilità di averne, abbiano una madre forte e contenta, con tante di quelle energie che le avanzano per tutto il mondo, specie per loro.

E non ditemi “quando sarai madre capirai”, che vi faccio fare la capriola spezzaschiena di cui sopra. Senza colpo della strega, mica lo potete capire, che è pericolosa.

(PS: Subito dopo aver scritto il post, sono andata a vedere gli ultimi commenti al mio intervento sul dialogo “divino”. Mi veniva detto: “Ne riparliamo quando sarai madre”. Ho smesso di leggere.)

woman-cooking-meal-for-date-night Io ho capito, dove sta la magagna.

Quando parlo a qualcuno, specie connazionali e magari compaesani, di un’esperienza nuova, un piatto inedito, un’usanza molto lontana dalle nostre, ci sono due atteggiamenti.

Il primo e più preoccupante è: “Ah, allora senti questa”. Cioè, alla mia ricetta di biryani indiano si risponde con quella dei paccheri alla crema di zucca. Al libro che sto menzionando mi si replica con una citazione di qualche scrittore “complesso e sottovalutato” che si autopubblica e che solo sua sorella conosceva, prima che cominciasse a fare video con una pornostar prestata alla filosofia. Tutto ciò avviene non in chiave “scambio d’informazioni”, è proprio un testa a testa tra quello che so io e quello che sanno loro.

Sapete che voglio dire? La reazione al nuovo che diventa un barricarsi in quello che si sa già.

In effetti mi succede soprattutto con gli uomini, che si sentono obbligati dalla nostra cultura a dimostrare quanto valgono. Fortuna che mio padre sarà capa tosta su certe cose, ma almeno sulle novità ti subissa di domande e se sono piatti stranieri si fa un punto d’onore di assaggiarli tutti (e mantiene la parola).

Ecco, questo secondo atteggiamento a conti fatti non è più difficile del primo, né più dispendioso emotivamente: si chiama curiosità e l’abbiamo sperimentato fin dalla più tenera età, con eventuali censure successive. È l’idea per cui qualcosa di nuovo nella migliore delle ipotesi ci arricchisce, nella peggiore non ci toglie nulla, perché se non ci piace lo rispediamo al mittente (per esempio: non sono uscita dal seno di Santa Madre Chiesa per sentirmi insegnare da un amico musulmano che “le donne sono esseri superiori e QUINDI dobbiamo proteggerle”).

Ma no, prevale la barricata. Che risponde quasi sempre alla logica del ci stanno invadendo. Ci stanno imponendo la loro presenza, la loro cultura, la loro novità.

Spesso non sono d’accordo neanche con quelli che, quando si tratta della bufala degli immigrati-invasori, sanno come mettere a posto i criptofasci travestiti da genitori preoccupati. Mi spiace che gli stessi tendano a ritenere Halloween nient’altro che una festa troppo americana per essere celebrata nella terra del soffritto napoletano o della catalana castanyada. Peccato che sia una festa celtica, significhi Ognissanti e che in America l’abbiano portata gli irlandesi.

E sono tanti gli altrimenti illuminati che se la prendono con una foga curiosa anche con quei vegetariani e vegani che non montano polemiche con loro per quello che mangino, ma che per il solo fatto di mangiare diverso da loro suscitano sarcasmo o addirittura indignazione.

So che qui sono molto impopolare, ma mi lascia perplessa anche la difesa selettiva della libertà di culto, che passa per una condanna francamente razzista dei cattolici. Capisco che in questo momento si tratti da un lato di condannare l’intolleranza verso altre fedi e dall’altro di rivendicare diritti civili e laicità. Ma per me una convivenza che nasce dal sospetto reciproco finisce male in ogni caso.

Non capisco cosa ci faccia pensare che barricandoci nel nostro stile di vita lo stiamo difendendo. Cosa ci toglie lo stile di vita altrui? Non sarà che siamo caduti nel tranello, noi terra d’ibridazioni, di miscele, di credere che cambiare sia brutto?

Una cosa è che non ci piaccia cambiare, o che non ne vediamo la necessità. Un’altra è che ci faccia paura.

Non siamo chiamati a cambiare, non sempre. Ma se non la consideriamo neanche come ipotesi, quella di accogliere abitudini diverse rispetto a quelle in cui ci identifichiamo, queste ci travolgeranno senza problemi.

Allora, facciamo una scelta cosciente. Quando vi dico la ricetta del couscous sono sicura che ne avrete altre 100 di ottime da propormi, della terra che ci ha generati. E me le segnerò senza che sminuiscano il mio couscous. Né il mio couscous sminuisce le vostre.

E prima di criticare qualsiasi cultura, colonizzatrice o colonizzata, ricordate l’ultima volta che avete detto che tutte le culture sono degne, proficue, uguali.

O ce ne sono di più uguali di altre?

romeo and juliet claire danesSto scrivendo un libro che non è sulla mia adolescenza, ma con quella ci deve fare i conti.

Un bravo scrittore di qui, Sergi Pàmies, sostiene che il romanzo sia come una moglie: te la ritrovi ogni volta che torni a casa, a romperti le scatole. Tralasciando la sfumatura un po’ sessista, è vero che sono da giorni immersa nei miei quindici anni, tanto che vi raccomando: se mi vedete con quei collarini neri simil-tatuaggio, la fila in mezzo e la pancia da fuori (soprattutto la pancia da fuori), sopprimetemi.

Il fatto è che a parte questi dettagli vorrei parlare di un’adolescenza che non fosse solo mia, in cui si possano riconoscere anche altri. Ed è stato molto triste apprendere che, intanto che io ricordavo gli infantili “Voglio morire!” scarabocchiati sul diario, qualcuno ha deciso di uscire dal libro e farlo davvero, buttandosi sotto un treno vero, nella stazione reale che infesta eterea, un po’ minaccia e un po’ promessa, i miei fogli A4.

Dove inizia il mio romanzo, è finita la vita di un ragazzo in carne e ossa.

Immagino che il dolore cieco e sublime sia stato appannaggio dei nostri nipoti e cugini più piccoli. Tra i miei coetanei, invece, serpeggiava una certa indignazione. Per le manifestazioni di lutto che dovevano pullulare in bacheche facebook che non visualizzavo, o per la morbosità che spingeva dei giovani quasi scampati all’adolescenza sui binari di chi invece aveva deciso di tagliare corto.

O forse perché noi siamo sopravvissuti.

Perdonate l’enfasi, ma dalla Polaroid sfuocata che diventa la vita in paese, quando la guardi da lontano, non posso fare a meno di pensare a quando gli adolescenti eravamo noi. E di trovare sbagliato fare ciò che rimproveravamo ai nostri genitori: razionalizzare senza mettersi nei panni altrui, ridurre a parole di biasimo ciò che è pura irrazionalità, sorpresa, tristezza, a volte delusione infinita.

La mia adolescenza è stata quella di tanti altri ragazzi in paese, che si sono ritrovati guarda caso in classe con gente i cui genitori facessero mestieri simili. Con qualche professore che credesse di fare la lotta di classe insultando figli di papà tredicenni e venerando le “sezioni peggiori”. In genere erano professori sgrammaticati, finiti in cattedra in modi strani. Non avevano guadato la fluida barriera dell’italiano, questo spartiacque che vuol dire tutto in una società che ha rinnegato se stessa per non arrivare mai a essere altro.

A parte la pressione sociale da liceo classico, coi voti finali esposti e tutti a guardare quelli dei figli altrui, a parte l’epilogo con le telefonate di condoglianze per un 100 mancato di poco, a parte gli alberi genealogici sciorinati al solo accenno di un cognome a me nuovo, la mia adolescenza è stata come tante, migliore di altre.

È stata la scoperta della vita fuori casa, coi suoi pericoli gonfiati ad arte per tenere le ragazze rinchiuse (non me, per fortuna). La scoperta della libertà, con Napoli che improvvisamente sembrava l’Eldorado anche se intravista da Piazza Garibaldi. Perfino la sorpresa della diversità, con l’orgoglio di ammettere che Axel Rose mi fa cagare e il poeta che preferisco non è Jim Morrison, anzi, se mi fate incazzare vi rivelo perfino che mi piace Leopardi.

Soprattutto, la scoperta della delusione. La delusione d’amore, ovviamente, che ti fa concludere che più uno fa il Kurt Cobain della situazione e più si sparerà a 27 anni, perlopiù metaforicamente, per mettersi una giacca e una cravatta e andare a lavorare nello studio del padre. E il disprezzo lenito dal tempo per compagni che abbracciano una volta per tutte il detto dei genitori: “Se sei martello, batti, se sei incudine, statti”. E si stanno sempre.

Spero che ora insegnino ai loro figli anche a essere martello, ogni tanto, quando serve.

Intanto, alla nostra adolescenza, in un modo o nell’altro, siamo sopravvissuti.

Con chi l’attraversa ancora potremmo essere più indulgenti.

Potremmo ricordarci di quando, senza permetterci il lusso secchione di adottare Anna Karenina, quel treno l’abbiamo guardato anche noi, pensando quasi quasi…

Io invece di buttarmici sotto ci sono salita sopra. E non è partito davvero che quando ho imparato anche a restare.

Ma questa è un’altra storia.

cioccolato_5Lo so, che dopo aver letto l’ultimo post non avete dormito, chiedendovi in che senso ci serva complicarci la vita non fiutando i pericoli nell’attimo necessario. E come evitare questo errore.

Che vuol dire, che non ricordavate neanche di che parlasse l’ultimo post? Ma di tutti quei guai che ci risucchiano tempo ed energie e che potremmo evitare con un pizzico di attenzione in più.

Il tipo manipolatore che mi aggiunge a facebook di stramacchio, per esempio. Forte di un botta e risposta con me davanti allo scarno buffet di una conferenza, prima mi aggancia proponendomi un caffè e, dopo che il “quando sono più libera” raggiunge il primo compleanno come S.B. (Scusa Banale, di quelle che in realtà significano “evapora”), mi mette sto commento distruttivo a un link che con lui non c’entra niente. E qui come si diceva provvidenzialmente lo ignoro (e perculo con un like), ma rifletto anche un po’.

A un manipolatore serve una vittima e a una vittima serve un manipolatore. Il tizio del commento l’aveva subodorato, che potessi essere adatta alla bisogna, solo che con me ha sbagliato epoca, perché ho già dato.

A me qualche tempo fa pareva servire una cosa ancora più diabolica: stare con uno che non mi volesse, per dimostrare a me stessa di essere degna di amore. Evidentemente, l’ho fatto perché da sola non riuscivo a dimostrarmelo e dovevo per forza assoldare questo assassino seriale di gioia di vivere. Pratico, no?

Infatti, precisiamo: non è che ci serva proprio quell’esperienza sgradevole, per risolvere questo o quel conflitto interno. È che l’elemento che ci manca e che troviamo in quell’esperienza, in questo momento non sappiamo ricavarlo da situazioni più salutari.

Avete presente quelle tabelle messe in giro dai salutisti zelanti? Se il tuo corpo ti chiede cioccolata, è che vuole questa sostanza, e la stessa sostanza la trovi in questo frutto.

Fermo restando che la crema di nocciole nessuno me la tocca, non è un ragionamento sbagliato: possiamo arrivare a ottenere la stessa cosa per strade diverse. E, se diventa una questione di scelta, indovinate un po? Meglio imboccare quella più breve e comoda per noi.

Perché cominciare una lite infinita e sgradevole con uno che non sta bene con se stesso? Possiamo ignorare lui e assicurarci senza fallo che non ci serve, l’approvazione di uno così.

Perché cominciare una relazione con un buzzurro che è stato scortese con noi? Possiamo lavorare sulla nostra autostima e chiederci addirittura se i gusti femminili del tipo in questione ci piacciano davvero (che ne so, se a lui per qualche motivo serve una che lo tratti male, purtroppo con noi ha sbagliato palazzo).

Insomma, il trucco, difficile ma basta lavorarci, è cercare ciò che ci serve in quel momento senza il bisogno di trovarlo in qualcun altro.

Nella mia esperienza, quando le relazioni di qualsiasi tipo iniziano da un bisogno, tendono a sopirsi una volta esaurita la propria funzione iniziale. A prescindere da tutto il resto, che in piedi da solo, soddisfatto il bisogno primario, spesso non ci sta.

Quello che possiamo fare è impedire che succeda, cercarci gente non perché ne abbiamo bisogno, in qualche modo perverso, ma perché stiamo così bene con noi stessi che ci piace condividerCi, e proprio con quella persona.

La gente che ha fame fa pessimi acquisti, si dice.

Io la cioccolata nel carrello me la metto, ma ora so quando voglio quella e quando una bella mela succosa sia tutto ciò che mi serve.

A volte saperlo è tutto. O almeno è un inizio.

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